A Ca’ de Giuranin

Una scritta sulla casa rossa di via Scavino, informa chi passa che quella è “a Ca’ de Giuranin”.

 In questa casa incontro Gianna Cerruti, per quelli de Vase “a Meistra Botta”, dal cognome del marito.

 Lei, con lo stesso sorriso di quando giovinetta abitava qui al n°55 di via Montegrappa, oggi n°12 di via Scavino, con la sua famiglia, proprietaria di questo edificio.

 Io e Gianna facciamo una lunga chiacchierata, lei mi parla di suo papà, Giovanni Cerruti detto Giuranin, e della sua famiglia e di tante vicende accadute anche fuori dai confini nazionali, vite intere, impossibili da riporre tutte in un post.

 Giuranin, della famiglia Cerruti du Buggia (dal nome di un rione in località Parasio), classe 1904, era conosciuto anche come l’African perché lui, prima caretè e poi autista di camion, nel 1936 raggiunse, nell’allora colonia italiana di Somalia, il gemello Giuseppe e l’altro fratello, Giacomo, proprietari di una piantagione di banani, gestori di un’officina e di un cinema a Mogadiscio.

Baracche del campo di concentramento di Eldorel in Kenya dove probabilmente era prigioniero U Giuranin

 Nel 1941, a seguito della conquista della Somalia da parte degli inglesi, molti italiani furono fatti prigionieri e internati in campi di concentramento: Giuranin fu uno di loro. Era in Kenya, forse proprio nel campo 354 a Naniukyda, da cui il 24 gennaio del 1943 un gruppo di prigionieri italiani si allontanò, per scalare il monte Kenya: l’avventura fu raccontata in un libro da Felice Benuzzi, uno dei protagonisti di quella scalata che piantarono sulla vetta una bandiera italiana.

 Impossibile continuare la fuga per mille chilometri in mezzo a foreste e savane e allora fecero ritorno al campo di internamento.

 L’impresa fu in seguito narrata dagli stessi inglesi, per propaganda, atta a rendere noto e ad ingentilire il trattamento da loro riservati ai prigionieri di guerra.

 Dopo sei anni di detenzione, Giuranin fu liberato e ritornò in Italia, a casa. Riprese il suo mestiere come autista, il lavoro non mancava c’era da ricostruire una nazione intera, dopo i disastri lasciati da un regime di distruzione e morte.

 La seconda guerra mondiale, per l’Italia, fu anche guerra civile e fu grazie al sacrificio di tanti uomini e donne, nella guerra di liberazione, che un popolo intero conobbe quegli ideali di giustizia e di libertà e quando i cannoni tacquero ci fu la speranza e la voglia di un futuro migliore.

 Forse era questo lo stato d’animo che armava uomini e donne di buona volontà e poi non esistevano o perlomeno erano minime le pastoie e mangiatoie burocratiche e politiche.

A famiggia de Giuranin, Giovanni Cerruti, Giovanna Cerruti e Villafranca Iani

 Giuranin sposò Villafranca Iani nel 1948 e subito iniziarono i risparmi per potersi costruire una casa: ecco che ricorre un numero, il 55, numero civico di via Monte Grappa dove nel 1955 iniziarono ad edificare la loro grande e bella casa.

Gianna è la bambina in secondo piano, dietro di lei suo papà, la foto è stata scattata in occasione della “laccia” per festeggiare la gittata della prima soletta della casa di Giuranin

 Una concomitanza di cose, in questi giorni d’ottobre: una vecchia foto con uomini, vicini di casa e amici, al lavoro per fare o riparare via Monte Grappa, un antico, ma ancora solido cunicolo che emerge durante i lavori in corso sul rio Bagetti, costruito dagli stessi uomini e poi a Cà de Giuranin, anche questa costruita con l’aiuto di amici: bastava un gruppo de viscin, n’amigu baccan, n’otru mesa casoa o boccia e una casa come quella imponente di Giuranin, la si poteva tirar su a picconate per le fondamenta ben poggiate sullo scoglio, e poi fare una laccia ad ogni soletta gittata… e allora ecco Pippu u maiu da Ravina, imponente e massiccio, u Dria, Benardin du Doia, u Catullu, u Ruei, u Biundu e Mariu u Grillu e u Rudina.

  L’involucro esterno della casa è tutto di blocchi di cemento e ghiaia (spesso prelevata dal Teiro, a KM 0): ogni blocco è fatto a mano, servendosi di una forma in ferro, riempita con l’impasto girato con la pala e tanta fatica e tanto tempo.

A Ca de Giuranin

 Si costruirono altre case e in quel bel prato dove Gianna raccoglieva le margherite, mio padre con i miei zii, anche loro con picco e pala, scavarono le fondamenta della nostra casa, era il 1961. In seguito, arrivò altra gente, altri bambini con cui giocare, quando quel sentiero che proseguiva fra orti e terrazzamenti diventò una strada e furono costruiti i palazzi della parte alta di via Monte Grappa.

Da sinistra: u S. Martin ( Giacomo Masio) u Giuranin (Giovanni Cerruti) Giacomino ( Giacomo Bruzzone) u Dria (Andrea Bruzzone) Mario u Grillo ( Mario Delfino) Richetto (Enrico Parodi) Giuanin (Giovanni Casarimo) Questa foto degli anni 50 ritrae al lavoro gli abitanti vicini di casa della parte finale di via Monte Grappa

 Negli anni 60 ero bambino ed esisteva ancora il reciproco “te daggu na man” tra vicini…  ricordo via Monte Grappa ancora sterrata, quando insieme ad altri dirimpettai si tappavano i buchi dove l’acqua formava pozzanghere, io con mio papà ed altri si andava a fare il surcu da Milina, per deviare l’acqua intu lagu da Riva (che ora non esiste più), in Teiru.

 Molte cose sono cambiate e quell’acqua, non va più in Teiro, ma fa la curva e scende lungo quella che è oggi via Scavino, si è perso quel senso di reciproca solidarietà e cinicamente, arretra il nostro senso civico.

 Un ricordo presente per tutti quelli sciu da Teiru sono le piene del fiume.

Il ponte Du Rissulin dopo l’esondazione del Teiro il 1 novembre 1968

 Gianna mi racconta di quella tragica esondazione del novembre 1968 (Giuranin era morto nel luglio dello stesso anno, investito da un’auto a Sestri), quando il fiume in piena arrivò a lambire il pian terreno della casa e Gianna e la mamma furono ospitate dalla famiglia al piano superiore. Il mai dire mai si avverò anche in quella circostanza, quando per tranquillizzarle, fu detto che fintantoché quell’albero di mimosa sotto casa, lambito dall’acqua del fiume, fosse rimasto al suo posto, non ci sarebbe stato pericolo, ma… solo il tempo di terminar la frase e la piena sradicò quella pianta che fu portata via dalla corrente!

Via Monte Grappa frana presso la casa dei Pelosi a seguito della piena del Teiro il 1 novembre 1968

 L’alluvione lasciò la zona du simiteiu vegiu devastata: anche la falegnameria Baglietto subì ingenti danni.

 Nel 1970 il genio civile iniziò la costruzione di un argine, ma i progettisti dimenticarono di praticare un’apertura di sfogo delle acque del rio Bagetti e al primo acquazzone si formò un bel lago al posto dell’allora campu da ballun de nuiatri figgieu. Quello fu l’unico episodio che vide protagonista il rio Bagetti, un rian con poco invaso, che nasce poco più in alto, in mezzo alle fasce.

 Sono passate un paio d’ore e si è parlato un po’ di tutto, anche delle nostre famiglie, dei figli e del suo lavoro di maestra alle Faje e a Casanova, lasciato per seguire il marito, anche lui de Vase, a Udine.

 Ringrazio Gianna, della bella chiacchierata, delle sue correzioni e dei contributi apportati nella stesura di questo testo.

Il tempo insieme a lei è volato: si stava bene sul terrazzo da Ca’ de Giuranin, anche perché eravamo al cospetto del “nostro” pezzetto di sciu’ da Teiru, che ci ha visti bambini, nei nostri infiniti passatempi nell’età più bella della nostra vita.

Di seguito il link per visualizzare i post, precedenti pubblicati sul blog Quelli Sciu da Teiru

quellisciudateiru.wordpress.com

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