Gianni Iannelli

L’Anpi di Benevento, il 21 maggio del 2020, ha voluto ricordare, con una relazione di Mario Cimmino “Il Partigiano Nincek, Gianni Iannelli, dal Sud ai monti della Liguria”
Ufficiale dell’esercito, fu inviato nella carneficina jugoslava, presso la città di Dobrova.
Dopo l’8 settembre, tutti i militari italiani, che non vollero collaborare, con l’esercito nazifascista, diventarono IMI, Internati Militari Italiani, privi dello status di prigionieri di guerra e impossibilitati a ricevere gli aiuti dalla Croce Rossa Internazionale, dopo il 23 settembre del 1943, con la liberazione di Mussolini e la fondazione della repubblica di Salò, ai soldati italiani, fu chiesta l’adesione alla RSI, la maggioranza oppose un netto rifiuto a questa richiesta, furono così interdetti all’utilizzo degli aiuti del SAI, Servizio Assistenza agli Internati della RSI, che aveva molta disponibilità di viveri, ma che li forniva solo a chi si fosse arruolato con i fascisti.
Iannelli era tra quelli, che rifiutarono quell’invito, i militari renitenti furono prelevati dal fronte jugoslavo e internati nel campo di concentramento di Deblin in Polonia, nello Stalag 307.
Il campo era denominato la fortezza della morte.

Le condizioni di vita erano disumane, all’arrivo dei convogli, i soldati italiani erano obbligati a restare inquadrati, nella grande piazza della fortezza senza alcun riparo dal freddo, pioggia o neve, con temperature che erano anche a -30° l’unico cibo che ricevevano, era del pane, confezionato con una farina di legno paglia e erba, la fame portava alla disperazione e furono molti i fenomeni di cannibalismo, divenne uso, cibarsi del fegato umano, la parte molle, più facile da estrarre dai cadaveri.
Gli ufficiali pur avendo lo stesso trattamento, furono separati dai soldati semplici e non costretti al lavoro.
Diverso fu il destino riservato agli altri militari, chi non era in grado di lavorare nei campi, era fucilato, ma a decimare gli internati, furono anche le epidemie di tifo.
Alla RSI servivano degli ufficiali e fu fatto della bieca propaganda, da parte dei fascisti, che con atteggiamenti paternalistici e ricattatori, parlando personalmente ai graduati, delle loro famiglie rimaste in Italia, bisognose e lasciate senza protezione, in balia di eventuali ritorsioni.
E’ stato calcolato che circa il 32% degli ufficiali detenuti, accettarono di aderire alla RSI.

Non furono decisioni facili, ci furono delle discussioni fra di loro, alcuni decisero di ritornare in Italia aderendo alla RSI per paura delle minacce e delle ritorsioni verso i propri famigliari, altri come Iannelli, orfano di padre e unico sostegno famigliare, aderirono anche per testimoniare la terribile realtà degli IMI, ma in loro era già maturata la decisione, che mai avrebbero combattuto una guerra civile in Italia, come quella che avevano scatenato i nazifascisti dopo l’8 settembre.
Furono inviati in Germania, per l’addestramento e l’inquadramento nella divisione S.Marco.
Il generale Princivalle, agli ufficiali, fece intendere che al rientro in Italia, ognuno di loro, doveva agire secondo la propria coscienza.

Nella primavera / estate del 1944, Gianni Iannelli, fin dalla fase di addestramento dei San Marco, in Germania diede un addestramento morale ai propri soldati, educandoli ad un’idea antitedesca.
Era buono e cordiale, con i suoi uomini e il suo plotone, l’intera compagnia, lo guardava con ammirazione e simpatia, proprio per questo si attirò l’ostilità e poi il deferimento dei superiori, Iannelli fu denunciato, dal suo diretto superiore Dragotti, di essere antifascista.
Riuscì a difendersi dall’accusa e a conservare il grado di ufficiale, anche se privato del comando, che gli fu restituito, solo per la cronica mancanza di ufficiali.
Fu destinato al comando di un plotone di S.Marco a Varazze, con compiti limitati alla vigilanza e difesa, da un’eventuale invasione via mare.
Le città costiere, erano ritenute strategiche, per la difesa del litorale, ma dovevano essere presidiate, soprattutto per mantenere libero il transito verso i passi appenninici, che garantivano le vie di fuga, verso la pianura padana delle truppe nazifasciste.
Conosciamo gli ultimi quattro mesi, della vita di Iannelli, grazie al libro di De Vincenzi e Maurizio Calvo “Quelli di fischia il vento” con le preziose testimonianze di Goffredo Conte, Ruggero Podestà, Raffaele Calvi e Gianni Gambetta.
Quando erano nella fase di addestramento, Iannelli prospettò già ad alcuni suoi soldati, la possibilità di diserzione, dopo il rientro in Italia.
Nell’estate del 1944, il numero di marò, che disertavano e si univano alla resistenza, cresceva di giorno in giorno.
I partigiani accoglievano di buon grado gli ex S.Marco, visto il loro addestramento all’uso delle armi, e furono inquadrati nelle formazioni partigiane, dove diedero un importante aiuto alla Guerra di Liberazione.
Prima di accettare, nelle loro formazioni, chi aveva lasciato la S. Marco, per i Partigiani serviva avere un incontro diretto, “guardandosi negli occhi”, solo una reciproca conoscenza, avrebbe potuto determinare l’accettazione o meno di quei ex soldati nei file dei Partigiani.
Tratto da racconto di Raffaele Calvi quelli di Fischia il vento

Per l’incontro tra i partigiani e l’ufficiale dei S. Marco, Gianni Iannelli, che aveva manifestato la volontà di abbandonare il suo comando, fu scelto per la sua prestanza fisica, un giovane partigiano di 19 anni Raffaele Calvi “Nilo” il quale, pur conoscendo bene il territorio del comune di Varazze, fu accompagnato nei pressi del luogo dell’incontro, da Ruggero Podestà, Nilo conobbe Gianni Iannelli, in prossimità dei Piani di Invrea (a metà dell’attuale via Helvetia) e cosi ricorda quell’incontro: “Avevo la pistola in tasca e questo mi dava sicurezza, il giovane ufficiale che avevo davanti era armato, portava il cinturone con la fondina da cui intravedevo il calcio di una pistola.”

“Ci scrutammo in silenzio, per qualche secondo, lungo come una vita, poi mi tese la mano, presentandosi, parlando brevemente della sua famiglia del fratello rimasto a casa, più fortunato, perché non aveva sofferto la disgrazia di essere deportato in Polonia nel campo di concentramento di Deblin e poi in Germania addestrato, per essere inquadrato nella San Marco, aggiunse che dovevamo combattere, contro il nazismo e il fascismo, usando le armi, senza più sopportare passivamente galera confino, umiliazioni e soprusi come quelli patiti da internato.”

“L’ufficiale aveva occhi e carnagione con i tratti tipici meridionali, mi parve accennasse ad un sorriso, ma non ci giurerei, Iannelli continuò a parlare della sua famiglia di Benevento e poi della S. Marco, dichiarando di essere stato nominato ufficiale, in quanto laureando in lettere e iniziò ad esporre, il suo piano, sul quale stava lavorando da settimane, in poche parole disse che intendeva abbandonare il presidio, portando con sé un certo numero di marò, decisi a disertare per combattere a fianco dei Partigiani.”

Qui finisce il resoconto di quell’incontro, in ta crosa, che dau rian su Sciarsu arrivava al mare. Il partigiano Nilo fu anche reclutato clandestinamente nei S. Marco come cuciniere, per poter meglio organizzare la fuga dei marò.
Furono 32, i marò che seguirono Iannelli per partecipare alla Guerra di Liberazione, Gianni Iannelli, divenne così il partigiano Nincek, inquadrato nella VI Brigata Partigiana, distaccamento Bocci, di cui prese il comando.
Fu fondatore e redattore del notiziario “Pioggia e vento”
Si distinse in diverse operazioni, comandò l’occupazione temporanea, di Bragno e Pontinvrea.
Il 28 ottobre, festa del Fascio, sabotò la linea ferroviaria Savona- S. Giuseppe, facendo deragliare in piena galleria, un treno tedesco, recuperando un ingente quantità di vestiario, prodotti alimentari e bloccando per alcuni giorni questa linea ferrata.
Nella notte, tra il 2 e il 3 di novembre, il distaccamento Bocci, si cimentò in un’azione di rilievo, dopo una marcia forzata di circa 60 km, in condizioni meteo pessime, Nincek al comando di 80 Garibaldini, accerchiò un bunker, nei pressi di Varazze e disarmò i 23 marò, che lo presidiavano e li convinse ad aderire alla causa partigiana, rafforzando così gli effettivi del distaccamento Bocci.
Il primo e il sedici novembre del 1944, ci furono due grandi rastrellamenti fascisti, tanto devastanti, da indurre il comando della seconda Brigata, a ripiegare su Osiglia, il secondo ancora più a vasto raggio, tra il 28 e 29 novembre, portò alla dispersione di tre distaccamenti partigiani, i Sambolino, Wuillermin e Bocci e in uno di questi rastrellamenti, il 16 novembre, fu catturato Gianni Iannelli, non si conoscono i particolari della sua cattura, non c’è una assoluta certezza di come si sono svolti i fatti, mancando qualsiasi testimonianza certa.
Ma secondo Maurizio Calvo nel suo libro “Eventi di Libertà” il partigiano Angelo Baeli “Moro” racconta una sua versione dei fatti, Nincek era andato a trovare una ragazza, conosciuta Varazze, ma probabilmente era stato riconosciuto e qualcuno, una spia, aveva avvertito la San Marco, che gli tesero un agguato sulle alture di Varazze, in un luogo imprecisato, tra Sanda e i Piani d’Invrea e ucciso il 28 novembre 1944.
La data dell’uccisione di Nincek, concorda con quella di Goffredo Conte, mentre per il il ministero della guerra, risulta deceduto il 28 dicembre 1944.
Libertà, giustizia e verità, non sono concetti astratti o slogan, ma valori, che provengono da quella lotta, dal sangue versato per ideali di pace, fratellanza e benessere sociale, contro ogni fazioso criminale egoismo.
Il comandante del distaccamento Bocci, Gianni Iannelli ex Tenente dei San Marco, una medaglia l’avrebbe meritata o quantomeno, la sua città e Varazze, avrebbero dovuto ricordarlo, dedicandogli una strada, ma anche solo una carrareccia, uno di quei sentieri senza importanza, che portano in montagna o scendono al mare, la motivazione?
Ebbe il coraggio, di fare una scelta.
Gianni Iannelli Nincek, riposa nel cimitero di Altare.
La storia di Gianni, in una riflessione, fondata sull’analisi dei fatti e della supremazia della ragione sull’odio, è anche un’esortazione, a sfuggire alle tentazioni della violenza, del fanatismo, dell’odio razziale, religioso o di opinione, che sono come un piano inclinato, che scivola verso la disgregazione, la povertà fisica e intellettuale, ieri causa dei campi di sterminio, un domani causa di altre tragedie.
“Tuttavia sfogliando le pagine sbiadite, ma incancellabili del libro dei ricordi, alcune più intense, altre meno o molto dolorose e tragiche, mi ritorna chiara l’immagine dello sguardo e del viso di quel giovane ufficiale, venuto dal sud e del breve periodo, in cui fummo fianco a fianco, dell’ultima volta che ci lasciammo, con un arrivederci all’incrocio di un sentiero e infine la notizia che l’avevano fucilato.”


“Iannelli è stato ucciso dau pin grande”, un’albero che si ergeva a lato mare del tratto, in discesa della strada romana, prima della vista di Varazze. “Il corpo senza vita di Nincek, fu trasportato con una lesa, (un carro senza ruote) in città.”
Questa è la testimonianza di Lina Ghigliazza, ancora oggi abitante in località Vignetta.

Ricorda, i mazzi di fiori sul luogo dell’esecuzione, periodicamente rinnovati, posati vicino a quella grande pianta e quel cartello, con su scritto, Via Iannelli, affisso sopra la lastra di marmo, che ai piedi della salita, indica l’inizio della Strada Romana.

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