S.Maria in Latronorio, d’Areneto e del Crocifisso

Castello d’Invrea

Domenica ‎18 ‎aprile ‎2010, il FAI organizzò una visita guidata al Castello d’Invrea. Eravamo un bel gruppo numeroso, ad attenderci all’entrata, Tommaso, Giorgio e Giulia Invrea, che ci guidarono nella visita delle loro proprietà.

In primis, la meraviglia del parco, con la ghiaia sotto i piedi, del lungo viale che conduce al castello, molte le piante centenarie, da qualche parte ci doveva essere un Cedro dell’Atlante, inserito nell’elenco degli alberi monumentali del parco del Beigua

Il Castello d’Invrea, si erge nel mezzo del verde scenario della Punta d’Invrea , struggente bellezza, a picco sul mare.

Abbiamo visitato il piano terra, con gli ampi saloni, i pavimenti in legno, i quadri di famiglia e gli arredi

A distanza di tanto tempo, ancora ricordo, come un flash, la vista che si godeva dalle grandi finestre, dei saloni, con il blu del mare e l’azzurro del cielo.

Altra meraviglia erano, volgendo lo sguardo verso il basso, i giardini all’italiana, purtroppo in stato di degrado, come del resto tutta la parte esterna dell’edificio, che necessitava di manutenzione.

I fratelli Invrea, giustificarono lo stato di fatto, con gli esosi costi, necessari per la cura dei giardini e la manutenzione degli edifici, che sono tutelati dai Beni Culturali e Paesaggistici della Liguria.

Il 23 marzo del 2006 fu confermata dal Ministero dei Beni Culturali la dichiarazione di interesse culturale particolarmente importante del Complesso “Villa Centurione Invrea con giardino e pertinenze ed annessa Chiesa di S.Maria in Latronorio o del Crocifisso”

Guidati dalle guide del FAI e dagli Invrea, varcammo la soglia di quello scrigno di bellezza e di storia, la Chiesa di S.Maria d’Areneto, chiamata anche, in Latronorio e del Crocifisso.

All’interno, in semioscurita’ il grande crocifisso bifronte, di scuola giottesca, che leggenda vuole, sia arrivato via mare dalla Palestina , poi gli affreschi e i marmi di quella piccola chiesetta, una delle più datate della nostra città

Le foto scattate, quel pomeriggio, non rendono giustizia di quella che è una delle più importanti testimonianze di fede, carità e di storia della nostra città.

E’ stata una bella giornata, in visita in quella che è la parte più bella di Varazze, dove grazie alla famiglia Invrea , abbiamo potuto ammirare un’importante pezzo di storia della nostra città, in un’ambiente naturale, un grazie anche al FAI per le sue iniziative di primavera.

Come quasi sempre succede, dopo aver ammirato un’opera d’arte o un altro manufatto, chiesa, castello ecc mi documento!

E così feci, anche quel giorno, quando ritornato a casa, cercai notizie della storia di quella chiesetta.

La storia di S.Maria in Latronorio, ma anche di tutto quel comprensorio che comprende, il Latronorio, Portigliolo e S.Giacomo, è incredibilmente ricca di episodi, traversie e….. dicerie.

Quasi sempre, il pensiero del popolo verso i potenti, è azzeccato, come emerge nella lettura di un libro d’epoca del 1859 “Scritti letterali di Tommaso Torteroli 1859” una specie di libro di aneddoti, storie e leggende popolari del nostro comprensorio.

Da questo libro, ho digitalizzato, fedelmente, il racconto “Il Monastero di S.Maria di Areneto”, lasciando tutti gli errori di stampa e le parole “arrangiate” dell’autore, chi ha la pazienza e il piacere di leggere, trova il racconto in calce a questo post.

 Fu Maria Del Bosco, che il 9 febbraio del 1192 donava a fra Damiano della Badia di Tiglieto, il vasto comprensorio detto del Latronorio, che comprendeva, la Punta d’Invrea e la valle dello Spurtigiò, perché vi edificasse una Chiesa, che sarà poi S.Maria in Latronorio, un convento, ed un’ospedale.

Villaggio alla foce del Portigliolo

La donazione in realtà fu una dannazione! Troppo arduo debellare il crimine da quella zona malfamata che in alcune carte topografiche, dell’epoca era chiamata Latrones, ladri, periglioso anche il navigare in quelle acque con le scorribande dei pirati che avevano un loro covo nell’insenatura del Portigliolo, briganti e malviventi infestavano anche le foreste del Latronorium.

E’ scritto che fu la popolazione locale e degli armigeri al soldo dei Del Bosco che diedero manforte ai monaci e dopo ben diciasette anni di scontri armati, riuscirono nell’intento di rendere più sicuro il Latronorium

Il comprensorio Invrea S.Giacomo a metà del 1500 a seguito della guerra fra Carlo V e Francesco I fu soggetto nuovamente a scorrerie dei pirati e il Latronorium diventò ancora una volta rifugio di tagliagole.

Nel periodo di permanenza dei monaci Cistercensi e Vallombrosiani il comprensorio Invrea – S.Giacomo, fu crocevia di pellegrinaggi, assistenza e cure.

Quelle vere e proprie terrazze sul mare, dei Piani d’Invrea e dei Piani di S. Giacomo, erano grandi produttrici di frutta, primizie e verdura, commercializzate nelle citta limitrofe, grandi produzioni agrarie, rese possibili, grazie alle opere idrauliche, per irrigazione e uso potabile, ideate e messe in opera dai due ordini monacali presenti nel Latronorio, i Cistercensi e i Vallombrosiani.

Il Latronorium era uno dei rarissimi luoghi in Italia, dove a poca distanza coesistevano, due convitti maschile e femminile.

I monaci di S,Giacomo, si recavano ogni giorno, per officiare le messe, presso il convento delle suore di S.Maria.

Di questo ne fa menzione nel libro Tommaso Torteroli, che addiritura riferisce di un fantomatico percorso porticato, fra i due luoghi di culto “La qual comunicazione ha dato luogo a novelle che nuociono alla santità dell’istituto monastico; ma chi ha mai posto mente a simili calunniose Invenzion”

Le malelingue popolari, che riferivano di tresche amorose, all’interno del monastero, sono messe a tacere nel libro, negando l’esistenza ai Piani di S.Giacomo, di un monastero dei Vallombrosiani .

S.Giacomo in Latronorio

A suffragio di questa affermazione, era l’assenza da diversi secoli, di un luogo di culto, ai Piani di S.Giacomo, solo dei ruderi all’apparenza simili a una casa colonica, utilizzata come deposito di fieno e stalla.

Il Monastero di S.Maria di Areneto

Passeggiata 1

Con occhio chiaro e con affetto puro (Dante par.6)

Il brano è stato tratto da “Scritti letterali di Tommaso Torteroli 1859”

Questo scritto è dedicato a David Bertolotti che nel suo “viaggio in Liguria non fece caso alcuno al paesetto d’Invrea.

Chi parte da Savona in calesso sull’ora di sesta e se ne va verso Genova, può molto prima di nona arrivare ad lnvrea, lasciandosi dopo le spalle la florida e giuliva contrada delle trimembre Albissola, lo stretto e malinconico paese di Celle, e il borgo popoloso e amenissimo del castello di Varazze.

Invrea non è altrimenti un villaggio nè un casale, ma è una borgata con un grosso podere, e secondo di qua molto fertile ed ubertoso. La strada nazionale traversa pel lungo il suo territorio, e andando piana un buon tratto, procede ora in mezzo ai boschetti di pini e d’abeti, ora in mezzo alle roveri e ai lecci, ed ora infine in mezzo alle vigne e agli ulivi e alle altre piante da frutta. Sull’ultimo lembo della pianura sorge un palazzo molto bello a vedere; palazzo che posto sul ciglione di ripida collina, ha l’aspetto di un antico castello; al quale si salisce da questa parte per una via’ malagevole ed erta, ma vi si giunge dall’altra per lo più commodo e delizioso sentiero.

Desiderando da lungo tempo di visitare questo sito d’Invrea, io mi vi sono recato in questi giorni passati, e avendovi per fortuna trovato un amico, che è la più colta e gentil persona che si possa incontrare, gli apersi il fine della mia passeggiata: ed egli presomi per mano come si fa coi compagni più cari, mi offerse l’opera sua, e fattosi tosto mia guida, cosi incominciò;

Invrea, cognome d’una famiglia di patrizi di Genova, non è l’antico nome di questo luogo: il quale, se si parla della pianura, chiamavasi l’Areneto, ma se si parla invece della valle che separa questa collina da quella, chiamasi Latronorio. L’etimologia di tali nomi è inutile ricercarla; ma questo per la natura del terreno può darsi benissimo che venga da Latro, sembrando ancora al presente una piccola macchia in cui i malfattori si potrebbero nascondere: mentre quello all’opposto non ha da far nulla con le arene del mare, essendo da esso elevato a cosi considerevole altezza.

Il torrente poi che scorre in mezzo a codesta valletta si appella Porticiolo dal seno, credo io, in cui va a metter foce, che è un pelaghetto dove stanno al sicuro dalle tempeste le barche dei pescatori della riva vicina. L’altra collina finalmente si chiama col nome di San Giacomo per la ragione che farò palese fra poco.

Le notizie di questo luogo d’Invrea incominciano dal tramonto del secolo XII, imperciocché nel 1191, o nel 1192, vi fu eretto un monastero di monaci cisterciensi; discesi probabilmente dall’ Abbadia del Tiglieto, edificata molti anni prima dal B. Pietro da Fermeté. Questo monastero dedicato alla Vergine si chiamava S. Maria de Areneto ed anche S. Maria de Latronorio: e da principio fu abitato come ho detto, da monaci cisterciensi, mentre coll’andare del tempo fu cangiato in chiusura di monache della medesima regola. Le quali vi stettero sino al settimo lustro del secolo XVI, epoca in cui loro malgrado l’abbandonarono per essere troppo distanti dai grossi borghi, e perciò troppo esposte alle incursioni dei barbareschi detti da noi Saracinì. Oltre di che Ariadeno Barbarossa aveva sparso da per tutto lo spavento e la desolazione, e dopo d’avere infestato la Sicilia ed il regno di Napoli, avrebbe potuto volgere ‘ le prore alle coste ‘ della Liguria.

L’epoca in cui le monache succedettero ai monaci non è ben certa; ma questi han posseduto questo asilo di pace almeno sino al principio del secolo XIV.

D’ un altro monastero si fa menzione in una bolla di papa Innocenzo IV, che s’ intitolava San Giacomo de Latronorio, e che secondo si pretende sorgeva su di quella pianura». E questo monastero apparteneva ai monaci di Valle Ombrosa, i quali si recavano ognindi ad ufficiare la chiesa delle monache loro vicine. Ancora al presente si vuole scoprire i resti del convento, i muri della chiesa e la via fatta in forma di chiostro, per cui questi religiosi da un monastero se ne andavano all’altro. La qual comunicazione ha dato luogo a novelle che nuociono alla santità dell’istituto monastico; ma chi ha mai posto mente a simili calunniose Invenzioni !

Or se è vero, come sembra, che codesto monastero di S. Giacomo non sia mai esistito, e che la sopradetta bolla si debba interpretare con diversa interpretazione, le rovine che ancor rimangono sono ben altra cosa da quello che insino a qui si è creduto da molti, e i maliziosi racconti cadono a terra da lor medesimi.

E ciò tanto più ragionatamente, imperciocché in questo stesso sito vi furono in tempi meno lontani diverse manifatture; onde i ruderi che si dicono appartenere a convento di monaci, possono essere avanzi di fabbriche di tutt’ altra natura. E cosi debb’essere stato; conciossiacosaché se i monasteri dei monaci sorsero presso quei delle monache in oriente, in occidente però e specialmente in Italia non si fece mai prova di una vicinanza cosi pericolosa.

E siccome questa stessa novella dei due monasteri l’uno all’altro vicini si racconta non solo per questo d’Invrea, ma ancora per diversi altri di questa nostra provincia medesima, cosi si può scorgere facilmente in qual conto si debba tenere: conto che bisogna fare specilamente considerando che il costume castigatissimo di noi italiani abborre al tutto da somiglianti sconcezze.

Lasciando poi le monache il loro albergo solingo, lo cessero all’ Ospedale della Misericordia di Genova, ora chiamato di Pammatone, il quale verso il tramonto del secolo lo diede ad un’lnvrea, e da questo e dagli eredi si prese a chiamare con questo nome.

Gli Invrea poscia edificando questo palazzo, lasciarono andare in rovina l’antica fabbrica, che già doveva avere grandemente sofferto; tuttavia però se ne vedono ancora la fondamenta, e fra le altre cose si discerne l’albergo dei pellegrini, si trova il luogo in cui si seppellivano le monache, si vedono le stanze. del sacerdoti e quelle ancora dei servi del monastero.

D’un cosi grandioso edifizio altro ora non rimane che la chiesa. La quale per la devozione che si professava alla Vergine, era visitata da molto po- polo nelle principali solennità dell’ anno; nè mai solcava quest’acque gondola, navicello o galera, che non la salutasse eziandio da lontano.

Queste cose mi diceva la mia guida espertissima mentre andavamo passeggiando intorno a quelle rovine circondate da viali lietissimi, ed ormai prossime a scomparire per sempre; frattanto ci avvicinammo alla chiesa: e per questa, soggiunse voi non avete più bisogno di me, onde io pongo fine a ‘ queste notizie. Ed io senz’altro mi feci a visitare questo piccolo santuario, che anche al giorno d’oggi è in molta venerazione.

Questa chiesa pertanto, benché guasta dalle ristorazioni del secolo passato, conserva ancora un» parte della sua struttura primitiva: per io che, a dirne tutto in poche parole, si può noverare fra le chiese più antiche della nostra contrada. À poca distanza dal palazzo, e in mezzo a piccole case da contadini s’ alza essa rimarchevole pel suo gotico aspetto, per cui può offerire a un artista una molto lieta veduta. E fra le varie altre cose è ancor quale era a principio il suo atrio e la sua torre delle campane.

Quest’atrio cinto intorno da muri coronati d’’archi di sesto acuto, ha la facciata di pietre nere molto bene scarpellate, le quali alternandosi con altre pietre biancastre simili al marmo, danno alla medesima il più grande risalto. Si discende nell’atrio per sette scalini, e il muro della chiesa ancor rustico aggiunge pregio al sacro suo orrore. Il tempio grande anzichenò ha dai lati parecchi archi della fabbrica antica, a cui appartiene anche il pavimento marmoreo del presbiterio. É altresi incrostato di marmo il sito in cui si comunicavano le monache: ornamento fatto in forma di stipite con intagli del secolo XV , e con una scoltura rappresentante il Padre Eterno. All’altar maggiore vi è un quadro di buona’ maniera: all’altare a destra vi é un dipinto pregevole per la sua antichità e questo dipinto è una croce assai grande, con sopra L’immagine del Redentore. In un muro poi della sacristia si trovano due lapidi sepolcrali scritte in carattere gotico, la prima delle ‘quali dice cosi:

Homo respicet. Quoti es fuit, quod sum erit Patres Reverendi orate prò anima Dabidinni de Nigro. MCCLXXI de mense madii factum fuit.

E l’altra dice:

Sepulcrum Jacobi ex Dominis de Quiliano et Mariettinae uxoris eius. MCCLXXIl.

Ricopiando la prima lapide io risi un poco pei suoi tre solecismi in tanto poche parole coll’aggiunta d’un barbarismo: insieme con me rise ancora la mia guida che non si scostò mai dal mio fianco. Appresso feci queste memorie, e prendendo da essa commiato me ne tornai alla mia terra, credendo d’aver raccolto pur qualche frutto dal mio breve pellegrinaggio, quantunque le iscrizioni poco in vero felici, abbiano delusa la mia aspettazione.

Avendo intanto, come ho per costume, subito ripigliato i miei studii, senza fare alcun conto della prima di codeste iscrizioni da cui non fu sol- leticata per nulla la mia curiosità, ebbi vaghezza di saper chi fosse questo Giacomo dei Signori di Quiliano nominato nella seconda. E rivangando a tale effetto assai carte antiche, dopo molte e noiose ricerche ho potuto, come a Dio piacque, arrivare al mio intento. Onde ecco quel che ho trovato disteso in brevi parole a mo’ di piccola cronaca nel mille cinquecento venticinque. Iacopo di Quiliano figlio di Sigismondo quondam Sigismondo, avendo fatto prima la fedeltà al Comune di Saona, l’anno 1256 fece la fedeltà al Comune di Genoa. Per la qual cosa cadde in ribellione. Or questo Iacopo vendette una mezza parte del castello di Quiliano a Madonna bianca De Auria, e parimenti un’ altra mezza parte del castello medesimo a Messer Odoardo Spinola. E si questi che quella rivendettero i loro diritti al Comune di Genoa. Il quale andò per ciò al possesso del detto castello e lo tenne per lo spazio d’anni 61, cioè dal 1256 sino al 1317. Il Comune di Saona però fece richiamo a Cesare di quell’usurpàzione; e avendo provato che il detto Iacopo di Quiliano non aveva diritto alcuno sul detto castello, si lo ricuperò

foto b/n Archivio Fotografico Varagine

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