
14 aprile 2021
Sempre noi, viaggiatori nel tempo, arrivati, nell’età del bronzo, in una notte buia e senza luna, lungo una mulattiera che da Casanova saliva verso le Faje, avremmo visto, in direzione du Gruppin, la luce di alcuni fuochi.

Erano dei falò, che ardevano, presso alcuni ripari sotto roccia, sul versante sud del monte Greppino, sopra Campo Marzio, in una località non a caso chiamata Agugiaie, da agugia come le pietre a punta.
Qui si ritrovava per passar la notte, dopo una giornata “fuori casa” a proccaciar del cibo, un gruppo dei nostri antenati.
E pe teitu, na pria.

La vetta del Monte Greppino, capace di attirare fulmini, durante una tempesta, era ritenuto luogo sacro e inviolabile.
Ma le sue pendici sud e tutta la zona circostante, erano luoghi di frequentazione umana, a partire dall’età del bronzo, continuata poi con il popolo dei Liguri e fino a qualche decennio fa, luogo di fienagione, pascoli e di coltivazioni.

L’agugia du gigante misterioso manufatto in pietra.
I nostri antenati, ci hanno lasciato, nella speranza che siano conservate e soprattutto non cadano nell’oblio , molte testimonianze litiche, manufatti, riconducibili a insediamenti prestorici.

Nel comprensorio del Monte Beigua, relativo al comune di Varazze, il primo manufatto litico, come grandezza e importanza è l’incredibile Sentiero Megalitico, grandiosa opera, con molti misteri ancora da svelare, poi nei boschi o in qualche radura, un susseguirsi di menhir, dolmen, pietre scritte pietre fitte e recinti in pietra !

Ma a girovagare, fuori dai sentieri battuti, si scoprono, anche se interrate, dirute o depredate, innumerevoli altre tracce di insediamenti umani, con una costante fissa, che si percepisce quando si è al cospetto di un manufatto in pietra, quella del duro lavoro, tramandato da generazioni di contadini/allevatori, che traevano tutto il loro sostentamento, da un’incredibile infinita sequenza di terrazzamenti.
Per tiò sciù de niè de figgi, i nostri avi modificarono radicalmente il territorio, con e fasce, erette per rendere fertili, gli acclivi pendii dei nostri monti, un patrimonio a cui è stato dato l’altisonante nome, di Cattedrali di Liguria, forse nel disperato tentativo, che tale riferimento religioso, li preservi da un destino irreversibile di rovina.
Ma a nulla è servito, oggi la gran parte de mascee di nostri bricchi, sono abbandonate e completamente invase da un fitto sottobosco, che ne sta accelerando la loro definitiva scomparsa.

Questa zona è stata valorizzata dalla nostra “circonvallazione a monte” il bel tratto di strada che unisce le “Ville Megalitiche”, ovvero Alpicella e Faje, con bellissimi scorci panoramici, verso l’abitato di Varazze e il mare.
Transitando in direzione dell’Alpicella nel periodo invernale, poco prima di una curva, si ha anche un bello scorcio, verso le Alpi, con l’inconfondibile sagoma innevata del Monviso.

Prima di questa curva, a valle della strada, dove è ben visibile una quercia centenaria, ci sono almeno due probabili ripari sotto roccia, oggi completamente interrati e invasi dalla vegetazione del sottobosco e da alcuni alberi .

La tipologia di questi rifugi è comune ad altri ripari sotto roccia, che si trovano sparsi nel nostro entroterra e sul Monte Beigua. Difficilmente o meglio quasi mai, i nostri antenati trovavano pietre già pronte a uso rifugio e dotate di tutti i confort…. quando un gruppo di cacciatori/ raccoglitori, arrivava a colonizzare un territorio, cercava delle grandi rocce, al disotto delle quali poter scavare il suo rifugio per ripararsi dalle avversità meteorologiche, accendere un fuoco, nelle freddi notti invernali e tener lontano nemici e animali.

Per scongiurare possibili, crolli, rinforzava con pietre la stabilità della grande roccia, sotto la quale trovava rifugio e poteva così dormire sonni tranquilli….

Queste pietre accatastate a formare dei muri, oggi si trovano ancora incastrate sotto le gigantesche ciappe, altri muretti a secco, che si trovano nelle vicinanze di un riparo sotto roccia, fanno pensare di essere al cospetto di un rifugio scavato qui dai nostri avi.

Chi scelse di stabilirsi in questa zona, fece la scelta giusta, questo luogo, la zona che sovrasta la località Campo Marzio è molto soleggiata, ha lì vicino delle sorgenti d’acqua e gode di una grande visibilità, potendo spaziare con la vista in campo libero, su tutto il territorio di quello che oggi è il Comune di Varazze e le zone limitrofe, in grado di scrutare l’orizzonte, per prevedere il meteo e da questa altura dominare gli spostamenti di altre genti e degli animali da cacciare.

Questo territorio è molto interessante dal punto di vista archeologico, scavando è possibile trovar tracce e testimonianze di antiche presenze di esseri umani, ma a chi può interessare oggi un mucchio di pietre quasi interamente fagocitato dalla vegetazione?

Poco prima, in un altro spiazzo, dove lasciare l’auto, sempre a valle della strada, una grande pietra, forse un menhir, giace abbattuto in una zona molto suggestiva, con un’impagabile vista verso il mare.
Nella zona a monte della circonvallazione , e Gruppine, un’invaso dell’acquedotto, che riceveva le acque da e Vinvagne de Prialunga, Bertuli e du Lutin, con una condotta, su cui premeva, un dislivello di oltre trecento metri, alimentava a Fabrica da Lusce in località Posi.
Nella zona sottostante, tra i rii da Cadunna e Puntiscelli è ancora visibile la ferita di una gigantesca frana, quella che ha travolto, a novembre del 2019, la zona di Campomarzio, con un gigantesco smottamento, che ha distrutto alcune cascine, abbattuto centinaia di alberi, interrompendo per alcuni mesi la viabilità.

La circonvallazione, Alpicella Faje ha portato anche qui, la solita rumenta, scaricata furtivamente, magari nottetempo, lontano da sguardi indiscreti.
