Ninu! Tou ranchi u Lesu?

Tratto da “Olio di Oliva e Cotone” di Giovanni Martini

Sulla strada del ritorno dalla spiaggia, si effettuava quasi sempre una tappa obbligata, presso le macchine dispensatrici di “cincin gomma” 3 palline per 10 lire.

L’igiene alimentare degli anni “60 era tutt’altra cosa.

Le palline erano conservate in queste macchinette dall’aspetto anche vetusto, con le plastiche cotte dal sole e l’alluminio ossidato a volte qualche formica gironzolava all’interno di quella cupola trasparente.

Quelle Cin Cin Gomme erano sottoposte a tutti i tipi di condizioni meteorologiche pioggia vento sole freddo.

E qual’era il contenuto di quelle palline i cui ingredienti nessuno sapeva?

Ma al termine della masticatura, non erano buttate a terra, come si fa oggi!

Erano conservate dentro un bicchiere con un pò d’acqua, pronte per essere rimasticate il giorno successivo.

Erano gettate via solo quando si erano troppo indurite.

Passarono alcuni anni, avevo imparato ad andare in bici.

La mia prima bicicletta, era di recupero, sistemata alla belle e meglio , aveva ancora i freni a bacchetta, le ruote erano da ventuno pollici.

Con questo ferrovecchio percorsi un numero impressionante di chilometri.

Anche i miei amici si erano velocipizzati e con il nuovo mezzo di locomozione, potevamo scorrazzare nei dintorni.

E con l’arrivo della bella stagione, era il mare il nostro nuovo obiettivo.

Non più solo il molo del Teiro, ma in direzione ponente, nella spiaggia libera dopo i Bagni Torino.

Qui dopo la costruzione del porto turistico, si era formata una bella spiaggia di sabbia fine.

I molo grande del porto, proteggeva efficacemente questo tratto di battigia, anche durante le mareggiate.

Quando entrava il vento di scirocco, allora aumentava il moto ondoso ma aumentava anche l’apporto di sabbia prelevato dall’arenile della città

Era un bel posto, soprattutto per noi ragazzini, il fondo basso si prestava ad ogni sorta di gioco d’acqua e la vicinanza del porto ci svelò un nuovo mondo, fatto di lussuosi Yacht, molti di essi marchiati con il nome di Baglietto, il famoso costruttore di Varazze

Entrati in acqua a differenza delle altre spiagge, si toccava il fondo anche a parecchi metri da riva, ideale per chi come noi non sapeva nuotare.

Io simulavo il movimento natatorio, toccando il fondo con le mani.

Qui mio papà, mi insegnò i primi rudimenti del nuoto, sorreggendomi nell’acqua, dove non si toccava, e pronto a ripescarmi quando ero in difficoltà.

Anni ’70 – I fratelli Raffaele, Cristoforo e Ambrogio Colombo con l’amico Carosso nella zona del porto

Questo tratto di litorale, era destinato all’alaggio delle barche gozzi lancette gommoni, che innumerevoli sostavano sulla spiaggia.

Spesso noi ragazzini davamo una mano, durante le operazioni di entrata e uscita dall’acqua delle imbarcazioni.

Come prima operazione bisognava far scendere la barca dal “vaso” che era il supporto in legno, fatto su misura, pe tegnì a barca drita.

L’imbarcazione era fatta scivolare sopra i “legni”ma se il punto di partenza era lontano dall’acqua, allora i legni non bastavano e bisognava essere lesti a recuperare i legni, su cui era già scivolata la barca e posizionarli davanti alla prua.

Arrivati in prossimità dell’acqua, si ultimavano le operazioni di carico del materiale e si agganciava il motore al suo supporto se la propulsione era fuoribordo.

Si piantava u lesu, il tappo di sughero nel foro di drenaggio dello scafo.

Stesse operazioni fatte al contrario, quando l’imbarcazione rientrava, ma lo sforzo era decisamente più arduo visto il dislivello da superare.

Fine anni ’60 – Varo del Gozzo di Fausto. Costa con Carattino, Prato, Ferro, Cerruti e Prato G.

Imparammo nuove parole in dialetto, termini marinari fino ad allora per noi sconosciuti, tipo “Ninu ranca un po u lesu” tradotto, togli il tappo dallo scafo, per far defluire l’acqua accumulata sul fondo dell’imbarcazione.

Questo compito spesso era affidato a noi, agili ragazzini mingherlini, il tappo era al centro della chiglia e serviva dare un colpo sul sughero, per farlo uscire dal foro vero l’interno dell’imbarcazione.

A volte erano parecchi i litri d’acqua che erano stati imbarcati e allora si doveva inclinare la barca per far defluire il liquido.

Erano quasi tutte barche da pesca, dal gozzo con entrobordo munito di lampara per la pesca notturna, al gozzetto con l’indistruttibile motore Seagull e le lance e lancette con propulsione umana.

In questa spiaggia dalla sabbia bianca e finissima l’elenco delle cose, che si potevano trovare a spiaggia negli anni 60/70, si arricchisce con la presenza di carcasse di pesce o crostacei sotto misura trovati impigliati nelle reti e lasciati alla mercè della colonia di felini che oziavano pigramente ma ben pasciuti all’ombra delle barche.

Quelli erano gatti fortunati!

Non dovevano correre dietro a topi o far l’agguato ai passeri, ma solo aspettare l’arrivo del pescato e far le fuse a quegli uomini bruciati dal sole e dal sale.

Molto diversi dai gatti di via Montegrappa, tutti pelle e ossa perennemente a caccia de ratti, sgrigue, rane, bisce, osceletti.

Raramente ospitati in casa, ma solo per un breve spuntino, fatto con gli avanzi di cibo e se il micio, specie nel periodo invernale, voleva restarsene ancora un pò al calduccio, era convinto del contrario e per questo era sempre pronta la scopa.

In un disperato tentativo si rifugiava sotto al divano ma anche lì arrivava il manico della scopa.

Alcune barche,erano lasciate all’ancora, nello specchio di mare antistante.

Quando acquisimmo una certa padronanza, con l’arte del galleggiamento, queste imbarcazioni diventavano obbiettivi da raggiungere per poi salire sopra e fare i tuffi.

Sulla spiaggia, tra le barche, le coppiette mettevano gli asciugamani a ridosso degli scafi, per nascondersi alla vista in cerca di un poco di intimità.

Ma u l’ea u segnu che u redossu de quella barca u l’ea sa occupò. Quell’asciugamano era il segnale che il posto nascosto dalla sagoma della barca era già occupato.

C’era anche un pò di andirivieni di persone adulte uomini e donne, dall’interno delle innumerevoli baracche, in legno a ridosso della montagnola, che fungevano da riparo per le barche e le attrezzature da pesca…ma non solo..

foto “Archivio Storico Fotografico Varagine”

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