Ben eitu u Cuin-a (prima parte)

In questo post descrivo le cose, che mi ha raccontato un amico e collega di mio papà.

Vorrei con questo scritto, ricordare la generazione dei nostri papà e mamma, uomini e donne del novecento che hanno vissuto le tragedie della guerra, ma che poi hanno saputo ricostruire dalle macerie, con le proprie forze, case e città, dove lavorare e crescere dei figli in una società più semplice e solidale, di quella di oggi, la nostra.

Ringrazio Benito e Marino Piombo e Vera Zolesi, grazie a loro ho potuto scrivere questo racconto di cose e fatti accaduti al confine o in prossimità del comune di Varazze

Benito Piombo classe 1932, amico e. collega di mio papà u Gino, insieme lavoravano alla Tubi Ghisa di Cogoleto. La generazione degli anni 30, ha vissuto il dramma della seconda guerra mondiale ha avuto ben pochi passatempi e perso molto presto, la spensieratezza della gioventù, già da ragazzini erano parte attiva, insieme alle persone anziane, due generazioni quella dei nipoti e dei nonni indispensabili, per sgravare il duro lavoro dei campi o nei boschi di genitori, fratelli e sorelle.

Già nell’età ad una cifra, eccoli, questi ragazzini intenti a portare al pascolo mucche e pecore dar loro il fieno e pulir stalla e pollai, galline e conigli da accudire, poi ancora la raccolta di frutta e verdura.

I primi a raggiungere i prati della fienagione, erano i ragazzini che dovevano bonificare le zone prative dai sassi.

Ragazzi cresciuti troppo in fretta alcuni con ricordi di atrocità viste, vissute e lutti famigliari, ma finita la guerra, capaci di ricostruire l’Italia distrutta da un inutile conflitto e lo fecero con lo slancio dei loro vent’anni

L’appuntamento è per le h.15 dalla casa di Marino in ta Canaetta, ci siamo accordati io Marino, Benito (Beneitu) e Vera per andare a vedere l’ex fornace in località Isulun de Sciarburasca, dove erano costruiti i mattoni di tufo, trasportati poi con una teleferica, e utilizzati, nell’edificazione dei padiglioni dell’ospedale psichiatrico de Pro Zanin.

Si sale verso u Muaggiun e si varca lo spartiacque, verso l’ampia valle Arrestra, Beneitu indica le pendici del Monte Sciguello qui negli anni 30/40 il comune di Cogoleto, affittava delle porzioni, di questo grande monte, diviso in lotti dal n°1 al n°22 alle famiglie ivi residenti, che ne facevano richiesta, per il pascolo, la fienagione, la legna da ardere e da costruzione.

Con il legname di scarto, si ricavava il carbone di legna, tramite distillazione , effettuata nelle carbunee.

Iniziamo la discesa, verso l’Eremo, Beneitu dà un nome, a tutte le zone, che lui ben conosce, rien, stradde, bricchi, tutti toponimi accompaganti dal “chi ghe discian….”

Dopo u Rian da Sera, la località In Persivà e a Funda, poi u Rian de Prialunga e prima delle mure che delimitano l’Eremo, la località de Bossan, una zona prativa, oggi coltivata e con alcune mucche al pascolo.

Quasi tutti gli edifici in alta val Arrestra, oggi sono di proprietà della Curia, l’Eremo nel 1860 con l’avvento del regno d’Italia fu confiscato e poi venduto ad un privato, con un lascito testamentario ritornò in possesso dei Carmelitani nel 1921.

Appena varcata la muraglia Beneitu, dice di rallentare l’auto e ci indica un antica vasca a bordo strada, in mezzo alla vegetazione completamente diruta e racconta, che il 26 luglio del 1944, lui era stato costretto con la forza, dai tedeschi, ad entrare insieme, con la sua famiglia e altre persone, dentro quell’invaso.

A Isula du Desertu si stava celebrando la festa di S.Anna, ad un certo punto nel pieno dei festeggiamenti, irruppe, un reparto di soldati tedeschi guidati dalle camice nere.

Furono atratti da alcuni spari, forse un segnale convenuto, esplosi per diletto da alcuni alpini, che presenziavano alla festa.

I militari dell’asse comparvero all’improvviso, sicuri di trovare dei partigiani o dei renitenti di leva fra le persone che erano li convenuti per festeggiare.

Ma era solo povera gente, dei dintorni, arrivata perlopiù da Sciarborasca, persone che si radunavano, per un momento conviviale, con i bambini che erano tutti intorno all’unico banchetto, che vendeva qualche leccaia e reste de nisoa.

Alcuni giovani intimoriti dall’arrivo della squadraccia, si diedero alla fuga, specie chi, pur non essendo in età da leva, poteva essere arruolato forzatamente e inquadrato nella delirante repubblica di Salò

I militari, tedeschi e fascisti, obbligarono in malo modo, i presenti, sotto la minaccia delle armi, a salire lungo la salita, oltrepassare il convento e fatti entrare in quella vasca, mentre rastrellavano i boschi sovrastanti, in cerca di partigiani o dei renitenti di leva, quella povera gente, fu usata come scudo umano in caso di sparatoria.

Non si sa, se quel giorno, c’erano dei partigiani, in quel bosco o se qualcheduno, riuscì ad avvisarli, di non sparare verso il basso, verso i nazifascisti, perché c’era il serio rischio, di colpire quelle povere persone, raggruppate e ignobilmente usate come potenziali bersagli.

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