Beneitu u Cuin-a ( terza parte)

L’ex casa dei Piombo alle Ciase è ben visibile, quando di ritorno dai Cien du Desertu, si scende la tortuosa e stretta strada, sempre obbligati ogni tanto, a far manovra in curva, a Ca de Ciase nel corso degli anni è stata rimaneggiata e ristrutturata, anche qui sono visibili le iniziali di Paulin Pesce, il papà di Piero Pesce mio zio

In questa casa, in cima al mondo è nato Beneitu, cresciuto insieme ai suoi fratelli e sorelle, in questo panoramico posto, tanti ricordi famigliari di lavoro, e fatica.

I ragazzini erano partecipi delle attività agricole, di allevamento e della filiera del legno, indispensabili, per sgravare il duro lavoro dei campi e nei boschi, per accudire gli animali, i fratelli minori e far le faccende domestiche.

C’erano anche momenti di convivialità, di passatempi, giochi, scherzi e risate fra fratelli e sorelle, anche di singolari accadimenti, come il raggio della Lanterna di Genova, che entrava dalla finestra di quella casa, in cima al mondo e illuminava ciclicamente per un attimo i letti dove dormivano i bambini e che serviva alla mamma, per controllare che tutto fosse a posto.

Beneitu era uno degli ultimi arrivati, in quella famiglia e come da prassi consolidata, erano i fratelli maggiori, che dovevano accudire quelli più piccoli, ma si sa la voglia di giocare era sempre tanta e allora, per non perder neanche un minuto di gioco, fu legata una corda alla culla di Beneitu, passante dalla finestra per farla dondolare, cosi facendo i fratelli maggiori, potevano cullare il pargoletto, senza interrompere i passatempi nel cortile di casa!

Ma uno strattone dato in malo modo, provocò il ribaltamento della culla, i fratelli spaventati dal forte tonfo, proveniente dalla camera da letto, corsero in casa, dove era Beneitu, ma furono terrorizzati da quello che videro….. la culla era capovolta e nessun segno di vita o di pianto, proveniva da sotto il materassino, che nascondeva alla vista il loro fratellino, pensarono al peggio, ma quando rivoltarono culla e giaciglio, scoprirono che Beneitu, stava serenamente dormendo e non si era accorto di nulla!

Lasciamo le Ciase e la Valle del Rio Eguabunna e ci dirigiamo verso la località Maluea, in direzione di Cugou, a sinistra poco prima de Pre Zanin.

L’Isulun è una zona della Maluea, poco oltre il centro abitato di Sciarborasca, così denominato, perché delimitato da due corsi d’acqua, dove è presente un affioramento di tufo, utilizzato negli anni 30, per la fabbricazione dei mattoni.

Nella fornace, la polvere era macinata e impastata con l’acqua, colata negli stampi e resa allo stato solido, tramite un forno a legna.

Serviva una quantità infinita di questi mattoni, per il costruendo Uspiò, fu geniale la soluzione escogitata, per il trasporto dalla fornace, fino alle edificazioni in corso d’opera all’interno del parco de Pre Zanin, effettuato tramite una teleferica attiva fino al 1935 con l’ultimazione del padiglione n°22.

L’Ospedale Psichiatrico era una vera e propria città autosufficiente, al suo interno vi erano circa 3000 persone, tra degenti, personale infermieristico, medico e lavoranti.

Sparsi in un’enorme area con 22 padiglioni, una fattoria, con una grande stalla e 35 capi di bovini che fornivano latte e carne, e altri animali domestici conigli, galline e non mancavano maiali e tacchini, alcuni appezzamenti di terreno erano a scopo agricolo con varie colture stagionali, in queste attività erano impiegati anche i degenti, che avevano il permesso per lavorare.

La famiglia Piombo forniva fieno e paglia per gli animali

Beneitu mi parla della disperazione, che regnava in quei padiglioni.

Leggendo sul web i fatti di cronaca accaduti in passato negli Ospedali Psichiatrici, si ha la percezione di un dramma nazionale, mai fino in fondo indagato, oggi si potrebbe rendere, anche se tardiva, giustizia, raccontando le storie dei molti ricoverati, con lievi patologie, oggi curabili, abbandonati dalle loro famiglie e precipitati nell’abisso della pazzia.

Anche casi di false diagnosi psichiatriche, per questioni di eredità o di bambini qui abbandonati in condizioni di inedia, per fame o malattie.

C’era chi era ritornato dal fronte e ricoverato a seguito di una qualche patologia psichica a seguito dei traumi subiti in battaglia, chiamati scemi di guerra.

Ma ci fu anche chi si finse malato, per evitare una sicura morte in guerra.

Ma Prato Zanino era anche una grande azienda agricola, che vendeva i suoi prodotti, dove i degenti erano inseriti nel mondo del lavoro, integrati e partecipi.

Fare un’attività fisica li distoglieva dai loro problemi psichici.

Finchè l’Ospedale di Prato Zanino era in funzione i malati erano curati e sorvegliati.

La scelta di chiudere Prato Zanino e di vendere alcuni padiglioni e di ristrutturarne altri, da immettere nel mercato immobiliare, fu fatta per ripianare il debito della Sanità Pubblica.

Ma le conseguenze di queste drastiche scelte, ricaddero sui pazienti, che ancora oggi non hanno una sistemazione definitiva, alcuni di loro, a seguito del trasferimento in altre strutture, si suicidarono

Sorsero come funghi società religiose/private, che accolsero questi malati e chissà se sono diminuiti i costi della sanità pubblica.

Ex manicomio Pratozanino: una gestione fallimentare dell’assistenza psichiatrica

Forse da rinchiudere in un manicomio,come disturbato di mente, era chi dichiarò da un balcone una guerra d’aggressione, già persa in partenza, lo stesso che mandò al massacro migliaia di italiani per poter spartire i bottini di guerra.

I morti ci furono, anche quelli di una guerra civile, dopo la resa dell’Italia dell’otto settembre.

Molti non ritornarono più dalla Russia dall’Africa e dalle acque del Mediterraneo, come Giuseppe Piombo fratello di Beneitu, disperso a seguito dell’affondamento, nel canale di Sicilia dell’incrociatore leggero, Giovanni delle Bande Nere.

Nelle piazze di molti comuni compreso quello di Varazze non hanno mai messo i nomi, di coloro che persero la vita a causa di un folle regime di terrore morte e di distruzione che governò per vent’anni il nostro paese.

Forse per vergogna ma anche perché si doveva dimenticare tutto alla svelta, finita la guerra già c’era un nuovo nemico la Russia il cui popolo, aveva pagato il più alto tributo con 26 milioni di morti civili e militari, per liberare l’Europa dal nazifascismo.

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