Beneitu u Cuin-a (ultima parte)

Oggi ho cercato Beneitu u Cuin-a, per telefono, avevo da chiedergli ancora alcune cose da inserire in questo racconto, gli ho chiesto quando potevo vederlo, senza recar troppo disturbo, lui mi ha risposto con il suo bell’accento zeneise, “Quandu ti o” e allora dopo mezz’ora, arrivo da lui questa volta non a casa di Marino ma in un’altra bella abitazione la casa del secondogenito Serafino, sempre a Casanova.

Beneitu è un fiume in piena, ha la memoria buona mi racconta dei suoi inizi di lavoro, con dovizia di particolari, quando possedere il libretto di lavoro era una conquista, perchè finalmente potevano essere versate le marchette per la pensione

Gli inizi di quello che fu il lavoro della sua vita, l’autista, fu con il mitico Dodge du Beigua, l’autocarro militare, lascito americano alla fine della seconda guerra mondiale.

il camion fu il primo veicolo a motore, che arrivò sul Beigua, passando da Piampaludo, attraversando la faggeta, perchè servivano alberi robusti, dove agganciare il cavo dell’argano, per superare acclivi pendii o togliere d’impaccio il mezzo.

Il Dodge fu guidato da Beneitu, qualche anno dopo, durante i lavori per la linea elettrica del Cotonificio.

Fu usato ancora per alcuni anni, nella zona Alpicella/Beigua/Piampaludo per trasportare terra e pietre, l’autocarro aveva dei consumi di benzina spaventosi e in seguito fu alimentato anche con due bombole di gas.

Lunghissimo l’elenco dei camion guidati da Beneitu, oltre al Dodge, il primo fu un Fiat 34.

L’Esa Tau della Lancia, detto il musone.

Per molti anni il Fiat 82, a suo parere il miglior camion.

Il super Orione dell’Om poi vari Tigrotti e Leoncini, sempre OM

e un Fiat il mod.42.

Lavorò per il corriere Rapido di Fabbriche di Voltri, e per alcuni anni anche in Sardegna, poi fu la volta di una ditta di trasporti di Padova, fece l’autista per la Stoppani e poi per la ditta Patrone di Cogoleto, nel 1971 entrò nella Tubi Ghisa poi Italsider.

Cogoleto, era dopo la città di Genova, il comune della provincia con il più alto numero di occupati, nel settore industriale in questa città rappresentato con tutte le sue specificità, Metalmeccanico, Chimico, Navale, Edile e della Sanità.

Con una stima verosimile, erano circa 4000, negli anni 70, le persone che trovarono lavoro a Cogoleto, anche provenienti da Varazze e Arenzano.

Mio papà lavorava alla Tubi Ghisa.

Stipendi regolari, tredici mensilità e concrete prospettive per il futuro, come quelle di formare una famiglia, crescere far studiare dei figli e comprare una casa.

Chiedo ancora a Beneitu, qualche notizie della Maluea, dove al nostro arrivo domenica scorsa, passati pochi minuti, si sono materializzati con un veloce passa parola, molti componenti della grande famiggia Ciungiu, nevi, nevetti, figgi da lalla e du barba ecc. ecc., tutti ben felici della visita di Beneitu alla Maluea.

Beneitu mi elenca tutte e cinque le famiglie Piombo, presenti in questa borgata e i legami parentali, impossibile per me ricordarli tutti.

Eravamo andati all’Isulun, dove c’era la fornace, l’edificio è ora riadattata ad uso abitativo e un cancello ne vieta l’ingresso, della grande filovia, restano ancora i segni dei basamenti dei piloni.

Si era parlato in auto dell’Impresa Pesce, nominiamo alcuni nomi di persone conosciute, e come non ricordare con simpatia u Carlettu.

Chissa se u l’è in ca?

Arrivò a Pre Zanin ghe vo pocu, Anche qui si fa tappa a salutar dei conoscenti, poi ecco lì Carletto, in piena forma!

Ci accoglie a casa sua, con la sua solita energia e quel suo vocione inconfondibile è contento di aver rivisto Beneitu, ci fermiamo a parlar con lui per almeno una mezzora.

Siamo alla fine di questo mio colloquio, Beneitu chiede qualcosa al nipote Francesco, indaffarato con il tagliaerba, poi mi parla dell’altro suo nipote Marco e mi dice “ Te vistu quantu u l’è ertu?” poche parole bastano, per capire l’affetto, che lega Beneitu ai suoi nipoti e alla sua famiglia.

Vorrei chiedergli ancora tante cose ma ancora una volta si è fatta ora di cena.

Vorrei chiedergli ancora qualcosa del periodo di guerra di parlarmi di quel periodo, ma la domanda l’avevo già fatta in precedenza e la sua risposta era stata, dopo averci pensato un po’ “Na brutta cosa a guera”

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