Un Giorno di Maggio

Ero con un mio collega, molto tempo fa, quando ancora ci si trovava a far quattro chiacchiere nella pausa pranzo.

Lavoravo in un’officina a Cogoleto

Un giorno mi disse:

“E’ una

bella giornata, invece che in trattoria, andiamo a mangiar due panini dalla Torre?”

La Torre Saracena di Arenzano, è quella che si trova a lato della chiesa del Bambin di Praga.

Immersa in un bel verde con bellissimi alberi di cipresso e pino domestico.

Ci si arriva dopo un paio di curve, prendendo la strada per la località Ceresa.

Ancora oggi, al cospetto della Torre, ci sono alcune panchine in cemento, dove quel giorno di maggio, ci siamo seduti, con pane mortadella e due lattine di coca.

Finito di mangiare, era uso fumare una sigaretta.

Era stranamente silenzioso quel mio collega, poi con un sospiro cacciò fuori una boccata di fumo e esordì dicendo:

“Sai una cosa, non è per caso che siamo qua” io chiesi il perché e per tutta risposta, lui inizio’ il racconto di una bella storia.

Quella di un suo amore giovanile.

La conobbe in una sala da ballo.

Era un giorno di maggio

Dovette insistere un pò per convincerla ad entrare in pista, perché lei nei balli lisci non ci capiva nulla.

Ricordo ancora questa frase “Lei era bella, con un sorriso che ti apriva il cuore”

Arrivò l’estate, insieme a lei la più bella della sua vita.

Poi quella storia fini’

Lei proprio li’ su quella panchina, guardandolo negli occhi le disse:

“Finiamola così, fra me e te, restiamo solo buoni amici”

Quel sorriso che lui amava, aveva scelto un’altro.

A questo punto, si mise a piangere.

Io non sapevo che dire, che fare.

La risposta più ovvia e banale era:

“Ma dai su, dopo tanto tempo! Ma-che-te’frega!”

Ma non diedi voce a quelle parole, perché capii, quanto lei era ancora importante per lui.

Mi disse:

“Ci vengo almeno una volta all’anno, sotto questa torre e così, come siamo io e te, mi siedo qui, su questa panchina, penso a lei sorrido, piango, le parlo e poi, prima di andar via, riscrivo il mio nome e il suo, nel solito posto in un angolino di questa panchina”

E mi fece vedere dove stava per scriverlo ancora una volta.

Finimmo quella strana e imbarazzante pausa pranzo e ritornammo al lavoro.

Poi la vita continua e accadono tante cose.

Le lacrime diventano solo teneri ricordi, a volte si sorride di quanto eravamo fragili, ingenui in gioventù

Dopo un paio d’anni cambiai lavoro.

Restammo in contatto ancora per un certo periodo di tempo e poi ognuno per la propria strada.

A rincorrer i propri guai.

Non l’ho mai più rivisto.

Seppi che era andato via dall’ Italia, a lavorare in Africa, presso una missione dei frati di Arenzano.

Pensai a quella scritta, sulla panchina di cemento.

Chissa’ per quanto tempo sarà ancora ritornato, sotto quella torre.

Con i suoi ricordi, a riscrivere quei due nomi su quella panchina.

Ma come si dice, il tempo prima o poi guarisce le ferite e lenisce i dolori del cuore

E cosi’ sara’ stato anche per lui.

Forse per caso o volutamente, ci sono ritornato un giorno, a cercare quella panchina e quei due nomi.

L’intento era di raccontare ( ma chissà a chi puo’ interessare) questa storia.

Ma quando sono arrivato, dopo tanti anni, in quel luogo, qualcosa era cambiato.

Sotto e intorno a quella torre avevano tagliato degli alberi e fatto dei lavori.

La panchina pero’ era ancora lì, ma non potevo mica disturbare quella coppietta che proprio lì, seduta su quel cemento, mi aveva visto arrivare.

Quei due fidanzatini avranno pensato.”Che rompiballe sto qua! “

Salutai, feci una foto alla Torre e andai via.

Sulla via del ritorno, pensai a quei giovani seduti proprio su quella panchina.

Che strana coincidenza averli trovati lì!

Avrei potuto raccontar loro questa storia.

Ma non lo feci.

E poi a chi può interessare una storia di tanti anni fa?

Vorrei dedicare questo racconto, a tutti quegli uomini, che almeno una volta nella loro vita, hanno sofferto per un sentimento non corrisposto.

Pensando al loro perduto amore… a quel sorriso, un giorno di maggio.

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