
Dai Canuin du Spurtigio’ si arriva ad una viabilità carrabile, che risale dalla sponda destra del torrente.
Questa strada interseca quella del Beo da Ciusa.
Bellissimo percorso completamente pianeggiante, che si inoltra fra le più disparate specie vegetali a valle del canale, oggi intubato per uso irriguo.
In un’ambiente dove gli arbusti si alternano alle rocce e il torrente precipita con diverse cascate formando profondi laghetti.
Oggi per uso irriguo non sono più utilizzate le acque dell’Arenon, ma tramite un tubazione, quelle del Rian de Sevisse.
Da questa strada che come una cornice sovrasta la stretta vallata del torrente Portigliolo, sono evidenti le ferite inferte a questo territorio, da quella esagerata colata di cemento, con cui è stato ricoperto il suo alveo.
Ci dirigiamo verso la tenuta degli Invrea.
Facendo attenzione allo smottamento di un tratto del percorso.
L’antico nome di questa zona era l’Areneto.
Toponimo che deriva dal torrente Arenon, che dopo lo sbarramento della Ciusa, prende il nome di Portigliolo, che a sua volta deriva da Porticiolo l’insenatura dove era un’antico approdo.
Il profondo fossato, dove scorre il torrente e la zona circostante, era chiamato Latronorio.
L’etimologia di questo luogo deriva da ladro
Ancora a metà ottocento era una macchia impenetrabile rifugio di trafficanti e briganti.
Oggi di quella tetra foresta che tanto timore incuteva ai viandanti e agli uomini di fede, dopo gli spaventosi incendi del secolo scorso, nulla rimane.
Solo l’impronta di numerosi sentieri e munta chin-a da crave.
Nel 1200, quando sullo scoglio d’Invrea fu eretto un monastero cistercense, gli fu dato il nome di Santa Maria d’Areneto ma da tutti era conosciuto come Santa Maria in Latronorio.
In seguito furono le suore dello stesso ordine religioso che presero possesso del monastero, dove uno spedale forniva assistenza e cure ai derelitti, fino al XVI secolo.
Sul pianoro opposto a levante, sorse il monastero vallombrosiano di San Giacomo.
I frati di questo monastero ogni giorno si recavano a dir messa a Santa Maria di Latronorio.
” La qual comunicazione ha dato luogo a novelle che nuociono alla santità dell’istituto monastico ma chi ha mai posto a simili calunnie invenzioni!”
Questo brano è tratto da gli scritti letterali di Tommaso Torteroli dato alle stampe nel 1859.
Da cui “Or se è vero come sembra che codesto Monastero di S.Giacomo non sia mai esistito..le rovine che ancora rimangono sono ben altra cosa da quello che credono in molti e i maliziosi racconti cadono a terra da lor medesimi”
Oggi invece sappiamo che il monastero di San Giacomo in Latronorio esisteva già dal XIV secolo.
I Vallombrosiani o meglio i loro pseudoschiavi, poveri cristi morti di fame, avevano bonificato e reso fertile quel grande pianoro oggi Piani di S.Giacomo.
E costruito la più grande opera umana oggi presente sul territorio del nostro comune.
U Beu de San Giacomo
Il Monastero fu abbandonato probabilmente a metà del XVI secolo, a seguito della guerra fra Francesco I e Carlo V.
Adibito a stalla e poi in parte abbattuto, durante la seconda campagna d’Italia di Napoleone nel 1800.
Abbiamo lasciato sul greto del torrente alcune possibili testimonianze di un’antica viabilità.
Acquisiti i sopradetti cenni storici, la mulattiera che da S.Giacomo arrivava a S.Maria in Latronorio, la si può a buon ragione battezzare come “U Sente’ di Fratti”
Seguendo il muro di sostegno du Beo da Ciusa, in direzione del Castello d’Invrea, si può intravvedere a valle del percorso, una gigantesca discarica di calcinacci
Io e Francesco dividiamo la zona da esplorare.
Ma non ci vuole molto a scoprire le tracce della mulattiera che risaliva dall’alveo del Portigliolo
Alcune pietre allineate indicano quello che poteva essere l’andamento di questa viabilità.
La fitta vegetazione la presenza di smottamenti sedimentati e discariche di inerti, rende difficile proseguire oltre.
Siamo comunque soddisfatti di aver trovato le tracce du Sente’ di Fratti!
Osservando dall’alto questi luoghi, non si può far a meno di pensare a quel mondo, così lontano diverso, strano, mistico, umano e disumano.
Chi era frate a San Giacomo con ogni condizioni di tempo e ogni giorno, guadava il torrente e si arrampicava a piedi o a dorso di mulo fino al monastero di Santa Maria in Latronorio.
Per portare la parola di Dio alle sorelle suore
O arrivava fin quassù per un altro più terreno e umano desiderio.
Ma non c’è modo di indugiare oltre, la realtà che ci circonda ha il sopravvento!
Lo scempio dell’abbandono di rifiuti è onnipresente!
Anche il telaio di un ciclomotore, depredato delle parti meccaniche prima di essere abbandonato nell’ambiente.
Questo relitto è come un cancello, posto al centro di quella che era u Sentè di Fratti
Un brusco ritorno alla nostra quotidiana realta’.
Fatte di miserabili cose come la quantità di Rumenta abbandonata in questa zona!
La bella escursione in compagnia di Francesco e Gianpiero termina qua.
Ma l’auto è rimasta sul ponte, sotto l’arco dell’A10.
Percorriamo in discesa l’Aurelia
Sfiorati da enormi autotreni che per evitare l’annosa coda autostradale ad Arenzano, si riversano senza alcun controllo, su un tratto di strada critico da ogni punto di vista!
La realtà quotidiana, di questa nostra bella martoriata, depredata Liguria
Ci resta il tempo di far alcune foto al posto di osservazione della Seconda Guerra Mondiale.
E altre foto alla sottostante spiaggia della Marchesa dove è ben visibile lo sfiatatoio dell’ex galleria del treno.
Ringrazio Francesco e Gianpiero per una bella mattinata al cospetto, nonostante alcune brutture, di un bello scorcio della nostra bella Liguria.
Grazie!
Nota dell’autore
Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.





