U Sente’ di Fratti

Dai Canuin du Spurtigio’ si arriva ad una viabilità carrabile, che risale dalla sponda destra del torrente.

Questa strada interseca quella del Beo da Ciusa.

Bellissimo percorso completamente pianeggiante, che si inoltra fra le più disparate specie vegetali a valle del canale, oggi intubato per uso irriguo.

In un’ambiente dove gli arbusti si alternano alle rocce e il torrente precipita con diverse cascate formando profondi laghetti.

Oggi per uso irriguo non sono più utilizzate le acque dell’Arenon, ma tramite un tubazione, quelle del Rian de Sevisse.

Da questa strada che come una cornice sovrasta la stretta vallata del torrente Portigliolo, sono evidenti le ferite inferte a questo territorio, da quella esagerata colata di cemento, con cui è stato ricoperto il suo alveo.

Ci dirigiamo verso la tenuta degli Invrea.

Facendo attenzione allo smottamento di un tratto del percorso.

L’antico nome di questa zona era l’Areneto.

Toponimo che deriva dal torrente Arenon, che dopo lo sbarramento della Ciusa, prende il nome di Portigliolo, che a sua volta deriva da Porticiolo l’insenatura dove era un’antico approdo.

Il profondo fossato, dove scorre il torrente e la zona circostante, era chiamato Latronorio.

L’etimologia di questo luogo deriva da ladro

Ancora a metà ottocento era una macchia impenetrabile rifugio di trafficanti e briganti.

Oggi di quella tetra foresta che tanto timore incuteva ai viandanti e agli uomini di fede, dopo gli spaventosi incendi del secolo scorso, nulla rimane.

Solo l’impronta di numerosi sentieri e munta chin-a da crave.

Nel 1200, quando sullo scoglio d’Invrea fu eretto un monastero cistercense, gli fu dato il nome di Santa Maria d’Areneto ma da tutti era conosciuto come Santa Maria in Latronorio.

In seguito furono le suore dello stesso ordine religioso che presero possesso del monastero, dove uno spedale forniva assistenza e cure ai derelitti, fino al XVI secolo.

Sul pianoro opposto a levante, sorse il monastero vallombrosiano di San Giacomo.

I frati di questo monastero ogni giorno si recavano a dir messa a Santa Maria di Latronorio.

” La qual comunicazione ha dato luogo a novelle che nuociono alla santità dell’istituto monastico ma chi ha mai posto a simili calunnie invenzioni!”

Questo brano è tratto da gli scritti letterali di Tommaso Torteroli dato alle stampe nel 1859.

Da cui “Or se è vero come sembra che codesto Monastero di S.Giacomo non sia mai esistito..le rovine che ancora rimangono sono ben altra cosa da quello che credono in molti e i maliziosi racconti cadono a terra da lor medesimi”

Oggi invece sappiamo che il monastero di San Giacomo in Latronorio esisteva già dal XIV secolo.

I Vallombrosiani o meglio i loro pseudoschiavi, poveri cristi morti di fame, avevano bonificato e reso fertile quel grande pianoro oggi Piani di S.Giacomo.

E costruito la più grande opera umana oggi presente sul territorio del nostro comune.

U Beu de San Giacomo

Il Monastero fu abbandonato probabilmente a metà del XVI secolo, a seguito della guerra fra Francesco I e Carlo V.

Adibito a stalla e poi in parte abbattuto, durante la seconda campagna d’Italia di Napoleone nel 1800.

Abbiamo lasciato sul greto del torrente alcune possibili testimonianze di un’antica viabilità.

Acquisiti i sopradetti cenni storici, la mulattiera che da S.Giacomo arrivava a S.Maria in Latronorio, la si può a buon ragione battezzare come “U Sente’ di Fratti”

Seguendo il muro di sostegno du Beo da Ciusa, in direzione del Castello d’Invrea, si può intravvedere a valle del percorso, una gigantesca discarica di calcinacci

Io e Francesco dividiamo la zona da esplorare.

Ma non ci vuole molto a scoprire le tracce della mulattiera che risaliva dall’alveo del Portigliolo

Alcune pietre allineate indicano quello che poteva essere l’andamento di questa viabilità.

La fitta vegetazione la presenza di smottamenti sedimentati e discariche di inerti, rende difficile proseguire oltre.

Siamo comunque soddisfatti di aver trovato le tracce du Sente’ di Fratti!

Osservando dall’alto questi luoghi, non si può far a meno di pensare a quel mondo, così lontano diverso, strano, mistico, umano e disumano.

Chi era frate a San Giacomo con ogni condizioni di tempo e ogni giorno, guadava il torrente e si arrampicava a piedi o a dorso di mulo fino al monastero di Santa Maria in Latronorio.

Per portare la parola di Dio alle sorelle suore

O arrivava fin quassù per un altro più terreno e umano desiderio.

Ma non c’è modo di indugiare oltre, la realtà che ci circonda ha il sopravvento!

Lo scempio dell’abbandono di rifiuti è onnipresente!

Anche il telaio di un ciclomotore, depredato delle parti meccaniche prima di essere abbandonato nell’ambiente.

Questo relitto è come un cancello, posto al centro di quella che era u Sentè di Fratti

Un brusco ritorno alla nostra quotidiana realta’.

Fatte di miserabili cose come la quantità di Rumenta abbandonata in questa zona!

La bella escursione in compagnia di Francesco e Gianpiero termina qua.

Ma l’auto è rimasta sul ponte, sotto l’arco dell’A10.

Percorriamo in discesa l’Aurelia

Sfiorati da enormi autotreni che per evitare l’annosa coda autostradale ad Arenzano, si riversano senza alcun controllo, su un tratto di strada critico da ogni punto di vista!

La realtà quotidiana, di questa nostra bella martoriata, depredata Liguria

Ci resta il tempo di far alcune foto al posto di osservazione della Seconda Guerra Mondiale.

E altre foto alla sottostante spiaggia della Marchesa dove è ben visibile lo sfiatatoio dell’ex galleria del treno.

Ringrazio Francesco e Gianpiero per una bella mattinata al cospetto, nonostante alcune brutture, di un bello scorcio della nostra bella Liguria.

Grazie!

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

2) A Repubblica de Cantalu’

I racconti di Paolo Baglietto “ U Russu de Cantalù”

Il giorno di Santa Caterina a Cantalupo, al termine della messa verso le ore 9, la gente si ritrovava in piazza e seguendo il crocifisso montato e portato in spalla dai cristanti, scendeva a Varazze

Arrivati in te ciappe, all’inizio da Salita di Fratti, lì infisso nel muro dell’Assunta, c’era un gancio duvve u l’ea arrembo’ u Cristu

Quello era il punto di ritrovo di tutti quelli di Cantalupo.

All’ora prestabilita di solito verso le 10.30 si ritrovavano insieme alle altre confraternite, in piazza S.Ambrogio.

Al loro arrivo, e lengue gramme in ta ciassa divan “U l’e’ arrivo’ a Repubblica de Cantalu’!”

Ma perché era chiamata così?

La repubblica di Genova aveva confinato a Cantalupo tutti i lebbrosi in fase terminale della Vicaria, che comprendeva le Cinque Stelle, Celle e Cogoleto

Questo fu deciso perché da tempo a Cantalupo era già presente una comunità di lebbrosi, dove era stato costruito per loro un riparo, nella zona dove ora si trova la Società.

Gli abitanti del posto avevano cura di questi derelitti.

Come un’enclave, Cantalupo era isolata dalla città, da due cancellate, i rastelli.

Una era posizionata lungo la via Vecchia di Cantalupo, all’inizio dell’attuale via dei Leoni e l’altra nell’incrocio con la strada verso la Valletta, l’attuale via S.Lazzaro.

Era tassativamente proibito per i lebbrosi oltrepassare queste recinzioni!

Per questo fu coniato il detto di Repubblica di Cantalupo.

Per le altre cose, questa frazione era veramente indipendente dalla città di Varazze.

Coltivava ortaggi e cereali.

Aveva il suo mulino e il frantoio per l’olio, cave di pietra e abbondanza di legname.

Quando c’era una controversia non erano interpellati gli avvocati, ma c’erano cinque persone che sapevano leggere, far di conto e da giudici.

A seconda del tipo di controversia, erano chiamati uno, due, oppure per i casi più gravi, tutti e cinque i maggiorenti.

Funzionava così

La parte offesa al termine della messa denunciava l’accaduto

“U m’è successu questu quellu ecc.”

Le riunioni, per dipanare le dispute si svolgevano in chiesa.

Le liti più frequenti erano quelle relative ai confini.

La terra era fonte di sostentamento e anche un solo metro era importante.

Non di rado i contendenti venivano alle mani.

Per queste vertenze erano deputati Luensu u Vignò, della famiglia dei Craviotto e Giuseppe u Sciambrè, della famiglia dei Baglietto.

Le liti tra moglie e marito, erano sottoposte al giudizio del nonno di Paolo, l’omonimo Paolo Baglietto, dei Grilli, e di Giuanin da Casetta detto u Cafatin ( perché riparava ogni tipo di contenitore in legno e altro, botti, tini, secchi ecc)

Chi teneva i rapporti con il comune di Varazze, era Baccicin de Dele, della famiglia dei Baglietto, che aveva una latteria nel Borgo nella zona di via Carattini dove anni fa c’era la Croce Rossa

Gente d’altri tempi, gli avvocati erano chiamati “Quelli delle cause perse” e nessuno del popolo si rivolgeva a loro

Alla presenza di due testimoni, con una stretta di mano si suggelava l’accordo fra i contendenti.

Cantalupo si differenziava anche in campo religioso, non c’era molta ingerenza della Chiesa nella vita pubblica.

La frazione non aveva un suo prete, il parroco vi celebrava una messa all’anno, il giorno della ricorrenza di S.Giovanni Battista. Nei giorni festivi, erano i sacerdoti del Collegio Don Bosco che salivano al colle per dire messa.

Una tradizione ultracentenaria che sarà raccontata in un prossimo articolo.

Resta insoluto il perché questa frazione è chiamata Cantalupo, l’Ipotesi più probabile è che in antichità, fosse posto da lupi, visto la presenza di estese foreste, dove il lupo ululava

Alcuni studiosi pensano che la parola Cantalupo, derivi dalla radice parola pre-indoeuropea kantl-op “acqua dalla sorgente”. Secondo altri prende nome da Campus ad Lucum (Campo presso il Bosco).

La presenza dei lebbrosi, era segnalata dal suono del sonaglio che erano obbligati ad avere alle caviglie, per essere identificati.

Ma si racconta anche della deplorevole usanza de quelli de Vase, di fare il verso del lupo, per avvisare della presenza dei lebbrosi.

foto in b/n Archivio Storico Fotografico Varagine

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A Stradda da San Giacomo a Santa Maria in Latronoriu ” U Sentè di Fratti”

Bella la foto di tre amici, io sono quello dietro l’obiettivo, scattata nel greto del Portigliolo.

Io, Francesco e Gianpiero

Ma che ci fanno una mattina di fine marzo trei ommi in tu Spurtigiò?

Non potevano vedersi al bar a cuntò de musse?

O in te n’ostaia pe gotti?

E poi perché propriu a rumpise u belin in tu Spurtigiò?

Postu da baggi biscie e gabbien che rian

Bella la foto, che incornicia i tre ponti, tra cui quella vera e propria meraviglia di arco, capolavoro di tecnica lavoro e ingegno!

Alle nostre spalle la viabilità pedonale del Lungomare Europa

Lo scempio di un ex campeggio

I resti di un ponte che raggiungeva la borgata de Portigliolo la con la relativa mulaioa che discendeva da Puntabella, datato XXVI/V secolo.

Nelle viscere della terra sotto ai nostri piedi, la galleria a binario doppio della ferrovia.

La roccia nera d’Invrea oggi non è più uno scoglio insormontabile!

Come ai tempi dei romani

Ma esisteva un’altra viabilità, quella che nell’Alto Medioevo, univa le due sponde.

Dove sorgevano i complessi monastici dei frati di San Giacomo e delle suore di Santa Maria in Latronorio

Oggi i resti di quella antica strada, sono nascosti da qualche parte, in questa zona.

Ecco dove stiamo andando!

Chi oggi si avventura alla foce dell’Arenon, nella località Portigliolo, non può far a meno di notare il fenomeno del carsismo.

Dove proprio sotto al ponte dell’Aurelia, l’acqua del torrente sparisce inghiottita dal.deposito drenante dei sedimenti.

Fin qua arrivava la baia del Porticiolo.

“Un pelaghetto dove stanno al sicuro da tempeste le barche dei pescatori”

Naturale insenatura del mar Ligure con storie di pirati ladri e taggiague

Fecero una brutta fine.

Oggi quel grande invaso è completamente colmato da ogni sorta di detrito.

Solo in parte proveniente dalla naturale erosione del torrente.

A ben guardare sembra una grande discarica di inerti.

Dal grande New Yersey precipitato dal ponte autostradale, a svariate variopinte rocce di chissà quale provenienza

Immancabili cocci di mattone e pezzi di cemento.

E un pò di plastica arrivata fin qua dalla Ramognina.

La diga della ferrovia ci sbarra il passo.

Impossibile lo scavalco, bisogna arrampicarsi, non senza difficoltà, su quella enorme discarica di risulta dgli scavi dell’A10.

La Camionale degli anni 60

La diga invece, è stata costruita, per proteggere il sottostante tunnel ferroviario, dalla naturale erosione dell’acqua del torrente.

In questo punto è andata persa per sempre, a causa dell’enorme discarica di San Giacomo, la strada medievale.

Che probabilmente nel punto più stretto, con un ponticello in legno, guadava in sponda sinistra del Portigliolo.

Quando l’Arenon era in piena i frati di San Giacomo non potevano dir messa in S.Maria in Latronorio

E dar ” luogo a novelle che nuociono alla santità dell’istituto monastico”

Trovavano un guado più a nord nel’infido Latronorium

Non resta che cercare in sponda destra.

Alcune pietre accatastate a formare un’antichissimo muro di sostegno e di delimitazione, potrebbero essere la testimonianza del sedime della strada che da San Giacomo in Latronorio in questo punto guadava il torrente Portigliolo

In sponda destra, con un percorso pressochè rettilineo, la strada si alzava di quota

Poi con un tornante, molto probabilmente na mulaioa, raggiungeva la zona soprastante, quella del Castello d’Invrea, dello Spedale e del convento di Santa Maria in Latronorio.

Segui le pietre e capirai il perché!

Mi disse un giorno una persona anziana.

Ma quelle pietre allineate e impilate d’un tratto spariscono.

Quanti secoli sono passati!

Seguo l’impronta di questa viabilità, ma è zona di frane e tutto è stato cancellato.

Smottamenti in gran parte provocati dalla gigantesca colata di cemento, con cui è stato ricoperto l’alveo del torrente.

Un numero spropositato di metri cubi di calcestruzzo posati nell’alveo del Portigliolo per proteggere i basamenti dei due piloni autostradale ed evitare infiltrazioni d’acqua nella sottostante galleria ferroviaria

In questo punto l’onda di piena, prende velocita’ e scava, tira giù terra e pietra dalle falde du Cian de Freise

Facendo crollare le antiche strade.

Quella che porta alla Ciusa e quella che saliva al Castello d’Invrea.

Non si capisce il perché oltre al cemento non è stato messo in opera, uno sbarramento, come quello posto in essere a protezione della galleria ferroviaria.

Avrebbe trattenuto terre e pietre.

E protetto i basamenti dei piloni ed evitato infiltrazioni.

E invece solo questa enorme colata di cemento perché?

Notevoli gli abbandoni di Rumenta che come una scia si trovano ai lati delle nostre autostrade.

La plastica delle bottiglie è l’oggetto più diffuso, ma anche battistrada di pneumatici da camion, alcuni segnali stradali e oggetti d’uso e getto personale.

Una desolante schifezza!

Risaliamo la propaggine naturale dei Canuin du Spurtigiò

https://quellisciudateiru.com/…/29/i-canuin-du-spurtigio

Qui durante la Seconda Guerra Mondiale, furono posizionati due bocche da fuoco.

Che nascoste alla vista, potevano battere la spiaggia dei Canissi e dell’Arrestra.

Dopo la pausa colazione, nel garage di Gianpiero è rimasta ancora un pò di focaccia da mangiare al cospetto de sti posti serveghi.

Ma con tanta Storia da raccontare.

In un prossimo articolo la scoperta dei resti della strada.

Ringrazio gli amici Francesco e in particolare Gianpiero che ci ha accompagnato in tu Spurtigiò e grazie per le notizie sul territorio di questa zona della nostra città.

E’ stata una bella mattinata trascorsa insieme!

Grazie!

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

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I Turchi a Cantalù

I racconti di Paolo Baglietto “U Russu de Cantalu’ “

Questo fatto, forse era scritto in un documento andato perduto, ma il passaparola generazionale lo ha fatto arrivare fino a noi.

È la storia di un maldestro sbarco di pirati turchi, effettuato con alcuni sciabecchi sulla spiaggia della nostra città.

Vista dal mare Varagine era una fortezza, con la sua cinta muraria bene in vista dal mare.

Chissà forse quei pirati, pensavano di far bottino, razziando le case sparse del Solaro.

Lo sbarco fu effettuato ai primi chiarori dell’alba.

Ma chi era di guardia su una delle torri, aveva già dato l’allarme.

In poco tempo fu organizzata la difesa della città.

I difensori si nascosero e poi sferrarono un violento attacco, i turchi furono colti di sorpresa e sopraffatti dagli armigeri e dalla popolazione di Varagine.

Costretti alla fuga, ritornati sui propri passi, videro le loro imbarcazioni date alle fiamme.

Dovevano arrendersi o perire.

A questo punto fu giocoforza per i saraceni cercare di scappare in direzione delle colline.

Il Teiro in secca fu il loro percorso di fuga.

Oltrepassato il colle di S.Donato, arrivati ai Busci si arrampicarono sulla rocca.

Qui trovarono rifugio in alcuni anfratti e ripari sotto roccia

Agli inseguitori non conveniva inoltrarsi in quelle foreste e comunque avevano raggiunto lo scopo mettendo in fuga i turchi, che non sarebbero più ritornati a Varagine.

La città era salva, ma doveva fare i conti con questo nuovo pericolo, arrivato dal mare e ora chissà dove, nascosto nei boschi.

La stagione del taglio degli alberi per i cantieri navali era in pieno svolgimento.

Ma i turchi bene armati, che si erano stabiliti nei pressi di una via del legno rappresentavano un ostacolo per l’attività dei taglialegna.

E di conseguenza un danno per i cantieri navali di Varagine

Fu raggiunto un accordo, tra chi abitava le nostre colline, e costretto come uno schiavo a lavorar nei boschi e quel gruppo di ex pirati, arrivati da terre lontane.

I saraceni avrebbero lasciato libere le strade per il trasporto del legname e in cambio potevano restare in quella fascia pedemontana, alle falde del Monte Sucao, u Riva’ e di Baggetti dove c’era anche un’importante sorgente.

Ma non dovevano avvicinarsi alla nostra città

Con il tempo questo gruppo di ex pirati stabilì buone relazioni con la popolazione locale.

Fino a qualche decennio fa in ti Baggetti era ben visibile la tipologia molto antica di un borgo di case.

Sempre secondo il racconto di Paolo Baglietto quello doveva essere il borgo originario costruito da quel gruppo di pirati, che non ritornarono più a solcare il mare per cercar fortuna.

Convinti a rimanere sulla terra ferma anche dallo strepitoso panorama che si può ammirare da quassù.

Vissero in pace, integrandosi con la povera gente del posto che viveva in condizioni di mera sopravvivenza, in questo angolo di mondo.

Divennero anche loro, tagliaboschi, possedevano una cava di pietre ed erano allevatori di ovini.

La Repubblica di Genova impose un nome per ogni gruppo famigliare,

A Varagine quando arrivavano gli abitanti di Cantalupo si era soliti dire arrivan quelli de crave

Le capre, crave in dialetto da loro allevate diedero origine al nome della famiglia Craviotto.

La località dei Baggetti fu invece l’origine del nome della famiglia Baglietto.

Questo fu raccontato per secoli da un nonno ad un nipote, nelle fredde serate invernali quando la famiglia era stretta intorno ad un fuoco.

Occhi stupiti di meraviglia ad ascoltare le fantastiche storie dei nostri vecchi.

foto in b/n Archivio Fotografico Varagine

L’Uivà de Cantalù

Egisto Isola Bovani “Nello” mi contatta, per una bella notizia, il ritrovamento nel folto della vegetazione, nella valle solcata dal Rianello, di un antichissimo frantoio per olio.

Grazie all’opera di Francesco Bruzzone, Antonio Magliotto, Angelo Baglietto e Fabio Cavalleri, l’edificio è nuovamente visibile, liberato da canne e rovi .

Siamo nella zona sottostante la piazza di Cantalupo, il territorio è stato completamente trasformato dall’azione dell’uomo, che ha costruito centinaia di fasce, terra strappata alle acclivi pendici della Crocetta.

Qui fatiga, giastemme, ingegno e manualità, sono tangibili e ci parlano di un passato, dove generazioni di persone, bestie da lau, hanno impilato milioni di pietre e tiò sciù niè de figgi, traendo da questi terreni, resi fertili, le risorse per il loro sostentamento

La stradina che scende verso l’alveo del Rianello è un bel ciappin de prie, posate di taglio nei punti più impervi, il percorso prosegue oltre acqua, in direzione dei Favari dove nei pressi della chiesa di S.Bernardo arrivava la crosa de Biagini.

La località è au redossu, protetta dalla tramontana, era zona di primizie e di buoni raccolti ortivi.

Sopra questo ciappin dei prie, passavano le bugaisce, che portavano i panni per essere strigliati sulle ciappe del beo, che alimentava l’Uivà de Cantalù.

Il caratteristico rumore delle ruote dentate degli ingranaggi che proveniva dall’opificio si faceva sempre più nitido, proseguendo nella discesa, era il segnale che la ruota era in funzione e si potevano lavare i panni nel canale d’acqua

Nelle giornate di sole la biancheria, era stesa sull’erba ad asciugare, un momento di riposo, per le donne, mentre i bambini erano intenti in infiniti giochi nel Rianello e i ragazzotti si lasciavano trasportare dalla corrente, lungo gli scivoli naturali, che precipitano nei laghetti.

Racconta Francesco Bruzzone “Da bambini il mulino era già un rudere e chissà quando è stato macinata l’ultima corba de uive, dicevano che, u se ghe sente, ma oggi lo sappiamo, questa solita frase era per tener lontano occhi indiscreti e preservare i bambini da eventuali incidenti” “Ricordo i miei vecchi che qui coltivavano gli ortaggi pomodori, verdura e carciofi, si faceva l’olio e sotto gli alberi si coltivavano le patate”

Antonio Magliotto ci guida verso i “buttassi” del Rianello gli invasi che ancora oggi garantiscono tramite un consorzio idrico l’egua pe do da beive, un tempo canalizzata cun i surchi. In un ampio terrazzamento soleggiato è stata allestita una bella tavolata di amici, in occasione del Natale, con un piccolo presepe fra le pietre di un muro a secco.

L’idea è proprio quella di allestire un presepe, all’interno dell’antico frantoio, che ben si presta a essere una suggestiva cornice per la natività.

La struttura del frantoio/mulino è imponente, una meraviglia di tecnica e bellezza!

Si erge sopra una gigantesca pietra protesa a sbalzo sul Rianello, bellissimi e di grande pregio gli archi in mattone, purtroppo diruti che sostenevano un piano superiore dove probabilmente erano posizionate le macine per la triturazione del grano.

Non si è certi del duplice utilizzo di questo opificio, per la produzione di farina e olio, a lato della costruzione, giace una ruota in pietra per uivà

La grande ruota a pale che azionava i macchinari, riceveva l’acqua per caduta alimentata da un canale sorretto da un imponente muro oggi in parte diruto.

La natura ha preso possesso di questo manufatto con contorte e spettacolari vegetazioni.

Un’ altra stupefacente opera è il buttasso, l’invaso che tramite un beo forniva l’energia idraulica per l’opificio.

Incerta la datazione di questa meraviglia del nostro entroterra, non è da escludere che sia della stessa epoca dei più antichi opifici ad acqua del Sciù da Teiro.

Quell’abbozzo di arco in mattoni, presente all’interno di questo rudere è simile ad un’altra meraviglia.

Il grande arco, ancora eretto della Grangia Cistercense, ai piedi della collina di S.Donato, la Grangia nascosta dalla vegetazione è un’importante manufatto storico, colpevolmente dimenticato dalla nostra comunità

I Laui

Le seconde nozze erano molto chiacchierate.

Il divorzio non esisteva se non per motivi molto gravi e convolare per la seconda volta in matrimonio, era dovuto quasi sempre alla prematura morte del consorte.

Le guerre mondiali lasciarono molte vedove e figli da tirar su.

Una diffusa religiosità e il ruolo sottomesso della donna, imponeva il lutto per molti anni.

E anche queste seconde nozze erano osteggiate dai famigliari del defunto per il mancato rispetto della memoria dell’ex coniuge.

Ma molto spesso questa era una scusa, che nascondeva, questioni di eredità.

Le seconde nozze avevano anche un’ aspetto goliardico

La gente e i parenti erano soliti fare i cosidetti Laui

Perlopiu’ erano persone giovani che si radunavano sotto casa degli sposi, la prima notte di nozze, ma anche a sorpresa quelle a seguire a far baccano e a suonare le conchiglie di mare, le Borgne o i Corni di vacche, ma anche i Sciurei ricavati dalla corteccia verde degli alberi.

Di solito questi strumenti a fiato erano utilizzati per diletto, ma anche per comunicare a distanza durante il periodo della fienagione o i pascoli.

Erano manifestazioni ben organizzate ad una certa ora, con il favore del buio quando l’ultimo lume si spegneva, quello era il segnale pattuito per iniziare a far baccano.

Di solito questi scherzi erano ben accetti dagli sposi e finivano con un bicchier di vino, ma se la cosa non era gradita, allora i Laui erano anche denunciati come molestie.

Sono a S.Pietro con Saturnin e con Faustino, oggi intento a raccogliere aranci nel suo orto, mi racconta quando da ragazzi si divertivano a fare i Laui, soffiando dentro delle conchiglie, emettendo un suono cupo udibile a grande distanza, oppure con dei corni.

C’era chi apprezzava e chi invece si adirava.

Faustino racconta di una donna, che infastidita da tutto quel baccano, uscì di casa, correndo in direzione di loro, che riuscirono a mettersi in salvo arrampicandosi su un albero.

Era molto arrabbiata e disse” Brutti seotti ve daggu de bacche’!”

Conoscevano bene quella donna sapevano che avrebbe aspettato anche tutta la notte, per bastonarli.

Faustino non ricorda chi ebbe l’idea.

Ma gridarono alla donna di andare a casa, perché stava piovendo.

Mentre facevano pipi da sopra quell’albero.

U Cantalù

La domanda di rito a Antonio Fazio è “ Perché te ciamman Cantalu?”

“ Il primo giorno che sono andato all’Oratorio, avevo dieci anni, arrivato al campo di sotto, c’erano già le squadre schierate in campo, ma la partita non poteva iniziare mancava un portiere.

Fabrizio Bruzzone, il cardiologo, che a quei tempi organizzava anche i tornei di calcio, mi vede, io ero a bordo campo timido, in mezzo alla gente, probabilmente mi aveva già visto giocare, e non sapendo il mio nome, mi chiese di dove sono.

Io rispondo “di Cantalupo”,

“Cantalu va in porta!” mi disse Bruzzone.

E così quello è stato il nomignolo per cui ancora oggi sono conosciuto.

Da quel giorno, per Antonio Fazio il suo ruolo in campo fu il portiere

Ha iniziato a giocare fra i pali, nel 1966 fino al 2015!

La prima squadra è stata il Don Bosco all’età di 16 anni.

Nel 1972 ci fu la fusione con il Varazze FBC.

Con la squadra della nostra città, ha giocato fino ai 20 anni, poi per altri 4 anni, nella squadra del Celle.

Nel 1980, fino al 1985, era portiere titolare nell’Alpicellese

Negli anni 85/86 portiere di riserva nella prima squadra del Varazze, giocando 5 partite di campionato e 2 di Coppa Italia.

Poi ha giocato altri 10 anni con il S.Nazario.

Arrivato alla soglia dei 40 anni, fino ai 47, ha militato nella squadra delle Vecchie Glorie, che partecipava al campionato amatori, 16 le squadre, che si affrontavano in questo torneo, tutte della provincia di Savona.

Le partite erano al lunedì o al venerdì sera, nell’ex nostro campo sportivo, il Pino Ferro.

Cantalu’ era anche molto conteso, dalle squadre che partecipavano ai tornei estivi nei campi a 7.

Con una telefonata, Schelotto l’attuale presidente del Cogoleto, gli chiese se vuol fare il 12, nella squadra del Sciarborasca, accettò quella proposta, all’età di 47 anni, e vi restò per quattro anni.

Cantalu’ finì la sua carriera, in mezzo ai pali, a 52 anni nel Sassello.

Ma rimase nel mondo del calcio, per altri 7 anni, come preparatore dei portieri del Varazze, poi del Libraccio di Arenzano e infine del S.Nazario.

Siamo sotto ai portici seduti ai tavolini da Maiustina, in una giornata di pioggia, con noi anche Gian Balletta.

Cantalu’ si emoziona un pò a rievocare i trascorsi a difendere la porta di un campo da calcio.

Fra tutti gli attaccanti che ha affrontato o avuto come compagni di squadra, ricorda Vincenzo Berio, uno dei più forti attaccanti di quegli anni, capace di scartare 3 o 4 giocatori e con un tiro potente e preciso

Anche Cantalu’, come tutti quelli che tirano quattro calci ad un pallone, aveva un calciatore, come idolo da emulare.

Da buon interista, non poteva che desiderare di essere come Lidio Vieri, portiere prima del Torino e poi dell’Inter.

Seguiva le gesta del suo campione alla radio televisione e allo stadio, in occasione dell’ottantesimo di Vieri, era anche lui a Piombino, alla sua festa di compleanno.

D’obbligo a questo punto nominare i grandi portieri dell’Inter Sarti, Vieri, Pagliuca, Zenga, Toldo, di quest’ultimo si ricordano le sue famose parate in nazionale, in particolare, durante la semifinale Italia Olanda.

Bravo anche l’attuale portiere lo svizzero Sommer, che continua la buona tradizione dei numeri uno dell’Inter.

Non può mancare il riferimento ai portieri locali, con il grande Aldo Lupi, titolare nel Varazze con Antonio Fazio, come riserva.

Cantalù era un ottimo portiere da piazzamento e sapeva neutralizzare i tiri degli attaccanti avversari, in virtù di questa sua prerogativa, unita a un eccezionale reattività.

Le uscite spericolate non facevano parte del suo modo di stare in campo.

Racconta du “ Vitellu in ta pansa” ovvero di quella sensazione che colpisce chi è all’esordio e deve giocare al cospetto di centinaia di spettatori, tra cui anche i famigliari e parenti.

L’emozione fa brutti scherzi e questo capitò a lui, in un lontano Varazze – Ventimiglia pareggiato per 3 a 3, due di quelle reti potevano essere evitate e la partita vinta, se fosse uscito in presa dall’area piccola, all’approsimarsi delle azioni degli attaccanti avversari

A 39 anni nel S.Nazario, contro il Sassello, in vantaggio per una rete a zero, furono vani, gli attacchi degli avversari, per pareggiare, quel giorno Cantalù “Prendeva anche le mosche!”

Abbandonato il campo a undici, Antonio, ritrovò nuovi stimoli nei campi a 7, dove grazie al suo talento, furono molte le vittorie della sua squadra.

Cantalù ancora oggi è nell’ambito calcistico, affiancando Fabio Garzaro, preparatore dei portieri del Celle-Varazze.

La squadra sta facendo buoni risultati e attualmente occupa il secondo posto in classifica.

Cantalu” ha compilato l’elenco dei portieri di Varazze, che hanno giocato nelle squadre della nostra città e nei tornei.

Compagni di squadra o avversari di Cantalu’

D’angelo, Petroni, Saturno, Amicone, Zunino, Giorgi, Berio, Lupi, Parodi, Damonte, Giusto, D’erba, Fazio M, Nannetti, Falcone, De Logu, Ghiso, Buffa, Cirronis, Bruzzone, Craviotto, Delfico, Cusimano, Piovesan, Rumbolo, L’anteriore, Tovani, Bertrand, Fancello, Rotondo, Orsatti.

In questo elenco, gli allenatori avuti da Cantalu’ durante la sua carriera da calciatore

Craviotto, Lupi F., Lupi A., Recagno, Gambetta, Albi, Piacentini, Marcolini, Sacco, Casarino, Parodi, Lofrano, Schelotto.

Nelle foto:

Cantalu’ solleva la coppa dello sportivo dell’anno di Varazze del 1996.

La squadra del Varazze campionato 85/86

Cantalù con Fabio Garzero

RIngrazio Antonio Fazio per avermi raccontato un pezzo della sua vita sportiva, tra i pali di una porta da calcio, quando la nostra città aveva un suo stadio ed erano ben tre le squadre iscritte ai campionati.

Varazze in occasione di una partita, era tappezzata dei manifesti con il nome della nostra squadra e quello della squadra ospite.

La domenica pomeriggio la gente di Varazze andava a vedere la nostra squadra, al Pino Ferro.

Quande Andomu in Veggia.

Cun a bella stagiun de seia, quandu cantavan e rane in ti fossi e i grilli in ti pre.

Andamu in veggia cun quei lumin, che se vedeivan lusci’ e luccio’ sciu e su, pe sentè e crose.

Ma u l’ea ancun troppu fitu, pe esse de ciabelle.

Era uso tutto l’anno, ma soprattutto verso la bella stagione, con le giornate che si allungavano, terminata la cena, quando fuori c’era ancora un po’ di luce, “ando’ in veggia”, far visita ad un vicino di casa o a un parente.

Un’usanza, radicata soprattutto nel nostro entroterra.

Non di rado, 40/50 anni fa, in una serata di primavera inoltrata o d’estate, avremmo visto il dondolio di molte lucerne a olio, o torce a pile, che rischiaravano un sentiero o un passaggio tra i sciti, le coltivazioni, sulle nostre colline.

Erano famiglie intere che si spostavano, per poi incontrarne altre, in un momento di convivialità.

Oggi del tutto persa.

Con l’avvento dei media, che ci incollano davanti allo schermo.

Ma non solo

E stato anche l’abbandono dei lavori agricoli e la fine delle attività industriali nelle città di mare.

Oggi appena fa giorno un serpente di luci d’auto discende dalle nostre alture.

Per una giornata di lavoro che include ore di viaggio spesso in coda sulla disastrada rete viaria ligure.

L’ho fatto anch’io per oltre trent’anni

E dopo una giornata fuori casa, in un’altra città chi ha più voglia di uscire?

Allantua andomu in veggia a truvo’ i vegi

Famiglie giovani, con bambini anche piccoli, da tenere in braccio.

Quando c’era da saltare un fosso o fare una salita.

Terminata la cena, uscivano di casa.

Quasi sempre per far visita alla casa materna o paterna.

Ma quando i parenti e nonni abitavano in un’altra città

Alua partimu anche cun a Giardinetta o a Siquesentu

O in tre due adulti e un bambino da tenere stretto fra le gambe, sulla pedana della vespa.

Qui ci si ritrovava con altri parenti li’ convenuti e magari arrivava anche qualche vicino di casa o degli amici, con cui condividere un paio d’ore di serenità.

Ognuno raccontava qualcosa di suo.

Faceva partecipe il piccolo gruppo, dei tribolamenti patiti, del buon esito di una vendita o di un lavoro ben fatto.

E delle balle le frottole che aveva sentito

Ma qualche balla o mussa, la raccontava anche lui.

Ci si accordava per future collaborazioni, si pattuivano compensi o prestiti.

Si mettevano a disposizione di tutti, i rimedi adottati in caso di malattia.

Ovviamente si sparlava degli assenti.

Che guarda caso, avevano sempre combinato qualcosa di storto.

Che il/la solita ciattella, nomea senza sesso, raccontava per sentito dire

Si facevano sane e grasse risate.

C’era il gruppetto che intonava una canzone e tutti si cantava.

Non mancavano le preghiere ad essere pronunciate ad alta voce.

Quando si invocava la protezione di Santi e Madonne.

Per chi si non stava bene o per commemora un defunto.

In quelle serate, si intrecciavano sguardi di intesa fra i giovani.

Preludio di qualche futuro matrimonio.

I bambini, facevano gruppo a se stante.

Bruciando le ultime energie di una giornata di giochi.

I bambini erano un patrimonio di tutti e loro amavano e rispettavano le persone anziane.

Si offriva un bicchiere di vino e si mangiava qualche dolce, appena sfornato.

Se l’aria era fredda allora si accendeva un bel falo’

Al buio, con le ombre tremolanti delle fiamme sui muri, si creava l’atmosfera giusta, un po’ misteriosa.

C’era sempre chi sapeva ben raccontare delle storie, vere o edulcorate di persone o fatti accaduti.

Molti ascoltavano con attenzione quelle parole, che un giorno le avrebbero portate in dote alle nuove generazioni.

Si sono tramandati così da secolo in secolo.

Da una generazione ad un altra.

Molti racconti del nostro entroterra.

Di storia, leggende e miti classici.

Sono nati in quelle serate conviviali i soprannomi affibbiati ad ogni famiglia e anche le singole persone

In quelle serate, marchiate con un nomignolo.

Oggi questo patrimonio di storia e di cultura è a rischio.

Con i manufatti fagocitati dal bosco e le tante storie che nessuno ricorda piu’.

Sono stato bambino di quelle ultime veggge insieme a cugini e amici.

Bruciavano in quelle serate le ultime energie di una giornata di giochi.

U Garbu dell’Ueggia

Una cosa curiosa, può essere lo spunto per un verosimile racconto.

“Locus auscultare sine viso.”

(Un luogo dove ascoltare senza essere visto)

U Baccan di massachen, ricevette questa strana richiesta dal Podestà, ma che cosa voleva dire e perche’ poi parlar in latino?

“Duman se vedemmu quandu u fa giurnu”

Aggiunse il Podestà.

Intuendo la perplessità di quell’uomo.

E così al primo canto del gallo, non senza timore, quel bravommu du Baccan si approcciò al costruendo palazzo del Minor Consiglio.

L’ex granaio pubblico agli inizi del 700 divenne Palazzo di Città

I lavori della facciata erano quasi ultimati.

Con la posa in una nicchia, della bella statua del Beato Jacopo e di altre due statue

Ma le impalcature ancora ingombravano, il palazzo e la Porta della Loggia

Fu proprio sotto il porticato di quell’antica porta, una dei cinque accessi al Borgo e Borghetto, che il Podestà lo stava aspettando.

Insieme a lui anche una donna con dei fogli di carta arrotolati e uomo che aveva infilata nella spalla una scala.

Mai visti prima.

Si capiva che erano lì, ben prima che lui arrivasse

Si percepiva a pelle, il calore che emanavano quelle lucerne.

Da chissà quanto tempo accese.

Sul muro era stato marcato un grande cerchio

Li’ doveva essere fatto “Uno grosso pertugio con ferriata”

Sentenzio’ il Podestà

U Baccan era abituato a quelle strane richieste e non diede voce alle sue pur leggitime domande.

Fu creato un foro in quel muro e messa la grata.

Nel porticato di quella ex porta, della cinta muraria medievale della nostra città.

Poi ingentilita da l’intonaco bianco e con la posa in opera delle sedute in pietra.

Un’invito esplicito a fermarsi a far due chiacchere.

Un luogo dove ripararsi in caso di pioggia

Quel bel porticato, divenne un luogo di incontro dei sudditi della Repubblica di Genova.

Li su quelle panche in pietra, erano soliti ritrovarsi i Consiglieri prima dei dibattiti al Minor Consiglio.

Ma anche luogo di accesi scontri verbali.

Dello sparlare di questo o quell’altro personaggio pubblico della città

Postu da ciattelle, cuntamusse e cuntaballe!

Non un filo di luce trapelava verso l’esterno da quell’apertura tonda.

Ma tutto si sentiva da quel pertugio!

C’era chi in una stanzetta al buio, sutta quellu barcunettu riundu, aldilà del muro, auscultava ogni parola

Se serviva annotare qualcosa di importante, bastava la luce di una candela.

Non si è a conoscenza del perché poi ” il grosso pertugio con ferriata” fu chiuso.

A questo punto può essere presa in considerazione la raccontazione popolare.

Che in spregio al potere del palazzo, i cittadini avevano preso la bella abitudine di gettare attraverso quell’apertura ogni sorta di rumenta.

Gli strumenti escogitati dal potere, per tenere sotto controllo il popolo sono diversi.

Il più antico ed efficace è il sacramento della confessione, dove già nella penombra della prima pieve cristiana, il confessore era messo a conoscenza di cose indicibili segrete dei fedeli della sua comunità.

Quasi tutte le chiese conservano uno spioncino, dove è possibile vedere, senza essere visti, chi è presente alla messa.

Il potere laico, da sempre utilizza i delatori per mantenete il controllo sui cittadini.

In forma anonima o esplicita per ideali politici, ma anche per invidia e gelosie

Per un paio di scarpe e per quattro soldi erano consegnati agli aguzzini conoscenti e famigliari

Questa vergogna sociale fu particolarmente in voga durante la seconda guerra mondiale.

A Rocca di Busci

Lo scorso anno a Sagra du Cundiggiun, la frazione Pero fu dileggiata perché aveva fatto friggere i totani.

I totani del Teiro!

Dissero i nostri beneamati menabelin de Vase!

Un pò di ragione però c’era…

Può essere che la rocca che sovrasta l’abitato dei Busci, in sponda destra del Teiro nei pressi del campo di atletica, ai tempi dei primi insediamenti umani, nel nostro territorio, fosse, alla sua base, lambita dalle onde del mare.

Gli scritti, sulle origini del Castrum Romano del Parasio, menzionano la presenza di grandi basamenti in pietra, un probabile attracco per le navi.

Sepolti ai piedi del lato sud del colle di S.Donato.

E’ giunta fino ai giorni nostri la memoria di robusti anelli in ferro infissi in una roccia.

E’ da supporre quindi, che duemila anni fa in buona parte del Sciu’ da Teiru, ci fosse acqua di mare.

I ommu de na otta ciappavan i purpi a Gambun e pescavan i totani a e Tascee?

Nei millenni questa insenatura fu colmata con gli inerti trasportati dalle acque e soprattutto dalle piene del nostro fiume.

Ma non solo…

È molto probabile che una frana di grandi dimensioni si staccò dell’odierna Villa D’Atu a Casanova.

A Liggia de San Peo

Una grande massa di terra e pietre, sbarro’ il normale flusso delle acque del Teiro.

Si formò un grande invaso.

L’acqua tracimando da quello sbarramento, trascinò verso valle, un notevole volume di inerti che finirono per insabbiare l’approdo romano ai piedi del Colle di S. Donato.

Formando la piana alluvionale Caminata/Lomellina

In mezzo alla borgata dei Busci, percorro l’omonima Munto’.

Al termine, cerco il sentiero, che facevo da bambino, quando insieme ad altri amici esploravamo il nostro mondo, quello fuori casa, con il bosco e il fiume, teatri dei nostri infiniti passatempi.

Il sentiero è la mulaioa che porta a Ca da Fidea passando da Ca du Suia

Dopo alcune decine di metri, lascio la stradina e mi arrampico a destra lungo la pietraia, un’ex cava di pietre, che mi porta sulle grande Rocca di Busci

Sotto di me un impressionante strapiombo!

In basso i Busci, u Rissulin, u Pasciu, S.Duno’ via Scavino.

In fundu Vase e u ma’.

“Arrivati in cima alla collina, sostammo in silenzio, contemplando il panorama, da quassù si poteva scorgere il nostro mondo. La curva che faceva il fiume intorno al colle di S.Donato, il nostro bosco, tutto era diventato in miniatura. Ci meravigliammo di essere saliti così in alto. Da quella rupe, ci sentivamo padroni del nostro mondo, ora sottomesso davanti a noi.” ( tratto da “Olio di Oliva e Cotone”)

Proseguo, seguendo le piste degli animali selvatici, qui padroni del loro mondo.

In mezzo a una boscaglia di “brughe” “ersci””pin” “lentiscu” “ senestra” e “ruvei”.

Il versante nord quello verso Casanova, di questo bricco senza nome è tutto un fitto bosco di eriche arboree e rovi.

Qui vicino, si cela una grotta, il covo dei nostri nemici ai tempi delle nostre scorribande in questi boschi.

Ma rinuncio alla sua ricerca, troppo arduo superare il groviglio di vegetali.

Sopra questa altura convergono le linee elettriche che scendono alla Stazione Elettrica di trasformazione del Parasio, in un ex basamento è incisa l’anno il 1910, l’epoca della prima linea elettrica, tesa sulle nostre colline, trasportava l’energia elettrica, che alimentava la nostra città

Proseguo in direzione du Vino’ seguendo “na currianna “uno scolo dell’acqua piovana, sapientemente scavato, da chi coltivava i sciti sui terrazzamenti circostanti, un secolo fa.

Oggi è tutto inglobato in un marasma impressionante, impraticabile de Brughe e de Ruvei!

A malapena si intravvedono le fasce con le mascee, i muretti a secco.

Ad intervalli regolari, sono stavi scavati trasversalmente alla dorsale spartiacque, i Surchi, canali per acque meteoriche, l’unica opera che può salvaguardare il nostro fragile territorio!

Altri scavi molto più grandi fanno parte di un sistema di trincee della Seconda Guerra Mondiale

Osservando questa ripida dorsale dove nessun vegetale riesce a radicarsi, si intuisce la portata e la velocità con cui l’acqua scende dau Vino’

Proveniente dal monte Zucchero.

Sapientemente chi ha scavato questi solchi, aveva l’intento di limitare i danni che poteva fare un forte temporale alle coltivazioni e ai muri in pietra dei terrazzamenti.

Questi surchi, a distanza di un paio di secoli, sono ancora integri e in grado di espletare il loro compito primario.

Siamo difronte ad un’altra mirabile opera delle generazioni che ci hanno preceduto, in questo territorio, quelle genti che con la fatica e con l’ingegno e senza nessuna attrezzatura al difuori delle loro braccia e delle loro mani , hanno lottato contro un territorio ostile e fragile, per il sostentamento delle loro famiglie

Raggiungo il Vino’ dove la vista spazia in uno scenario stupendo a 360° qui sono installati i ripetitori TV con una miriade di antenne e trasmettitori.

Sulla via del ritorno arrivato al pianoro, seguo il simbolo giallo dei guardiafili delle linee elettriche, che tramite un agile sentiero, mi conduce ai Busci.

Prima dell’inizio dei sciti, le zone coltivate c’è un rudere di una peschea, una vasca di raccolta per irrigazione.

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