Una Scatoletta, tre Amici e un Twist.

Nell’introduzione al suo primo album del 1967 Francesco Guccini recita:

– Era molto bello leggere Kerouac in italiano, con i nomi in americano come: quella sera partimmo John, Dean ed io sulla vecchia Pontiac del ’55 del babbo di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson.-

Guccini continua dicendo che gli americani ci fregano con la loro lingua, perché tradotta in italiano la frase diventa

– Quella sera partimmo con la vecchia 1100 del papà di Giuseppe e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a S.Anna Pelago.-

E non è la stessa cosa!

Oppure.

Quella sera partimmo io Giorgio e Giuseppe con la mia vecchia 500 e facemmo tutta una tirata da Varazze a Cairo!

Nell’Italia anni 70 si facevano “lunghi viaggi” serali, in direzione dei blasonati locali da ballo dell’entroterra in primis il Palladium ad Acqui Terme e La Perla a Cairo Montenotte.

Faceva freddo all’interno di quelle scatolette, che avevano motorizzato l’Italia.

Si doveva riscaldare l’abitacolo con l’aria di raffreddamento del motore.

La puzza d’olio misto a fumo era proporzionale allo sforzo di quella macchinina che arrancava per risalire l’Appennino

La pioggia a livello del mare lungo la statale per Cadibona diventava nevischio.

L’odore di bruciato si mischiava al fumo delle sigarette, all’interno di quella scatoletta, si era costretti ad aprire i finestrini….era come andare in moto!

Era il periodo d’oro del ballo liscio, la gente anche se non viveva nell’agiatezza era molto piu spensierata i locali da ballo crescevono come funghi.

Io e i miei amici padroni delle tecniche di danza eravamo come tutti i giovanotti anni 70 non interessati ai volteggi in pista ma a conquistare il cuore e le grazie delle ragazze….ma anche viceversa andava bene

La maestra di quel corso di ballo, che stavamo frequentando a Savona, in una sala da pranzo, privata dei mobili, si era alquanto stupita di noi:

-Non siete mai stati alla Perla?E’ il tempio del ballo!-

E così quella sera partimmo io Giorgio e Giuseppe…..

Passammo minuti interminabili a quelle sbarre del passaggio a livello, ma tutte quelle auto, parcheggiate ai lati della strada, dicevano che eravamo quasi arrivati al Dancing La Perla.

Sembrava che tutta la Val Bormida quel sabato sera fosse convenuta a Cairo.

Trovammo un parcheggio lontanissimo.

L’abbigliamento doveva essere rigorosamente giubbotto di pelle, jeans e stivaletti

Magri come chiodi con il freddo nelle ossa

Giorgio non so dove, aveva trovato un paio di stivaletti, a quei tempi tanto di moda, con due tacchi esagerati, ed era in difficoltà con tutti quei buchi della strada.

La Perla era la cattedrale del ballo anni 70/80.

Nei seminterrati dello stesso edificio, anche una sala per balli moderni e la discoteca, ambiente ostico specie per noi della riviera c’era sempre chi controllava gli accessi e le facce nuove non erano gradite, spesso le risse finivano sul giornale.

Eravamo pronti alle evoluzioni, in quella grande sala, un specie di anfiteatro a forma di semicerchio dove dai tavolini ragazze in età da fidanzato, stavano tra mamma e papà, scrutando possibili pseudo spasimanti.

Ma non era facile agganciare una ballerina, la diffidenza verso il foresto era tipica di questi locali.

-E se poi è uno che non è capace di ballare e mi fa fare delle brutte figure? Meglio di no!-

Difficile farle ballare, figuriamoci avere il resto, cuore e grazie di quelle ragazze!

Dopo un paio d’ore solo Giuseppe fece qualche ballo, con una donna di svariati anni più adulta.

Giorgio come al solito aveva una marcia in più, ogni volta puntava in alto e anche quella sera ballò con la più bella del reame.

Io cambiai dama due o tre volte o meglio furono loro che dopo il primo ballo, non mi concedettero il bis.

Una serata scialba, con poco da raccontare.

Smisero di suonare le melodie di valzer e mazurke e tango e ci fu una serie di rock and roll.

Belin il twist!

Io e Giorgio riscattammo quella grigia serata!

E un po’ come si vede alla tv, facemmo il vuoto intorno a noi, alcuni si fermarono a guardarci e noi incoraggiati da quei spettatori, ci esibimmo in diversi numeri provati tante volte in altre sale da ballo.

Il numero che meglio ci riusciva era anche quello più spettacolare.

Consisteva nel piegarsi a far battere le ginocchia a terra arcuarsi con la schiena e con un balzo tirarsi su.

Bene la prima parte, scendemmo coordinati nei movimenti, uno di fronte all’altro con le ginocchia a terra restammo in quella posizione per qualche secondo la gente intorno a noi aveva iniziato a far qualche apprezzamento.

Poi solita occhiata d’intesa e insieme op! saltello e in piedi!

Lo sguardo d’intesa con Giorgio ci fu e io saltai in piedi…

Ma Giorgio era rimasto con le ginocchia sul pavimento.

Aveva lo sguardo verso gli stivaletti.

Quei tacchi esageratamente alti si erano staccati per lo sforzo e giacevano a poca distanza dai suoi piedi!

Io non ricordo bene ma penso che la gente intorno si sbellicò dalle risate.

Io e Giorgio, con quei due tacchi in mano, ci dirigemmo verso un divanetto.

Sentimmo addosso gli sguardi e gli ammiccamenti di chi aveva assistito alla scena.

Che fare?

Ricordai di avere sulla 500 un rotolo di nastro isolante.

Fissammo i tacchi alla belle e meglio, con quel nastro e ritornammo nel locale da ballo

.

Ma ad ogni passo le scarpe oscillavano paurosamente e Giorgio doveva far miracoli di equilibrio per restare in piedi.

Quella sera le risate si sprecarono stretti in quell’abitacolo, noi tre a rivivere quella scena lo sguardo smarrito di Giorgio e quei due tacchi staccati!

Quella scena negli anni fu raccontata chissà quante volte!

Sulla via del ritorno c’era un piccolo strato di neve sulla strada.

Fini così quella lontana seianna e come eravamo soliti fare, anche per tenerci svegli, cantammo stonando qualche canzone dentro quella scatoletta.

Questo è uno dei tanti e bei ricordi che mi hai lasciato Giorgio, grande sfortunato amico mio insieme negli anni più belli della mia vita.

Nella foto John Martin su BSA…..gli americani ci fregano con la loro lingua

Una Notte

Ho un dolore osseo, profondo lancinante, l’antidolorifico endovenoso ha solo lenito un po’ le fitte che provo alle tre costole rotte

Posso solo stare coricato sul lato sinistro.

Mi duole il bacino e la schiena, dove sono le vertebre fratturate.

E un’altro bruciore intenso alla colonna vertebrale, tra le scapole.

Un colpo di tosse improvviso e alla fitta di dolore che mi arriva dalle costole, si somma quella delle vertebre dorsali è devastante, sembra che mi tagli a metà il torace

Si fa viva anche l’escoriazione al gomito sinistro.

Faccio un cenno all’infermiera e chiedo qualcosa per i miei dolori.

Mette delle gocce sotto la mia lingua.

Sono le due di notte, al Pronto Soccorso.

Sono stanco vorrei dormire.

Sono arrivato alle 20 con l’ambulanza, dopo l incidente.

Al mio fianco Papillon cerca ancora di scavalcare le sbarre del letto.

Per fuggire.

C’ è quasi riuscito.

Pover’uomo, mi parla ma non capisco del tutto, quello che mi dice – Sto bene, perché devo stare qui?-

Vuole andare a casa

Arriva il personale ospedaliero che lo rimette a posto coricato nel letto.

Non so quante volte tenta di scappare, mi sembra adatto il soprannome che gli ho dato Papillon.

La signora che bestemmiava contro le puttane, non c’è piu’ l’ho vista entrare in uno studio e udito ancora il suo bestemmiare oltre la porta chiusa.

Poi più nulla.

Un’altro anziano e’ dall’altra parte fermo immobile con la cannula dell’ossigeno

Sta dormendo e la sua respirazione è come un rantolo.

Il monitor della macchina dell’ossigeno emette i suoi impulsi.

Una serie costante di bip.

Sovrastati da uno singolo più potente.

Mi entra nella testa.

Mette ansia

Cerco di fare un pò di barriera alla luce delle plafoniere.

Formo due tappi di carta bagnata con l’acqua della bottiglietta, da mettere nelle orecchie.

Attenuano un pò qugli impulsi.

Voglio dormire.

Ma quei bip sono nella mia testa.

Non riesco a non pensarci.

E a pensare ad altro.

Ho sonno sono stanco ma non dormo.

Il cuore ha preso a battere veloce.

Improvviso incontrollabile mi succede qualcosa.

Divento inquieto le gambe si muovono per proprio conto, sudo, mi sento soffocare

Sono chiuso in una trappola mi sembra di essere in una buca profonda, e questo muro dove sta attaccato il mio letto mi sembra ancora più vicino più alto, incombente.

Mi aggrappo alle sponde mi gira la testa.

Gira tutto.

Sempre male alle costole e alla schiena

E quel bip incessante

Sento che sto per gridare.

Tiro giù e poi su, il lenzuolo che mi copre.

Cosa faccio?

Poi una persona nei miei pensieri, mi fa ricordare una cosa.

Mi aveva parlato di respirazione

Devo respirare!

A bocca aperta, dieci venti volte, non so quante volte ventilo.

Ritorno in me.

Mi guardo attorno.

Papillon sta tentando un altra fuga.

Nessuno si è accorto del mio panico.

Sono le 2.30 di notte.

Chiudo gli occhi

Ma cosa faccio? Tanto non riesco a dormire

Piano piano per non sentir dolore mi metto seduto.

Lentamente

Come un bradipo.

Ho le gambe nude a penzoloni oltre l’orlo del letto.

I gomiti sopra la sponda.

Resto lì a guardar l’andirivieni delle Pubbliche Assistenze

nel Pronto Soccorso

Portano persone sulla barella o con le sedie

Tutte anziane

Le vedo entrare poi uscire, sentir parlare dell’accaduto o non rispondere alle domande, alcuni sono ricoverati altri rimandati a casa.

Chi ringrazia e chi ha lo sguardo chissà dove

Una notte come tante al Pronto Soccorso.

Non per me

U Garsunettu

Da rivalutare, a mio parere nel mondo del lavoro, il ruolo molto importante dell’aiutante.

Impossibile, anche per il miglior professionista non avere l’apporto di uno o più aiutanti, per effettuare il lavoro, nei tempi prestabiliti, senza tribolare o bestemmiare.

Giovani alle prime armi

come ero io nel 1975, assunto nell’Ediliza Cristoforo Colombo di Cogoleto, in regola e con uno stipendio regolare a fine mese, comprensivo di straordinario, cassa edile ecc.

L’equivalente oggi del tirocinante, o peggio dello stagista, spesso sottopagati, senza diritti o addirittura costretti a lavorare quasi a gratis.

Nei cantieri edili, il giovane nuovo assunto, era u Boccia, nelle officine u Garsunettu.

Molto spesso vessati dal mastro o dal capo, ma non dai colleghi.

Vigeva ancora la gelosia lavorativa e il nuovo arrivato era allontanato al momento giusto, per non carpire i segreti del mestiere.

Gli aiutanti giovani e intraprendenti, portavano un po di vivacità, qualche idea nuova o innovazione tecnica. Sempre bocciate perche vigeva il detto – Emmu fetu sempre cusci!’

Il mio primo giorno di lavoro, lo ricordo bene.

Assunto come operaio meccanico, mi presentai dal capo cantiere, il quale vedendo il mio aspetto giovanile, mi disse

– Mia che nu semmu all’asilu!-

Era un capo e stava recitando la parte del duro.

Ma in generale fui ben accolto, in quel piccolo gruppo di colleghi.

Lavoravo nell’officina meccanica, dove c’era Luigin Damonte di Arenzano.

Da lui imparai i rudimenti del mestiere.

Fu una fortuna per me avere un maestro come lui.

Siamo rimasti buoni amici e periodicamente, gli faccio visita nella sua Terrarossa

Mi affidarono qualche lavoretto in autonomia.

Un giorno, stavo smontando il motorino di avviamento di un camion, io in cabina a togliere l’ultimo bullone, l’autista sotto al motore per sostenere il motorino, ma lo spazio dell’abitacolo del Fiat 693 era molto ridotto, con il motore posto al centro della cabina e il sedile, ci stavo stretto e così sdraiato in modo sgraziato, per estrarre l’ultima vite, senza volerlo, azionai il pulsante della tromba pneumatica, posizionata vicino ai pedali. Nonostante i decibel che riusciva ad emettere quella tromba, stranamente udii in quel preciso istante come un colpo sordo.

Capii che cosa era successo, quando vidi uscire da sotto al camion, imprecando, l’autista che si premeva la testa.

L’improvviso forte suono aveva provocato in lui, un movimento incontrollato, facendogli sbattere la testa, contro il motore.

Mi chiusi in cabina, scongiurando una probabile aggressione e scusandomi dell’accaduto.

Un lavoro pesante era smontare le ruote e sostituire i pneumatici dei camion.

Il cerchio era diviso in tre.

Per smontarlo occorreva un’apposita leva, estratto il cerchio bisognava recuperare la camera d’aria e la fascia in gomma.

Particolare attenzione bisognava prestare invece con le ruote chiuse da un anello elastico, se non era ben messo, poteva saltare fuori durante il gonfiaggio con possibili gravi conseguenze, a questo scopo, sulla pistola per il gonfiaggio era applicato un fermo e si poteva controllare in sicurezza da lontano questa operazione.

Non avevo un abbigliamento adatto, per effettuare questi lavori e poca attitudine ad evitare lo sporco e cosi riuscivo a restare abbastanza lindo, solo nella giornata di lunedì, ma già il giorno dopo, grasso e olio facevano bella mostra su di me.

Cun e man neigre de unciumme.

Un giorno mi giocai la pelle.

All’interno delle autobotti di trasporto del cemento, c’era una coclea che serviva per mescolare e mantenere in movimento il calcestruzzo, invertendo la rotazione la coclea, permetteva la fuoriuscita del calcestruzzo.

Le lamiere però erano soggette all’usura, dall’azione erosiva degli inerti, allora si interveniva all’interno della botte, entrando dall’apposito passo d’uomo, per effettuare le dovute riparazioni posizionando parti di lamiere nuove o per ripristinare le saldature.

A seguito dell’avanzamento del lavoro, era necessario uscire, far girare la botte, quindi rientrare, effettuare nuove saldature, poi nuovamente uscire, avviare il motore di rotazione e così via.

Mi venne una brillante idea! Dissi all’autista, che sarei rimasto all’interno anche quando ruotava la botte.

Fu una pessima idea!

Lo strattone che diede la frizione, quando iniziò la rotazione, mi fece perdere l’equilibrio, andai a sbattere contro la coclea e per mia fortuna, l’autista udite le mie grida, fermò spaventato il motore.

Esistevano le norme antinfortunistiche, ma quasi sempre disapplicate, men che meno si usavano i presidi personali di protezione, guanti scarponi, casco, mascherine ecc.

Era pero’ un mondo meno frenetico e complicato di oggi, l’anziano, magari era geloso del suo lavoro, ma prodigo di consigli verso un giovane, non solo come fare ad evitare degli infortuni, ma in generale per come fare nella vita.

Come un vecchio amico a cui chiedere quei consigli, taciuti in famiglia per tabù

Il comparto edile, ancora oggi è dove avvengono purtroppo la maggior parte delle morti sul lavoro.

Le cosidette, chissà perche’, Morti Bianche, sono la più grande Vergogna d’Italia con 80 morti sul lavoro ogni mese!

A l’è andeta ben !

In quella zona di confine tra la vita e la morte, ci sono le sensazioni percepite di chi sta combattendo per la propria sopravvivenza o sta attraversando situazioni molto intense, stressanti dal punto di vista fisico o emotivo.

Chi è riuscito a descrivere queste particolari condizioni, parla come di un passaggio in un’altra dimensione

C’è chi ha visto una luce bianca, altri dicono di aver riabbracciato parenti e amici defunti o hanno visto il loro corpo dall’alto altri ancora parlano di voci udite nell’ultraterreno.

Ognuno in base all’età, alle sue esperienze e al suo credo religioso, reagisce a modo suo a questi stimoli

Per la scienza sono allucinazioni, dovute al rilascio della DMT la dimetiltriptammina, una sostanza presente nel nostro fluido cerebrospinale.

E’ possibile che in prossimità di eventi traumatici, come la nascita o la morte, l’organismo produca maggiori quantità di questa sostanza per proteggerci dallo shock di ciò che sta per succedere. Innescando il fenomeno delle allucinazioni

Un altro fattore scatenante è l’assenza o la scarsità di ossigeno, l’anossia, che potrebbe spiegare l’insorgere di allucinazioni o di euforia.

Queste le sensazioni e le spiegazioni scientifiche, poi però nello scibile umano, sono miriadi le cose che influenzano determinano, suggestionano il nostro pensiero, lasciandoci dubbi, stranezze, misteri senza soluzioni.

L’ incidente

L’urto era stato violento, quell’auto non si era fermata allo stop.

Lo aveva preso in pieno sbalzandolo dalla moto.

Aveva perso conoscenza,

immerso in mondo di buio e di silenzio

Ascoltava il suo cuore e il suo battito accelerato

Ma quella voce…..

Lei?

Non era possibile?

Sentiva o forse stava sognando, che una strana forza incitata da quella voce, lo stava trattenendolo a terra come a mantenere in vita, dare forza ad un corpo esamine.

E quella voce…. quel nome ripetuto diverse volte, che gli diceva -Ti ricordi di me ?-

Poi più nulla, ora una luce accecante, penetrava le sue palpebre

Riprese i sensi sull’ambulanza, era ritornato lucido e razionale, chiese notizie dell’accaduto, aveva delle ferite? E quello con l’auto, era forse scappato?

La sirena si faceva largo nel traffico del rientro serale per arrivare al Pronto Soccorso.

La prognosi fu riservata per qualche giorno, poi fu dichiarato fuori pericolo.

Con la frase di rito: – A l’è andeta ben! –

Di quell’incidente ricordava solo quell’auto che gli rovinava addosso e la voce di una donna, il suo nome e quella strana sensazione, come di

una forza che lo aveva ancorato a terra.

Chiese, a chi lo aveva soccorso se era stato rianimato, sul posto, gli risposero di no, quelli della Croce Rossa lo avevano trovato riverso sull’asfalto, confuso ma cosciente.

Quella voce, gli si era insinuata in testa e voleva delle risposte.

Qualche giorno dopo parlando con alcune persone, che erano accorse in suo soccorso, raccontò della voce che aveva sentito, c’era forse una donna, una ragazza vicino a lui, quando era riverso a terra?

Ma nessuno ricordava di aver visto una persona che gli stava prestando soccorso, anche perché l’ambulanza arrivò in pochissimo tempo.

Fu dimesso ingessato con il busto e una lunga prognosi

Ebbe modo di pensare di documentarsi sulle cose che accadono nei fine vita.

Moltissime le storie che sono nel web, le più disparate, molte incredibili, oniriche ecc. la maggior parte legate all’intercessione divina di qualche Madonna o Santo in paradiso.

Una di quelle storie, lo fece trasalire con un brivido.

A scrivere era un muratore, scampato dopo una caduta da un’impalcatura, che udì la voce del padre defunto, mentre lui era riverso a terra, che gli diceva di tenersi forte, perché stava arrivando la Nera Signora.

Fu questa lettura che gli fece ricordare bene, un particolare realmente accaduto.

Mentre lui era supino le sue mani, comandate da quella voce si erano messe a scavare e le sue dita erano finite dentro una fessura.

Ricordava bene quell’appiglio e le sue unghie nere di catrame.

Impossibilitato a muoversi visionò delle foto del luogo dove avvenne l’incidente e vide quella lunga crepa sull’asfalto.

Dove lui quella sera si era aggrappato come ad un’ultima speranza di vita

Il nome che aveva sentito pronunciare quella sera, era quello di una sua cara amica, scomparsa molti anni prima.

Una ragazza solare, che un male implacabile l’aveva strappata alla vita.

Erano passati almeno una ventina d’anni dalla sua morte.

Ma anche se il tempo passa, non si dimenticano mai i volti, la voce e altre cose, delle persone a noi care e lei lo era.

Un’amica, niente di più, le loro vite si erano intrecciate nelle lunghe serate estive.

Quelle passate con gli amici, i cosiddetti Giovani del Muretto. Il ritrovo all’ora prestabilita, era presso le panchine in pietra, presenti ai lati dello stradone, in una piccola borgata di case.

Ore felici spensierate come lo sono quando si è giovani.

Lui aveva un fiore bianco, in mano, ma non ricordava più bene, dove era la sua lapide.

La trovò, sotto al suo nome era scritto – Ricordatemi-

Si mi ricordo di te amica mia.

Francesco Baggetti

E Primissie de Vase

Il 18 maggio del 1820 il giudice del mandamento di Varazze, gia’ incorporato negli stati sardi, spediva al re un’importante memoria che parlava del clima di Varazze capoluogo e cosi lo descriveva.

“Alcuni giardini conservano le loro piante fresche (gli agrumi) immuni dal flagello dell’inverno e senza nessuna precauzione, le piante hanno abbondanza di frutti.

Dalle spalliere si vedono pendere limoni freschi, cosa che non si verifica in nessun paese della Riviera.

Il freddo è maggiore di qualche grado a Celle e a Cogoleto, sebbene questi borghi siano sulla stessa spiaggia di Varazze”

L’elogio prosegue, con la brezza marina di ponente che mitigava le estati mantenendo la temperatura sui 25/26 gradi.

L’altra peculiarità secondo il giudice, erano le piogge equamente divise per stagioni, segue poi una lunga dissertazione sull’utilità delle piante specie quelle sommitali lungo i crinali delle colline per ridurre la forza del vento.

Ma a queste conclusioni erano arrivati qualche secolo prima anche i monaci Cistercensi e Vallombrosiani.

In una stretta valle con abbondanza d’acqua impiantarono i primi opifici azionati dalla forza idraulica.

Mulini per cereali e frantoi per l’olio.

Nei pendii soleggiati costruirono terrazzamenti in quelli piu brulli e aridi vi trasportarono a forza di braccia la terra da coltivare.

Nelle zone più riparate e in quelle ampie naturali terrazze sul mare della Vignetta, Cian du Tunnu, Sciarsciu, Invrea e S.Giacomo crescevano le primizie e Basan-e, Articiocche, Coi, Tumote Gaseolli, Cachi, Setruin, Limuin, Sesce, Briccoccole, Perseghe ecc.

Sconvolsero un territorio primordiale traendone dei benefici economici per le loro abbazie.

Furono erette grandi Peschee per la raccolta delle acque piovane.

Alimentate da grandi opere idrauliche, i Bei che prelevavano le acque dai Rian.

Questi canali interrati e intubati, ancora portano l’acqua per uso irriguo a zone altrimenti brulle e aride.

Grano frutta, verdure e olivi erano coltivati sopra chilometri di fasce, tutte irrigate tramite altrettanti chilometri di solchi, opere idrauliche non meno importanti.

Ma chi percorre un Ciappin de Pria, sosta al cospetto de na Miaggia, o sopra un’antico Beo e si meraviglia di fronte ad un’opera edile o idraulica, non può non pensare a chi ha materialmente messo queste Pria in se Pria, per far sì che noi oggi possiamo godere della vista o trarre ancora dei vantaggi da questi manufatti

Oggi la narrazione storica si ferma a magnificare solo gli ordini monastici, questo o quel signorotto!

Di loro conosciamo le vicende dinastiche o la loro santita’ sono venerati santificati o ammirati.

Ninte si sa o si dice di quella moltitudine di poveri cristi analfabeti e bestie da lavoro, che materialmente fecero diventare importante e produttivo il nostro territorio, strappando terra da coltivare da ripidi pendii.

Costruendo Mascee Crose Munto’ Bei e Peschee

Serve dare dignità storica ad una moltitudine di uomini donne e bambini, che mai ebbero un nome e un volto.

Erano contadini e operai Piccaprie e Massachen che in uno stato di semischiavitu’ edificarono e coltivarono chilometri di Fasce, per un tozzo di pane.

Aspettando la morte come una liberazione dagli stenti e dai patimenti della loro vita terrena con la promessa di un posto in Paradiso.

La foto, tratta dall’archivio fotografico Varagine, è stata scattata nei pressi della località “Vignetta” da dove provenivano le “primissie de Vase “

U Merco’ de Toe

Vase 1820

Il mercato del venerdi era chiamato anche u Merco’ de Toe.

Questo è un verosimile racconto di una giornata di quel mercato, di tanti anni fa.

I nomi sono di fantasia tanto “Pe rie un po’ “

Ecco la cronaca di quella giornata.

U Merco’ a Vase

Il tempo dava egua, ma niente pioggia a bagnare la legna au Merco’ de Toe de Vase.

In Ciassa Banchi facevano bella mostra tante Toe Impile’

Ma c’erano anche le cose dei contadini, Galine, Cuniggi, Sassissa, Verdue, Patate e Fascio’, Cachi, Gaseolli, Meie e Peie

Come al solito quelli du Sciascellu e i Lurbaschi la facevano da padrone, con e Toe de Rue.

E così una parola tira l’altra e alla fine, hanno fatto arraggiare quelli dell’Arpiscella e de Faje.

Che dopo le botte della settimana scorsa, devono aver fatto pace, se ora sono tutti contro quelli de la’ du Beigua. -Vegnan a Rumpi u Belin!-

Rei di far buoni affari a scapito de Toe de quelli de Vase.

Il primo legname ad essere venduto e’ sempre quello de Rue, il più richiesto dai maestri d’ascia, seguito da e Toe de Castagno, Erscio, Fo e Pin dei Taggiaboschi de Vase, pagate molto meno.

Fu forse un Gosciu in dialetto, mal preso, che scateno’ la rissa!

A Ciassa Banchi diventò un gran casin!

Botte da orbi!

Quarche Giastemma, poi Runsuin, Casci in tu Cu Lerfuin e Spui in tu Muru!

Quando poi si tiro’ in ballo a Famiggia alua…. la mamma, la Lalla e antichi mestieri, allora quella scaramuccia divenne, con qualche Gotto di troppo, uno scontro all’arma bianca!

Pattuin e Pugni in tu Muru.

Tognu Tartagia, cercò di farli smettere, ma nessuno ebbe la pazienza di starlo ad ascoltare.

Giuan u Servegu, fece far lippa e getto’ a terra, Tognu u Baggiu, a questo punto, arrivo’ in aiuto dell’amico, Beppin u Rangu, la lotta era impari, ma Giuan aveva fra le mani n’ Ueggia de Tognu, che -braggiava come un ‘aquila!-

Per dividere o a dar manforte alla propria parte in lizza, arrivarono Beppe u Luccu, u Grattacu, Testa Lunga, u Massacrave, u Lacciapeque, Luensu Braghemolle e u Ballesecche che prese, senza fare una piega, un calcio in mezzo alle gambe, arrivò anche Giuanin de Vedru, quest’ultimo mantenne fede al suo soprannome, perché nella zuffa si fratturo’ un braccio e tre dita!

Con gran fiatone arrivo’ il parroco, Pre Mollu, ma arrivato in Ciassa non riuscì a proferire parola.

Fu chiamato il questore, il quale riuscì a stento a placare gli animi, raccontando la balla di Carabine’ a Cavallo, che stavano arrivando da Sanna.

La zuffa termino’ in un attimo, come era iniziata, a Rattelare rimasero Tugnin u Muttu e Giulin u Surdu, non si erano accorti che era la rissa era finita.

U Senzio’, rimasto in disparte a raggranellare qualche losco soldo, alle spalle dei Taggialegna, forse a scommettere anche su quella rissa, intervenne a decretare la fine delle vendite.

Ora finalmente, poteva iniziare un’altro spettacolo e con un passa parola da Cabraghe Numascelli e Tasca e u Suo’, arrivarono tanti Vasin in piazza del mercato.

In poco tempo, furono alzati quattro cavalletti e posizionate le travi.

U Senzio’ con il suo grande compasso e con gran Sciato controllo’ che le travi fossero dello stesso spessore e stessa lunghezza, i segantini presero posto…si fece di colpo silenzio, nella piazza.

Poi iniziò la gara di taglio, con le urla di incitamento dei convenuti.

Figgio’ Lesti de Man, raccoglievano u Serumme da portare a casa, pe Asende u Fogu.

La rissa fu così sedata, ma i partecipanti a quella zuffa, si diedero appuntamento per u Proscimu Merco’ de Toe.

Bunna giurno’ Vasin

Uomini e Stracci

Aprile del 1800 al generale Massena, impegnato con i suoi soldati a respingere, anche con le pietre, gli attacchi all’avamposto, situato sul Monte Croce, non tornavano i conti.

Dov’era Sacqueleu con i suoi uomini?

Perché non era arrivato a dargli manforte?

La risposta la seppe il giorno dopo, quando a Rocca Guardioa, incontrò un gruppo di granatieri che lo condussero all’Arpiscella.

Qui ritrovò il colonnello Sacqueleu.

Massena è in collera, perché l’intera brigata, si era data al saccheggio di quella zona, invece che accorrere in suo aiuto.

Ma che cosa c’era da portar via a quella povera gente?

Al calar del sole, di fronte ai suoi soldati, il colonello venne degradato e ridotto al rango di soldato semplice.

Ogni esercito che ha attraversato il nostro territorio, ha compiuto razzie, saccheggi, ruberie.

Ma ha lasciato anche altre tracce, molto più dolorose.

Gennaio 1801, Istituto Suore Domenicane di Varazze.

La campanella, in alto sopra la porta, suonava quasi tutte le notti, in quei primi giorni di un nuovo anno.

-Un altro?-

Così la badessa, reagì a quel suono, sapendo che un altro fagottino, in una cesta, era stato appena lasciato alla porta del convento.

Un altro morticino, da portare in chiesa pensò.

Tutti sapevano chi erano quei neonati, abbandonati nottetempo davanti alla porta delle Suore Domenicane.

I francesi ad aprile erano sui nostri bricchi per prendere a fucilate gli austro ungarici.

Due eserciti, migliaia di uomini forse ventimila, i francesi feroci, affamati senza regole, avevano saccheggiato, rubato e violentato, non di meno furono capaci i loro avversari in campo, gli austro ungarici.

Dopo nove mesi, finita la gestazione, uno dopo l’altro, ecco il frutto di quegli stupri, tanti fagottini abbandonati davanti al convento.

Avvolti negli stracci, da dove a stento fuoriusciva un vagito, molti altri solo corpicini senza vita.

E chissà quanti saranno stati gettati in mare, in Teiro o sotterrati.

Gennaio 1801, entroterra di Varazze

Era iniziato un nuovo anno, le alture di Varazze erano da giorni imbiancate da un discreto strato di neve.

Il Natale era da poco passato ma nessuno lo aveva festeggiato

Lei era la levatrice, chiamata per assistere le partorienti.

Quanto lavoro in quel mese di gennaio!

Non faceva domande sulla sorte di quelle creature, che uscivano dal ventre di quelle povere disgraziate

Conosceva sulla sua pelle le tragedie che si stavano consumando, in tante famiglie

Quel giorno c’era un pò del suo sangue, in quel fagottino che aveva sotto al pastrano

Anche quello concepito con violenza sopra una povera ragazzina.

Sua figlia.

Si erano avventati su quella giovane donna, come un branco di lupi.

Per giorni, quella povera ragazza non fece ritorno a casa.

Fu lei sua madre, che la ritrovò nascosta in una cascina.

Lo sguardo perso nel vuoto, le mani tremanti, stringevano una pezzo di carta sgualcita.

Stava lì nascosta in quel rudere da chissà quanti giorni, le gambe chiuse bloccate, tanto che fu necessario sollevarla di peso per portarla casa.

Un triste destino l’aspettava

Un tempo le ragazze madri, erano tutte egualmente emarginate, anche se diventate mamme, per colpa di uno stupro.

Una società bigotta, chiusa non aveva per loro nessuna pietà.

Giovani vite compromesse per sempre, nessuno avrebbe portato all’altare una di “quelle” per non usare un altro termine dialettale.

E così quei figli non voluti a prescindere dalla causa, erano destinati all’orfanotrofio, ma molti furono soppressi alla nascita.

Gennaio 1801 Istituto Suore Domenicane di Varazze.

La levatrice bussò forte alla porta del convento.

La conoscevano e la fecero entrare, con quel tenero fagottino.

Si accordò, con le suore, per una retta di mantenimento.

Ogni mese avrebbe consegnato la somma pattuita e fatto visita al bambino.

Diede loro una busta chiusa, dove aveva messo quel pezzo di carta, che era poi una strana cartina topografica, piena di segni e numeri, insieme ad una commovente lettera della figlia, in cui spiegava chi era quel neonato e perché lo aveva abbandonato, dentro un borsino quattro monete d’oro e un anello.

La borsa è il suo contenuto dovevano accompagnare il bambino, in caso di adozione o di trasferimento ed essere aperta solo al raggiungimento della sua maggiore età.

Due secoli dopo

Con il tempo le dicerie di paese si mischiarono con la realtà, i fatti che accaddero furono tanti e di quei fagottini di stracci se ne perse memoria.

Arrivò un secolo nuovo con altre guerre molto più spaventose a cancellare e a imprimere altre ferite

Passò un’altro secolo, una nuova storia fu svelata da alcuni studiosi, emerite persone, che dagli archivi ci forniscono nuova memoria da conservare

Ritrovarono una vecchia lettera del 1800, in cui una mamma parlava ad un figlio che aveva abbandonato davanti ad un convento.

Il testo della lettera, racconta di un tragico fatto di cronaca, purtroppo comune a tante ragazze e donne

-Lui era poco più che un ragazzo, fu lasciato a far la guardia fuori dalla cascina.

Teneva le mani sulle orecchie per non sentire le urla di quella ragazzina.

Passò un tempo che gli sembrò lunghissimo.

Gli dissero, ridacchiando che ora toccava a lui divertirsi e lo spinsero dentro.

Al buio vide solo che c’erano degli stracci in un angolo.

Era lei che singhiozzava

Quando lo vide si mise a urlare

Lui la rassicurò ponendo il dito sulle labbra, a dire di far silenzio.

Le mise quel pezzo di carta in mano, sopra era segnato dove lui aveva sotterrato quelle cose, monete e preziosi che aveva razziato da quando era iniziata la Seconda Campagna d’Italia.

Prima di allontanarsi le fece una carezza su quel volto senza più lacrime.

Lei lo vide andar, via senza voltarsi

Anche lui era fatto di stracci-

Francesco Baggetti

A Stria de Casanova

Varase giovedi 23 ottobre 1603, già all’Ave Maria arrivan dai tre Recanti e dai Mascelli, tanti bravi cristian, tutti massati in ta Ciassa, per prendere carega nella sala del Consiglio al cian di tera, dove neanche un garbo restava

C’era tanto bordello, che solo lo passa parola, serviva, per sapere quello che dicevano dallo scranno.

Tante teste, che contavano a chi e uegge non sentivano.

Le donne, tutte mandate a far di sapone in Teiro, che è una bella giornata, e sciugan le lensola, cosi non sentivan parole brutte che maniman, facevano venir puia a quelle fantine e alle mamme ci andava indietro il latte.

I figgio’ tutti a far saltare le prie in se l’equa, che il più bravo, poi si mangiava a figassa de Marinin

In questo santo giorno, dopo tre otte, si doveva far il giudizio, capitanato dal santo inquisitore rev. Carlo Gambino, Vicario del munifico Vescovo di Sanna, per la curpa grave di Caterina Damele fu Enrico, dover dar conto dello svelar della sua borsa verde, che Caterinetta Faba, detta Chinola, avea portato in questo giudizio di Dio e degli uomini.

Si arvi’ la borsa verde e contate a voce forte, le cose:

Un toccu de savun!

Na foggia de castagna!

Cavelli lunghi de donna ingugii in te sampe de baggiu!

Ci fu tanta meraviglia in quel Consiglio!

In quella malefica borsa verde erano tutti simboli del demonio!

Tanti si son segnati cun u la crusce, tanti in senuggiu a pregare la Santa de tornare per liberar dal demonio Varase!

Qualcheduno e sciortito di corsa, a dire che una stria era stata a Casanova e che presto, abbisognava cercar legna e un palo per abbrucciarla subito!

Ma il Vicario, conosceva bene i cristiani de Varase e ciammandoli pe numme ci disse di tacer, perché il demonio era li’ e sarebbe, sciortito, a ciappare quelli che ci avevano il peccato in corpo

Tante teste si sono girate….occhi a cercar dove era il demonio.

Poi cian cianin…. e chi lesto, se ne sono andati via in tanti, chi duveiva ando’ a piggio’ a legna, chi a fo sciurti’ e galline, n’atru andava a dare recatto alle pegue chi doveva dorvire la bitega… anche u preve de Santa Ambrosciu è andato, perché doveva smurto’ un lume in giescia!

Io non dovevo andare in alcun posto, avevo confessato i peccati domeniga scorsa e portato un cavagnin de fasciou au preve, e non avevo piu penso’ a Chinola, che quando l’avevo vista, l’altra volta ci diedi un occhio.

E ci ho visto la pelle della caviggia.

L’ho detto al preve che mi ha dato la penitensa

Aua pero’ nel Consiglio, si stava ben larghi e si sentiva la strega, interrogata dal Vicario! Caterina disceiva di no, che non fusse lei a mette quelle malefizie, nella sua borsa verde e diede curpa alla suocera, moglie di Giobatta Perata detta Bianchinetta

-Che mi vuole male e odio e per questo ho chiesto aiuto, alla Madonna della Colonna, nella festa di settembre, mentre ero a Sanna e ho detto tutto questo nella santa confessione!-

Tutti sitti, e un suscio’ de parolle da ueggia a ueggia.

-È il demonio che parla, perché sente spussa di carne abbruciata!-

ll santo inquisitore s’alzò e disse che era chiuso, il giudisio di Dio, per oggi.

Doveva chieder consiglio all’Altissimo e per questo andava alla Madonna della Colonna, per sentir la parola di chi era alto nei cieli.

Traversò il Consiglio, tutti a baciar la mano al santo Inquisitore, ma solo i priori, i previ insenuggiati, potevan farlo, non quelli come me con le pesse nel culo.

Poi è montato sulla sua carrozza, già piena di limoni, sacchi di fave, ceci, fascioli, carrubbe, sacchi di formentone un’ otre d’olio e quattro cuniggi in te un saccu, donati da Varase che sempre bene vuole agli uomini di giescia.

Caterina Damele poteva tornare a casa sua, ma il Vicario le disse che non doveva più star accanto alla Chinola, perche’ su detta femmina, di pelle scura, v’erano troppe voci brutte che circolavano. (Chinolla a Genova voleva dire peggio che un plebeo, dovuto certo a qualche incrocio di razze e chissà chi era il padre ).

E cosi’ Caterina Damele si salvò dalle torture e dal rogo dichiarando di essersi comunicata.

Il Vicario si recò dal confessore, ed ebbe il resoconto della confessione fatta da Caterina Damele.

Questo sacramento, fu un efficace strumento di controllo effettuato sulle comunità cristiane.

Il mio racconto è una verosimile cronaca di come poteva essersi svolto il processo alle “Streghe di Casanova” tratto da “Streghe guaritrici e preti incantatori” La magia popolare nei verbali dell’inquisizione della Diocesi di Savona (nei secoli XVI – XXVII) di Manuela Saccone e Giuseppe Testa

Il primo ottobre del 1607, Caterina Damele fu Enrico, fu trovata morta in Teiro, il medico viste le ferite alla testa, disse che era stato un’omicidio.

Dopo brevi indagini, ma con numerose testimonianze, fu incolpato il marito Bernardo Perata, che fu condannato al taglio della testa.

Questo è il finale tragico, di una vicenda, iniziata quattro anni prima, dal marito di Caterina Damele, che tento’ con la complicità dei parenti, una specie di divorzio all’italiana, incolpando la moglie di stregoneria. Decisivo fu il ruolo del Vicario, che conosceva bene la comunità varazzina, tramite il contributo dei numerosi prelati, presenti nella territorio della nostra città, che nel XVII, vantava già la presenza di una trentina di chiese.

Una presenza capillare, capace di effettuare, un totale controllo, sulla vita dei fedeli e in grado di risolvere delitti, controversie e avere memoria degli accadimenti.

Buona Giornata

Luvigin e Tugnetta.

I Miei Bisnonni Paterni

Mia cugina, Ornella Pizzorno, mi ha raccontato dei miei bisnonni, Luvigin u Mezzin e Tugnetta a Mezzina.

M ha fatto molto piacere, avere queste notizie dei miei vecchi.

Ringrazio Ornella persona affabile e competente, per questo suo racconto ma anche per la sua meritoria opera di ricerca e divulgazione delle tradizioni e della memoria popolare di Sassello.

Luigi Martini 1881 e Antonia Manzino 1879, hanno messo al mondo sette figli Angiolina, Giovanni, Ina, Modesto, Aurelio, Palmira, Eugenio.

Mi ricordo il nonno Luvigin, raccontavano che quandu u l’ea un zuvnottu a vint’onni galante de Tugnetta, la sera andava a trovarla e per far prima, passava dal camposanto salendo la scala.

Una sera gli comparve davanti, una figura, cun un strassun giancu addosso!

Lui scappò di corsa su dalla scala del cimitero.

La notte seguente, arrivo’ al camposanto, cian cianin, facendo finta di niente, fischiettando, quel fantasma gli si parò nuovamente davanti, cun u lensò!

Allora il nonno prese delle pietre, che aveva in tasca e gliele tiro’

Il fantasma si mise a gridare “ Ma basta Luvigin t’im mozzi!”

Vedi abbiamo un nonno che lapidava i fantasmi!

E così gli ha fatto passare la voglia di far degli scherzi al cimitero.

Purtroppo quando si è bambini, non interessano le cose dei grandi e tante storie sono andate perdute.

Quando è morto il nonno Luvigin, io avevo diciassette anni, era il 21 luglio e lui è morto nella casa in fondo al Borgo, prima del ponte vecchio.

Era sempre a letto, aveva tanti pruriti, pover’uomo, avevamo costruito una spazzola lunga, per grattarsi un po’

Abitava in casa con la zia Ina e suo figlio Gianni, che lo assistevano, anche mia mamma e gli altri figli si avvicendavano al suo capezzale.

Mio nonno si chiamava Luigi Martini, non posso dirti con precisione quando è nato, era originario di Pontinvrea.

Si è sposato con Antonietta Manzino o Manzini, era la cugina del papà di un neurologo di Savona che aveva curato anche un po’ mia mamma, dopo la morte di Maurizio

Nonno Luvigin, era più giovane, di 2 o 3 anni della nonna Tugnetta.

Ma devono essere andati sempre d’accordo, perché confabulavano spesso, tanto è vero, che hanno messo al mondo 10 figli, 3 sono morti che ean piccinotti.

Quei sette figli, se ne sono andati tutti, l’ultima è stata la mia mamma.

La nonna Tugnetta aveva adottato, come si faceva una volta, un bambino, nato all’ospedale di Sassello, aveva gli occhi celesti e gli fu dato il nome di Celestino.

Fu affidato a loro, anche se la famiglia era povera, le autorità dissero che avrebbero vigilato

Una volta le cose si facevano così, bastava la parola data, ci si accertava che non picchiassero i bambini e basta.

La nonna Mezzina lo tenne fino a quattro anni.

Ma poi un giorno, si fece viva la mamma naturale di Celestino, a cui le era stato tolto il bambino, perché era una ragazza madre.

Tugnetta aveva cresciuto il bambino per quattro anni e lui si era affezionato a lei.

Mia nonna, era il suo punto di riferimento.

Quando gli tolsero l’affido, non c’erano i soldi per pagare un avvocato ma forse c’erano delle leggi che favorivano la madre naturale.

Celestino fu portato via dalla madre, che abitava a Voltri.

La nonna Mezzina andò in depressione.

Questo avvenne presumibilmente, negli anni 1914/15

Tugnetta, un giorno che il nonno non c’era, perché era in giro per i boschi, ha avuto il coraggio di andare a Genova per vedere quel bambino.

Lei vendeva le uova, aveva messo da parte un pò di soldi per fare il viaggio fino a Voltri.

Poveretta, chissà come avrà fatto ad arrivarci

E andata a cercare la via dove abitava Celestino.

La mamma naturale la seconda volta che era andata a Voltri le disse

“ Non faccia così perché il ragazzo troverà qui il suo ambiente dove crescere e non va bene che sia conteso”

La nonna si è dovuta rassegnare e rinunciare a quel bambino, che aveva cresciuto con tanto amore.

Allora il nonno gli ha fatto fare un altro figlio, lo zio Eugenio

U nonnu Mezzin, che io sappia, ha sempre fatto il boscaiolo e poi il mezzadro, non so che differenza c’è tra mezzadro e i terzi, me lo hanno spiegato ma non mi ricordo

Comunque so che la nonna ce l’aveva con un certo Garbarino che voleva sempre le patate più buone e anche i patatini

Quando ho conosciuto il nonno Luvigin, stava nella casetta sopra il camposanto, quella bella casettina bianca e poi sono andati ad abitare dietro la chiesa di Sen Zanne,S. Giovanni, la casa c’è ancora.

Col la stalla e la concimaia

Lì la nonna ha avuto quegli disturbi di sangue grosso e poi degli ictus

Stette una settimana in coma e poi morì, nel 1953

Il nonno ha continuato ad abitare li a Sen Zanne

Ma non poteva più starci da solo

Insieme al figlio Eugenio e sua moglie Rina, sono andati ad abitare in una casa dei Borgu, una casa importante, era della famiglia Cambiaso, aveva un grande salone, dove per un certo periodo confezionavano gli amaretti.

La casa fa parte dei “Rolli Sassellesi”, la scorsa estate è stato creato un bell’ evento per far conoscere le dimore storiche di Sassello, ed era possibile visitarla, la proprietaria è una mia amica

Il piano terra è stato molto ben ristrutturato.

In antichità lì c’era la prigione dei Doria.

Mio nonno lo aveva trasformato in una stalla, poi fu adibito a cantina.

Luvigin coltivava anche la terra che saliva dalla Bastia era un pezzo di terra a fascette,

“ Vedrà che u Mezzin truva i dubluni “mormorava la gente, perché si diceva che un tempo in quel terreno avevano sotterrato soldi e preziosi.

Non ha mai trovato un belliscimu de ninte, poviu ommu!

E poi è morto di vecchiaia o gli sarà venuto qualche scompenso

Ero troppo giovane per interessarmi più di tanto delle cose dei grandi.

Però ti posso dire che ci volevo bene au nonnu Luvigin, quando lavoravo nel laboratorio o tenevo dei bambini, finita la giornata, andavo giù dal nonno anche se era mezza estate, invece che andare a passeggiare o au lagu dei Gulli, facevo compagnia al nonno, dando il cambio a mia mamma che così poteva andare a preparar cena.

Io gli raccontavo delle cose, può darsi che gli ho letto anche qualche scemata.

Lo facevo star seduto sul letto e con una mano delicatamente gli accarezzavo la schiena, perché lì era un punto dove lui non ci poteva arrivare, nelle gambe con quella spassetta cun u manegu si grattava da solo, su e giù.

La zia Ina, che era vedova, con il figlio Gianni, andarono abitare in quella casa dei Burgu, era un po’ sbrigativa, aveva tanti lavori da fare, la casa era grande e faceva anche l’orto

Mi piace pensare, di esser stata vicina a mio nonno fino a quando è mancato

Il 21 luglio del 1962, io sono nata nel 46

Aveva delle belle vacche nella stalla.

Le teneva molto bene, amava quelle bestie.

La storia che segue, l’ho già pubblicata nel periodico La Voce del Sassello

Il nonno Luvigin, aveva una mucca tanto bella, che sono arrivati da Mioglia per comprarla.

A lui dispiaceva, de vende a Russa, ma poi si sa le donne e mia nonna Tugnetta “ E va ben Mezzin, n’ampiumma n’otra”

Servivano dei soldi e non c’erano altre risorse

Mio nonno andò fino a Mioglia, cun a Russa e poi prima di lasciarla, la accarezzò e con le lacrime agli occhi, ritornò a Sassello.

Dopo 15/20 giorni la nonna Tugnetta, mi sembra di vederla ancora adesso, con le mani sui fianchi, appoggiata al pozzo si mise a urlare.

“ Luvigin Luvigin vene vene!”

Il nonno che era un uomo tutto compito, gli disse

“Cosa a ti crii Tugnetta te vegnuu moiza?”

“ Vene un po’ a vedde”

A Russa, aveva fatto la salita, ed era arrivata a S.Giovanni vicino alla casa

Arrivata dau nonnu Mezzin a g’ha detu tre slinguassè in te braie

Luvigin era felice come una pasqua!

Andò da sola nel suo posto, proprio come dice il detto: ha il posto come le vacche nella stalla.

Scalzando un attrezzo, che gli impediva di arrivare alla mangiatoia.

E il nonno disse “Non posso non riprenderla!”

Fece posto a Russa, nella stalla

Poi non so come è andata a finire

Avrà preso la strada per Mioglia, per ricomprarla.

Questa è una storia che mi raccontava mia mamma.

Io non entravo nei particolari dei grandi e non so se si è fatto prestare dei soldi per riscattare la sua mucca

Storie antiche, di tanto lavoro e sofferenze.

Durante il periodo della guerra, si stava in pensiero in quella casa de Sen Zanne, per chi era partito per fare il soldato, u boiba Geniu in Russia, i boiba Reliu e Mudestu in Grecia perché di quei figli e fratelli, non si sapeva niente, nessuna notizia

Ritornarono tutti dalla guerra e in famiglia tornò la tranquillità.

E fie, tutte brave matotte, che lavoravano

Una vita di quegli anni là.

Ornella Pizzorno