Eterocromia

Dopo un’ estate, che sembrava non dovesse finire mai, anche l’autunno regalava giornate piene di sole e di gente allegra in riva al mare.

Per la prima volta dopo tanti anni, lui aveva abbandonato quella ritrosia per la spiaggia. Si vergognava, dell’aspetto pingue, che aveva il suo corpo di settantenne

Adottava una sua tattica, cercava dall’alto della passeggiata, un posto nella spiaggia libera, stendeva l’asciugamano, si spogliava velocemente e poi entrava subito in acqua.

Lì nessuno poteva vedere la sua vistosa pancia.

E poi nessun bagno di sole, una rapida asciugata e via di lì.

Così fece in quell’estate.

Restava almeno un paio d’ore a fine pomeriggio in ammollo.

Era un buon nuotatore, ogni giorno, faceva la sua nuotata, arrivando oltre il limite delle boe, lì l’acqua era fredda, corroborante.

Gli riusciva molto bene fare il morto.

Chiudeva gli occhi, lasciandosi cullare dalla dolcezza del mare.

Guardava verso la spiaggia, affollatissima là nel bagnasciuga c’era la vita, il divertimento, gli incontri e gli amori estivi.

E di quei ricordi, sbiaditi dal tempo, ne aveva tanti, ragazze conosciute a fare le vasche nel lungomare di Varazze o nei locali da ballo, portate in giro in pattino o intorno ad un fuoco di notte sulla spiaggia.

Ma era di lei il ricordo più vivo.

Era lì in quel tratto di mare dal molo di S. Caterina, che l’aveva conosciuta.

Lui non era più un ragazzino e lei una donna sposata.

Fu un’estate di incontri segreti, di fughe in auto, per una radura nell’entroterra, dove solo le stelle potevano vederli.

Altri incontri proprio lì, dove lui ora stava a fare il morto, con gli occhi chiusi, cullato dal mare.

Anche quella fu un’estate lunga e torrida.

Ad una ora prestabilita, lei arrivava, i loro corpi non visti, si immergevano, si attorcigliavano e poi riemergevano fra le onde.

Non esisteva niente di paragonabile con la tecnologia odierna.

Comunicavano solo con dei messaggi, lasciati all’interno dei tubi, di una bici abbandonata.

Poi con quell’ultimo biglietto, che ancora conservava, lei parti’ ritornò a Milano.

Non la rivide più.

Dopo qualche tempo, un vistoso cartello, con la scritta vendesi, campeggiava sopra il cancello della villetta, la casa delle vacanze di lei.

Ebbe come una strana sensazione, a guardare quella scritta, come di una cosa fatta in fretta e con tanta furia.Era forse una fuga da Varazze, per non tornare mai più?

Per anni, ogni estate, sperava di rivederla e quante volte aveva frugato in quella bici a cercare un suo messaggio.

Sapeva dove cercarla, aveva il suo indirizzo, si decise e con un lungo viaggio in auto, arrivo’ in quel paese dell’hinterland milanese, dove lei abitava.

Non dovette aspettare molto, la vide uscire di casa, tenendo per mano, una bambina, con capelli lunghi e neri

Era diventata mamma!

Ricordava bene quel suo viaggio di ritorno, tra singhiozzi e lacrime, gridando il suo nome al vento.

-Papa?-

Assorto in questi pensieri, aprì di colpo gli occhi!

Non era più solo, una donna era lì a poca distanza.

Ma era lei che aveva parlato?

Non era possibile

Era in controluce intravvide solo i suoi capelli lunghi e neri.

Lei sorrise e lo salutò, proseguendo la sua nuotata in perfetto stile a dorso.

La guardò allontanarsi.

Mille pensieri affollarono la sua mente

Gli sembrò di affogare.

Si aggrappò ad una boa ansimante .

La donna lo vide in difficoltà, tornò indietro…la guardò bene in volto era lei!

Lei mai invecchiata!

-Signore posso aiutarla? Gli chiese-

– No no grazie, solo un crampo-

– Se vuole la accompagno a riva-

– No non è il caso-

Ma lei lo seguì lo stesso, restando poco distante.

Raggiunsero la boa dei bagni marini, lui si ricordò della sua pancia e restò a bagno aggrappato al bordo.

Lei salì sulla boa, era una bella donna, quaranta, forse cinquant’anni, con il suo bel bikini nero e un bel corpo abbronzato

Gli chiese – Come va? –

– Bene! – rispose lui

Sorrisero ed iniziarono a parlare come vecchi amici.

Fu allora che alcune domande si fecero pressanti nella sua testa.

Poteva essere la figlia di quell’amore, di una lontana estate di follie?

Ma che pensiero sballato!

Non poteva essere!

Che strana combinazione però, aveva incontrato quella donna proprio lì, dove lui, per l’ultima volta era stato con quel suo mai dimenticato amore!

No non era possibile!

Ma era come lei, dolce, gentile, allegra.

Aveva mille domande…. la più importante…ma no….era sconveniente chiedere l’età a quella donna.

Ma avrebbe avuto la certezza

Lei somigliava molto a quel perduto amore, fisicamente….a parte gli occhi…

Guardava quegli occhi….. ipnotizzato, confuso, mille pensieri, un’esplosione di sensazioni.

Si sentiva svenire.

Strinse forte una corda della boa

Eterocromia.

I loro occhi…uguali

Ideato e scritto da Admara e Francesco Baggetti.

Eterocromia:Termine usato quando una diversa quantità di melatonina determina due colorazioni differenti degli occhi, può essere ereditario

1° novembre 1968.

U Teiru quel bellissimo passatempo di noi bambini, nel novembre 1968 si trasformò in una furia devastatrice, travolgendo e trasportando tutto quello che era nel suo alveo.

Dalla cascata, aCiusa da Fabrica, erose e trasportò via, la scarpata formata nel tempo da discariche abusive di terra pietre e da chissà che cosa altro, svelando u Beo da Fabrica sepolto da tutti quei detriti.

Era il canale ben conservato, che in antichità, faceva girare un mulino per cereali e l’acqua di risulta era poi utilizzata nel Cotonificio.

Per noi bambini fu una bella novità, un’altra cosa da esplorare.

Messi gli stivali, con i miei compagni di gioco, andammo un pò in giro, arrivammo in tu Pasciu, dove l’acqua che era defluita aveva lasciato fango detriti, desolazione e tanta disperazione.

Successe alle prime luci dell’alba del 1 novembre 1968

Il Teiro in piena dopo una notte di grande pioggia, distrusse il ponte in acciaio, nella località Fratin usci’ dagli argini a Gambun distrusse il ponte dal Lagoscuu.

Dau Punte du Rissulin in tu Pasciu i vegetali trasportati dall’acqua formarono una barriera, facendo esondare il Teiro e allagando il Parasio e i Busci.

La locanda della Besestra fu semidistrutta.

Il torrente in piena superò gli argini nella Lomellina, dove era già esondato il rian di Moerana

L’ Arzocco, con il Teiro in piena, non pote’ scaricare le sue acque e allago’ la zona della Camminata.

La piena arrivò anche nella zona del Solaro

Dove ci furono due vittima a causa di elettrocuzione, Angelo e Piergiorgio Boasso panettieri.

Acqua e fango invasero i piani terra delle abitazioni.

Molte le auto fuori uso.

La forza dell’acqua, dai Pelosi, fece crollare parte del muro di sostegno della strada, nella parte alta di via Montegrappa.

Lì vicino la furia dell’acqua, trasporto’ via tutto il materiale, di quella che era una vera e propria discarica abusiva, svelando la bella opera di presa per il Cotonificio.

Dalla Ciusa da Fabbrica, l’acqua scavo’ fin sotto le fondamenta della falegnameria Baglietto Paolo, gran parte del legname, che era accatastato, fu trascinato via dall’ondata di piena del Teiro.

E mai più recuperato

Negli anni 70, era il fiume a far paura, per l’impressionante quantità d’acqua delle sue piene e quasi sempre, erano allagate le zone del Bolzino, Parasio, Lomellina e della Camminata.

Furono stanziate delle risorse dopo la tragica esondazione di Genova del 1970, eretti dei muri d’argine, rialzati e ricostruiti i parapetti di via Montegrappa, via Piave e via Emilio Vecchia.

Oggi il Teiro non è più il problema primario, in caso di nubifragio, anche a seguito della modifica del deflusso dell’ Arzocco.

Con il fenomeno delle tempeste”autorigeneranti”grandi quantità d’acqua sono liberate sui litorali e questo porta spesso al collasso la parte finale tutta “tombinata” dei rii affluenti del Teiro.

Foto Archivio Storico Varagine.

E Sucche Voe

A Villa Datu e a San Peo, ma anche Sciu da Teiru i zuenutammi, favan di scherzi in te seianne primma e doppu Ognissanti.

“Che demuelli!”

Questa era l’espressione di chi nelle giornate che precedevano la festività di Ognissanti, vedeva quei giovani tutti indaffarati a scavar zucche.

Non si buttava via niente, la polpa finiva nel mangiare di mucche o galline.

Sucche da Vacche e Sucche Mantuvan-e, ma andava bene anche la testa da Succa Trombetta.

Zucche da scavare abilmente e poi con precisione, far tre fori sulla buccia, per realizzare gli occhi il naso e una bocca con denti aguzzi.

In chiesa a cercare i Muccolotti di candela da mettere dentro a quella testa vuota.

Zucche dall’aspetto demoniaco, altre bonario e sorridente.

Finito il lavoro, bisognava portarle in prossimità da Via Gianca o in ta Mulaioa de San Peo, per spaventare le ragazze che transitavanano lungo quelle salite.

Erano le lavoratrici del Cotonificio che alla sera rientravano nelle loro case.

La luce tremolante della candela, messa all’interno della zucca, fuoriusciva dagli occhi e da quella bocca dentata, con le prime ombre della sera, rendeva spettrale quel simulacro di testa.

Le ragazze sapevano di quegli scherzi e allora salivano a gruppetti le scale e il ciappin.

Alla vista di quelle Sucche Voe fingevano di esser spaventate, per non deludere chi con perizia e pazienza aveva scavato quelle zucche.

Ringrazio e pubblico il commento a questo articolo di Cerruti Giovanni “U Saturnin”

Giuan se puoi scrivere un po’ che il giorno dei morti, era usanza che le osterie come quella dau Bachettu da Risso dau Tugnin, da Maiustina e altre usavano dare ai loro clienti, un piatto di Stoccu e Bacilli. Questo lo ricordo benissimo e senza farsi pagare.

Paolo Giardelli

Gli osti offrivano stoccu e bacilli gratis, perché guadagnavano con il vino consumato dai clienti assetati nel mangiare quel cibo.

A Vinvagna du Preve

Un passaparola dei nostri vecchi, parlava di una strada persa in mezzo ai rovi, che portava ad una sorgente.

L’acqua che sgorgava dalle pietre, si diceva che avesse delle proprietà terapeutiche.

A questa fonte erano portati bambini e adulti, che erano malati, infermi o anche solo per bagnarsi con quell’acqua miracolosa.

Ma allora perché quella sorgente fu dimenticata?

Gli anziani a questa domanda, rispondevano che era accaduta una cosa brutta in quel posto.

Quella era la laconica risposta, data a chi non era del posto.

Era un segreto gelosamente custodito da quella piccola comunità.

Ma si sa, poi le cose accadono e non per caso

Un giorno d’estate, un giovanotto, accompagnato da una ragazza, sua sorella a bordo di un taxi, arrivarono in quella piccola borgata e con un pessimo italiano, frammisto all’inglese, chiesero, dov’era quella sorgente.

A Vinvagna du Preve

Gli abitanti del posto, dissero che era impossibile arrivarci, era lontana, bisognava inerpicarsi su dalla montagna e poi c era da lavorare di motosega, per aprire un varco nella vegetazione.

Ma poi perché volevano andare proprio dalla sorgente?

Il ragazzo per tutta risposta estrasse un foglio di carta, ingiallito e sgualcito dall’uso

Sopra era disegnata una mappa che indicava la sorgente.

Estrasse una piccola urna cineraria e mimo’ lo spargimento delle ceneri di sua mamma, nata e vissuta fra quelle quattro case.

E poi emigrata con la famiglia in America

A questo punto fu chiamata una donna, l’anziana del paese, novant’anni compiuti tre anni prima, lei sapeva tutto di tutti.

Arrivata al cospetto di quel giovane, chiese chi era sua madre.

Avuta la risposta, la donna nomino’ la Madonna e si fece il segno della croce, disse di chiamare il prete!

Fratello e sorella furono accompagnati in chiesa.

Chissà che cosa fu detto, aldilà di quelle spesse mura.

Ma si sa anche il segreto più segreto, alla fine è sulla bocca di tutti.

Il prete iniziò un doloroso racconto.

Lui conosceva i pettegolezzi, ma aveva letto i documenti custoditi in sacrestia, insieme a degli articoli di giornale.

Lei era giovane, piena di quella voglia di vivere, che rasentava la sregolatezza.

Era bella, libera intellettualmente e non aveva paura di esprimere se stessa

Anche il prete era giovane, inviato fra quelle quattro case e una chiesa, dopo che era finita una sanguinosa guerra, con grandi idee, su come fare per cambiare il mondo.

Si incontrarono alla fonte.

Lui per pregare.

Lei invece andava, come facevano tutti, perché si diceva che quell’acqua era miracolosa.

Parlarono tanto.

E si diedero appuntamento per il giorno seguente e per il giorno seguente, ancora e ancora. E poi qualcosa successe, nacque un tenero amore.

Quello divenne il luogo dei loro incontri segreti.

Poco distante, una piccola cascina, celata alla vista, dove stare ore insieme

Lei aveva rifiutato le proposte di un giovanotto del paese.

Quell’uomo respinto, ferito nell’orgoglio, la seguì e scopri’ quel terribile segreto!

La rabbia ebbe il sopravvento in un giorno di follia.

Quell’acqua benefica, miracolosa, si tinse del sangue del giovane prete.

L’orrore sconvolse quella borgata! Era stata lei! Sua la colpa di tutto! Una donna indegna di restare in quella comunità

Insieme alla famiglia fuggirono in America, dove già erano dei parenti.

A questo punto il figlio continuò il racconto.

Quella ragazza, sua madre si sposò laggiù in America.

La sua fu una vita di lavoro e poi a tirar su dei figli.

Vecchia, rimasta sola, anche per lei arrivarono i ricordi e i rimpianti, pensando a quel giovane prete, pugnalato e caduto in acqua, proprio il giorno che aveva deciso di lasciare la sua vocazione per star con lei.

Sempre e per sempre il suo cuore batte’ per quel suo giovane sfortunato amore, ucciso solo perché la amava.

Passava ore a guardare il mare che la separava dal quel paese che l’aveva cacciata.

La madre aveva raccontato questa sua storia, un pò vagamente e poco disse di quel suo sfortunato amore.

Ma fece promettere al figlio e alla figlia, che le sue ceneri fossero sparse lì dove il suo amore, aveva perso la vita.

Così tutto sarebbe finito.

O forse continuato

Francesco Baggetti

Potrebbe essere un'immagine in bianco e nero raffigurante 1 persona

I Cavalluin

Tutti a vedde i Cavalluin vei a Vase!

Uno spettacolo!

Mi ricorda qualcosa

Proprio qui davanti a Santa Caterina, una sera d’inverno arrivammo a riva con la nostra barchetta, trasportati da un’onda, non di tanto, meno grande di quelle che ieri frangevano sul nostro litorale

Io e Roberto Granone, mio cognato, un pomeriggio andammo a pesca au Bullentin in su Vapure, una nave affondata negli anni 40, davanti alla foce du Spurtigiò.

Il sole era calato e la serata era piacevole, la pesca discreta Bughe, Menue, Rumbi, Suelli, pesce da frisse, ma sempre con la speranza di una preda prestigiosa.

Roberto si accorse che qualcosa non andava.

Troppu barchessu.

Ad un certo punto mi disse

– E un pò che vedo le luci del porto di Genova, apparire e scomparire-

– Sarà meglio che rientriamo,

si sta ingrossando il mare-

Ma con una lancetta a remi da u Vapure a S.Cateina, dove avevamo il posto barca, non bastava mezz’ora.

Ci prodigammo ai remi, dandosi il cambio.

Arrivati in vista del Nautilus ci tenemmo ben al largo, perché nel frattempo il mare rinforzato in quel lasso di tempo, già frangeva alto sugli scogli.

Superata la piscina, quello che vedemmo erano delle onde lunghe i Cavalluin, che arrivavano a bagnare quasi tutta la spiaggia.

Uno spettacolo che visto da chi è in mare a bordo di una barca, non ha niente di bello e per niente divertente.

Cosa fare? Andare a cercare rifugio in porto?

Forse quella era la cosa migliore.

Tentammo la sorte

Roberto si mise ai remi.

Si doveva prendere l’onda giusta che ci avrebbe portato a riva.

Ma non fu facile.

La lancetta doveva resta dritta perpendicolare, alle onde

Ad un certo punto la barchetta stava per capovolgesi, istintivamente feci da contrappeso.

Roberto vece virare la barca, eravamo diritti sopra le onde.

Ne passarono non so quante.

La barchetta era sollevata dalla mareggiata per poi precipitare nella risacca.

Le onde del mare sono in sequenza basta contare e arriva quella più grande delle altre.

Riuscimmo a indovinare contando o solo per puro culo l’onda lunga, quella che spinse la barchetta e ci deposito’ a riva.

Ricordo il gran rumore di ghiaia e pietre, quando la barchetta si areno’

Tirammo la lancetta a secco, non avevamo più niente di asciutto

Ma eravamo salvi.

A Pasciun

Ne ho incontrato di persone competenti, preparate e capaci di rispondere ad ogni domanda su specifici argomenti.

Ma alcuni di loro avevano un qualcosa che li rendeva speciali.

Bastava guardarli in volto sentirli parlare e si percepiva una passione, che magari li aveva fatti alzar presto al mattino e far tardi la sera, prender freddo, pioggia, oppure passare giornate intere, in un archivio o in un bosco.

Passione avvertita anche qualche giorno fa, con una bella iniziativa dell’Associazione Posidonia di Cogoleto, dove un grande conoscitore del mondo dei funghi, Nicolo’ Opiccelli ha calamitato per più di due ore, l’attenzione dei presenti, nell’Auditorium di Cogoleto. Una bella serata tra miceli muffe e funghi

E poi c’è lei Laura Brattel !

L’herbaria, che con competenza e simpatia, ci guida nel mondo delle erbe, ognuna con la sua storia e la sua peculiarità curativa e commestibile.

Ma le passioni sono anche tante altre.

Come quella del mio collega Giovanni Anselmo, per le vecchie moto militari, almeno una ventina sono le due ruote da lui personalmente e in toto restaurate.

E che dire di un altro Anselmo, capace di stupirmi per ore, a raccontarmi del meraviglioso mondo dell’acqua, con foto e storie di sorgenti e fenomeni climatici.

E poi gli appassionati di storia locale, in primis Giuseppe Testa, che ogni giorno ci fa partecipi delle sue ricerche storiche.

Le bellissime foto d’epoca di Mariano Bosco con tanto verde cementificato.

Il poeta e scrittore Mario Traversi, una vita dedicata alla poesia ed alla storia locale.

Piero Spotorno e Tele Varazze.

Ottimi divulgatori, come Guido Pizzorno, storico e appassionato ricercatore.

Un grazie a chi ha creato e gestisce l’Archivio Storico Fotografico Varagine.

A Giovanni Ratto e il suo Varazze Meteo Live

Qui l’elenco si fa lungo e ho paura di dimenticare qualcheduno.

E allora vorrei ringraziare tutti quelli che hanno voluto renderci partecipi delle loro passioni, durante una serata in un chiostro all’interno di una piazza, di una chiesa o in una biblioteca

Grandi passioni animano anche tante altre persone che conosco e ammiro.

Cerruti Giovanni U Saturnin, con la sua meritoria ricerca, anni nei boschi del Beigiua a cercar cascine, seccou, cabanin e trunee, manufatti dei nostri vecchi persi fagocitati dalla vegetazione e destinati all’oblio.

Che dire di Catte e dell’amore ripagato per i suoi animali.

Ma chi vuol assaporare la passione legata all’arte allora deve varcare la soglia della sede degli Artisti Varazzesi e Dintorni, li si trova la vera passione espressa in un quadro una scultura una ceramica. Come non citare fra questi il poliedrico artista, Corrado Cacciaguerra e le sue sculture in legno.

Restiamo nel campo artistico con la compagnia teatrale dialettale del Cinema Teatro Don Bosco grazie a Gianni Way e la sua passione per il teatro nata da una sberla

Le passioni legate allo sport, alla montagna come quelle di Claudio e Marina e i loro fantastici reportage da appassionati escursionisti.

Il surf roba da giovani appassionati di questo spettacolare sport capaci di stare in una fredda giornata invernale in mezzo al mare ad aspettare un’onda.

L’amore per la terra, che diventa passione a curare un’orto, un uliveto o un giardino.

E poi ci sono i fiori e la passione di Catte, mia mamma, circa 300 piante censite per difetto.

Termino qui, un elenco incompleto, non esaustivo delle passioni che animano molte persone della nostra città e dintorni.

Sono donne e uomini, che arrichiscono il nostro quotidiano, ci fanno conoscere e apprezzare aspetti spesso sconosciuti di storia arte sport ecc.

Possiamo grazie a loro ritrovare, quello spirito di appartenenza a questo nostro angolo di mondo.

Grazie delle vostre passioni!

Cusci’ a l’ea na otta.

In tempo di raccolta di olive è d’obbligo, una n.d.r. sull’uso universale a scopo medicamentoso dell’olio di oliva.

Negli anni 60/70 questo unguento miracoloso, era ancora usato per lenire ogni sorta di lesione cutanea o disturbo del metabolismo,ad esempio i temibili “vermi”intestinali che stranamente, in quegli anni infestavano tutte le interiora della popolazione sopratutto, quella giovanile, facendo la fortuna, dei guaritori itineranti.

Gli interventi erano effettuati a domicilio, massaggiando il ventre dei pazienti che erano “segnati”, sulla pelle con una miscela di aglio e olio, intonando versi religiosi o parole incomprensibili, ricompensati al termine del trattamento, con un offerta in natura, ma anche compensati con moneta cartacea.

In caso di scottature, la cute lesionata doveva essere ricoperta d’olio e mantenuta al caldo, tenendo la parte scottata al caldo sopra la stufa.

Se poi ad essere colpito era l’occhio, con la comparsa di un semplice orzaiolo, allora bastava appoggiare l’occhio su una bottiglia e guardare all’interno dove naturalmente doveva esserci dell’olio

I temuti “orecchioni” erano curati versando nel dotto uditivo un cucchiaio d’olio tiepido, aromatizzato con un pò de Spersia.

Conversando con la sig.ra Lina classe 1927 ricorda anche un’altro metodo a cui era stata sottoposta da ragazzina, per estrapolare questa malattia.

La testa del malato, era infilata in un sacco stretto con un laccio al collo, questo sacco, poi era estratto velocemente, richiuso a palla e gettato da una scala, così facendo si ammazzava lo spirito malefico.

La mamma della sig.ra Lina era una guaritrice e lei racconta il trattamento da fare in caso di insolazione.

Sopra la testa del paziente, si poneva un piatto con un poco di acqua e qualche goccia d’olio, se l’olio si diluiva, voleva dire che il colpo di sole era stato debellato

Le malattie dell’apparato respiratorio erano curate, con il serio rischio di scottature, tramite degli impacchi di semi di lino bollenti avvolti in panni di stoffa e appoggiati sullo sterno.

Oppure con inalazioni di vapori di infusi di sambuco o foglie di eucaliptolo, questo è forse l’ultimo rimedio ancora in uso oggi.

L’acqua o qualche miscela segreta, era invece utilizzata nel fastidiosissimo Fuoco di S.Antonio.

L’acqua era spruzzata sopra la parte colpita dalla malattia, con un rametto di foglie di lino o di rovo.

Oppure con un’ago e filo, usato come pendolo si “segnava” pronunciando la frase “San Luensu San Luensu u l’è cheitu in tu pussu e u gh’e’ restò dentru

Voglio ricordare a questo punto anche altre pratiche non inerenti ai guaritori, ma di cui conservo un vivo ricordo doloroso!

Lo spauracchio di tutti noi bambini, in caso di un’escoriazioni era la disinfestazione, effettuata con il terribile alcool denaturato, molto più doloroso delle ferite stesse!

La medicazione finiva poi con l’applicazione di polvere di penicillina, questo scongiurava il proliferare di batteri ma dopo un paio di giorni provocava la formazione di spesse e orripilanti croste che esageravano la gravità della lesione.

Come ultimo un consiglio della nonna, pratico e funzionale che può servire, in caso di febbre.

I termometri tradizionali sono sempre i più affidabili e far scendere il liquido a volte è complicato, ma basta inserire il termometro in un calzino, con la punta rivolta in basso, chiudere con le dita e far ruotare velocemente.( controllare prima che non ci siano buchi nel calzino…)

Ringrazio e pubblico questi commenti

Rosa Martini

Mi ricordo x l’insolazione l’asciugamo sulla testa capovolge un bicchiere d’acqua se bolliva passava,

i bicchieri con la fetta di patata e sopra ilcotone con l’alcool acceso, si facevano le ventose x maldischiena

Maria Ratto

Me lalla Gina de Faje curava il fuoco di S.Antonio con un’ago e filo, usato come pendolo “segnava” il male pronunciando la frase “San Luensu San Luensu u l’è cheitu in tu pussu e u gh’e’ restò dentru

Mia zia curava…l herpes labiale con i giunchi ( un erba tubolare che cresce vicino ai corsi d acqua ).

Antonella Ratto

Fumenti con l’ eucalipto ne ho fatti a brettio. Gli impiastri, così erano chiamati, con i semi di lino, dopo la prima volta, mi rifiutai con pianti e strepiti. Della polvere di pennicilina ne ho ancora i segni. Tutto il resto mi è stato risparmiato….credo

Mia nonna sulle ferite metteva la polvere delle loffe.

Ci si può credere o no, ma le credenze popolari sono un patrimonio da conservare.

Mario Craviotto

Da bambino ricordo che avevo tanto male in bocca con febbre ,i miei genitori consigliati da donne di paese hanno chiamato una signora di Castagnabuona che segnava.

Questa donna mi aveva passato in bocca una pietra per affilare la così chiamata messuia intingeva questa pietra nell’acqua del porta pietra e diceva cose che non ricordo, il giorno dopo giocavo con i miei amici

Uive e Uiva’

Quest’anno non sarà una bella annata per l’olio, la mosca e il lungo periodo di siccità, hanno drasticamente ridotto la quantità di olive che sono arrivate sane alla maturazione

Lo spunto per questo articolo, nasce da una frase che mi ha detto u Saturnin

Stamu megiu quandu nu gh’eimu ninte!-

È un modo di dire, riferito ad un mondo che non esiste più, fatto di tanta fatica, ma estremamente meno complicato da tutte le cose inutili del nostro vivere quotidiano

Varazze era autosufficiente dal punto di vista alimentare, tutto era a km 0

Anche il lavoro era a due passi da casa, con le industrie di Varazze e gli opifici nel Sciu da Teiru

Negli anni 60, erano ancora tre i frantoi ( l’Uiva’) azionati dalla forza idraulica.

Da u Laguscuu, l’Uiva’ du Mucciu, dove nulla si sprecava e u Patassu serviva pe fo u Savun.

Un’altro frantoio era ai Muinetti, all’inizio della via Bianca.

Qui l’acqua trasportata da u Beu du Pasciu, dopo aver lavorato nella ruota, tirava dritta per bagnare gli orti da Caminà, una diramazione attraversava con un sifone il Teiro, irrigava la Lomellina e quell’acqua prelevata sotto al Colle di S.Donato, faceva come ultimo lavoro, ruotare un Uivà da Munto’ di Fratti.

Era quello del frantoio di Pantellin, dove gli addetti alla macinazione delle olive erano Gino Siri e suo padre Fiorin.

A Cantalupo era in funzione il frantoio della Società Cattolica, azionato da un motore elettrico.

Era una sapienza antica quella de Fo l’Oiu.

Il mastro dava acqua alla grande ruota, questa metteva in movimento una cascata di ingranaggi, che con il suo cadenzato rumore, faceva ruotare la macina del frantoio

Tutto era azionato dall’acqua, energia a costo zero.

Mentre la spremitura della sansa in te Sporte, era fatta ancora a mano con la pressa.

In questo periodo i frantoi, offrivano ospitalità pe un Gottu de Vin e pe cunta’ due musse.

Ma sempre con un occhio vigile perché qualcheduno aveva detto, che le olive a macinare in quell’uiva’ favan poco oiu …..

Li dal Frantoio un forte odore d’olio permeava l’aria

L’alimento prezioso frutto di tanto lavoro colava dall’Uiva’

Quel liquido scuro da far decantare per eliminare le impurità, era fatto scorrere fra le dita e assaggiato per sentirne il gusto.

Pignoe, Matee, Murtin sun e nostre uive.

Pignoa ovvero, oliva Pinola di Savona, la Matea che fa le olive un pò più grandi.

Il Murtin arrivò sulle nostre colline negli primi anni del secondo dopoguerra, con le sue olive piccole, ma ad alto rendimento

Nel nostro entroterra ci sono anche le olive verdi, di una varietà di Taggiasca bastarda, da molti ritenute la miglior qualità.

Alcuni di queste cultivar, arrivarono sulle nostre colline estirpate ad Arenzano

E poi i monumentali vetusti Uivastri, dove per raccogliere le olive servivano i Quaranta Parmi, le scale alte dieci metri.

Le olive erano strappate dalle piante o raccolte a terra da e Sascelline, che arrivavano per la stagione dell’olio.

Attività svolta nel periodo autunno e inverno, con belle giornate di sole che si sudava a star accovacciati a raccogliere olive, ma anche nelle terribili giornate di freddo, con il vento che arrivava alle ossa e faceva battere i denti.

Ringrazio e pubblico alcuni commenti a questo articolo

Vittorio Pisano

…i uivastri sun erbuii stuccaessi (se rumpan de ninte) sun periculisi perché travagian sulu se punte e pe cugile ghe vouan schee de castagnu minimo de desce metri e anche ciú. De l’erbu nu te poo fiá se nu te imbelini su e allua, cun e corde, ti che devi da di venti che te resan. E uive rendan un sette pe sentu ma l’oiu u lè de qualitè eccelente

Maria Ratto

Mi ricordo questa filastrocca….

U canta u merlu

sciu pe u riano’

chi nu cogge de uive

u nu mangia i frisciõ.

Giovanni Cerruti

Grazie Giuan per il bellissimo tuo racconto, nei frantoi che tu hai ben descritto, alla fine della macinatura delle tue olive, ti davano u Purpin ( olio con la pelle delle olive) molto atteso a casa al tuo arrivo.

Con l’olio nuovo per fare l’antica figassa neigra.

Mi viene ancora l’acquolina in bocca, solo a menzionarla. Oggi i frantoi moderni la scartano nella sansa.

Le parole non dette

Ho ricevuto e pubblico questa bella storia della scrittrice Admara.

Lei con questo suo racconto, ci descrive quel mondo sospeso delle cose che potevamo essere e che invece non sono mai nate

Le parole non dette

L’estate stentava ad abbandonare la nostra città.

Gli amori estivi erano partiti e chissà se sarebbero ritornati.

L’autunno in una città di mare è la più bella stagione, noi stanziali, ci riappropriamo della nostra città, finalmente si può andare a spiaggia e trovare parcheggio.

Chi ha la sfortuna di abitare in centro, con lo sciamare dei turisti, può finalmente tenere le finestre aperte, ora che le serate sono ancora miti.

Anche lui ora poteva uscire dal suo giardino, nascosto dai muri.

Era una persona riservata, quasi maniacale.

Usciva al calar del sole.

Il solito negozio.

Una spesa veloce.

E poi subito a rintanarsi in casa.

Il giardino la sua passione. Rose , azalee, gerani, gelsomini petunie, oleandri…ogni stagione aveva la sua fioritura. Lui era felice lì, lontano dalla folla chiassosa.

In autunno si concedeva qualche passeggiata in riva al mare.

Fu proprio in una camminata sulla spiaggia che una signora, con fare discreto lo fermò.

” Mi scusi, non vorrei disturbarla, ma è da tanto che la vedo in quel bellissimo giardino”

“Io abito all’ultimo piano della casa di fronte e non posso fare a meno di sbirciare tra i rami fioriti degli oleandri e dei limoni”

“Lei ha un meraviglioso giardino “.

L’uomo si ritrasse un pò infastidito e lei, con un leggero rossore alle guance, farfugliò un buona giornata e scappo via.

Poco dopo, la signora cambiò casa e città.

Non si incontrarono mai più.

Ma quell’incontro, rimase per sempre nei ricordi di entrambi.

Lui, nel giardino, guardava in alto verso quella casa chiusa, ricordando quella signora con un brivido, che mai aveva e avrebbre più avuto.

Lei, ricordava con una certa nostalgia, quel veloce incontro e quel meraviglioso giardino nel quale avrebbe voluto sedere, sorseggiando un thè in compagnia.

Furono le parole non dette, che rimasero nei loro cuori

Admara

Gli ex voto alla Guardia di Varazze

È un portale verso il cielo, la chiesa della Guardia, in questo luogo, è forte la sensazione dell’immenso, dove da quassù, guardando verso il mare, non si vede nulla di terreno, con le miserevoli brutture costruite dagli umani.

Solo l’azzurro del cielo, che si confonde in un immaginario orizzonte.

La leggenda dice, che fu un nobile, forse lo stesso marchese Fabio d’Invrea, accompagnato dal suo fattore, che arrivato in vetta al monte Grosso, indicò il punto dove voleva fosse edificata la chiesa.

Era cieco e volle che sul suo bastone, fosse messa un’immagine della Madonna della Guardia di Genova.

Tenne il bastone per aria e poi lo fece scendere e disse

– Dov’è adesso il bastone costruirete una cappella-

Ci sono tante altre storie, legate al Santuario della Guardia, racconti di miracoli, superstizioni e fantasmi da farne un libro.

Grazie a Lino Conte, Giovanni Parodi e con Antonella Ratto, entriamo in questo Santuario tanto caro ai varazzini.

Molti gli ex voto, che riempiono le mura della chiesa, impossibile fare una conta, di chi ha legato uno scampato pericolo o una guarigione, a Nostra Signora della Guardia.

Di molte storie, se n’è persa colpevolmente memoria.

Lino e Gian ci raccontano la storia e gli aneddoti di queste testimonianze di fede.

Ci sono i quadri che raffigurano le grazie ricevute o altre P.G.R conservate in una teca, sotto forma di modellini navali, crocifissi ecc.

Innumerevoli gli ex voto, a forma di cuore, in metallo placcato

Fiocchi azzurri e rosa, auguri di buona vita per neonati.

La cera sciolta delle candele consumate, testimonia la devozione attuale a questa chiesa, tributata dalla nostra comunità.

Alcune targhe, sono testimonianze di notevole interesse storico, come quella che ci fa notare Lino, per nulla valorizzata dalla nostra comunità, relativa al papa Benedetto XV, nativo di Genova, che soggiornò per ben tre volte in questo Santuario.

Benedetto XV al secolo Giacomo della Chiesa, fu eletto papa nel 1914, la sua morte avvenne nel 1922, in piena epoca fascista, sua la frase – La guerra è un’inutile strage! –

Il Santuario di Nostra Signora della Guardia di Varazze, consacrato nel 1866 è il sepolcreto della famiglia Invrea.

Consunte dal tempo, le scritte dei defunti, sepolti sotto al pavimento.

Le lapidi, di molti altri membri della famiglia Invrea, con nomi date e lodi funebri, rivestono i muri e il presbiterio della chiesa.

Ci si perde a leggere tutte quelle parole, incise nel marmo, vite esemplari da nobili, ma che saranno state vissute da esseri umani, con dedizione, buona volontà, gioia, tristezza, debolezze e coraggio, come tutti noi.

Anche in questo Santuario la parte preponderante degli ex voto, sono quelli portati fino quassù dai naviganti.

Non a caso i primi ex voto, dipinti ad affresco nella chiesa di Montegrazie a Imperia e S.Donato a Genova sono P.G.R dei marinai.

Il pericolo per chi percorreva le vie del mare, era un elemento da mettere in conto prima della partenza.

Le primordiali paure, erano quelle di finire schiavi e essere messi ai remi su qualche sciabecco.

Poi con le scoperte geografiche, l’uomo iniziò a sfidare gli oceani, con l’incubo delle tempeste tropicali.

L’essere umano era in balia delle soverchianti forze della natura.

Per questo il marinaio, si affidava completamente all’intervento divino e rafforzò i propri legami religiosi, con i santi protettori e quelli venerati nei Santuari ubicati lungo la costa Ligure.

Si diffusero a bordo le immagini sacre della Stella Maris, a cui rivolgersi quando le condizioni meteo mutavano e si era in balia di tempeste, con onde altissime.

Anche il Santuario della Madonna della Guardia sul Monte Grosso a Varazze, in posizione dominante sul mare divenne un riferimento per i naviganti.

Alcuni ex voto, presenti alla Guardia, raffigurano dei piroscafi lottare contro i marosi, con i pennacchi di fumo nero delle caldaie spinte al massimo, per navigare nel mare in tempesta.

Pescatori che nonostante una mareggiata, miracolosamente riescono ad arrivare sulla battigia di Varazze, riconoscibile con lo sfondo dell’Aspera

Un dipinto del 1943, raffigura un Mas, probabilmente costruito nella nostra città, lanciato alla massima velocità, un ringraziamento di un marinaio per essere ritornato dalla guerra.

Un articolo di giornale, incorniciato, riferisce dell’incendio di un piroscafo, nel porto di Rio de Janeiro, con i ringraziamenti di un nostro compaesano alla Madonna della Guardia per lo scampato pericolo.

Mentre gli ex voto marinai, sono dipinti che rappresentano navi in balia della forza del mare, quelli relativi alle tragedie sulla terraferma, raffigurano per la maggior parte, incidenti sul lavoro, dove il protagonista è l’uomo, che si è trovato al momento sbagliato nel posto sbagliato.

Un quadro posto in alto a sinistra entrando in chiesa, raffigura lo scampato pericolo, capitato ad un muratore, durante la costruzione delle Colonie Milanesi, sopravvissuto ad un volo dal terzo piano.

Un altro ex voto, raffigura il raccapricciante volo di una giovinetta, che cade a testa in giù da una lunga scala, probabilmente durante la raccolta delle olive

Un bel dipinto, di un’amena radura, forse dirimpettaia au Cian De Gure è il ringraziamento per lo scampato pericolo a seguito di una caduta da un albero di un ragazzo.

Forse uno dei tanti Coggipigne che raccoglievano le pigne da ardere nella foresta di conifere della Guardia

Quanta umanità in quelle lapidi, targhe ed ex voti all’interno del Santuario di Nostra Signora della Guardia, c’è chi ha avuto il suo nome inciso a perenne ricordo, nel marmo, come un viatico per l’aldilà, in Paradiso.

Chissà invece che sorte avranno avuto tutti gli altri nomi, presenti nei racconti in calce ai dipinti degli ex voto.

Poveri cristi marinai, lavoratori che hanno avuto un momento di visibilità, prima di ritornare nell’oblio della gente comune.

Con Lino, Gian e Antonella, proseguiamo con la visita alla sacrestia e poi alla Cappella della Guardia.

Questo luogo di culto è stato eretto dove era la primordiale edicola votiva.

Impossibile lasciare questo luogo, senza godere dello spettacolo a 360° le nuvole oscurano il sole al tramonto e il cielo è un caleidoscopio di colori con uno spettacolare gioco di luci e ombre.

Davanti a noi lo spazio infinito del mare e la vista spettacolare delle vette del Beigua.

Alcuni escursionisti sostano in silenzio sul sagrato della chiesa, un ragazzo e una ragazza si attardano a guardare quell’immensità di cielo e mare, seduti su un masso.

Ci aspetta una piccola merenda da consumare nella foresteria della chiesa.

Ringrazio Lino e Gian per aver avuto la possibilità di visitare il Santuario.

Il complesso di Nostra Signora della Guardia e la Cappella è di proprietà della famiglia Invrea.

Un ringraziamento dovuto a Lino Conte, che con cadenza regolare, sale alla Guardia, meta preferita di molti escursionisti, a seguito di questa grande affluenza di persone, per effettuare dei controlli di sicurezza e di decoro, Lino cura anche la manutenzione del Santuario della foresteria e della Cappella.