A Crusce de Castagnabunna

Il Santuario di Nostra Signora della Croce

L’ otto settembre si commemora la Natività di Maria al Santuario di Nostra Signora della Croce di Castagnabuona

Un giorno di chissà quale mese del 1924, il tredicenne GioBatta Porro rischiò la sua vita.

Non si conosce nei dettagli, la dinamica, dell’accaduto, il ragazzo attraversando, a San Nazario, il passaggio a livello, riuscì a salvarsi dal sopraggiungere del treno. Mentre la sua bicicletta fu travolta dal locomotore.

Quella bicicletta drammaticamente deformata dall’impatto è oggi conservata tra gli ex voto, nella Cappella di Nostra Signora della Croce.

Così volle la mamma di quel nostro concittadino, che vide in quella scampata disgrazia, un’intercessione divina.

Ma altri e innumerevoli sono gli ex voto presenti al Santuario di Nostra Signora della Croce

Molte di queste testimonianze di fede sono senza nome e si è perso memoria della loro storia

La bicicletta, un casco, un busto alcune grucce , un bastone, alcuni pezzi di gomena e poi i quadri, in cui è dipinto la scena della grazia ricevuta.

Altre PGR sono esposte in due vetrinette

Vicende di esseri umani rimasti in vita, per fortunose circostanze o per grazia ricevuta.

Il monte Croce, è uno dei punti più belli e panoramici di Varazze, ma è anche il luogo, dove avvennero i due fatti storici più importanti della nostra città.

Il 7 ottobre del 1244 da questa altura il papa Innocenzo IV vide le navi della flotta di Federico II in rada a Savona.

Era intenzione dello Stupor Mundi, fermare il papa prima che potesse raggiungere e cercar protezione in Francia.

Per non essere visto il papa e il suo seguito scese dalle alture, nella Valle Teiro, per percorrere fino a S.Martino, la strada medievale del Malacqua

Il 10 aprile del 1800 ci fu la Battaglia di Monte Croce, tra i francesi del generale Massena e gli austo-ungarici del generale Melas.

Dopo diversi capovolgimenti di fronte e anche con il lancio di pietre, i francesi vinsero la battaglia, subendo molte perdite.

Il Santuario di Nostra Signora della Croce, consacrato appena un anno prima nel 1799, fu utilizzato dai francesi, come ospedale da campo.

Non esiste a Varazze, altra, località, che può vantare accadimenti da Grande Storia.

Il pilone con croce eretto nel 1244 diede il nome a questo monte.

Nel 1657 la peste colpì Castagnabuona provocando molte vittime.

In quel periodo una pietosa donna di casa Accinelli della borgata di “Tessarole” si recava ogni sabato alla cappella della Madonna, per rifornire la lampada che ardeva davanti all’immagine portando con sé la chiave della porta, della quale non vi era copia.

Da un sabato all’altro, trovava la lampada sempre accesa e con olio sufficiente, come se vi fosse stato aggiunto da poco.

A ricordo di questo fatto, i massari posero una lapide ora scomparsa.

Grazie ad un gruppo di volontari, membri delle Confraternite di S.Rocco e di N.S.della Croce, è stato possibile visitare la chiesa e la primordiale cappella di Nostra Signora della Croce.

E’ una bella giornata, nel prato antistante la chiesa si gode di una vista spettacolare!

Si forma un piccolo gruppetto e accompagnati dal sig. Giacomo Bruzzone andiamo a visitare la lunga Cinta Muraria, che delimita una grande zona terrazzata.

Il muro di questa recinzione è ad altezza variabile, probabilmente perché depredato delle pietre.

Forma una barriera fisica antintrusione nei possedimenti della chiesa di Nostra Madonna della Croce.

Al suo interno ci sono degli imponenti terrazzamenti di buona fattura, perfettamente conservati.

Feti cu a Pria Scia’po’

Terra strappata ad un acclive pendio.

Questi appezzamenti di terreno erano un oasi di colori e profumi, coltivati ad ortaggi alberi da frutta e vite.

Irrigati tramite canalizzazioni dau Pussu di Fratti.

Da quella antica coltura della vite, si sono propagati alcuni tralci, già con i piccoli grappoli.

Oggi la biodiversità della macchia mediterranea ha preso possesso di tutta questa zona con la fioritura della Senestra boschi de Brughe e de Ruvei erbui de Ersci Castagni, Pin Scesce e Brigne serveghe

Giacomo ci accompagna a vedere i due prati di pertinenza della Foresteria della Croce, il grande e panoramico Pro da Scesce e u Pro de Nisoe.

Si ritorna al Santuario, dove la luce dalla porta spalancata, mette in bella evidenza, il bianco marmoreo del gruppo scolpito dal nostro concittadino Michele Ramognino, raffigurante ” Cristo con la croce, la Vergine che intercedere per la città e l’angelo che ripone la spada vendicatrice”

Davanti a questa scultura, un’ingegnoso artifizio meccanico, faceva saliscendere un dipinto di Francesco Selmino.

Ma perché si teneva nascosta la scultura di Michele Ramognino? Dopo molti anni, questo non è più un segreto, la decisione fu presa per negare alla vista, la figura di Maria, le cui “provocanti forme” si intravvedevano attraverso le pieghe della tunica e potevano turbare i pensieri dei fedeli.

Al seguente link la Storia aneddoti e la curiosa storia di una statua

N.S.della Croce di Castagnabuona Michè Ramugnin… u Scultù

Il 26 febbraio del 1980 Varazze era circondata dalla neve.

Faceva freddo e le stufe a legna, erano tutte in uso.

Alle ore 16.30 l’incendio della canna fumaria divampato nell’abitazione adiacente, si propago’ al tetto della chiesa.

L’autobotte dei VVF non riuscì ad arrivare nei pressi degli edifici in fiamme, perché bloccata a causa del cedimento della strada dei Brasci.

(Non c’era l’attuale strada carrabile che sale da Castagnabuona)

La poca acqua disponibile non poteva bastare a spegnere il rogo.

L’incendio era ormai fuori controllo.

Furono i membri delle Confraternite della Madonna della Croce e di S.Rocco, che insieme agli abitanti di Castagnabuona, accorsi numerosi sul Monte Croce, a loro rischio e pericolo trasportarono fuori dalla navata della chiesa, gli arredi e le opere d’arte.

Furono momenti concitati bisognava far presto, il tetto poteva crollare all’istante.

La scala che erano riusciti a trovare, era troppo corta, per mettere in salvo degli ex voto appesi alle pareti, che andarono persi nel rogo.

Dal tetto completamente bruciato, iniziarono a cadere i legni dei travi carbonizzati e si dovette interrompere le operazioni per mettere in salvo altre opere, tra cui il dipinto del Semino che adornava l’altare.

Di questa pregevole opera d’arte resta solo un brandello di tela.

La luce del giorno svelo’ il drammatico epilogo di quell’incendio, una scena di desolante disastro.

Il tetto della chiesa era crollato, distrutta la balaustra, una grande quantità di calcinacci e legni aveva ricoperto il pavimento.

La ricostruzione della copertura della chiesa del Santuario di Nostra Signora della Croce fu ultimata nel 1985.

Tutto questo non sarebbe stato possibile senza il fondamentale contributo della Confraternita.

Attiva anche per effettuare una raccolta firme onde evitare una speculazione edilizia alle spalle del Santuario

Partecipe per il ripristino del Ciappin, il sentiero che arriva al Santuario ed altri interventi di manutenzione

Quante cose in simma au Briccu da Crusce!

Ringrazio per la loro gradita disponibilità, per le notizie storiche e per la visita alla cinta muraria: Giusi Firpo, Giacomo Bruzzone, Andrea Firpo, Maria Zunino.

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

A Vanessa

La vita non era stata lieve, con quel ragazzo, diventato uomo troppo presto.

Ma così era, per tutti quelli nati in questo angolo di mondo, chiamato Liguria

Da ragazzi già avvezzi, a tirar su pesi, zappare e a tribolare nei campi o nei boschi

Non a leggere e a far di conto.

Conobbe lei, alla festa del santo patrono, come capitava a tutti, in quel paese aggrappato al monte.

Aveva gli occhi neri e lui ci si perse dentro, cotto a puntino!

A primavera in quel prato volavano le farfalle, erano le vanesse arrivate chissà da dove.

A posarsi sui fiori di ortica e di edera.

Scrissero i loro nomi su quel faggio.

Lui non lo poteva sapere, ma presto, la sua vita sarebbe cambiata.

Venti di guerra rumor di cannoni, per una carneficina voluta da teste coronate.

Quella cosa chiamata patria, voleva il sangue dei suoi figli.

Quello dei poveri cristi.

Cercava chi non sapeva leggere e far di conto.

Ma avvezzi a far vita dura e di buon comando.

Di quei poveri cristi, oggi troverete i nomi, scritti in ogni piazza, anche in quella più piccola, del più piccolo paese del nostro entroterra.

Lui era orgoglioso di aver in tasca quella cartolina precetto.

Quella cosa chiamata patria aveva bisogno di lui!

Come aveva detto il prete nell’omelia.

Si giurarono amore per tutta la vita, quando lei lo accompagnò alla tradotta.

La banda suonava e i carabinieri avevano il pennacchio.

Qualcuno su un palco raccontò le solite balle, sempre le stesse anche oggi.

Un fazzoletto da sventolare e per le lacrime, quando il treno sarebbe sparito nella galleria.

Un cantautore divenne famoso cantando….erano solo papaveri rossi.

Di lui invece nessuno parlo’

Ai genitori dissero, che era disperso chissa dove sul Monte Grappa e il suo corpo mai più ritrovato.

Ma non era vero

La verità era troppo cruda da raccontare a una mamma.

Lui aveva visto troppo sangue versato per quella patria infame.

Troppe volte sentito invocare a voce a alta o con un soffio, la mamma o un nome di donna.

Per l’ultima volta dai suoi compagni di trincea.

A quella ragazza dagli occhi neri, scrisse in una lettera, che si sarebbe trasformato in farfalla, pur di raggiungerla.

Disegno’ una vanessa su quel foglio.

Quelle che piacevano a lei

Poi più nulla.

Di lui dissero che era disperso.

La verità era troppo cruda da raccontare a una mamma o a una ragazza con gli occhi neri

Ci fu chi disse di averlo visto muovere le braccia, come cercando di volare, quando precipitò da quella rupe.

Ma la patria voleva degli eroi guai a raccontare di codardi suicidi!

A volar come le farfalle.

In quel paese aggrappato alla montagna, una mamma

smise di piangere.

Chissà perché ma sentiva che prima o poi quel figlio, sarebbe ritornato.

Un giorno di primavera.

Come le vanesse.

Lo aspetto’ per tutta la sua vita, guardando verso quella strada da dove era partito.

Quegli occhi neri, chissà quante volte avevano riletto quell’ultima lettera, sgualcita e mani rugose, accarezzato quella farfalla oramai sbiadita.

Lei aveva finito, le lacrime e solo quando arrivavano le farfalle, le vanesse nei prati, sorrideva pensando a lui.

Francesco Baggetti.

U Rian Rianellu

U Rianellu segna un’ antico confine, oggetto di vecchie dispute, sull’utilizzo delle sue acque da parte dei Siaule’ e dei Ravanetti.

Cantalupo e Castagnabuona

L’attraversamento del suo alveo per entrare in “territorio nemico” da parte di uno o dell’altra fazione era visto come una provocazione capace di scatenare reazioni feroci!

Il Rianello è citato nelle fonti storiche, relative ai combattimenti avvenuti ad aprile del 1800, presso il Monte Croce, tra i francesi comandati da Massena e gli austroungarici del generale Melas.

Il Rianello nasce tra il Bric Riondo e i Piani di Cantalupo, al confine con il comune di Celle Ligure.

Riceve le acque dei rii Mascea e Gulfu che a loro volta raccolgono le acque del monte Sucau e poi il rio Leassa da Lenche’.

In questa zona si trovano i ruderi di un mulino per cereali.

È uno dei corsi d’acqua più tombinati della citta’.

Nel tratto finale, le sue acque, sono regimentate, da tre condotte sotterranee, una è quella che sottopassa via Mombello, poi c’è quella che inizia nell’inghiottitoio, presso la località Boschetto dei Biagini.

Qui nascosto alla vista, il Rianello compie un’ampia curva, passando sotto ai due rami autostradali, per poi riemergere in un tratto a pelo libero, prima di tuffarsi ridotto di sezione, in un’altro inghiottitoio, che passa sotto alla sede ferroviaria e all’Aurelia bis, sfociando poi in mare nella darsena degli ex cantieri Baglietto.

Nelle foto il Rianello, presso la zona del Boschetto, un bell’ambiente lacustre, dove sono visibili diversi manufatti, che testimoniano, l’utilizzo in antichità di questo corso d’acqua, per uso irriguo degli ex orti dei Biagini.

Questa è un’altra zona della nostra città dove guardando le vecchie foto del Boschetto e dei Biagini, si ha l’evidenza dello scempio che è stato perpetrato dalla scellerata scelta di far passare due autostrade in un centro abitato.

In questo punto, inizia la condotta, di grandi dimensioni, che passa sotto ai viadotti autostradali.

Le “tombinature” dei tratti finali di tutti i rii, che attraversano il centro urbano, dovrebbero essere soggette a misure di monitoraggio/prevenzione.

Molto probabile la presenza di detriti, che possono diminuire, sensibilmente la portata delle acque, ed è soprattutto necessaria, la verifica delle opere strutturali, un po’ come si sta facendo in questo periodo, per le gallerie autostradali.

All’interno di queste condotte, esiste il pericolo di possibili riduzioni delle sezioni portanti, dovute all’erosione naturale che provoca la forza della corrente.

Sono in atto significativi cambiamenti climatici con il fenomeno delle bombe d’acqua, ora non è più il Teiro a far paura, ma le strade, che a causa delle tombinature del naturale alveo dei rii che discendono dalle alture, diventano vere e proprie vie d’acqua, capaci di notevoli danni e pericoli per l’incolumità di chi vive nel fondovalle.

Tramite email alla Fabbrica del Cittadino del comune di Varazze, avevo evidenziato la necessità di una verifica interna della condotta finale del rio Riva in via Scavino artefice il 4 ottobre del 2010 della disastrosa esondazione che ha causato, molti danni e per buona sorte, nessuna vittima, nella parte bassa della via!

Il corso d’acqua tombinato è costretto ad effettuare una curva prima di sfociare in Teiro, è molto probabile una riduzione della portata, dovuta ai detriti trasportati in occasione di quella esondazione.

Conosco bene quella condotta, appena era stata costruita, noi bambini ci avventuravamo al suo interno, armati di pila e di voglia di avventura.

Gli adulti, approffittando della nostra agilità, ci chiedevano notizie inerenti lo stato interno di questa struttura, noi bambini fieri di essere finalmente considerati utili, ci prodigavamo a sospingere fuori dalla tubazione, terra pietre e rami, gli adulti ci ringraziavano con i soldi, per un pezzo di focaccia, e noi eravamo fieri, di avere fatto qualcosa di serio e importante per la nostra piccola comunità.

Questo avveniva 50 anni fa!

Nessuno ha mai più controllato quella condotta.

Penso anche a quello, quando passo le notti insonni, durante un temporale a guardare l’acqua che scende da via Scavino.

foto in b/n Archivio Storico Varagine e Mariano Bosco.

Buona Giornata

Quattru Amisci a Guardia

Un racconto di Giovanni Parodi u Gianballetta

Nell’estate del 1968, il giorno di Ferragosto cadeva di giovedì, era l’occasione per fare un ponte lavorativo.

Quattro amici decisero, di passare due o tre giorni alla Madonna della Guardia di Varazze.

“ Ma ti ciocchi andò a durmì a Guardia? Ghe sun i fantasmi de l’Invrea, de notte da sutta e ciappe i morti, sciurtan da giescia!”

“ Ma che fifun che te! Ghe andemmu mi ti u Gianballetta e u Bambulin, dui o tre giurni a Guardia, mangio’ beive e po u belin che i fantasmi !”

Forse nacque così, come una sfida, una prova di virilità, andare a dormire proprio nel luogo, dove ancora oggi, a detta di molti accadevano strane cose.

In primis il fantasma du Sciu Fabio, una figura nera, che sia aggirava con un mantello, la tuba in testa e che spariva dietro agli angoli della chiesa.

Ci fu chi, vide danzare delle luci intorno al campanile.

Laggiù verso i Lappassò una fila di lumini che avanzava verso la Guardia.

Chi si attardava sugli alberi a raccogliere le pigne o arrivava con il buio a raccogliere il fogliame, scappava a gambe levate al suono della campana.

Perché si era sparsa la voce, che non si vedeva nessuno a tirar quella corda.

Leggende fantasie che cosa c’era di vero?

Probabilmente solo suggestioni a seguito di qualche bravata.

Quella notte di mezza estate alla Guardia c’era un piccolo gruppetto di amici, Rino detto Zaccaria, Giovanni u Bambulin, Angelo u Spursaminetta, cugino di Gianballetta, al secolo Giovanni Parodi, a cui va il mio ringraziamento per avermi raccontato questa storia.

Arrivarono alla fine di quella giornata di Ferragosto alla Guardia.

Conoscevano bene la chiesa e i dintorni e avevano la chiave della foresteria.

Consumarono la cena portata da casa.

Si fece notte, rischiarata dalla luna, che si rifletteva laggiù, sopra la massa scura del mare.

Nell’abitato di Varazze, ci si preparava per la notte e le finestre illuminate, iniziavano a spegnersi

E così fecero anche i nostri quattro amici.

Gianballetta ebbe cura di suo cugino Angelo, che aveva perso la vista a causa dello scoppio di un ordigno, residuo della Seconda Guerra Mondiale.

Alle undici di sera spensero il lume.

Non passò molto tempo e dal respiro pesante di Zaccaria, si capiva che l’amico aveva preso sonno.

Ma chi poteva dormir sonni tranquilli lì in quel posto!

E’ proprio vero, chi ha non ha l’uso della vista percepisce meglio di tutti le voci, i sospiri, i più debolissimi rumori

“ Avete sentito?” disse Angelo

“ Che cosa ?” risposero Gianballetta e u Bambulin

“ Un rumore, veniva dalla chiesa”

“ Ma sarà il vento o qualche animale”

“ Andiamo a vedere tanto stanotte non si dorme”

“ Non mi lasciate qua!” disse Angelo

“ Attacchite a mi, stanni attentu ai scalin” disse Gianballetta rivolto al cugino

“ E Zaccaria”

“ Lascemulu durmi”

Arrivati in fondo alle scale illuminarono con la pila il buio che formava l’ombra della chiesa, poi fecero il giro rasentando i muri.

Era tutto a posto

Si sedettero per un po’ sullo scalino del sagrato, ad ammirare la luna, riflessa sul mare e laggiù le tremolanti luci di Varazze.

La Guardia il luogo piu panoramico di Varazze.

Una vista mozzafiato sull’abitato, l’immensità del mare e la cerchia dei monti.

Tornarono all’interno della foresteria.

Il letto di Zaccaria era vuoto!

Dov’era andato?

Era stato rapito!

Non ebbero il tempo di pensare altre cose, il rumore di passi veloci sul selciato e poi su dalle scale, annunciò l’arrivo trafelato di Zaccaria visibilmente spaventato.

Aveva un coltello in mano

“ Ma dove siete andati? Belin che ressato! Non vi ho più visto, gunduin m’ei fetu ciappo’ puia! Belin lo sapete che ho paura a restar da solo! Sun andetu a sercove in ta cappeletta, poi mi è scappato di pisciare, ho avuto paura e ho tirato fuori il coltello”

“ Che perdiballe! Va sa ben che non ti sei cagato addosso!”

E giù tutti a ridere dell’amico pauroso.

Spiegato l’accaduto i quattro amici spensero un’altra volta il lume.

Zaccaria dopo poco si addormentò nuovamente.

Gianballetta guardò l’ora era mezzanotte e venti.

Ma non passò molto tempo…

“ Avete sentito?” disse Angelo

“ Dormi, nu rumpì u belin!”

Ma rabbrividirono poco dopo….quando udirono dei colpi

Qualcheduno stava bussando alla porta della chiesa!

“ U l’è u sciu Fabio u vo entrò in giescia!”

Poi silenzio

“ Avete sentito?” disse ancora una volta Angelo

“ Ma cosa te sentiuu ancun !” rispose con voce tremante u Bambulin

Che cosa aveva sentito….lo capirono dopo un’attimo, quando udirono distintamente la catena del pozzo, che stava sollevando un secchio d’acqua

Per due volte sentirono scorrere quella catena.

Ci fu un interminabile silenzio, i quattro amici erano terrorizzati, avevano i nervi a fior di pelle, l’udito teso ad ascoltare i rumori che provenivano dall’esterno.

Improvvisamente ecco un rumor di passi.

Qualcuno stava salendo le scale della foresteria…

Un passo due passi tre passi….

Zaccaria nel frattempo fu svegliato di malo modo, ed era in letto con il coltello in mano.

A u Spursaminetta era stato dato un martello.

U Bambulin u gh’eiva na scarpa in man da tio’ in ta testa au fantasma !

Gianballetta mise la testa sotto al cuscino, per non sentire quell’inquietante rumore di passi.

Da sotto quel guanciale sbirciava la porta, ad un certo punto, dalle fessure di quell’infisso, Gianballetta vide distintamente un’ombra…..

U sciu Fabiu stava per entrare!

Ma poi ecco balenare la luce di una torcia.

“ Ma duvve sei? Sun Gustin vò purtò un po’ de turun!”

Quando si aprì la porta quel pover’uomo fu investito da una gragnuola di insulti.

Gianballetta nonostante la giovane età disponeva già di un buon arsenale di parolacce, e le riversò tutte addosso a Gustin.

Inconsciamente o volutamente aveva seminato il panico in quella notte d’estate lassù alla Guardia.

Il racconto finisce qui, i quattro amici furono vittime di uno scherzo ben architettato?

C’era forse un complice in quel gruppo?

Restano questi fatti raccontati dopo tanti anni da Gianballetta, un ricordo di gioventù di quattro amici lassù alla Guardia.

Negli anni a seguire e anche poco tempo fa, ancora altri racconti, di chi ha detto di d’aver visto ombre, sentito voci e campane suonare.

La Guardia di Varazze in ogni stagione tappa fissa o meta di escursionisti e scampagnate.

Luogo di devozione con la grande festa a fine agosto.

Processioni preghiere canti, merendin friscio’ figasette.

Nell’Archivio Fotografico Varagine consultabile online, sono presenti innumerevoli foto della festa alla Madonna della Guardia uno salto nel passato che ritrae una comunità festante allegra spensierata!

La Guardia luogo del cuore!

Ma anche del batticuore di innamorati e di spaventati!

Bunna giurno’ vaasin.

foto in b/n Archivio Storico Varagine.

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Zampalesta

In vacanza, con la roulotte arrivammo in un campeggio a Pozza di Fassa.

Dopo qualche giorno, Alessandro e Veronica presero in simpatia un cagnolino multirazze, che gironzolava, scodinzolando fra roulotte, tende e case vacanze.

A quella povera bestiola mancava una zampetta posteriore.

Io per sdrammatizzare un pò, gli diedi il nome di Zampalesta.

La vacanza procedeva bene tra escursioni e giornate in campeggio.

In quello stupendo scenario della Val di Fassa.

Un giorno accadde una tragedia!

Localizzata da un corposo capannello di gente vocianti, intorno ad un’auto.

Il povero Zampalesta era rimasto chiuso, all’interno di quella vettura, naturalmente nera, sotto il sole di luglio, con finestrini chiusi e senza la chiave per aprire le porte!

Povero Zampalesta!

La bestiola era andata in sbatti, si udivano i suoi guaiti di disperazione, mentre con la lingua penzoloni continuava a cercare una via d uscita da quell’abitacolo, che si stava sempre più surriscaldando.

La gente era in preda al panico e dopo vari e vani tentativi, effettuati senza costrutto, i soccorritori si stavano convincendo che l’unico modo per salvare Zampalesta era quello di spaccare un vetro di una portiera.

Ma c’era il rischio di ferire quel povero cagnolino.

Scoppio’ quasi una rissa tra le due fazioni!

Chi voleva rompere il vetro e chi no!

Ad un certo punto, in mezzo a quel vociare isterico, si fece avanti un uomo, di bassa statura segaligno.

Disse che se gli procuravano un paio di metri di fil di ferro, quell’auto si poteva aprire.

Qualche minuto dopo, iniziò a modellare, in un certo modo, quel fil di ferro.

Si fece un silenzio carico di speranza, fra quella marea di gente, intorno a quell’auto.

Quel tipo arrivato da chissà dove, infilò il fil di ferro tra la guarnizione della porta e l’interno dell’abitacolo.

L’operazione si concluse nell’arco di un minuto.

Si udì forte e chiaro il clik della serratura che si era aperta.

Grida di gioia e applausi all’italiana, accompagnarono l’uscita di Zampalesta da quell’auto!

Nel trambusto si perse di vista quell’uomo, che si dileguo’.

Diedi un nome anche a quel signore: Manolesta!

Passata l’emozione, con la liberazione di quella povera bestiola, ritorno’ la quiete in quel campeggio.

Ma ci fu chi, pensando a Manolesta, non dormi,’ sogni tranquilli quella notte.

Chi aveva lasciato qualche valore nell’auto parcheggiata si premuro’ di portarla nella roulette o in tenda.

Da Cosa nasce Cosa

Le cose accadono volutamente o per una serie di circostanze fortuite o disgraziate

Quante volte abbiamo detto o pensato “Che strana coincidenza!” oppure “Mi è capitata una cosa che se ci riprovassi un milione di volte non mi succederebbe mai più “

Io credo nella scienza e non nel destino o nelle cose mistiche, religiose, paranormali ecc.

E per le cose senza apparente motivo bisogna comunque trovare una spiegazione razionale e credibile.

Argomento molto problematico, non sempre si riesce.

Anche perché poi subentra il fatalismo, si tira in ballo il destino, si rinuncia alle indagini e ci si dimentica di tutto con una vergognosa velocità

Perché accadono quelle cose imponderabili, tragiche fatalità o fortunate coincidenze?

Qualche giorno fa ho accompagnato una persona nei pressi di una chiesetta di campagna.

Davanti a noi un grande prato.

Dal sagrato della chiesa inizia un racconto di bambini, in quel prato a togliere le pietre,

prima della fienagione e poi dei loro giochi.

Il sole di questo mese d’agosto è insopportabile cerchiamo l’ombra dell’edificio e mi rinfresco con l’acqua di un rubinetto addossato al muro della chiesa.

L’uomo ha gli occhi lucidi, solo lui è rimasto a raccontare di quel gruppo di amici.

Ci ripariamo nel porticato della chiesetta

Continua il racconto ed elenca i nomi dei suoi amici uno ad uno

Dopo qualche secondo, proveniente dall’interno della chiesetta, arriva un forte ronzio.

Ci guardiamo in faccia – Che cos’è?-

Guardiamo dalla grata all’interno è tutto in ordine.

La frequenza di quel ronzio aumenta è molto fastidioso, poi cala d’intensità, ma resta costante e ancora forte

Non può essere un’insetto rimasto intrappolato.

Prendo il telefonino per fare un video, ma quel rumore va scemando e riproducendo il filmato si sente appena.

Non sono spiriti o anime defunte!

Voglio scoprire la causa e qualche giorno dopo ritorno dalla chiesetta

Penso al tubo dell’acqua magari passa all’interno della chiesa e quel rumore poteva essere la pressione dell’acqua.

Effettuo alcune prove aprendo e chiudendo il rubinetto di quella fontana, ma non si produce più alcun ronzio, all’interno di quella chiesetta

Contatto il custode, che mi racconta una classica storia all’italiana, di chi usufruiva di quel rubinetto per lavarsi l’auto.

E allora per evitare sprechi del italiota di turno, il custode aveva regolato la valvola generale, lasciando solo un piccolo flusso d’acqua dal rubinetto, solo per dissetarsi.

E lo aveva fatto lo stesso giorno, poco prima che arrivassimo noi da quella chiesetta!

Nel locale dietro all’altare arriva il tubo dell’acqua e c’è la valvola generale.

La diminuzione del flusso, dopo che io avevo chiuso il rubinetto, aveva provocato quel forte ronzio.

Amplificato poi dalla navata della chiesa.

Svelato l’arcano resta lo stupore della concomitanza delle cose che ci accadono ogni giorno.

Da cosa nasce cosa

la foto non è pertinente al racconto

Giacomo

Agli inizi degli anni 80, di solito nel mese di luglio, andavo un paio di settimane, ospite di una famiglia, nella frazione Trappa di Garessio, una borgata di case a destra della statale per il Col di Nava, con la chiesa, un’ex filanda, il suo piccolo cimitero, un campo di calcio, il fiume e una piccola spiaggetta, con la sabbia fine e una cascata, dove fare i tuffi sempre affollata di giovani.

Qui lungo l’asta del fiume Tanaro, le molte attività industriali e artigianali sono andate scomparendo anche prima degli anni 80, obbedendo ad un’oscura pianificazione di deindustrializzazione del nostro paese.

La linea ferroviaria Ceva Ormea, giace inutilizzata effettua solo viaggi turistici e rievocazioni storiche, con treni a vapore, il bel tracciato che corre parallelo al Tanaro è da anni con la ruggine sui binari.

Con le stazioncine dai nomi curiosi.

Il fiume Tanaro, era una grande risorsa, a Garessio e Ormea, le sue acque erano prelevate da diverse dighe a scopo industriale e per l’irrigazione.

A monte erano utilizzate nel cotonificio di Ormea e poi rilasciate nel fiume, dove servivano anche come acqua di lavaggio degli inerti, nelle cave presenti nella vallata e in diversi opifici di Garessio, Bagnasco ecc.

Ma il fiume sopportava bene gli inquinanti, le sue acque, anche nei periodi di siccità, avevano una discreta portata e alla fine l’acqua era sempre limpida.

Il Tanaro fiume ideale per la pesca alla trota.

Sono molti i pescatori professionisti che specie nel weekend arrivano da “chissadove” per insidiare iridea e fario, che nascoste sotto le pietre, o dove l’acqua fa la schiuma, dopo una cascata attende le sue prede

Giacomo aveva lavorato alla Petit, un’industria farmaceutica di casa madre francese, che aveva uno stabilimento a Garessio.

Era un’uomo sulla settantina d’anni ancora in forze robusto come tutti dotati di una discreta pancia, baffi grigi e grandi occhi celesti.

Andato in pensione, aveva tre grandi passioni Bacco tabacco e pesca!

Era solito affermare, che la trota si pescava meglio alle prime luci dell’alba e così la sveglia era messa alle 5 per essere sul posto quando iniziava l’aurora, di solito nella località di Nasago’ fra la frazione di Trappa e Ormea.

Parole bisbigliate per non svegliare gli altri e poi via, nel buio delle prime ore del giorno, con le canne e gli stivali già indossati.

Arrivati sul posto, con la mia auto, si passava sopra un ponte ad archi, si lasciava la 128 nel prato e si scendeva scostando i cespugli e arrivando all’argine del Tanaro.

Era d’obbligo fare silenzio la trota, percepiva ogni vibrazione e se si accorgeva di qualche pericolo scappava a nascondersi.

Come esca le uova di salmone e via con i lanci e il lento recupero, con il mulinello.

Il religioso silenzio era rotto, solo quando la lenza restava impigliata, magari in qualche ramo semi sepolto e allora Giacomo, dava sfogo ad una ridda di imprecazioni, dove erano citati molti santi di cui io manco conoscevo il nome.

Ma solitamente dopo 3/4 ore di pesca si portava a casa un discreto bottino di trote erano quasi tutte iridea ma anche qualche bella fario.

In tempo per essere cucinate a pranzo.

Il pomeriggio era, da Giacomo dedicato alla cura dell’orto e a Bacco.

L’irrigazione dell’orto era effettuata tramite l’apertura di una paratia di un canale, per poter bagnare tutte le piante, si occludeva con una zolla di terra il solco che era già stato irrigato, facendo arrivare l’acqua nel solco successivo.

La pesca di fiume ha il suo fascino, l’ambiente, la forza della corrente le prede molto vitali, un’attivita molto più attiva e gratificante della pesca in mare con la canna da riva.

Prima di rientrare a casa, sempre, si faceva una capatina dove le acque del Tanaro, prelevate tramite un canale per l’irrigazione erano restituite al fiume, con una piccola ma poderosa cascata….dove lerosione dell’acqua aveva creato un piccolo laghetto.

In quella pozza, aveva la sua tana una grossa trota, da lui soprannominata il Diavolo!

Era riuscito una volta sola a sollevarla, con la lenza fuori dall’acqua, era un bestione!

Giacomo mi racconto’ che gli aveva visto gli occhi, erano rossi e per un’attimo lo aveva fissato, prima di tagliare con i denti la lenza e inabissarsi nella sua pozza.

Arrivato in prossimità di questo laghetto, si accendeva l’ennesima sigaretta, sceglieva l’uovo di salmone più colorato e gettava l’amo.

La sigaretta incollata al labbro, come una clessidra a segnare il tempo, finita la sigaretta era terminato l’ennesimo tentativo di insidiare quell’animale degli inferi!

Ci fu una mattina che riuscimmo a tirar fuori da quella pozza una gran bella trota ma non era il Diavolo!

Qualche anno dopo passai a salutarlo, gli chiesi della trota e lui mi disse che c’era ancora, ma che si divertiva a tagliare sempre le sue lenze, anche se ne usava di diametro maggiore.

Quei grandi occhi celesti erano umidi di tristezza, mi disse che non era più stato a Nasago’ aveva problemi di deambulazione e così andava a pesca, solo vicino casa e ogni tanto andava a dare “una tocca” a cercare Diavolo.

Non lo rividi più, ebbi notizia della morte prematura del figlio e lui si spense qualche tempo dopo.

Chissà se sarà mai riuscito a prendere il Diavolo.

Ho voluto con questa piccola storia, ricordare Giacomo, un’amico in quelle lontani estati di tanti anni fa.

Il ricordo di lui della moglie, dei figli e di quella piccola comunità di Trappa, si intreccia con quello della finale dei mondiali di Spagna del 1982 e i festeggiamenti in quel piccolo borgo di case.

Tutta la gente di Trappa, la sera dell’undici luglio, era scesa in strada con le stoviglie da cucina, pentole coperchi, posate e cucchiai a festeggiare la vittoria della nostra nazionale.

Il Fauniera

Serve una moto per salire al passo Fauniera, ma con un po di perizia, nella guida, va bene anche un’auto, di piccole dimensioni pero’!

Indispensabili sono degli amici o persone a noi care, per poter condividere una vera e propria bellezza del creato!

Ho fatto un centinaio di foto nel saliscendi in moto dal Fauniera.

Ogni metro percorso in salita o in discesa è uno scorcio e uno spettacolo della natura diverso!

L’arrivo in vetta a 2481 m regala uno spettacolo ” servegu” di una bellezza mozzafiato.

Nel versante verso Demonte e verso la Val Maira

Qui con strada sterrata carrabile si raggiungeva la Gardetta per poi scendere in Val Maira oggi percorribile solo a piedi in bicicletta

È chiamato il Vallone dei Morti qui nel 1744 ci fu una battaglia tra Austriaci e i Franco Spagnoli.

Picchi di pietra e profonde gole prati immensi con l’erba arsa dal sole, dove pascolano mandrie di bovini, poi ancora morene di antichi ghiacciai, doline, qui ogni grande roccia erosa da venti e dall’acqua ha formato enormi pietraie alla sua base.

L’ex strada militare che sale da Demonte ha un’incredibile serie di curve per portarsi in quota.

Quella che si percorre oggi arrivando è meno tortuosa.

Da vedere scendendo il grande Santuario di San Magno del 1500 dove dietro all’altare maggiore c’è la primordiale cappella Botonieri con gli incredibili affreschi.

Qui sulle pareti e sulla volta la gente poteva vedere visivamente quello che era narrato nei Vangeli.

Decidiamo la visita di Colletto, una borgata di case edificate sopra un vertiginoso picco roccioso, come a voler cercare un pò di sole in questa stretta valle.

Bel paesello molto caratteristico, con il suo ricco museo interno d’arte contadina ed esterno, dove sono in mostra gli attrezzi.

Viaggio in moto in perfetto stile Slow Go.

Alcune tappe per caffè, pisciare e gelato, pranzo nel rifugio Fauniera, immancabili gli gnocchi al Castelmagno.

Ho condiviso una bellissima giornata e degli incredibili paesaggi, con i miei compagni di viaggio, Ettore e Giorgio, che ringrazio di essere stati insieme a me, in questo stupendo angolo di mondo.

Sempre, quando due chiaccheroni e benelliani, come Giorgio e Ettore si incontratano, c’è solo una cosa da fare, le tirate di belino e altre scemenze, sparate dal sottoscritto, nell’arco della giornata per sopravvivere!

Nota di biasimo, sempre uguale ogni volta e quella dello stato delle strade, a parte alcuni tratti asfaltati di recente, come quello del Cadibona.

Partenza ore 7 arrivo 20.30 da Varazze sono 314 km.

Partito con giacca da moto tolta all’arrivo in Val Stura e rimasto per la rimanente parte del giro con la sola maglietta….che pru’!

i Taggiagua de Giancardu

Un libro interessante ed esaustivo è la “Storia di Stella” di Riccardo Musso.

L’autore percorre tutte le vicende storiche dal Medioevo a tutto l’Ottocento, quando Stella fu accorpata al Cantone del Teiro e poi a quello di Varazze.

Un grazie a chi mi ha cortesemente offerto questo libro in visione, Giovanni Cerruti, U Saturnin.

Uno dei primi effetti dell’occupazione francese, fu l’introduzione della coscrizione obbligatoria, nei territori conquistati dalla Grand Armè.

L’editto dell’8 fruttidoro dell’anno XIII ( 26 agosto del 1805) obbligava i Maires, i Presidenti dei Consigli Comunali, a dotarsi degli Elenchi di Leva, con i nomi di tutti gli uomini maggiori di vent’anni e a mantenerli aggiornati.

Ogni anno si svolgeva le “Tirage a Sort”.

In un bussolotto, erano messi tanti biglietti numerati, quanti erano gli iscritti alle liste di leva.

Durante la cerimonia pubblica, ogni idoneo alla leva, estraeva un biglietto.

Più era basso il numero, più era probabile un arruolamento.

Subito dopo la cerimonia del Tirage a Sort, coloro che dovevano essere arruolati, erano messi nudi, sopra una pedana e misurati, chi era più basso di 1,54 era riformato e così pure chi era senza denti o aveva gravi menomazioni.

Era tuttavia consentito farsi sostituire da un’altra persona, possibilità riservata a chi aveva un discreto patrimonio.

Si concordava un prezzo fra le parti.

All’Impero di Francia andava pagata una tassa fissa di 100 franchi.

Si ha notizie di un certo Gerolamo Martino di S.Martino, proprietario e coltivatore, che pagò ben 2500 franchi ad un certo Bernardo Perata di Alpicella, per sostituirsi al figlio chiamato alle armi.

Nel Dipartimento di Montenotte, di cui faceva parte il Cantone del Teiro poi di Varazze, furono 1426 i coscritti, che si fecero sostituire tramite pagamento, da un’altra persona.

Ma ci furono anche casi di automutilazioni, inferte dalla disperazione di dover partecipare ad una sanguinosa guerra, voluta da teste coronate.

Quel vento di libertà, che poteva cambiare le sorti dell’Europa, non fu percepito, nell’entroterra, dove quegli ideali furono traditi con stupri, saccheggi e rovine.

Spalleggiato dalla chiesa, ci fu il movimento dei Vivamaria, che si oppose con uomini in armi, all’insediamento dei francesi nelle nostre città

Varazze era un Cantone marittimo, quindi soggetto alla leva di mare, i coscritti dovevano prestare servizio presso la base della Flotta del Mediterraneo, di stanza a Tolone.

Secondo le osservazioni dello Chabrol, che tutto annotava e riferiva, l’altezza media dei giovanotti del savonese, era compresa tra i 1,49 e 1,58.

Lamentava, che nel Cantone di Varazze, vi era la presenza di giovani deboli e di bassa statura.

Numericamente nel 1805 il Cantone del Teiro aveva 195 iscritti alle liste di leva, ma ne furono arruolati solo 5 dal 1806 a 1811.

Mediamente furono una ventina le persone che ogni anno dopo la cerimonia del Tirage a Sorte vestivano la divisa tricolore.

Il massimo numero di arruolati ci fu nel 1813 con 49 arruolati.

L’incidenza della coscrizione obbligatoria, sulla popolazione, fu modesta anche per altri motivi.

Ci fu una sorda protesta specie nel nostro entroterra dove gente contadina avvezza a far vita grama, che conosceva bene i morsi della fame e la morte per inedia, alla prospettiva di abbandonare una famiglia o dei genitori alla fame si procuro’ delle amputazioni.

Altri fuggirono durante il viaggio verso le caserme o non si presentarono alla chiamata di leva.

Aumentò il numero di disertori e di renitenti di leva che potevano trovavare facile rifugio nelle zone boschive da loro ben conosciute.

Nelle contrade dell’ entroterra e nei paesi alle pendici del Beigua, chi era renitente di leva o disertore, era protetto da parenti e amici e dal suono delle campane, che lo avvisavano dell’arrivo di Colonne Mobili o della Guardia Nazionale

Questa situazione di disobbedienza civile si protrasse per una decina d’anni.

E fu causa di fenomeni criminali.

Molti di queĺli che si erano rifugiati sul Beigua, si raggrupparono in bande, che aggredivano i viandanti e le carovane di commercianti.

“Au Giancardu ghe sun i Taggiagua!”

Nell’agosto del 1810 Lorenzo Zunino di Sassello, presso Cian dell’Equa alle sorgenti del Sansobbia, fu rapinato da cinque individui armati.

Nel 1811 al prefetto Chabrol, furono segnalate ripetute rapine a mano armata e violenze lungo le strade verso Sassello.

L’ordine pubblico del Cantone di Varazze era organizzato come la Guardia Nazionale di Francia, una riserva di truppe, dislocate sul territorio e contava 66 componenti.

La Guardia Nazionale in tutto l’Impero era costituita da 100 unità, ne facevano parte tutti gli uomini validi dai venti ai ventisei anni.

Ma nel 1809 questa organizzazione militare fu sospesa in tutto il Dipartimento di Montenotte, il motivo fu la scarsa fiducia nei confronti dei componenti.

Come tutte le altre, anche la Guardia Nazionale del Cantone di Varazze, era composta da gente del posto, costretta a dare la caccia ad amici, parenti e conoscenti, che erano disertori o renitenti di leva.

Per reprimere il fenomeno del banditismo l’Imperatore in persona, decise di ricorrere alle cosiddette Colonne Mobili.

Una di queste, fu istituita nel Dipartimento di Montenotte il 15 maggio del 1811.

La Guardia Mobile era composta da soldati francesi e Guardia Nazionale.

Il battesimo del fuoco avvenne, battendo tutto il territorio del Cantone di Varazze.

In pochi mesi, furono arrestati 112 disertori e renitenti di leva, mentre 52 si presentarono spontaneamente per adempiere all’obbligo di leva.

Furono coinvolte anche le famiglie.

Nelle case dei renitenti di leva o dei disertori, vennero posti dei Garnisaires, soldati della Guardia Nazionale.

Alloggiavano serviti e riveriti con l’obbligo del vitto a spese dei proprietari o del Comune.

Sarebbero rimasti sgraditi ospiti fino a che, il renitente o il disertore non si fosse presentato per essere arruolato.

Sempre nell’ottica di tenere il territorio sotto controllo, il 30 maggio 1811 il prefetto Chabrol ordinò la costituzione in tutti i comuni, di pattuglie di cinque uomini e un caporale, armati a spese delle municipalità, che dovevano percorrere dall’alba al tramonto le strade, per dare la caccia ai disertori sfuggiti ai rastrellamenti.

Ma il successo dei rastrellamenti effettuati con le Colonne Mobili, fu solo iniziale i fuggiaschi si spostavano di continuo da un Cantone all’altro e avevano, cosa fondamentale, la solidarietà e l’appoggio della popolazione locale.

Fu effettuato un altro rastrellamento nel 1813, organizzato dal principe Borghese, ma con scarsi risultati.

I boschi continuavano a dar rifugio ai renitenti di leva e ad ingrossare le bande di rapinatori.

Nel 1814, alla notizia della fuga dei francesi da Savona, quegli uomini fuggiti alla coscrizione ma anche delinquenti comuni, saccheggiarono botteghe uffici, malmenando quelli che erano stati collaboratori dei francesi.

La nostra grande montagna, nascose e salvò quei giovani sudditi del Bonaparte, che mai vollero sottostare ad un comando straniero.

Oggi nelle foreste del Beigua, fagocitate dalla vegetazione, nascoste alla vista si celano molti di quei rifugi, dove passavano la notte o si riparavano dalle intemperie i giovani coscritti del Cantone di Varazze fuggiti, ma che si erano salvati dalle carneficine delle Battaglie Napoleoniche.

Muggi de prie derue, qualcheduno ben conservato, si trovano in prossimità delle zone prative, erano le trunee ripari da temporali e dormitori durante la fienagione.

Ma altri ripari sottoroccia si possono cercare e trovare specie nelle zone inaccessibili, dove le rocce la fanno da padrone e la vista spazia verso l’infinito. La presenza di questi manufatti, aveva lo scopo di rifugio e nascondiglio, furono riutilizzati Ripari sotto Roccia, antichissime dimore del popolo dei boschi.

La stessa storia si ripetè dopo 140 anni.

Partigiani e giovani renitenti di leva trovarono rifugio nella Grande Montagna, in cascine abbandonate nei seccou, nelle trunee o in quegli stessi rifugi che ospitavano chi doveva fuggire dalle Colonne Mobili.

Ma per tutti questi giovani, che in epoche e in scenari diversi, scelsero la libertà invece che indossare una divisa, fu fondamentale l’aiuto, la protezione e la solidarietà degli abitanti, spesso anche parenti, di quei paesini alle pendici del Beigua.

Nessuno poteva resistere e sopravvivere, agli inverni della Grande Montagna, in pieno inverno erano enormi i depositi nevosi, impedivano ogni movimento

Un fuoco acceso in un bosco era la spia di una presenza umana.

Chi dava rifugio ad un brigante era passibile di impiccagione, ma nessuno contadino negava il confort di un fienile magari nei pressi di una stalla dove il calore animale dava sollievo.

I più fortunati erano ospitati, nascosti nelle case di contadini e boscaioli e allora c’era anche la possibilità di un piatto caldo e di una parola di speranza.

Anche questa ed altre Storie furono destinate a ripetersi nel biennio 43/45

Chissà se anche durante le Campagne d’Italia di Napoleone, ci fu la vergognosa pratica delle delazioni.

Atte alla cattura dei ricercati rei di diserzione.

Per soldi, ma anche per quelle umane viscerali reazioni, da giudicare in quel contesto storico.

Ma ci fu chi aderi’ a quella ventata di libertà arrivata dalla Francia e si arruolo’ nelle armate francesi già durante la Prima Campagna d’Italia.

Si ha memoria di un Ratto dell’Alpicella che nella piazza di Casanova pronunciò un infuocato discorso contro il clero e i nobili

Altri giovani si misero a far da guida all’Armata d’Italia durante quella che fu una vera e propria battaglia sulla vetta del Beigua nell’aprile del 1800.

Nell’800 serviva carne da macello per le battaglie campali e ogni corpo era utile a questo scopo.

Lo stesso accadde nelle Guerre Mondiali un tributo di sangue per la gloria delle teste coronate e un di folle dittatore

Oggi chi si sofferma nelle piazze o davanti a delle targhe commemorative nei paesi del nostro entroterra scoprirà quando alto è stato il contributo di giovani contadini o boscaioli alla follia delle Guerre Mondiale.

Gente già avezza a far vita grama, analfabeti e di buon comando, poveri cristi.

Carne da macello li hanno chiamati eroi dopo che erano morti, ma loro volevano solo ritornare alle loro famiglie.

Molti non ebbero neanche una tomba dove portare un fiore.

San Bertumè

Il 9 giugno, io Antonella e Gianbaletta, accompagnati da Giulio, facciamo visita all’Oratorio di San Bartolomeo.

Uno scrigno d’Arte, Religione e di Storia del Solaro.

Ringraziamo per questa visita privata Giulio, che ha descritto e ci ha raccontato, storia, aneddoti e curiosità di ogni opera d’arte presente nella chiesa di S.Bartolomeo.

Insolita l’entrata della chiesa che è laterale, bello il rissò del sagrato con datazione.

Al cospetto della statua lignea che era già in una cappelletta, dedicata a S.Bartolomeo.

Si entra nella sacrestia per poi passare nell’abside la prima meraviglia è l’altare del 1600, con i pregevoli incredibili intarsi marmorei policromi.

L’altare era a S.Ambrogio smantellato per posizionare quello presente oggi con la Madonna Assunta.

E poi c’è lei, l’opera d’arte più antica e preziosa, il Polittico in legno di Teramo Piaggio del 1500, con colonne, cornice, e le tavole dove sono raffigurati i santi S.Giovanni, S.Bartolomeo, S.Antonio, S Anna, S.Gioacchino, il Padre Eterno e la Madonna

Lungo le pareti della navata le panche dei confratelli, sovrastate da otto dipinti su tela del 1700 che raccontano la vita di S.Bartolomeo.

La statua della Madonna di Caravaggio

L’organo è del 1700.

La bella pavimentazione fu realizzata da Vallarino nel 1982.

L’attrazione più vista di S.Bartolomeo è il gruppo ligneo del Maragliano che rappresenta il supplizio del Santo.

L’opera sculrorea più importante della nostra città

A Cascia de San Bertume’

Emozionante, realistica, rappresentazione sacra, che raffigura San Bertumè legato ad un tronco d’albero, il corpo teso dal dolore, mentre due carnefici lo stanno scorticando vivo.

Il volto sofferente ma in estasi del Santo, lo sguardo truce e concentrato dei due boia, contrastano con la figura di un cinico spettatore, un bambino, u Lampin, che la tradizione popolare identifica come colui che aveva tradito il santo, rivelandone la fede.

Due soldati si disinteressano del martirio, mentre un’altro soldato a cavallo con squilli di tromba, avvisa ipotetici spettatori che lo spettacolo è iniziato!

Un’altra figura guardinga nella parte posteriore del gruppo ligneo, si sta avvicinando forse un Cristiano, testimone di questo martirio

Tre angioletti nudi, coperti da un drappo, e tre teste d’angelo, sovrastano questa raccapricciante scena pronti a raccogliere l’anima del martire.

Sgrigue e sciue.

A lato da Cascia du Maraglian il deposito dei crocifissi.

Giulio apre i cassoni in legno che contengono i Crocifissi smontati, sono quattro il più pregevole è del 1600.

Possiamo ammirare da vicino i Canti cesellati in argento e le stupende decorazioni in foglie e fiori in lamine d’argento.

“Pesci e pape’ han fetu i canti de S.Bertume'”

C’è tempo per ammirare un tesoro fatto di tessuto, sono le cappe in broccato con ricami di filo d’oro con il tabarro in velluto ricamato con le immagini di S.Bartolomeo e S.Antonio Abate i titolari di questo scrigno di bellezza del Solaro.

Quante cose ancora ci sono da raccontare de San Bertume’ dai primordi quando questa chiesa fu eretta tra le case in riva al mare e divenne l’oratorio dei pescatori.

Due leggende narrano come giunse dal mare nella nostra città il gruppo processionale di S.Bartolomeo.

Arrivò veramente dal mare smontato dopo essere stato acquistato dai pescatori del Solaro proveniente dall’Oratorio di S.Bartolomeo delle Fucine di Genova, demolito nel 1800.

La Confraternita di S.Bartolomeo nata sul finire del 1300 come “I Disciplinati di S.Bartolomeo e S Antonio Abate “

Composta da Pescuei, Strasse’ e Paperai

Divenne Casaccia nel 1500 corporazione di arti e mestieri per opere di misericordia e di sostegno ai confratelli.

Bello leggere la Storia della Confraternita di S.Bartolomeo, peripezie, storie di pescatori, dissidi religiosi, bolle papali, guerre, impossibili da riassumere in un’ articolo !

Ringraziamo Giulio per la sua gradita disponibilità e per la sua competente precisa e bella descrizione dell’Oratorio di S.Bartolomeo.

Un luogo di culto sempre aperto disponibile per una preghiera o per una visita, ma anche luogo di incontro e di convivialità difficile trovare vuote le panchine in questa piazzetta.

Grazie a quelli del Solaro, per il vostro impegno, dedizione e lavoro per mantenere vivo questo importante luogo di devozione e di storia della nostra città!

A quelli du Suo’ dedico questa filastrocca scritta qualche anno fa.

S.Bertume`

Anco a l’e’ festa au Sua

u l’e’ San Bertume’!

U ghe saia’ anche u Cantune’

A sassissa a l’ha saa a so

Ova e anciue sutta sa

Parlan cusci’ u dialettu

U me l’ha ditu u Ranghettu

Sciorte a cascia du Maraglian

A gente a disce che u l’ea un bagnante….de Milan