Trunee e Cabanin

Queste piccole costruzioni in pietra, a cupola o più semplici di forma squadrata, sono presenti in particolar modo nel versante sud del monte Beigua.

Molte sono ancora erette, altre sono dirute e della loro presenza, restano solo dei muggi de Prie.

Il termine Trunea deriva da Trun, tuono.

Chi si trovava in ti Pre’ da Fen, le zone prative, per la fienagione estiva, poteva trovar rifugio all’interno di queste Baracche de Pria.

Quando i Truin, i tuoni in lontananza minacciavano l’ arrivo di un temporale estivo, chi era in prossimità di queste costruzioni poteva trovarvi riparo.

La copertura in Ciappe era ricoperta di terra, che garantiva la tenuta stagna, anche in caso di violenti nubifragi

Queste costruzioni, Trunee o Cabanin, servivano come ricovero di attrezzi, per le vivande e anche per i pernottamenti.

In questi manufatti, quelli più piccoli, si dormiva con le gambe fuori dalla copertura.

I racconti e le testimonianze dei nostri vecchi, raccolte nel bel libro di Giovanni Cerruti, attribuiscono un nome per ognuno di questi ripari.

Opera meritoria quella del Saturnin, che con la sua pubblicazione “Le Cascine del Beigua”, ha salvaguardato la memoria dei nostri vecchi, perché sia tramandata a chi verrà dopo di noi.

Questi angusti ripari, erano utilizzati dai tanti giovani, che d’estate avevano la possibilità di quadagnar qualche soldo, lavorando a giornata, durante il periodo della fienagione.

Nel compenso, era spesso compreso anche un pasto al giorno.

Il cibo era portato ogni giorno dai bambini figgio’ e figgette che salivano fino alle zone prative del Beigua.

Una Piccola Storia

È una piccola storia…. forse neanche si doveva scriverla.

Rimasta lì, appesa per tanto tempo, nella mente di chi poi un giorno, me l’ha raccontata.

Oggi più nessuno la ricorda.

Lei fece parlar molto in quel paesino, quando arrivò, in sposa ad un compaesano.

Lui diceva che l’aveva conosciuta in riviera, in quel bellissimo locale davanti al mare di Varazze.

Ma per gelosia o per dispetto alcuni, non proprio degli amici, dissero che nei caruggi di Genova, frotte di uomini rimpiangevano la sua partenza.

Il solito, per vanteria di sapere cose più del diavolo, disse che era stata l’amante del duce.

In quel grand hotel di Arenzano.

Bigotte e zitelle andarono nella chiesa di quella piccola borgata aggrapata al monte.

“Padre ci aiuti a tener lontano da noi il peccato!”

Un uomo di fede con la tonaca, mai vorrebbe una pecora nera nel suo gregge.

E allora quel prete per il quieto vivere le parlò, non chiedendole del suo passato, ma di stare attenta al suo futuro lì in mezzo a quei monti

Abituata alla città come poteva accettare una vita di fatica e di disagi?

Ma lei sapeva di esser cosa poco gradita, testa dura e cocciuta, seguì chi le faceva battere il cuore.

Aveva conosciuto in una città di mare, quell’uomo, già con qualche capello bianco.

Ogni mese lui portava un carico di legna e poi andava nella casa chiusa a cercar di lei.

Capitava alla domenica, il suo giorno di libertà, la portava in giro con il calesse e quel cavallo bianco.

In una stradina persa fra grandi pini, con il canto delle cicale, sospesa sopra il blu del mare.

Gli raccontava di una verde valle, dei suoi alberi, di una grande casa che sarebbe diventata sua.

E poi la faceva tanto ridere, quando raccontava delle storielle, forse inventate, solo per avere il suo sorriso.

E così lascio quella vita di facili costumi, lui pago’ la madama e si portò via quella ragazza.

Accorsero anche dai paesi vicini, per veder quella poco di buono sposar lo scapolone del paese!

Pero’ era bello vederli sorridenti passar con quel calesse, come in un famoso film americano.

Nel dopoguerra la vita era ancora grama nei boschi e nei campi.

Ma c’era una gran voglia di una vita migliore e si sognava a guardare quel film arrivato dall’America

Poi le cose precipitarono il ferro si sostituì al legno.

Non volevano più le tavole che lui portava ogni mese.

In questi casi c’è chi cambia mestiere o emigra.

Ma anche chi si dispera.

Vendette quel calesse e il cavallo bianco.

Annego’ la sua vita prima nel vino e poi in un fiume.

Lo riportarono a casa, ma non c’era più niente da fare, questione di ore disse il dottore.

Era un uomo forte, il suo calvario duro’ per un mese intero.

La morfina alleviava il tremendo male che aveva, ma non durava tanto.

I suoi lamenti riempivano di dolore quella grande casa.

Lei era lì sempre accanto al suo uomo, notte e giorno.

Il primo ad arrivare fu il prete, le disse di andare a riposare, sarebbe rimasto lui a vegliare.

Ma poi altri uomini e donne si prestarono a dare una mano a quella povera disgraziata.

Anche solo per una parola buona.

Rimasta vedova fu da molti richiesta in sposa

Fu moglie per molti ma solo per una notte.

Per fame e per non esser sola, con i ricordi, in quella grande casa.

Poi un giorno lasciò per sempre quei monti.

Dove sarà andata e dove oggi si può portare un fiore, se ne è persa memoria

Più nessuno conosce questa piccola storia dei nostri monti

Che forse neanche si doveva scriverla.

Francesco Baggetti

A Lelua in ta Grangia

Ai piedi del Colle di San Donato, dove il Teiro è sbarrato dalla Ciusa da Fabrica, gli edifici di questa ex zona industriale, sono tutti nascosti alla vista dai vegetali.

Lelua anche nella Grangia.

Questo grande monumento di rilevanza storica, del XII secolo o poco più, fu costruito dai Cistercensi.

A riprova dell’importanza in antichità, di questa zona della nostra città

Dai Munaghi Gianchi, era adibita a magazzino, ma qui risiedeva anche l’autorità che governava le attività agricole e industriali, dei monaci Cistercensi

Caduta in disuso e in disgrazia, al suo interno furono costruite delle vasche per la produzione del sapone, effettuata nella adiacente Savunea.

Un’incendio distrusse la copertura.

La Grangia Cistercense, conosciuta dagli storici locali, ma da pochi miei concittadini, vista veramente dal vero.

Con quel grande arco del suo portale, unica pregevole opera di architettura della nostra città.

Reso praticamente invisibile dalle piante rampicanti

Oggi la Grangia è abbandonata all’incuria dell’uomo e al degrado del tempo

Ma la Lelua, che soffoca gli alberi, per nostra non meritata fortunata, trattiene le strutture in pietra, mattoni e calce.

L’ingresso è interdetto, ma con un ampio giro, si può entrare dall’alveo del Teiro.

Si passa davanti a Savunea, conquistata dai rampicanti.

In questo opificio esercitavano l’attività di marmisti, i fratelli Regnasco

Animali del bosco razzolano fra le mura della Grangia

Discreti gli abbandoni di rifiuti, una scena emblematica del degrado ambientale e culturale della nostra città.

In altre realtà dove è forte il rispetto della propria Storia locale, che non deve essere sempre e solo religiosa, ma anche e sopratutto quella della vita reale, del lavoro, questi ex edifici industriali sarebbero stati manutenuti e valorizzati.

Ci sono finanziamenti per far tutto, possibile che non esista niente per l’archeologia industriale della nostra città?

Prendo in prestito una bella frase di Cognetti

Che cosa c’è lì, dove tutti sono andati via?” Un amore che nessuno si ricorda”. Servono libri che mettano in salvo quell’amore”

Grazie ad un’uomo geniale abbiamo questo libro!

Quello di Lorenzo Arecco “Gli Opifici ad Acqua nella Valle del Teiro” una meritevole opera che ha messo in salvo la memoria del Sciu da Teiru e da cui ho preso spunto per questo articolo.

Grazie Lorenzo!

Questo testo che parla dell’immensa mole di lavoro, che era propria del Sciu da Teiru, dovrebbe diventar libro di testo per le nostre scuole!

Un libro che fa pensare a quella moltitudine di operai, che a pochi metri dalle proprie abitazioni traevano sostentamento.

Ragazzini a caricar carbone nella Cornovaglia, du Muin a Vapure, uomini bestie da lavoro, a scaricar corbe de sansa, strassi unti de grassu, sacchi de soda pe fo u savun.

Uomini alle prese con la grande ruota fatta ruotare dall’acqua del Beo du Pasciu che dopo aver azionato ruote dentate e pulegge sotto San Donato, continuava per altri servizi, fino ad arrivate al mulino Valle nei pressi dell’Assunta.

Gente laboriosa, ma anche geniale, visitando questi ex opifici, penso a chissà quante soluzioni tecniche, migliorie, modifiche apportate nel tempo dall’esperienza o da innovazioni specifiche per ogni tipo di attività, sono state effettuate con alterne fortune in questi opifici.

Magari un tempo anche segreti industriali, tramandati da padre ai figli, che si celano ancora fra questi impianti, marsi da ruse, ingugii da lelua, ruvei e pin de rumenta.

Ancora le parole di Gognetti

Che cosa c’è lì, dove tutti sono andati via?” Un amore che nessuno si ricorda”. Servono libri che mettano in salvo quell’amore”

Servono uomini di buona volontà

Sarebbe bello poter, con le dovute precauzioni, visitare l’interno di questi locali, ma bisogna accontentarsi di guardar le cose da una finestra o attraverso la breccia di un muro.

E vietato visitare la zona degli opifici du Muin a Vapure e consiglio vivamente di non oltrepassare la zona interdetta per il serio e concreto pericolo di crolli.

U Troggiu d’Arsoccu

Chiamatela come volete, passione, perdere tempo, nu avei un belin da fo.

Ma la voglia di cercare, di riportare alla luce le cose che testimoniano la vita dei nostri vecchi è cosa che ci fa alzare presto la mattina, con uno zaino in spalla, incuranti dei Ruvei, Brughe, Musche, Sinsoe e Secche che incontreremo.

E così ancora una volta, grazie au Saturnin, vero e proprio motore di queste iniziative nel nostro entroterra, eccoci su un sentiero che scende verso l’Arsoccu.

Con noi c’è Niki che ha vissuto fino a tredici anni in ta Ca du Rian.

E lui che ci guida in quella che sarà un’interessante escursione, in questa zona dove la Costa di Casanova precipita nell’alveo dell’Arzocco.

Grazie ai suoi racconti è possibile conoscere e vedere molti particolari, nascosti alla vista dalla vegetazione.

In questa zona particolarmente invasa dalla Lelua, padrona di ruderi e di altri manufatti umani.

Sono due gli obbiettivi che ci siamo prefissati.

U Troggiu in te l’Arsoccu e la Cascina dei Rissi.

Entrambi persi in questo mare verde, che invade, nel periodo estivo tutto il corso di questo fiume.

Poi le foto parlano da sole, grazie alle indicazioni di Niki al marasso du Saturnin e alle mie più modeste cesoie, abbiamo riportato alla luce u Troggio d’Arsoccu!

Qui le donne e le bambine della Costa venivano a lavare i panni.

Bianchina lo aveva detto, ecco il canalino del troppo pieno della diga che riempie ancora oggi la vasca del lavatoio.

La scarsa portata del fiume ci permette di visitare il grande sbarramento e il suo lago.

In questo luogo si ha un bel effetto eco, che ingigantisce il canto delle rane, fino a renderlo inquietante per l’amplificazione sonora.

Niki ci racconta del solco che partiva da questo invaso per irrigare le fasce in sponda destra dell’Arsoccu.

La presa d’acqua era effettuata da un foro nel fondo dello sbarramento.

Era compito dei bambini come Niki, mantenere puliti i solchi e le prese d’acqua.

Oggi in quel foro si è radicata una Verna.

Lasciamo il letto dell’Arsoccu per seguire il solco alla base di un’imponente Mascea, sempre guidati da Niki passiamo lungo un sentiero al cospetto du Campulungu e da Fascia Lunga.

Ma questa è un’altra storia.

+6

Na Baracca de Toe

Una guarnigione di soldati austriaci, nella seconda guerra mondiale teneva sotto tiro, presidiando, la località Buntempo, tutta la sottostante viabilità del Teiro e quella verso i Giovi.

Di vitale importanza, per un’eventuale ritirata delle truppe nazifascite, di stanza a Varazze.

Chi ha vissuto in quegli anni nei pressi di via Bianca, ricorda quei giovani soldati austriaci, educati e timorosi dell’alleato germanico e dei fascisti.

Mai ci furono sottrazioni di beni, di alimenti o molestie verso donne e bambini, da parte di questa guarnigione, anzi a volte erano gli abitanti ad offrire cibo e legna da ardere, per quei soldati del terzo Reich.

Molto poco convinti di quella inutile folle guerra, ormai perduta.

E’ probabile, che sti Surdatti, provenissero da qualche località montana, visto l’abilità e la maestria, con cui costruirono questo capanno, dove si riposavano, dopo un turno di guardia e cucinavano .

Terminata la guerra, il capanno, fu abitato da una famiglia che si trasferiva dal centro città, nella bella stagione, in tu Scitu, per Scia’ppose a Schenna au Su, ma serviva anche sorvegliare le coltivazioni per scongiurare i furti.

Oggi sta Baracca, de Toe scurita dal tempo con le tavole deformate è ancora in piedi, a testimonianza di un lontano triste passato.

Gia dal toponimo, Buontempo, si intuisce com’è questa zona soleggiata, molto suggestiva, con lo sfondo del mare, il verde dei boschi del nostro entroterra.

Le acclivi colline, con infiniti sentieri e le ripide crose.

A Via Gianca che in una manciata di minuti arriva a Vase pe posà un po e ossa, in riva au ma.

Na Baracca de Toe

Una guarnigione di soldati austriaci, nella seconda guerra mondiale teneva sotto tiro, presidiando, la località Buntempo, tutta la sottostante viabilità del Teiro e quella verso i Giovi.

Di vitale importanza, per un’eventuale ritirata delle truppe nazifascite, di stanza a Varazze.

Chi ha vissuto in quegli anni nei pressi di via Bianca, ricorda quei giovani soldati austriaci, educati e timorosi dell’alleato germanico e dei fascisti.

Mai ci furono sottrazioni di beni, di alimenti o molestie verso donne e bambini, da parte di questa guarnigione, anzi a volte erano gli abitanti ad offrire cibo e legna da ardere, per quei soldati del terzo Reich.

Molto poco convinti di quella inutile folle guerra, ormai perduta.

E’ probabile, che sti Surdatti, provenissero da qualche località montana, visto l’abilità e la maestria, con cui costruirono questo capanno, dove si riposavano, dopo un turno di guardia e cucinavano .

Terminata la guerra, il capanno, fu abitato da una famiglia che si trasferiva dal centro città, nella bella stagione, in tu Scitu, per Scia’ppose a Schenna au Su, ma serviva anche sorvegliare le coltivazioni per scongiurare i furti.

Oggi sta Baracca, de Toe scurita dal tempo con le tavole deformate è ancora in piedi, a testimonianza di un lontano triste passato.

Gia dal toponimo, Buontempo, si intuisce com’è questa zona soleggiata, molto suggestiva, con lo sfondo del mare, il verde dei boschi del nostro entroterra.

Le acclivi colline, con infiniti sentieri e le ripide crose.

A Via Gianca che in una manciata di minuti arriva a Vase pe posà un po e ossa, in riva au ma.

U Pisciuellin

Dedico questo articolo a chi era con me bambino Sciu da Teiru.

Parlando di Rian, Baggi e Biscie, mi sovviene du Pisciuellin, a Vinvagna du Simiteu Vegiu.

Ricordo la grande Peschea, che raccoglieva l’acqua du Pisciuellin, di cui oggi è rimasto visibile, l’imponente muro, che delimita un tratto di via Scavino.

In estate quella grande vasca era stracolma di esseri viventi.

Rane, rospi, biscie, milioni di insetti, dai ragni d’acqua ai ragni terresti, quelli grandi, con la croce, praticamente estinti, che tessevano le tele in questo posto, per intercettare milioni di altri insetti volanti.

Posto da Sinsae, Muscin, Masaprevi, Parpagiun, Scaafuin e Baguin

Era molto pericoloso, il sentiero che per risalire verso u S. Martin, passava a lato della vasca.

A differenza delle generazioni, che ci hanno preceduto a noi, bambini anni 60, non era raccontato dell’esistenza di feroci creature, dentro le innumerevoli vasche di raccolta per irrigazioni.

Storie di esseri mostruosi che dimoravano in quell’acqua nera, pregna del verde di alghe e odor di legno marcio, di marciume stagnante.

Mostri pronti a balzar fuori dalle Peschee e divorar gli incauti esseri umani, che si erano avvicinati a bordo vasca.

Detti popolari che salvaguardavano i bambini, dal pericolo di annegamento.

Ma la società stava rapidamente cambiando, il sapere dei vecchi, non serviva più.

Gli anziani smisero di raccontare

A Peschea aveva una capacità di almeno venti metri cubi d’acqua.

Anche di questo manufatto si è perso la memoria, da chi fu costruito e a che scopo.

Probabilmente, tramite un solco irrigava la sottostante zona detta du Simiteu Vegiu.

Poi a seguito della costruzione di una strada carrabile la vasca fu svuotata.

La grande Peschea vuota faceva ancor più paura.

Restò sul fondo uno spesso strato di melma, alghe, un tanfo di marcio ammorbava l’aria.

Quella poltiglia era tutto in movimento, centinaia di rane e rospi avevano percepito la loro fine e stavano saltando in tutte le direzioni

E chissà cos’altro c’era sul fondo di quella Peschea.

Vidi per la prima volta saltar le bisce d’acqua

Poi furono abbattuti i muri e la vasca riempita di calcinacci, pietre e terra.

Fini così quella grande Peschea.

Ora però a Vinvagna du Pisciuellin che sgorgava dal muro controterra, poteva essere agevolmente raggiunta da noi bambini, per dissetarsi durante le pause delle interminabili partite di calcio.

Deciso lo stop delle azioni di gioco, sempre di corsa, si risaliva quella nuova strada, per raccogliere con le mani, l’acqua sorgiva che fuoriusciva da due pietre infisse nel muro della Peschea.

Poi fu murato uno spezzone di tubo e allora si poteva bere senza raccogliere l’acqua con le mani.

L’acqua era fresca, ma lasciava un gusto di muschio in bocca.

U Pisciuellin era usato come termine di paragone, unità di misura dei periodi di siccità.

Ma anche, dopo una giornata pioggia, dalla potenza del getto da Vinvagna, si poteva sapere quanto era piovuto.

Poi arrivò un’altro scempio, quello del raddoppio autostradale.

Oltre ai danni visivi, di inquinamento acustico e dell’aria, i trafori delle infrastrutture viarie, hanno sconvolto deviato o occluso tutte le vene d’acqua intercettate durante lo scavo.

E così fu anche pe u Pisciuellin, che diminui gradatamente la sua portata d’acqua.

Dopo qualche anno, quella vena d’acqua trovò un’altra via sotterranea e sfocio’ nell’alveo del Teiro.

A Cascina du Rissu

Lungo la strada, che dalla Costa scende verso l’Arzocco, ci sono alcune case un tempo abitate.

In questa zona il Muntado’ si affossa nell’alveo dell’Arzocco.

In te Lie, a sinistra quasi completamente diruta la grande casa dei Badano.

Sopra di essa, nascosta dalla vegetazione a Ca di Beru’ dove abitavano i fratelli Accinelli, deportati insieme ai fratelli Piombo e trucidati a Dachau.

Proseguendo a Ca du Lenciu, una bella abitazione in pietra, recentemente ristrutturata.

Poi a Ca du Rian, dove Niki rimase fino ai tredici anni, e come tutti i bambini era già inserito nelle attività lavorative di famiglia.

Precedentemente, questa casa era abitata dau Pegullo, che intrecciava le foglie di canna per realizzare delle borse

Prima del Rian a Ca du Gigiu, abitata da una famiglia di sfollati, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Queste ultime due dimore in parte dirute, sono completamente invase dalla Lelua e dai rovi.

Lasciamo il ritrovato Troggiu dell’Arsoccu, ora Niki, ci guida, seguendo il Beo che dallo sbarramento, portava l’acqua in tu Campu Lungu che ha estensione di almeno 100 metri e poi nella Fascia Lunga.

Il canale, che correva alla base dei muri di sostegno, è ancora visibile, anche se interrato.

Ma un’altra meraviglia si sta svelando, mentre percorriamo sempre guidati da Niki un viottolo al cospetto di un lunghissimo muro di sostegno.

In questo angolo di mondo un umanità d’altri tempi ha realizzato qualcosa di unico.

Ogni pietra cavata dalla terra, è stata squadrata impilata a partire dall’alveo dell’Arzocco, per impedire l’erosione delle pendici du Muntado’ durante le piene del Rian.

Tutta la sponda di destra, ancora oggi si sorregge grazie alle decine di terrazzamenti, anche solo di qualche decina di centimetri di larghezza!

Si prosegue sempre guidati da Niki, un ruscello è stato regimentato, realizzando un grande cunicolo.

Si arriva au Passu de Mesu dove scendendo na Mulaioa, si raggiunge il letto dell’Arsoccu.

In questo tratto del Rian anche la sponda sinistra è reggimentata, da un possente muro in pietre

Sul terrazzamento ci dovrebbe essere a Cascina du Risso, costruita dal zio du Saturnin, Aldo insieme ai suoi fratelli.

Niki va in avanscoperta fra brughe e rovi e centinaia di alberelli di frassino.

Qui Saturnin ritrova le due grandi querce nominate nei discorsi dello zio.

Alcune pietre sporgono dal muro, dove un tempo c’era na Sigogna per sollevare l’acqua del Rian.

Niki ci avvisa, ecco la Cascina du Rissu!

Poco più di un Cabanin, ancora solidalmente erretta, nonostante il crollo della copertura, realizzata in cemento armato.

Na Lecca de Casin-a, reca inciso l’anno di costruzione il 1900.

Iniziava il sanguinoso secolo breve.

Saturnin ha un bel pensiero per suo zio Aldo.

“Ciao Barba sun chi, da to cascina”

Ringrazio Niki Suozzo per averci guidato, in questa parte poco conosciuta della Costa.

Un grazie come sempre a Saturnin, per la sua meritevole ricerca dei manufatti del nostro entroterra e della loro Storia.

La Sorgente di Lungavita

Ascoltare quello scienziato, era stato molto interessante.

Una vita a studiare sorgenti fiumi, pioggia, ghiaccio, neve

Chiuso in un laboratorio per poi uscire quando fuori c’era un temporale

Seguir rivoli d’acqua e la neve sulla montagna

Dopo qualche minuto, avevo già dimenticato tutti quei nomi scientifici e le leggi che governano il fantastico ciclo dell’acqua.

Tutto troppo complicato, molto meglio restare nella più bieca ignoranza, tanto basta sapere che l’acqua serve per bere, lavare, irrigare ecc.

Ma non aveva parlato di quella sorgente, che a detta di tutti era di lungavita.

Aveva analizzato quell’acqua?

Ad un’uomo di scienza certe domande non devono essere fatte!

Avevo sentito il bisogno di interrompere, il suo esser prolisso, con qualcosa di più terreno.

Quella sorgente era famosa, in passato per articoli di giornali, interviste, relazioni tecniche ecc.

Poi caduta in disgrazia quasi inaridita.

Si era persa la vena d’acqua.

I soliti creduloni, dicevano che era stato il diavolo invidioso

Qualcosa era comunque accaduto, l’acqua ancora usciva da quella sorgente, ma aveva un sapore ben diverso, era tutt’altra cosa dall’essere inodore e incolore.

D’estate quel luogo all’ombra, era preda di convegni diurni, con comari petulanti.

Se le pietre di quel muretto dove erano sedute, sapessero parlare, ne avrebbero parole da dire, scelte fra il diluvio di quelle sentite!

Conoscevano anche chi erano quelle ombre nere, che di notte si appartartavano e ritornavano poi a quella sorgente

Si diceva che quell’acqua avesse un che di miracoloso.

Una sorgiva resa sacra da una statua.

Nel periodo estivo, si faceva la coda con le bottiglie.

Poi arrivò quella bambina dai lunghi cappelli neri.

Anche lei per un pò di fresco e a dissetarsi a quella fonte

Sempre vestita bene, sembrava una bambola come quelle che pettinava.

La mamma era sempre con lei e le parlava quella lingua già sentita in città.

Eravamo coetanei, ma lei manco ci salutava, intenta com’ era a pettinare le sue bambole.

Però so che ci guardava, quando eravamo a giocare in quel campetto a tirar su nuvole di polvere tirando calci ad un pallone.

Non ricordo più il suo volto e neanche il suo nome.

Dicevano che diventò una bellissima donna, ma che poi una notte sparì

Una fuga d’amore e da quella madre troppo possessiva.

Ma la realtà era un’altra e dopo qualche anno emerse la verità.

Quella bellissima donna, divenne una delle tante anime perse, chiuse in quell’enorme recinto del manicomio

Ma le benpensanti in un paese bigotto, sempre a parlar male e a dar giudizi scellerati, dissero che era stato il diavolo.

L’aveva rapita per portarla nella sua alcova.

La mamma si fece viva, dopo qualche tempo circondata dall’affetto petulante delle comari.

Quasi per nulla disperata, dalla scomparsa della figlia

E quella sorgente dopo poco tempo si prosciugo’ quasi del tutto.

Uscendo da quella casa, tirai un sospiro, ma quante cose sapeva quello scienziato!

Due volte però avevo chiesto di quella sorgente, senza aver risposta.

Allora gli raccontai la storia di quella bambina, della mamma, di quella sorgente a detta di tutti miracolosa, delle comari, delle lunghe file d’estate a riempir bottiglie…. la vita.

Francesco Baggetti

U Nicciu du Ciapè der Mei

Da “I Ricordi di Bianchina” n°14

Raccontavano, che al Palo avevano sparato a un tedesco, era ferito

“Alua ste donne han pigiò na Lesa tutte donne l’hanno portato a Sassello”

Lo hanno portato loro solo donne, uomini non venite perché vi ammazzano poi magari dicono che siete voi “L’han rubelò fin au Sciascellu”

Raccontavano che questi tedeschi ci hanno fatto festa anche dei regali, le hanno ringraziate

Loro dissero che l’avevano trovato abbandonato.

Dopo la pubblicazione di queste righe, tratto da “I Ricordi di Bianchina” con un commento all’articolo, Fabrizio Buscaglia, racconta che alla Veirera, era stato ferito in uno scontro a fuoco un soldato tedesco.

Le donne del posto lo avevano soccorso e medicato.

I tedeschi per rappresaglia volevano bruciare le case del paese ma quel soldato che era stato salvato riuscì a far desistere i suoi commilitoni da quell’intento.

Per ricordare quello scampato pericolo la maestra Adelina Zunino si adoperò per far costruire un Ex Voto.

La giornata è soleggiata e preso contatto con Fabrizio, parto in direzione di Alberola.

La bella Edicola Votiva, di fattura alpina è ben conservata pulita e mantenuta, nei dintorni sono evidenti i segni di molte frequentazioni.

Questo luogo di devozione, si trova provenendo da Alberola, poco prima di Veirera Inferiore, in località Ciapè der Mei.

Due fogli di carta plastificata raccontano la storia di questo luogo di devozione.

Il perché dell’Edicola

Sono i tempi di guerra, settembre 1944: i boschi dei nostri monti, alle falde del Beigua, sono un rifugio sicuro per i partigiani che trovano nella popolazione aiuto e solidarietà. Spesso però salgono i Tedeschi e San Marco alla ricerca dei loro nascondigli. Siamo in continuo pericolo, stretti tra nemici che usano le nostre case per i loro appostamenti o come loro rifugi. E’ sera quel settembre del 1944. Due soldati tedeschi passano nei nostri boschi per controllare una linea telefonica che collega Sassello con Varazze, passando dal Beigua. Incontrano un gruppo di partigiani. Questi sparano e poi fuggono. Un tedesco viene colpito alle gambe. Non può più camminare. Il suo compagno rimane accanto a lui, solo, per tutta la notte. Qualcuno, nella casa più vicina al bosco, viene avvertito e in un baleno si sparge la notizia. Si pensa subito a come porgere aiuto a quel ferito. Non possono andare gli uomini, è troppo rischioso. Si fanno avanti le nostre mamme. Tre di loro partono con una slitta trainata da una mucca su cui sistemano un materasso, un cuscino, lenzuola e coperte e non dimenticano un po’ di liquore e caffè caldo.Bisogna percorrere qualche chilometro di mulattiera per giungere sulla strada. Il tedesco non ferito, accompagnato dalla giovane maestra del posto, corre attraverso il sentiero nel bosco, a Sassello, per avvertire il comando. La maestra davanti, il tedesco dietro con il mitra spianato, pronto a sparare ad un nuovo probabile incontro con i partigiani. Da Sassello, dove giungono incolumi, parte un’ambulanza: Il ferito può essere trasportato all’ospedale. Tutti ci aspettiamo una rappresaglia: in casi come questi vengono normalmente incendiate tutte le case del paese. Ma… non succede niente di tutto questo: Veniamo poi a sapere che il ferito ha raccomandato di risparmiare quella popolazione che l’ha aiutato e difeso. Le nostre povere case di allora sono così salve. Le nostre madri con i figli in guerra, prigionieri in Germania o sul fronte della lontana Russia, sperano che qualche mano fraterna li accolga e li protegga, che l’odio non prevalga, così come nel loro animo ha prevalso l’amore per “quel nemico” ferito. Si cerca nella Madre di Dio aiuto e protezione. Si fa una promessa a Maria: la costruzione di un’edicola dedicata a Lei. Qualcuno ritorna, qualcuno no. Dopo cinquant’anni, l’edicola è eretta con l’aiuto di molti.

Dal Web

Sito del Movimento dei Focolari in Liguria e nei territori di Acqui Terme, Tortona e Voghera

Nella seconda domenica di luglio c’era “la giornata della memoria” di questi fatti. Veniva celebrata una messa di ringraziamento dove venivano ricordati non solo i caduti in guerra, ma anche le persone del luogo che erano decedute nel corso dell’anno. In quel giorno Adelina Zunino organizzava una giornata di festa per gli amici, giochi per i bambini, e al termine della messa venivano distribuite delle frittelle cotte da volontari che prestavano la loro opera: poi il ricavato della vendita andava a sostenere iniziative sociali. La prima iniziativa è stata per pagare le protesi ai bambini mutilati nella guerra del Kossovo. Finita quell’emergenza di anno in anno si valutavano le diverse necessità.

La solidarietà di quel giorno non si è fermata fino alla partenza per il cielo di Adelina. E’ doveroso anche ricordare Giovanni, amico di Adelina, disegnatore ed artista, che ha progettato l’edicola e la statua che è lì collocata.

A cura di Enza Calì

Chi risiede in queste zone, conserva i ricordi tramandati, di quel periodo.

La Seconda Guerra Mondiale, arrivò anche in queste località del versante nord del Beigua.

Dove con un’economia di sopravvivenza risiedevano famiglie numerose.

Privazioni e sacrifici, tanti figli da tirar su, terreno e animali da accudire.

La fatica compagna quotidiana di vite, degne di quelle dei santi.

Ma non ci fu nessuna pietà cristiana, in quelle miserevoli esistenze si accanì, anche in questi sperduti posti, una guerra già persa in partenza.

Figli, strappati alle madri, partiti in guerra e mai più ritornati.

Con Fabrizio facciamo visita ad una sua cugina e al ritorno ripassiamo dall’Edicola de Ciapè der Mei, qui alcune persone stanno sorreggendo una persona anziana, sul sentiero per raggiungere l’Edicola.

Ringrazio Fabrizio Buscaglia per sua gradita disponibilità.

+8

L’Este’ de Carlin

Carlin era il più piccolo dei fratelli, ma si capiva che era speciale.

I due fratelli maggiori, che se chiudo gli occhi rivedo, di tutt’altra pasta, erano fatti.

Dicevano che prendevano tante botte, ogni sera quando il papà rincasava.

Era uno di quelli uomini, molti Bergamaschi, i minatori che stavano costruendo l’autostrada.

Ubriachi per poter resistere a scavar dentro quei buchi, con la polvere nei denti e le ossa squassate dai barramine.

Dopo il lampo della dinamite, si giocavano ogni giorno la pelle.

A star sotto quelle rocce appese per un filo.

Il Capo Avanzamento era il primo che entrava e poi dopo l’ok entravano gli altri.

Quel giorno non aveva visto quella spaccatura

E così avvenne il crollo improvviso mortale.

Non si può morire così a due giorni dalla pensione!

Il Capo partecipò al recupero del povero operaio.

Poi sparì nessuno sa dove.

Suicida o gettato da chissà chi, in una cassaforma.

Arrivò la mamma di corsa a chiamar i tre figli

Era successo qualcosa tra Varazze e Celle.

Mi ricordo quei ragazzini pensarono a quel papà manesco.

Ma che portava lo stipendio tutti i mesi.

Andò bene fu solo sfiorato dal crollo.

Ritardo’ a rincasare e quella sera forse non alzò le mani.

Storie dimenticate di gente comune.

Sul campetto a gambe nude sporche di sangue e terra giocavano interminabili partite e lui Carlino il migliore di tutti.