I Baggetti in ta Buttiggia

Durante i nostri vagabondaggi giovanili, inoltrandoci tra le eriche e i pungitopo tra la Suia e il rio Riva, scoprimmo un posto misterioso.

Con grandi terrazzamenti, da secoli abbandonati, dove grandi alberi di lecci, avevano affondato le loro radici.

Nessuno guardando da San Duno’ un bosco così fitto, può pensare che cosa nasconda.

Questo posto negli anni 70 diventò luogo di passatempi e di avventure di noi ragazzi.

Ma altri ragazzi erano stati qui, molto tempo prima e non per giocare.

La storia che segue è scritta in zenagliano, la lingua parlata da chi madrelingua zeneise, era scolaro delle regie scuole.

Ho cercato, con una verosimile narrazione, di raccontare una vicenda di tanti anni fa, buona lettura!

I Baggetti in ta Buttiggia.

Dal diario di un’alunno, di molti anni fa.

La maestra ci ha dato da scrivere, in bela mano, le vacanse di questa estate.

Io questa estate ci andavo con il mio papà, che faceva i risso’ de prie e le muagge delle mascee, di là da S.Duno’

La mattina ci portavo i panetti, che mi preparava sempre la bitega du Pasciu e il bottiggione del vino che mi toccava empi’ colla cantabrina dalla damigiana.

Visto che sono stato promosso mi hanno regalato lo spallone nuovo, che ma cucito la mia mamma, per camallare le corbe, che io però ci metto i panetti e il vino da portare a papà e al barba, che travaggiano con le prie e la tera.

Poi con la mia corbetta, camallo i tocchi sciappati, da mettere derè alle miagge, che cusci l’equa quando ciove a sciorte ben.

Mio barba, mi ha mostrato, come vedde e mette e prie in ta mascea e duvve gan a ven-a, pe scia’pparle cun a picchetta e poi dagghe i corpi cun a massetta per mettila ben a posto.

Sensa che nesciun me l’ha ditu, mi sono messo a camallare le prie, dalla cava du simiteu vegio, fino qua e i ommi alua, mi dicevano dove scarigole e mi divan “bravu figgiou” e mi eu cuntentu de do na man.

Dumeniga, sono sgrogiato e mi è cheita la corbetta e tutte le prie si sono inversate, mio papà mi ha fatto un braggiù e mi ha dato un casu in tu cu, cuscì devo imparare a non inversare più le corbe.

La sera mi faceva male un pè, ma non ce l’ho detto, perchè poi mi braggiavano e mi davan de botte e di stare più attento.

Mio barba, mi vo ben e alua ghe vagu sempre derè a camallare le prie e l’aggiutto tanto con il sappino, a runsare la terra.

Quandu la campanna di S.Duno’ suona messogiorno, me so Teresin a se rampiga fino qua, per purtone da mangiare e a me disce sempre, “ma cumme ti te spurcò e ti spussi cumme na crava!”

Alua mi fassu a pegua, tantu ben che tutti rian, anche me so a rie, che io ci voglio bene, anche se me piggia in giu.

Fa tantu cadu e alua i ommi posan un po’ e osse sutta au figu.

Cun me so andemmu in tu rian da Riva, a a serco’ i baggetti.

Poi quandu u l’è dui botti me so a va via, cun i baggetti in te na buttiggia che poi andava a inversarla nel Lagoscuu che così i baggetti campano.

E mi invece, restu ancun in tu briccu a travaggio’ fin che ghe da lusce.

U baccan, u l’arrive sempre u giurnu doppu dumeniga, u parlà cun me papà e u barba e misua de quanti palmi sono le miagge fatte e ci da e palanche, che tutte le volte me papà u mugugna che sono poche e u disce au baccan “cosa ghe daggu da mangiare a sti figgio’?”

U baccan mi ha guardato e ghe disce “dagghe de prie da susso!’”.

Mio barba alua non ci ha più veduto ci a detto che è un “stondaio e che ci inversava tutte le mascee”.

U baccan alua se missu a rie e u ma tio’ na palanca, ma io non lo mica presa, alua lui mi ha detto, “prendila è la tua”.

Ma mi go missu un pe in simma e l ‘ho sutterò.

U baccan mi ha dettu “sei come tuo padre mugugnate sempre ma siete solo dei poveri cristi gnoranti con la fame nelle ossa!”.

A palanca poi lo l’ho deta au me papà che mi ha dato un pattone perché il baccan, ghea restato male che ho sotterato la palanca, e che poi finisce che lo licensia.

Chi non ci aveva la fame in te osse u lea u preve che vegniva a benedettere le fasce ogni meise e faceva solo quattro fasce perchè aveva tanta pancia che ci aveva lo scioppone e benedisceva, con l’acqua.

Mio papà ci dava due palanche perché cusci le fasce restavan in pè.

Che una votta, non ce ne avevano dato e u giorno doppu ci hanno trovato una fascia inversata e che mio barba, era andato in ta giescia de S.Duno’ e ci ha preso il campanaro per il collo, che quasi lo stranguiova.

E alua, aua u preve non benedisceiva ciù e prie, ma sulu i cristien, che mio barba non vuole, perché dice che porta male e faremo la fine delle mascee che deruano.

Questa è stata una bella estate, abbiamo fatto tante mascee che mio papa’ mi dice di non scrive ciu’ ninte, perché a scoa nu serve pe’ fo e mascee.

foto Archivio Storico Varagine

I Ricordi di Bianchina

Memorie di Bianchina Patrone

Il beo de Faje prendeva l’acqua dau Rian da Sera, io che mi

ricordo bene, quando sei in Cianarpe, il primo è il Rian du Canain poi u Rian de Pasciun e il Rian da Sera, il quarto è il Rian da Pria Lunga il quinto u l’è u Mainotte, quello che passa dal Deserto

Il Rian da Sera arrivava a solco vivo alle Faje, quello che so e che senz’altro arrivava all’Invrea e in te Peschee du Turiggia.

L’acqua passava sopra il Muraglione dal bivio che va al Deserto, c’era un canale in legno appoggiato sopra due blocchi di cemento, era un canale di castagna e dicevano che ne passava tanta di acqua

Anche se io mi ricordo che era già asciutto

E’ stato u Schenin con il camion, che era carico di fieno a rompere questo canale

Da questo punto, c’era una persona anziana, di cui non ricordo il nome o che non mi fu mai detto, lui era addetto alla deviazione dell’acqua.

Dopo i Cumbotti, c’era una biforcazione che mandava l’acqua per tre giorni ai Piani d’Invrea, poi chiudeva una paratia e altri tre giorni arrivava a Leicanà e nel Rian del Beato Jacopo e andava nelle Peschee du Turiggia e passava da Ca de Toe.

Il solco è ancora visibile oggi, passa dalla tomba di Negri

I Troggi d’Arsoccu ci sono tre dighe, una è piena di terra già vent’anni fa.

Mi ricordo che c’era un pesco selvatico che era una bontà e andavamo a mangiarle.

Il Troggiu lo fece fare mia mamma, con tutte le donne della Costa

La prima diga è alta un metro e mezzo e prendevano l’acqua che andava au Carmettu

Mia mamma, da giovane andava a lavare nel Troggiu ci sono andata anch’io a lavar nell’Arzocco.

Acqua non ce n’era, neanche in casa

Gli uomini che facevano la diga, che ha più di cento anni, portandoci un po’ di vino e un po’ di tabacco, fecero quellu Peschein e cun un Surchettu gh’han fetu arrivò l’Egua da Ciusa.

Quando era piena andava nella vaschetta

Poi c’è un’altra diga di sotto, quasi invisibile, rimane sotto a Ca du Rian in tu Lagu du Rattu, dove d’estate si andava a fare il bagno.

Ora non è più possibile arrivarci.

Mi ricordo che quellu Peschein lo tenevamo sempre in ordine e pulito che brillava.

U Briccu di Danè u l’è suvia e Sevisse in tu Briccu da Guaria E Fosse du Diau sun prima du Cian de Gure Cian de Gure era una bellissima zona con grandi Pin da Barche e da bruscià.

Mi ricordo che una sera, era venuto notte, ed eravamo ancora dalla Guardia dove un tempo dicevano che ci si sente.

Baciccia di Brasci, diceva che una volta era lassù, per pigne alla Guardia, dove c’erano dei pini enormi anche Pin da Barche.

Ad un certo punto sentì suonare un campanello, ma la chiesa era chiusa.

Mentre suo fratello raccoglieva le pigne e lui era sopra un albero disse “Sentu u campanin du santu!”

Suo fratello scappò dalla paura, ma Baciccia scese dall’albero e andò in chiesa, ma non c’era nessuno.

Un altro posto dove dicevano che ci si sente era dai Trei Nicci

I Grasien, Luigina e u Dria, in ti Lapassò

Furono prelevati e portati in un ricovero per anziani

Mettevano a bagno gli indumenti a fine inverno.

Bruciavano rami verde di pino, con un fumo nero che si vedeva da lontano.

C’era l’Uga Merella. si sentiva il profumo dalla Postetta.

La Luigina era una donna all’antica.

Metteva tutti gli indumenti nel Rian, senza lavarli, poi verso settembre ottobre diceva “Dria a roba da mette a l’è ancun in tu lagu!”

Allora la prendevano e la mettevano ad asciugare sopra una corda.

Quei vecchietti, lì da soli isolati da tutto, di notte con solo una lanterna.

Avevano capre e pecore

Il vigile Cappello, che gli fece visita, senza pietà gli portò via un gallo e un agnelletto

Invece che portar loro qualcosa, come faceva mia mamma.

Ma anche noi a quei tempi non avevamo più di tanto

Mattau, e gli altri due vigili, erano bravi.

Mio papa’ era macellaio prima a Utri, poi Taggiacarne de Bordu.

Alle Faje i Spagnolli, avevano le vacche come tutti.

A Casanova c’erano 500 mucche, all’Alpicella e le Faje molte di più

C’erano almeno 4 o cinque vacche per famiglia

U Crou ne aveva cinque o sei

Mio papà fu chiamato dai Spagnolli perché andasse a ammazzare una mucca

Ma durante la guerra, non si poteva macellare di nascosto

Uno gli fece la spia, con un disegno particolareggiato della casa, con il terrazzo e anche le figure umane.

Mio papà era bravo, in dieci minuti macellava una mucca.

A causa della spia, arrivò Cappellu, prese i due Spagnolli, i padroni della mucca e anche mio padre.

Cappellu arrivò una sera in Casanova, prese mio padre, era qualche giorno prima di Natale.

Li portarono in prigione a San Nazario

Rimasero in prigione per 26 giorni.

Il guardiano della prigione era un uomo tanto bravo

Ai Spagnolli le loro moglie e figli portavano delle tazze de tagliatelle e sotto c’erano le fettine di carne

Arrivò altra gente in quella prigione

“ E tu che cosa hai fatto”

“ Mi hanno fermato con un Cavagnin de Ove”

Ero presente, quando fecero un rastrellamento al Deserto, il giorno di San Giuseppe, nel 1943.

Io avevo portato con me il mio vicino di casa, un bambino che non aveva neanche tre anni, si chiamava Dino.

Eravamo tutte ragazze della mia età.

C’era u Giometta che abitava ai Cien de Sciarburasca, suonava l’armonica, era lì per la festa

Varcato il muro del Deserto c’è na Peschea, dove non c’è mai stata dell’acqua.

Giometta si mette a suonare da quella Peschea.

Gioventù quel giorno a San Giuseppe, ce n’era tanta e tutti sono andati lì a sentire suonare.

Improvvisamente, ci fu un rastrellamento, gli uomini nella Peschea e le donne nella strada con i bambini.

Io sono rimasta lì, con questo piccolino in braccio, insieme alle altre ragazze

Avevano preso durante quel rastrellamento, due persone u Remu du Desertu e l’altra persona, non ricordo chi era

Erano probabilmente renitenti di leva

Nel frattempo che eravamo lì alla festa di S.Giuseppe,

dalla Russua, dove c’erano i partigiani, sbucò fuori una grande formazione.

I fascisti li hanno visti, con i binocoli e si misero a sparare nella loro direzione

Impossibile colpirli, perché erano troppo distanti

I partigiani non risposero al fuoco, per non rischiare di colpire le persone civili trattenute in ostaggio nella Peschea.

A Dino quel ragazzino poveretto, che era con me, gli domandarono “cosa ti hanno detto i soldati? “ e lui rispodeva “Documenti e ia!”

Nelle cascine si rifugiavano i partigiani

Era un territorio grande, quello che noi falciavamo, era di quello della fabbrica da Giacca de Cugou

Mentre eravamo lassù, a Pria Lunga, arrivarono i partigiani

Noi avevamo cinque pani di casa e la pasta.

Avevamo tutto praticamente, patate, cipolle e il fiasco dell’olio, in un cespuglio di nocciole, ci hanno preso solo due Reste de Pan.

Mio nonno disse: “Che bravi che ne hanno preso solo due e ne hanno lasciato altri tre per noi”

“Puè hanno visto che siamo in tre”

Puè e Muè erano i nonni

Ai genitori si diceva papà e mamma ai nonni puè e muè

Avere avuto come oggi dei secchi di plastica, invece avevamo i Buggiò de Singu, per mungere la mucca

A Nevea a l’ea in sa Russua, non era più in funzione.

Ho saputo che c’era caduto un toro, che lo hanno ammazzato dentro la Nevea, perché come i cavalli, se si rompono una zampa non guariscono più.

Mi è rimasta la paura dell’acqua

Era prima della guerra nel 39 mi sembra, la giornata era bella, verso sera lampi e tuoni.

Tutta la notte è stato giorno!

Mio nonno ha tolto tutta la roba di ferro, intorno alla tenda per i lampi, perche’ discian che tian i furmini

Io e mia sorella, l’abbiamo aiutato, eravamo tutte bagnate.

Una notte da inferno, sotto la tenda si può immaginare “emu a smoggiu” completamente.

Non aveva ancora fatto giorno che vediamo arrivare Beppe u Papin, il papà di Piero quello che era nell’Acquedotto.

“U l’arrive Beppe!”

Io, quando ho visto arrivare Beppe “U l’è cumme u fusse arrivò u Segnù”

Il Rian da Prialunga, duvve han piggiò a prima equa dell’Acquedottu, non si poteva oltrepassare, perché l’acqua arrivava sul prato, dove era la tenda.

Una cosa spaventosa.

Beppe abitava in ti Previ, dopo u Muagiun.

Quella sera disse alla moglie “Bati sta tranquilla, che u Lasain cun quelle due figette u l’è sa mortu”

“Non è più vivo è impossibile!”

E arrivato lassù meschin!

Siamo andati in basso, perché oltre non si poteva passare e siamo scesi fino alla Funda.

Lì abbiamo incontrato mia mamma, che stava arrivando.

Ma dove è uno oggi, che parte con quel temporale, che viene fin lassù?

Vorrei vedere se c’è un uomo che parte e che viene fin lassù!

In tu Vascè, dove è morto quel giovane con la ruspa, anche lì c’era gente che seigavan.

L’acqua gli ha portato via il fieno nella stalla, che era già legato.

Quel ruscello soffiava, non mi scorderò mai più quel soffio!

                                      Tempi di Guerra

A Casanova avevano “purtò via dui binelli”

I fratelli Piombo e Accinelli, che poi erano due fratelli, li hanno presi tutti a casa

Gli ha fatto la spia una donna con i capelli rossi, ma non era di Casanova era una sfollata che abitava sulla Costa.

Gli Accinelli abitavano in te Liè, lungo la strada che porta nell’Arzocco, ma la casa ormai è crollata

Mia mamma mi diceva, che anche se li avevamo visti dovevano dire sempre di no

“Mi raccomando non avete visto nessuno!”

Loro invece si facevano vedere, li vedevamo nelle fasce

Altri erano nascosti in una cisterna.

I Ratto il papà di Santina, erano anche loro due fratelli nascosti

Hanno asciugato la cisterna, passavano dalla greppia della mucca e andavano nella cisterna

Noi eravamo vicini di casa e loro non si facevano vedere.

Eravamo piccole avevamo dodici anni

Un giorno eravamo alla Ramognigna pe Sanguin con mia cugina Caterina.

Sono arrivati quattro soldati vestiti in borghese.

Uno di loro si teneva su i pantaloni l’altro “u gh’eiva na michetta de pan sutta l’ascella” “eivan scentò i vestii da surdattu” e in Villa Dedotu gli avevano dato dei vestiti.

Eravamo proprio lì, dove ora c’è la rumenta, ci hanno chiamato

“Ragazze se vedete dei tedeschi non dite che ci avete visto”

“No no!”

Eravamo già “ instradè da me muè”

“State tranquilli, state tranquilli!”

Non passa neanche un’ora, noi cercavamo i Sanguin avevamo già la cavagnetta quasi piena, era il mese di novembre.

Arriva un tedesco con l’interprete, strada non ce n’erano, solo un sentiero

L’interprete viene verso di noi e il tedesco restò sul sentiero

L’interprete disse “Avete visto dei soldati passare, dei ragazzi?”

“No no nessuno, niente, non è passato nessuno di qui”

“Quant’è che siete qui?”

“E’ tanto si, guardi quanti funghi che abbiamo”

“Ma li avete visti allora ?” “No no!”

Allora l’interprete riferì al tedesco che non avevamo visto niente.

Ma il tedesco insisteva e noi nuovamente a ripetere

“No no no non li abbiamo visti !”

A questo punto il tedesco scende verso di noi, aveva il nastro di cartucce a tracolla, prende il moschetto lo carica e viene verso di noi.

Rivolto all’interprete, gli ordina di ripetere la domanda

“No no no! Nessuno è passato nessuno, non abbiamo visto nessuno, niente, niente!”

Allora ci hanno lasciato andare.

Mi è venuta la febbre dalla paura credevo di morire

Avevo dodici anni.

Raccontando questo fatto, c’è chi mi disse “Io glielo avrei detto”

Quando il tedesco stava scendendo, verso di noi, ho guardato Caterina, come dire è la fine, ma non fa nulla.

Mia mamma ci diceva sempre, guai a dire qualcosa voi dite sempre che non avete

 Capitava che mettevano in prigione i genitori, di chi sapevano che era nascosto

Pasquà e a Luigia, i genitori di quelli che erano nascosti nella cisterna, si litigarono per chi di loro doveva andare in prigione.

L’uomo voleva che fosse la donna, ad andare in prigione.

Luigia rispondeva “Chi gli fa da mangiare ai nostri figli? Vanighe ti in galea!”

Allora mia mamma e le vicine gente anziane dissero

“Pasquà le mucche sono abituate ad essere munte dalla Luigia, come fate voi, non potete mungere perché non ve lo danno il latte”

“E alua l’han missu in caresà” che e andato lui in prigione.

Gli hanno messo un po’ di roba in un sacco e mi sembra di vederlo salire quella scala

A Varazze, se si parlava male del fascismo davano l’olio di ricino.

La Farmacia Gallo preparava le dosi.

Ci fu la richiesta di mezzo litro di olio di ricino e quel sant’uomo di Gallo disse:

“Ma non è un po’ troppo per uno solo?”

“A si? Mezzo per ognuno!” e al farmacista tocco bere l’olio di ricino.

Non avevamo neanche i soldi per mangiare, ma dovevamo andare in divisa, ai sabati fascisti, gonna blu a pieghe, camicia bianca con la cravatta, ero una piccola italiana.

Nella scuola avevamo il fascio di bronzo

Il 21 di aprile i fascisti a Casanova facevano una festa in ta Sciandra, due balli, uno all’aperto e l’altro da Garbarin.

L’Erbu da Cuccagna, che non ne avevo mai visto

Gli uomini tutti con quel berretto con il fiocco

E poi volevano l’oro.

Mia sorella diceva che la maestra voleva l’oro.

Dicevano che a Varazze, finita la guerra ne hanno trovato due sacchi, in un palazzo difronte alla

Farmacia Gallo

Quandu batteivan u gran, veniva una guardia a pesarlo.

Era una brava persona, vestito di bianco.

Pesava quello per la semenza e lo lasciava a noi, poi quello per nostro uso.

Visto che gli davano da mangiare nelle case dove “batteivan u gran” di solito si raggruppavano quattro o cinque famiglie

E allora mentre la guardia mangiava, qualche mezzo sacco di quello messo da parte per essere consegnato all’autorità o “fovan satà”

Ma era mai possibile ai poveri, ai vecchi con fatica e stenti arrivava anche chi doveva prendere una parte del loro grano?

Andavamo a prendere “l’egua saia in ma” per fare il sale, che non ce n’era.

Ma neanche chi aveva dei soldi riusciva a trovar di sale

Avevamo “na saea” salivamo su dalla via Bianca, con la damigiana di acqua di mare in spalla li ho contati sono 376 scalini!

A volte suonava l’allarme, dovevamo lasciar lì la damigiana e scappare nel rifugio.

In via don Minzoni all’interno c’era anche un’Altare, aveva un entrata e un’uscita.

Sono stata anche nel rifugio dove poi c’era il garage Impero, era enorme

Poi hanno minato tutta la spiaggia, prima si poteva andare in mare a prendere l’acqua

Allora il comune sulla via Aurelia, aveva messo delle botti con i rubinetti e pompava l’acqua dentro

Ma quando arrivavano quelli dell’Alpicella, S.Martino Sassello e delle Faje, per prendere l’acqua, dovevamo starci delle ore perché avevano tanti recipienti e quelle damigiane sui carri da riempire.

A volte c’era qualcheduno che diceva “Vegni piccina impite sta damisciana”

Si faceva un pugno di sale era una spece di crema bianca

Ma per fare il sale, bisognava andare a tagliar la legna

Andavamo a vendere le pigne in tempo di guerra dove era il Gran Colombo, che oggi hanno fatto degli appartamenti

Li c’erano gli americani che erano tutti neri

Ci vedevano noi ragazzine, eravamo sette o otto con il sacco in spalla, altre avevano un fascio di legna.

C’era anche chi voleva la Scorza de Pin, come Mariolina che le faceva compagnia perché “A Scuttisava”

I soldati neri, non mi dimentico, ancora adesso recito un requiem in eterno, perché oramai sono tutti morti

Quando attraversavamo il ponte, ci davano le Cincingomme e cioccolata, gli facevamo pena

E Peque in Arsoccu

Andavamo a lavare in Arzocco con e Cunche de Singu con quell’orlo che tagliava le spalle e d’inverno in Arzocco nel Peschein dove si lavavano i panni.

A volte veniva Ginin, ad aprire l’acqua e allora gli si chiedeva di aspettare dieci minuti, che si doveva risciacquare il bucato “Ma io devo dare da bere ci rispondeva”.

Avevamo anche le pecore sai che cosa facevamo?

Prima di tosarle si lavavano, le portavamo nella diga le buttavamo nell’acqua loro nuotavano.

“Ti vedesci cumme noan!”

“Io non sono capace a nuotare perche ho paura dell’acqua, ma le pecore si”

Poi uscivano, allora le insaponavamo “cun u Savun che u sguarava a roba” lo facevamo noi con la soda caustica e ossa, era messo in cassette di legno, strette e lunghe.

La soda caustica faceva sciogliere le ossa, era chiamato “u savun che u sguare a roba” perché restava duro, pieno di punte.

Insaponavamo le pecore e poi le buttavamo nuovamente in acqua, si lavavano nella prima diga.

“Quante cose otru che rumansu!”

Porta un pò te mue a prossima otta!

Mi dice Bianchina.

Io bambina in mezzo a quei faggi, quando veniva notte dicevo a mio nonno “Puè cunta un po’ e ue quantu u gh’è vo a vegni duman?”

E lui contava “Desce, unse, duse”

Non mi raccontavano favole, mio nonno mi faceva pregare.

Io non andavo ancora a scuola e sapevo già il Miserere e ora non lo so più

Se inizia qualcheduno, allora riesco a recitarlo altrimenti niente

Alla sera dopo mangiato, ci prendeva in braccio tutte e due.

Seduti sopra una pietra, c’erano delle pietre larghe avevamo a pria du mangiò a pria da setò ean tutte prie.

E si pregava in mezzo a quel bosco, poi si andava a letto nella tenda, aveva tanta pazienza mio nonno

“Attensiun a e vipere dunin!”

Ci chiamava ogni momento, ci teneva sempre sotto controllo

A mezzogiorno con mia sorella Luigina, oggi 95 anni andavamo a giocare nel Rian e ci chiamava perché aveva tanta paura, perché quando c’è tanta acqua dicono che ci sono tante vipere

“Te le mai vistu u masciu da vipera?

L’aspesurdu?

Ti vedessi che grossu che u l’è”

Non c’era nessun rimedio, per il morso da vipera solo il coltello, da tagliare per far uscire il sangue io non so se si usavano delle iniezioni

Tutte quelli persone che erano lassù in montagna e nessuno aveva niente contro il veleno da vipera

Quando è andato a finire il toro nella neviera uno dei pastori fu morso da una vipera nel braccio e morì

Lo avevo visto era diventato irriconoscibile.

Dai Piluin che sono due pietre enormi, c’è una tana che in caso di pioggia, ci possono stare cinque o sei persone, ma non si poteva andare perché faceva paura che dicevano che c’erano le vipere

Eravamo lì con mia sorella che mangiavamo le more.

Lì vicino “u gh’ea un sgugiò con grandi pietre” e lì c’erano delle belle more, grosse eravamo lì che mangiavamo le more, mio papa che era dietro mi disse

“Ferme ferme figette!” io e mia sorella due statue

C’era una vipera che saliva lungo la pietra, mio papà l’ha uccisa e poi tagliata e dal taglio sono usciti sette viperini che scappavano via veloci

Quella volta ci è andata bene perché mangiavamo le more e non avevamo riflettuto che potevano esserci delle vipere

Se tornassi indietro ogni giorno scriverei una riga su un quaderno

Penso a tutto il mangiare che abbiamo oggi.

Noi andavamo su in montagna, avevamo un pò di pasta il formaggino Tigre, lardo a gogò, Pansetta cun a Fia, Pan de Ca.

Il fiasco dell’olio che lo vedo ancora ora in mezzo alle nocciole “misso lì in te na pria in te nisoe”

Facevamo la pastasciutta

Si stava tre mesi sul Beigua, ogni sabato si scendeva a casa, gli attrezzi erano nascosti, in un cespuglio, ma nessuno ha mai rubato niente

In Prialunga il primo ad essere tagliato era il prato in modo che il fieno era messo sotto la tenda.

Nella tenda ci stavamo in tre, comodissimi e con tutta la roba all’interno, patate e cipolle si lasciavano fuori non c’erano cinghiali o altri animali.

Pane, pasta, riso, zucchero ed altro, tutto appeso in tenda.

La tenda era messa sopra una pietra e quando posero il tubo dell’acquedotto, mio padre si fece dare un po’ di cemento, per fare il solco e tenere lontano l’acqua dalla tenda.

La pietra sembrava fatta apposta, era una meraviglia e tutto intorno alla tenda, c’era un muretto di pietre alte un metro

E lì vicino, c’erano le pietre, dove potevamo sederci per mangiare e una pietra dove si condiva la pasta

I piatti andavamo a lavarli nel Rian e tra la tenda e il muretto c’era uno spazio, che riempivamo con le cipolle tagliate perchè dicevano che tenevano lontane le vipere.

Dicevano così perché la cipolla è un po’ forte e per quello o per fortuna di vipere sotto la tenda non ne sono mai venute

Vipere a quei tempi ce ne erano tante perché c’era tanta acqua

In quella zona c’era l’impresa Perata, per l’acquedotto, ci sono stati per tanto tempo.

Vincenzo Perata e quelli del comune, il geometra Prospero e il papà “du Furmine Armandu.

U “Furmine” era lassù a lavorare per l’acquedotto.

Ma lo sai che l’acqua dove l’hanno presa nel Rian c’è un ciottolato, che si sente scorrere l’acqua e non si vede niente

Stefano delle Faje ha detto

“Si sente un fiume d’acqua sotto e non si vede niente”

Prima l’acquedotto era dove c’è la vasca du Giu du Ge che un tempo alimentava Varazze

                                                  Il Beigua

L’albergo vecchio del Beigua era strapieno, che bello il Beigua senza strada!

Quelle squadre di gente che cantava mentre salivano

Bello Pratorotondo c’era lo Stagnin, ma non aveva terreno e la legna la prendeva dove capitava.

Dalla Rochetta c’era uno che gridava contro i fascisti e lo hanno fermato “Che cosa sta dicendo?” “Vincere la guerra e vincere il nemico!”altrimenti lo avrebbero ammazzato sul posto.

Raccontavano che al Palo avevano sparato a un tedesco, era ferito

“Alua ste donne han pigiò na Lesa tutte donne l’hanno portato a Sassello”

Anche qua c’erano dei comandi come da noi a S.Peo da giescia da Guardia

Lo hanno portato loro solo donne, uomini non venite perché vi ammazzano poi magari dicono che siete voi

“L’han rubelò fin au Sciascellu”

Raccontavano che questi tedeschi ci hanno fatto festa anche dei regali, le hanno ringraziate

Loro dissero che l’avevano trovato abbandonato

Abbiamo faticato tanto da morire

                                                Casanova

Abitavamo sopra la bottega “du Rissu” in casa di Dondo Napoleone.

Poi fummo sfollati ai Panaddi

Anche li sotto si andava a lavare in tu Rian

In Muntadò c’era il faro con tre soldati si chiamavano Bellonghi, Avansili e Barbieri, mi ricordo i cognomi

Avevano fatto una casetta in legno meravigliosa si poteva dormire e far da mangiare.

Hanno fatto i camminamenti e loro si erano fatti una casetta di legno che era stupenda e anche la casetta per i bisogni era una meraviglia.

Facevano da mangiare sul posto uno era d’Albenga, Barbieri, c’era un faro che illuminava tutto per vedere gli aerei

A Ca da Ture con Francesco e Tugnettin, “ti me lasci andò un po’ in sa ture? U gh’è na vista da Ture che ti vedesci”

Ho letto che nel 600 sul Muntado’ un lupo si è mangiato una bambina di sei anni lo avevo letto un racconto de Rissu

C’è un nicciu in Muntadò dietro a Ca da Ture c’è un niccetto che hanno portato via la Madonna.

Io e mia sorella Luigina quando eravamo piccole ci portavamo i fiori

Casanova arrivava fino dalla Madonnetta della Rocca, quello era il segnale di confine.

foto in b/n Archivio Storico Varagine

                                                      

A Giorgio

Il Ricordo di un Amico

A volte, senza alcun preavviso, proprio quando siamo intenti, nelle nostre cose, quelle di tutti i giorni, improvvisamente succede qualcosa, che ci distoglie dalle nostre attività.

E come una parentesi, che si apre, ecco che i nostri ricordi più belli, le nostre sensazioni quelle custodite con affetto e che mai dimenticheremo, riaffiorano diventano a poco a poco nitide e ci avvolgono completamente e come una reazione a catena, il nostro pensiero corre a cercarne altre, chissà dove nel nostro magazzino dei ricordi, altre immagini, emozioni, volti gesti, frasi, risate.

Tutto questo è successo all’improvviso, ascoltando all’autoradio, le prime note di quel brano musicale, di tanti anni fa.

Ho fermato l’auto a bordo strada, incurante del traffico e delle cose di tutti i giorni.

Non sono riuscito a trattenere le lacrime.

Ho chiuso gli occhi, ti ho rivisto e insieme con te sono tornato indietro a quella lontanissima estate.

Era il mese d’agosto, l’anno quello incredibile del 1977!

Io, te e Enzo eravamo in villeggiatura, in campagna ospiti nella casa dei tuoi nonni, a Ciapela de Vara.

Noi tre, per la prima volta lontani da casa, voi due però già esperti, per l’esperienza vissuta l’anno precedente, proprio lì nello stesso posto.

Ricordo la casa su due piani, con il tetto a falda e le tegole rosse, appena sotto la strada che proseguiva in discesa verso Martina.

Vi si accedeva, tramite una breve rampa carrabile, tutto intorno i campi erano coltivati.

Il terreno continuava poi con altri prati, con l’erba alta, fino al limitare del bosco di castagne e faggi

Un cane, di nome Zingara, era legato ad una catena, che poteva scorrere lungo un filo di ferro, teso per delimitare la sua zona di guardia.

Il nome era stato scelto, forse per simboleggiare le variegate razze d’origine di quell’animale.

Le galline, libere di razzolare, erano ospitate al piano terreno della casa, insieme con altri animali domestici.

Per salire al piano superiore, si saliva una scala esterna, un’altra scala di legno a pioli, garantiva l’accesso al sovrastante fienile.

I nonni di Giorgio erano gentili, parlavano dialetto, con le parole pronunciate a voce alta, colpa della sordità senile.

Le nostre giornate iniziavano presso il lavatoio, sistemato all’aperto, dove l’acqua gelida e l’aria pungente del mattino, toglievano gli ultimi residui della notte, dai nostri volti

Eravamo in preda ad un’euforia incontenibile, sfogata a stento, nelle innumerevoli scorribande, nei paesi vicini a bordo della mia 500 io la guida voi due a turno al mio fianco.

Il tettuccio era aperto e sopra di noi un cielo blu intenso, il mangianastri sempre acceso, con quella musica che accompagnava le nostre giornate spensierate.

Anche adesso, mentre sto scrivendo, se chiudo gli occhi, rivedo ancora quella strada in discesa verso Urbe.

Il rumore del motore, la musica, il profumo dell’erba appena tagliata, le nostre risate.

I nostri vent’anni!

Scoprimmo, che non era poi tanto facile, organizzare la vita domestica.

All’inizio di quella nostra vacanza, fummo vittime di un incauto acquisto, comprammo una quantità esagerata di salsiccia!

Dopo quattro giorni, il nostro menù comprendeva ancora quel tipo di insaccato!

Ogni pezzo, doveva essere tagliato a metà, per far sì che cuocesse uniformemente.

Dopo l’ennesima cottura veniva la nausea a sentire l’odore di quella salsiccia!

Facemmo felice Zingara, con l’ultimo bel pezzo rimasto.

Finito di pranzare, dopo il caffè, si faceva a turno per lavare i piatti.

Mentre gli altri due tranquillamente seduti sull’erba sotto casa, si fumavano una sigaretta.

Il fine pranzo era allietato dal budino, lasciato raffreddare sulla piana del balcone.

I servizi igienici, erano in una costruzione di legno, nei pressi della casa, ma noi preferivamo il bosco, dove ognuno di noi aveva la sua zona, da dove poi sbucavamo dopo qualche minuto con l’aria soddisfatta.

E con il rotolo di carta in mano.

A volte questa cerimonia, era fatta in contemporanea, tutti e tre insieme ci appartavamo, per espletare i nostri bisogni corporali.

Al termine, i prodotti erano messi al voto, secondo precisi parametri.

Giocavamo spesso a pallone, in prossimità di quel bosco, evitando però di indirizzare il tiro verso gli alberi…….

Le nostre giornate, trascorrevano veloci, come veloci passarono quei giorni e quegli anni.

A spasso con la 500, ispezionammo tutte le strade e le viuzze delle borgate vicine.

Durante questi viaggi, si cantavano le canzoni di De Andrè, Battisti, Baglioni.

Vista la relativa vicinanza ad Acqui Terme, organizzammo una spedizione in direzione di quella città, per andare a ballare al Palladium, ma tutti i nostri buoni propositi, di conquiste femminili, furono drasticamente ridimensionati dagli innumerevoli rifiuti di ballo, ricevuti in quell’occasione.

Solo Giorgio riuscì a ballare.

In estate i paesi del Lurbasco si ravvivavano con feste patronali e sagre, ricordo in una festa campestre, la gara di lancio, con sputo dei semi di anguria, a cui partecipammo.

Alla sera, le feste erano allietate dall’immancabile orchestra di ballo liscio.

Noi si andava a chiedere il ballo alle ragazze, che erano tutte ben vestite e curate per l’occasione.

A differenza delle ragazze cittadine, loro non rifiutavano di ballare.

Il rientro a tarda ora, con il buio, le curve della strada, il canto dei grilli nei prati e quel cielo così intensamente stellato.

Quando si rincasava, arrivati a salire le scale, le parole erano sussurrate, per non svegliare i nonni

Non mancavano i pranzi al sacco, panini col salame, birra e niente piatti da lavare!

Furono giorni felici, spensierati, ma la mia vita presto sarebbe cambiata.

Telefonando a casa, mi informarono dell’arrivo del cartolina percetto, per la partenza militare.

Meno di un mese mi separava da quel giorno.

Ormai quei giorni di vacanza stavano finendo e anche quell’estate, con i primi temporali, stava volgendo il termine.

Il mangianastri acceso, quella musica, durante il viaggio di ritorno, verso casa.

Oggi guardando quelle foto, che abbiamo scattato durante quei giorni, rivedo i nostri volti e per ogni foto una sensazione un’emozione vissuta insieme.

Ho scritto questo racconto a ricordo di Giorgio, amico mio, non solo in quella lontanissima estate, ma compagno di gioventù, insieme con noi negli anni più belli delle nostre vite.

Ho scritto queste righe qualche anno fa, con Enzo è stato come tornare indietro, rivederti ancora insieme con noi in quei momenti in quell’estate.

Abbiamo ricordato quelle giornate, trascorse con te, lo abbiamo fatto solo per noi tre perché quelle sensazioni, quelle emozioni che abbiamo vissuto, insieme non si possono descrivere su un pezzo di carta.

Fanno parte delle nostre vite e resteranno per sempre nel profondo del nostro cuore.

Ti vogliamo ringraziare Giorgio per tutto questo, per tutti quei momenti trascorsi insieme, quelli furono gli anni più belli della nostra vita e tu eri insieme con noi.

Ciao Giorgio

+3

A Via Gianca dau Beato Jacopo

Dalla Costea, l’Emilia Scauri, la strada romana, proseguiva verso Ad Navalia e dove ora sorge la chiesa del Beato Jacopo si biforcava in due direzioni

Verso il mare, in quella che è oggi chiamata via Bianca e in direzione del passo di Leicana’- Campo Marzio…S.Martino.

Delle testimonianze di un’antica strada lastricata, dalla Costea a questo bivio, nulla rimane.

Questa zona è sottoposta al dilavamento dell’acqua, che scende dalle pendici dell’Arenon e nei secoli, le piogge hanno divelto il sedime romano e abbassato il piano viario.

Stranamente, però non c’è traccia, ai lati dell’ex arteria romana, delle pietre che costituivano il fondo stradale.

Presenti invece, a lato del tracciato della strada che a mezza costa del monte Arenon, prosegue verso la località Costata.

Idem per quanto relativo alla strada che dal bivio proseguiva in direzione di Leicana’- Campo Marzio.

Le pietre sono sparite!

È da ipotizzare come è successo per altre ex strade romane decadute, l’utilizzo del fondo stradale, prelevando pietre e sedime per costruire case e muri a secco.

A riprova di questo sono alcuni cumuli di pietrame accatastato e pronto per essere trasportato e utilizzato per costruire qualche manufatto.

Questi cumuli sono presenti lungo il tracciato della strada che dalla chiesa del Beato Jacopo prosegue verso Campo Marzio qui il sedime stradale, che seppur spogliato di pietre, scavato dall’acqua e fagocitato dal bosco, mantiene ancora, qualche testimonianza, che indica la presenza di un’ antica importante strada di comunicazione, non ancora distrutto dall’uomo o dalle intemperie.

A questo punto, visto il luogo isolato, privo di muri a secco e di rustici o ruderi, non è azzardato ipotizzare, che le pietre prelevate lungo il tracciato, dell’Emilia Scauri, in questa zona, prima e dopo il bivio con la via Bianca, siano servite, per la costruzione della chiesa del Beato Jacopo da Varagine.

L’edificio, ha le mura perimetrali intonacate e quindi non è possibile individuare la tipologia di pietre utilizzate, ma senz’altro l’Emilia Scauri ha contribuito alla sua costruzione!

Nel sesto centenario della morte del Beato Jacopo nel 1898 Tito Pasquale Fazio costruiva la chiesa immersa nel verde sul pianoro du Muntado’.

La chiesa fu distrutta nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Ricostruita grazie alla beneficenza e al lavoro degli abitanti di Casanova.

Non c’è da stupirsi se il materiale per costruire una chiesa è stato prelevato dal sedime della via romana.

Avere una buona disponibilità di materiali da costruzione poteva influire sulla scelta dove edificare un’abitazione o un luogo di culto.

Il sedime dell’ex strada romana non esisteva più, in mancanza di manutenzione, l’acqua nei secoli, aveva divelto il fondo stradale.

La via Bianca, che dalla chiesa, inizia la sua interminabile discesa verso Varazze rappresenta la classica via romana.

Nei pressi della chiesa c’è un bell’esempio di classica via romana lastricata e con la larghezza standard di 2.40 metri.

Confidiamo nei posteri, perché ne abbino cura, più di noi delle testimonianze della nostra storia.

+12

Da Carlin

Che cos’è un posto del cuore?

Dipende da molte cose, ed è molto soggettivo, ma per tutti, un luogo del cuore è per sempre!

Con i suoi ricordi, quelli dell’età più bella della nostra vita.

Da Carlin, nelle Muggine iniziò l’attivita nel1965 ristorante, bar, con annessa sala da ballo.

Posto strategicamente, ad un trivio di strade, in mezzo al verde dei prati.

Il bar era un naturale ritrovo per una pausa caffè o un cicchetto a chi transitava da e per Campumarsu, Pei, Arpiscella e Faje, per chi scendeva verso la valle Arrestra e Sciarburasca o da e per, Casanova e Vase.

Il rinomato ristorante con il suo dehor, luogo ideale, per organizzare feste di compleanno e per tutti gli altri sacramenti religiosi, dal battesimo al matrimonio.

Cenoni di Capodanno, feste in maschera a Carnevale.

Le merende con le famose focaccette.

Famosa la festa del primo maggio con il Raduno delle Fisarmoniche.

Da Carlin è conosciuto anche fuori regione, per la sua grande pista da ballo

Sul palco, si esibivano quotate orchestre capaci di un vasto repertorio musicale dal liscio, balli sudamericani, rock and roll e “musica moderna” questo grazie ad una meritoria capacità organizzativa da parte dei proprietari Gino e Mina, coadiuvati da qualche parente e con alcuni dipendenti.

Il ristorante era strapieno non solo a seguito delle feste famigliari o religiose, ma anche in occasione di questi grandi eventi musicali, capaci di attrarre negli ruggenti anni 70/80, molti ballerini, qui convenuti al sabato sera, ad ascoltare i big del liscio.

Una nipote di Gino Elisabetta, Mina e la mia amica Nadia, mi hanno aiutato a comporre l’elenco delle orchestre che si esibirono alle Muggine.

Castellina Pasi, l’Orchestra Casadei, ,Learco Gianferrari, Toni Verga e Tonya Todisco, poi ancora serate con Bagutti, Vittorio Borghesi, Primino, Bruna Lelli, Tullio Freddolini e le “casalinghe” orchestre che a rotazione suonavano nelle balere del circondario, I Vincenzi, I Semplici, Le Volpi Blu, I Campagnoli, i Flash.

Mancano sicuramente altri nomi all’elenco.

Naturalmente il ricordo va anche a Accinelli GB. in arte Baci e la sua fisarmonica che insieme a Spagnolo, erano presenti non solo, Da Carlin ma anche nelle balere/ristoranti di Giavarosso nell’omonima località, da Santina a Sanda, invitato in tutte le sagre o feste patronali .

Generazioni di miei compaesani hanno trovato qui la compagna della loro vita.

Galeotto fu un tango o un valzer lento ballato a luci soffuse!

Il liscio era di gran moda negli anni 70/80, rispolverato dalle grandi orchestre romagnole, con dei buoni successi discografici, aveva attecchito nelle regioni limitrofe, con la nascita di nuove balere e nel periodo estivo non c’era sagra o festa patronale senza un palco dove poter ballare.

Erano belle le serate del sabato sera, conviviali, con la musica dal vivo.

La gente in quelle serate era spensierata e ci si divertiva a stare in compagnia.

Tutte le età erano rappresentate nelle balere!

Le persone anziane ringiovanite al suono delle fisarmoniche, retaggi di una lontana gioventù.

Molti i giovani in cerca dell’anima gemella.

Ma i clienti più aficionados erano le famiglie cun figge in etè da galante.

Le discoteche irresistibili attrattive per i giovani, erano considerate peccaminose, troppo buie e rumorose per le loro bambine… anche se cresciutelle.

Era un periodo di transizione in seguito le cose sarebbero cambiate.

Ma chi era zuenottu in quegli anni sa di che cosa sto parlando.

Sotto gli sguardi severi e indagatori dei “potenziali suoceri ” il pretendente andava umilmente al cospetto del tavolino, dove la famigliola riunita, teneva segregata la bella e gli chiedeva, gentilmente un ballo.

La ragazza, che poi vista da vicino, tanto bella non era, di solito stava sulle sue, e se timidamente rifiutava, allora il questuante, insisteva un pochino, premettendo che quello era un invito per un solo ballo e così quasi sempre riusciva a strappare un si.

Entravano in pista sempre sotto lo sguardo vigilie della famiglia.

Naturalmente la coppia faceva conoscenza reciproca, iniziando con le solite domande come ti chiami e che scuola fai?

Belle sensazioni quando ci si teneva la mano e si entrava in pista.

A malapena noi timidi zuenotti eravamo capaci di ballare la mazurka, figuriamoci il valzer e i suoi volteggi!

Era tutto molto complicato.

Per nostra fortuna la pista era sempre strapiena e si riusciva solo a far qualche passo di ballo seguendo il giro della massa.

In questo modo anche un ballerino, alle prime armi, riusciva a nascondere le proprie difficoltà.

Poi abbassavano le luci, e ci si guardava negli occhi, per molti fu l’inizio di una storia, che poteva continuare il giorno dopo, con un appuntamento per un film o per un gelato, finalmente lontani da sguardi famigliari!

Ma c’era un problema in quelle sala da ballo liscio..la concorrenza!

Anche perché a dire il vero non erano molte le ragazze a cui chiedere il ballo ….e allora si faceva a gara per chi arrivava prima al tavolino della bella signorina.

Lei solitamente, per educazione, si offriva al ballo, del primo che arrivava al suo cospetto.

Ma che fare se il maschio concorrente era strategicamente posizionato in prossimità della bella del reame e riusciva sempre ad arrivar per primo a chiedere il ballo?

A questo punto c’era chi aveva affinato delle tecniche particolari, ma serviva avere una spalla, un amico fidato che al momento giusto intralciasse con una spinta un urto “involontario”il rivale facendogli perdere quell’attimo fuggente.

In questo modo, sleale, l’amico arrivava per primo al tavolino, tanto agognato, dove stava la sospirata donzella.

Altre cose potevano succedere quando era forte la competizione.

Una sera fu chiusa la porta di un servizio igienico dove era andato l’odiato rivale.

Liberato solo dopo molto tempo e molti pugni dati sulla porta chiusa.

Ma erano palliativi e piccole ripicche, che a poco servivano, perché da che gira il mondo, chi sceglie è sempre la donna!

Poi naturalmente come al solito quando si è giovani si esagerava, soprattutto con un po’ di frizzantino in corpo e allora per difendere il “territorio di caccia” specie dai “furesti”che arrivavano dalle città limitrofe, ci si spintonava e volava anche qualche calcio e pugno.

Ma sempre fuori dal locale di solito nel giardino adiacente dove era illustrato archeggio.

Potrei andare avanti e raccontare tante altre cose vissute, sperate, lasciate e ritrovate, su quella pista da ballo, ma non vorrei tediare oltre chi mi legge.

Poi come sempre succede, le cose semplici, senza tanti fronzoli, in questo nostro strano paese bisogna sempre complicarle e renderle difficili!

Perché?

Lo scopo iniziale del ballo liscio non era di certo la bellezza della danza!

Si andava a ballare sempre e solo per la ricerca di una partner, senza tanti tecnicismi, semplicemente divertendosi!

Ma niente da fare!

Il ballo liscio subì un’evoluzione tecnica e da tradizionale, per divertirsi, si trasformò in una cosa seria, chiamata standard e poi liscio figurato.

Era tutto calcolato!

Con la nuova moda di ballo arrivarono le gare e se non eri capace di destreggiarti in queste nuove tendenze, allora facevi vita grama, anche perché il solito tuo rivale, aveva già imparato le nuove movenze e le esibiva in pista.

In virtù di questo.

Nacque il business delle scuole da ballo.

Da Carlin era presente la Scuola di Ballo Liscio e Latino americano dei maestri Corradini.

Io Giorgio e Giuseppe invece, frequentammo una scuola di ballo a Savona, ma anche questa è un’altra storia.

Questo post è dedicato a Carlin, perché se è vero che un posto del cuore, deve far rivivere emozioni e cose belle, allora per me, e credo anche per tanti miei coetanei, Da Carlin alle Muggine è il nostro posto del cuore.

Anche per tutto questo grazie Gino!

A Sinquesentu

Il 4 luglio del 1957 era presentata alla stampa la Fiat Nuova 500 rimase in produzione fino al 1975.

In totale furono 3.345.000 gli esemplari prodotti.

L’auto subi’ diverse modifiche ogni modello era contraddistinto da una lettera D F L R.

La mia seconda( la prima era stata una 500L) Sinquesentu era una F del 1968 acquistata da Parodi Luigi nel 1997 il mio compianto amico “u Furmine” per chi lo conosceva.

Tutte le auto fabbricate in quegli anni, erano soggette a discreti fenomeni corrosivi, specie negli scatolati, sottoporte, parafanghi, calandra e fondi.

Dalle foto è evidente l’intervento radicale di ripristino, da me effettuato sulla carrozzeria dell’auto, con la sostituzione delle parti di carrozzeria, sopra menzionati, stuccatura levigatura, verniciatura ecc.

Il motore era stato da me revisionato completamente.

In demolizione presi un cambio di una 126 che fu smontato e revisionato, gli innesti sincronizzati, non richiedevano la manovra della “doppietta” in scalata, anche se poi la si faceva lo stesso per abitudine.

Nelle foto, Alessandro e Veronica piccolini, guardano speranzosi lo stato di avanzamento dei lavori, terminati un’anno dopo.

L’auto fu poi con rammarico demolita nel 2012 aderendo ad una campagna di incentivi per la rottamazione.

Regalai un paio di ceste con i ricambi che avevo, al vicino di casa anche lui appassionato di 500.

Al costo di acquisto di 250.000 lire e di ben 600.000 lire per il passaggio di proprietà vanno aggiunte 2.600.000 lire di spese per ricambi e materiali (mancano le spese dei ricambi per la revisione di motore e cambio i pneumatici ecc)

Le ore di mano d’opera e il mio “tribulamento” ovviamente non sono conteggiati.

Ma ne è valsa la pena, l’auto fece una buona riuscita ad Alessandro e Veronica piaceva andare in giro con quella macchinina.

Sono sensazioni uniche quando si è al volante di una vecchia 500 e ogni volta penso a come si faceva a fare anche centinaia di chilometri con questo macinino!

Forse anche noi siamo di un’altra generazione?

Probabilmente si!

Bello d estate aprire il tettuccio e avere il cielo blu sopra di noi addirittura, si riusciva a guidare con la testa fuori dalla capote!

L’ autoradio sempre accesa e i nostri vent’anni….. ma questa è un’altra storia e un giorno la racconterò.

Buona Giornata

Quella Tenda a Pria Lunga

Bianchina classe 1931

Io avevo sei, sette anni e di cose ne ho viste tante

Quelli delle Faje, che erano a tagliar erba, la sera ritornavano a casa

Noi salivamo a luglio e restavamo in montagna fino a settembre.

Da sei anni fino a nove anni

Gli uomini a tagliare il fieno, c’era pulito da non credere tutta la gente delle Faje era in queste zone.

In una cascina ci dormivano in venticinque

Da mangiare si faceva la minestra, avevamo la vacca e facevamo il burro

Eravamo noi tre, io mia sorella e mio nonno u Lasain

oltre a far da mangiare, aiutavamo a tagliar l’erba con u Messuin, che lo conservo ancora.

Il bosco che avevamo, era grande e veniva anche altra gente per conto proprio, era mio padre che gli diceva “Vegni che tantu mi nu seigu tuttu”

Eravamo nella tenda, che aveva un bello strato di fieno.

Portavamo un sacco di cipolle, per le vipere le mettevamo intorno alla tenda tagliate, perché dicevano che tenevano lontano le vipere, per fortuna lì vicino alla tenda non sono mai arrivate

Dicevano che le teneva lontane e non andavano sotto alla tenda, sotto a quello strato di fieno

Mi ricordo mia sorella, aveva una zucca regina lunga, in spalla lungo la Russua, il sacco di pane, il riso, la pasta.

A mio nonno quando si faceva da mangiare, si chiedeva “Puè a l’è bunna?” all’indomani “Puè ancò cumme a l’è?” “Ancò a l’è ancun ciù bunna! Ma cosa gh’ei missu?”

Ai genitori si diceva papà e mamma ai nonni puè e muè….

Questo brano fa parte dei “I Ricordi di Bianchina” la storia della sua vita,

che saranno pubblicati, nei prossimi giorni su questa pagina Facebook.

Bianchina, con la sorella Luigina e u Lasain, il nonno, durante il periodo della fienagione, salivano a Pria Lunga, oltrepassato il fiume, in una radura montavano la tenda per ripararsi di notte e dalle intemperie.

Ho chiesto all’amico Saturnin, Giovanni Cerruti, se poteva accompagnarmi alla ricerca dei resti di quel riparo.

Bianchina è stata molto precisa, nella descrizione di come fare per trovare il posto.

-Passei sutta a Rocca da Piggugiusa e arrivei da Pria Lunga, straculei u rian e li dedotu u gh’ea a nostra tenda, sun veramente cuntenta se u ghe resto’ ancun quarcosa-

Saturnin è convalescente da un’operazione alla mano e allora la mattina del 22 giugno, mi metto alla guida du so Susuchi.

Abbiamo abbondanza di provviste, casomai avanza del tempo e si vuol, andare nella cascina del Binetto a far pranzo.

Arriviamo all’ex stalla da Russua dove lasciamo l’auto.

E’ una bellissima giornata, che ci regala stupendi panorami della nostra bella Liguria

Anche sciami di tafani che ci faranno compagnia, lungo tutto questo percorso.

Seguiamo le istruzioni di Bianchina, passiamo sotto a Rocca da Piguggiusa e al termine della discesa alla nostra sinistra ecco l’imponente Pria Lunga, il toponimo di questa zona.

La sorgente che sgorga sotto a questo enorme macigno è captata dall’Acquedotto e fornisce un grande contributo alla rete idrica della nostra città

Oltrepassato il Rian, siamo al cospetto di una ex, grande zona prativa

Oggi faggi e noccioli hanno colonizzato questa radura.

Ecco il masso! E’ come lo ha descritto Bianchina!

Il muretto è in parte diruto ma all’interno c’è ancora quella panca di pietra.

Non era una tenda vera e propria.

Probabilmente era messo solo un telo impermeabile, teso a far da riparo.

Sul masso ci sono ancora le pietre, fissate con la calce per drenare l’acqua piovana, verso l’esterno di quel riparo.

Bianchina aveva parlato anche di una pietra squadrata usata come tavola.

Poco distante, troviamo anche la pietra/tavola e decidiamo di mangiare lì sopra quel cubo di roccia, focaccia con cipolle e senza.

Chissà quanto tempo è passato da l’ultima volta che degli esseri umani, erano qua, come noi, a dividersi del cibo.

Visito ancora il riparo, in un angolo trovo una bottiglia di vetro.

Il muretto in parte diruto, dove mettevano le cipolle per allontanare le vipere.

L’ambiente era appena sufficiente per contenere due bambine e una persona adulta.

Fu questo masso che devio’ l’ondata di piena del Rian, in quella drammatica notte nell’estate del 1939.

E vero che, nei luoghi dove hanno vissuto degli esseri umani, resta sempre qualcosa, un’amore che non c’è più, sensazioni o chissà cos’altro.

Questo è quelllo che noi dobbiamo cercare.

Ma non sempre si riesce a immaginare e tantomeno capire, chi erano quelle persone e perché hanno lasciato nitide, testimonianze, ma oscure motivazioni.

Bianchina con il suo racconto, invece ha dato luce a questo luogo.

Oggi noi arrivando al cospetto di questi, pur miseri manufatti, non dobbiamo aver il solito dilemma:

– A cosa serviva quel muretto? Perché su quel masso ci sono quelle pietre, tenute assieme con la calce? E quelle pietra piatta perché si trova lì?-

Grazie ai Ricordi di Bianchina, quel luogo ci racconta una storia del nostro entroterra, di povera gente e di tanto lavoro, che sarebbe andata persa, come purtroppo tante altre oggi nell’oblio.

Ho inviato le foto a Clara, sulla via del ritorno arriva un sms, sua mamma ha visto le immagini, si è commossa, conferma, che quello è il posto dove mettevano la tenda e ci ringrazia di cuore!

Io invece devo ringraziare Saturnin, della sua sempre gradita disponibilità e ancora grazie alla sua pregevole ricerca, raccolta nel suo libro “Le Cascine del Beigua” dobbiamo a lui anche questo racconto e la Storia di Bianchina, che pubblicherò nei prossimi giorni.

A Tana du Diau

Sciu da Teiru

Capita, prima o poi a tutti, di ritornare per un giorno o anche solo per un paio d’ore, nei luoghi che ci hanno visto ragazzini.

Nelle nostre scorribande da Figgiò, Pelle e Ossa cun e Braghe Curte, in un bosco o in quel meraviglioso mondo del Teiro, che scorre in mezzo alle nostre case.

Molto più avventuroso di una semplice spiaggia e quattro scogli di mare.

Io e Gian siamo nella zona dei Laghetti del Pero.

Mi stupiscono sempre, le megalitiche rocce tipiche della zona di Campolungo, arrivate da chissà dove, che stringono e deviano il corso del Fiume.

Qui l’acqua con il suo incessante, millenario lavorio, ha creato scivoli, sifoni, pozze

Nel nostro fiume, correva come l’acqua la fantasia di noi bambini, in preda ad una frenesia incontenibile a inventar avventure ogni giorno diverse.

Pin de pota e de cruste.

Cun e ciocche de ortighe

Sangue zuenu pe sinsoe

Demuelli cun ninte.

Gian mi aveva chiesto se conoscevo l’esistenza da Tana du Diau.

E così approfittando del basso livello del fiume, oltrepassato u Giu de Cad-na a scendiamo nell’alveo del Teiro.

La zona è quella dei trei Laghi Bagno’ poi dopo il Lagu Lungu si arriva a Tana du Diau.

Luoghi nascosti alla vista oggi e diventati inaccessibili dalla crescita vegetale.

Posti di una suggestiva bellezza, dove è bello ritornare e tenere piedi a bagno.

Gian conosce molto bene questo tratto del Teiro, a dodici anni era qui a seguire gli amici più grandi negli ultimi giochi dell’età più bella.

Anche a pescar anguille e trote.

Le foto parlano senza bisogno di descrivere la bellezza di questi luoghi.

Nulla da invidiare ad altri più blasonati e pubblicizzati.

Anche qui, la fa da padrona la biodiversità piante di ogni tipo, Rue,Verne, Gasie, Serveghi, Fighi, Nisoe anche na bella Nusce, ingogia da Lelua.

E poi Freisce, Ruvei, Fogge de Succa o de Papè, pareti a picco sull’acqua con stupende colture di Capelvenere.

Le alghe rosse colorano le rocce sott’acqua.

Nelle anse si formano degli stagni dove galleggiano gli incredibili Ragni d’Acqua.

Sul fondo di pietrisco stanno mimetizzati piccoli Baggi.

Discreta la presenza di barbi, gulli e cavedani.

Invisibile e in agguato, dove cade l’acqua delle cascate, ci sarà qualche trota fario o iridea

Altri occhi da predatore sono quelli dei Mungagi le bisce d’acqua a caccia nei pressi delle rive.

Nonostante il periodo di secca siamo costretti a saliscendere dalla sponda destra del Teiro, per risalire il corso del torrente.

Gian senza problemi, sempre a suo agio a passare da una pietra all’altra, io lo seguo appesantito e a volte preferisco il guado con i pantaloni al ginocchio.

Eccola! A Tana du Diau!

E un foro dalla vaga forma di cuore, scavato dai gorghi dell’acqua di oltre un metro di diametro, con il fondo nero di foglie e profonda chissà quanto.

In quel buco il diavolo convive con le anguille che popolano invisibili il nostro fiume.

Gian mi racconta di altre cose dei Laghetti del Pero, la roccia dei tuffi, gli scivoli d’acqua, la spiaggetta du Lagu Bagno’ ancora presente oggi.

Ringrazio Gian Antonio Cerruti di avermi guidato, in questa nostra escursione, in un altro dimenticato luogo del nostro sorprendente entroterra.

A questo link “I Laghetti du Pei”

+16

E Biteghe Sciu da Teiru

Dau Punte ai Defissi



Grazie a G.B Caviglia, Giovanni Parodi e Antonella Ratto, abbiamo ricostruito, l’elenco non esaustivo, suscettibile di modifiche e correzioni, di tutte le Attività commerciali, industriali, artigianali, turistiche, servizi per la persona e di svago, ecc. ecc. presenti negli anni 50, fino agli anni 70 del 900, nel Sciu da Teiru.

Nell’elenco sono inserite anche le attività che erano in essere, nelle zone limitrofe al corso d’acqua, nella Caminata e nella Lomellina

Dau Punte de Vase ai Defissi.
(Anche se l’ipotetico inizio del Sciu da Teiru u l’è u dau Puntin cun l’Arcu.)

C’era necessità di tutto, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dal sale a chi tagliava i capelli.

I bambini raccoglievano e vendevano le pigne, si andava a raccogliere i Stracqui la legna rimasta sulla spiaggia dopo una mareggiata.

L’entroterra aveva sfamato la nostra città. Ancora negli anni 50 c’erano almeno mille vacche che alimentavano la Centrale del Latte di Varazze.

Per molti il dopoguerra fu un’occasione imprenditoriale, ancora oggi in attività.

Se potessimo per un giorno ritornare indietro nel tempo e percorrere il Sciu da Teiru, ci saremmo meravigliati in primis delle poche auto in circolazione!

Avremmo visto, specie in via Piave e in via E.Vecchia, ma anche lungo via Montegrappa, in sponda destra del Teiro, una moltitudine di gente laboriosa e un andirivieni di donne a fare acquisti con la borsa a rete e u Mandillu in testa.

Il vociare allegro delle operaie a fine turno nella Fabrica.

Lo schiocco nell’aria della frusta di Pantelin

E noi viaggiatori nel tempo, ignoranti di quello che si faceva una volta, avremmo guardato stupiti chi era alle prese con un mulino, un frantoio, una macchina che faceva i riccioli di legno o i tappi di sughero.

L’attività lavorativa negli opifici del Sciu da Teiro era scandita dal rumore ritmico degli ingranaggi e dell’acqua, nel suo perpetuo moto a far ruotare la grande ruota a pale.

L’energia idraulica era ancora utilizzata come forza motrice, ma già in alcune cartiere e mulini si usava il motore elettrico trifase

Altra attività spettacolare era veder far la carta o veder uscire i taglierini, i fidè da una trafila in bronzo.

C’era il Cotonificio che per un secolo aveva sfamato migliaia di famiglie con il lavoro in fabbrica e a domicilio



Le due Fonderie Granone che avvisavano quelli delle Case popolari Fanfani della accensione del cubilotto.

Almeno una decina erano le falegnamerie a Vase, tra cui quella in via Montegrappa dau Simiteo Vegiu di mio papà u Gino e mio zio Angelo, poco distante quella di Paulin Baglietto e dei soci Mario Siri e Michè Perata.

A gente de Vase, era laboriosa e geniale, riusciva a trarre ogni sorta di risorsa alimentare, artigianale e industriale nel Sciu da Teiru.

Ma anche fruta e verdua, cuniggi e galline



Emmu buin a fo de tuttu e Pesse da Fabbrica  a Ghisa de Granun, Tappi de Sugau, Soccai pe Vacche e Soccai pe Cristien, Scarpe de Coiu, Sappe, Sappin, Messuie e Furco’, Papè, Oiu, Faina de Gran e de Granun, Savun, Gelati, Dadi da Broddu, Ciappelle, Porte, Barcuin e Gioscie, Fidè e Mustacciolli, Rissi e Cascette de Legnu, Carne de Ghinnu e de Vitellu,a e Spassuie de Bruga, i Cioi e u Giassu, Gasose e Chinottu de Sciappapria



E poi e Bitteghe de Pan, Pasta e roba da Mangiò, Roba da Vestise, Carne Cungelò, Roba pe Massachen, Fruta e Verdua, Carne de Vacca Pequa, Ghinnu e Cuniggiu, a Sa e Sigarette, Savun e a Puligrina.

I Buggi de Avie.

U se riparava tuttu Macchine, Moto, Biciclette, Scarpe, Paregui e Leroi

Taggiavan i cavelli, Tegnivan i figgiò de Bergamasche, davan un Gottu de Vin e un Piattu de Menestra, te Cuscivan un Vestiu.

Gh’ean Alberghi e Pensciun, Bar e Ostaie

U se zugova a Bocce a Carte cun u Pallun, a Bigliardu, Calciu Balilla.

I Figgiò in Teiru pescavan e Anghille e in ti Boschi favan e Capanette.

Anco’nu semmu ciu’ buin a fo un serciu cun un gottu!


Dal Ponte ( inzio copertura tratto finale del Teiro)
                   In sponda sinistra.

                           Via Piave
Tabacchin de Regazzoni
ARCi
U Cineise, Paradiso Shanghai
                        Via Regnasco

Albergu Zena, Pensciun Molinari,
A Piemonteise,
Pensciun Wilma,
Garage Impero,
                      Via Camuggi

Furnu de Luigino,

Cartò Massun,

Massun da Massacan,

Alimentà de Marinin,

Cunsorsiu,

Frutta e Verdura Giusto,

Alimentari Teresa,
Macelleria Botta

                          Via Piave
Meccanicu Venturin
Albergu Maria Teresa
I Cungelè vendita di carne congelata
Meccanicu Venturin, u Bielin
Garage du Veru poi rivendita di auto gestita da Arcuri.
Gelateria Briasco (dau Cine Teiro.)
Cine Teiro
Cine Teiro estivoall’aperto
Bancà u Marassin
Officina Sasso
Bancà Aiello
Alimentari Bertin
Magazzin Vernassa Massacan
Ortu e Peschea di Emma Laiolo
Stalle e Segherie Laiolo
Fabbrica de tappi e de zoccoli poi Corosu Formaggi e Bitega de Fransun
Fabbrica di dadi poi Ceramiche Ravano e succursale delle Colonie Bergamasche
Vaasina Fruta e Verdua
Maniscarcu
Cooperativa da Fabrica alimentari Luigino
Bar Novello
Cartea Arado
Stalla dei Rossi
Orti da Cruscetta
Ortu du Gnarin
Tosu u ferò
                           In tu Pasciu
Bitega de Beriu
Mattatoiu
Barbè Barile
Dau Fratin meccanicu
Bancò Valle
Ostaia Besestra e alimentari
Zogu da Boccie
                             In Bosin
Ostaia e alimentari Arecco
Bernardin Saettun u Mascellò
Sgarbossa u Scarpà
U Saè sale e alimentari dei Fratin poi tabacchino Alipede
U Barbè Carletto Riolfo aperto solo il sabato e la domenica
Giacumina a Sarta
Pepullo ( Badano) tabacchin
A Stalla du Schenin ( Crocco)
                         Dau Laguscuu


U Furmine meccanico a tempo perso
Segheria de Buscaggia ( Piccardo)
Alimentari Giuminetti
Giuanin u Scarpò ( era zoppo)
Bittega de Nettin alimentari
Frantoiu de Bertu u Mucciu ( Damele) oiu e savun de sansa
Stalla de Giacumin
I Buggi de Pre Damele
                         Dau Bacchettu
E Spassuie de Bruga du Bacchettu
Bancò Areccu
Cartea du Bacchettu
Fabbrica de cascette de Arecco
Ostaia du Bacchettu ( famiglia Damonte)
Bitega de Albina alimentari
Fermata da Curiera SITA
Ufficio Postale Sensin de Casanova
                        Da Gambun


I Risci de Saturnin
Cartea Civan
                             In ta Cina
U Ferè u Ciodà
                            Dai Frati
Cartea di Frati
U Ferò Rebora


                                Defissi
Cartiera Piccardo

                           Sciu da Teiru
                        In sponda sinistra
A partire dall’Assunta
Frantoio Pantellin
Leca
Pensione Corallo
Albergo Bucitti
Gran Colombo
Pensione Giusto
Latteria
Molinari Elettrodomestici
Magazzino di Maiustina
                             Via Calcagno


Cirona Barche,

Perata Edilizia,

Forno du Schenin,

Milanin
                   Via S.Maria in Bethlem

 Pantelin Trasporti,

Schiappapietra Fabbrica del Ghiaccio, Pantelin Cavallo,

Stalle.
                         Via Montegrappa
Cotonificio Ligure,
Fonderia Granone,

Falegnamerie Martini-Caviglia
Baglietto, Mario e Michè;
                                Parasio
Pastificio a Fidea,

Segheria Dondo,

Pastificio Nevese,

Frantoio de Testa,
                        Dau Lagoscuu
Frantoio du Mucciu e Sapone di Sansa,

Stalla de Giacumin
I Buggi de Pre Damele
                          Dau  Bacchettu

Falegnameria Arecco Fabbrica Cassette,
                            In Ta Cina
Cartiera di Fratti, u Ferò Rebora.

Termina qui questo elenco de Biteghe Sciu da Teiru, ringrazio gli amici G.B. Gian e Antonella, per una bella mattinata a rievocare l’elenco delle Attività che si affacciavano e o erano limitrofe al Teiro.

Nell’elenco delle cose che non esistono più, c’è da aggiungere il nostro Ospedale, che abbiamo perso molti anni fa, come non esiste più il recapito Enel dove andare a pagar le bollette.

In questo lasso di tempo tutto è cambiato per un mondo migliore?

Certamente si!
Ma oggi è anche tutto, maledettamente, volutamente complicato!

La comodità e la grande disponibilità di ogni genere di consumo dei centri commerciali, hanno decretato la fine della “Bottega sotto Casa” e nel Sciu da Teiro.

Agli allevatori fu dato un incentivo per l’abbattimento delle Vacche da Lete

Il cosidetto “ Progresso” è arrivato nella nostra città con la costruzione dei due rami autostradali, uno dei primi scempi, che sono stati perpetrati sul nostro territorio.

Progresso e scelte politiche monotematiche, hanno azzerato la manifattura nella nostra città.

Si poteva salvar qualcosa per avere qualche posto di lavoro?

Lavoro, che garantiva stipendi decenti, per dodici mese all’anno?

Forse si.

L’ultima foto è quella dell’insegna del bar trattoria U Bacchetto che ha chiuso i battenti qualche giorno fa.

Un luogo del cuore di noi ragazzini in età da motorino.

Era il nostro punto di ritrovo serale senza mess. o Chat.

Grazie a G.B. Gian e Antonella

A Cascina du Peschea

A Cascina du Peschea, ci arriviamo, io e u Saturnin, Giovanni Cerruti, in un pomeriggio di nebbia

Con il Suzuchi lungo la direttiva Faje Pratorotondo.

E poi con un’ora di zaino in spalla

Vorrei per ogni posto un cartello.

Per non chiedere sempre a Saturnin come si chiamano i posti che stiamo attraversando.

Lui me li elenca uno a uno mentre il fuoristrada, avanza sobbalzando, su pietre e fossi, lungo quella che un tempo era una delle più belle strade bianche della nostra regione.

Per Saturnin è come essere a casa sua!

Alle località, aggiunge i nomi di chi era qui a tagliar legna, erba o a fare il carbone.

Strada facendo mi indica il sentiero, la strada o la direzione per arrivare a quelle Cascine che lui ha elencato nel suo libro “Le Cascine del Beigua”

Salendo dalle Faje, troviamo per prima, alla nostra destra, il vetusto Cabanin de Mingu du Crou.

Si prosegue verso i prati di Cianarpe, oltrepassiamo la sorgente du Canain, arriviamo au Butassu da Galea e au Rian da Pasciun ecc.

Lasciamo l’auto a bordo strada e ci incamminiamo in direzione dei Giassetti.

Oltrepassiamo a Cascina de Remigiu.

Alla nostra destra una cascata di pietre

In una radura ecco la Cascina Paglieri, con la copertura messa in opera da Saturnin.

Opera sua anche la scala per salire al piano rialzato.

La tavola, sempre costruita da Saturnin, rievoca un momento conviviale con il pranzo all’aperto per festeggiare il termine dei lavori di ristrutturazione di questa cascina

Attraversiamo un bosco di grandi faggi, con alcune Pose, sparse in un pianoro alla base di un acclive pendio.

Si sale lungo na Stra da Lese ancora con il suo ciappin.

Siamo nella zona sottostante alle sorgenti dell’Egua Freida, importante presa d’acqua dell’Acquedotto di Savona.

Un refolo di vento mi fa intravvedere la sagoma scura da Rocca dell’Aquila.

Come voler dire “Siete al mio cospetto!”

Dalle sorgenti dell’Egua Freida, ha origine u Rian da Sera che confluendo a S.Anna del Deserto, con il Rio Malanotte diventa Arrestra e segna il confine di Varazze.

Arriviamo sopra un vasto altopiano.

Qui secondo le indicazioni ricevute da Ugo de Faje rdovrebbe esserci a Cascina du Peschea.

Ma prima c’è da guadare u Rian da Sera.

Non facile visto il Lepego presente, meglio attraversare il Rian, posando i piedi sulle pietre più piccole.

Eccola a Cascina du Peschea!

In un pianoro circondata da tanti blocchi de Prie Sciappe.

Le pietre per e Ciappe du Teitu

Perfettamente integra e di buona fattura.

La copertura con le sue Ciappe originali.

A Greppia de Prie

U Furnè nel Cabanin a lato della Cascina

I grandi Fo con indecifrabili incisioni.

In alcune zone spianate a braccia, erano allestite e Carbunee

“Fate silenzio, potrebbe esserci qualcheduno, forse un Carbunin che si è assopito.La sua Carbunea e lì che fuma.In quello che ora, è solo uno strano spiazzo fra tanti alberi.Vanni dere’ a e Prie e ti trovi u giamin, mi disse un’ anziano amico che non ho più.”

Facciamo una deviazione dalla via del ritorno per visitare a Rocca da Tarma.

Imponente monolito

Con un grade rifugio sotto roccia

La volta annerita da antichi focolai.

Meglio non indugiare oltre, perché la luce diurna è visibilmente calata.

Ma ancora ben visibili, sono gli incredibili contrasti cromatici del bosco invernale.

In questo periodo il muschio da il meglio di se, con la sua colorazione, contrapposta al rosso scuro del tappeto di foglie al verde e al grigio delle rocce.

Grazie Saturnin di questo

bel pomeriggio trascorso in un ambiente unico e spettacolare!

Boschi immensi, grandi praterie, che celano un patrimonio unico e prezioso.

Gli innumerevoli manufatti in pietra “Le Cascine del Beigua” u Giamin di nostri Vegi.