La Naia

Il primo luglio 2005, fu promulgata la legge che aboliva il servizio di leva.

Ma già chi poteva, il militare lo scansava, bastava oliare le persone giuste o essere amico degli amici.

In quegli anni chi era di famiglia benestante, mica andava a perder tempo a fare il soldatino!

È sempre stato così in Italia armiamoci e partite.

Nella carne da macello mica ci finivano i rampolli.

Nella foto, un soldatino di leva nel 1977, fotografato sulla cupola di S.Pietro a Roma.

Le risorse, di cui aveva necessità l’esercito italiano, per il mantenimento di un contingente di circa 600 mila militari, creava la cosiddetta “economia di guerra in tempo di pace” un corposo sperpero di fondi pubblici.

A vent’anni, non ancora compiuti, sono stato precettato a fare il servizio di leva.

Insieme a me, tanti altri ragazzi della stessa età di ogni regione dai dialetti incomprensibili.

Inquadrati in un reggimento, con un numero di matricola, inciso in duplice copia, su una medaglia da tenere con una catenella, sempre appesa al collo

Incarico 43A meccanico e conducente automezzi.

Obbligato a far vita militare, prima con il CAR ad Ascoli, poi la SMECA alla Cecchignola e infine al 121° Art.CAL Caserma Viali Bologna.

Vita militare, fatta di cose assurde, in gelidi o cocenti casermoni, persi nelle periferie di grandi città.

Pestapota e mangiapue.

Vitto scadente, guardie, marce, saluti, sull’attenti sbattentendo i tacchi.

Soprusi di sottufficiali presuntuosi e ignoranti.

Obbligati a far sempre le stesse cose ripetitive banali inutili senza logica.

In questo scenario, arrivò la triste vicenda nel 1978 con il sequestro Moro e noi diventati un’inaspettata risorsa, per la Patria in difficoltà, a seguito del dilagare del terrorismo.

Diventammo bersagli umani per proteggere politici giudici e ufficiali segregati in una caserma nel centro della città.

Qualcheduno sapeva, che mai le brigate rosse avrebbero sparato a dei soldati di leva

A Bologna, due anni dopo il mio servizio militare , proprio in quella sala di aspetto, di seconda classe dove tante volte ho sostato aspettando un treno, una bomba fascista, fece strage, nel mucchio.

Incurante di donne bambini gente comune, soldati di leva.

Lo stato si è preso i miei vent’anni!

Io non ho mai avuto vent’anni!

Restano i buoni ricordi di tutti i miei coetanei, conosciuti in quell’anno di naia, ragazzi di ogni parte d’Italia, dai mille dialetti.

Mai più rivisti chissà come sarà stata la loro vita.

Storie di ragazzi, gente comune, anche tragedie che non si dovevano raccontare.

Serate in allegria, in un locale da ballo o all’ultimo bicchiere di vino in una trattoria.

Rientri in caserma, lunghi viaggi, su traballanti pullman dai vetri, lo scorrere di luci, case, quartieri, strade persone, campagna.

Molte cose.

Forse troppe in quell’anno con le stellette.

E Motu de Pieru

Lorenzo, qualche giorno fa mi aveva chiamato, per dirmi se conoscevo Piero e le sue MV e che potevamo fargli visita, nel giorno del suo onomastico.

Avevo conosciuto Piero Carmotti, ad un motoraduno a Quiliano, qualche anno fa, io ero con uno scooter MV lui mi sembra di ricordare era con una bellissima MV 350 Sport.

L’appuntamento è sulla piazza dell’Alpi, con noi anche Ivano, grande collezionista e restauratore di moto, ma in garage ha anche una bellissima Fiat 124 Sport!

Siamo tutti e tre corpulenti e la Panda fatica un pò a portarci agli Armuzzi dove abita Piero.

Il posto è in mezzo al bosco, molto suggestivo.

Proseguendo la strada diventa sentiero e si arriva al ponte e al Niccio dell’Ommu Mortu.

Ma oggi non si va per bricchi, siamo qui, per la collezione di moto MV Agusta di Piero.

Ecco la passione per le moto!

Ci arriva addosso, tutta d’un botto!

Con le 4 bellissime MV Agusta schierate in un locale/officina

Sotto centinaia di foto di raduni, targhe e coppe, tutte vinte da Piero in 329 raduni!

Da lui tutti elencati in un registro, con luogo, data, tipo di moto e premi ricevuti.

Le moto, perfettamente restaurate, complete di ogni particolare e funzionanti, sono tutte iscritte al Registro Storico.

Una didascalia sotto ad una foto, così recita:

“Il nostro Moto Club è orgoglioso di annoverare, tra i suoi Tesserati, Pietro Carmotti di Alpicella di Varazze.

Uomo con un’enorme passione per la moto e per il marchio MV Agusta, passione che lo ha portato a partecipare con orgoglio a 319 raduni.

Pietro i Soci del Moto Club sono fieri di te…avanti così!”

Piero mi parla delle sue vittorie, nei concorsi per categorie, durante i raduni.

Una foto lo ritrae in sella alla MV 350 Ipotesi, una moto carenata dalle prestazioni impressionanti, nelle foto di oggi è senza carena, che fotografo appesa al soffitto.

Molta ammirazione e premi anche con la MV TLE del 1949.

Un’altra bella moto, con un motore mastodontico è la MV 350 Sport del 1972.

Per finire ecco un’altro motore, quello della MV 125 sport del 1977 decisamente sovradimensionato.

L’affidabilità è la longevità dei motori MV è leggendaria.

La robustezza meccanica è derivata dalle competizioni, dove la MV Agusta, impegnata con una squadra corse dal 1949 al 1977, ha

conquistato ben 38 titoli mondiali!

Come non ricordare a questo punto i 13 campionati del mondo di Giacomo Agostini, in sella alle MV Agusta nelle classi 350 e 500cc.

L’ultima moto a quattro tempi, a vincere un mondiale, prima dell’avvento e della supremazia su pista, delle due tempi giapponesi.

Mi soffermo e fotografo i particolari, di questi capolavori, del vero Made in Italy, quando era ancora tutto realizzato nel bel paese, nelle officine di Cascina Costa.

Piero ci racconta ancora delle sue moto, ognuna con la sua storia e le loro peculiarità.

Ha avuto in passato anche altre marche di moto, ma poi ha voluto dedicare la sua passione per le due ruote, esclusivamente alle moto di Cascina Costa.

Dalle sue parole, traspare tutto l’orgoglio di pilotare queste belle signore!

Ci concediamo da Piero con i complimenti e la nostra ammirazione per la sua bella collezione di MV Agusta.

Gli ha fatto piacere la nostra visita e ci invita ritornare.

Alla immancabile domanda di rito, se le moto sono in vendita, Piero risponde che è disponibile a trattare la cessione della MV 350 Ipotesi.

Ritorniamo all’Alpi per ammirare la bellissima Fiat 124 Sport e altre belle moto.

Sono quelle di Ivano.

Una curiosa Vespa da pista con Sidecar, altre Vespe Faro Basso.

Sono solo una rappresentanza di un centinaio di moto collezionate da Ivano.

Ma questa è un’altra Storia.

+38

U Nicciu de Bellainin

Lungo la direttrice verso l’Alpicella, oltrepassato u giu de Bregugnun, ( mirtillo) svoltando a destra inizia via Giovanni Ciarlo.

Una strada interpoderale che dopo alcuni tornanti, con un discreto dislivello, raggiunge la località Bin, passando accanto alla chiesa della Madonna degli Angeli.

A questo luogo di culto, arrivò una delle Madonne Pellegrine, che nel biennio 1948/49 attraversarono la nostra penisola.

Questo evento dà il nome al nicciu edificato all’inizio della parte in salita di via Ciarli.

A perenne testimonianza è la targa in marmo scolpito, affissa sul frontale di questo imponente edicola votiva, nei pressi di un altrettanto imponente ponte ad arco sul Rian du Mu.

La targa recita “ O viandante stanco e affaticato per il lungo tuo cammino sosta un istante e invoca la Madonna a ricordo del passaggio della Madonna Pellegrina il 16 agosto del 1949” O.R.P. ( opera romana pellegrinaggi)

Ma i viandanti che percorrevano questa carrareccia erano perlopiù Purtuei de Belainin-e, chiamate anche Lensò da Fen, che nel periodo della fienagione transitavano, con il loro andirivieni dalle zone prative ai fienili, su questo ponte al cospetto del Nicciu della Madonna Pellegrina.

Nella parte retro dell’edicola, la copertura in piano della nicchia votiva, era probabilmente utilizzata per deporre il carico, na Posa, per qualche minuto di riposo, magari facendosi il segno della croce, davanti all’effige della Madonna, prima di riprendere il fardello a Belainin-a o u Lensò e ognuno verso la propria destinazione.

Questa zona ha assunto il nome da Bellainin in virtù del sopracitato sistema di trasporto del fieno.

La prima parte della strada in questo periodo dell’anno è ombreggiata da un’incredibile varietà di piante.

E’ utile citare ancora, una caratteristica poco nota e per nulla valorizzata né tutelata e altrettanto poco pubblicizzata, che è la biodiversità riconosciuta a livello botanico, come una caratteristica stupefacente e peculiare del nostro entroterra e dei suoi boschi.

In poche centinaia di metri fino ad arrivare al Ponte sul Rio del Mu si trovano: Gasie, Castagni, Ersci e Rue, Erbi de Fighe de Nespue de Busci e Nisoe, quarche Pin nu ho vistu de Frasci ma ghe saian anche quelli.

Alcune case coloniche sovrastano i terrazzamenti i campi coltivati e la sottostante zona du Runcu.

Poco prima dell’imbocco di via Ciarli, al bivio, chiedo informazioni del Nicciu a Lorenzo Vallerga e Graziano Caviglia, che ringrazio per la loro disponibilità e per le delucidazioni che mi hanno fornito.

Inevitabile, nel cortile della bella casa in tu giu de Bregugnun, non ammirare un pregevole antico manufatto dei Piccaprie de l’Arpiscella, che proprio qui nella località Bellainin avevano la cava, du Romano, dove è stata sezionata e lavorata questa enorme Ciappa, per farci un gigantesco tavolo con due grandi panche e tre piedistalli che sorreggono l’imponente Ciappa .

Giovanni Ciarli 1896-1917

Medaglia d’argento al valore militare caduto in Serbia.

Si sostitu’ agli ufficiali perché tutti morti, e alla testa dei suoi compagni d’arme li condusse in una importante azione di guerra

+2

Il Forte Barcone di Marta

Il 24/06/2006 Alessandro e io visitammo il forte del Barcone di Marta.

Sono necessarie più di due ore per percorrere i 150 Km da Varazze, uscita Arma di Taggia, verso Triora e la valle Argentina, fino al bivio per colle Langan, poi al Rifugio Allavena, presso Colle Melosa, dove, se non in possesso, di un fuoristrada è opportuno proseguire a piedi.

Dal rifugio occorrono circa 3 h, per arrivare alla fortificazione, denominata il Barcone di Marta.

Dal rifugio Allavena, inizia la strada militare in salita, verso il rifugio del monte Grai, che incombe imponente sopra le nostre teste.

E’ possibile comunque effettuare alcuni tagli di percorso, utilizzando il sentiero, che ha una maggior pendenza, ma che fa risparmiare almeno una quindicina di minuti.

Raggiunto il rifugio Grai, qui ad un’altitudine di circa duemila metri, negli anfratti all’ombra, anche a giugno, si trovano cumuli di neve.

La strada prosegue pianeggiante, fino ad arrivare ai baraccamenti di Marta.

Le caserme dei soldati che a turni di 150 uomini, presidiavano il forte.

Svoltando a sinistra, si oltrepassa il confine di stato e si imbocca nuovamente la strada militare, che dopo un paio, di ampi tornanti arriva alla fortificazione.

Il Balcone di Marta scavato tra il 1938 e il 1940 è il più vasto complesso fortificato, in caverna del Vallo Alpino occidentale, costituito da tre opere sotterranee collegate fra loro.

Questa fortificazione è formata da una batteria di artiglieria, denominata Batteria del Barcone o Batteria 605 e da due centri di resistenza di fanteria, denominati Centro 35 e Centro 35 bis.

Il complesso fortificato, si sviluppa verticalmente su una lunghezza di circa 550 m e su un dislivello complessivo di ben 135 m (corrispondente ad un palazzo di 45 piani!).

Dopo la modifica del confine tra Italia e Francia, sancita dal trattato di pace del 10 febbraio 1947, queste opere, e quelle dei dintorni, sono passate in territorio francese.

Vista la notevole estensione dei locali sotterranei (la visita completa richiede almeno un’ora), si consiglia comunque di non avventurarsi all’interno da soli e di munirsi di efficienti mezzi di illuminazione.

A causa della presenza di correnti d’aria, relativamente forti, e’ necessario, coprirsi adeguatamente, anche nella bella stagione.

Le condizioni di conservazione dei locali, sono generalmente buone.

Prestare attenzione lungo le ripide rampe di scale, che scendono ai Centri 35 e 35 bis sono 326 scalini!

La presenza di umidità, può rendere scivolosi gli scalini, e i corridoi in forte pendenza .

Il ritorno al punto di partenza passando per il sentiero che inizia presso l’ingresso del Centro 35, e’ assolutamente da evitare e fortemente sconsigliato, sia per le scarse tracce del sentiero, che per la difficoltà del percorso.

È decisamente preferibile, ripercorrere l’itinerario interno, di andata, attraverso il corridoio di collegamento e le rampe di scale.

Dopo queste necessarie precauzioni, è anche, a mio parere, da sconsigliare l’entrata al forte, a chi soffre di claustrofobia.

Ecco il racconto della nostra escursione.

Muniti di un paio di torce elettriche di buona potenza e autonomia, siamo scesi lungo le interminabili scalinate, molto scivolose (per me fatali, visto lo scivolone e la conseguente rottura dello schermo del mio cellulare!)

La discesa è per fortuna, interrotta ogni tanto, dalle diramazioni per le camerate e i centri di fuoco, con le loro corazze d’acciaio, dove dalle feritoie, si domina la Valle Roja.

Arrivati all’intersezione con l’ingresso del Centro 35, ci siamo trovati al cospetto di un ambiente spettrale, dovuto alla presenza di una forte nebbia di condensazione, che limitava molto la visibilità, tramite la scaletta è stato comunque possibile, uscire all’esterno sulla piccola radura.

Come consigliato il ritorno è da effettuare, ripercorrendo in salita il tragitto interno, ultimando la visita dei locali e centri di fuoco presenti lungo l’altra rampa.

Quando si è al cospetto di queste opere immense io penso sempre al lavoro che è stato effettuato per lo scavo, le opere in muratura, la posa in opera delle corazze e delle armi per le bocche da fuoco, gli impianti elettrici e idraulici, l’impianto di aereazione e all’esterno la cupola di osservazione.

Il Barcone di Marta è un’opera colossale che consiglio a tutti quelli che vogliono avere una testimonianza reale, diretta, “dell’inutilita’” degli sforzi bellici che sono stati fatti per realizzare questa opera che faceva parte dell’intera fortificazione del confine con la Francia.

Dopo almeno un paio d’ore usciamo all’aperto per ancora alcune foto, alla cupola di osservazione, e all’incomparabile panorama, con gli scenari del monte Torraggio e Pietravecchia.

In alcune domeniche dei mesi estivi, vengono organizzate delle escursioni ai forti del Balcone di Marta con partenza dal Rifugio Allavena.

+11

U Castellè

Quegli spuntoni di roccia ben visibili dall’abitato dell’Alpicella appartengono al Bric da Crusce, 520 m slm.

Il Monte Castellaro è un poco più alto, ma resta in disparte discreto con il suo bosco misto di castagni frassini e grandi ciliegi.

Del simbolo cristiano del Monte Croce, rimane un tondo di ferro infisso nella roccia.

Altro acciaio è stato conficcato in quella che è una grande palestra di roccia.

Molto frequentata, ma mantenuta esente da rifiuti urbani.

La natura au Briccu da Crusce offre uno dei suoi più belli spettacoli!

Spuntoni di roccia che sfidano il vuoto.

Rocce levigate, spaccate a strapiombo su un mare verde!

Pietre laviche o erose dal vento.

Un misto di vertigini e spettacolari paesaggi

Probabili menhir abbattuti.

Suggestivi ripari sotto roccia.

Tane per animali e nidi di temibili insetti.

Miniera a cielo aperto per per quella inesauribile materia prima per manufatti umani.

Alcune Pose per chi scendeva dai Pra de Pursemma cun i tapei e belaine

+26

E Prie du Lagun

Oggi chi transita lungo la disastrata carrabile Faje, Pratorotondo, oltrepassato u Butassu da Galea e u Rian da Pasciun, arriva nella valle scavata dau Rian da Sera.

Un centinaio di metri prima del guado, a destra ci sono alcuni Muggi de Prie, ben impilati a formar dei manufatti a base quadrata.

Questa zona è chiamata u Lagun perché in inverno, parallelo alla strada si forma un invaso d’acqua.

A prima vista sembrano alcune Pose, come quelle che sempre si trovano nelle zone un tempo addette alla fienagione.

Pose pe un po’ de sciau, a chi u cammalava lensò e belain-e de fen, fasci de legne o corbe de prie.

Ma qui si è esagerato! Non sono posatoi quelli che a perdita d’occhio caratterizzano questa zona!

Sono una cinquantina i cumuli di pietra da me fotografati, ma è solo una parte degli innumerevoli Muggi de Prie qui presenti dalle più disparate forme.

Alcuni accumulati sopra macigni utilizzati come base perché impossibili da spostare.

Altri ben impilati a base quadrata.

A sinistra della strada carrabile, seguendo in salita, la traccia di un sentiero, c’è un pianoro a lato di un corso d’acqua inaridito, qui lo spettacolo è incredibile!

Siamo al cospetto di un’altra grande quantità, di piccoli cumuli di pietre, ben impilate dalle svariate forme geometriche.

Come un gigantesco magazzino di materiali edili all’aperto!

A spanne saian ciù de sentu sti muggi de prie!

E chissà forse quelle pietre, erano veramente lì per essere vendute o cedute tramite baratto.

Pe tiò sciu una cascina, da reccattu a un ciappin o na miaggia de pria

Le pietre che noi prendiamo a calci o ce ne disfiamo, un tempo erano materia prima.

Incuriosiscono i toponimi Galea e Pasciun……

E’ probabile che tutte le pietre che oggi troviamo in questa zona, come fosse un’enorme esposizione lapidea, siano la risulta di un’immane bonifica di una cascata di pietre, che rivestiva il versante sud del bric Lagun, fino a precipitare nell’orrido del Rian da Sera.

Chi erano quelli che difronte ad una gigantesca morena, risulta di un’antica glaciazione, hanno avuto l’ardir di effettuare un’immane faticoso e interminabile opera di bonifica rendendo fertile e fruibile questa parte di territorio?

U Giamin di nostri vegi.

Oggi se noi possiamo agevolmente risalire queste pendici lo dobbiamo a chi ha scavato spaccato e impilato milioni di pietre.

Strana sensazione in questo luogo, dove si cammina passando accanto a questi cumuli e non una pietra intralcia il nostro incedere.

Il toponimo Pasciun lo si trova anche in un altro sito, dove fu effettuata un’enorme bonifica da pietre, sul versante a occidente del Monte Grosso, u Briccu da Guardia

Le pietre di risulta, sono ancora visibili all’apice du Cian de Donne.

Forse qui era edificato un castellaro poi diruto, oppure semplicemente le pietre sono state trasportate e lasciate disordinatamente o come quel bel appellativo ligure “Spantegate” all’apice perchè lì si doveva edificare un manufatto.

E u Butassu da Galea a che cose è riferito?

Forse una colonia penale o dei prigionieri di guerra erano qua a impilar pietre?

Ma galea è un termine generico, che indica anche un lavoro gravoso, faticoso come i galeotti che un tempo erano condannati ai lavori forzati.

Sono molti gli interrogativi che anche in questo luogo suscitano dubbi e curiosità.

Chi era qua a spaccarsi la schiena a smuovere e trasportare pietre, aveva un riparo costruito tra due grandi massi, con un focolare da utilizzare in caso di maltempo.

Una cascina dalla tipologia molto particolare unica nel suo genere, ad essere ancora integra e perfettamente funzionale allo scopo per cui era stata costruita.

Io e Saturnin, siamo di ritorno da una bella escursione a Prialunga per cercar la pietra dove Lasain, il nonno di Bianchina, metteva la tenda che li avrebbe riparati durante il periodo della fienagione

Dopo la pausa pranzo, quella da buttiggia in tu rian, raggiungiamo la cascina, un altro capolavoro, patrimonio dei nostri boschi elencato e descritto da Giovanni Cerruti u Saturnin nel suo bel libro “E Cascine del Beigua”

E’ la cascina du Neiua, detta anche il Trullo.

Un edificio in pietra a sezione semi circolare, con copertura a cupola, chiusa con grandi ciappe e poi ricoperta di terra, un mirabile esempio di costruzione edificato con grande perizia e perfettamente inserita in questo ambiente naturale.

Poco distante altro deposito di pietre, non più impilate a formar piccoli cumuli, ma un enorme quantità di pietre ammassate, con anche una bozza di muro.

Forse le fondamenta di un manufatto mai edificato.

Lasciamo la zona du Lagun al silenzio dei boschi e alle testimonianze di una antica presenza umana che anche qui è stata capace di cambiare completamente la morfologia di questo lembo di territorio.

Ringrazio l’amico Saturnin, Giovanni Cerruti, per questa bella giornata, a sercò e Cascine du Beigua e u Giamin di Nostri Vegi.

Bricoccole e Falò

……sono stato bambino Sciù da Teiru, cresciuto, tra na Sciumea un Boscu e un Campu da Ballun……. e gli alberi da frutta…

In questo periodo dell’anno eravamo tutti indaffarati nelle nostre scorribande per boschi, a giocare in riva al Teiro, a sudare nelle infinite partite di calcio sotto il sole

La frutta, era una specie di pausa in questa nostra frenesia quotidiana.

Sciu da Teiru, tutti facevano l’orto e nelle fasce avevano degli alberi de Scesce, Nespue, Armugnin o Bricoccole, Perseghe, Brigne, Nisoe, Fighi e Merelli.

Nel periodo delle fruttificazioni, noi bambini eravamo molto attenzionati e ogni adulto era autorizzato a usar ogni mezzo, per salvare i suoi frutti e guai, poi dire, che il vicino ci aveva sorpresi nel suo orto e bastonati o presi a calci nel sedere, c’era il rischio di buscarle un’altra volta dai nostri genitori.

Gli adulti erano molto meno di oggi, propensi al dialogo con i figli, e guai a combinare qualcosa, arrivare a casa malconci sporchi o in ritardo per pranzo o cena, sberle e botte erano quotidiane.

Non di rado, chi con la vendita della frutta ci campava, aveva un cane da guardia e lo aizzava contro i ladruncoli sorpresi nella sua proprietà, ma quelle bestiole ci conoscevano bene, avevano preso carezze e pezzi di pane dalle nostre mani e si limitavano ad inseguirci, fino al limite della proprietà e poi ritornavano indietro scodinzolando.

Nella nostra capanetta in mezzo al bosco, faceva bella mostra una cartina, da me disegnata, del nostro territorio, dove erano marcati i sentieri, ruscelli, case e la posizione degli alberi da frutta e se a guardia c’erano dei cani.

Depredavamo gli alberi, ben prima che la frutta raggiungesse la maturazione.

A lato del campetto da calcio, c’era un grande albicocco proprietà dei falegnami Mario e Michè, che non seppero mai che gusto avevano le loro albicocche!

Confessai questi furti, un giorno, qualche anno fa, quando ero andato in visita da Michè, lui ridendo mi minacciò con la mano.

Ci arrampicavamo fin sui rami più sottili per raccoglier quei frutti ancora verdi e aspri.

E che dire di quel grande campo di fragole dau Muin a Vapure, depredato a notte fonda mangiando merelli e sputando la terra.

C’era però un’occasione che ci riconciliava con il mondo degli adulti, un’occasione in cui noi bambini eravamo utili.

Nelle festività di S.Giovanni, e di S. Donato, era tradizione fare i falò.

Qualche settimana prima della ricorrenza, s’iniziava ad accatastare il materiale, la maggior parte del combustibile proveniva dal bosco, rami secchi e brughe.

Un’altra buona fonte di approvvigionamento, erano gli scarti di lavorazione, legna e riccioli, presi presso le tre falegnamerie di via Montegrappa.

Per molti era anche l’occasione di disfarsi di quello che non si riusciva a bruciare nella stufa.

I rifiuti ingombranti erano accantonati in attesa dei falò, dal vecchio comodino sgangherato alle sterpaglie dell’orto, anche gomme d’auto, poca la carta e il cartone quello era ancora utilizzato nelle cartiere.

Nottetempo sparivano, alcune cose dalla catasta, recuperate per essere riutilizzate.

Tutto serviva allo scopo, finirono nel falò anche due pneumatici d’autocarro “gentilmente offerti” da un autotrasportatore.

Quelle carcasse con le tele d’acciaio a vista, dopo una settimana dal rogo, fumavano ancora!

La raccolta e il trasporto dei materiali, furono effettuate, le prime volte, con l’aiuto degli adulti, poi solo noi a gestire il tutto.

Riuscivamo a raccogliere una quantità enorme di materiale e le cataste erano impressionanti.

Al centro, sopra un palo, era issata “ la biondina “di solito una vecchia bambola, che forse simboleggiava ancora nell’inconscio collettivo, la strega data alle fiamme.

All’ora prestabilita, gli abitanti della parte finale di via Monte Grappa, si radunavano intorno alla catasta.

Prima di appiccare il fuoco, si attendeva l’arrivo del vicino di casa o dei famigliari e se qualcheduno tardava allora partiva sempre uno di noi, in bici per avvisarlo.

Appena faceva buio, si accendeva il falò.

All’inizio la gente era stretta intorno al fuoco, ma poi era costretta, ad allontanarsi per il forte calore sprigionato.

Quando le fiamme raggiungevano “la biondina” un applauso spontaneo scoppiava fra i convenuti a vedere il falò

In quell’occasione con tutta la gente del rione riunita, si parlava del più e del meno, si rideva, qualcheduno raccontava storielle allegre, si stringevano mani, ci si dava delle pacche sulle spalle si stava in compagnia, c’era sempre una bottiglia di vino e una torta da dividere a fette.

Noi bambini rallegravamo la serata, con spettacoli pirotecnici, fatti con paglia di ferro, incendiata e poi fatta roteare con uno spago, durante la rotazione per effetto della forza centrifuga si staccavano dei tizzoni, creando un cerchio di scie luminose.

Ricordo le grida di meraviglia delle donne e noi incitati a farle sempre più grandi e più veloci nella rotazione.

Le donne….. l’età dei giochi per noi forse si era protratta più del solito.

Fu proprio dopo un falò, l’ultimo, che i miei due grandi amici se ne andarono.

Il loro papà aveva costruito un’altra casa, più grande e bella, ma dall’altra parte della città.

Ricordo quando ci salutammo, li vidi scendere giù dalla strada in discesa, e io andai loro incontro, come al solito, ma era l’ultima volta.

Ci stringemmo la mano come fanno i grandi.

Ci salutammo, con la promessa che sarebbero, poi tornati a giocare, qualche volta insieme a me.

Li guardai andare via.

Ma la promessa non fu mantenuta, non ci rivedemmo più Sciu da Teiru.

Solo qualche volta per caso, in città.

Per la prima volta, provai una sensazione profonda di delusione e sconforto.

Era finita un’età, quella più bella della mia vita.

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

Lucifero, l’ultima Stella

Notte di giugno, notte stellata.

Sarà poi vero, che è di qualcuno, ogni puntino che brilla lassù?

Ma allora di chi è l’ultima stella del mattino, che aspetta il sorgere del sole?

Era partito quella notte, dopo la festa del paese

L’unico giorno di libertà, dopo un’anno di lavoro.

Quello era il momento per andar via, con un sacco in spalla.

Nella chiesa era tutto pronto, per il matrimonio, dai fiori alle fedi

Chissà se quella notte lei dormiva.

Fece un giro largo per vedere la sua finestra.

Eccola, era ancora accesa.

Si sedette su una pietra è aspettò, finché quel lume si spense.

Solo allora si accorse di aver pianto.

Che sarà di lei?

In fondo era una brava ragazza.

Miserabile come lui.

Ogni giorno a baciare una croce e un bastone, come tutti in quel paese.

Pensò, domani chissà che scandalo!

Le pettegole ne avranno di che sparlare per gli anni a venire!

Abbandonata sull’altare!

Lei si sarebbe vestita di nero per un po.

E poi…

Un prete avrebbe detto “Ha mancato di rispetto all’Eterno !”

E l’uomo con cappello e bastone….”Ha mancato di rispetto a me!”

Tutto il paese lo avrebbe cercato.

Anche dopo cent’anni, lo avrebbero accoppato!

Lo sapeva

Ma come si fa a spiegare certe cose?

Quando senti che la tua vita, non ti appartiene più, perché altri hanno deciso al posto tuo.

Come quel giorno, quando l’uomo con il cappello e bastone, decise di chi sarebbe stata sposa, se era femmina, quel feto ancora in grembo.

Prima d’esser nati, i bambini in quel paese, erano venduti scambiati, come bestie da lavoro e accoppiati per far figli.

Chissà di che colore erano i suoi occhi.

Non li aveva mai visti!

Tutto si doveva fare dopo

Mai mettere il fuoco vicino alla paglia!

Pronti e fecondi, per mettere al mondo altri disgraziati, altre bestie da lavoro e ogni giorno a baciare una croce e un bastone.

Per tutta la vita.

La maga di quel carrozzone gli aveva sussurrato

“Scappa! Vattene da qua!” ” Vai sempre incontro al sole lì c’è la tua liberta!”

E così fece per tanti giorni e anni, a seguir dove nasce il sole.

Anni e notti a dormir sotto cieli stellati

Chissà chi gli diede quel nome, Lucifero, forse qualcuno che conosceva il vero significato di quella parola.

Come Venere aspettava l’alba, per poi sparire a inseguire i suoi demoni.

Un simile oltraggio doveva esser lavato

Con il suo sangue!

Lo sapeva.

Presto sarebbero arrivati a cavallo e con cento cani.

Questo ancora pensava dopo tanti giorni e anni

Con la barba grigia, stracci e scarpe rotte.

Quando fa giorno, c’è un puntino luminoso lassù in cielo.

L’ultima stella del mattino, che aspetta il sorgere del sole.

Note:

Lucifero è il nome storicamente attribuito al pianeta Venere, l’ultima stella del mattino, quando sorge ad est, poco prima dello spuntar del Sole.

Anticipatore della luce solare, il pianeta venne chiamato Lucifero, dal latino «portatore di luce».

Francesco Baggetti

Quellu Bellu Cuttelin

Chissà quanta gente, a l’è passò, in te stu ciappin.

E a se saià assetò, suvia sta pria.

Pe posà e osse e pigiò un po’ de respiu.

Cumme ho fetu mi, che go a pansa e sciusciu sempre in salita.

Me case na gussa de siu e veddu stu cutellin, sutta sta pria.

Marsu de ruse e pin de pota

Na otta u l’ea un bellu cuttelin!

Ma chi l’avia’ persu, foscia un figgiò cumme mi?

Pelle secca, brusciò dau su, magru da vedde e osse, sempre de cursa a fo vegni notte.

In te un bosco o in tu rian.

A fo vegni notte, a sercò un cuttellin.

Che aveivu persu zugandu au ballun.

Foscia un garbu in te na stacca.

Tou lì!

Quellu bellu cuttellin, chissà duvve u l’è anetu

U cianseiva, cumme ho cientu mi, quellu poviu figgiò?

Che cumme mi u l’ha persu stu cuttelin?

E chissa se cumme mi, anche quellu figgiò u l’eiva persu na cosa ciù grande.

U regallu, de un papà che nu g’ho ciu.

Tante atre otte, cumme mi, u saià riturnò quellu figgiò in te stu ciappin.

A serco’ u so cuttelin.

Mi nu so, de chi u l’ea, stu cutellin.

Ma l’ho piggiò e l’ho missu in ta na stacca.

Ho truvou u me bellu cuttellin!

A Villa Araba

A Villa Araba pe quelli de Vase, Lungomare Europa pe i furesti

Questa è la parte più bella della mia città!

Il mare…. vabbè, da buon ligure, se non è in burrasca neanche lo guardo.

Nella nostra città non c’è posto migliore, dove poter ammirare dei bellissimi manufatti realizzati con immenso lavoro e immani fatiche, come quelli dell’ex tracciato ferroviario oggi Lungomare Europa.

Qui furono scavate a mano direttamente nella roccia, le gallerie, costruiti i ponti, e possenti muri.

Il più grandioso e stupefacente manufatto, della nostra città si trova nell’estremo levante di Varazze.

È la galleria Invrea lunga quasi 300 metri, dell’ex tracciato ferroviario Genova Ventimiglia

Scavata a metà dell’800 a mano, e con la polvere da sparo, in ta pria neigra d’Invrea.

Le meraviglie di Lungomare Europa non sarebbero usufruibili oggi, senza l’ex ferrovia ottocentesca, grandiosa opera che nella parte di levante di Varazze, annovera 9 gallerie, 7 ponti, muraglie di sottoscarpa e sottotipa.

Galleria S. Caterina I (m 26,70)

Galleria S. Caterina II (m 21,00)

Galleria Madonnetta (m 57,00)

Galleria Valsassina (m 125, 60)

Galleria Pescatori (m 92,00)

Galleria Invrea (m 290, 65)

Galleria Forno (m 97,45)

Galleria S. Giacomo (m 70,00)

Galleria Maddalena ( m 40,70)

Ma chi erano quelli che materialmente hanno scavato queste rocce?

Nessuno ha curato la loro memoria.

Nessuno ha mai fatto i loro nomi la loro storia, raccontato delle loro vite grame.

Vite a perdere, nel buio di una galleria o nelle armature di un ponte.

Meschinetti orbi de fatiga cun u buttigiun de vin, pe nu senti’ ciu ninte.

Duu e disperasiun.

Cuntenti de sciurti da quellu garbu pe un toccu de pan e pe do’ na scheno’ in ta paggia

Non sappiamo niente di quella moltitudine di operai e minatori.

E’ taciuto, forse per vergogna di stato o mai annotato, quanti di loro perirono per scavare queste gallerie

Del loro passaggio terreno, ci sono rimasti i segni dei loro attrezzi, scolpiti in ta pria neigra d’Invrea.

Dove le luci illuminano le Gallerie lì troveremo la loro fatica.

Come al solito niente nella nostra città ricorda il lavoro delle passate generazioni.

Lo stesso possiamo dire delle strutture del Vallo Ligure.

Silenti e nascoste, sopra le nostre teste, testimoni dei tempi di guerra ci sono le postazioni per artiglieria.

La Storia è passata sotto le volte di queste gallerie, con le prime tradotte verso la Francia nel mese di giugno del 1940.

L’inizio di un’ altra guerra mondiale

Treni armati con cannoni navali, protetti nel ventre delle rocce.

E poi quando la guerra era già persa, i vagoni piombati, che portavano i deportati nei campi di sterminio in Germania

Saliti sopra i treni della morte nella Stazione delle Bergamasche ( altra struttura colpevolmente dimenticata )

I nostri concittadini qua a Villa Araba, videro, per l ultima volta, il loro mare, le spiaggette quei scogli bianchi e neri.

Paesaggi mozzafiato con la morte nel cuore.

Giovani mandati a combattere per la Patria o a morire in Germania.

Per un’altro massacro nella vecchia Europa.

Oggi Lungomare Europa è un oasi di tranquillità, dove si puo’ godere di una giornata di sole.

Parlar sottovoce, per rispetto

O perché soggiogati da tanta bellezza naturale

E da questi imponenti manufatti.

Po vabbe’ ci sono anche chi fa le corse …testa bassa e pedalare.

Il toponimo Lungomare Europa, fu scelto negli anni 80, in onore a quel consesso di nazioni, di cui l’Italia fa parte.

E’ stato dedicato a quella Unione Europea, che è stata capace di pacificare un continente da sempre in preda a sanguinose guerre.

Fu un’atto di coraggio da veri statisti, che ha portato prosperità e regole da rispettare.

Oggi noi tutti, se fossimo un pò meno distratti da tutto.

Dovremmo riflettere su queste cose

Oggi con i tuoni di guerra, ritornati per follia umana, in un paese europeo.

Guardo questo luogo meraviglioso, oggi in pace.

Mi chiedo chi può volere la fine di tutto questo, e per che cosa?

Per vanagloria, nazionalismo?

Per la Patria?

Quella parola, di cui ci si riempie tante volte a sproposito la bocca?

Ma che dovrebbe far paura a tutti e rievocare tristi periodi, quando in Italia e in Europa la Patria ha preteso tante troppe giovani vite.

Sacrificate per che cosa?

Per essere chiamati eroi?

Per celebrare le loro gesta?

Sono morti combattendo per la Patria!

Nessuno di loro è ritornato in vita, per dirci che non erano eroi, ma che avevano combattuto perché volevano vivere!

Al diavolo la Patria!

Milioni di morti per un confine un ponte o l’ interesse economico di qualcuno!

Per glorificare il potente di turno capace di trasformare le persone in carne da cannoni?

Tutta povera gente poveri cristi, senza santi in paradiso e in terra.

Morti, chissà dove e neanche una fossa, dove mettere un fiore.

Troppe cose stiamo dimenticando troppo in fretta.

Nota dell’autore

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