I Liguri

Ci fu un’adorazione del dio Pen anche sul Monte Beigua, uno dei tre luoghi sacri del popolo dei Liguri?

La toponomastica sembra escluderlo, ma le nostre alture fanno pur sempre parte degli Ap-penini.

Questo dio, per i Liguri aveva la sua dimora, nelle grandi pietre e pareti rocciose.

Sopra gli Armuzzi località dell’ Alpicella, il cui toponimo deriva da armuzzu, arma, armisu, armussi, che in dialetto significa, riparo sotto roccia o capanno di montagna, ci sono possibili testimonianze di questa devozione.

Nel pianoro sottostante, al cospetto della grande parete delle Rocche Raggiose (già Rocca de Giuse) sono evidenti le tracce di antichissime frequentazioni.

In un’ambiente primordiale, enormi megaliti, giacciono sovrapposti, incastrati, incastonati formando dedali, cunicoli, gallerie e ripari, oggi parzialmente interrati.

Un masso con alcune pietre ben sistemate a formare una superfice piana potrebbe essere stata un pira funebre.

Bellissime in questo periodo dell’anno le colture di Erba Cocca che rivestono con un manto verde questi macigni.

Dinanzi a questa esibizione di forza della natura, non si può restare impassibili, fatalisti o indifferenti!

Qui si scateno’ una forza mostruosa, che fece precipitare enormi massi, rimasti lì immemori da millenni a rappresentare con la loro fissità, un tremendo enorme cataclisma.

Non è da escludere, l’ipotesi di una grande tragedia, quando queste enormi rocce rovinarono sopra degli esseri umani, che qui in una zona soleggiata e riparata dai venti avevano trovato dimora.

L’antefatto

Seguendo delle prede, un gruppo di cacciatori scoprì questo luogo, riparato dai venti da un’alta parete rocciosa, esposto al sole e con un vasto pianoro.

L’acqua, poco distante cadeva dall’alto di quella rupe.

Forse questo luogo ideale per un’insediamento umano, si svelo’ casualmente, durante il recupero di un grande animale, inseguito e fatto precipitare nello strapiombo.

Il pianoro sottostante, era perfetto per costruire le capanne e mettere in pratica le prime colture.

La posizione sopraelevata permetteva di spaziare con lo sguardo i territori sottostanti.

Potevano continuare a cacciare facendo precipitare le prede da quel dirupo, nei pressi di quel piccolo villaggio dove altri componenti di quella tribù erano pronti a far la loro parte.

La tranquillità di quel villaggio, venne stravolta un pomeriggio assolato di fine estate.

…..si alzò un vento strano, aria calda, un uomo di religione, percepì qualcosa, alzò lo sguardo come se intuisse una strana presenza mai sentita prima.

La terra sussultò come una cavalletta impazzita e un rombo assordante accompagnò il precipitare della rocca frantumata in grossi massi che crollò su quel villaggio di capanne.

I Liguri erano abituati a fuggire velocemente ad ogni pericolo molti si salvarono, ma qualcuno meno lesto, rimase inesorabilmente sepolto sotto quei macigni.

Perché quella disgrazia?

Un Dio che viveva nelle rocce aveva parlato!

Pochi sacrifici erano stati fatti, il dio Pen, li aveva puniti facendo rotolare quelle pietre.

Lui, la grande roccia che li proteggeva, voleva sacrifici in suo onore.

Il cerchio di pietre a lui dedicato,era stato risparmiato da quella pioggia di massi.

Quello era il segnale!

Il dio Pen, non voleva cacciare via gli uomini ma la loro devozione.

Così sentenziò quell’uomo religioso.

Il dio Pen aveva dato prova dell’immensa forza che celava la grande roccia!

I Liguri per ingraziarsi quella divinità, iniziarono ad erigere ai piedi di quella roccia alcuni altari, usando le sacre pietre che Pen aveva scagliato su di loro.

Oggi appare evidente che alcuni di questi megaliti furono spostati dalla forza di molti di uomini.

Un lavoro immane!

I secchi colpi dati alle pietre per modellare gli altari, eccheggiarono in tutta la valle, attirando altri gruppi di umani.

Circospetti si avvicinavano a quel luogo, dove si lavorava alacremente e anche loro finirono per aggregarsi agli omaggi al dio Pen.

Prima che la sua ira si riversasse anche su di loro.

Durante le notti del solstizio estivo, chi aveva dimora, in quella immensa valle si recava a rendere omaggio in quello che divenne un grande centro di culto dei Liguri.

In quelle notti d’estate si potevano scorgere fuochi sparsi per tutto il pianoro. Animali sgozzati sugli altari posti leggermente in discesa per raccogliere il sangue in ciotole di pietra.

L’apoteosi di quella cerimonia era sopra un’altare, più grande, in posizione rialzata rispetto a tutti gli altri, dove era sacrificato l’animale più grande, di solito un magnifico cervo maschio.

Il sacerdote pronunciava parole e formule antiche mentre il coltello penetrava nel collo dell’animale, il sangue arrossava rocce e terra ed era canalizzato da quell’uomo religioso con un lungo bastone.

Lui in quei rivoli di sangue sapeva leggere il futuro.

Iniziava un nuovo anno solare.

Erano raccolte alcuni tipi di erbe e si beveva la rugiada del mattino

Tutti, radunati ai piedi dell’altare ripetevano, come un mantra la nenia del sacerdote.

Poi iniziava la festa, intorno a quei fuochi, si attraversavano le fiamme con danze e canti.

Le donne si appartavano, seguite dagli uomini.

Qualche essere superiore aveva pianificato tutto, la primavera successiva sarebbe cresciuto il numero di individui in quella tribù

Per molti solstizi quel luogo fu usato dai Liguri come un grande santuario in nome di quel dio.

Il tempo passò, altri uomini arrivarono dai monti e poi dal mare, con nuovi attrezzi e nuove armi.

Gente violenta e non più rispettosa della natura.

Quei sacri megaliti divennero la materia prima per edificare le loro abitazioni in pietra e per il sedime di un’importante via di comunicazione.

Altre religioni si sovrapposero a quelle antiche venerazioni, ma sempre lì in quei luoghi.

Sacri per sempre.

Altre litanie vennero pronunciate da uomini religiosi.

Altri canti in coro echeggiarono in quella valle, in nome di un solo Dio.

Ma questa è un’altra storia.

Francesco Baggetti

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Quella Notte senza Luna

Qualche anno fa, in un paese semi abbandonato dell’entroterra ligure, un violento nubifragio, fu la causa del crollo di una vecchia stalla in disuso.

Al suo interno fu ritrovata una Balilla.

Poco restava di quell’auto, che fu rottamata.

Chissà chi l’aveva nascosta e poi abbandonata in quella stalla.

Ma un manufatto, magari una moto o un’auto ritrovati in una cascina, stalla o in un fienile, possono raccontarci storie lontane nel tempo

Gli accadimenti storici che si sono susseguiti realmente nella nostra regione, negli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale, sono inseriti in questo verosimile racconto, di quelle concitate giornate.

Una notte di aprile del 1945

La notte era senza luna e così doveva essere.

La sagoma nera dei faggi marcava il limite di quella strada sterrata.

La sgangherata Balilla, scendeva verso il Monastero a motore spento.

L’auto era stata riutilizzata dopo un brutto incidente, accaduto tre anni prima

Era morta la persona che era alla guida.

Si era cappottata appena dopo S.Giovanni, dove nella curva c’era già una croce in legno, per una grazia ricevuta

Dicevano che si era messo al volante bello ciucco, ed era finito in fondo al fiume.

L’auto fu acquistata a peso ferro, la carrozzeria semidistrutta, tagliata e modificata era stata trasformata in un camioncino, con il suo cassone in legno.

Anche bella da vedere!

Da qualche mese serviva ai Partigiani, di giorno era nascosta, per non essere requisita dai fascisti. Quando faceva buio era utilizzata per gli spostamenti nelle strade dell’entroterra.

Quella notte i distaccamenti Partigiani, erano stati allertati!

I tedeschi avrebbero fatto saltare il ponte sulla via Aurelia.

Tagliando la strada agli americani della Divisione Buffalo,che stavano arrivando da La Spezia

Loro due, dovevano, senza rischiare la pelle, perché la guerra era finita, controllare che non avessero minato la strada che saliva al monastero

Se saltava il ponte era giocoforza per gli Alleati passare per l’entroterra.

Alla diga avrebbero trovato altri Partigiani anche loro lì ad aspettare l’arrivo degli americani.

Era la fine di quella sporca guerra fascista!

Ma prima doveva passare quella notte senza luna.

Appena superato l’alto muro, che delimitava la grande proprietà terriera del monastero, l’auto si fermò di colpo!

“Hai sentito? E’ la campana della chiesa!”

” Ma no quello è il suono della cappelletta”

Restarono di colpo, in silenzio

Un orecchio attento poteva sentire, anche a distanza il battito di quei due cuori chiusi nell’abitacolo della Balilla.

La tensione era tanta, la guerra stava per finire, ma c’era aria di vendetta e di resa dei conti.

Avevano fermato la Balilla proprio in quella radura che loro ben conoscevano.

Dove c’era la fontana e la vasca.

I fascisti il giorno di S.Ģiuseppe avevano fatto entrare in quella vasca, le persone anche donne e bambini, che erano alla festa del santo patrono.

Usate come scudi umani durante un rastrellamento.

Ora erano lì loro due da soli, a bordo di quel vecchio rottame e i loro compagni Partigiani, troppo lontani per chiedere aiuto.

Avevano solo un moschetto e due bombe a mano

Ancora il suono flebile della campana!

Il monastero luogo misterioso!

C’era chi diceva che quelle possenti mura, servivano per non far scappare le persone rinchiuse lì dentro.

E quel suono di campane udite di notte?

Che cosa succedeva quando faceva buio in quel luogo sperduto?

E in quella notte senza luna? Era forse uno di quei novizi, conosciuto durante una bella partita di calcio un parentesi di svago, in quella calda estate, che chiedeva aiuto?

O qualcheduno di vedetta che li aveva visti arrivare e ora aveva dato l’allarme?

Ebbero la percezione che era pericoloso il tragitto lungo quella strada.

Tante cose tremende avevano già visto in quella sanguinosa guerra civile e se erano ancora vivi, nonostante le miserabili delazioni, le deportazioni, gli agguati e i rastrellamenti, era perché sapevano che la vita o la morte, spesso dipendevano da un’inezia, una disattenzione o il fidarsi di qualcheduno!

C’era solo una cosa da fare, dovevano capire chi stava continuando a suonare quella campanella e perché

La stalla era lì vicino, con il fienile in parte crollato.

Nascosero la Balilla, sotto al fieno, chiusero, non senza fatica la grande porta.

“Il moschetto è rimasto dentro!”

“Non vorrai mica prenderlo! Per i frati bastano due cazzotti, ma se invece ci sono i fascisti, meglio non farsi trovare con delle armi”

Nascosero le due bombe nelle fessure di un muro in pietra

La campana ora taceva.

Successe tutto all’improvviso!

Una figura incappucciata sbucò da dietro un albero!

Ci furono attimi di tensione!

Poi quell’ombra nera si tolse il cappuccio e riconobbero dal sorriso, quel fraticello svelto di gambe e con un buon tiro preciso, conosciuto sul campo da calcio

“Ho suonato io la campana non dovete proseguire il monastero questa notte è pieno di tedeschi!”

“E’ tutto il giorno che due autocarri, fanno la spola avanti e indietro dal monastero.”

“Stanno nascondendo qualcosa o qualcuno! Dovete andare a vedere, prima che tutto sparisca sottoterra. Noi frati abbiamo fatto un voto e non ci è concesso parlare con altre persone, che non siano nostri confratelli, so che siete dei Partigiani e voi dovete andare a vedere che cosa sta succedendo questa notte nel nostro monastero! Ho dei sai, che potete indossare perché possiate avvicinarvi senza problemi.”

Mai avrebbero pensato quei due marxisti di indossare degli abiti da frati.

Proprio loro, due mangiapreti!

Arrivarono in tempo, per vedere da dietro le grate di una celletta, tutte quelle casse ben sigillate, alla luce fioca di alcune torce, sparire nel cunicolo sotto al chiostro

Che cosa stavano nascondendo?

I tedeschi erano arrivati al mattino, quando sapevano che i frati erano tutti riuniti in preghiera e avevano convinto, con le buone i frati ad utilizzare quel luogo sacro, come deposito momentaneo di un loro bottino di guerra.

I fratelli maggiori per evitare spargimenti di sangue si erano sottomessi a quegli uomini in armi.

Che cos’altro potevano fare?Sistemate le casse nei sotterranei del monastero.

I tedeschi fecero radunare tutti i frati in chiesa.

Il silenzio in quel luogo sacro, fu rotto dai pesanti passi e dagli ordini secchi, che ora risuonavano nella navata.

Dall’altare parlò l’Abate

“Cari fratelli i nostri ospiti stanno per lasciarci, hanno voluto ringraziarci, lasciando una grande offerta al nostro ordine monastico”

“Noi dovremo custodire i loro beni per un certo tempo”

“Alcuni di questi signori, resteranno nostri ospiti per alcuni giorni”

Era l’oro dei tedeschi, che sarebbe poi servito a finanziare l’operazione Odessa, per comprare silenzi e connivenze, allo scopo di far fuggire tanti aguzzini nazisti in Argentina e in altri paesi del Sud America. A guardia di quel bottino di guerra e per sfuggire alla cattura, furono nascosti nel monastero degli alti ufficiali tedeschi e forse qualche ricercato italiano.

“Gli amici tedeschi ci hanno chiesto un fratello guida e un’interprete, per superare le alture e gli incontri con i Partigiani.”

” Hanno giurato sul santo che non faranno mai loro del male”

“Saranno rilasciati quando si saranno riuniti con il resto dei loro battaglione che li sta aspettando, superati i nostri monti”

In pratica due ostaggi per ricattare il convento!

Quelle parole rimbombarono nella navata della chiesa.

Un silenzio irreale era sceso in mezzo a tutti quei frati, i novizi iniziarono a pregare.

Il comandante tedesco ordinò di fare silenzio! E fece puntare le armi contro quegli uomini di fede.

Uno sguardo d’intesa fra di loro, un lungo sospiro e quei due Partigiani, vestiti da frati, si proposero, alzando la mano.

L’abate, superato l’attimo di sorpresa per quei volti mai visti prima, si inventò al momento, due nomi da frate e disse qualcosa al comandante tedesco.

Per quelle strane imponderabili circostanze della vita ora invece che far strada agli alleati, dovevano accompagnare i loro nemici!

Salirono per primi sopra il cassone del camion insieme a quattro tedeschi.

Fu l’ultima volta che i frati videro quei due giovani.

I Partigiani, non seppero mai che fine avevano fatto, quei loro compagni che avevano combattuto per la libertà.

Erano giorni concitati, gli accadimenti in quel lembo della nostra regione si susseguirono freneticamente uno di seguito all’altro

I tedeschi avevano fatto saltare quel ponte dell’Aurelia e altre vie di comunicazione, le avanguardie della divisione Buffalo furono costrette a utilizzare la viabilità del Monastero, per proseguire la loro avanzata verso il ponente della Liguria. I genieri americani in avanscoperta guidati dai Partigiani controllarono se la strada era minata.

Seguiti da un bulldozer che aveva raddrizzato qualche curva.

Passarono per prime le jeep e poi arrivarono i Dodge e i GM gli autocarri trasporto truppe.

Chi era presente quel giorno, racconta delle peripezie e dell’incoscienza degli autisti alla guida di quei mezzi!

Quella vecchia Balilla fu ritrovata per caso, dopo molti anni, in quella stalla.

Chi l’aveva nascosta lì non era più ritornato a riprenderla.

Marcio e completamente inutilizzabile è stato ritrovato anche il fucile, un moschetto mod.91

Quei due Partigiani, finti frati forse furono smascherati e fecero una brutta fine.

Ma è bello pensare che a guerra finita, era tanta la felicità e quei renitenti di leva che si erano uniti alla Resistenza, liberati chissà dove dai tedeschi, siano ritornati alle loro case, nelle loro famiglie.

Erano altre le cose da pensare e fare, c’era da rimboccarsi le maniche e ricostruire l’Italia.

Francesco Baggetti.

Riccioli Neri

Il temporale di quel giorno di fine estate, li aveva sorpresi, in quel grande prato, dove contro le nuvole, che risalivano dal mare, erano accatastate quelle tavole nere.

Pronte per diventare pezzi, di qualche barcone o di una chiatta, per il grande porto di Genova.

Lui le prese la mano e di corsa attraversarono quel posto allo scoperto.

Ora lì sotto a quei faggi, erano all’asciutto, ma di certo non al sicuro.

La luce di un lampo e subito dopo il boato di un tuono, li convinse ad abbandonare quel provvisorio riparo.

Non era la prima volta che succedeva, la fine dell’estate era sempre annunciata così, con il fuoco dei fulmini e il rombo dei tuoni.

Non appena smise la pioggia, lui riprese la sua bicicletta, nascosta in mezzo a un nocciolo.

Il bello di quella gita, era fare quella lunga discesa, verso il paese laggiù, in fondo alla valle, schivando buche e pietre.

Lei stava di traverso sul tubo della bici, fra le braccia di lui.

Si teneva forte al manubrio, mentre l’aria le scompigliava i riccioli neri.

I freni mordevano, quelle ruote storte della vecchia bicicletta.

Lei sapeva che cosa sarebbe successo, alla solita curva, per farla spaventare, lui avrebbe sbandato finendo nel prato.

Lei si sarebbe messa a gridare e lui a ridere!

Una volta erano caduti, una bella botta!

Ma per fortuna l’erba aveva attutito il colpo, lui si era spaventato, più di lei e non finiva mai di scusarsi e chiederle come stava.

In fondo era un bravo ragazzo, come tutti gli altri, in quella stretta valle, sotto quella grande montagna.

Lei lo prendeva in giro, per i suoi silenzi e quel suo modo di contemplare sempre ogni fenomeno, naturale o fatto dall’uomo.

Come quel giorno, che si era stufata ed era ritornata sulla strada, mentre lui si era soffermato a osservar quella cascina, ancora integra, ma completamente avvinta dall’edera.

Scoperta per caso, quando un forte mal di pancia, lo costrinse a cercare alla svelta un luogo ritirato.

Quel giorno, lei si era proprio arrabbiata!

Possibile che ogni volta, le doveva raccontare quella stupida storia, delle cose che mai accadono per caso?

E basta!

Aveva scoperto quella cascina, solo perché aveva esagerato a mangiar uova!

Stavano assieme solo da un paio di mesi.

Come tutti i ragazzi allo stesso modo.

Le prime passeggiate, loro due da soli, per le strade del paese.

Lui le regalò una cosa, che aveva costruito con le sue mani.

Un Sciurei, di corteccia di castagno.

Lei si divertiva a modulare il suono di quel piccolo strumento a fiato.

Si erano conosciuti nel ballo in piazza, alla festa di S.Pietro.

Quando erano ritornati gli uomini dalla Francia.

Sulle prime lei non voleva ballare, sapeva dalle voci di paese, che quel giovanotto aveva fatto piangere una ragazza, quando era partito con suo padre e suo zio a tagliar boschi oltralpe.

Lui prima di partire aveva detto a quella ragazza, di non aspettarlo, perché non sarebbe più ritornato al paese.

E così fece per due lunghi anni.

La gente di quel paesino mormorava.

Diceva che aveva un’altra, una contessa francese….che si era invaghita di lui e aveva abbandonato la sua nobile famiglia, per star con lui in una baracca al freddo e al gelo!

A l’amour!

Quel giorno quando lui la cinse con un braccio per il ballo, le sembrò di volare.

E questa sua sensazione la raccontò, per sempre per tutta la sua vita.

Non gli chiese mai conto di quella storia con la contessa francese.

Sapeva che non poteva esser vero.

Gli uomini partivano per andare a far vita grama nei boschi in Francia.

Si guadagnava bene e d’estate potevano ritornare a casa, a far i lavori in campagna.

Chi non aveva famiglia a volte rimaneva in Francia, d’estate a far la bella vita.

A scoppiarsi le paghe nella Ville Lumière!

E poi che cosa ci faceva una nobile, con un musone come lui!

Mamma mia!

Per farlo sorridere doveva fargli il solletico sotto ai piedi!

E manco sarebbe bastato!

Gli amici però dicevano che rideva eccome!

Più forte di tutti, ma lei non lo aveva mai sentito.

Però stava bene con lui, con quel giovane alto magro, sempre pulito e sbarbato.

Ma come si fa a spiegar il perché?

Certe cose sono così, nascono e sono per tutta la vita.

Sta a vedere che aveva ragione lui!

Con quella teoria delle cose che non capitano mai per caso!

La chiamava “Ciao Riccioli Neri” le piaceva quel nomignolo, anche quando le diceva che erano i capelli del diavolo!

Quante cose succedono, si accavallano, fanno ridere, disperare, sperare e deludere nella vita!

D’estate erano dure le giornate di lavoro in quella porzione di mondo, aggrappato alle pendici del monte.

Quando iniziava il periodo della fienagione, uomini e ragazzi, salivano in montagna e ci restavano almeno due mesi.

Di giorno sotto un sole che spaccava le pietre a far fieno, lassù nelle praterie della montagna.

Quando scendeva la notte prima di entrare nella Trunea o nel Cabanin, lui faceva dondolare il lume, per salutare quella ragazza, rimasta laggiù dove si vedevano tremolare le luci del paese.

Ma come si fa, quando la luna è alta in cielo, a rimanere lontano dalla persona amata?

Quella notte lei si svegliò di soprassalto!

Non era possibile! Quel suono…era un Sciurei!

Aprì lo scuro della finestra, era lui!

Le fece cenno di scendere, ma non serviva, in un attimo, lei era già lì, accanto a lui!

La prese per mano, come quel giorno sotto l’acqua.

Di corsa raggiunsero la collina, c’erano già stati, ma senza l’affanno di quella notte.

Che pazzo che sei!

Disse quando si salutarono, al primo gallo che aveva cantato.

Ci sono cose che nascono e sono per sempre.

Passarono dieci anni, tante cose erano accadute.

C’era stata una lunga sanguinosa guerra.

Ma di lui più nessuna notizia.

Si diceva che fosse in fondo al mare.

Affondato con una di quelle carrette del mare, le bare di tanti giovani marinai.

Aveva ragione lui, le cose non capitano mai per caso.

Quel figlio tanto cercato, non era mai arrivato.

Forse perché, qualcheduno lassù, aveva deciso che un bambino non doveva crescere senza un padre.

Le chiesero se voleva che il nome di suo marito, fosse pronunciato, nella messa dedicata ai dispersi in guerra, lei disse di no.

Lui non era in fondo al mare, sentiva che era ancora vivo e che sarebbe ritornato da lei!

La cosa più brutta che può capitare al mondo è piangere una persona amata, e non avere una tomba, dove portare un fiore.

Più di un uomo la chiese in sposa, ma lei si scherniva, diceva che era troppo in là con gli anni.

E che non pensava più a certe cose.

Lei sapeva che era vivo!

Aveva letto su una rivista, un articolo che parlava dei dispersi in guerra, era la storia di alcuni soldati, che mandati a combattere in Russia, avevano poi perso la memoria a seguito di un trauma.

Ma che furono ritrovati e riportati a casa, anche dopo tanti anni.

La corriera che saliva da Genova, ogni settimana lasciava un mazzo di fiori per lei, dalla fermata sulla piazza.

Le malelingue sono come le serpi, sono dove meno pensi di trovarle.

Le pettegole del paese, tessero storie di ogni genere, sulla provenienza di quelle rose e di altri fiori di stagione.

Che puntualmente arrivavano con la corriera.

Dissero che in quel periodo, mentre era a far la serva a Genova, si era messa a fare il mestiere più antico del mondo.

E che un signorotto attempato, non si dava pace dopo la sua partenza.

Le inviava quei mazzi di fiori, nella speranza di rivederla un dì.

C’era chi aveva visto, appeso al filo da stendere, un suo abito di seta, con una vertiginosa scollatura.

Dissero anche, che era diventata pazza ad aspettare.

“E lei che si fa recapitare quei fiori!”

Poi le consegne di quel mazzo, si interruppero, passò una settimana, anche un mese.

In quel paese non si parlava d’altro!

“Ecco avete visto! Sarà finalmente morto quel puttaniere!” pensarono e dissero i moralisti.

Ma un giorno, quei fiori erano nuovamente lì, dalla fermata della corriera, per lei!

Un mazzo ancora più bello!

Quando l’autista del torpedone finito il turno, andava nell’osteria, c’era chi gli faceva sempre quella domanda su quei fiori

Lui si era stufato di rispondere e ora a chi gli chiedeva qualcosa di quel mazzo, iniziava a inveire e a dire di pensare alle loro cose!

Sistemò tutto il prete, che senza fare nomi, nell’omelia della domenica, disse ai suoi parrocchiani, “C’è una donna che ha perso Dio, pregate per lei”.

“Perchè il diavolo si sa, nasconde i suoi artigli, anche nelle spine delle rose!”

Era quello il monito, che stavano aspettando, le bigotte e i bigotti del paese!

Non appena la corriera era scomparsa dietro la curva, c’era sempre chi si affrettava a prendere quei fiori e a gettarli nel fiume!

Riccioli Neri, aveva sempre quei bei capelli….

“Sono del diavolo!”

Dissero anche questo, quei bravi cristiani in quel paese in fondo alla valle.

A Riccioli Neri, serviva un bastone come sostegno, per una vecchia brutta frattura, ma aveva ancora tanta voglia di vivere.

Ogni giorno, ritornava alla fermata della corriera a veder se avevano recapitato i suoi fiori.

Lo fece sempre, anche quando erano sistematicamente fatti sparire dai suoi compaesani

Poi un giorno nessuno la vide più.

Pensarono, qualcheduno sperava, nel peggio.

Arrivarono i carabinieri, quando tutto il paese era già davanti alla sua casa.

Quella casa avvinta dell’edera.

In ogni paese c’è sempre un tuttofare, capace anche di aprire delle porte chiuse.

Quel brav’uomo aspettò l’ordine dei carabinieri e iniziò ad armeggiare con la serratura e riuscì ad aprire l’uscio di quella piccola dimora.

Era quella casetta fuori paese, con quell’edera, che aveva attratto la curiosità di lui, molti anni prima e che lei da tanto tempo accudiva nella speranza di vederlo arrivare.

Le cose non accadono mai per caso

Entrarono i carabinieri con il prete e il chierichetto al seguito, che portava il secchiello con l’acqua benedetta.

Passarono minuti interminabili.

Poi il prete, si affacciò a una finestra e con la mimica, fece intendere che la casa era vuota.

Approfittò di quella folla, assiepata nel prato, per benedire i suoi parrocchiani

La gente si inginocchiò facendosi il segno della croce.

Tutti pensarono ad una brutta fine di quella donna senza Dio e fu recitato il rosario.

Uscirono i carabinieri con una foto di lei, trovata in qualche cassetto.

Anche il chierichetto usci dalla casa con il secchiello.

Il prete invece tardava ad uscire e rimase nella casa ancora per un tempo infinito

“Starà cacciando il diavolo dalla casa!” pensava e mormorava la gente.

Quando uscì chiuse la porta e tenne la chiave con sé.

“Chissà dove sarà andata” pensarono per anni gli abitanti di quel paese.

Francesco Baggetti

I Ricordi de Bastian

Bastian, Sebastiano Delfino

Una foto dall’alto, dei Cien d’Invrea, restituisce alla vista, quella grande zona ortiva e da frutta, citata in antichi testi come “paradiso in terra prodigo di tanti frutti”.

Anche per i Piani d’Invrea fu l’uomo, che rese coltivabile questa ampia area, bonificandola da vegetali e pietre, creò un grande sbarramento, na Ciusa e un Beo alla confluenza du Rian de Sevisse cun l’Arenon, per l’acqua irrigua.

Sono con Bastian, Sebastiano Delfino, nella sua casa affacciata in quello stupendo anfiteatro sul mare, che è la località Terrarussa de Rensen.

Bastian è del 37 i suoi sono ricordi da bambino, quando chi coltivava quella grande piana nei pressi del Castello d’Invrea, erano tre famiglie contadine, Delfino, Calcagno e Pastorino, affittuarie dei lotti di terreno di proprietà del marchese d’Invrea.

Ogni Famiggia a dava reccattu au so Toccu de Tera, la coltivazione prevalente era il pomodoro, da dove si ricavava anche la salsa e la conserva

E poi c’erano gli alberi da frutta e la vigna.

E Perseghe du Marcheise, i cui primi frutti erano di diritto del marchese. 

Bastian ricorda u Ciccia, Delfino Giobatta, che con il suo camion trasportava le cassette di frutta ai mercati di Genova.

Le primizie erano coltivate nelle vetrine, i Calcagno riscaldavano la serra con una stufa a legna.

Ognuno aveva le sue semenze, scelte dalle piante più vigorose

L’acqua per irrigazione, proveniva dalla Ciusa, il canale era a pelo libero, ed erano i bambini, che dovevano mantenere pulito il Beo.

Ora per uso irriguo, visto l’inquinamento dell’Arenon, non è più utilizzata l’acqua della diga. Il fabbisogno irriguo è prelevato da una sorgente, nei pressi delle Sevisse, che convoglia l’acqua in una vasca in cemento, costruita negli anni sessanta.

Questa zona è chiamata da Porta di Murtè, era un varco fra le mura che cingevano questa parte della tenuta d’Invrea chiuso da un cancello.

Le mura, furono in parte demolite dal passaggio della Camionale e poi scomparvero, definitivamente a seguito della costruzione del raddoppio autostradale.

A ridosso delle mura, erano coltivati i vitigni di Rollo e Bosco, un’uva bianca per vino da pasto.

Da bambini era difficile resistere alle tentazioni di gola, veder e non assaggiare tutta quella bella frutta.

Gli adulti erano molto severi, tolleravano se era preso qualche pomodoro, tagliato a metà e mangiato con un po’ di sale, ma guai a Pittò l’Uga!

Si doveva chiedere il permesso, a volte concesso, di prendere un grappolo intero.

E poi bastava aspettare, quando la frutta doveva essere spedita ai mercati, e Perseghe Tucchè, erano scartate e destinate al consumo famigliare.

Bastian con i fratelli e gli amici facevano a gara a chi mangiava più pesche a testa.

C’era la grande festa dell’uva, si facevano grandi tavolate, arrivavano i parenti da l’Eguasanta, si mangiavano i Taggen cun u Tuccu de Cuniggiu.

C’era un occasione, per guadagnare qualche soldino, nelle giornate piovose, quando prestavano soccorso alle auto incidentate, che erano andate a sbattere, a causa dell’asfalto viscido, nella dura roccia d’Invrea.

La dinamica era sempre la stessa, si sentivano i rumori di un’auto che sbandava in curva, e andava a sbattere contro la roccia. La scena che si presentava a chi accorreva per prestare soccorso, era uguale a tante altre, il parafango si era accartocciato e bloccava la ruota anteriore impedendo o limitando la sterzatura dell’auto.

A questo punto entrava in azione Bastian e la sua banda di ragazzotti, per raddrizzare quei parafanghi devastati dall’urto, con dei legni, già predisposti per lo scopo. Chi guidava l’auto ringraziava e dava il dovuto per quel provvidenziale aiuto.

Se il danno era maggiore del previsto e non si riusciva nell’intento, allora si chiamava Cuneo, il soccorso stradale che era alla Mola.

Al disotto della curva, presso l’entrata del Castello d’Invrea, c’è un’edicola votiva, un Ex Voto di chi è scampato ad un’incidente stradale.

Tutte le curve dell’Invrea, del Portigliolo e soprattutto quella di Puntabella, negli anni sono state costellate da incidenti con vittime.

Coetaneo e compagno di giochi era Gaudenzio, figlio del marchese d’Invrea.

Una famiglia numerosa quella di Giorgio Invrea e la moglie Giulia Del Mayno di Crespiatica erede Centurione Scotto, ebbero sette figli.

In ordine di nascita

Ferdinanda Torino 1925, Maria Beatrice Brescia 1926, Raffaella Varazze 1927, Marosia Varazze 1928, Luca Abbazia Fiume 1929, Isabella Abbazia Fiume 1931, Gaudenzio Abbazia Fiume 1932, Clara Ascoli Piceno 1935.

La Famiglia del Marchese abitava in ta Ciasetta.

Giorgio d’Invrea, era un colonello dei carabinieri e si diceva che durante un safari avesse ucciso una tigre.

Nei loro giochi all’interno del Castello, aprirono un baule dove all’interno c’era veramente una pelle di tigre con tanto di testa imbalsamata!

Negli anni sessanta la grande tenuta agricola degli Invrea fu attraversata dalla Camionale.

Era il progresso che avanzava, con la costruzione delle infrastrutture autostradali che tanto sfacelo hanno fatto al nostro territorio.

La famiglia Delfino Giuseppe con la moglie Campani Maria e i cinque figli in ordine di nascita, Giobatta, Paolo, Sebastiano, Angelo e Roberto. Un’altro fratellino di nome Angelo era mancato per malattia.

Abitavano in una piccola casetta, dove la zona notte, da quella giorno era separata da una tenda.

Le auto che di notte passavano sull’autostrada, illuminavano con i fari l’interno della casa.

 Era uso tenere le biciclette in casa come quella di suo padre.

Durante un dormiveglia, Sebastiano vide un’ombra inquietante! Quella bici, illuminata improvvisamente dalle luci di un’auto sulla Caminonale, gli sembrò un mostro! E quel manubrio le corna di un diavolo!

I rapporti con i marchesi erano cordiali, i bambini erano di tutti, Liliana la moglie del marchese, quando vide quel ragazzo ossuto arrampicato sopra un albero, amorevolmente le disse “Sebastiano stai attento scendi giù che cadi!”

Il ragazzo nella foto, arrampicato su di un palo è Sebastiano.

La marchesa, era molto attenta all’economia della Tenuta d’Invrea, un giorno ebbe da lamentarsi, perché gli affittuari tagliavano l’erba per i conigli e raccoglievano la legna nel bosco, al di fuori del loro appezzamento di terreno in affitto.

Uno di loro, le rispose che era vero, prendevano erba e legna, ma l’erba e legna secca, era un buon innesco per un incendio, e loro facevano un’opera di bonifica preventiva contro gli incendi.

Il fattore degli Invrea, era u sciu Bozzano Stefano, che regolava le attività all’interno dei patrimoni terrieri degli Invrea, disponeva del taglio degli alberi e delle giornate di lavoro.

Nel sottostante Spurtigiò, abitavano tre famiglie i Comoli, provenienti da Genova, i Delfino con la lalla Moma e la famiglia di Valle Francesco.

I Cannoni d’Invrea

La Todt sulla punta d’Invrea posizionò tre batterie armate di cannoni antinave e contraerea.

Chi aveva assistito all’intervento della contraerea, contro un’incursione degli aerei alleati, riferiva di una probabile protezione di gomma di quei bombardieri, perchè i proiettili rimbalzavano, quando era colpita la carlinga.

Dopo l’installazione delle tre batterie e del telemetro, la Punta d’Invrea divenne un bersaglio per le incursioni aeree.

La Famiglia Delfino si trasferì au Cian de Spesie dove si sistemarono in un fienile.

Un giorno Sebastiano, fu morsicato da un Senestru, nero con i segni rossi, da anni estinto nel nostro entroterra.

Per prestare le cure del caso, fu chiamato il dott. Massone che arrivò au Cian de Spesie salendo dall’Invrea

La scuola per i bambini era dove ora sorge il complesso dell’Orizzonte, con la maestra Canestro. Nella foto il Cabiria

Bastian ricorda lo smantellamento di un grande traliccio, per radiocomunicazioni poi rivenduto come ferrovecchio.

Poco distante anche la postazione dell’aerofono.

Si racconta che nel campeggio del Cabiria a guerra finita, arrivarono due tedeschi, ma dopo qualche giorno, si dileguarono abbandonando lì la loro tenda, dopo qualche giorno, fatta irruzione nella tenda si scoprì una grande buca, scavata dai quei finti campeggiatori. Sotto quella tenda, probabilmente due ex soldati tedeschi, erano ritornati per riprendere le cose che vi avevano seppellito. Il frutto di qualche ruberia, compiuta quando durante la Seconda Guerra Mondiale, erano di stanza nella nostra città.

Durante la ricostruzione post bellica, dalla spiaggia de Ciassa Grande era prelevata la sabbia, sollevata fino ad arrivare sull’Aurelia tramite un verricello a scoppio.

In prossimità dell’entrata al castello d’Invrea, lato mare, c’era un sentiero che scendeva a Ca da Rei in Ciassa Grande, dove gli Invrea tenevano la barca da pesca, oggi questa viabilità non è più percorribile.

Bastian ricorda le tombe dell’Invrea, tumulate sotto la chiesa di S.Maria in Latronorio.

Per i funerali di ogni abitante dell’Invrea, la confraternita indossava una cappa bianca e partiva con la crocetta in testa, seguendo il carro trainato da cavalli fino al cimitero di Varazze.

Era obbligo di tutti i confratelli, essere presenti alla cerimonia funebre, in caso di indisponibilità, si doveva essere sostituiti, pagando eventualmente la persona che ne faceva le veci.

Era grande la festa dell’Invrea, celebrata nei pressi del Castello. Il 29 settembre in ta Ciassetta e nel parco si allestivano i banchetti, gh’ean e Reste de Nisoe Fistecchi e i Dusci da Vasin-a

Per l’occasione erano all’opera le cucine del castello, con il tipico piatto degli asparagi con formaggio e funghi.

Le funzioni religiose erano officiate da don Monti.

Bastian ricorda quando la notte, don Monti rincasava e per far luce, adoperava una torcia dinamo, che faceva un ronzio inconfondibile.

Durante le loro scorribande al castello videro nei seminterrati le bellissime carrozze degli Invrea

Finisce qui il racconto del periodo dell’Invrea di Bastian

Con una buona Parola di don Monti, Bastian fu assunto nei Cantieri Baglietto, lui aveva già una pregressa esperienza di maestro d’ascia nel cantiere di Protto.

Mercoledì 7 giugno nella bellissima sede della L’Associazione Culturale Storica Torre dei Saraceni di Arenzano, presenti Sebastiano Delfino, Roberto Delfino e Mario Traversi, grazie alla gradita ospitalità, ho presentato questo mio articolo.   

foto Archivio Storico Fotografico Varagine e Famiglia Delfino

A Giescia de S.Miche’ au Santuaiu

I Longobardi adoravano Wodan, il signore della guerra.

Quando si convertirono al cristianesimo, quel popolo di guerrieri fu subito devoto alla figura dell’invincibile Arcangelo Michele.

A questo santo dedicarono molte chiese, in posizione dominante, dove c’era un crocevia o un’ importante viabilità.

Nell’entroterra di Varazze, erano dedicate al primario culto di S.Michele, le attuali chiese di S.Donato e di S.Antonio all’Alpicella.

Alpicella/Alpisella è lo stesso toponimo, che ci tramanda luoghi di pascoli e di recinti per animali.

Grazie a un documento della Società Savonese di Storia Patria, sono a conoscenza di una mappa, dove si evidenzia, una chiesa, di S.Michele di Alpesella, nella valle del Flumen Lavagnola, zona del Santuario di Savona.

Sulla cartina anche una “ Argentiera” e lì vicino, una misteriosa petram Aguzarolam.

La cosa è molto interessante!

Invio un messaggio a Laura Brattel, da poco abitante, nella valle del Santuario.

Mi risponde che conosce quella chiesa e poi mi dice che si potrebbe andare a vederla.

“Ma no” dico” tu hai i tuoi impegni era solo una mia curiosita”

Incredibile Laura!

Dopo un paio di giorni ha già organizzato la visita alla chiesa di S.Michele!

L’appuntamento è dal piazzale del Santuario di Nostra Signora della Misericordia

Laura mi presenta i suoi amici, faccio la conoscenza di Barbara Cerutti e dei suoi figli Noah e Josè, poco dopo arriva Filippo Minuto.

Completano il gruppo, gli amici, Antonella Ratto e Giorgio Pollogno.

Laura, Barbara e Filippo sono freschi di nomina GAE Guide Ambientali ed Escursioniste.

Tre guide escursioniste insieme a noi! Che cosa volere di più!

U Briccu de San Michè e lì che incombe sopra le nostre teste!

Da u punte da Crava si svolta in sponda destra del Lavagnola, qui sulla parete della locanda, una targa in marmo segna l’impressionante livello raggiunto dall’acqua del Lavagnola, il 22 settembre del 1992, ben oltre i due metri!

Si oltrepassa un rifugio antiaereo, interdetto all’accesso, per poi inerpicarsi imboccando una stradina in salita, ad attraversare un bosco misto di pini e castagni.

E’ l’antica viabilità che proveniente da Lavagnola, va in direzione di Cadibona.

E’ un’antichissima strada.

Il Ciappin de Pria, risulta in parte divelto, dalla forza dell’acqua piovana, che venuta meno la manutenzione dei Schivà, i canali trasversali, precipita a valle con notevole velocita e forza di erosione.

La salita è abbastanza impegnativa, ma chi aveva progettato questa viabilità ha realizzato alcuni tratti pianeggianti, dove era possibile schivarsi con chi arrivava in senso opposto.

In corrispondenza di questi tratti di strada in piano, sono visibili dei bei terrazzamenti.

Si incontra a sinistra un Seccou per castagne e poi, quando si entra in un bosco di castagne alla nostra destra, avvinta dall’edera e semidiroccata, appare una grande casa colonica.

I muri di buona fattura presentano molte inclusioni di cocci di mattoni e di coppi

Il forno integro è potenzialmente ancora funzionante

E’ probabile che in questo grande edificio, sotto lo stesso tetto, abitavano, come era per ogni dimora contadina, nonni, figli e nipoti

Per salire al primo piano c’è una scala in pietra.

Sugli scalini serpeggia l’arbusto dell’edera, che forma nella parte sommitale di questa casa, un’ immensa chioma verde.

La strada compie un paio di tornanti, poi con un altro tratto in salita, si arriva ad un grande prato con gigantesche felci

Qui ad un bivio, il Ciappin della strada per Cadibona, prosegue verso il Bric Giardina.

L’altra diramazione arriva alla chiesa di S.Michele.

In questo pianoro, converge anche una strada tagliafuoco, che può essere percorsa con un mezzo fuoristada.

Arrivati in vetta a questo Bricco eccola la chiesa di S.Michè!

Edificata nel 1180 a 381 metri di altitudine, molto probabilmente sopra le vestigia di un precedente manufatto.

Questa zona è citata in un atto di donazione stipulato il 28 dicembre del 1097 nella più antica testimonianza documentaria, presente nell’archivio della chiesa di Ferrania.

Da questo prezioso documento si evince che: i marchesi Bonifacio e Enrico fecero dono alla suddetta chiesa di alcuni dei loro possedimenti terrieri, ivi compresi ogni sorta di beni presenti.

Case, terreni e vigne, terre arabili, prati e pascoli, selve boschi e dirupi, terreni scoscesi e paludi, castagneti e rovereti, al-beri fruttiferi, chiese e mulini, luoghi di pesca, terreni colti e incolti divisi e indivisi.

Nell’elenco non sono comprese le miniere.

E’ probabile che ancora non si estraevano le rocce argentifere

Era prassi comune, da parte dei signorotti locali, la donazione alla chiesa di alcune proprietà, come atto di fede e per salvarsi l’anima

La chiesa di S.Michele rispetta l’orientamento Versus Solem est/ovest e occupa tutta la larghezza della radura sulla vetta del Bricco de Michè

A questo punto è lecito pensare che esista o era esistita, un’altra strada di accesso che arrivasse all’entrata della chiesa

La struttura di questo edificio è molto rimaneggiata.

Forse un tempo fu utilizzata per altri scopi.

Una finestra della chiesa è stata modificata, allargata e funge da entrata.

Nel lato corto dell’edificio esposto al tramonto del sole è ben visibile il tamponamento del primitivo varco dell’entrata.

Sono evidenti modifiche in altezza e forse la chiesa è l’ampliamento di una preesistente cappella campestre

In tempi ancor più remoti, qui poteva esserci stato un castellaro, posto a guardia del percorso e con un ottima vista della valle del Lavagnola.

Muri a scarpa, altri cocci e mattoni inclusi nelle mura fanno pensare a chissà e a quante vicissitudini storiche e persone sono passati da qua.

Seduti sulla panca in un bel momento conviviale, si chiacchera di un po’ di tutto si scoprono parentele si tramandano i racconti delle persone che hanno vissuto in questa zona.

Noah e Josè per niente affaticati, perlustrano, questo cocuzzolo che sovrasta la zona del Santuario

E’ l’ora della merenda!

Laura ha portato due tortine di erbe selvatiche, una di Crespino e una di Ortica con altri ingredienti e qualche erba aromantica, molto buone!

Barbara con i suoi figli hanno confezionato degli amaretti, faccio il tris di questi buonissimi dolcini!

A fine merenda la squisita tisana di Laura a base di mandarino e rosmarino, mantenuta calda dal termos.

Un ultimo sguardo alla selva che si intravvede nella valle del Lavagnola, qualche foto di gruppo e lasciamo la chiesa di S.Michele.

Il ritorno prevede un’altra direttrice, con arrivo a S.Bernardo in Valle.

Questo percorso con una viabilità più recente, è meno acclive di quello che arriva dal Santuario.

Anche in questo lato du Briccu de San Miche’il territorio è molto antropizzato.

Molti terrazzamenti, ben soleggiato ma tutto in stato di abbandono.

Come testimonianze di un

preesistente frutteto, resistono alcuni alberi da frutta, ciliege e nespole.

Una piantagione di fichi d’india ha colonizzato tutta la larghezza un terrazzamento.

Si passa in mezzo ad un bosco de Ersci, che lasciano poi il posto a grandi arbusti di corbezzolo, con le immancabili Brughe

Superiamo un’antica frana e al termine di una discreta discesa si arriva au Campu.

Una zona terrazzata e prativa, dove insistono due fabbricati uno in parte diruto, l’altra cascina è in buono stato di conservazione

Al limitare del pianoro almeno una sessantina di anni fa o forse più, al termine delle feste di Natale fu piantumato l’abete rosso che era stato addobbato.

Oggi è diventato un bellissimo grande albero dall’immensa chioma!

Poco oltre questa zona, alcuni bruchi di farfalla sono già saliti sugli steli delle erbe per compiere la loro metamorfosi.

Laura raccoglie un po’ di fiori di timo che in questa zona diffondono il loro odore.

Le servono per preparare un liquore.

Si scende lungo un viottolo e poi lungo una strada in asfalto, per arrivare alla grande chiesa di S.Bernardo in Valle

Qui nei pressi del chiostro, sono da vedere i dipinti sulle porte di Imelda Bassanello.

Disegnati dall’artista negli anni 90, con i bambini della vicina scuola elementare.

Sempre belli anche dopo trent’anni!

Arricchiti con il tempo di infinite sfumature.

Di notevole interesse storico, le targhe in marmo con diciture in latino, presenti nel chiostro della chiesa di S.Bernardo in Valle.

Il contapassi di Giorgio segna 7 km percorsi in questa bella escursione alla portata di tutti, dove si possono ritrovare tutte le testimonianze delle antiche attività, che erano praticate almeno fino alla metà del secolo scorso, in questa zona denominata Alpesella.

Si fa un pezzo di strada asfaltata per arrivare nel piazzale del Santuario.

Laura raccoglie le ultime erbe.

Qui mi congedo dai miei amici e li ringrazio, per questa bella e cordiale iniziativa organizzata da Laura, Barbara e Filippo con Noah e Josè educatissimi bambini che ci hanno rallegrato con la loro vitalità e la loro conoscenza del mondo vegetale e delle ricette.

Grazie alle guide escursionistiche GAE

Laura Brattel, Barbara Cerutti e Filippo Minuto.

Cose gh’ea na otta, in Numascelli

-Stanni sittu! Che nu ti capisci un belin! Ti ste sciu da Teiru! Lascia parlò mi e Antonella! Fanni a punta a matita e scrivi!-

Così con fare burbero mi apostrofa Gianballetta, mentre Antonella ride di nascosto.

Nonostante sia offeso nel profondo, per le mie origini, sono da Maiustina a prendere un caffè con Gian e Antonella.

Magunato e a capo chino, prendo nota delle attività che erano presenti negli anni 50/70 lungo la più trafficata e commerciale via du Burgu.

In Numascelli non ci azzecca nulla con il Lanzerotto.

Ghe discian cuscì, perché a Vase se ghe andava a catta’ a carne, Sasissa e Trippe

A proposito de Vase ho scritu sta cosa.

In Numascelli, partendo dau Punte per arrivare in piazza Beato, nel lato destro della via, c’erano le seguenti attività commerciali.

L’Edicola Buelloni poi di Tobia e di Biagi

L’Osteria da Candida e poi Alimentari du Burca

Tessuti Ferrando

Bar Stella di Ratto

Calzature du Babilan (Volpone)

Pescheria du Caaman

Ferramenta u Bigura

Abbigliamento u Cineise

Osteria di Vallarino

Alimentari Incerti

Farmacia Gallo

Negozio di Tessuti, poi Supermercato Cerati

Alimentari da Francesca (Crescenzio)

Macelleria du Buggia

Elettrodomestici Parodi (Napoleone)

Fotografo

Mobili du Milanin

Coop

Armeria Franchi

Magazzino e laboratorio mobili du Milanin

Alimentari Morscian

E siamo arrivati in Ciassa du Cumune Vegiu

Ho scritto l’elenco di destra de via Numascelli sempre umiliato per le mie origini e la mia ignoranza da Gianballetta, Antonella ride

divertita.

Nel lato sinistro di via Malocello, a partire da Sutta i Portici negli anni 50/70 c’erano le seguenti attività

Osteria da Irma

Fiorista

Latteria di Luigi

Frutta e Verdura da Spassin-a

Tappezziere Novelli

Osteria Maiustina

Frutta e Verdura da Gemma

Panetteria da Cantalù

Calzolaio

Barbiere Giobetto

Banca S.Paolo

Frutta e Verdura

Casalinghi Marisa

Armeria Camogli

Ombrellaio Bruzzone

Calzature Romano

Ferramenta Canavella

Edicola Franchi

Alimentari Colombo da Rinuccia

Finisce qui questo elenco.

Sono 40 attività che negli anni 50/70 erano aperte in via Numascelli.

-Solo 38? Noi sciu da Teiru ne avevamo molte di più

– Ma cosa ti disci! Sciu da Teiru nu gh’ei mancu i oggi pe cianse!

Gli rispondo con un nobile e canzonatorio vu scià

– A sci? Ma cose vu scià a credde che sciu da Teiru semmu tutti abburtumelii? Se vu scia a arve, quelle cose, che ghe tegnan sciu u berettu, ghe fassu sentì na cosa. Vu scia a le bunna a cuntò?

E gli elenco ad una ad una, tutte le attività, che negli anni 50/70 erano aperte nel sciu da Teiru, a partire dau Punte, per arrivò ai Defissi.

La conta delle attività sciu da Teiro è di 82 esercizi commerciali e artigianali!

Questo elenco compilato grazie a G.B Caviglia sarà pubblicato a giorni su questa pagina di Faceebok

– Alua cosa vu scia me disce?-

– Te diggu che na otta a Vase emmu buin a fo tuttu! Aua mancu ciù un serciu cun un gottu!-

foto Archivio Storico Varagine

le foto di via Malocello, sono datate 1935

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

Io, Giorgio e Giuseppe

Negli anni 70/80 Bacci con la sua fisarmonica e il suo carattere gioviale, sempre con un sorriso, insieme a u Spagnollu, sono stati una presenza costante dove si ballava il liscio.

In te Muggine, Giavarussu da Santinin a Sanda ma anche ad allietare tutte le innumerevoli sagre nelle frazioni.

Nelle feste in piazza o nelle balere, si sentiva da lontano l’inconfondibile suo stile musicale.

In quegli anni, ci fu un revival del ballo liscio.

Tutto pianificato, complici i performanti gruppi musicali, quasi tutti romagnoli, da Casadei a Castellina Pasi ecc.

Grazie ai loro spettacoli televisivi, alle tournée, e poi all’industria discografica, tutti si misero a ballare il liscio, walzer mazurche, polka, tango walzer lenti.

Anche la mia generazione si esibì sulle piste da ballo liscio!

Il primo problema però era, saper distinguere un ballo dall’altro!

Poi imparare i passi, per ogni tipo di ballo diversi, andare a tempo di musica e sapersi coordinare con la partner.

I primi rudimenti, li imparai a casa mia, tediando le mie sorelle con la musica liscia.

Fu poi la cugina di Giuseppe che mi insegnò a “fare i primi i passi”

Spostando tavolo e sedie dalla cucina della zia, con un mangianastri quel locale diventava una sala da ballo!

Li potevamo fare le nostre evoluzioni.

Ma poi, come in tutte le cose, anche per il ballo l’arte si imparava sul campo, nelle sale da ballo.

Ringrazio oggi, tutte le signore e le ragazze a cui ho chiesto se volevano ballare con me.

Mi presentavo, dicendo che non ero capace di ballare.

Ripensandoci oggi, mai nessuna mi ha detto “lasciamo perdere!”

Grazie a loro e alla loro pazienza, ho imparato a poco a poco a destreggiarmi in tutti quei balli.

Poi le cose si complicarono come sempre succede, con i nuovi stili di ballo i cosiddetti balli figurati.

Allora ci iscrivemmo, io Giorgio e Giuseppe, ad una scuola di ballo a Savona.

Diventammo veramente bravi o perlomeno…

questo è quello che noi pensavamo.

Sempre insieme negli anni più belli, io, Giorgio e Giuseppe.

Andammo a sfidare altri ballerini, alla Perla di Cairo, al mitico Palladium di Acqui o al Lavagello di Castelletto.

Ma mica per il ballo! Era cercare e conoscere le ragazze, il vero scopo di quelle serate e dei balli all’aperto!

Con le nostre macchinine anche d’inverno freddo nebbia e neve, niente ci fermava!

Una sera, di ritorno da una di quelle trasferte forse a causa di una lastra di ghiaccio, finimmo in un prato!

Ma poi arrivava l’estate, con le feste e i balli in piazza!

Si iniziava al giovedì e seguendo sagre e sale da ballo all’aperto, si terminava la settimana, la domenica sera alla società Aurora di Valleggia.

Qualche gruppo musicale, arricchì il suo repertorio con la musica rock and roll, boogie boogie e il twist, dove io e Giorgio eravamo imbattibili!

Uno difronte all’altro, ci sfidavamo a chi riusciva a toccare più volte le ginocchia a terra!

Non di rado queste nostre evoluzioni, attiravano l’attenzione e dal palco dell’orchestra facevano il nostro nome!

A Ca du Tabachin

Di questo edificio restano solo le pietre di fondazione, di quella che un tempo era una casa bottega.

Quando a Stra de Fo Lungo, era molto frequentata per l’andirivieni oltre il Giovo Ligure, qui viandanti pellegrini e commercianti trovavano tabacco ed altri commerci.

Borsa nera e contrabbando.

Già dal Medioevo era in vigore il dazio, una tassa da pagare per far entrare merci in una città, il pagamento di questa tassa di consumo, era sospeso in occasioni di fiere e mercati.

Quando i commerci navali divennero preponderanti per un certo periodo di tempo il pagamento del Dazio fu sospeso.

Lo impose nuovamente la Repubblica di Genova.

Durante il periodo napoleonico nei primi anni dell’800 fu gestito da un apposito contingente militare.

Con il Regno d’Italia furono istituiti i Dazi, secondo l’ordinamento piemontese.

Le merci in entrata nelle città dovevano “pagare dazio”

Da sempre per una giusta causa o per propri lucri, l’uomo ha cercato di eludere questa ingiusta tassazione.

A Ca Du Tabachin, strategicamente immersa nel bosco, un po’ discosta da una strada di grande comunicazione era una di quelle tappe fisse per chi si approssimava a valicare lo spartiacque dei monti liguri.

Chi transitava da e per il passo di Fo Lungo da a Ca du Tabachin poteva procurarsi il necessario per il vizio del fumo e magari far altri commerci non proprio leciti.

Per interrompere questi commerci fu forse rasa al suolo e depredata delle pietre

In tempi più recenti la via del contrabbando nella nostra città aveva altre direttrici

I Camalli de Stecche recuperavano le sigarette sbarcate nottetempo fra gli scogli d’Invrea e per sentiero salivano verso il Monte Grosso.

Storie tramandate di strane apparizioni a Ca du Diau, di luci e di quella campana della chiesa della Guardia che suonava senza che ci fosse nessuno, furono probabilmente divulgate per tenere lontana la gente, nelle ore notturne da quella zona.

Grazie a Maurizio Pescio per avermi accompagnato alla ricerca di Cascine e Seccou da Vegia Arpiscella.

Un Giorno di Maggio

Era il mese di maggio quando ci siamo conosciuti ricordi?

Andavo di solito con due miei amici, nelle sale da ballo, dell’entroterra.

Quelle dove si ballavano i lisci.

Avevamo frequentato un corso di ballo durante l’inverno

Potevamo, destreggiarsi in qualsiasi ballo e in ogni sua variante!

Ma il guaio grosso di quei locali, dove si ballava il liscio, erano le facce… sempre le stesse!

Fu per questo che quel pomeriggio, ti notai subito.

Come mai eri capitata proprio lì ?

Presi su un po’ di coraggio, mi avvicinai e ti chiesi di ballare.

Tu non volevi, perché in quei balli non ci capivi niente.

Insistetti un pò rassicurandoti che era tutto abbastanza semplice.

E così scendemmo in pista.

La cosa buffa era, che io ti chiedevo scusa, quando tu mi schiacciavi un piede.

Come se tutto d’un colpo avessi dimenticato tutte quelle lezioni di ballo!

Poi conobbi il tuo sorriso.

Il tempo passava, come passò veloce quell’estate

Partii a settembre per l’anno di militare.

Con il cuore gonfio di nostalgia.

Ma si può avere nostalgia a vent’anni?

Certo se sai che non li avrai mai!

Mi hai scritto quelle lettere che ancora conservo.

Iniziano con “Caro servitore della Patria”

L’unica cosa che mi è rimasta di te.

Maledirò sempre quell’anno con le stellette.

Non mi ha dato niente.

Si è preso i miei vent’anni e il tuo sorriso.

Ma la vita è fatta così, di tante cose che potevano essere e che invece finiscono.

Sono passati tanti anni e non ti ho mai più rivista.

Chissà dove sarai e come è stata la tua vita.

Sarebbe bello rivederti dopo tanto tempo.

Anche se poi finiremo per dir le solite cose.

E poi tornare indietro con i ricordi.

A quel giorno di maggio al tuo sorriso.

A quei vent’anni mai avuti

Ma chissà se tu ancora ti ricordi di me.

Ciao

Francesco Baggetti

E come le “Passanti” di De André, di questa storia…. ti piace ricordarne il sorriso.

I Pescuei da Miccia

A guerra finita, le industrie di Varazze erano in ginocchio, mancava ogni cosa.

La gente doveva arrangiarsi, per mettere qualcosa in tavola e tirar su dei figli.

Un’attività illecita, come era la pesca con le bombe, diede comunque sostegno a qualche famiglia.

“Un fischiu da Madunetta e poi quandu u treno u l’arrive in Ciassa Grande, deve fischio’ sempre fintantu che u cunta fin a desce.” “Se u vedde di caramba, alua deve fischio’ sempre prima de tutte e gallerie! Da quella de Santa Cateina in avanti!”

I nomi propri sono riferiti alle gallerie della linea ferroviaria dopo la Mola, verso Cogoleto, chi doveva capire era il macchinista, un nostro concittadino, alla guida del locomotore, che trainava il convoglio ferroviario, in direzione di Genova.

Doveva far fischiare il treno, prima della galleria della Madonetta, per avvisare che era tutto sotto controllo e poi, appena passata la galleria dei Pescatori, iniziare con il fischio e continuare per dieci secondi.

Ma se il macchinista vedeva qualcosa di sospetto, dei carabinieri o dei finanzieri, allora doveva suonare, ad ogni ingresso di galleria a partire da quella di S.Caterina.

Ma perché queste raccomandazioni ad un ferroviere?

E perché poi far fischiare il treno, per un tempo interminabile,in Ciassa Grande ?

Forse perché dopo quella grande spiaggia c’ è il tunnel più lungo, la galleria Invrea?

Risolve l’enigma un documento, emesso dalla prefettura di Savona il 28 maggio del 1945

Era così intitolato

– Pesca con esplosivi prefettura di Savona numero 7955 Savona 28 maggio 1945

Oggetto pesca con esplosivi ai sindaci di: Savona Varazze Albissola mare Vado Ligure Bergeggi Spotorno Finale Ligure Borgio Verezzi Pietra Ligure Ceriale Loano Albenga Alassio

Viene segnalato a questa prefettura che in parecchie località della zona rivierasca viene praticata la pesca con esplosivi.Tale sistema di pesca, che è assolutamente proibita dalla attuale legislazione sulla pesca, oltre a costituire un reato rappresenta un danno rilevante all’ambiente marino-

Ci furono appelli a consegnare armi ed esplosivi, che risultavano essere in possesso dei cittadini, trafugati dopo la precipitosa fuga dei nazifascisti dalla nostra città

O con la razzia di caserme alloggi e bunker.

Qualche arma fu consegnata per paura delle denunce.

Ma l’esplosivo prese un’altra via.

E così fu anche per alcune armi da fuoco pesanti,mai più consegnate e di cui se ne sono perse le tracce.

Le bombe a uso pesca di frodo, erano di due tipi, quella più semplice costruita con la “saponetta” di tritolo, che si poteva tagliare in lunghezza, a seconda del ciocco che si voleva fare.

Se scaldata a bagnomaria, diventava una sostanza malleabile e poteva essere modellata e inserita in un contenitore, serviva poi ovviamente, un detonatore, innescato da una miccia corta.

La preparazione dell’altra bomba, era un po’ più complessa occorreva un barattolo, tipo quella da conserva o della carne in scatola.

Si riempiva di esplosivo, quello recuperato svuotando i proiettili del loro contenuto, poi si praticava un foro sul coperchio.

Detonatore e miccia erano inseriti all’interno, tramite questa apertura, si sigillava il tutto, con lo stucco da vetri e l’ordigno era pronto.

La zona prescelta, era quasi sempre il tratto di mare, di fronte all’attuale Lungomare Europa.

Il posto migliore era presso la punta d’Invrea, nascosta alla vista della soprastante via Aurelia e inarrivabile da terra.

Era necessaria un’operazione preliminare, si doveva attrarre il pesciume, Brumessandu, pasturando anche per ore, con avanzi di cibo e pane, attirando così i pesci in una determinata zona in prossimità degli scogli.

Per controllare la presenza di pesce sotto il pelo dell’acqua, si adoperava u Spegiu, una latta il cui fondo era stato sostituito da un vetro trasparente.

Sono molte le zone pescose nel tratto di costa che va da Punta Bella, alla Villa Araba, tutte da ritrovare in mezzo al mare facendo collimare due punti fissi sulla terraferma, le cosidette mire.

Alcune di queste sono denominate Bedin, Beneitu, il Forziere, u Bancu, a Ciapassa, a Secca d’Invrea e u Vapure.

Di solito, si lanciavano le bombe, dagli scogli, magari aumentando la capacità dirompente dell’esplosivo, in modo da ottenere un maggior effetto sulla fauna ittica.

Quest’attività illegale era molto redditizia, si portava via, quasi sempre, un bel bottino, con qualche rischio, ma senza fatica e molto rapidamente.

Era una vera e propria ecatombe, i pesci morivano all’istante a seguito dello spostamento d’acqua provocato dall’esplosione sottomarina.

Dopo l’espolosione, venivano a galla centinaia di pesci morti e potevano essere raccolti a mano.

Da subito ci si dedicava a quelli che, storditi dall’effetto bomba e con la vescica natatoria dilatata, venivano in superfice e potevano essere recuperati con un retino.

Quelli di grossa taglia che tentavano di scappare erano inseguiti anche sott’acqua e presi con la fiocina.

“Cun a cicca in bucca aseisa e a bumba in man, aspettavu u primu fischiu e quandu vedeimu spunto’ u trenu da Madunetta asendeivu a miccia, cun a cicca e lanciovu a bumba in ma”

Le micce per esplosivo, hanno la capacità, visto la loro composizione chimica, composta da combustibile e comburente, di continuare la combustione anche sott’acqua, per cui se il lancio era ben fatto si udiva solo un sordo boato, con una colonna d’acqua fuoriuscire dal mare.

Le cose erano ben diverse, se l’esplosione avveniva a pelo d’acqua.

Il boato era udito da tutti e c’era il pericolo che arrivassero le forze dell’ordine, allora c’era un fuggi dagli scogli.

Ma se i pescou da miccia erano con una barca allora si mettevano di buona lena ai remi per scappare con la paura di essere arrestati!

La zona alla foce del Portigliolo, era uno dei luoghi predisposti per portare a riva il pescato.

Già covo di pirati e contrabbandieri.

Qui il frutto del reato, era rapidamente sbarcato e trasportato in città, magari venduto sottobanco molto spesso in bella mostra nelle pescherie.

Na cascetta de anciue, era regalata al macchinista del treno e naturalmente per chiudere occhi e orecchie anche a qualche autorità locale.

Anche i ragazzi di Cogoleto partecipavano a questa attività.

In bici andavano di vedetta sullo stradone a Puntabella e avvisavano i pescatori di frodo, della presenza delle forze dell’ordine, con un drappo bianco fissato ad un ramo.

Alla visione di quel segnale allora i dinamitardi tornavano indietro e remavano fino alla spiaggia dell’Ersciu, inarrivabile via terra.

Tiravano in secco u guzzu e a turno “se arrampigniavan su pe u scoggiu”, per vedere se ancor c’era pericolo e quel drappo bianco appeso.

In alternativa si poteva abbandonare il pescato su la spiaggia dell’Ersciu o in quello del Lagu delle Donne, aspettando magari le ore notturne per il recupero.

C’era un varco ora murato, dove si poteva accedere all’interno della galleria del treno, ancora visibile ma oggi interdetto al passaggio, a metà circa della galleria Invrea.

Neanche il mare mosso fermava questa attività e alcune bombe furono tirate anche dalle spiagge, aspettando che il moto ondoso riportasse le carcasse dei pesci a riva.

Ma non tutto andava sempre a buon fine, per cento volte si riusciva a farla franca e poi l’incompetenza o la troppa confidenza con l’esplosivo, fu causa di diversi incidenti.

Ci fu chi perse la vista e l’uso delle mani a seguito di un’esplosione accidentale di quelle bombe artigianali.

Per facilitare la pesca in acque dolci, si usava avvelenare le pozze d’acqua con la calce e aspettare che i pesci arrivassero boccheggianti a galla.

Ma questo non bastava allora per acchiappare le anguille, si usava la corrente elettrica, allacciandosi direttamente alle linee aeree.

Questa fu la causa della morte, per elettrocuzione di un nostro concittadino, nei pressi del rio Rianello

Allego a questo articolo alcuni commenti ricevuti.

Renato Righetti.

Una parte del racconto la condivido, dico piu’ ho meno 50× 100 per quanto mi ricordo di persona.Allora eravamo circa 5 o 6 e andavamo a pescare con il trittolo,devo ammettere che Io personalmente ci sono stato solo un paio di volte,ma due dei miei fratelli ci andavano spesso.Come gia’ detto erano unna cumbriga,posso anche fare il loro nome( u Ciffuleru’,l’Ursu’ u Peiqua’ e mio fratello maggiore,Bruno).L’ursu’u steivain scia posta a fare la quarda che non arrivasse la Finanza o i Carabinieri,u Cifuleru’ e u Pequa se cacceivan i ma a coggie i pesci che vegnivan a galla e a tuffarsi per quelli che rimanevano al fondo.Dimio fratello maggiore era quello che tirava le ‘saponette,

Non c’e mai stato un accordo con il machinista del treno,o una barca di assistenza in mare.

Con questo non voglio dire che il raconto non sia vero pero’,per tutto il tempo che il nostro gruppo a pescato non ho mai visto una barca in mare e nemmeno un accordo col machinista.

Se qualcualtro a vissuto quel periodo a Suo modo Mi fa’ piacere sentire,leggere,la Loro versione. Ciao a tutti.

Cristina Venturino

Mia madre mi ha sempre raccontato un episodio terribile avvenuto tra Cogoleto e Arenzano. Alcuni ragazzi alla fine della guerra, per miseria nera, andavano a pescare con le “saponette”. Purtroppo il più piccolo dei fratelli si infortunò gravemente ad una mano. Gli altri, con un sangue freddo pazzesco, lo portarono nella Pineta di Arenzano, fecero scoppiare una saponetta nel bosco e poi chiamarono i carabinieri dicendo che si era trattato di un episodio accidentale. Lo sapevano praticamente tutti , ma nessuno fece la spia e quel povero ragazzo riuscì a prendere la pensione di guerra.

Gian Luigi Calzolaro

Ricordo da ragazzo un pescatore, u Tenente, che aveva il moncherino e tutti dicevano che era stata una bomba da pesca, mentre lui asseriva che era stato un barracuda…

Nota dell’autore

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foto Archivio Storico Varagine