A Ca du Punte

Questo post è dedicato a chi era insieme a me ragazzino, in un’estate di molti anni fa in ta Ca du Punte

A Carla che prematuramente ci ha lasciato.

E a tutti i me barba e lalle, a nonna vegia, Claudina che a n’ha lascio’ un annu fa

Pe arrivou a ca’ du punte, primma u ghe u giu de carosse….

Ricordi di bambino, la mia bisnonna, abitava nella “Ca du Punte” ad Albisola Superiore, conosciuta da tutti, per l’ inconfondibile unicita’ di un ponte, che con un’ardita opera muraria, superava un notevole dislivello.

Ma prima di arrivarci c’ era da fare il giro della carrozze… chiamato così, per il racconto, tramandato da generazione a generazione, del ribaltamento, nell’affrontare questa curva in discesa, delle carrozze nobiliari.

Magari una di quelle carrozze era quella che trasportava proprio lui il papa Sisto IV.

Il nativo più famoso di Celle Ligure, cappottato nel fare quella stretta curva, mentre era di ritorno dopo una visita alla casa natale, in località Narichetti.

Un’altro giro pericoloso era quello del ponte, prima di arrivare dalla bisnonna,e’ una specie di cavatappi, da effettuare, dosando bene lo sterzo, per non rischiare di dover far manovra.

E poi c’era la casa un’ex stazione di posta, imponente agli occhi di un bambino, al piano terra, l’ampia cucina e sala da pranzo, la grande cantina, le camere da letto erano al primo piano.

A cui si accedeva tramite una ripida scala, i letti non bastavano per tutti e noi bambini dormivamo sui materassi appoggiati al pavimento.

Ricordo le notti insonni ad ascoltare tutti i rumori che portava il vento, sempre presente ” in su punte” quando faceva buio.

E poi quel quadro appeso in cima alla scala.

Una foto in bianco e nero dell’incrociatore leggero Armando Diaz.

Fece una tragica fine, quel vanto della marina italiana della seconda guerra mondiale.

Il termine leggero non era sinonimo di agilità, ma della deficitaria consistenza del suo scafo.

Colpito nel canale di Sicilia da due siluri inglesi, il 25 febbraio 1941, l’incrociatore affondò in poco tempo.

Ricordo la ricerca, fra tutti quei volti, incorniciati nella foto dell’incrociatore, per trovare il volto di Valcalda Emilio.

Lo zio di mia mamma disperso nell’affondamento, insieme ad altri 480 marinai, in quel tragico giorno.

Quando si parlava di lui, gli adulti lo ricordavano sempre con la commozione nelle parole.

Si menzionava anche il nome dell’altro incrociatore, il Giovanni delle Bande Nere quello che presto’ soccorso ai naufraghi.

Chissà perché Giovanni delle Bande Nere era il nomignolo che mi fu affibiato da un mio zio.

Quest’altro incrociatore faceva parte della stessa squadra navale, che stava scortando delle navi da carico, dirette in Libia per rifornire l’African Korps di Rommel.

Il Bande Nere era rimasto illeso e aveva salvato tanti naufraghi dell’Armando Diaz, ma Emilo Valcalda era tra i dispersi

Non avere una tomba dove mettere un fiore è una tragedia infinita.

Anche a distanza di anni, i suoi cari sperarono nel suo ritorno.

Si andava in Veggia con il lume ad olio, con il canto dei grilli e quel cielo nero.

Ancora pieno di stelle.

Da mio barba Pierino e a lalla Rina che abitavano in Narichetti vicino alla casa natale del papa

Di giorno si giocava alla guerra con quella pistola vera a tamburo.

Aveva l’anello in fondo al calcio.

Era riposta nel sotto sedile di una sedia della cucina, gli adulti ci facevano giocare a patto di rimetterla al proprio posto

Chissà che storia quella pistola.

Ci si radunava a guardare le partite di calcio con quella grande televisione de me barba Angelo.

Dau Punte a Melina e Narichetti era un apoteosi di bei terrazzamenti gente laboriosa li coltivava a Tumote, Verdua, Armugnine e Perseghe.

In ogni fascia u gh’ea na giara.

In aderenza a Ca du Punte c’era l’inquietante vasca per la raccolta dell’acqua piovana.

Un pericolo per noi bambini che eravamo sul bordo da Peschea, a buttar pietre in quell’acqua verde nera.

Nelle ultime fasce verso il fondo valle c’era un campetto da calcio.

Su questa striscia di terra si alzavano nuvole di polvere, durante le interminabili partite di calcio, con i miei cugini e i bambini du Punte, da Melina de Narichetti e du Palassu.

Quanti ricordi sono in ta Ca du Punte, e in quel verde dove fanno confine Arbisoa e Sele.

Anto, Gian e Giuan un Doppu Disnò a Santa Cateina

E’ pomeriggio inoltrato, il sole volge al tramonto.

Questo è il momento ideale, per una visita alla chiesa di S. Caterina

Versus Solem Orientem.

La luce solare, illumina le due belle vetrate policrome, con le sagome della Santa e di S.Ambrogio.

A differenza delle altre cupe chiese, del centro storico della nostra città, l’interno è molto luminoso, grazie alle pareti in bianco, decorate a colori da Achille de Lorenzi.

Sempre molto suggestivi, gli affreschi di fine ottocento, che rappresentano scene di vita della Santa.

Mirabili opere di quattro pittori, di scuola genovese, Santo Bertelli, Luigi de Servi, Luigi Gainotti, Francesco Gandolfi.

Al cospetto di queste grandi opere siamo, io, Gian, Antonella e Silvia, sua figlia.

Ognuno di noi esprime le proprie sensazioni, scopre dei dettagli, nelle figure e negli sfondi, in secondo piano, un po’ nascosti di questi dipinti.

Bello condividere o discutere le proprie opinioni, di fronte queste opere d’arte.

Il dipinto di Francesco Gandolfi, raffigura il giuramento fatto dagli abitanti a Caterina, per erigere una cappella dedicata alla S.S. Trinità.

Il personaggio di spalle è lo scriba Simone Matteo raffigurato mentre sta vergando su pergamena “…che fabbricassero una cappella in onore della Santissima Trinità che mai più il luogo sarebbe molestato dalla peste e chi la porterebbe, patendone lui solo la molestia, se la riporterebbe….”

Sulla collina a destra, il Santo Cristo, della chiesa di S.Maria in Latronorio, in mezzo ad altri personaggi, anche un confratello incappucciato.

Come sfondo è rappresentata la cinta muraria del Borgo, con il Torrione, u Campanin de S.Ambrogio e la Torre di Tasca, raffigurata con la merlatura.

Sempre del Gandolfi, il bel dipinto dell’Edicola della Cassetta.

Che era presente in Ca Braghe, vicino allo Spedale.

Il nome deriva probabilmente dalla presenza di una feritoia, dove lasciare le offerte.

Ai lati del dipinto, che raffigurava la Madonna, sono appesi degli ex voto.

Fra quelle figure colorate è evidente il colorito pallido della donna malata.

La gestualità della Santa, sembra consigliare alla donna, di recarsi nel vicino Spedale.

Nel dipinto di Santo Bertelli, è raffigurata Caterina, mentre cerca di convincere il papa a ritornare nell’Urbe.

Colpisce di quest’opera, l’espressività delle figure rappresentate nell’affresco.

Attente e meravigliate, ad ascoltare le parole della Santa.

Sopra l’altare, il quadro, olio su tela, di Francesco Gandolfi.

A causa dell’eccessivo abito monacale, la figura di Caterina risulta essere un po’ in carne.

Nello sfondo al centro del dipinto è disegnata una città di mare, forse Varazze.

Alcune persone sembrano intente a trasportar i corpi dei defunti, fuori dalle mura.

Un ragazzino a destra sorride.

Sotto di lui lo scudo con il simbolo della nostra città.

Se alziamo gli occhi, a sinistra della lunetta sopra l’altare, è raffigurato lo sbarco degli emigranti in America.

L’opera fu realizzata, grazie alle offerte dei nostri concittadini a Buenos Aires, come indica la scritta a destra del dipinto.

Sopra alla nostra testa, lo sposalizio mistico di Caterina

L’affresco dove è rappresentata la S.S.Trinità con la scritta ex voto.

Quello fatto da Varagine nel 1376 alla Santa senese.

A centro della chiesa, dai loro medaglioni a destra e sinistra, si fronteggiano due papi.

Urbano VI, che fu liberato nel 1385 dall’assedio di Nocera e condotto a Genova da Clemente Fazio di Varagine.

Gregorio XI, convinto nel 1376 da Santa Caterina, a ritornare alla sua sede naturale di Roma.

Aggiungo alcuni particolari degli affreschi.

Un libro evidentemente caduto dalle mani di chi lo stava leggendo, alla corte del papa, giace sopra un pavimento di piastrelle diligentemente disegnate.

Un foglietto arrotolato con su scritta, un’ultima preghiera, per una Santa Caterina, oramai morente.

Sempre bello sostare dinanzi a queste grandi opere d’arte.

Ma è ora di lasciar la chiesa della S.S. Trinità.

Ma per tutti quelli de Vase a Giescia de Santa Cateina.

Sempre belli i manufatti in pietra, come la facciata della chiesa, in Pietra di Finale, progettata da Giovanni Patrone.

E’ un opera incompiuta, lo si evince da alcuni spazi vuoti, che erano predisposti per altri decori

Giovanni Patrone è l’architetto che nel 1912 scrisse “ Per la difesa del nostro bel campanile” dove auspicava, per la quarta chiesa di S. Ambrogio, l’edificazione di una bella facciata, in stile romanico, che armonizzasse con il campanile.

La città si divise in due fazioni chi a favore dell’opulenza barocca e chi voleva una chiesa semplice e lineare.

Come la facciata della chiesa di Santa Caterina.

C’è tempo per rendere visita al dipinto e alla pietra dove Caterina indicò il luogo dell’edificazione di una cappella.

Uno dei luoghi più importanti della nostra città, ma anonimo e poco conosciuto.

Sulu quelli de Vase poan capi, perché u trenta arvi semmu tutti derè a cascia da Santa e a fo ballo’ i cristi!

A pe nui e in senugge.

Sta poesia all’aggiutte a capi u perché

….ma se nu te de Vase, alua a San Cateinin, di vasin….nu ti po capi’ un belin!

San Cateinin

A levante de Vase, duve a Moa

A se desghogge propriu in riva au ma

Gh’è na cappella, na giescietta

Cun a so faccià in pria de Finà

A l’ha vusciua na Santa du trescento

O so numme u l’è grande cumme u sù

L’è na bellessa introghe na scuverta

Tutte pittuè n’attestasiun d’amù

Ghe vuremmu ben a Vase a sta figua

Ch’a l’à posò u so pe in sce a nostra tera

E a n’à ridetu a lusce cun a speransa

Sarvandune da un ma pesu da guera

………………………………

da n’arbanella d’anciue di Ernesto Pisani.

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

Il 25 Aprile

Ricordo, da bambino, quando si andava a Sassello, oltrepassata la borgata di S.Martino in località Cavà, un’ex cava di pietre, in alto sopra la superfice di una roccia, c’era una scritta fatta con pittura bianca, W IL 25 APRIL.

La parola era mancante della lettera E, forse perché, era finito lo spazio sulla pietra.

Non sapevo leggere e chiesi a mio papà che cosa c’era scritto su quella pietra.

Lui mi rispose che quella doppia V voleva dire Viva.

E che il 25 aprile era finita la guerra.

Viva il 25 april fu una delle prime frasi che imparai a leggere

Da quel giorno, ogni volta che passavo di lì, cercavo sempre quella scritta.

Aspettavo quella curva

Poco oltre c’era un casa in pietra, oggi un rudere, qualche albero e poi giravo la testolina a destra aspettando di vedere dal finestrino quella roccia.

Leggevo ad alta voce “viva il venticinque april”

Avevo imparato a leggere !

Anche grandicello e alfabetizzato, cercavo con lo sguardo passando da lì, quella scritta.

Chi l’aveva fatta, avrà avuto anche una bella scala, per arrivare così in alto, fino a quella pietra.

E tanta forza di volontà per scriverla!

E poi quella parola incompiuta, se recitata ad alta voce, dava un particolare effetto alla frase

Oggi quella scritta non c è più, cancellata dal tempo e nella memoria di tanti.

Un giorno rifarò quella scritta.

Tornerò bambino, con tanti sogni da realizzare.

Quella Lettera mai scritta

Chissà di chi erano quelle cose perse, abbandonate e poi ritrovate per caso.

Ritrovate durante dei lavori, in un trasloco o in uno sgombero a seguito di un cambio di proprietà.

Cose ritrovate per caso, o cercate appositamente a seguito di informazioni, passaparola, per sentito dire

O pe na botta de cu.

Questi oggetti riportati alla luce, sono nulla se privati della loro storia.

E se sono di poco valore, il loro destino è il macero o la rottamazione.

Se hanno un valore commerciale, vanno a finire sul banco di qualche mercatino, insieme ad altri innumerevoli oggetti.

Acquistati perchè visti piaciuti e con il vanto di aver fatto un buon affare.

E chissà di chi erano, quelle monete, ritrovate in pessimo stato di conservazione, molte completamente corrose, altre dalle scritte illeggibili?

Penso a questo, in mezzo al Mercatino dell’Antiquariato della mia città, guardando quel mucchio di monete.

Vorrei chiedere della loro provenienza, se si conosce la storia.

Ma chissà in quante mani sono passate per arrivar su quel banchetto e a chi può interessare la storia de quellu muggiu de palanche?

Monete, libri o altre cose, snaturate e diventate solo oggetti commerciali.

Visti, piaciuti, presi oppure lasciati lì

Monete probabilmente sotterrate una notte negli anni “40, quando venne meno la fiducia verso le banche e verso un regime, quello fascista, che stava portando l’Italia in un baratro di distruzioni lutti e fame.

Sotterrate, nel nostro entroterra, in uno di quei paesi aggrappati ai nostri monti.

Paesi che diedero tante giovani vite a quella cosa impropriamente chiamata patria.

Monete ritrovate nei campi coltivati o presso le abitazioni dei contadini.

Messe al sicuro sottoterra e controllate a vista.

Perse per sempre lasciate lì da chi, da quella guerra, non fece ritorno.

Un cospicuo mucchio di monete, degli anni quaranta, fu ritrovato stranamente , nelle radici di un faggio.

Riportate alla luce, quando il ceppo, di quello che era stato un grande faggio, tagliato molti anni prima, fu sradicato, per costruire un muro di sostegno per una strada.

Le monete erano stipate in una pentola di terracotta.

“Quella Lettera mai scritta”

Era una notte, senza luna, quando quel giovane, in divisa, sotterrò una pentola ricolma di monete sotto le radici, di quel grande faggio.

Con l’ansia di esser visto, fermandosi ogni tanto a guardare oltre il buio del bosco.

Ripartì qualche giorno dopo.

C’era la banda che suonava alla stazione, canti, saluti, baci e sventolar di fazzoletti.

Già bagnati di lacrime

Con le scarpe di cartone verso il freddo

Sopra una carretta galleggiante.

Sete e sabbia, sotto il sole d’Africa

Chissà quante volte in mezzo al mare o in una buca, avrà pensato alla sua ragazza, in quel paese aggrappato al monte.

A quella pignatta sutta au fo

Dove c’erano le paghe delle sue giornate a lavoro nei prati e nelle stalle.

Le monete erano tante, ma non era una grande somma, non quella che serviva per metter su casa.

Ma bastavano per fare una cosa, quando sarebbe ritornato da quella inutile, stupida guerra.

Le avrebbe fatto un regalo, forse un bel vestito e mantenuto quella promessa, che gli aveva fatto sotto quell’albero, prima di partire.

Sutta quellu fo, u ciù bellu.

Quel giovane soldatino pensava… un giorno devo scriverlo su una lettera,”….ho paura di non rivederti mai più, se questa stupida guerra mi porterà via, e allora voglio darti adesso, il mio regalo”

“Lo troverai sotto quell’albero, dove ci sono i nostri nomi incisi.”

“Quell’albero, che tante volte ci ha visto insieme, felici a guardare un tramonto”

“Porta questa lettera a mio papà, e digli di scavare per te, per noi”.

Ma quella lettera non fu mai scritta.

O forse si sarà sciolta in fondo al mare

Rimasta a marcire nella tasca, di uno dei tanti dispersi in guerra, mai più ritornati.

In una buca di neve e sangue o con la sabbia che pietosamente ha ricoperto tutto.

Le monete sono rimaste, lì da quella notte senza luna.

Chissà quante persone a loro insaputa, saranno passate o si saranno sedute a guardar il sole al tramonto.

Sutta quellu fo u ciu’ bellu.

Altri giovani ridere e scherzare e poi a guardarsi negli occhi

Sotto a quel faggio, sopra a quella pignatta.

E quella ragazza, chissà quante volte sarà stata sotto quell’albero a piangere quel perduto amore.

Con i loro nomi incisi su quella corteccia.

A vederli salire sempre più in alto.

Erano l’unica cosa che lui gli aveva lasciato e che gli ricordava quel suo giovane soldatino.

Hanno scritto “mancò la fortuna ma non il valore”….e il cinismo di chi fece diventare eroi, quelli che erano solo carne da macello.

Il passar del tempo, affievolisce i ricordi, attenua il dolore.

E poi si dimentica tutto.

Anche chi erano quei nomi incisi.

Sopra quell’albero che non c’è più

Chissà come sarà stata la vita di quella ragazza, diventata poi donna.

Forse nonna.

Fu una bella sorpresa per gli operai, il ritrovamento di quelle monete.

Durante i lavori di ampliamento della strada che salita alla vetta del monte.

Erano tante, ma non era una grande somma.

Questo decretò un esperto, un mercante.

Il ricavato dalla vendita di quelle monete, non avrebbe cambiato la vita a quei cinque operai che avevano trovato quella pignatta sutta au fo.

Intorno ad un tavolo in un’osteria, pensarono a chi, in quella notte senza luna, aveva seppellito quella pentola.

E non era mai più ritornato da quella infame guerra.

Decisero che il ricavato dalla vendita di quelle monete, doveva restare lì, in quel paese aggrappato al monte

Servire per fare un monumento, per quelli non più ritornati.

Morti per nulla.

Perché non avevano vinto niente, nella Seconda Guerra Mondiale.

“Era gente comune, contadini, operai, povera gente, ingannata dalla follia umana e mandata al macello, in una guerra d’aggressione”

Questa fu la frase, scritta sulla targa di quel monumento.

Nessuno sa chi era quel soldatino, che nascose quella pignatta sutta au fo.

Ma il suo nome c’è, insieme ad altri, inciso su quel monumento.

Chissà che fine avranno fatto quelle monete, senza più la loro storia.

Disperse sulle bancarelle, dei mercatini

Acquistate viste piaciute, con il vanto di aver fatto un buon affare.

Storie perdute per sempre.

Ma quanti nomi ci sono, incisi sugli alberi?

E chissà quante ragazze hanno finito le loro lacrime, aspettando un soldatino, mandato a morire per la patria.

Ma si puo’ chiamare patria quella che fa piangere le ragazze?

Per chi non è più ritornato da una stupida guerra.

Senza neanche una tomba dover portare un fiore?

Quante Gesce

Ma quante Gesce 2

Non sarà sufficiente un libro, anzi un tomo, per parlare compiutamente delle oltre quaranta chiese, presenti, sul territorio del nostro comune.

Per adattarlo al formato social, ho fatto solo un elenco, dei luoghi di culto, della nostra città, con le loro, a mio parere, peculiarità e qualche cenno storico, come fosse una guida, non esaustiva, per effettuare un percorso turistico religioso

Qualche numero.

Nel territorio del Comune di Varazze ci sono 46 Chiese, 6 Cappellette, 65 Edicole Votive, nel centro storico, 86 Nicci nelle Frazioni ed entroterra

Il più famoso pilone votivo u Nicciu du Bruscin è crollato qualche anno fa.

La presenza di questi innumerevoli luoghi di culto e di devozione sono indubbiamente una prerogativa unica della nostra città!

Non penso esista in Liguria, ma forse in tutta Italia, un’altra città così santificata dalla presenza di manufatti religiosi!

Un’elevato rapporto procapite di chiese, per ogni residente.

Ho inserito in questo elenco, anche tre edifici religiosi, forse appartenenti alla categoria delle cappellette, ma con grandi storie, fatte di lavoro e di devozione, luoghi di preghiere all’aperto, inseriti in mezzo alla natura dei nostri boschi, con dei panorami incredibili, struggenti in ogni stagione!

Questo elenco, compliato inizialmente, un pò per gioco e per curiosita, fra i convenuti al termine di un pranzo di Natale, non ha la pretesa di essere assoluto, ma suscettibile di qualsiasi suggerimento e/o modifica

E’ opportuno a mio parere, considerare, anche i luoghi di preghiera, presenti all’interno dei grandi edifici, attivi nel sociale privato, quali la RSA LA VILLA, l’asilo GUASTAVINO, e le residenze LA PROVVIDENZA e CANOSSIANE

Versus Solem Orientem, come per i pagani, anche per i cristiani, la rinascita e la salvezza, erano verso est, dove sorge il sole.

Per questo, la gran parte delle nostre chiese, hanno l’abside orientata verso est.

A partire dalla medievale seconda chiesa di S.Ambrogio, di cui rimane solo il bel portale, inglobato nelle vecchie mura, sulla collina di Tasca.

Le chiese edificate e dedicate a S.Ambrosis, erano quattro, i resti delle prime due sono fagocitate nella cerchia delle vecchie mura.

Una terza nel centro storico, aveva l’abside rivolta ad est, ed era molto bella, in stile romanico a tre campate.

Di questo edificio di culto resta il bel Campanin Russu.

La più significative testimonianze religiose e storiche della città, con la torre, la cinta muraria di Tasca, due o forse tre precedenti chiese, sono precluse alla fruizione pubblica, perché facente parte di una proprietà parrocchiale!

Si parte versu Zena, con l’antico monastero di S. GIACOMO IN LATRONORIO, bella con le sue pietre e mattoni faccia a vista, in stile romanico, inserita in un contesto di ville gentilizie e giardini fioriti.

C’è anche la dirimpettaia versione femminile S. MARIA IN LATRONORIO, famosa per avere al suo interno, il singolare crocifisso bifronte.

Immersa in quella meraviglia naturalistica, del parco e del castello dei Marchesi d’Invrea, con un’incomparabile vista a picco sul blu del mare

All’ingresso della residenza FATE BENE FRATELLI, nei pressi del casello autostradale di Varazza, c’è una chiesetta, che accoglie le persone anziane e non, che si possono permettere, finanziariamente, un soggiorno in questa struttura.

Molto partecipati, sono i matrimoni, qui celebrati, con la possibilità di ottimi scenari, per i servizi fotografici, nello stupendo parco della residenza.

Si arriva a Varazze e qui si trova la chiesa a cui è più affezionata la cittadinanza, quella di S.CATERINA dedicata alla S.S.Trinita’ che fu costruita, quando i nostri avi, si ricordarono del voto fatto alla Santa.

Da quel giorno, ogni anno i fedeli partecipano alla processione, il 30 aprile, per sciogliere il voto di ringraziamento fatto per il debello della peste dalla città.

Poco distante, la chiesa a strisce di S.DOMENICO, con in facciata la palla, sparata da un cannone di una nave inglese.

Costruita dove viveva in preghiera un eremita.

Da qui si parte, per una bella escursione, sul Monte Grosso, qui si può ammirare, il più bel panorama della città, seduti sull sagrato della chiesa della MADONNA DELLA GUARDIA.

All’interno sono custodite le tombe di alcuni componenti, della famiglia Centurione d’Invrea.

Lì vicino anche la chiesetta, sempre dedicata alla MADONNA.

Ritorniamo nel centro urbano, per visitare la chiesa sede della confraternita più antica della città S.BARTOLOMEO, da vedere la sua bella statua lignea del Maragliano, portata in processione il 24 agosto, la festa che celebra la fine dell’estate e dove i maldicenti, miscredenti, vedono, nella raffigurazione del martirio del santo, il simbolo del turista tartassato!

Sul “ponte” l’oratorio dell’ASSUNTA contornata dalle vecchie mura.

Lì vicino, la salita dei frati dove si trova per l’appunto la chiesa dei FRATI CAPPUCINI.

Il cui convento probabilmente finirà in mani private.

Nell’oratorio salesiano la chiesa di S GIOVANNI BOSCO.

Completiamo le chiese del centro città, con la chiesa colleggiata di S.AMBROGIO.

La parrocchiale di Varazze, una ricchissima chiesa, con pregevoli opere d’arte e con la sua bellissima piazza, fatta con il rissou de prie de ma.

Lì vicino l’oratorio di S. GIUSEPPE.

Queste sono le uniche due chiese, per motivi urbanistici e di spazi, con versus occidentem.

Una bella piazza, sempre con il rissou de prie è quella della chiesa di S. NAZARIO e CELSO nell’omonimo quartiere.

Andemmu sciu da Teiro, presso l’ex ospedale di Varazze, sorge la chiesa di S.MARIA IN BETHLEM legata all’omonimo ospedale cittadino edificato grazie a dei benefattori.

Che sarà svenduto ai privati, non rispettando volontà di chi fece costruire questa struttura pubblica

In questa chiesa erano battezzati i nuovi nati, ed era dato l’estremo saluto a chi era deceduto nella struttura ospedaliera

Sopra un colle, nel Parasio, troviamo la chiesa più antica della città, S.DONATO.

Già S. Michele costruita sopra un’antica pieve romana e forse un tempio pagano.

Sul colle è possibile ammirare, la presenza delle mura bizantine e la targa del battesimo del Beato Jacopo.

Non meno importanti sono le incisioni sui muri della chiesa, fatte da chi di era di passaggio o aveva sostato su questo colle.

Una testimonianza incisa da povera gente, donne e bambine, che scendevano dal colle per andare a lavorare nella Fabrica.

Che spero siano lasciate visibili e non cancellate da qualche maldestro intervento edilizio!

Da qui in epoca romana, passava la strada che conduceva al porto romano di Ad Navalia, che era ai piedi del colle.

Si sale verso la frazione Casanova, ma prima c è una piccola borgata, con l’omonima chiesetta di S.PIETRO.

Nella località Costa troviamo la chiesa di S. CATERINA DELLE RUOTE dove è infissa una lapide che commemora, i fratelli Accinelli e Piombo nati vissuti e catturati in questa località, morti in un campo di sterminio.

Qiesta è l’unica vera pietra di Inciampo della nostra città!

Si arriva nella piazza di Casanova, con la CHIESA DELLA NATIVITA’ e lì vicino l’oratorio della S. CROCE.

Seguendo la via Bianca au Muntado’ ecco la chiesa rurale, dedicata al BEATO JACOPO DA VARAGINE con la statua del Beato in legno di fico.

L’ edificio fu forse costruito, prelevando le pietre, dall’antica via romana l’Emilia Scauri, il cui tragitto dopo aver oltrepassato diverse colline proveniente da Hasta, qui scendeva verso il mare.

Ultima arrivata in questo elenco è la diruta e dichiarata pericolante, ma dall’aspetto ancora imponente, chiesa della MADONNA DELLA GUARDIA di Casanova, con la sua singolare pianta a sezione esagonale, si trova in località Torazza, visibile dalla strada, proseguendo in salita, dopo il bivio per via Sciandra.

Il compianto Mario Risso aveva scoperto la travagliata storia di questa chiesa, da me pubblicata sui social.

Su un’ altura nei pressi della Ramognina la discussa ex discarica di Varazze, c’e’ uno dei più spettacolari panorami, ed è quello che si può ammirare dalla chiesa di CRISTO RE orientata a nord, per godere della vista del mare immersa nel verde dei boschi.

Costruita per sciogliere un voto, sconsacrata ormai ridotta ad un rudere, ma degna per la sua storia di essere annoverata nei luoghi di culto di Varazze.

Si scende dalle Muggine per incontrare la CHIESA DEI GAGGINI famosa per la sua fonte e la sua storia, legata a Giovanni Gaggino, il quale aveva lasciato un ingente eredità al comune di Varazze, per costruire proprio qua, uno stabilimento termale.

Anche questa una volontà non rispettata.

Nella vecchia chiesa di S. LORENZO nei pressi della località di Campomarzio, furono scoperte alcune tumulazioni di epoca romana.

Al Pero ci sono due chiese dedicate alla SANTISSIMA ANNUNCIAZIONE, la vecchia chiesa, pericolante e infestata dai fantasmi è stata recentemente parzialmente demolita.

Ma era molto più rappresentativa, di questa comunità, rispetto alla discutibile architettura della chiesa nuova.

Ricordiamo a circa metà strada verso il centro, la chiesetta di S.ANNA, famosa per il suo presepe.

Nel sottostante alveo del Teiro un piccolo rudere, la Casa Rossa, ci ricorda l’eccidio del partigiano Emilio Vecchia.

Ucciso a vent’anni per la nostra libertà .

Saliamo in quota con la chiesa di S.ANTONIO ABATE all’Alpicella belli gli interni con le due colonne del portale, provenienti dalla vecchia chiesa di S.Lorenzo di Genova.

Sarebbe da annoverare nell’elenco, un’antico monastero, le cui rovine sono presenti nelle alture di questa frazione.

In località Bin la colorata chiesa della MADONNA DEGLI ANGELI.

Alle Faje, la chiesa di NOSTRA SIGNORA DELLE GRAZIE con il suo singolare porticato.

Nel fondo valle dell’Arrestra, biancheggia in lontananza, il Convento dell’Eremo del Deserto, con la chiesa dedicata a S.GIUSEPPE.

Restaurato a seguito di un pio lascito negli anni 80.

Non così è stato per i suoi romitori, solo due dei sette sono ancora eretti.

In queste casupole vivevano in solitudine i novizi, che avevano come unico collegamento con l’eremo, una campana da suonare per ogni evenienza.

Sulla cima del Monte Beigua il SANTUARIO DELLA REGINA PACIS, da qui nelle fredde e serene, mattine invernali lo sguardo spazia su tutto l’arco della regione e da dove in caso di neve arrivano fantastiche foto di paesaggi invernali.

Scendendo si scorge al Bricco delle Forche la chiesetta del BRICCO DON BOSCO.

Su questo rilievo convergono i confini di tre comuni.

Nella località Vignolo, al cospetto di un’ altro stupendo panorama, c’è un’altra chiesa dedicata a S.ANNA.

Nella piazza di Cantalupo la chiesa di S.GIOVANNI

I siaulè di Cantalupo, sono da sempre rivali, con i ravanetti di Castagnabuona.

La borgata rivale, ha la chiesa del SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DELLA CROCE.

Teatro di una delle tante battaglie napoleoniche, trasformata in ospedale, fu sconsacrata e poi riabilitata agli onori religiosi.

Qui una croce ricorda il passaggio del papa Innocenzo IV e a seguito di questo evento storico, fu costruita una prima chiesa della MADONNA DELLA CROCE oggi trasformata nella sacrestia del santuario.

Si scende verso SAN ROCCO, dove durante la battaglia napoleonica che insanguinò per due giorni questa località il generale Massena ribattezzò la frazione con il nome di Castagnamarcia, perché gli abitanti, avevano avvisato gli austriaci della presenza dei francesi.

Nella sottostante località dei Favari, la chiesa di S.BERNARDO.

Manca a questo elenco una chiesa di cui abbiamo perso memoria.

La chiesa della Maddalena presente in alcune carte del 1600 ubicata in località Tanun, forse demolita a seguito della costruzione di qualche viabilità o inglobata dove età il Convento delle Suore Sacramentine.

Finita la conta delle chiese, di culto cristiano, nella nostra città, è da annoverare nei luoghi di preghiera la SALA DEL REGNO DEI TESTIMONI DI GEOVA in via Piave.

Nell’ elenco delle chiese segnalo anche le cappellette, di discrete dimensioni, di S.SEBASTIANO e S.BERNARDO a Casanova, la CROCETTA di Cantalupo, quella di S.ANNA e del BAMBIN di PRAGA sopra l’abitato di Alpicella

Chissà chi erano quelle persone, che negli anni hanno scavato, trasportato pietre, calce, legni per le impalcature e edificato con la fatica del loro lavoro, questi luoghi di culto, spesso o quasi sempre, senza alcun compenso, magari nei giorni di festa, in segno di una devozione di un profondo legame con la propria terra, che nel nostro comune, era invece espressione di ogni contrada.

Ma tutto questo non è servito come monito, incentivo o da sprone per conservare alcuni di questi manufatti, oramai ridotti a ruderi o in procinto di esserlo, altri invece in attesa di qualche intervento che ne preservi la stabilità.

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

San Giacomo in Latronorio

“In uno splendido pomeriggio di primavera, il 15 maggio del 1970, fummo anche noi con mons. Parodi Vescovo di Savona, il Soprintendente Mazzino, i Marchesi Invrea, da tempo naturali Patroni dei luminosi terrazzi i Piani a cui han dato il loro nome.

Con noi anche don Lorenzo Vivaldo, presidente della Società Savonese di Storia, ed una folla di amici di Savona e di Genova.

Tutti presenti all’inaugurazione e consacrazione del restaurato S.Giacomo di Latronorio o di Areneto, discoperto tra i ruderi di una vecchia cascina e riscattato al culto, alla storia dalla tenacia, confortata da spirito apostolico di don Giovanni De Micheli, l’amico nostro di S.Siro di Struppa”

Così scriveva De Negri, nella prefazione di “S.Giacomo di Latronorio, un fortunato recupero”

Il 30 settembre del 1966 era stato emanato il decreto di vincolo storico per l’ex complesso monastico.

La marchesa Giulia di Invrea cedeva la proprietà dei ruderi del monastero allo stesso Don De Micheli.

Don Giovanni De Micheli morì prima di veder realizzato il suo intendimento, la proprietà fu ereditata dal fratello.

Che la cedette poi alla Curia di Savona.

I lavori di restauro furono affidati all’Arch. Leone Carlo Forti.

In quel periodo ci fu anche la lottizzazione dei Piani di S.Giacomo con l’edificazione di palazzine e villette ad uso residenziale.

Negli anni 60 Don Giovanni De Micheli, arciprete della chiesa di S.Siro di Struppa, riconosceva inglobati in una cascina dei particolari d’epoca romanica.

De Micheli era già stato sul pianoro di S.Giacomo, lo aveva frequentato per anni, insieme agli scout della parrocchia di Struppa.

….e poi c’era quella curiosa, strana consuetudine tramandata da generazioni, per cui ogni anno i contadini che abitavano l’ex monastero esponevano una bandiera, il 25 luglio festa di S.Giacomo!

Nel manoscritto “Liguria Sacra” Accinelli menziona la Bolla Papale, di Innocenzo IV del 1252, in cui è scritto che la chiesa posta sopra un piano a vista di Cogolitus apparteneva ai monaci di Vallombrosa.

Questo documento era successivo ad un’altra Bolla Papale di Alessandro III del 1168 che sempre affermava la presenza di una chiesa ai Piani di S.Giacomo.

Il monastero, è poi citato ancora in relazione alle attività della chiesa di S.Bartolomeo del Fossato a Genova.

Entrambe dipendenti dai Vallombrosiani di Fiesole.

Ancora più datato l’arrivo a Genova di questo ordine religioso, nel1080.

A questo punto si può ipotizzare che la costruzione di questo monastero risalga alla prima metà del XII secolo.

S.Giacomo in Latronorio era coevo con il monastero femminile di S.Maria in Latronorio, oggi facente parte del complesso del Castello d’Invrea, fondato nel 1192 dai marchesi Del Bosco e poi dei Cistercensi.

I due monasteri furono entrambi abbandonati intorno al 1520.

S.Giacomo in Latronorio era posto ai lati della strada medievale, che risaliva da Cogoleto, tramite il ponte della Maddalena sull’Arrestra.

Divenne ospizio per i pellegrini, che si recavano a Santiago di Compostela.

Il corpo architettonico della chiesa è a croce latina a navata unica, con l’abside rivolta a levante.

L’ospizio era a pianta quadrata edificato a monte del complesso religioso.

Oggi quello che era rifugio per pellegrini è completamente diruto.

Il corpo verso mare, adiacente alla chiesa, presenta a ponente una pregevole finitura, con finestre a bifora e capitello.

In parte ricostruiti durante il restauro dell’edificio

Questa zona del monastero era adibita a sala capitolare con al centro un pilastro di sostegno della copertura.

Nel sottotetto stava il dormitorio per i monaci.

A levante, da dove si inerpicava la via medievale, il monastero era accessibile da una porta, presente sotto un porticato.

Ben sorvegliata, da chi sbirciava dalle tre feritoie presenti all’interno della chiesa.

La presenza di una caditoia, sopra il porticato, poteva aver avuto la funzione di difesa, da quell’apertura era possibile far cadere dall’alto, pietre o altri oggetti addosso a eventuali malintenzionati!

D’altronde il Latronorio era lì vicino…..

Tutto il complesso monastico, era circondato da un alto muro di recinzione, un’ulteriore separazione muraria, divideva la zona antistante l’entrata della chiesa, dalla parte destinata agli alloggi dei monaci.

Nel XV secolo, l’ospizio cambiò la sua destinazione d’uso, divenne una seconda cappella, con sacrestia.

Una costruzione rustica di più recente edificazione fu addossata, lato mare, della sala capitolare.

A partire dal 1522 il monastero, durante la guerra fra Carlo V e Francesco I, fu abbandonato dai monaci.

A seguito del conflitto che coinvolse Genova e la nostra regione le strade divennero veicolo di violenze e ruberie

Nel 1772 Accinelli descrisse S.Giacomo come rudere e il Brusco come “Monastero distrutto”

Ma ben altre devastazioni dovette subire ancora il monastero di S.Giacomo in Latronorio.

Il 13 aprile del 1800 le truppe Francesi del generale Massena, dopo i sanguinosi scontri a fuoco e all’arma bianca sulle alture di Varazze e sul Monte Beigua, si erano radunati ai Piani di S.Giacomo.

Qui ci furono altri scontri tra le truppe francesi del generale Soult e quelle austriache.

Ma a seguito dell’arrivo di navi inglesi e dello sbarco di un contingente di soldati furono costretti a battere in ritirata, verso l’abitato di Cogoleto.

Un gruppo di veterani per difendere le spalle dei loro compagni d’armi francesi, si asserragliò all’interno delle mura del monastero.

Quell’improvvisato fortino, fu preso di mira dall’artiglieria austriaca e dalla flotta inglese.

Furono rasi al suolo, l’ex ospizio e la navata a nord della chiesa.

Nel XIX secolo il fu monastero di S.Giacomo in Latronorio divenne abitazione, fienile e ricovero per animali.

A seguito di quella nuova destinazione d’uso, furono però effettuati ripristini murari e nuove coperture, salvando quello che rimaneva dell’antico monastero, da sicura definitiva rovina.

Durante i lavori di restauro, che comportò anche la realizzazione ex novo di numerose opere murarie, fu realizzato un sagrato nuovo davanti alla porta di entrata della chiesa.

Gli scavi portarono alla luce una fossa comune, dove erano state seppelliti 6 persone, che potrebbero essere i veterani francesi, asserragliati nel monastero, per difendere la ritirata dei loro commilitoni verso Cogoleto.

Quegli scheletri sono stati lasciati nella loro tomba e fanno parte anche loro della storia di S.Giacomo di Latronorio.

I Piani d’Invrea e di S.Giacomo erano molto famosi come grandi zone di coltivazioni.

Rese tali dal lavoro di chi era al soldo o al solo comando, di monaci e nobili, spianando grandi appezzamenti di terreno, costruendo grandi opere murarie di contenimento e a scopo irriguo.

Ma occorre ricordare che tutto questo fu reso possibile da tre grandi opere idrauliche u Beo de Gambin che a giorni alterni versava le acque du Rian da Sera e del rio Gambin verso l’Arenon e l’Arzocco.

Dal beo da Ciusa che portava l’acqua dell’Arenon ai Piani d’Invrea.

https://quellisciudateiru.com/…/10/08/a-ciusa-du-spurtigio/

E poi quello che ritengo sia, il manufatto piu significativo presente oggi nel territorio della nostra città, il Beo di S.Giacomo che con un percorso di circa cinque chilometri preleva l’ acqua dall’Arrestra e la convoglia, oggi intubata ai Piani di S.Giacomo.

Chissà chi erano quelle persone, bestie da lavoro che in un ambiente ostile impervio realizzarono questa grande opera, costruendo il canale sorretto da muri, spaccando pietre e spaccandosi la schiena.

Di quella moltitudine di miserabili morti di fame neanche un nome è mai giunto alla nostra conoscenza

Anche e sopratutto per onorare le loro immense fatiche che oggi si devono preservare i tanti manufatti che ci hanno lasciato

Ricordarli insieme ai potenti, papi, re, cardinali e nobili, che idearono e fecero costruire quelle grandi opere, è il minimo dovuto

Pubblico il gradito contributo storico ricevuto da Sergio Cosseria

“Un lavoro davvero interessante che meriterebbe di essere approfondito e pubblicato su carta.

Per quanto riguarda l’episodio di Massena, relativo al cosiddetto “Assedio o Blocco di Genova” del 1800″, vorrei fare alcune precisazioni.

Vado a memoria per cui sono pronto ad essere a mia volta corretto, nel caso ricordassi male (mi ti prometto di essere più preciso in un secondo momento, una volta controllate le carte). 🙂

Innanzi tutto le truppe dislocate ai piani di San Giacomo, davanti a Cogoleto, erano quelle che il giorno prima (10 aprile 1800 o 20 germinale an VIII, secondo il calendario rivoluzionario introdotto nel 1792)

avevano tentato di risalire da Albisola, Celle e Varazze verso Pontinvrea, per ricongiungersi a quelle di Soult che avrebbero dovuto arrivare da Sassello (e che non arrivarono quel giorno perché in ritardo).

Massena non riuscì ad andare oltre i Brasi e il Bric delle Forche e al calar delle tenebre dovette ritirarsi sulle alture della Croce di Castagnabuona, dove i soldati stremati si difesero a pietrate avendo pochissime munizioni.

La notte, i francesi fuggirono a Cogoleto e una parte fu appunto lasciata ai Piani di San Giacomo l’11 aprile e non il 13.

Verso le 13.00 di quel giorno furono attaccati dagli austriaci che si erano a loro volta portati nottetempo al castello dei Marchesi d’Invrea sulla collina di fronte ma in ritardo di qualche ora.

I francesi furono attaccati dagli austriaci passati attraverso il torrente Arenon e alla fine si diedero a fuga disordinata verso le Canisse (zona Arrestra) a Cogoleto.

Contemporaneamente una cinquantina di ussari ungheresi (truppe leggere a cavallo), che erano sfigati via mare sotto i piani di San Giacomo, aggredirono bisogno francesi alle Canisse.

Altra fanteria francese era posizionata alle Canisse ma non poteva usare la poca artiglieria di cui era dotata perché il terreno era paludoso e quindi era impossibile sfruttare il cosiddetto effetto rimbalzo delle palle di cannone.

Per cui i soldati francesi in fuga furono salvati dal pronto intervento di Massena stesso (che ricordiamo era il Generale in capo dell’Armata d’Italia) che caricò gli ussari comandando personalmente la sua scorta a cavallo (poco più di 40 uomini).

Non mi risultano sbarchi inglesi.

In realtà, gli inglesi erano presenti ma si limitarono a mettere a mare 4 barche a remi dotate di cannoncini (come dimostrano le dimensioni della piccola palla di cannone ancora esposta a Cogoleto dalle parti della Chiesa, murata sulla facciata di una casa) con scarsi risultati sostanziali.

La sera dell’11 aprile Massena lascio Cogoleto con le sue truppe e si ritirò verso Voltri.

Riguardo ai resti umani ritrovati, dubito si tratti di soldati francesi ma questa è solo una mia considerazione personale non suffragata da alcuna prova.”

Nota dell’autore

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I Muggi de Prie

E’ vero che le pietre, materia prima dei manufatti umani, anche a distanza di secoli sanno raccontarci molte cose.

Persone esperte, storici, sanno individuare la tipologia costruttiva, di case, cascine e altre edificazioni.

Riescono in presenza di ruderi o di pochi resti, a stabilire la destinazione d’uso e l’epoca di costruzione.

Resta di difficile soluzione l’enigma dei Muggi de Prie.

Liquidati spesso come semplici depositi di pietre.

Perché allora sono state impilate quantità immani di pietre in zone panoramiche dominanti e di transito di antiche strade?

E quel Muggiu de Prie sulle sponde dell’Arenon in località Costata, era forse il sedime di un’antica strada, divelto dalle acque e poi dall’uomo trasportato a valle?

Per farne cosa?

Facciamo un salto indietro nel tempo quando l’allevamento bovino era una parte molto importante dell’economia del nostro territorio.

Migliaia di capi di bestiame abbisognavano quotidianamente di tonnellate di fieno.

Pietrisco e rocce furono divelte per ottenere zone prative per fienagione e pascolo.

La risulta di questo massacrante lavoro solitamente era utilizzata per costruzione di cascine, muri di contenimento, posatoi dei portatori di fieno, oppure semplicemente impilata in cumuli ai lati delle zone di fienagione o ancora eliminata facendola rotolare a valle se i pendii era particolarmente acclivi.

Bricchi aridi e pietrosi furono resi fertili dal lavoro incessante di generazioni di contadini/allevatori.

Ma anche quando furono realizzate grandi praterie per la fienagione ogni anno con l’arrivo della bella stagione erano donne e bambini che dovevano controllare quelle grandi estensioni e togliere eventuali pietre, che potevano danneggiare la falce messoria.

L’attività di fienagione la si trova nella toponomastica del nostro entroterra, Pro du Fen, Segage, Messoie.

Cumuli di pietre e terra sono ancora oggi visibili a lato delle zone prative.

Un significativo esempio lo si trova agli Armuzzi da u Pra da Bellafìa dove incuriosisce la presenza di un enorme cumulo che è la risulta di una bonifica immane da pietre, effettuata di padre in figlio per rendere coltivabile questo appezzamento di terreno.

Per alcuni cumuli di pietre fu data una spiegazione religiosa/demoniaca come u Muggiu de Prie che era lungo la strada Sanda/S.Martino oggetto di un mio articolo.

Le stesse argomentazioni possono essere prese in considerazione anche per quei due enormi Muggi de Prie che dominano la vallata dell’Arenon?

Il cumulo di pietre del Bric Meazze e del Cian de Donne?

U Cian de Donne poco sotto al Monte Grosso, in vista dell’abitato della nostra città conserva al suo apice un’impressionante cumulo di pietre e domina a 360° un’ampia territorio

Una parte di queste pietre furono depredate per far dei recinti, per animali e forse per una fortificazione au Cian de Freise, durante la seconda campagna d’Italia

Per quanto riguarda l’enigmatico cumulo presente sul Meazze visitato diverse volte è possibile formulare a mio parere alcune ipotesi.

Dopo aver letto su di una pubblicazione che questa zona era un tempo denominata dai Castelletti.

In prossimità di questo grande cumulo di pietre, convergevano due importanti viabilità, quella di cresta proveniente dalla Costata e quella di epoca romana dal fondovalle proveniente dalla Mugiarina/Bambuggiu.

Dominante sulle vallate dell’Arenon e Arrestra.

Le pietre sono grosso modo della stessa pezzature adatte a essere utilizzate a scopo edificatorio.

Un’ipotesi che è già stata evidenziata in altri scritti è quella dell’esistenza su questa altura di un presidio per osservazione diruto e poi depredato, anche questo cumulo, della sua materia prima molto probabilmente per realizzare i recinti di pietre del vicino Bric Berlese.

Ma solitamente in presenza di un edificio diruto sempre resta l’impronta di una base o qualche porzione di muro ancora in piedi.

A questo punto è lecito pensare che le edificazioni che potevano essere presenti au Meazze, Cian de Donne o in altri luoghi furono rasi al suolo perché nessun manufatto edificato da un nemico, doveva restare in piedi.

L’enigma rimane.

E allora meglio godere di questi suggestivi panorami a 360° in questa zona denominata comunemente Beffadosso

Dove a perdita d’occhio è visibile il lavoro disumano perpetrato da generazioni che hanno stravolto la fisionomia di questi luoghi.

Foreste d’alto fusto furono tagliate per fornire legname all’edilizia e all’industria del ferro e per quella navale.

Sradicati i ceppi e tolte le pietre, tutto questo immenso territorio a perdita d’occhio fu terra di pascoli e fienagione

Nota dell’autore

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Un Giorno di Maggio

Ero con un mio collega, molto tempo fa, quando ancora ci si trovava a far quattro chiacchiere nella pausa pranzo.

Lavoravo in un’officina a Cogoleto

Un giorno mi disse:

“E’ una

bella giornata, invece che in trattoria, andiamo a mangiar due panini dalla Torre?”

La Torre Saracena di Arenzano, è quella che si trova a lato della chiesa del Bambin di Praga.

Immersa in un bel verde con bellissimi alberi di cipresso e pino domestico.

Ci si arriva dopo un paio di curve, prendendo la strada per la località Ceresa.

Ancora oggi, al cospetto della Torre, ci sono alcune panchine in cemento, dove quel giorno di maggio, ci siamo seduti, con pane mortadella e due lattine di coca.

Finito di mangiare, era uso fumare una sigaretta.

Era stranamente silenzioso quel mio collega, poi con un sospiro cacciò fuori una boccata di fumo e esordì dicendo:

“Sai una cosa, non è per caso che siamo qua” io chiesi il perché e per tutta risposta, lui inizio’ il racconto di una bella storia.

Quella di un suo amore giovanile.

La conobbe in una sala da ballo.

Era un giorno di maggio

Dovette insistere un pò per convincerla ad entrare in pista, perché lei nei balli lisci non ci capiva nulla.

Ricordo ancora questa frase “Lei era bella, con un sorriso che ti apriva il cuore”

Arrivò l’estate, insieme a lei la più bella della sua vita.

Poi quella storia fini’

Lei proprio li’ su quella panchina, guardandolo negli occhi le disse:

“Finiamola così, fra me e te, restiamo solo buoni amici”

Quel sorriso che lui amava, aveva scelto un’altro.

A questo punto, si mise a piangere.

Io non sapevo che dire, che fare.

La risposta più ovvia e banale era:

“Ma dai su, dopo tanto tempo! Ma-che-te’frega!”

Ma non diedi voce a quelle parole, perché capii, quanto lei era ancora importante per lui.

Mi disse:

“Ci vengo almeno una volta all’anno, sotto questa torre e così, come siamo io e te, mi siedo qui, su questa panchina, penso a lei sorrido, piango, le parlo e poi, prima di andar via, riscrivo il mio nome e il suo, nel solito posto in un angolino di questa panchina”

E mi fece vedere dove stava per scriverlo ancora una volta.

Finimmo quella strana e imbarazzante pausa pranzo e ritornammo al lavoro.

Poi la vita continua e accadono tante cose.

Le lacrime diventano solo teneri ricordi, a volte si sorride di quanto eravamo fragili, ingenui in gioventù

Dopo un paio d’anni cambiai lavoro.

Restammo in contatto ancora per un certo periodo di tempo e poi ognuno per la propria strada.

A rincorrer i propri guai.

Non l’ho mai più rivisto.

Seppi che era andato via dall’ Italia, a lavorare in Africa, presso una missione dei frati di Arenzano.

Pensai a quella scritta, sulla panchina di cemento.

Chissa’ per quanto tempo sarà ancora ritornato, sotto quella torre.

Con i suoi ricordi, a riscrivere quei due nomi su quella panchina.

Ma come si dice, il tempo prima o poi guarisce le ferite e lenisce i dolori del cuore

E cosi’ sara’ stato anche per lui.

Forse per caso o volutamente, ci sono ritornato un giorno, a cercare quella panchina e quei due nomi.

L’intento era di raccontare ( ma chissà a chi puo’ interessare) questa storia.

Ma quando sono arrivato, dopo tanti anni, in quel luogo, qualcosa era cambiato.

Sotto e intorno a quella torre avevano tagliato degli alberi e fatto dei lavori.

La panchina pero’ era ancora lì, ma non potevo mica disturbare quella coppietta che proprio lì, seduta su quel cemento, mi aveva visto arrivare.

Quei due fidanzatini avranno pensato.”Che rompiballe sto qua! “

Salutai, feci una foto alla Torre e andai via.

Sulla via del ritorno, pensai a quei giovani seduti proprio su quella panchina.

Che strana coincidenza averli trovati lì!

Avrei potuto raccontar loro questa storia.

Ma non lo feci.

E poi a chi può interessare una storia di tanti anni fa?

Vorrei dedicare questo racconto, a tutti quegli uomini, che almeno una volta nella loro vita, hanno sofferto per un sentimento non corrisposto.

Pensando al loro perduto amore… a quel sorriso, un giorno di maggio.

L’Haven

L’Haven

L’11 aprile del 1991al largo di Ge Voltri, si sviluppò un grande incendio a bordo della petroliera Haven.

Seguito da alcune esplosioni, che provocarono la morte di quattro membri dell’equipaggio e del comandante.

La nave, alla deriva arrivo’ davanti allo specchio d’acqua di Cogoleto.

Agganciata da un rimorchiatore, fu trainata verso fondali più bassi, in direzione di Genova.

All’altezza di Arenzano, lo scafo indebolito dalle esplosioni, si spezzò in due tronconi.

Il 14 aprile l’Haven affondo’

Del disastro dell’Haven restano ancora grandi depositi di catrame, in fondo al mare, prospicente la nostra città e quelle del levante savonese.

Ogni tanto questi residui di greggio, trascinati dalle correnti nelle profondità marine, restano impigliati nelle reti e finiscono nelle cronache dei giornali locali.

Per farci ricordare quello che fu il più grande disastro ecologico del Mediterraneo.

Molto spesso non si dà notizia o non sono denunciati questi ritrovamenti.

In quel mese di aprile del 1991, ci fu una strana coincidenza, con il tragico incendio avvenuto il giorno prima della Moby Prince.

Dove perirono bruciati e soffocati dalle fiamme 140 persone.

Un’altra strage d’Italia che dopo trentadue anni ancora aspetta giustizia.

La tragedia del Moby Prince è stato definito da alcuni un “‘intrigo molto appassionante” con tutti gli ingredienti di un thriller dove la realtà supera di gran lunga la fantasia di uno scrittore dell’orror.

Ma è solo un’altra Triste Vergogna d’Italia, dove è evidente che i poteri forti, occulti anche stranieri, avevano permeato a tutti i livelli la nostra classe politica negli anni 90.

La giustizia che doveva appurare la verità della tragedia del Moby Prince è stata ingabbiata da mille bugie e depistamenti, efficente con i deboli, ma in palese difficoltà e remissiva con i potenti.

Una serie allucinante di menzogne, nebbia fittizia, mancati soccorsi, navi fantasma, bettoline sparite, sospetti di traffici d’armi, di nafta e di rifiuti, transizioni finanziarie in paradisi fiscali, anche una partita di calcio.

Le solite prove contenute in documenti e tracciati radar spariti nel nulla e poi la strana mancata richiesta di risarcimento alle compagnie assicurative del Moby Prince, da parte dell’Agip Abruzzo la petroliera speronata dal traghetto.

Due vicende apparentemente separate da poche centinaia di miglia di mare, ma avvenute in due giorni consecutivi, fanno comunque pensare ad un nesso fra l’Haven e l’Agip Abruzzo, accumunato ai tanti misteri della tragedia del Moby Prince.

Risulta strana la tempistica della rotta, che fece l’Agip Abruzzo per arrivare a Livorno, in un maldestro tentativo di depistaggio.

La petroliera secondo le prime indagini, riuscì a colmare il tratto di mare partendo dal terminal di Sidi Kerir in Egitto, fino a Livorno in soli quattro giorni improbabile, ma non impossibile, per una petroliera di quasi 100.000 tonnellate che viaggia a 16 nodi, ma perché tutta quella fretta?

Una nuova indagine della procura di Livorno, fatta tramite un incrocio di documenti a distanza di anni e con colpevole ritardo, ha appurato che l’Agip Abruzzo era partita dal porto di Genova!

Ma se neanche le rotte delle navi nelle acque territoriali italiane è possibile conoscere a questo punto tutto è possibile!

C’era forse stato un travaso di petrolio o meglio di nafta, clandestino tra le due petroliere ?

I cui fraudolenti proventi furono depositati in paradisi fiscali?

E l’Haven incendiata a seguito di queste operazioni o per depistare e attrarre l’opinione pubblica su un disastro ecologico?

Per dimenticare quei poveretti chr a bordo della Moby Prince, con i giubbotti di salvataggio indossati, stavano aspettando quei soccorsi che mai arrivarono?

Troppi testimoni!

Meglio lasciargli morire carbonizzati!

Un’altro Mistero e una Vergogna del bel paese!

Che poteva capitare ad ognuno di noi

Consiglio la lettura del bel libro di Enrico Fedrighini “Moby Prince un caso ancora aperto” del 2005, dove le ipotesi dello scrittore, sulla tragedia di Livorno, hanno trovato conferma nelle conclusioni della seconda inchiesta parlamentare.

L incendio dell’Haven avvenne il giorno 11 aprile del 1991, davanti a Multedo, preceduto da un’esplosione che fece 5 morti fra l’equipaggio.

La petroliera alla deriva fu trainata verso fondali più bassi, dal rimorchiatore Ischia il cui comandante era il nostro concittadino Benedetto Prato, che lascio’ poi il traino al rimorchiatore Olanda

Ma arrivati davanti ad Arenzano lo scafo che già aveva subito una importante riparazione, a seguito dell’esplosione a bordo di un missile iraniano, durante la prima guerra del golfo, non resse allo sforzo e si spezzò in due tronconi.

Il 14 aprile con un’ultima esplosione affondò, adagiandosi in un fondale di 80 metri.

Lo sversamento in mare specie delle componenti più dense fu spannometricamente calcolato in circa 10.000/50.000 tonnellate di greggio, in parte ancora custodito sul fondo del mare.

Di quel disastro ricordo l’enorme spessa colonna di fumo nero, visibile da ogni dove, in una giornata serena e quell’improvviso calo di luce e la sensazione di freddo, quando la colonna di fumo oscuro’ il sole.

Impressionante la nave in fiamme vista dal porto di Arenzano, circondata dalle barriere di contenimento si vedevano fuoriuscire le fiamme dalle stive della nave e si sentivano i rumori dello scafo che si stava deformando dilatandosi per il calore.

Durante l’incendio e dopo l’affondamento dell’Haven ci fu un grande spiegamento di mezzi grazie al comandante Alati del porto di Genova che prese le decisioni giuste, al comandante dei rimorchiatori Capato che coordino’ le operazioni a mare e all’ing Bovo comandante dei VVF di Genova, che comando’ le operazioni antincendio e di salvataggio degli altri membri dell equipaggio.

Il comandante Cerutti e per le operazioni di aggancio e traino e il comandante Prato.

Ad Arenzano vigilava la dott.sa Brescianini pronta a far evacuare la città in caso di mutata direzione del vento.

Grazie alle condizioni di calma marina, la quasi totalità della chiazza oleosa che galleggiava, fu recuperata, ma una parte di questa massa oleosa era già spiaggiata sui nostri litorali.

La densità era tale, che poteva essere raccolta manualmente.

Straordinaria la mobilitazione dei cittadini per togliere dalle spiagge i grumi di catrame.

Messi nelle borse di plastica per poter essere portati via

Le operazioni affidate alla ditta Castaglia, durarono dei mesi, per ultimo ci fu la pulitura degli scogli tramite idropulitrici ad acqua calda in pressione, che tramite l’uso di lunghissime manichette, riuscirono a staccare dalle rocce il catrame che le onde vi avevano depositato.

I comuni costieri furono risarciti, dopo qualche anno con i cosiddetti Finanziamenti Haven

A Varazze furono destinati 620.000 Euro, utilizzati per realizzare Lungomare Europa, facente parte di un progetto che aveva, tra gli altri, l’obiettivo del raggiungimento della certificazione ambientale dei Comuni della cosiddetta “Riviera del Beigua”

Oggi l’Haven è il relitto più grande del Mediterraneo.

L’enorme scafo è stato completamente colonizzato dalla flora marina e nei suoi anfratti trovano rifugio molte specie di pesci e crostacei.

Le foto e i racconti di chi ha visitato questo relitto, visitato da migliaia di sub, sono di grande suggestione dopo la tragedia anche l’Haven ora fa parte delle attrattive della nostra regione.

La maledizione dell’Haven

Purtroppo ad oggi sono 15 le morti fra i subacquei che hanno visitato i due tronconi di scafo che giacciono da 50 a 80 metri di profondità.

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

L’affondamento dei piroscafi Italia, Capo Bonito e Loewli

L’affondamento dei piroscafi Italia, Capo Bonito e Loewli

500 tonnellate di rame giacciono a 300 metri di profondità.

4000 metri al largo di Varazze.

Erano a bordo del piroscafo Loewli.

All’alba di un giorno di febbraio del 1917, un convoglio di 7 navi, proveniente dal Nord America, transitava davanti alle nostre coste.

Sommergibili tedeschi erano in agguato nel Golfo di Genova.

Nessuno vide quel periscopio, che stava prendendo di mira quei piroscafi, carichi di materie prime e di chissà che cos’altro, destinate alle industrie italiane, impegnate a sostenere lo sforzo bellico.

L’attacco ebbe successo, tre di quelle navi, furono colpite dai siluri e affondarono.

Gli abitanti di Varazze, Celle e Albisola, accorsi sulla spiaggia attratti dal fumo delle esplosioni, assistettero alle operazioni di soccorso dei naufraghi.

Nel 1933, fu tentato il recupero del materiale più prezioso, il rame presente sul Loewli.

La nave recupero Artiglio, fece scendere un palombaro che identifico’ il relitto del Loewli a 327 metri di profondità.

Ma per i mezzi dell’epoca, era un’operazione impossibile recuperare quel prezioso carico.

Dal Secolo XIX del 20 gennaio 1933

L’articolo, non menziona quante furono le vittime di quegli affondamenti.