Cronache de Vase aprile 2123

Tratto da Cronache de Vase, aprile 2123

Sono iniziati in questi giorni i lavori di demolizione delle palazzine nei pressi del porto, che giusto un secolo fa hanno cementificato e abbruttito questa parte della città.

Ottenuti i finanziamenti europei per la diversificazione dell’offerta turistica, su quest’area sorgerà il nuovo campo da calcio con pista di atletica, un campo da basket e pallavolo, piste per monopattini e bici bimbi, area attrezzata per free climbing e poi la grande area per eventi, concerti e manifestazioni, si sta pensando anche alla possibilità di un’ area canina con pista di agility dog.

Dopo la demolizione dell’antiestetico palazzo comunale, e proseguita con altri interventi di “pulizia urbana” tra cui la tanto discussa demolizione della casa del parroco che ha permesso la restituzione alla cittadinanza della più importante testimonianza di storia della città.

Il bellissimo teatro all’aperto ricavato al cospetto delle Vecchie Mura, è capace oggi di attrarre moltissime persone appassionate e non per ascoltare e vedere concerti e opere teatrali.

L’opera di rivitalizzazione della città è proseguita negli anni con la creazione di nuovi spazi verdi nel centro di Varazze ora finalmente tutte le piazze hanno un po’ di verde.

Altra bellissima attrazione della città è il Lungomare Europa dove sono state demolite molte edificazioni fronte mare, frutto di scellerate speculazioni edilizie.

Come il bellissimo borgo alla foce del Portigliolo ritornato com’era molti anni fa, un luogo storico medievale e pubblico.

L’accorpamento amministrativo con Celle Ligure ha risolto il contenzioso con gli ultimi proprietari del complesso delle “Bergamasche” finalmente ritornate alla comunità con una delle più belle residenze pubbliche per anziani d’Italia.

Anche qui è stato demolito un obbrobrio di cemento e vetro.

E’ uno degli effetti dell’entrata in vigore, qualche anno fa, della legge sul Rispetto della Volontà dei Benefattori, che con i loro lasciti sono stati costruiti in passato importanti opere pubbliche, come l’ Ospedale S.Maria in Bethlemme, ritornato ad essere un importante presidio sanitario del territorio.

Nei pressi della sorgente dei Gaggini sono state realizzate le Terme di Varazze grande attrattiva del nostro entroterra come voleva il grande Giovanni Gaggino.

Confiscato il convento dei Frati che fu costruito dalla comunità di Varazze poi svenduto ai privati con la realizzazione di mono-bilocali.

È stato invece demolito, per volontà popolare e problemi di staticità l’ex Collegio.

Lungamente osteggiato dalla proprietà a quanto pare non per indennizzi o ricorsi ma per le sconcertanti testimonianze che sono emerse durante i lavori di demolizione

Alcune delle gallerie dei due rami autostradali già demoliti vent’anni fa sono oggi luoghi pubblici con palestre negozi e musei.

Da menzionare l’ opera di recupero e ripristino dei muretti a secco e delle vecchie mulattiere dell’entroterra una grande e meritoria opera di salvaguardia del patrimonio storico e del territorio che ha permesso di scongiurare il pericolo di esondazioni frane, anche di semplici smottamenti.

La città di Varazze oggi è vista come un bell’esempio di riscatto dalle grandi speculazioni di ogni genere che avevano visto la regione Liguria e tutta l’Italia, un secolo fa assurgere al primo posto nelle tristi classifiche del consumo del suolo, sperpero di risorse pubbliche.

Inutile aggiungere che l’abolizione delle sovranità nazionali, regionali e del concetto di patria a favore di un unica entità Europea, ha liberato ingenti risorse un tempo fagocitate dal clientelarismo politico, finalmente a disposizione del comune cittadino.

La tragedia della Moby Prince

La tragedia della Moby Prince

10 aprile 1991

Una delle Vergogne d’Italia!

140 morti

32 anni di indagini, processi, due commissioni parlamentari.

Fiumi di inchiostro e di parole

Una strage di cittadini inermi, lasciati senza giustizia fino ad oggi.

Un intrigo tipico di tutte le Vergogne d’Italia.

In questa tragedia ci sono tutti gli ingredienti presenti in tutti gli altri Misteri d’Italia.

Depistaggi, distruzioni di prove, connivenze politico- malavitose, furti di carburante, intrighi internazionali, traffici di armi e di rifiuti.

Subalternità all’alleato oltreoceano

Non manca la tipica distrazione italiota, per una partita di calcio!

Anche una negazione metereologica !

E quella domanda inquietante perché non sono stati salvati?

Li hanno trovati carbonizzati con i giubbotti di salvataggio indossati.

Erano pronti per essere evacuati.

Una fine orribile!

Le vittime senza giustizia.

Oggi sappiamo che erano testimoni scomodi da eliminare.

Chi di questi signori era o è a conoscenza della verità?

Francesco Cossiga presidente della Repubblica?

Giulio Andreotti presidente del consiglio?

I ministri Martelli, Scotti, De Michelis, Cirino Pomicino, Russo Jervolino?

Rognoni, Bianco, Prandini, Maccanico, Guido Carli?

Carlo Azeglio Ciampi presidente della Banca d’Italia?

Mercoledì 10 aprile 1991. Ore 22:25

Tutti stiamo guardando la partita Juventus Barcellona al Campo Nou.

Semifinale di andata della Coppa delle Coppe.

Il gol di Casiraghi è stato cancellato da una doppietta di Stoichkov.

Si mette male per le zebre

Goicoechea segna la terza rete per il Barcellona

Alle 22 era pronto alla partenza il traghetto Moby Prince della NavArMa.

Linea fra Livorno e Olbia 65 membri dell’equipaggio 76 passeggeri, 31 auto e camion.

Molla gli ormeggi.

Destinazione Olbia.

Non vi arriverà mai.

Due Commissioni Parlamentari 2017-2022 stabilirono che la Moby Prince appena partita, dovette effettuare un brusca deviazione di rotta.

Per evitare una terza nave che era in rotta di collisione con il traghetto.

Questa terza nave si stava allontanando velocemente dalla Agip Abruzzo.

Furto di carburante, traffico d’armi o di rifiuti pericolosi?

La petroliera Agip Abruzzo era in rada a luci spente in zona proibita per l’ancoraggio.

Perché l’Eni dichiarò che l’Agip Abruzzo salpò da Sidi Kerir in Egitto, mentre invece fu appurato che parti’ da Genova?

Forse per non essere accumunata al disastro dell’Haven che avvenne il giorno dopo?

Perché?

Sembra appurato che la terza nave fosse la 21 Oktobar II un peschereccio di altura nave ammiraglia della Shifco.

La flotta italo-somala al centro delle indagini di Ilaria Alpi e Milan Rovatin sui traffici di armi e di rifiuti.

Testimoni scomodi da eliminare.

La caduta del governo Draghi ha fatto decadere la seconda Commissione Parlamentare sulla tragedia della Moby Prince.

Probabilmente verrà istituita una terza Commissione.

Ma bastava leggere un libro

Era già tutto scritto da Enrico Fedrighini “Moby Prince un caso ancora aperto” del 2005

Non sapremo mai la verità

https://amp24.ilsole24ore.com/pagina/AEOy7c0B

L’Esurcismu de S.Nasò


Nel manoscritto di Della Cella è descritto il mandamento di Varazze nel 1820, questo possedimento, del regno Sabaudo, comprendeva anche le comunità di Stella, Cogoleto e Celle.

Era una sorta di questionario con cui i regnanti volevano conoscere i possedimenti, le risorse e i sudditi, pervenuti loro dall’ex Repubblica di Genova, dopo il periodo napoleonico e a seguito della trattato di Vienna.

Il popolo di questo mandamento, era descritto come “nullatenente ma di talento, con particolare attitudine all’agricoltura e al commercio, i popolani sono mediocremente sociali, hanno genio per la navigazione, non hanno abitudini particolari, sono tranquilli, rispettosi della religione e nell’attaccamento alla sacra persona di Sua Maestà”.

Ma qualche anno prima i fremiti rivoluzionari, al seguito di Napoleone nel 1800, fecero presa su questo popolo nullatenente di talento e trovarono il loro sfogo naturale, culminato con l’innalzamento dell’albero della libertà, in piazza Cambi ( ciassa du ballun) con grandi festeggiamenti e manifestazioni di ostilità contro il clero e i nobili

Ma poi tutto ritornò come era prima, con la restaurazione, i beni ecclesiastici sottratti da Napoleone, furono restituiti, la chiesa della Madonna della Croce di Castagnabuona, che era stata trasformata in ospedale da campo dal generale Massena, per i suoi uomini, fu nuovamente consacrata, con una grande cerimonia.

Gli ideali di libertà arrivati con il vento della Rivoluzione Francese si erano già sopiti qualche anno dopo, per un ritorno alla “gradita normalità” come descritto nel manoscritto di Della Cella.

Anche nel XVII secolo gli abitanti di Varazze, erano nelle stesse condizioni, nullatenenti, ma di talento, costruivano le più belle imbarcazioni d’Italia e “lavoravano da mane a sera a costruir navi su cui innalzar un ramo d’ulivo contro gli spiriti malvagi” ed erano rispettosi della religione e di chi aveva il potere. Ma se dai cantieri navali i demoni erano tenuti distanti, da questi uomini nullatenenti di talento, non così poteva essere per le loro umili abitazioni, dove stavano le donne a tirar su dei figli e a sgobbare per accudire la casa.

In una lapide murata nella sacrestia di S.Ambrogio è tramandata la memoria di un padre esorcista, che esercitò nel 1632 a Varazze.

Gli esorcisti dovevano essere idonei allo scopo, con licenza del Vescovo, che autorizzava il parroco, a seguito di gravi sospetti, spesso a seguito di delazioni e maldicenze, a richiedere un esorcismo, per una persona, quasi sempre una donna, posseduta dal demonio.

Nel 1620 il parroco di San Nazario, esorcizzò Maria Perietta, posseduta da ben dodicimila spiriti! La cronaca di questo esorcismo, fu tramandata con grande enfasi da uno scritto di Tito da Ottone, con tanto di solenne promessa, da parte degli spiriti malvagi, che mai più sarebbero entrati nel corpo della poveretta. Fu anche depositato un atto con cui si affermava l’avvenuto esorcismo, il 28 aprile del 1620, alla presenza di una decina di testimoni, prescelti tra le personalità più illustri della città, non si hanno notizie di quali furono le spese e i ricompensi ricevuti

Nulla anche della sorte della povera Maria, guarita dalla possessione malvagia, chissa’ quale sarà stata la sua vita, se si era maritata, diventando nonna di molti nipoti a cui perpetrare la paura del demonio, oppure avesse finito i suoi giorni in un convento “consunta di una malinconia che nessuno seppe mai conoscere”.

Le due datazioni non coincidono, l’esorcismo di Maria Perietta fu esercitato nel 1620, mentre la lapide di Sebastianus Beneventus padre esorcista reca l’anno 1632, ma del suo operato a Varazze presso la parrocchia di S. Ambrogio, reso noto da questa lapide, non si ha notizia ne’ di quanti e quali furono, gli esorcismi praticati, in quell’anno, nella comunità parrocchiale, la più grande di Varazze.

Dell’esorcismo di Maria Perietta esiste anche un’opera pittorica, conservata nell’ufficio parrocchiale di San Nazario, dove nella tela è rappresentato il parroco Don Sciora, mentre esorcizza la donna, raffigurata in basso a sinistra, in proporzioni minori, assistita da un uomo e una donna, mentre sta vomitando dei diavoletti neri.

tratto da “Varagine” di Tino Delfino

Andrea Siri, Diulo del Dan, u L’Urba

Dalla Stampa del 27 giugno del 1968

Vive da Eremita l’uomo creduto morto

Si supponeva fosse stato ucciso dai tedeschi sul colle del Turchino durante la guerra partigiana

Una strana storia quella di Andrea Siri ha cinquantasette anni e da 24 lo credono morto, ma lui vive nei boschi sopra Albisola, raccoglie funghi e dorme in una casa abbandonata, ogni tanto scende nella frazione di Ellera a bere un bicchiere con la gente che non è curiosa, non gli chiede niente e lo chiama Alfredo. Ha scelto questa vita non si sa perché comunque è vissuto tranquillo come desiderava fino all’altro ieri, ma adesso lo hanno scoperto e gli danno la caccia per conoscere la sua storia, sapere perché vive da eremita, chiedergli se ha dei problemi e cosa desideri. Questo lo spaventa e lo terrorizza, appena vede dei forestieri affannarsi sulla mulattiera, scappa Eccolo con una barba selvaggia, un basco camicia a quadri, calzoni logori ma è la visione di un attimo e Siri scompare in un castagneto Inutile rincorrerlo la boscaglia è il suo mondo. Dicono che è redivivo, ma non è mai morto ufficialmente. Strana storia si è detto che Andrea Siri è di Sassello e rimpatriato dalla Francia nel 1940, che ha abitato nella zona del Faiallo, con la sua famiglia. Nel settembre del 1943 l’hanno visto partire e non si sa dove sia andato.

Non l’hanno mai più rivisto. Nel maggio del 44 alla Fontanafredda, sulle alture del Turchino, sono stati fucilati cinquantotto partigiani. C’è un sacrario lassù, con i nomi delle vittime, ma parecchi martiri non sono stati identificati, non si sa come Andrea Siri è stato creduto uno dei caduti del Turchino. Non risulta che sia stato un partigiano, il suo nome non è tra quelli elencati nel sacrario, è uno dei non identificati, Ma è stato detto che gli hanno celebrato esequie funebri e anche delle messe in suo nome, ma nel municipio di Sassello all’atto di nascita, non c’è alcuna scrittura di morte, non c’è neppure una sentenza di morte presunta. L’unico documento che finora si è potuto esaminare, che attesti il decesso dell’uomo è un atto notarile di vendita, di una piccola proprietà terriera, redatto sei anni fa da un notaio di Savona. Dopo ventiquattro anni di Andrea Siri si sa solo che è scapolo, ha fratelli, è creduto morto, ma è vivo nei boschi, si fa chiamare Alfredo, ma lo conoscono come quello dell’Urba, perché sanno che viene dalla valle d’Olba, è un uomo mite. Ma le madri spaventano i bimbi disubbidienti “Ti faccio portar via dall’uomo dell’Urba” nessuno gli ha mai chiesto niente, gli comprano i funghi, qualcuno gli chiede di tagliare il fieno, comunque in questi posti un tozzo di pane non si nega a nessuno, è un uomo tranquillo, che da un quarto di secolo non è mai sceso da questi boschi dell’Appenino. Qualche volta arriva all’osteria di Ellera sembra riscaldarsi e intenerirsi al contatto della gente, entra nei discorsi d’improvviso, lo vedono uscire scomparire nella notte, per sentieri che soltanto lui sa trovare al buio, ci sono momenti in cui sembra che desideri, con voglia di rientrare nel mondo, per esempio i giorni prima delle elezioni, era lì davanti a un bicchiere di vino ad ascoltare i discorsi “Andrò a votare anch’io” “Dove vai a votare?” nessuno gli ha mai portato un certificato elettorale. E’ uscito e per parecchi giorni non lo hanno visto quando è ritornato gli hanno chiesto “Allora Lurba per chi hai votato?” e lui con un sorriso timido “Non sono cose per me” si è seduto davanti al vino attento ai discorsi. C’erano i giorni scorsi degli operai dell’Enel che lavoravano sopra Ellera, Siri che sempre aveva fuggito i forestieri, questa volta ha sentito il bisogno di chiacchierare, di confidarsi, ha detto di chiamarsi Andrea Siri di avere terreni e parenti nella vallata del Vara, gli operai hanno parlato è corsa la voce “Non è possibile Andrea è stato fucilato sul Turchino!” poi il parroco di Vara don Enrico Principe ha concluso che non vi erano prove che Siri fosse stato fucilato. Incomincia la caccia all’uomo e Siri atterrito, si ritira nei più profondi castagneti, fugge e non si sa perché. Don Principe grida tra i monti, facendo portavoce con le mani “Andrea, Alfredo” l’eco e nient’altro.

Siri è lì vicino tra i cespugli, sente guarda smarrito, lo scoprono ed egli con quattro salti svanisce, perché non è pazzo, è assolutamente normale, tutti quelli che lo conoscono affermano che è un brav’uomo, soltanto che gli piace vivere così. Andrea Siri l’uomo dei boschi e Alfredo l’uomo dell’Urba. L’altra sera si è incontrato con il fratello, che non vedeva da 24 anni, quando ha scoperto, che i giornali si stanno occupando di lui, è fuggito per misteriosi sentieri, non l’hanno più trovato.

Articolo del Secolo XIX

Non vuole parlare con nessuno, del suo passato

Lascerà i boschi solo per vedere le sue nipotine, l’uomo che fu creduto morto per 24 anni

E’ però deciso a continuare la sua vita da misantropo sui monti di Ellera. Al fratello che lo ha incontrato due volte, ha detto “Sto bene così non vedo perché dovrei cambiare”

Sto bene così mi piace questo tipo di vita non vedo proprio perché dovrei cambiare, dopo 24 anni trascorso lontano da tutti e da tutti creduto morto. Nessuna altra spiegazione è stata fornita da Andrea Siri, il cinquantasettenne redivivo di Ellera al fratello Stefano di 58 anni con il quale si è incontrato negli scorsi giorni. Non una parola di più, per giustificare il motivo, per cui per un quarto di secolo ha vissuto quasi come un eremita, fra i boschi di castagni in una casa semidiroccata abbarbicata ad una scoscesa parete di questa zona dell’Appenino Ligure tra Albisola e Sassello, senza sentire il bisogno di rivedere i congiunti che abitano poco distante. Andrea Siri è un uomo dal carattere chiuso, a cui piace vivere in un certo modo, ma certo il fratello non è più aperto di lui. Da oltre un mese lo abbiamo appreso oggi, sapeva dell’esistenza di Andrea, nei boschi della zona, ma non ha parlato con nessuno della cosa “ Perché avrei dovuto farlo?” ha commentato. E quando una settimana fa, dopo l’incontro è tornato a casa ad Albisola Superiore, dove lavora come muratore, non ha tradito alcun sentimento. Ha detto semplicemente alla moglie Angela “ Oggi ho visto Andrea” e della vicenda non si  è più parlato. I due si sono incontrati un’altra volta, due sere fa, nella trattoria di Ellera. A Stefano Siri abbiamo chiesto che cosa si sono detti  “Nulla” è stata la risposta “ Non avevamo niente da dire” Inutile cercare di sapere qualcosa di più, ci hanno provato anche i carabinieri di Albisola, ma senza risultato. Andrea Siri, nei due incontri con il congiunto, non ha quindi spiegato il perché della sua decisione di scomparire per tutto questo tempo, ha unicamente sostenuto di trovarsi bene così, lontano dl mondo. Ma deve aver promesso una visita alla famiglia del fratello, ad Albisola nei prossimi giorni. La circostanza non viene confermata da Stefano e Angela Siri né dalle loro due figlie. Ma ci è stato confidata, in gran segreto  dalle due nipotine ( sono le bimbe di una delle due figlie del muratore) Le uniche che sono apparse emozionate e incuriosite, per la comparsa dello “zio dei boschi”.

Luisa ed Elena, questi i loro nomi, erano sulla porta di casa, oggi pomeriggio e ci hanno detto che molto presto lo zio Andrea verrà a trovarli ad Albisola, in via Marconi e sarà bello conoscere lo zio dei boschi, hanno esclamato, chissà quante storie avrà da raccontarci.

Oggi abbiamo cercato ancora una volta inutilmente di avvicinare Andrea Siri, ma non è stato possibile. D’altra parte ora che la sua vera identità è stata scoperta, non vuole parlare con alcuno del suo passato. Ieri sera è stato in un ristorante di Ellera fino a notte inoltrata, ma non ha soddisfatto la curiosità di quanti hanno cercato di interrogarlo “Non ricordo sono cose vecchie lasciatemi in pace “ ha detto dinnanzi a un piatto di ravioli e a un bicchiere di vino, non una parola sulla sua vita, sui motivi che l’hanno spinto ad isolarsi.

Rimangono pertanto misteriose, le ragioni che hanno indotto Andrea Siri, ad estraniarsi dal mondo, per tutto questo tempo, ben difficile sarà anche in futuro avere una spiegazione dall’interessato. Una cosa è certa la sua vita continuerà così

f.m.

Vira de Bordu! Gerolamo Delfino

Gerolamo Delfino l’Eroe del Galilea

La decisione di Gerolamo Delfino di contravvenire agli ordini per prestare soccorso alla nave trasporto truppe Galilea fu un gesto di grande umanità.

Ma perché avvenne quella tragedia?

Che cosa ci faceva quel convoglio italiano nel canale d’Otranto?

Un pò di Storia

Il 28 ottobre del 1940 Mussolini ordinò l’attacco alla Grecia

L’8 novembre a seguito della violenta reazione dell’esercito greco le truppe di invasione italiane furono costrette a ritornare sulle loro posizioni in Albania

Il 12 novembre per rappresaglia dell’attacco contro un loro alleato, aerei inglesi affondarono nella base navale di Taranto metà della flotta italiana

Il 19 novembre nonostante la disfatta Mussolini pronunciò il famoso discorso “…spezzeremo le reni alla Grecia!”

Il 3 dicembre con una controffensiva l’esercito greco penetrò in Albania facendo arretrare le posizioni difensive italiane

Il 5 dicembre con un intervento aereo la Germania arrivò in soccorso del corpo di invasione italiano

Era una guerra già persa in partenza!

Era meglio chiedere scusa e finirla lì

Negli stessi giorni ci fu anche la disfatta italiana in terra d’Africa.

Dopo queste sconfitte, l’esercito italiano sarà definitivamente succube al comando tedesco.

Ma serviva altra carne da cannone, per il regime fascista.

Gli Alpini rimasti come presidio al sole della Grecia, furono fatti rientrare nella madrepatria, per essere inviati nell’inferno bianco della Russia.

Alle ore 13 del 28 marzo del 1942 il cacciatorpediniere Antonio Mosto al comando del capitano di corvetta Gerolamo Delfino salpò da Patrasso insieme all’incrociatore Città di Napoli e ai cacciatorpedinieri Sebenico, Castelfidardo, Bassini e San Martino, facenti parte della squadra di scorta a un convoglio di mercantili adibiti a trasporto truppe, Galilea, Francesco Crispi, Ardenza, Italia, Viminale e Piemonte.

Tempesta, mare forza 6

Sulla motonave Galilea erano imbarcati 1313 soldati la maggior parte alpini del Gemona e della divisione Giulia. Ma anche alcuni prigionieri politici greci.

Molti soldati non trovando posto in coperta erano sul ponte avvolti da coperte e mantelline.

Alle 23.45 il sommergibile inglese Proteus lanciò un siluro che colpì il Galilea sulla sinistra.

La nave si inclinò, rendendo vano l’utilizzo di alcune scialuppe, che non erano comunque in numero sufficente, per quel contingente militare a bordo.

Come non vi erano abbastanza giubbotti di salvataggio per tutti.

Gli ordini erano tassativi in caso di attaccò “si salvi chi può!”

Ogni unità di scorta al convoglio o di trasporto truppe, per scongiurare altri affondamenti di naviglio, doveva allontanarsi a tutta forza dalla zona d’attacco.

Cosa che non fece il cacciatorpediniere Mosto, al comando di Gerolamo Delfino

“Vira de bordu!”

Fu l’ordine impartito dal capitano Delfino

Contravvenendo alle disposizioni, il Mosto manovrò, per portare soccorso al Galilea.

Ma le operazioni di salvataggio dei superstiti furono molto difficili.

Il Mosto, sganciò diverse bombe di profondità.

Ma non poteva fermare le macchine, sarebbe diventato un bersaglio fisso, troppo facile per un sottomarino.

E a rischio c’era l’incolumità dell’equipaggio

Con il buio, il freddo, il mare mosso, l’affondamento del Gallilea, divenne un’ecatombe.

Sul Web ci sono delle discordanze sul numero delle vittime e dei superstiti.

I morti e dispersi furono 995.

Alcuni cadaveri furono trascinati sulle coste greche

Mentre quelli messi in salvo furono 319.

Almeno la metà furono tratti a bordo del Mosto.

La nave affondò alle 3.50.

Il comandante Emanuele Stagnaro, che si era prodigato per portare il Galilea verso fondali più bassi, non abbandonò la nave e perì nella tragedia.

Il mattino dopo arrivarono in soccorso alcune unità navali e con la luce del giorno, riuscirono a portare in salvo altri superstiti.

Fu inviato anche un idrovolante della Croce Rossa, ma durante l’atterraggio si capovolse.

Il Capitano Delfino fu processato.

Incriminato per insubordinazione.

Fu prosciolto dopo aver dichiarato, che le bombe di profondità sganciate dal Mosto erano riuscite, se non a colpire, almeno ad allontanare il sommergibile.

Gli alpini, ricordano con riconoscenza il Comandante Delfino, decorato nel dopoguerra per il suo gesto, cittadino onorario di Gemona in Friuli, Varazze commemora questo suo Grande Concittadino per il suo  “profondo senso di umanità che vinse quello del dovere” e gli ha dedicato il molo di fronte alla chiesa di Santa Caterina

A questo link di Ponente Varazzino, le commemorazioni in onore di Gerolamo Delfino   L’eroe del “Galilea” con la Borsa di studio per l’anno scolastico 2018-19 Tema proposto: Analisi e valutazione dei comportamenti e delle reazioni umane di fronte alle emergenze che a volte il destino ci riserva.

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

Giacomo Giuseppe Rusca, u Nini

Giacomo Giuseppe Rusca, u Nini

Dopo quello che era capitato al povero Giacomo, i parenti e quelli che lo conoscevano, gli fecero visita, con gli occhi lucidi, pieni di premure e di belle parole nei suoi confronti.

Anche i militari erano a conoscenza di quella tragedia

A partire da quei soldati tedeschi, che lo avevano accompagnato a bordo di una Kubelwagen a Savona, evitando così tutti i posti di blocco sull’Aurelia, per arrivare prima all’Ospedale.

Chissà se quei militari, avranno udito le urla di Nini quando trattenuto a stento legato ad un letto d’ospedale, con una siringa, i sanitari, cercavano, senza anestesia, di asportare il sangue dalla cavità oculare, nel tentativo di ridurre l’ematoma, per salvar l’occhio destro.

Tanto dolore per nulla, l’occhio fu perso per sempre.

Giacomo aveva 6 anni.

Nel 1944 la nostra città viveva sospesa in attesa degli eventi.

Ma i delatori continuavano il loro sporco lavoro, ogni tanto qualcheduno spariva e non si sapeva che fine aveva fatto.

Furono fucilati dei partigiani e dei renitenti di leva

La guerra era già persa fin dall’inizio.

L’Italia sconfitta su tutti i fronti, dai popoli che aveva aggredito.

Milioni di morti.

Disfatta, resa tangibile, dalla perdita del controllo dei cieli di quella, che qualcheduno ancora si ostinava a chiamare patria.

Ci furono i primi bombardamenti della città e le prime vittime civili.

Fu proprio un allarme aereo, la causa di quel brutto incidente.

Giacomo, correndo per andare al rifugio, inciampò, cadde e si infilzò l’occhio, con il temperino che teneva stretto in mano, per paura di perderlo.

I militari tedeschi gli prestarono le prime cure e lo accompagnarono all’Ospedale di Savona.

Pe un certo periodo, Giacomo ebbe bisogno di effettuare cure e visite di controllo.

All’occorrenza questo servizio era effettuato da militari tedeschi o italiani.     

Un militare italiano, un sanmarco, con il suo cavallo saliva ogni giorno a portar i viveri al P.O.C. della Crocetta di Cantalupo.

Su quel rilievo al cospetto di panorama mozzafiato era stato posizionato un Posto di Osservazione Costiera, due lunghe trincee circondavano il colle.

Spire di filo spinato e ordigni antiuomo completavano la difesa di questo baluardo, fondamentale per l’intercettazione delle navi e aerei alleati.

In comunicazione con le batterie di Punta d’Invrea dei Bottini e il treno armato.

La cima della Crocetta era trapassata, con un percorso est/ovest, da un rifugio, scavato nella roccia, lungo un centinaio di metri.

La cappella della Crocetta era stata abbattuta per non fornire un facile riferimento agli aerei alleati.

Quel militare a cavallo allungava un pò il tragitto passando da Muianna, per far tappa dalle case dell’Uspiò, e far salire sul cavallo Giacomo.

L’occhio non era più bendato.

Su quella sella, Giacomo poteva ammirare quello spettacolo di panorama, sempre più immenso, mentre il cavallo saliva la Crocetta.

Il colle era zona militare, circondata da una recinzione di filo spinato.

A Giacomo piaceva il rumore degli zoccoli di quel cavallo, sul Ciappin di quella antichissima strada.

Questa antica viabilità è oggi chiamata a Stradda Rumana e arriva a Cruscetta, passando al disotto dell’attuale via Craviotto.

Il militare era sceso e teneva le briglie.

Per Giacomo quello era il momento più bello.

Rimasto da solo sopra il cavallo.

Il sedime da Stradda Romana è costituito da grandi Ciappe de Pria.

Ma che uomini erano, quelli che misero a dimora questi macigni?

Un messaggio esplicito per i malintenzionati che percorrevano questa viabilità?

A Stradda Rumana arrivata in vista della vetta, compie una decisa curva a destra e a circa metà dell’ultimo tratto in salita c’è una grande vasca in cemento dell’acquedotto in buono stato di conservazione ma oggi in disuso.

Nel rivolo del troppo pieno di quella vasca, il cavallo era solito abbeverarsi.

Arrivati ad un pianoro c’era l’entrata del rifugio.

Protetto alla vista dei ricognitori, da alcuni giganteschi alberi de Pin da Pinò

Quel militare, forse un padre di famiglia, un giorno lo portò con sé all’ingresso del rifugio.

L’entrata era abbastanza ampia, poi il tunnel proseguiva nel buio.

La luce che entrava nella galleria svelava la presenza all’interno di pozze d’acqua e fango.

Giacomo vide l’ingente quantitativo di materiale, che era accatastato all’interno di quella galleria.

Quel rifugio era in realtà un grande deposito di tante cose, le più disparate, dagli attrezzi, a un ingente quantitativo di tavole.

Alcuni fucili da caccia, probabilmente sequestrati a inizio conflitto.

Altre cose erano coperte con dei teli, e poi grandi rotoli di fil di ferro e di carta catramata.

Il tunnel era lungo almeno un centinaio di metri, si percepiva l’odor di muffa, aria umida e pesante.

L’uscita/entrata al rifugio lato Lenchè era occultata dalle  reti mimetiche.

Da questo punto, iniziava una lunga trincea molto profonda, dove una persona poteva tranquillamente stare in posizione verticale.

Un lavoro immane, effettuato dai militari e dalla gente del posto, sotto la supervisione della Todt, l’organizzazione tedesca per opere di difesa militari

Questa trincea, con alcuni cambi di direzione, terminava all’altezza del P.O.C (Posto di Osservazione Costiera)

Dal lato opposto, era stata scavata un’altra profonda trincea, recentemente ripristinata dall’Associazione Alpini, Oggi l’entrata dai Pini è completamente occlusa da un muro di pietre a secco.

In una spelacchiata radura sotto i Pin da Pino’ alcuni militari a torso nudo rincorrevano un vecchio pallone alzando nuvole di polvere che un vento di mare spazzava via.

Nini era bravo a giocare a pallone.

Ma era ora di ritornare a casa.

A piedi con la pagnotta che il militare gli aveva regalato.

Oppure sempre a cavallo per una lunga vertiginosa discesa percorrendo la Crosa che attraversa la borgata di Cantalupo.

Qui dalla piazza di San Giovanni, si scendeva nella Castagna e quindi si arrivava dalle case dell’Ospedale dove abitava Giacomo.

Quel Sanmarco, un parmense, finita la guerra rimase per un po’ di tempo a coltivare le fasce di Giacomo Masio.

Le cose molto lentamente tornarono alla normalità della solita vita grama della povera gente.

Giacomo Rusca classe 1937 mi ha raccontato questo ed altro, quando bambino, fu coinvolto nelle vicende della Seconda Guerra Mondiale.

Quando sun a Cugou un caffè dalla mia amica Marilena ci scappa sempre.

Tempo fa mi disse “ Dovresti parlare con Giacomo è nato a Varazze e sa molte cose degli anni 40/ 50 appena lo vedo mi faccio dare il numero e cosi vi sentite”

Tempo e caffè ne sono passati tanti, poi un giorno Marilena mi consegna un cartoncino con un nome Giacomo Rusca e due numeri di telefono.

Ci accordiamo per telefono e un venerdì di dicembre con un po’ di focaccia con e senza cipolle, eccomi al quinto piano di un palazzo nel centro di Cogoleto con una bella vista mare.

Giacomo è nato a Vase in ta Lomellina, in sponda destra del Teiro posto da orti e da alberi da frutta, il 12 maggio del 1937, da Giobatta Rusca e Agnese Fazio.

La mamma morì di parto, dopo aver dato alla luce Giacomo.

Qualche anno dopo Giobatta Rusca sposò Caterina Bolla da cui ebbe altri due figli Bartolomeo e Geronima.

Nel 1943, dopo l’8 settembre, quando arrivarono i tedeschi in forze, per presidiare Varazze, Giacomo aveva 6 anni.

I bambini come Nini, furono spettatori attenti e memori degli avvenimenti di guerra.

Quello che videro e udirono è rimasto indelebilmente scolpito nella loro memoria.

Nel 1943 la guerra era praticamente persa, in tutta la penisola i nazifascisti avevano perso il controllo dei cieli e del mare.

Ci furono i primi bombardamenti della città.

Dalla Lomellina la famiglia di Nini si trasferì in un’abitaazione dalle parti dell’Ospedale, in ta Ca du Perisi.

Sotto casa, al riparo di una roccia, avevano costruito un rifugio antiaereo, dove andavano a ripararsi, all’approssimarsi di un’incursione aerea.

I Tedeschi avevano requisito il piano terra di quell’abitazione, dove c’era un magazzino.

Nonostante quella occupazione forzata non cui fu mai uno screzio con i militari.

Cosa normale durante un conflitto requisire delle case per dare

alloggio ai soldati.

La forzata occupazione militare, aveva un risvolto positivo.

I soldati tedeschi chiesero alla mamma di Giacomo se poteva far la pasta per loro consumo e in cambio ebbero una costante fornitura di farina per tutta la famiglia.

Ma quella coabitazione aveva un problema con la presenza dei tedeschi, quella casa poteva diventare un bersaglio per le incursioni aeree. 

Era un buon punto di osservazione, da quella casa si aveva il controllo visivo, del colle di S.Donato, la strada verso l’entroterra, il Cotonificio e il dirimpettaio colle du Buntempu, dove i tedeschi avevano piazzato una batteria contraerea.

Furono proprio quei militari che si allertarono quando videro un’ombra scura in una notte di luna piena, che si aggirava in quei terrazzamenti sopra Uspiò de Vase.

Era il papà di Giacomo, intento a zappare, i militari lo circondarono, intimandogli di non andare più a far quel lavoro di notte.

Con il coprifuoco erano autorizzati a sparare anche alle ombre.

Quel fiasco di vino che il papà di Giacomo aveva, fu preso dai quei soldati, per una pausa di oblio, di quella sporca guerra.

La zona rocciosa, dove la strada si fa stretta, prima di arrivare al Parasio è chiamata dau Puntin, per l’esistenza fino agli anni 20, del secolo scorso di una viabilità sospesa, che dalla via Bianca arrivava a S.Donato

In quella roccia scavarono i tunnel di mina.

Era la Todt che supervisionava i lavori, sul posto c’erano soldati tedeschi e italiani, ma chi faceva il lavoro pesante e qualificato erano i lavoratori nostri concittadini, come GB Porro, u Porin e Baciccia de Rocche.

Nella parete est, dau Puntin, furono scavati 5 fornelli di mina, un sesto non fu ultimato.

La roccia di risulta dello scavo era caricata sopra un carro a trazione animale e scaricata in Teiro.

Per un bambino come Giacomo, salire su quei carri era uno spasso.

Salivano sui carri che facevano la spola dau Puntin fino alla riva del Teiro, aspettavano lo scarico del materiale di risulta degli scavi e poi al ritorno salivano direttamente nel cassone.

Questa parte del sciù da Teiru, divenne un bersaglio per le incursioni degli aerei alleati

C’era il complesso industriale del Cotonificio e nel Parasio erano assemblati i MAS di Baglietto.

La guerra era persa, ma la retorica nazifascista propagandava la resistenza ad oltranza e a Fabrica divenne un punto di resistenza.

All’interno dello stabilimento vi era un deposito di materiale bellico e una consistenza presenza di militari

Gli abitanti di questa zona e gli operai che lavoravano allo scavo dei fornelli di mina dau Puntin, furono avvisati della situazione di pericolo.

Un giorno suonarono le sirene dell’allarme aereo.

Poco dopo, dau Vignò scese in picchiata un aereo alleato.

Sganciò una bomba, che esplose nell’orto della Madonetta, lo spostamento d’aria fece cadere Giacomo che scivolò lunga discarica

Suo zio, u Porin, abbandonò il carro, afferrò Giacomo, lo sollevò di peso e attraversando il Teiro si misero al riparo nei pressi di quella grande pietra sotto a Ca di Pelosi

Dau Vignò arrivò un altro aereo che si abbassò mitragliando e sganciò altre bombe.

Giacomo vide distintamente quegli oggetti neri espulsi dall’aereo.

Poco dopo i boati delle esplosioni.

Gli aerei mancarono l’obiettivo che era il Cotonificio.

Una bomba esplose al pianoterra del Palazzo da Fabrica, sventrandone la parte verso via Montegrappa.

L’edificio resistette grazie alla struttura in cemento armato.

Un’altra bomba esplose all’entrata della Fabrica, una inesplosa fu ritrovata in una tromba delle scale.

Le esplosioni avevano sollevato nuvole di polvere e provocato una pioggia di terra e pietre.

Tutti i vetri non protetti dai Scui o Gioscie andarono in frantumi

Nel silenzio spettrale che seguì a quell’incursione, Giacomo udì distintamente il suo nome pronunciato dalla voce disperata di sua mamma.

Arrivato a casa gli fu intimato di non andare più dau Puntin.

Le gallerie appena scavate, nella massa rocciosa, furono riempite di esplosivo.

Era l’epilogo di quella sanguinosa guerra che stava volgendo al termine.

I nazifascisti difronte all’avanzata degli Alleati stavano preparando la loro fuga.

Da quella posizione panoramica, da a Ca di Perisi si poteva vedere il movimento delle colonne motorizzate lungo la strada

La giornata del 24 aprile fu particolarmente trafficata, con il transito di mezzi di trasporto, truppe e corazzati.

In fuga verso il passo dei Giovi.

L’afflusso di uomini e mezzi non era costante.

Giacomo vide entrare e uscire da quelle gallerie di mine, delle persone, pronte a nascondersi, forse ad un segnale convenuto di chi era di guardia sul Teiro, all’approssimarsi di altri mezzi militari.

Erano molto probabilmente, gli stessi operai che avevano scavato quelle gallerie che stavano portando a termine il disinnesco delle mine du Puntin, togliendo detonatori e cavi di innesco.

Scongiurarono una grande esplosione.

Lo spostamento d’aria e le vibrazioni dello scoppio, avrebbero sicuramente distrutto anche la borgata du Ciou in tu Pasciu e procurato danni alle abitazioni limitrofe.

I fascisti passarono con un megafono, ad avvisare gli abitanti della zona di un’imminente esplosione.

Tutti gli abitanti dovevano abbandonare le loro case e mettersi al riparo.

Il papà di Giacomo che era a lavorare al Manicomio di Prato Zanino, fu avvisato del ritiro delle truppe nazi fasciste da Varazze.

Si sapeva che i nazifascisti come ultimo vile gesto, avrebbero fatto terra bruciato durante la ritirata, facendo esplodere le mine che avevano piazzato lungo via Piave.

La sua casa era in pericolo, la deflagrazione avrebbe coinvolto tutte le abitazioni anche quelle nei dintorni dell’Ospedale

Il padre di Giacomo, arrivò in tempo a porre in sicurezza la sua famiglia.

 Tranne il padre il nonno di Nini, Giuseppe, che era disabile e non volle abbandonare la casa.

Giacomo ricorda quella precipitosa fuga verso il loro rifugio.

Dalla stradina passava altra gente, diretta verso la casa del S.Martin, dove in alto al limitare del bosco, era presente un grande rifugio, scavato nella roccia.

A Grotta, qualche anno dopo quel rifugio fu luogo di gioco di noi bambini

Altri abitanti della zona furono ospitati nel grande rifugio da Fabrica presso l’omonimo palazzo.

Proveniente dalla zona della Camminata, si udì una forte esplosione. 

Prima di sparire alla vista nel rifugio, sotto casa, Giacomo vide arrivare un (sidecar) da cui scesero alcune persone.

Bastava loro collegare i fili al magnete.

Restando a debita distanza, dopo aver steso un centinaio di metri di cavo.

E poi far brillare le cariche

Ci furono momenti concitati con un andirivieni di militari, dau Puntin, poi un silenzio innaturale.

Poco dopo Giacomo udì distintamente le parole pronunciate con un megafono.

“Porci italiani la pagherete!”

Nessuno però osava uscire dai rifugi

Passò forse una mezzora, quando si udì un forte boato e una densa colonna di fumo e polvere si alzò in cielo in direzione del Pero.

Erano esplose le mine di S.Anna.

Qualche giorno prima i militari avevano abbandonato il Posto di Osservazione Costiera e il rifugio della Crocetta di Cantalupo

Quel grande deposito di materiali, fu velocemente depredato di tutti i materiali che conteneva.

Probabilmente rivenduti poi, in un qualche esercizio commerciale della nostra città.

Tutta la Crocetta era minata, con cartelli e filo spinato per delimitare la zona.

Un giorno, circa un anno dopo la fine della guerra, i carabinieri inviarono una convocazione a Giacomo.

Doveva presentarsi accompagnato dai genitori in caserma.

Che cosa poteva aver combinato di così grave un bambino di otto anni, per essere convocato in una caserma dei carabinieri?

Questa fu la domanda indagatoria che gli fece suo padre.

Il maresciallo chiese a Giacomo informazioni di quel rifugio della Crocetta, che cosa era stato depositato in quel tunnel e se poteva accompagnarli sul posto.

Salirono alla Crocetta con l’avvertenza di non abbandonare mai a Stradda Romana visto la presenza, oltre la recinzione, di mine antiuomo

Arrivati nei pressi dell’entrata del tunnel, Giacomo, indicò ai carabinieri la via da seguire.

Ritornò una seconda volta per collaborare con una squadra di sminatori

Sapeva dell’esistenza di una mina nei pressi della vasca dell’acquedotto e la segnalò agli addetti allo sminamento.

La zona fu bonificata dagli ordigni esplosivi.

Ma inevitabilmente qualche mina sfuggi al controllo e questo fu causa di una disgrazia a farne le spese fu il fratello di un noto medico di Varazze.

Giacomo ricorda quando il malcapitato fu trasportato via, steso sopra una scala.

A raccogliere legna con i suoi amici, Giacomo s’accorse di una mina antiuomo a strappo.

Fecero esplodere quell’ordigno!

Un boato!

Per non essere scoperti, colti sul fatto e puniti dagli adulti, Nini e i suoi amici fecero un largo giro, salendo sopra u Sucau e scendendo fino al Vinò.

I bambini accompagnavano gli adulti nel bosco e li aiutavano nella raccolta della legna a comporre grandi fascine da portare in spalla.

Ai bambini era fatto trascinare con una corda u Pinuttin un tronco di pino.

Insieme ad altri ragazzi Giacomo andava in ta  Pinea du Sucau e nei Cien de Cantalù a raccogliere le pigne che erano vendute al Carbunin.

La pigna secca era un buon innesco per la combustione del carbone.

Suoi compagni negli anni dal 48 al 51 in questi boschi a raccogliere legna, Pigne, Seppi de Bruga e u Giassu de Pin, erano Corrado Teneggi futuro giocatore di calcio di serie B e la sorella Marisa poi conosciuta come la cantante Miriam del Mare.

I ragazzotti facevano qualche soldino recuperando i colaticci di ghisa, negli scarti di fusione scaricati in Teiro, dalla fonderia Granone, rivenduti poi a Penolle

All’Oratorio c’era don Dania.

Giacomo era bravo a giocare a pallone suoi compagni di squadra erano Teneggi, Barbarossa, Recagno.

Suò papà non voleva che Giacomo giocasse a pallone, per paura che in un scontro di gioco, una pallonata o altro potesse subire una qualche danno alla vista.

Ma era troppa la voglia di giocare e allora Giacomo nascondeva le scarpe da calcio e la maglietta, in una valigetta riposta in quell’ex rifugio sotto casa.

Il padre un giorno scopri il nascondiglio e bruciò la valigetta con il suo contenuto.

C’erano da fare altre cose più utili che giocare a pallone come quella di portare il letame nei terrazzamenti coltivati dalla sua famiglia.

Bambini e ragazzi facevano la loro parte, nelle attività di famiglia

Ma c’erano momenti di infiniti giochi sciu da Teiru.

Passatempi con quella niò de figgi che abitavano a Ca di Pelosi.

Bambini della sua età, Nini li ricorda tutti, Rosetta, Angelo, Clelia, Guido, Roberto, Emilio, Pio, Dina.

Voglia di divertirsi, di star insieme dopo le brutture della guerra.

Ragazzotti su quel muro che circondava il Cotonificio, d’estate quando dai finestroni si intravedevano le operaie ai telai.

Un lavoro disumano, riuscire a sopportare il calore in quei vecchi locali ancora con il tetto a falda.

Nel “51 la sua famiglia si trasferì all’Aspera in quella casa che domina dall’alto con la sua torretta, qui avevano preso in affitto un terreno, di proprietà di Botta (titolare del Kursal ) che aveva sposato una Lupi.

Avevano una stalla con sette mucche, il fieno era tagliato nei prati alla Natta, ma a volte portato a spalla dalla sottostante via Aurelia.

Era una terra dura da zappare, l’acqua per irrigare era quella piovana raccolta dalle grondaie e convogliata in una Peschea.

Giacomo ricorda la grande nevicata del 1954 con grandi accumuli di neve, suo padre a causa di una caduta sul ghiaccio, perse per un paio di mesi l’uso del braccio destro.

I vicini si prodigarono per dare una mano a Giacomo costretto a zappare da solo quel grande appezzamento di terreno.

La coltivazione dei Sciti dell’Aspia dava una buona raccolta di ortaggi olive e frutta. 

Giacomo parla della sua passione per la caccia praticata poi per tutta la vita

Le prime volte all’Aspia postu de passaggiu de strunelli, turdi e grivelle.

Esiste ancora oggi a Casetta du Balletta, che era di proprietà dei Roncallo, dove si praticava la caccia con la rete.

La prima esperienza lavorativa al difuori dell’economia famigliare fu negli anni 1951/52 vendere i krapfen e le brioches con la marmellata, del forno Vernazza, lungo l’arenile di Varazze a 5 £ cad.

U Nini insieme al fratello Bartolomeo con le loro sua cassette a tracolla, erano soliti percorrere la zona di levante dal molo del Teiro fino al Nautilus.

Altri venditori dei forni di Lavoratti e Giordano percorrevano la spiaggia di Levante.

Erano pagati a “cottimo” per ogni krapfen o brioches venduta, a detta di Giacomo era un lavoro molto ben retribuito

Negli anni dal 53 al 60 dipendente della panetteria Giordano a consegnare il pane nell’entroterra.

In tu Pasciu u Pei, Campumarsu e Casanova, con la 600 multipla senza patente!

Anche perché al mattino presto non c’era nessuno a far controlli per le strade!

Poi anche con un furgone Alfa Romeo a consegnare biscotti e panfrutto lungo la riviera.

Nel 1960 fu assunto nel Manicomio di Prato Zanino come conduttore di caldaia e giardiniere.

Nel 1964 Giacomo sposò nella chiesa di S.Gottardo a Genova Enrica Schianchi.

Da quel giorno Giacomo abita a Cogoleto.

foto Archivio Storico Varagine

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

Maria de Spunciun

Anna mi racconta di sua zia Maria, nata l’8 marzo del 1913.

Ragazzina negli anni venti del secolo scorso, operaia a 12 anni nel Cotonificio Ligure di Varazze

Dalle sue parole emerge tutto l’affetto che la legava a Maria de Spunciun

Spunciun è una località che sovrasta la Natta (Celle).

Chi arriva in questa località, capisce il perché di questo curioso toponimo.

Anni fa c’era proprio bisogno de un Spunciun, una spinta per superare la ripida salita del Tabor

Alla prima curva, a destra una bella vista aperta, verso Varazze.

Sotto la strada all’apice di una grande zona prativa una casetta rosa a Ca de Spunciun

Qui visse buona parte della sua esistenza, Maria con il fratello Vittorio, sua moglie Miglietta e il figlio Giorgio.

Insieme a loro, Carlin suo fratello

Maria era l’ottava de quella Nio’ de Figgi.

Angela Damonte diede alla luce dodici figli, Gilli,Rina, Ginetta,Gustu, Pina, Carlin,Nitta, Maria, Lina, Vitto, Stevin, Piero.

Guardo la foto di famiglia dove al centro è il nonno, Giovanni Calcagno è chiedo a Anna ” Sono undici i figli, ne manca uno”.

E invece poi i conti purtroppo tornano.

In quella foto, manca la mamma di tutti quei bambini, chi tiene in braccio quel neonato è una sorella maggiore.

Angela morì di parto alla nascita di Piero, aveva 40 anni.

Il racconto famigliare di Anna è tutto un susseguirsi di accadimenti, parentele, fatti storici.

La zia Maria gli raccontava della nonna Angela, sempre imbiancata di farina per sfamare tutti quei figli.

E di quell’ultimo struggente ricordo, quando sempre Maria da bambina, sorprese sua mamma che stava piangendo.

E gli chiese” Perché ti ciansi?” la mamma le rispose “ Ninte vanni a zugò cun i otri”e Maria le disse “ Nu voggiu sto cun ti” e così rimasero a lungo abbracciati in te quella fascetta sotto al lavatoio da Ca de Spunciun.

Era l’ultimo ricordo che aveva Maria di sua Mamma.

Poi la vita sarebbe cambiata per tutti

Le sorelle maggiori accudirono i fratelli più piccoli.

La piccola Maria a 12 anni entrò in Cotonificio

Non esisteva un limite d’età all’assunzione nel Cotonificio Ligure.

Oggi fa tenerezza e rabbia pensare a Maria, una bambina di 12 anni, ancora troppo piccolina per arrivare alle trame e all’ordito.

Ma per i bambini come Maria, erano pronti degli sgabelli

da mettere sotto ai piedi.

E rimanere 12 ore al giorno, in quell’inferno del reparto tessitura.

Da scoppiare di caldo d’estate e tremare di freddo d’inverno

Ma era così, bambini e bambine, spesso figli di dipendenti, erano molto richiesti nelle industrie.

Veloci con le manine piccoline per annodare i fili spezzati,

Sfruttati e sottopagati

La mamma di Anna, Lina invece rimase a casa ad accudire i fratelli più piccoli.

Ogni due mesi Maria per compensare l’impegno di Lina costretta a casa, le dava il suo stipendio.

Maria amava la nostra città, dalla casa natale sull’Aspia,  poteva ammirare quell’arco di case in riva al mare e le colline che la circondano.

Che bello, poi la sera quando nelle case si accendevano le luci, riflesse sull’acqua.

Non tutti abitavano au Suò o in tu Burgu.

Molti arrivavano dalle frazioni o dalle città vicine

I mezzi pubblici negli anni 20 del secolo scorso in pratica non esistevano poche le strade che diventavano inpraticabili dopo un rovescio d’acqua, alcuni andavano a lavorare in bici, molti a piedi a valicare Bricchi e Rian per arrivare alle industrie di Varazze.

Maria quel tragitto casa/lavoro lo fece sempre a piedi per tutta la sua vita lavorativa.

Passando per la località, Bastardo un tratto di sentiero molto ripido, poi attraversando il Rian del Termine, risaliva  verso l’Aspera e scendeva fino a sbucare da quella guardiola dove un tempo c’era u Scoggiu Sciappo’.

Qui toglieva le scarpe consunte ” de tutti i giurni”, li nscondeva in mezzo alle pietre e calzava le scarpette quelle per andare a lavorare.

Mica si poteva attraversare con le scarpe infangate la città!

Che cosa avevi ai piedi era la prima cosa che notava la gente de Vase

Arrivò l’amore.

Un giovane aspettava Maria all’Aspera, quando era di ritorno dal lavoro e l’accompagnava lungo quella stradina.

Un’antica strada, dove sono capitato per caso un giorno, con qualche tratto con sedime in pietre, ridotta a poco più di un viottolo, con i cipressi le agavi e l’ombra delle querce.

Il sole era al tramonto, si stava bene in quel posto di quiete 

Non conoscevo ancora, la storia che mi ha raccontato Anna, ma quel giorno ho avuto come una percezione che quel luogo avesse qualche cosa da raccontare.

Lei si affrettava per arrivare prima possibile all’appuntamento.

Stavano bene insieme, lui la teneva per mano.

Lei non sentiva più il peso delle dure giornate di lavoro.

Poi un giorno, quello che era stato così bello, finì.

La famiglia di lui mica poteva imparentarsi con dei contadini

Maria rimase sola con i suoi famigliari in quella Casa du Spunciun.

Non cerco’ o non arrivo’ mai più nessuno a farle battere il cuore come quel suo primo grande amore.

Ma c’era il suo lavoro al Cotonificio.

E quello sgabello chissà a quante giovinette sarà servito.

Divenne maestra era la mansione di chi doveva insegnare a lavorare con i telai.

A Fabrica sciu da Teiru, era come un’altra famiglia.

Nelle foto ritrovate da Anna, in una scatola la vediamo un’altra volta come una mamma, insieme a giovani operaie sorridenti nelle gite organizzate dal Cotonificio.

Ringrazio Anna Giulia Venturino, per avermi raccontato di Maria sua zia che fu una sorella ma anche una mamma.

Sta facendo buio e vedo se riesco a  far qualche foto a Ca de Spunciun.

A Stradda Ruman-a dall’Arrestra a Costata

Duvve a Leistra e l’Eguabunna se miscian, u gh’è a Ciusa du Bumbuggiu.

In un anfiteatro di Bricci: Bambuggiu, Grettin, Berleise, Mugiarina e Costata.

Il Bric Costata, deriva letteralmente dall’unione di due parole, Costa e Alta.

Più difficile l’etimologia della parola Bumbuggiu o Bambuggio, il Bricco che dà il nome alla diga.

Buggiu è l’arnia, ma Buggiò è il secchio, ma anche Piccola Conca, riferibile all’invaso che era presente in questa zona dove confluiscono due torrenti l’Arrestra e l’Acquabona.

Poi ancora Buggiu,Bollitura

Bumbuccun è una Varietà di Susine

Bumbun, Calabrone ma anche Dolciume.

A vedere il  Bricco di Costata 293 m dal basso, si stenta a credere all’esistenza di una strada carrabile, quindi sufficientemente larga e con limitata pendenza, che possa arrivare così in alto.

Visto anche l’acclive pendio che scende nella valle dell’Arrestra.

Nell’aprile del 1870, Pietro Rocca e il suo seguito, scesi da Hasta, Sciarborasca, arrivati alla diga du Bambuggiu, cercarono le tracce del percorso della strada romana.

Una propaggine dell’Emilia Scauri.

Questa antica viabilità, valicando i bricchi ad oriente arrivava ad Ad Navalia, il primitivo nome della nostra citta’

La strada romana doveva per forza di cose, risalire i Bricchi in questa località da Mugiarina, dove una propaggine dell’omonimo monte, fa da rampa naturale verso u Briccu da Custata

L’Emilia scauri attraversava la Leistra, il fiume Arrestra dove ore sorge l’imponente Ciusa du Bambuggiu.

Sopra un grande ponte in pietra.

Nello sbarramento della diga è ancora visibile inglobato nel basamento un simulacro di arco

Arrivata in sponda destra dell’Arrestra, la strada proseguiva in direzione sud, per poi risalire il pendio della Mugiarina, arrivando a mezza costa del Bric Costata.

Qui seguendo gli scritti del Rocca io e Francesco Canepa, troviamo un discreto numero di pietre e l’impronta di una viabilità che risale in mezzo a Brughe e Murtin.

Tratti de Ciappin e Miagge de Prie, poi un tratto in leggero falsopiano.

Sempre quando si è al cospetto di questi manufatti si pensa a chi li ha costruiti, quali difficoltà hanno dovuto affrontare.

Testimonianze dell’immane lavoro che fu effettuato in questo ambiente inospitale, sono visibili, a chi ha un approccio rispettoso di questi luoghi e senza fretta, osserva i manufatti o molto spesso i residui di antiche edificazioni

Non devono sfuggire alla vista, alcuni varchi in mezzo a pareti rocciose, dove sono visibili i segni degli attrezzi da scavo.

Muri di sostegno invasi dall’erba e le pietre del sedime, spesso divelte e impilate ai lati del percorso.

Capita di ritrovare lungo un sentiero, feci di carnivori, probabilmente di qualche lupo, una presenza silente, nascosta da qualche parte, ma ormai sempre più frequente.

Un potenziale pericolo.

La strada si dirige decisamente verso i Bric di Costata e Berlese.

Al cospetto di uno scenario spettacolare

Si distingue da lontano, una traccia nella vegetazione a mezza costa.

Poco dopo l’inizio del tratto in salita è impossibile continuare a percorrere l’antica viabilità.

Abbandonata da tempo immemore, sul suo percorso è cresciuto un fitto bosco, misto, di roverelle, pini marittimi erica e gli immancabili rovi.

Soggetta a catastrofiche frane.

Lasciamo una freccia, per indicare il proseguo della strada

La viabilità sostitutiva è un irto sentiero, che evitando una zona franosa, raggiunge in linea diretta il Bricco della Costata .

Il tratto di quella strada, intravvista in mezzo agli arbusti, è ora visibile alla nostra sinistra, sotto Bric Berlese.

E’ il tracciato della via Romana.

Seguendo una pista da cinghiali che si dirige in direzione di un Rian arriviamo sulla strada

I grandi muri di sostegno, qualche Ciappin, una larghezza di circa un paio di metri, con moderata pendenza, sono gli indizi caratteristici delle strade romane

Una viabilità da secoli abbandonata

Dopo duecento metri, poco prima di un traliccio la strada sparisce alla vista

Come quando, volgendo lo sguardo alle nostre spalle, la strada non è più visibile.

In questa zona una gigantesca frana, trascino’ in epoca remota, una porzione di questo crinale a valle.

Formando una vasta zona boschiva, in sponda destra dell’Arrestra.

Oltrepassiamo la linea elettrica, ma della strada se ne perdono definitivamente le tracce.

L’ampio fronte di frana ha sconvolto completamente questa zona.

In prossimità del pianoro del Berlese alcune pietre sparse potrebbero appartenere ad un sedime stradale.

Sul crinale invece è ben visibile la traccia di un’antica viabilità, che ci conduce e supera il Bricco di Costata.

Qui sono ben visibili i recinti in pietra.

Innumerevoli altri cumuli di pietre

Su questa altura u Barba Gianca portava il gregge al pascolo

A rotazione in uno o nell’altro recinto.

Forse un riutilizzo di qualche precedente manufatto avente le stesse funzioni.

Spettacolare il paesaggio verso il massiccio del Beigua.

Ringrazio Francesco Canepa per questa escursione/ ricerca.

I Fratelli della Costa

Cogoleto è stata sempre legata a Varazze e Arenzano, per questioni di lavoro in terra e sul mare.

Che si tradussero anche in unioni famigliari.

Cogoleto per le sue attività di pesca e di piccolo cabotaggio, si fornì sempre presso i maestri d’ascia di Varazze e i calafati di Arenzano.

In queste due città hanno sempre lavorato i “Marinai Montanari” di Cogoleto.

Risultano agli atti, alcune litigiosità, anche se lontane nel tempo, come la Lite Secolare tra Varazze e Cogoleto per una terra da pascolo, dove ci scappo anche il morto.

Leggendari gli scontri fra quelli de Sciarburasca i Casanovin e gli “Arpiscellin” per delle controversie terriere in località Deserto.

E anche spedizioni punitive con scazzottature, per motivi di cuore,

Nell’epoca delle scorribande saracene, queste tre città stipularono un patto e divennero i “Fratelli della Costa”

In caso di un imminente sbarco saraceno accorrevano per difendersi reciprocamente.

Da documenti medievali anche Cogoleto assunse diversi toponomi, Cogoretio, Cogoreo, Cogoretium, Cogoletum, Cogoljtus ma anche Cocurezzu e Cogoleno.

Ai tempi dell’invasione romana, esistevano già i toponimi Sciarborasca e Lerca.

Quando i romani fondarono su quelle alture, la stazione di Hasta, si accorsero che in quel territorio, esistevano vasti giacimenti di Pietra dei Greci, dalla quale dopo opportuna cottura si ricavava una polvere volgarmente detta Calcina.

Le vaste foreste circostanti, potevano garantire il molto legname necessario per la cottura delle pietre.

La calce qui prodotta, era trasportata via mare, a bordo delle navi da carico che trovavano approdo nella località del Portigliolo.

Primordiale scalo romano, poi sede di pirati dove in seguito sorse una fabbrica di gallette, un’alimento che si conservava per molto tempo, ideale per i viaggi in mare.

Ora la località del Portigliolo sta per essere stravolta, dall’ennesima riqualificazione urbanistica, che probabilmente cancellerà definitivamente, alcune delle sue testimonianze storiche .

Nelle foto, lo stabilimento della Tubi Ghisa e il bel ponte ad sesto acuto della camionale, poi l’antica fornace e relativa cava, in località mulino della Rocca.

La bellissima fornace Bianchi aperta alle visite in località Donegaro e la fornace presso il comando della polizia locale.

Cogoleto ha mantenuto queste belle testimonianze di archeologia industriale.

Anche nel territorio del comune di Varazze esistevano due edifici di antiche fornaci per la produzione della calce.

Ben conservata è a Furnosce da Custo’ e a Furnosce de Muin sciu da Teiro in località Defissi.

C’è un detto zeneise, che quando u Boccia, l’aiutante muratore, prova per le prime volte la non facile tecnica dell’intonacatura, u Baccan il Capomastro, si rivolge alla malta e le chiede di essere benevola con l’apprendista muratore

“Tacchite casin-a che u meistru u l’e’ nou”

Con Gianni e Antonio due signori di Cogoleto a cui chiedo delle informazioni, presso la località del Mulino della Rocca, si parla delle fornaci ancora attive nell’700 e l’immancabile paragone con le fabbriche di Cogoleto, che davano lavoro anche a molte persone di Varazze compreso mio papa’ nella Tubi Ghisa.

N° di cartellino 707.

Le grandi fabbriche presenti a Varazze e Cogoleto, sono tutte scomparse.

Cogoleto era una città industriale, oggi della Stoppani dopo lo smantellamento rimane solo un’enorme piazzale e dopo i lavoro di bonifica, una gigantesca montagna artificiale in località Mulinetto.

Mentre il destino dei cantieri navali è stato diverso lasciando il posto ad un palazzo.

Resistono anche se desolatamente vuoti al centro della città, i capannoni della Tubi Ghisa già ILVA e poi Italsider.

Una grande storia industriale, che ha dato lavoro e prosperità a molte famiglie non solo di Cogoleto ma a tutte le città “Fratelli della Costa”

Nota dell’autore

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Che Barba!

Barba, parola in Zenseise, con duplice significato, in questo caso se davanti a Barba, zio in italiano, si mette il Che, allora tradotto diventa Che Noia!

Impossibile pronunciare “Che Barba” senza emettere uno sbadiglio!

Provate!

Alzi la mano chi zuenottu o figgia anni 70, non si è mai annoiato/ta?

La noia, compagna, in diverse fasi della nostra gioventù.

Non c’era la tv a riempir quelle ore vuote, interminabili.

Quando la pioggia, vento o freddo, impediva le nostre scorribande Sciu da Teiru.

Ma io ero un bambino fortunato potevo andare nella falegnameria, a fare i salti nel deposito dei riccioli di legno.

Le cose cambiarono, in quell’età ” nè carne nè pescio” quando ci si approccia alle cose da grandi.

Ma si rimane a metà strada fra l’età dei giochi e quella delle cose serie.

Lunghi pomeriggi d’estate, gli amici in vacanza e non sapere dove andare.

Ma era l’inverno, il periodo dell’anno, della noia, le copiose piogge autunnali annunciavano i primi freddi e obbligavano a star chiusi in casa.

Si smettevano i pantaloncini corti sparivano quelle vistose cicatrici delle ultime scorribande estive.

La domenica si andava al cine Teiro o Verdi.

Li per tutti c’era una sorta di cerimonia di iniziazione, all’età adulta.

Effettuata nelle gallerie dei cinema.

Con le prime sigarette, non aspirate perché veniva da tossire.

E le serata fuori casa nel Bar Marilena.

A giocar a biliardo e calcetto, al mercoledì a veder le partite di coppa.

Poi neopatentati nelle noiose serate al bar, che fare?

Un rimedio era quello di andare dalla stazione vecchia, dove avevano appena asfaltato il grande piazzale dismesso dalle Ferrovie.

A far le derapate.

In seconda marcia 40/50 km/h, freno a mano, leggera sterzata e almeno un paio di testa coda e Piruette, cun a Sinquesentu, erano assicurate.

Anche quattro se la strada era bagnata.

E se poi c’era la neve….

Se c’era la neve allora si montavano le catene e ci si sfidava a chi arrivava sul Beigua.

Nessuna paura neanche il freddo o il rischio di finire in un fosso ci fermava.

Con la 500 bastava poco, per tirarla fuori e quando la neve era troppa e la macchinina non avanzava più, allora bastava scendere ruotarla e ritornare indietro!

Una sera a seguito della perdita di una catena mai più ritrovata, fu piu difficoltoso del solito avanzare sullo strato di neve e allora l amico al mio fianco scendeva a spingere l’auto ogni volta che slittava la ruota.

Arrivati sulla cima c’era sempre un sorso di grappa o altro, portato da qualcheduno come corroborante.

Ricordi di voci volti risate e dell’orgoglio di aver fatto qualcosa di grande.

Guidare sulla neve è anche un’ottima scuola per affrontare poi le strade di tutti i giorni.

Conoscevamo bene la strada del Beigua e dove poter far gli scemi con quella macchinina, senza pericolo.

Ancora oggi, quando scende la neve, si perpetua la “tradizione” delle auto, che illuminano la notte del Beigua.

Come noi molti anni fa.

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