“Ma nu ghe l’ei vergogna! E propiu ti? U po esse to figgiu!”
Così esordì il caporeparto che si materializzo’ all’improvviso nella sala assemblaggi.
Quando era arrivato?
Nessuna se n’era accorta?
E quel segnale convenuto, per avvisare dell’arrivo di qualcuno?
Aveva visto tutto?
Qualcosa non aveva funzionato.
Lei aveva fatto un balzo indietro e lasciato libero quel ragazzo.
Che aveva sottomesso, standogli a cavalcioni.
Rosso in volto il ragazzo
teneva gli occhi in basso.
” E ti te un ommu o un cavallu?”
” Fatte pago’ pe purto’ in giu de donne!”
Disse il Capo Reparto.
Il ragazzo farfuglio’ qualcosa e poi riprese la borsa degli attrezzi e sempre a testa bassa, fece finta di lavorare.
Lei riprese la situazione in pugno, si abbottono’ lentamente il camice e rivolta al capo le disse
” Mio figlio quello? Non sono mica così vecchia!”
Ci fu una risata liberatoria di tutto il reparto.
Il capo aveva visto tutto, ma si era presto adeguato alla situazione.
E poi non aveva nessun interesse a mettersi contro tutte quelle donne.
Erano capaci di metterlo seriamente in difficoltà.
E lo avevano già dimostrato in altre occasioni.
“Alua donne ve sei demue’? Aua andei a travaggio’!”
E quellu figgio’?
Era un giocattolo nelle loro mani, già dal primo giorno che arrivò in fabbrica, con la qualifica di meccanico.
E fece la sua apparizione in mezzo a tutte quelle donne.
Ma che importa è giusto che capisca come stare al mondo!
Cose accadute molti anni fa ad un ragazzo di 15 anni, che oggi sorride quando le racconta.
Ma non era così allora.
Andava a lavorare con la paura di subire ogni giorno delle angherie.
Chi ha provato queste sensazioni, conosce il malessere che si prova.
C’è chi ha studiato il comportamento della folla.
Dove si agisce a specchio, come un unico individuo.
Ma i comportamenti umani, possono diventare altri ancora, quando uomini o donne sono a lavorare in ambienti insalubri, nel rumore polvere, caldo, freddo?
Sfruttati e frustrati
Dove si formano le gerarchie del più forte, del più violento.
E le molestie sessuali solo verso le donne?
Un giocattolo già dal primo giorno.
Arrossiva ad ogni cosa, paonazze anche le orecchie.
Non sapeva dove guardare
Ma nessuna pietà.
Nessuno s’accorgeva di quanto era devastante pe quellu figgio’, esser lì quando le donne facevano a gara a fare le carezze più audaci.
Ad oggi sono 83 le Edicole, Piloni Votivi e i Nicci da me censiti e fotografati.
Presenti nel territorio del comune di Varazze, e inseriti in un elenco non esaustivo.
Manca ancora, ma penso non sarà l’ultimo, un nicciu, perso, fagocitato nei rovi sulle alture di Varazze.
L’elenco è in continuo aggiornamento e potranno essere inserite altri Nicci ed Edicole votive e le storie ad esse collegate.
Grazie anche all’apporto di chi è a conoscenza di altri manufatti di questo tipo, presenti nel territorio del Comune di Varazze.
E’ indubbiamente una prerogativa unica della nostra città, non penso esista in Liguria, ma forse in tutta Italia, un territorio così santificato, dalla presenza di luoghi di culto e con un rapporto così elevato, di chiese, cappellette, edicole votive, per numero di abitanti.
La mia ricerca, non e’ finita
sto cercando per ognuno di questi manufatti di ricostruire la loro storia:
Quando e da chi è stato costruito?
Era un ex voto?
E perchè edificato proprio lì, in quel punto?
Non tutti questi manufatti sono stati eretti Per Grazia Ricevuta.
Non c’è da stupirci se troviamo un Niccio che protegge un robusto ponte in muratura, molto probabilmente quel ponte in origine, era una traballante passerella e il Niccio era di buon auspicio per l’attraversamento.
Ma il Niccio è rimasto lì, a ricordarci che l’attraversamento dei corsi d’acqua era un potenziale pericolo per l’incolumità delle persone, specie quando si dovevano oltrepassare torrenti in piena.
Nicci in te Cruscee de Via, nei bivi, come segnavia o al culmine de na Muntò, quasi sempre lì vicino c’è na Posa, un cumulo di pietre, dove scaricare il peso di pesanti fardelli, con la scusa di una preghiera.
Altri sono piccoli tempietti cristiani, spesso dedicati alla Madonna della Guardia di Savona al Bambin di Praga o un Santo, ma senza una storia di scampati pericoli o di guarigioni miracolose.
Alcuni di questi piloni, hanno sostituito o inglobato le pietre fitte, simboli di culti pagani.
In questo elenco ho inserito anche alcune “Madonette senza Edicola”, perchè comunque sono luoghi di culto, con importanti storie di devozione
Vorrei dare con questo mio articolo, un contributo, perché questo grande, unico patrimonio culturale, religioso e storico, della nostra comunità, non vada definitivamento perso.
Le Istituzioni, Amministrative, Culturali e Religiose dovrebbero farsi carico della salvaguardia di questo grande patrimonio di devozione, arte e cultura, unico nel suo genere.
La ricerca è durata qualche mese, ricercare i nicci è stato possibile, grazie al passaparola e alla collaborazione delle persone del posto.
In certi casi è stato necessario, liberare il manufatto dall’edera, rovi e muschi.
Ringrazio l’amico, coetaneo e collega, Francesco Canepa, sua è stata l’iniziativa di censire e documentrare questi oggetti di culto.
Per agevolare la consultazione di questo elenco, ho raggruppato i Nicci nelle Frazioni o Località dove sono ubicati.
Ringrazio chi ha e può fornire, notizie di altre Edicole o Piloni Votivi nel Comune di Varazze o conosce la Storia di quelli presenti in questo elenco.
Cito nella didascalia sotto alle foto il nominativo di chi mi ha fornito informazioni storiche e dell’ubicazione delle edicole votive.
Nota dell’autore
Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.
Nelle foto u Nicciu de Bruscin
U Nicciu de Bruscin all’Alpicella è crollato nel dicembre del 2020.
Era la più importante e imponente Edicola Votiva, presente nella nostra città.
Un simbolo di devozione del nostro entroterra.
Probabilmente edificato su un preesistente luogo di culto precristiano.
A gennaio 2023 grazie ad un gruppo di volontari, ha avuto inizio la ricostruzione del Niccio.
Il 1 marzo del 1944 alle 9 di mattina, inizia lo sciopero bianco di tutte le industrie della Provincia di Savona e in tutta l’Italia occupata dai tedeschi.
A questo sciopero organizzato dal CNL contro il regime fascista, la fame, il terrore e quell’inutile guerra, aderiscono a Savona circa 5200 operai, delle più grandi industrie della provincia.
La Scarpa e Magnano, l’Ilva, la Servetaz, la Piaggio di Finale, la Brown Boveri
Gli operai si presentano al proprio posto di lavoro, ma incrociano le braccia
La repressione nazista, supportata da fascisti e collaborazionisti del regime fu molto dura.
La prima fabbrica ad essere attaccata dalle milizie è la Brown-Boveri di Vado, dove i militari della G.N.R. arrestano alcuni operai riuniti in assemblea.
Poi con una vera e propria caccia all’uomo, nello stabilimento dell’Ilva di Savona, i tedeschi, G.N.R. e i bersaglieri catturano un centinaio di operai
Alla Piaggio di Finale sono arrestati 30 operai.
Alcuni riescono a fuggire.
Ma la maggior parte vengono condotti in Questura e poi rinchiusi nella caserma delle Camicie Nere in Corso Ricci.
Nella serata dello stesso giorno gli operai sono caricati, con altri antifascisti, su alcuni camion, per essere imprigionati nellʼIstituto Merello di Spotorno, durante la Seconda Guerra Mondiale adibito a campo di concentramento.
Altri sono portati nel carcere S. Agostino di Savona.
Insultati e bastonati
Poi in treno trasportati a Villa Di Negro a Genova.
Sono sottoposti alla farsa di una finta visita medica.
Divisi in due gruppi.
Gli abili.
Ed i riformati.
Il primo gruppo viene inviato a Sesto San Giovanni e internato nei campi di lavoro, per la produzione bellica tedesca.
Il secondo, gruppo quello dei riformati, insieme ad altri operai piemontesi e lombardi è condotto nel carcere di San Vittore a Milano.
Poi al binario 21 della Stazione Centrale
Da qui partiranno con destinazione Mauthausen.
Dei 67 operai savonesi solo 8 ritorneranno .
Il 5 aprile dello stesso anno, per ulteriore rappresaglia a seguito dello sciopero del 1 marzo, furono fucilati 13 antifascisti nella localita’ Valoria di Savona.
Fu il prefetto Mirabelli che volle questa strage.
La deportazione degli operai, di cui non si avevano più notizie e il massacro di Valoria, indusse molti giovani ad unirsi ai partigiani , sulle nostre montagne
Per chi non era a S.Pietro pubblico il testo della mia presentazione al libro du Saturnin.
San Pietro 11 febbraio 2023
Con questo mio scritto vorrei presentare il libro “Le Cascine del Beigua”
Chi conosce Giovanni Cerruti, u Saturnin,
conoscerà anche alcune sue frasi caratteristiche del tipo.
“ Te devu fate vedde na bella cosa”
E così un giorno mi telefona e mi dice
“ Martini se ti vegni a S.Peo te fassu vedde na bella cosa”
Io che sono un curiosone.
Mi precipito, in un pomeriggio di fine novembre a SanPeo.
In casa sua, Saturnin, sul tavolo da pranzo aveva già pronti tre raccoglitori.
“Sun miga tutti quei foggi e quelle fotu de Cascine spanteghè in te cascette, che eivu vistu tempu fa in ta to officina?”.
Domando.
“Sci Martini e Cascine ghe sun tutte e semmu prunti per fo u libbru.
L’ho ditu a ti, perchè te cumme mi, serchemmu quellu che n’han lasciò i nostri vegi, primma che diventan Muggi de Prie!”
E cosi dicendo, apre quei fascicoli e rivedo ben ordinati
gli appunti,
fogli stampati,
promemoria scritti a mano,
e tutte quelle foto!
Saturnin dice che sono trecento.
Ma saranno anche di più!
La passione di scrivere la storia del nostro entroterra, è stata trasmessa a Giovanni, dai racconti del padre, che per tanti anni era a tagliar legna nei boschi sul Beigua.
Aiutato nel suo faticoso lavoro, dai famosi bo Cabanin.
Che a detta di molti, sono animali intelligenti, privi solo del dono della parola.
Saturnin è nato in questa borgata de San Peo
I suoi ricordi, dei giochi da ragazzo, si intrecciano con la vita di quelle persone, che da questa terra, traevano il sostentamento per tiò sciu de nie de figgi.
Personaggi, riti religiosi, anche superstizioni, che facevano parte di un mondo che non esiste più.
Sfoglio quella che è una prima bozza del libro
Con tutte quelle foto de Cascine, Seccou, Trunee, Cabanin.
Edificati da chi doveva stare qualche mese in montagna,
per la fienagione,
il pascolo,
a tagliar legna
o a da recattu a na Carbunea
La Trunea deriva da trun, era una costruzione in pietra, dove ci si riparava ai primi tuoni, di un imminente temporale estivo.
Nel folto dei boschi o nelle zone prative, capita di vedere dei cumuli di pietre, alti circa un metro,
sun e Pose.
Dicasi posatoi, in quella lingua straniera che è l’italiano.
Dove chi camallava, poteva scaricare il peso che aveva sulle spalle.
Fieno imballato nei Tapei o in te Belainin-e.
Per poi proseguire a raggiungere una strada, dove aspettava una Lesa
O scendere ancora, fino ad arrivare in prossimità di una stalla, dove c’era na Barca du Fen
Ma nei Cabanin e nei Seccou ci si fermava anche per passare la notte,
pe Posa’ e Osse, dopo una lunga giornata di lavoro.
Saturnin mi racconta dell’emozione provata, quando a colpi de Marassu è riuscito a riscoprire alcuni di questi manufatti.
Abbandonati, dimenticati da tutti.
Fagocitati dai vegetali e destinati a sicuro oblio.
Nel libro “ Le Cascine del Beigua” ci sono cose, molto preziose.
L’elenco di un’altra meticolosa e precisa ricerca effettuata da Giovanni.
Sono tutti i nomi dei proprietari o di chi ha costruito i tanti manufatti in pietra.
Ognuno con la sua storia e qualche aneddoto, citato nel libro.
Nomi e soprannomi, delle persone che hanno legato la loro vita, grama, di sudore e fatica, a questo angolo di mondo
Il libro contiene anche alcune mappe, con i toponomi delle varie zone, dove insistono questi manufatti.
Un altro grande patrimonio del nostro entroterra che non deve andar perduto!
PisciaCrava…..Cumbotti……hotel Pidocchi….Rocca da Nusce ( la noce è l’albero delle streghe) Varpaia……..Vasce’…..Sigaa, (cicala)….Briccu du Ventu….a Caminaggia….pra da Turta….rocca da Pigugiusa
Saturnin mi racconta di quel giorno quando un improvviso acquazzone lo sorprese all’aperto,
e fu costretto a rifugiarsi in uno di quei ripari da un almeno un secolo abbandonato.
Ma ancora capace di offrire una buona protezione
Un’altra emozione quando riuscì ad intravvedere inglobata nella vegetazione quella antichissima costruzione di forma circolare, con grandi Ciappe de Pria molto somigliante a un Nuraghe.
Il progetto di fare un libro, sulle Cascine del Beigua è nato molti anni fa dall’altra parte dell’Oceano.
A Santa Rosa in California
Nel 1999
Quando Saturnin era ospite in casa di Neitu Ghigliazza.
Questi due amici, parlarono di tante cose:
delle persone rimaste nel paese,
dei figli,
della vita grama dei loro vecchi,
di chi per cercar una vita migliore aveva attraversato l’Oceano,
di quelle Cascine, Seccou, Cabanin.
Chissà se tutte quelle costruzioni in pietra e fango erano ancora in piedi?
O diventate dei Muggi de Pria
E così nelle serate là in America, iniziarono a scrivere, i loro ricordi, su un quaderno blu.
Con tutti quegli appunti, promemoria e mappe per poter ritrovare quelle Cascine, quel quaderno divenne un documento prezioso
Seguendo gli appunti su quei fogli di carta, Saturnin, al suo rientro in Italia, iniziò la sua ricerca.
Durata tanti anni.
Era una promessa fatta ad amico dall’altra parte dell’Oceano.
Che è stata onorata da Saturnin,
con la stampa di “Le Cascine del Beigua”
Questo libro è una grande opera di divulgazione e valorizzazione del nostro territorio.
Un’elenco accurato con i nomi e la storia di tutti i manufatti presenti in quell’ampio bellissimo territorio verde, con l’azzurro del cielo e del mare.
Suvia e Faje, sutta au Sciguellu, fino ad arrivare alle mura del Deserto.
Terra strappata alla grande montagna,
per coltivare,
raccogliere e far seccare le castagne,
grandi zone prative, bonificate dalle pietre per la fienagione,
pascoli,
foreste dove far legna d’ardere,
per il carbone
tavolame per gli onnivori cantieri navali della città.
Le generazioni che ci hanno preceduto su questo angolo di terra, traevano dalla nostra montagna tutto il sostentamento necessario per migliaia di bocche da sfamare
e fornirono un grande aiuto alimentare alla città di Varazze, durante la seconda guerra mondiale.
Nelle Cascine del Beigua trovarono rifugio i partigiani e i molti renitenti di leva
A questo punto vorrei citare una frase di Paolo Cognetti
Servono esploratori che esaurite le terre sconosciute, vadano a cercare in quelle dimenticate, tornino ai luoghi che l’uomo abitava e ora non più.
Un paese fantasma, una fabbrica abbandonata.
Che cosa c’era lì, dove tutti sono andati via?”
Un amore che nessuno si ricorda”.
Servono libri che mettano in salvo quell’amore
Serviva una pubblicazione scritta, che mettesse in salvo la memoria
di milioni di pietre impilè cun un po de pata e na man d’ommu
U Giamin di nostri Vegi
Grazie Saturnin.
Vorrei aggiungere una mia personale considerazione
Sono numerose le pubblicazioni di storia che parlano della nostra Città.
Tutte esaltano e ci raccontano la vita dei Santi, o del potente di turno.
Nessuno ha mai parlato dei Poveri Cristi.
Quelli che per un tozzo di pane o un posto in paradiso hanno vissuto e popolato la nostra città e i nostri Bricchi.
Vite di stenti, di lavoro e di grandi fatiche
Questo libro ha il pregio, per la prima volta,
di dare un nome e di raccontare la storia di quelle persone.
A ottobre, dell’anno scorso con Francesco Canepa avevamo percorso la Stra da Lese, che dal Lurbasco a Ciampanu, oltrepassava a Cruscea de Vie e con un percorso trasversale, tagliava i contrafforti del Beigua per arrivare fino alle sorgenti dell’Egua Freida, dove sono le prese dell’acquedotto di Savona.
Qualche giorno fa, con Francesco, percorriamo l’ultimo tratto di quella che è anche chiamata a Stradda di Buei, dall’Egua Freida alla Cappelletta delle Faje
E’ una giornata di fine inverno, con la nebbia che avvolge le cime degli alberi.
Si parte dau Grupassu, con la strada sterrata verso a Peioa attraversando vari sentieri, tra cui quelli dei percorsi napoleonici.
In queste zone, del Monte Cavalli, Lunò, e Giare, nei primi giorni di aprile del 1800, ci fu un grande scontro armato tra i Francesi e gli Austroungarici.
Circa 10.000 soldati, ma secondo alcune stime il doppio, si massacrarono in quella che fu, la classica battaglia campale, ma una guerriglia, dove prevalse lo scontro all’arma bianca
In questi boschi sono ancora visibili dei trinceramenti, alcuni residuati bellici, palle di schioppo, pezzi di ferro, ecc. erano emersi dal terreno, a seguito di esondazioni o di lavori stradali.
in quei giorni concitati, al posto del cibo, quei giovani arruolati a forza o volontari, avevano abbondanza di alcolici.
Cronache dell’epoca tramandano atrocità e fenomeni di cannibalismo.
Frettolose inumazioni diedero il nome a una zona oggi chiamata Cappelin Cavamortu.
Al bivio dell’Egua Freida, si prende il sentiero segnato con la croce rossa.
E’ a Stradda di Buei che arrivava alla Cappelletta delle Faje, per poi proseguire verso e Muggine, Giavarosso, Casanova e via Quinno, la Via del Legno
Caratterizzata nei tratti più ripidi, dalle pietre infisse di taglio nella terra
Tutto il tragitto di questa lunga escursione è costellato da testimonianze delle attività, di chi per secoli, trasse dalla nostra montagna, il sostentamento per migliaia di bocche da sfamare.
Paracarri
Pose e Muggi de Prie
Bellissimi i contrasti di colori nei boschi, in inverno
Generazioni di contadini, allevatori, boscaioli saliscesero, per piu volte al giorno questi acclivi pendii o pernottavano in te Cascine o in ti Cabanin come questo, attrezzato con un angolo cottura.
Grandi monoliti, cave di pietre
Ancora Ciappin de Pria.
Profondi solchi dove passavano le Lese.
Da qui passava la materia prima per i cantieri navali e le Lese cariche di balle di fieno.
Una bellissima pietra le cui venature sono state levigate dal passaggio dei mezzi di trasporto.
Sopra di noi le grandi praterie del Priafaia
Con questo belvedere, nebbioso verso il mare facciamo un pò di merenda!
U Boscu de Ruette famoso per la sua fungaia
Il percorso del sentiero segnato, devia dall’antico percorso della Stradda di Buei
Ciappin de Pria per frenare e offrire appiglio a zoccoli e scarponi in un tratto di discesa molto ripida
Sopra una roccia ricordo, centinaia di quarziti appoggiate sopra
L’inconfondibile sagoma du Munte Grippin
Si entra in un bosco misto dove la strada è delimitata alla nostra destra dal grande recinto. che racchiude la zona sacra del sentiero megalitico
Che racchiude la zona sacra del sentiero megalitico
In questa zona la strada Faje Pratorotondo, interseca la Stra da Lese da Cappelletta, che aveva un’andamento lineare, tagliato dai tornanti della viabilità attuale
Arriviamo alla sorgente du Canain
In Cianarpe la strada si biforca, la Stra da Lese che corre parallela alla strada è quella du Crou
Con il vetusto Cabanin du Muettu
A Stra di Buei dalla località Massaia, con una discreta discesa arriva nel centro abitato delle Faje
Presso a Ca da Tai è visibile un bellissimo sedime in pietre
Un troggio da Ca da Pina, una delle più belle cartoline del nostro entroterra
A Stradda di Buei superava il rio Gambin per poi arrivare a Creuscea de Vie passando a valle della Cappelletta presso il Nicciu della Via Crucis
Abbiamo deciso di utilizzare i bastoni da trekking
Molto utili nella lunga e ripida discesa, visto le pietre rese scivolose dal tempo uggioso
Ringrazio Francesco Canepa per questa bella escursione il naturale prosecuzione del tragitto dell’ottobre scorso.
Abbiamo completato il percorso di quella importante antica viabilita’ che partendo dal Lurbasco, valicando la nostra montagna, forniva nel periodo invernale la materia prima per i Cantieri navali della nostra città.
Nella bella stagione in questa strada, discendevano le Lese con le balle di fieno per gli allevamenti bovini
Nota dell’autore
Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.
Oggi sei viabilità arrivano dalla direttiva est-ovest nella nostra citta’,
Altre due percorribili con mezzi speciali.
Una peculiarità dell’espansione romana, era la costruzione delle strade.
Ma quando i loro ingegneri arrivarono in Liguria, nulla poterono fare, per superare un limite invalicabile.
Lo Scoglio d’Invrea e la sottostante baia, oggi del Portigliolo!
Furono costretti a deviare il percorso, di quella propaggine della via Emilia Scauri.
Abbandonando il litorale
Era impressionante quell’affioramento de Prie Neigre, a picco sul mare.
Realizzarono una strada che da Hasta ( Sciarborasca) arrivava a Ad Navalia.
La viabilità romana sempre con il suo sedime di pietre, superava il torrente Arrestra, la collina di Costata, il torrente Arenon, per arrivare alla Costea, qui finalmente alla vista del mare.
La strada, oggi chiamata Via Gianca, con una vertiginosa discesa arrivava al Castrum del Parasio
Questo percorso è stata ben descritto nel 1870 da Pietro Rocca.
“……il 28 aprile 1870 con eletta compagnia, partimmo per tempo da S.Martino per Varazze indi per ferrovia fummo in poco d’ora a Cogoleto.”
“Esordisce così, in uno di questi passi Pietro Rocca recandosi a perlustrare uno dei tratti ove egli presumeva transitasse l’Emilia Scauri.”
L’ itinerario seguito dal Rocca è quello che transita presso la bella Fornace di Calce di Costata di cui allego il link.
In calce a questo mio articolo, evidenziavo la presenza, a seguito di sopralluoghi da me effettuati, alle propaggini del Bric Arenon, di un’altra strada, che poteva congiungersi con la Via Bianca.
A questo link, la descrizione della strada presente alle pendici del Bric Arenon.
Nell’articolo, arrivati nel greto del Rio Arenon, restava il dubbio del proseguo di questa viabilità.
In questo punto, si perdono le tracce della strada, in corrispondenza del guado c’era forse una stazione di riposo o un cambio di animali da trasporto.
Quella che poteva essere una cava di pietre è occultata da alberi e rovi.
Febbraio 2023
Ritorno a percorrere questa strada, con Francesco Canepa fino ad arrivare nel greto dell’Arenon.
Arrivati davanti alla selva di rovi che nasconde quelle pietre spaccate, decidiamo di cercare il proseguo della viabilità, non a lato del corso d’acqua ma risalendo il pendio del bric Gambin.
Francesco ritrova labili tracce di strada, che diventano sempre più marcate con l’affioramento di alcuni Ciappin de Pria.
La strada dopo il guado dell’Arenon ha un breve tratto in salita.
Poi prosegue con alcuni saliscendi.
Quasi interamente pianeggiante, dove a tratti compare un Ciappin de Pria
In direzione da Cruscea de Vie da Custo’
Qui si incontrano cinque viabilità
1) La strada in salita proveniente da Isola del Deserto.
2)Il proseguo in discesa verso l’abitato di Costata,
3)Una antica strada che proviene dalle alture di Bric Berlese
4)La strada da noi percorsa che arriva dall’Arenon
5)Una strada ex carrabile, che sale alla Ramognina.
In questo punto il Rocca nel 1870, preferì scendere verso l’abitato della Costata.
Dove con un paio di tornanti la strada arriva alla Fornace di calce
Per poi attraversare l’Arenon e risalire il ripido pendio du Briccu di Gruppi e arrivare in ta Custea
Probabilmente, l’antica strada da noi percorsa che scendeva dall’Arenon, non era più visibile, già abbandonata e occultata dalla vegetazione.
Oggi grazie a chi la percorre in bici per diletto, questa viabilità è nuovamente percorribile.
Il ritorno all’auto parcheggiata in Leicanà lo effettuiamo, imboccando la strada che sale alla Ramognina.
Gli incomparabili panorami a 360° che si possono osservare, percorrendo questa strada ripagano dalla fatica e dal disastrato sedime stradale.
Un percorso degno per il campionato WTI, il fuoristrada estremo!
Il sole al tramonto non facilita la risalita.
Ma resta ancora un po’ di tempo per arrivare a Ca da Ramugnin-a
Destinata a sicura rovina.
Arriviamo alle auto alle prime ombre della sera.
Ringrazio Francesco Canepa, per questo bel percorso, alla ricerca di testimonianze del passato.
Nella Cartina sono evidenziati i due percorsi, in rosso la viabilità che saliva lungo le pendici del Bric Arenon, meno impegnativa di quella in blu, il percorso individuato dal Rocca che saliva lungo u Briccu di Gruppi.
Nota dell’autore
Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.
Un libro molto esaustivo è la “Storia di Stella” di Riccardo Musso.
L’autore percorre tutte vicende storiche dal Medioevo a tutto l’Ottocento.
Un grazie a chi me lo ha dato in visione Giovanni Cerruti U Saturnin.
Uno dei primi effetti dell’occupazione francese fu l’introduzione della coscrizione obbligatoria nei territori conquistati dalla Grand Armè.
Emanata l’8 fruttidoro dell’anno XIII ( 26 agosto del 1805)
I Maires, i Presidenti dei Consigli Comunali, dovevano dotarsi degli elenchi di tutti gli uomini maggiori di vent’anni e mantenerli aggiornati.
Ogni anno si svolgeva le “Tirage a Sort”.
Nel bussolotto erano messi tanti biglietti numerati quanti erano gli iscritti alle liste di leva.
Durante la cerimonia pubblica, ogni idoneo alla leva, estraeva un biglietto e il numero più era basso, più era probabile un arruolamento.
Subito dopo la cerimonia del Tirage a Sort, coloro che dovevano essere arruolati, erano messi nudi sopra una pedana e misurati, chi era più basso di 1,54 era riformato e così pure chi era senza denti o aveva gravi deformazioni.
Era tuttavia consentito farsi sostituire da un’altra persona possibilità riservata a chi aveva un discreto patrimonio.
Si concordava fra le parti un prezzo, allo stato andava pagata una tassa fissa di 100 franchi
Si ha notizie di un certo Gerolamo Martino di S.Martino proprietario e coltivatore, che pagò ben 2500 franchi a un certo Bernardo Perata di Alpicella, per sostituirsi al figlio chiamato alle armi.
Varazze era un cantone marittimo, quindi era soggetta alla leva di mare e i coscritti dovevano prestare servizio presso la base della Flotta del Mediterraneo, di stanza a Tolone
Secondo le osservazioni dello Chabrol l’altezza media dei giovanotti del savonese, era compresa tra i 1,49 e 1,58
Numericamente nel 1805 il Cantone di Varazze aveva 195 iscritti alle liste di leva, ma ne furono arruolati solo 5, dal 1806 a 1811 mediamente furono sulla ventina le persone che vestirono lla divisa dei francesi.
Raggiungendo il massimo con 49 arruolati nel 1813.
L’incidenza della coscrizione obbligatoria fu modesta anche per altri motivi.
Ci fu una sorda protesta molti si procurarono delle amputazioni, altri fuggirono durante il viaggio verso le caserme.
Aumentò il numero di disertori e di renitenti di leva che trovavano facile rifugio nelle zone boschive.
Molti si rifugiarono sul Beigua e si raggrupparono in bande che aggredivano i viandanti e le carovane dei muli
Nel 1811 al prefetto Chabrol sono segnalati ripetute rapine a mano armata e violenze lungo le strade verso Sassello.
Nel 1813 fu organizzato un grande rastrellamento.
La compagnia del Cantone di Varazze era organizzata come l’armata della Guardia Nazionale, una riserva di truppe dislocate sul territorio e contava 66 componenti.
Ma nel 1809 questa organizzazione militare fu sospesa in tutto il dipartimento di Montenotte, il motivo fu la scarsa fiducia nei confronti dei componenti la Guardia Nazionale, che essendo del posto erano costretti a dare la caccia ai loro amici, parenti e conoscenti che erano disertori o renitenti di leva.
Per reprimere il fenomeno del banditismo l’Imperatore decise di ricorrere alle cosiddette Colonne Mobili.
Una di queste fu istituita nel Dipartimento di Montenotte il 15 maggio del 1811 erano composte da soldati francesi e Guardia Nazionale.
Iniziò ad operare battendo tutto i territori proprio nel Cantone di Varazze.
In pochi mesi furono arrestati 112 disertori e 52 si presentarono spontaneamente.
Nello stesso tempo nelle case di quelli che non furono catturati vennero posti dei garnisaires soldati che si installavano a spese dei proprietari o del comune fino a che il renitente o il disertore non si fosse presentato.
Sempre nell’ottica di tenere il territorio sotto controllo il 30 maggio il prefetto Chabrol ordinò la costituzione in tutti i comuni di pattuglie di cinque uomini e un caporale che armati a spese delle municipalità, dovevano percorrere dall’alba al tramonto le strade, per dare la caccia ai disertori sfuggiti dal rastrellamenti.
Ma il successo di questa prima e grande battuta effettuata con le Colonne Mobili fu solo iniziale i fuggiaschi si spostavano di continuo da un Cantone all’altro e avevano l’appoggio delle popolazioni locali.
Fu effettuato un altro rastrellamento nel 1813 organizzato dal principe Borghese ma con scarsi risultati.
I boschi continuavano a ricevere renitenti di leva e nel 1814 alla notizia della fuga dei francesi da Savona furono i primi a scendere dai monti e saccheggiare botteghe uffici e malmenando quelli che erano stati collaboratori dei francesi.
La guardia Nazionale continuò comunque ad esistere e in tutto l’Impero ne furono costituite 100, di cui facevano parte tutti gli uomini validi dai venti ai ventisei anni.
La nostra grande montagna nascose e salvò la maggior parte di quei giovani sudditi del Bonaparte.
Oggi nelle foreste del Beigua fagocitate dalla vegetazione nascoste alla vista si celano molti di quei rifugi dove passavano la notte o si riparavano dalle intemperie i giovani coscritti del Cantone di Varazze.
Muggi de prie nelle zone prative, le trunee e cabanin ripari da temporali e dormitori durante la fienagione.
Ripari sottoroccia nelle zone inaccessibili dove le rocce la fanno da padrone qui la presenza di questi manufatti aveva lo scopo di nascondiglio a volte riutilizzi di antichissime dimore del popolo dei boschi.
Ma l’uomo dimentica sempre la sua storia e dopo un secolo ci fu l’inutile guerra.
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