




La nostra città, durante il conflitto mondiale, subì la brutalità, repressiva dei fascisti e ci furono diversi arresti, deportazioni e fatti di sangue.
A Varazze era attiva la Resistenza, donne e uomini che ripudiavano le idee di morte del fascismo, per un’ideale di Libertà.

Anche se le foto, presenti nell’Archivio Fotografico Varagine, con gli stereotipi fascisti, di adunanze, marce e balilla, figli della lupa ecc., fanno pensare ad una città in totale balia delle bande fasciste.
E’ vero il contrario molti nostri concittadini, erano Antifascisti.
Ma i delatori, spregevoli personaggi, fecero pervenire al podestà al prefetto e al comando tedesco, durante i 18 mesi di guerra civile, un corposo carteggio, denunciando anche chi aveva strappato un manifesto o parlato male del duce.
Era il mese di gennaio del 1944, il rumore dei cannoni degli alleati, si avvicinava ogni giorno di più.
Quella folle guerra di aggressione, era definitivamente persa.

Forse per garantirsi il perdono divino, e manlevarsi da quello che stava per succedere nella nostra città, il comandante tedesco di stanza a Varazze, si recò dal Parroco Mons. Calandrone.
Portava con sè, l’elenco delle delazioni pervenute, donne e uomini, che dovevano essere catturati dai nazifascisti, per essere fucilati o inviati in un campo di lavoro / sterminio.
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“Sono il comandante militare della piazza di Varazze, mi sono permesso di venire da lei per un consiglio.
“Sono qui per ascoltarla” risponde il Parroco
L’ufficiale estrae dalla borsa, un pacco abbastanza voluminoso che posa sul tavolo, invitando il sacerdote ad aprirlo.
Il Parroco apre il pacco e intuisce ancor prima di leggere, che trattasi di lettere anonime, inviate da varazzini contro varazzini.
“Che vergogna” borbotta ” Che vergogna”
“Lei comprenderà che se io do corso a questi scritti mezza Varazze finisce in Germania”
Le mani del povero prete tremano, il dolore lo attanaglia, avrebbe voglia di urlare di rabbia che gli ribolle dentro, ma si trattiene, poi…d’impulso, alza il coperchio della stufa e getta tutto nel fuoco
Si volta e allargando le braccia, si rivolge all’ufficiale: “Sono pronto, se crede, porti me in Germania”
Il militare, dopo un attimo di esitazione, s’avvicina lentamente a quelle braccia aperte a forma di croce e i due uomini si stringono in silenzio.
Accanto a loro, dentro la piccola stufa in ghisa, il fuoco consuma la vergogna di una città
da ” Il parroco buono” ricordo di Mons. Francesco Calandrone.
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Tutto ebbe fine con quell’abbraccio?
L’incontro tra l’ufficiale tedesco e il Parroco, raccontato a viva voce dall’avv. Giorgio Costa,avvenne a gennaio del 1944.
Quell’abbraccio non preservò la nostra comunità dalla Grande Vergogna delle delazioni.
A mio parere, conoscendo la precisione teutonica, non è da escludere che dalle lettere anonime, bruciate in quella stufa di S.Ambrogio, fosse già stato stilato un elenco di persone e consegnato al prefetto, per le dovute contromisure.
Le delazioni non finirono con quel fuoco nella sacrestia.Un presagio di forno crematorio.
Nei mesi successivi altri nomi furono inseriti in quell’elenco.Dopo quell’incontro, ci furono arresti deportazioni e fucilazioni.

Il 4 luglio del 1944 a Casanova seguito di una delazione un reparto di bersaglieri, arrestò i quattro fratelli Accinelli e Piombo

il 28 luglio del 1944 un reparto di bersaglieri arrestò, a seguito della spiata di un delatore, Luigi Isola, Agostino de Bernardis, Armando Cerruti, Gino Lupi, Mario Sala e Livio Canale.

Il 24 novembre del 1944 Emilio Vecchia, catturato a seguito di una delazione, fu fucilato da Ca Russa de Tascee .

Quattro giorni dopo il 28 novembre Gianni Iannelli “Nincek” catturato a seguito di una delazione, fu fucilato “Dau Pin Grande” della via romana.
Ci fu chi tradì un conoscente per avere un paio di scarpe nuove.
Chi subiva un arresto era portato a Villa Centa, interrogato e torturato.
L’ordine e la sicurezza in città fu mantenuta facendo affidamento sull’ignobile pratica della delazione.
Varazze doveva essere un’isola felice, divertimenti e adunanze.

Il Grand Hotel fu molto frequentato da gerarchi fascisti e ufficiali tedeschi.

Fu massiccia le presenza di divise militari durante le cerimonie religiose.
Le Colonie Bergamasche, furono trasformate nel periodo bellico in una prigione per Antifascisti e renitenti di leva.

Furono 55 i cittadini di Varazze che da quella stazioncina delle Bergamasche ( che dovrebbe essere il luogo della Memoria della nostra città) chiusi in un carro piombato furono deportati nei campi di lavoro/ sterminio.
Di questi 17 non tornarono più alle loro abitazioni all’affetto dei loro cari.
ACCINELLI ANTONIO 1923 1945 DACHAU
ACCINELLI BARTOLOMEO 1924 1945 DACHAU
BERNARDIS AGOSTINO 1925 1944 HERSBRUCK
CANALE LIVIO 1893 1945 MATHAUSEN
CERRUTI ARMANDO 1923 1945 HERSBRUK
CERRUTI PIETRO GIO BATTA 1921 1945 GERMANIA
DELFINO ANTONIO 1908 1944 OBERSUE
ISETTA GIOVANNI 1918 1944 DORTMUND
KOFFLER LODOVICO 1891 1944 UBERLINGEN
LEGHISSA LUCIO 1922 1945 MUCHEIM
PIOMBO MARIO 1920 1945 DACHAU
PIOMBO ANGELO 1924 1945 DACHAU
PIGOZZI LUIGI 1921 1945 BESSARABIA
SALVIATI GIO BATTA 1912 1943 NUEBHSCDORF

Nella lapide del Monumento ai Deportati nel cimitero di Varazze sono presenti altri nomi, non riportati nelle Pietre di Inciampo in piazza Nello Bovani.
CALEFFI DARIO 1915 1944 GERMANIA
CRAVIOTTO GEROLAMO 1912 1944 STADTKRANKENHAUS
ISETTA MICHELE 1913 1944 INCOLSBEIM
Non si conosce il numero di quanti altri nostri concittadini, furono arrestati e imprigionati nelle carceri italiane.
foto in b/n Archivio Storico Varagine

Grazie a chi mi ha raccontato delle sue paure da bambino, ho compilato questo elenco di storie inventate dagli adulti, per far star bravi e allontanare dai pericoli i bambini.
7a parte A Burda a Benua u Senestru u Stregunessu.
Con l’articolo n° 7 termina questo elenco, non esaustivo di minacce, paure, racconti e bestiasse, in uso nel territorio della nostra città, suscettibile di modifiche e di ulteriori inserimenti, grazie al contributo dei commenti a questo articolo
Cambiano i nomi degli esseri maligni o mitologici ma lo scopo perseguito era sempre lo stesso, anche a diverse centinaia di chilometri dalla nostra città.
Incutere paura per ottenere l’ubbidienza e preservare inconsapevoli, sbadati bambini dai pericoli.
Chi è nativo del Savonese, aveva la Benua, che arrivava di notte e “resuggiava” le orecchie ai bambini cattivi.
Dau Rian di Tecci a Quiliano, la sera non si usciva per paura du Lauccu, l’allocco.
Ad Albisola u Senestru, era il diavolo fatto animale, è nota o forse sono fantasie, che la salamandra è capace di attraversare le fiamme.
Ma se malauguratamente si era morsi da questo animale, per aver salva la vita, dall’effetto del suo veleno,(inesistente) allora bisognava contare le macchie nere sulla pelle di quella salamandra e far visita ad un numero uguale di chiese.
A Lerca ad una certa ora bisognava chiudersi in casa, perché le streghe praticavano lo stregunessu, che erano incantesimi, cattiverie, magie nere.
Chi arrivava dal Sasselese aveva paura delle peschee perché all’interno “u iera a Burda che ad tia zu”.
Da San Martino i vecchi hanno tramandato i racconti dei fuochi fatui che si vedevano verso u Briccu de Furche, dove probabilmente erano stati seppelliti dei soldati, durante gli scontri fra le truppe francesi e austriache nell’aprile del 1800.
E poi sarebbero da elencare tutti i gesti, i modi di dire e le azioni scaramantiche, alcune ancora in uso, come quel numero 13, assente nelle numerazione delle cabine dei bagni marini della nostra città, e poi ancun
Rinnovo l’invito a chi ha avuto la pazienza di leggere questo articolo, per dare un gradito contributo raccontando i suoi ricordi di giovanili paure, storie ecc. per arricchire il contenuto di questo elenco.
Grazie!

Grazie a chi mi ha raccontato delle sue paure da bambino, ho compilato questo elenco di storie inventate dagli adulti, per far star bravi e allontanare dai pericoli i bambini.
6a parte E Bestiasse
Ai racconti delle streghe, seguivano altri racconti dove i protagonisti erano gli animali, ovviamente, con sembianze umane malvagie, esseri compositi, mitologici e naturalmente carnivori e velenosissimi!
In primis il lupo, sempre nominato, ma con scarso effetto paura.
Da un secolo si era estinto l’ultimo esemplare sul Beigua e quel canide faceva paura solo ai piccolissimi.
C’era poi a Foa da Gatta Moa, che graffiava i bambini.
La Capra Ferraia che viveva in una torre da cui scendeva per prendere i bambini cattivi!
“Attenti a Cua Ciatta”era forse un gigantesco Geco, ghermiva i bambini, che osavano avventurarsi negli anfratti o all’interno di tubazioni.
Secondo un detto la notte di Sant Antonio, gli animali acquisivano la particolarità di parlare e allora bisognava stare lontano dalle stalle perchè non portava bene ascoltare le voci degli animali.
A Carampan-na
A Carampan-na secondo i racconti degli adulti allungava le zampe ben oltre il bordo della peschea o del butassu per afferrare le esili gambine dei bambini e trascinarli nell’acqua putrida di quell’invaso senza fondo.
A ripensarci, invece chissà quanti bambini avrà salvato anche solo nominandolo, quell’animale mitologico!
Il terrore che incutevano quelle paludate lunghe zampe, li teneva ben lontani dalle innumerevoli peschee, che rappresentavano un pericolo mortale per noi bambini.
Peschee e Butassi con l’acqua stagnante nera, verde di alghe e con il fondo fangoso, erano tutte privi di protezione anticaduta.
La paura da Carampan-a aveva sortito l’effetto voluto dagli adulti.
Anche in questo caso persone in luoghi diversi ma stessi ricordi
“ Era tanta la paura che una lunga zampa potesse uscire da quell’acqua putrida, che passavamo ben lontano dal bordo di quelle vasche…però quando eravamo a debita distanza….bè qualche pietra la buttavamo”

La Carampan-na in altre località era chiamata anche a Belurba ( forse la versione acquatica della strega) che ghermiva con le sue lunghe zampe l’incauto figlioletto, che aveva osato avvicinarsi a quella pozza o a quella vasca di raccolta d’acqua per irrigazione.
continua
Rinnovo l’invito a chi ha avuto la pazienza di leggere questo articolo, per dare un gradito contributo raccontando i suoi ricordi di giovanili paure, storie ecc. per arricchire il contenuto di questo elenco.
Grazie!
foto Archivio Storico Varagine

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5a parte E Strie (2di2)
A Casanova, per tener ben spaventati i bambini, si raccontava di una donna, che aveva un libro di stregoneria, e quando lo leggeva si trasformava in una capra.
Sempre da questa località il nome da Peteina-cu, una strega con un grande pettine
E’ a Casanova nel 1603 che una donna fu accusata di essere una strega.
Caterina Damele era stata trovata in possesso, all’interno di una borsa verde, di alcuni simboli del demonio, un toccu de savun, na foggia de castagnu, cavelli de donna ingugii in te sampe de baggiu.
Era un tentativo di divorzio all’italiana, la poveretta fu assolta, ma nel 1607, la trovarono morta in Teiro, assassinata dal marito Bernardo Perata.
L’Ave Maria
Era tassativo il rientro in casa, prima dell’Ave Maria, quella era l’ora della comparsa delle streghe.
L’Ave Maria era particolarmente suggestiva nel Sciu da Teiru in Bosin, perché nelle fredde serate invernali, a seconda della direzione del vento, arrivavano attenuati i lontani rintocchi della chiesa del Pero e si diceva “ Silenzio!….Senti….. Stanno arrivando le streghe!”.
A Campulungo a notte fonda, le streghe ballavano nei campi di granoturco………
Balli a notte fonda, anche nella località denominata Cian de Strie alle pendici du Grippin, dove qualcheduno giura di aver visto anche recentemente delle luci ballare.

Se passate dall’Aspia e vi domandate che cos’è quel piccolo capanno, salendo a sinistra, una risposta c’è…. era stato detto ai bambini, essere la casa delle streghe, che uscivano al termine del rintocchi dell’Ave Maria.
L’Orcu
Dopo tante streghe anche un’Orco!
Dau Bachettu lo spauracchio dell’uomo con il sacco, che porta via i bambini disobbedienti, si materializzava quando, ogni tanto, una persona anziana, con un pesante sacco sulle spalle, transitava a piedi in direzione di Varazze.
Chi guardava con occhi da bambino quella figura, curva sotto quel peso, pensava che nel sacco c’era un bambino cattivo.
continua
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foto in b/n Archivio Storico Varagine

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4aparte E Strie (1di 2)
Anche dopo tanti secoli e la frase tombale “ Le streghe scomparvero quando si smise di bruciarle”
Basua, Faja, Fata, erano rimaste nell’inconscio collettivo della nostra città.
E Sevisse
Strani episodi, come quello che si diceva accaduto a quei sfortunati ragazzi che abitavano alle Sevisse.
Abituati a far vita grama, in due facevano il lavoro di un uomo, un giorno, uscirono da un bosco, facendosi largo fra i rovi.
Il giorno dopo, videro una loro conoscente, piena di graffi in volto e sulle braccia.
Era l’evidente prova, che le streghe erano anche lì, in quel posto sperduto!
A Biundin-a
La gente presente, intorno ai falò la notte della ricorrenza del santo protettore, applaudiva sempre, quando il fuoco raggiungeva la biondina, una bambola messa in alto, al centro della catasta a simboleggiare la strega data alle fiamme.
In certe case vigeva l’usanza, di mettere una scopa dietro l’uscio, perché a conoscenza della passione, delle streghe per le scope se per caso ne fosse entrata una in casa, non avrebbe resistito a quella tentazione e sarebbe subito scappata via con quella scopa.
A Cilorba
Sciu da Teiru, in una cascina da e Rive davanti au Bachettu, viveva una delle tante streghe Cilorba presenti nel nostro entroterra!
La strega era descritta come una donna, vecchia e strabica.
Ma le persone adulte raccomandavano ai bambini, di non lasciarsi incantare, da quel suo aspetto innocuo e rassicurante.

E se erano in un bosco, dovevano restar sempre attaccati a una gonna o a un paio di pantaloni.
E Strie da Via Gianca
Erano due le zone infestate dalle Streghe lungo la Via Gianca. Nei pressi della Casa Torre, sotto au Muntadò non era prudente farsi sorprendere dal buio perchè era uno dei luoghi dove ballavano le Streghe.
Da Porta Russa da Via Gianca, nel tratto più ripido, dove di quell’antico portale, resta solo una colonna, era luogo da Strie, e chi me lo ha raccontato si ricorda bene delle corse che faceva da bambino, ad ogni ora del giorno in prossimità da Porta Russa de Strie, corse rallentate dopo che i suoi genitori gli regalarono un fucile ad aria compressa che sparava pallini di piombo, con cui si sentiva più al sicuro……
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3a parte A Ca du Diau
A Ca du Diau, era all’inizio della discesa della Via Romana, dove ancora negli anni venti, del secolo scorso, si verificarono strani fatti, indagati anche dalle forze dell’ordine.
Nella stalla presero fuoco fieno e paglia e nelle fasi concitate dello sgombero, una mucca fu sollevata di peso, da una forza invisibile e gettata nei rovi.
Ancora altri incendi e strani fenomeni.
C’era chi, mentre era intento alla mungitura, aveva visto materializzarsi la figura del diavolo.
La casa era raggiungibile anche tramite una scala, poco distante, che saliva dalla spiaggia, dove ora c’è la Villa Araba. Questa particolarità, portò a far illazioni, relative a possibili traffici di contrabbando o altri commerci.
La porta da Ca du Diau, era sempre aperta e si era ben accetti dal proprietario, per un bicchiere di vino e quattro chiacchere, gran lavoratore, era un piccapria e lavorava nella vicina cava di pietre per edilizia.
Ma chi frequentava quella casa raccontava di strani inquietanti rumori.
A questo edificio, fu affibbiato l’appellativo da Ca du Diau, ma questo appellativo, non fu mai usato come spauracchio nei confronti dei bambini.
I proprietari, anche a distanza di molti anni, dopo che la casa fu demolita, per poi essere ricostruita, parlavano con costernazione di quel periodo.
A Ca du Suia
Nel 1961 c’era stato l’eccidio di Kindù in Congo dove tredici italiani furono uccisi

Anche a distanza di qualche anno, era ancora vivo il ricordo di quella strage.
Nella casa allora disabitata della Suia, avevano sparso la voce che ci abitavano dei congolesi.
Nell’immaginario collettivo era l’atavica paura dell’uomo nero
C’era qualcosa da nascondere in quella casa?
Probabilmente si perché, per rafforzare il divieto di accesso, qualcuno disse che quel grande prato tra la casa e il bosco, era infestato da bombe antiuomo residuati bellici della guerra.
Ma noi ci sincerammo del contrario facendo rotolare lungo il pendio delle grosse pietre e non avvenne alcuna esplosione.
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2a parte E Anime
Quando un Nicciu, un luogo o una casa, è detta delle anime, allora bisogna sempre indagare che cosa c’era o c’è da nascondere.
A Ca de Anime de Cantarena
L’edificio delle anime in Cantarena de Rensen, era così chiamato perché la gente, ma soprattutto i bambini curiosi, dovevano girare al largo e non preoccuparsi dei rumori che provenivano dall’interno.
Dove la notte a lume di candela si produceva la carta venduta sottobanco.
U Nicciu de Anime
U Nicciu de Anime lungo la strada Vegia de Castagnabunna era così chiamato, perché luogo di incontri amorosi e quindi non dovevano esserci occhi indiscreti da quelle parti.
Due persone, due città, stessi ricordi.
“Duvve ghe divan de Anime, nuiotri figgiò se metimu a curì ciù forte che pureimu! Cun u co in gua, per scappò da e anime di morti che ean lì !”.
A Grangia
Anche noi bambini del Sciu da Teiru, avevamo lo spauracchio delle Anime che in questo caso, indossando un lenzuolo erano chiamati fantasmi!
Erano nella Grangia dall’altra parte del nostro fiume.
I muri laterali ancora parzialmente eretti di questo grande edificio medievale, impedivano di vedere che cosa si celava di così inquietante al suo interno. E quel grande arco le dava un che di sacro e incuteva timore, forse chissà, magari nel XI secolo era veramente una chiesa rurale, ma gli storici ci dicono tutt’altra cosa.
Ma era tutto architettato, per tenerci lontano da quel grande campo di fragole, che una notte depredammo, consumando sul posto quel frutto misto a terra e pietre.
A Cantalù
Nel sentiero che da Cantalupo porta alla Croce di Castagnabuona, una persona vide una donna accovacciata, che chiedeva l’elemosina.
L’uomo passò oltre, ma dopo qualche passo, incuriosito ritornò indietro, voleva chiedere alla donna chi fosse e che ci faceva lì,
Ma nel mentre, incespicò cadendo rovinosamente addosso a quella donna. In quell’attimo la mendicante sparì!
Come dissolta nell’aria! Chissà di chi erano le sembianze di quella donna.
Andreina
I bambini bergamaschi, ospiti delle Colonie, erano vessati durante la giornata, da un’opprimente disciplina.
Fischietto e ordini, scandivano le loro giornate. La notte invece erano terrorizzati da Andreina.

Al loro arrivo alle Colonie Bergamasche, gli era stata raccontata, la storia di Andreina, una bambina, figlia di un benefattore, morta di una malattia infantile, raffigurata da una statua posta in un’aiuola, mancante di un piedino.
A quei poveri bambini, fu detto che dovevano star fermi, immobili e in silenzio, nei loro lettini, perché ogni notte arrivava Andreina, si aggirava nei loro stanzoni, a cercare di prendere un piedino, da mettere al posto di quello che aveva perso.
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Grazie!
Minacce, Paure e Racconti per farci star bravi

Ho chiesto ai miei contatti di WhatsApp di raccontarmi delle loro giovanili paure.
Inculcate dagli adulti, per spaventarci e tenerci lontano dai guai.
Siete stati in molti, ad aver contribuito alla stesura di questo elenco.
Non è possibile citarvi tutti!
Vi ringrazio della vostra gradita disponibilità e comunque troverete in questo articolo e negli altri che saranno pubblicati con cadenza giornaliera, le tracce del vostro contributo.
Grazie!
In questo elenco non ho inserito i racconti che si riferiscono alla Commemorazione dei Defunti, che saranno elencati in un altro articolo.
Chi avrà la pazienza di leggere questi articoli, potrà se vuole, nei commenti, dare il suo contributo, per arricchire questo elenco con le proprie testimonianze.
Minacce, Paure e Racconti per farci star bravi
Possiamo dire che eravamo bambini di un’altra epoca. Lasciati liberi di scorrazzare con quattro amici, in quei meravigliosi mondi di infinite fantasie, che erano un fiume, i prati, un bosco dove costruire una capanetta.
Ma allora come fare, a scongiurare i tanti pericoli e a far sì, che bande di ragazzini, in preda al sacro fuoco del gioco e delle scorribande, rispettassero i divieti delle cose che assolutamente non si dovevano fare?
Tramandati da generazioni, modificati e adattati al territorio ci sono i racconti di fantasmi, streghe, animali mitologici ecc.
1a parte A Garaventa
Già a dieci anni c’era chi aveva bruciato le tappe e da scavezzacollo aveva avuto il titolo di praticante mezzo delinquente.
Il timore di streghe, animali feroci ecc. non sortiva più alcun effetto su questi ragazzini, cresciuti troppo in fretta.
La minaccia conseguente era quella di essere rinchiusi in un istituto correttivo.
Lo spauracchio più temuto e nominato a Varazze era “Te mandu cun i garaventin!”
La Nave Garaventa, ormeggiata nel porto di Genova, era luogo di destinazione per giovani sbandati e disadattati al disotto dei sedici anni.
U Cullegiu
A questa nave scuola il cui motto era “Prevenire e Redimere” faceva buona concorrenza il temuto “ Mia che te mandu in Cullegiu!”.

Essere mandati in Collegio era come dire vai in prigione!
Lo si diceva in generale come monito e se la parola non bastava, si poteva anche fingere una finta iscrizione.
Ma era anche l’extrema ratio, per soggetti violenti prima del riformatorio.
Il Collegio don Bosco nel 1907, ebbe una triste ribalta nazionale, per dei fatti incresciosi, abusi e messe nere, ma di cui se ne era persa memoria.
continua
Rinnovo l’invito a chi ha avuto la pazienza di leggere questo articolo, per dare un gradito contributo raccontando i suoi ricordi di giovanili paure, storie ecc. per arricchire il contenuto di questo elenco.
Grazie!

Non esistono documenti dell’epoca, che attestino con precisione, tutti i possedimenti dei Cistercensi, i frati bianchi provenienti dalla Badia di Tiglieto, nel territorio della nostra città.
Di alcuni però v’è certezza.

Anche perchè la presenza di una Grangia, che aveva funzione di governo con la contabilità e il magazzino, di cerali, olio e di altri beni alimentari, doveva avere il suo tornaconto.
Questa costruzione è conseguente, ad estesi possedimenti di terra fertile, di coltivatori e braccianti tutti al servizio dei frati bianchi.
Non meno importanti erano le proprietà degli impianti e delle opere idrauliche, fatte costruire Sciu da Teiru dai Cistercensi, geniali ideatori di mulini, frantoi e canali.

La Badia dei frati bianchi di Tiglieto, possedeva tutta la zona oggi denominata Muin a Vapure, dove erano attivi due mulini per granaglie.
Altri opifici erano, dai Muinetti in fondo a Via Gianca, in tu Pasciu e dau Laguscuu.
Avevano la proprietà o la disponibilità, di estesi terrazzamenti, dove coltivar ortaggi, primizie e alberi da frutta.
Chilometri de Mascee, che furono edificate nelle zone più riparate e soleggiate della nostra città.

U Carmettu e u Buntempu erano irrigati da una geniale opera idraulica, ancora visibile oggi, vigne, orti e ulivi anche lungo a Via Gianca e a Costa de Casanova.

Anche la grande piana della Camminata era dei Cistercensi, dove producevano ortaggi e frutta

La zona soleggiata e terrazzata da Suia, sopra la località dei Busci in sponda destra del Teiro, che traeva l’acqua per irrigare, dal rian da Riva.
Terrazzamenti edificati su di un’acclive pendio, dau Simiteu Vegiu, fino ad arrivare au Vignò.

Fasce anche in tu Pasciu, u Buggia, Bosin, Laguscuu e Gambun.
Questi possedimenti erano protetti da una poderosa muraglia di confine ancora ben visibile lungo la via Bianca.
In sponda destra del Teiro il confine costituito sempre da una muraglia, era probabilmente sul crinale che risale verso la localita Castagna.
Di questa opera non restano che pochi resti, distrutta dallo scavo della galleria autostradale, non vi è riscontro di altri possedimenti dopo u Simiteo Vegiu, in sponda destra del Teiro ( Lomell ina)
A partire dal XIV iniziò la fase di decadenza della Badia, con le conseguenti lotte di successione delle proprietà dei frati bianchi.
Relativo a questo periodo storico, è molto interessante la lettura del libro, edito nel 2000, dall’Associazione Culturale San Donato “L’Abbazia Cistercense di Santa Maria di Tiglieto” da cui ho estratto alcuni frettolosi riferimenti storici e le foto della Grangia, per comporre questo articolo.

Caduta in disuso….facciamo un salto storico di alcuni secoli e arriviamo nell’800, quando all’interno della Grangia, furono costruite delle vasche, che erano funzionali all’adiacente Savunea.
Un’incendio ne distrusse la copertura.

La Grangia, monumentale edificio, in gran parte diruto, di rilevanza storica del XII secolo, costruita dai Cistercensi è oggi completamente nascosta alla vista dalla Lelua, edera.

La Grangia Cistercense, è nominata dagli storici locali, mai vista però dai miei concittadini, dal vero senza vegetali e piante rampicanti.

Suggestivo e simbolico, il grande arco della Grangia, pregevole opera di architettura.
Il Teiro privo di argini negli anni 60, era luogo di infinitii giochi di noi bambini, nella bella stagione lo si attraversava per le nostre scorribande al colle de San Dunò.
Nel beo che ancora alimentava la cartiera Arado, catturavamo i grandi ragni con la croce, che messi in una scatola di latta servivano per spaventare le bambine.
La Grangia era pollaio, recinti per animali e deposito, oggi è abbandonata all’incuria dell’uomo e al degrado del tempo.

Animali del bosco razzolano fra le sue rovine, una scena emblematica del degrado ambientale e culturale della nostra città.

L’ingresso è interdetto, ma con un ampio giro, si può entrare, arrivando dall’alveo del Teiro, ancora in secca, cosa insolita per questo periodo dell’anno.

Si passa davanti a Savunea, anche questo pregevole edificio di archeologia industriale è stato conquistato dai rampicanti e nascosto alla vista da alberi con alto fusto.

Questa è la foto da Savunea, scattata negli anni 90, quando in questo edificio, esercitavano l’attività di marmisti, i fratelli Regnasco

Serve avere rispetto della propria Storia, che non deve essere sempre e soltanto quella religiosa, ma anche e sopratutto, quella della vita reale delle persone che hanno, con il loro lavoro, creato, mantenuto e fatto crescere figli, famiglie e comunità.
In altre realtà, questi ex opifici, sarebbero già stati aquisiti da un’Ente Pubblico, Comune, Sovraintendenza, Beni Culturali ecc. manutenuti e valorizzati.
Ci sono finanziamenti per far tutto, possibile che non esista niente per l’archeologia industriale della nostra città?
L’ultima testimonianza storica, culturale, industrriale di Varazze.
Che cosa c’è lì, dove tutti sono andati via?” Un amore che nessuno si ricorda”. Servono libri che mettano in salvo quell’amore”

Grazie ad un’uomo geniale abbiamo un libro, quello di Lorenzo Arecco “Gli Opifici ad Acqua nella Valle del Teiro” una meritevole opera che ha messo in salvo la memoria del Sciu da Teiru e da cui ho preso diversi spunti, per questo articolo.
Ancora Grazie Lorenzo!
Questo libro, descrive gli impianti e la storia delle quattordici ruote a pale e delle molte altre attività, che traevano energia dall’acqua, nell’estesa zona industriale del Sciu da Teiro.
Un libro che fa pensare a quella moltitudine di operai e non solo, che a pochi metri dalle proprie abitazioni, da una ruota messa in rotazione da un beo d’equa, traevano sostentamento per le loro famiglie.
Un libro che dovrebbe essere sui banchi di scuola della nostra città!
Gente laboriosa, bestie da travaggiu sa da figgiò.
Ma anche capaci di geniali soluzioni a problemi di produzione, soluzioni tecniche, migliorie, modifiche apportate nel tempo dall’esperienza o da innovazioni specifiche per ogni tipo di attività, sono state effettuate con alterne fortune in questi opifici.

Magari un tempo anche segreti industriali, che si celano ancora fra questi impianti, marsi da ruse, ingugii da lelua, ruvei e pin de rumenta.

Consiglio vivamente di non oltrepassare la zona interdetta per il serio e concreto pericolo di crolli.
L’insolita grande schiusa di mosche e zanzare, divulgata dai media come una delle sette piaghe, sembra che si sia concentrata proprio in questa zona, bisogna andar via nonostante siamo attrezzati di repellente!
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Un pallido sole è ancora lungi da coricarsi dietro ai bricchi.

Terminiamo questo bel pomeriggio, per dar risposte ad una questione toponomastica, nel Sciu dell’Aniun, in Costata dove oltre ad ammirare la bellezza naturale di questa suggestiva località, ci sono altre due cose da fare.

1)Visitare la Fornace da Calce.
Forse di epoca romana, ben conservata grazie alla sua copertura, è costruita nei pressi della carrareccia che in questo punto oltrepassa un Rian e poi l’Aniun per arrivare a Custò e scendere verso la Via Gianca.
E’ possibile che da questa fornace arrivava la calce per edificare la nostra città?

2)Assaggiare i Armuin o Gassaolli, i corbezzoli.
Ste ballette russe sun e ciù bunne che se poan truvò a Vase!

Sulla via del ritorno, facciamo visita a S.Giacomo in Latronorio.
Io e Antonella ringraziamo Berto, per la sua gentile disponibilità e per la visita au Muin Vegiu, lui è un grande conoscitore della storia locale di curiosità e aneddoti.
Grazie Berto!
foto in b/n Archivio Storico Varagine