L’edera ha invaso anche la Grangia, questo grande monumento di rilevanza storica del XII secolo o poco di più, costruita dai Cistercensi.
Dai Munaghi Gianchi era adibita a magazzino.
Caduta in disuso suo interno furono costruite delle vasche che servivano per la produzione del sapone, un’incendio distrusse la copertura.
La Grangia Cistercense, tanto decantata dagli storici locali, ma da pochi miei concittadini, vista veramente dal vero.
Con quel grande arco del suo portale, unica pregevole opera di architettura.
Reso invisibile oggi dalle piante rampicanti
Oggi la Grangia è abbandonata all’incuria dell’uomo e al degrado del tempo, ma l’edera che soffoca gli alberi, per nostra, non meritata fortunata, fortifica le strutture in pietra, mattoni e calce.
L’ingresso è interdetto, ma con un ampio giro, si può entrare dall’alveo del Teiro.
Si passa davanti a Savunea, anche lei conquistata dai rampicanti, la foto è degli anni 90, quando in questo opificio esercitavano l’attività di marmisti, i fratelli Regnasco
Animali del bosco razzolano fra queste mura, con discreti abbandoni di rifiuti, una scena emblematica del degrado ambientale e culturale della nostra città.
In altre realtà dove è forte il rispetto della propria Storia, che non deve essere sempre e solo quella religiosa, ma anche quella della vita reale, del lavoro, questi ex opifici, sarebbero già stati aquisiti dall’Ente Pubblico, Comune Sovraintendenza, Beni Culturali ecc. manutenuti e valorizzati.
Ci sono finanziamenti per far tutto, possibile che non esista niente per l’archeologia industriale della nostra città?
Il colle de San Dunò, e u Muin a Vapure
Che cosa c’è lì, dove tutti sono andati via?” Un amore che nessuno si ricorda”. Servono libri che mettano in salvo quell’amore”
Grazie ad un’uomo geniale abbiamo il libro!
Quello di Lorenzo Arecco “Gli Opifici ad Acqua nella Valle del Teiro” una meritevole opera che ha messo in salvo la memoria del Sciu da Teiru e da cui ho preso spunto per questo articolo.
Grazie Lorenzo!
Questo testo che parla dell’immensa mole di lavoro, che era propria del Sciu da Teiru, dovrebbe diventar libro di testo per le nostre scuole!
Un libro che fa pensare a quella moltitudine di operai, che a pochi metri dalle proprie abitazioni traevano sostentamento.
Ragazzini a caricar carbone nella Cornovaglia, du Muin a Vapure, uomini bestie da lavoro, a scaricar corbe de sansa, strassi unti de grassu, sacchi de soda pe fo u savun.
Gente laboriosa, ma anche geniale, visitando questi ex opifici, penso a chissà quante soluzioni tecniche, migliorie, modifiche apportate nel tempo dall’esperienza o da innovazioni specifiche per ogni tipo di attività, sono state effettuate con alterne fortune in questi opifici.
Magari un tempo anche segreti industriali, che si celano ancora fra questi impianti, marsi da ruse, ingugii da lelua, ruvei e pin de rumenta.
Sarebbe bello poter, con le dovute precauzioni, visitare l’interno di questi locali, ma bisogna accontentarsi di guardar le cose da una finestra o attraverso la breccia di un muro.
Da una chiacchierata, di questa estate con Berto e Antonella, nel chiostro dell’Assunta al termine di un’evento storico, era nata l’idea di una visita au Muin a Vapure, la zona industriale della Varazze dell’800.
Un pomeriggio di fine ottobre, io Berto e Antonella siamo alla base del percorso che porta al Colle di S.Donato.
Si sale lungo la strada lato mare, un tempo sovrastata da un bel pergolato, sorretto da colonne in pietra, con parapetto in legno e c’è subito una curiosità alla nostra destra, con i resti di una Sigogna, un’attrezzo per il prelievo d’acqua da pozzo o da canale, nei pressi della Ca du Gnarin, completamente invasa, resa impenetrabile da Lelua e Ruvei.
Lelua, edera, che è arrivata alla ciminiera in mattoncini, tronca, perché pericolante, du Muin a Vapure.
L’edificio come tutti quelli di questa zona è abbandonato, da decenni e in cattivo stato di conservazione.
Opifici fagocitati da vegetazioni invasive, con la crescita al loro interno di piante d’alto fusto e poi rifiuti di ogni genere.
Non esaustivamente, la storia della zona, oggi denominata Muin a Vapure, ha avuto inizio in epoca romana, sede dell’Arsenale e scalo marittimo del Castrum del Parasio .
Dopo diverse vicissitudini storiche, in epoca medievale prese il nome di Borgo Teri, nel XII secolo i Frati Gianchi, i Cistercensi, impiantarono alla base del Colle di S.Donato, dei mulini per granaglie e costruirono una delle loro Grangie a evidenziare l’importanza di questo territorio.
Dopo il 1450 i Cistercensi, perdono il possesso di questi opifici e delle zone dove erano insediati.
Con un salto di alcuni secoli arriviamo al 1884, l’anno che ancora si poteva leggere, non molto tempo fa, su un muro lato Teiro del Saponificio.
Tutta la zona del complesso industriale, oggi denominato Muin a Vapure, era intestato au Sciu Febo, già Giordano Costantino di Genova, che in questa zona a fine ‘800 poteva vantare: un Mulino per cereali, un Mulino per le cortecce di pino, destinate ai colorifici, un Oleificio al solfuro, dove si estraevano dalle sanse olio non commestibile, un Saponificio dove era fabbricato un sapone tipo Marsiglia a quei tempi molto pregiato, a base di soda, sale e l’olio prodotto dalle sanse.
In quest’area vi era anche una stalla e un grande allevamento di maiali.
A inizio del ‘900 tutte queste attività furono ridimensionate o sparirono del tutto.
Nel 1937 alcuni manufatti erano utilizzati da Umberto Righetti, per un’impianto di riciclaggio degli stracci usati, inquinati da grassi o oli.
In pratica gli stracci erano lavati e si recuperava dell’olio minerale.
Nel 1947 le aree du Sciu Febu, furono acquistate dai fratelli Berio, e attrezzate con un grande e innovativo impianto, che sempre dalle sanse estraeva dell’olio non commestibile.
Negli anni 60 terminò anche questa attività.
In un’area dismessa dalle lavorazioni sopra descritte, negli anni 50 si installò l’officina di Angelo Toso, specializzata nel realizzare ruote a pale e condotte per mulini gombi ecc.
Anche Alessandro Risso, Penolle, usufruì di una zona limitrofa au Muin a Vapure per il suo deposito e riciclo di ferrovecchio.
Pantellin in un edificio, oggi parzialmente diruto, aveva la stalla per il cavallo, una ruota appoggiata ad un muro, ci ricorda il suo Tumbarellu.
I fratelli Regnasco, di professione marmisti, presero posto con le loro attrezzature e macchinari nella Savunea e in alcuni edifici contigui.
La loro fu l’ultima attività presente in questa parte di Varazze.
Con la costruzione del viadotto autostradale Teiro Nord, le zone du Muin a Vapure e Simiteu Vegiu, subirono una forte perdita di valore immobiliare.
Oggi u Muin a Vapure è l’ultima zona di silenzio della nostra città
A questo punto è da citare una frase di Paolo Cognetti molto attuale oggi nella nostra città
“Quante cose ci vengono amputate, senza che ne sentiamo dolore, perchè siamo anestetizzati. Eliminare le zone di silenzio dalla nostra vita è come abbattere gli ultimi boschi per costruire dei supermercati, come radere al suolo una montagna per farci passare una strada. Servono esploratori che esaurite le terre sconosciute, vadano a cercare in quelle dimenticate, tornino ai luoghi che l’uomo abitava e ora non più. Un paese fantasma, una fabbrica abbandonata. Che cosa c’è lì, dove tutti sono andati via?” Un amore che nessuno si ricorda”. Servono libri che mettano in salvo quell’amore”
In questo posto, dal nome antico, Muin a Vapure, ci sono le ultime testimonianze di un passato laborioso della nostra città, fatto di fatica, freddo, caldo, sudore, pericoli e giastemme….la vita reale della gente comune, che dal Sciu da Teiru, traeva le risorse per il proprio sostentamento e quello de niè de figgi.
Ma questo lo sa solo chi ha veramente lavorato in vita sua
U gh’ea sulu na miaggia de mesu a chi fasceiva l’Oiu de Sansa, da quelli che lavavan e strasse, e primma ancun da chi feiva u savun da na stalla.
E come non ricordare u Furmine, che aveva l’orto lungo la strada che sale al colle, allevava cuniggi, galline e raccoglieva la menta qua particolarmente profumata.
E du Muin a Vapure conosceva ogni cosa, lo ascoltavo e facevo domande.
Mi e u Furmine settè in so Punte Novu, dau Palassu da Fabrica.
Oggi è Berto che ci guida e ci racconta, di questo posto dove tutti sono andati via, anche lui che in ta Ca da Ravina, ci abitava.
Toglie l’erba dau Nicciu costruito da suo papà Giuseppe.
Ci racconta di quel singolare sgabello, fatto con una vecchia mola.
U Troggiu per lavare i panni, che utilizzava l’Equa du Beo.
Il Beo, canale è prosciugato, ma la struttura è rimasta intatta e lo si può vedere entrare e uscire da diversi opifici, dove come una linea in tensione, portava energia, che faceva girare le ruote, alimentava caldaie o scioglieva la soda per fare il sapone in ta Savunea.
Il toponimo Cantarena, non è unico nel suo genere in Liguria, è relativo a tutte quelle zone dove gli anfibi hanno il loro habitat e prolificano, come nella stretta valle del Cantarena ad Arenzano, solcata dall’omonimo torrente.
Qui le rane, nella bella stagione, rendono molto suggestive le calde serate estive, con il loro insistente gracidare, e se il foresto si lamenta e vorrebbe zittirle, chi è come me del Sciu da Teiro s’allerta, quando improvvisamente smettono il loro canto.
Ma la dicitura più consona, per questa valle sarebbe quella de u Rian de Cartee.
In epoche diverse, sono state, in totale, undici le cartiere che in questa valle hanno svolto la loro attività, dato lavoro e prosperità alla comunità de Rensen.
Credo non ci sia stata al mondo, una così alta concentrazione di opifici, lungo l’alveo di un fiume, in cascata, uno di seguito all’altro, tutti beneficiati dalla stessa acqua raccolta da e ciuse, dighe e convogliate dai bei,canali.
Arenzano è la zona della nostra regione, dove le pendici dell’Appenino Ligure, con le falde del massiccio del Beigua, si tuffano letteralmente in mare, le cime di queste montagne, distano poche centinaia di metri dal bagnasciuga, regalando spettacolari panorami a precipizio sul mare per chi sale sulle alture alle spalle di Arenzano.
Molto conosciuto dagli escursionisti il rifugio “Ai Belliventi” nome suggestivo per uno spuntone di roccia, dove si gode di uno spettacolare paesaggio a picco sul mare.
Le acque dei rii, Crò, Ciazza Bella e Rio Meisu, che discendono dalle cime di questi monti, confluiscono nel Canterena, dove a partire dal XV secolo erano utilizzate come forza motrice, per le ruote a tazze che alimentavano il moto dei macchinari delle undici cartiere, che erano operanti, in epoca diversa, nella valle di Cantarena.
Ma facevano girare anche alcuni mulini per la farina, i telai di una filanda, a sera a nastru, sega a nastro e a ciuna, pialla di una segheria.
L’elenco delle cartiere e degli opifici, presenti lungo la valle del Cantarena mi è stato gentilmente fornito dal signor Valle Lorenzo, ultimo papee, cartaio o paperaio di Arenzano, che ringrazio per la sua disponibilità a raccontare del suo mestiere e per la visita effettuata alla sua cartiera.
La prima Cartiera in alta valle era quella delle Casazze, di questo edificio del 1600 resta solo un muro in pietra, annerito dal tempo, ma ancora eretto a testimoniare della prima cartiera, costruita in questa valle.
A seguire la ciusa del Tonno, che alimentava le due cascate con le ruote della Cartiera di Scala Santa.
A questo punto, lungo il Cantarena, si susseguono in sequenza: la Cartiera di Pallavicini, la cui acqua in uscita era raccolta dalla ciusa del Ponte Gruffo, con il suo beo che alimentava le cartiere: di Valle Lazzaro, quella di Piccardo Bartolomeo, di Valle Francesco e Valle Maria.
Quest’ultima Cartiera è l’unica oggi ancora in attività, qui da 48 anni Valle Lorenzo classe 1950, produce e commercializza la sua carta.
A seguire quella di Valle Lorenzo.
L’acqua in uscita dal canale di scarico di questa cartiera, era raccolta da una ciusa, il cui beo alimentava la cartiera di Vernazza Francesco, in questo edificio vi era anche un mulino per granaglie.
Il beo continuava il suo percorso, per alimentare la cantiera Chiossone, dove il 31 luglio 1943 un furioso incendio provocò la morte di sette persone, un’intera famiglia, che abitava nell’edificio.
La Cartiera numero undici è un altro opificio della famiglia dei Chiossone, chiusa a metà degli anni 60.
A questo punto l’acqua sempre convogliata dal beo azionava una filanda e la segheria di Carlin u Tasciu, prima di sfociare in mare
Le chiuse lungo il torrente Cantarena erano 6 Casazze, Tunno, Rio Cro, Ponte del Gruffo, e altre due Chiuse sottostanti
L’Edifisiu de Anime
Singolare il racconto dell’Edificio delle Anime.
Anticamente, le proprietà di quasi tutte le cartiere, affidavano la gestione della produzione ai mastri papee, cartai, che dovevano fornire al proprietario, una quantità giornaliera di carta, contrattualmente predefinita.
Il lavoro del paperaio, già molto complicato dalle tecniche di lavorazione, non era esente da inconvenienti, guasti e mancata produzione, erano all’ordine del giorno, anche le condizioni meteo avevano la loro importanza e influivano nel ciclo di fabbricazione della carta.
Non sempre si riusciva a raggiungere il quantitativo giornaliero pattuito e allora non era raro, vedere le luci accese anche di notte, negli edifici delle cartiere, dove anche con il disagio del buio si produceva la carta e quando era raggiunta la quantità prevista, non si fermavano gli impianti, ma si continuava con una produzione extracontrattuale di carta e commercializzata direttamente dal mastro cartaio.
Naturalmente c’era chi di questa attività notturna ne faceva largo uso per suo profitto.
E allora per allontanare i curiosi dai rumori che si facevano di notte nell’edificio della Cartiera, si era sparsa ad arte la paura delle anime perse, che si aggiravano nell’edificio della cartiera.
Gli adulti erano a conoscenza di quello che realmente avveniva in quelle nottate.
Ma i bambini avendo saputo della presenza delle anime dannate che si aggiravano all’interno di quegli austeri edifici, anche nelle ore diurne se dovevano approssimarsi a questi edifici erano terrorizzati e si stringevano ai loro accompagnatori per cercar protezione.
In una antica carta topografica un edificio era denominato Edificio delle Anime.
Nelle foto alcuni scorci di Valle Cantarena i fabbricati di ex Cartiere la cartina.
Quando un Nicciu, na Ca o altro è denominata con de Anime è curioso conoscerne il motivo e quasi sempre è quello di stare alla larga da quel manufatto.
“I vecchi ce l’avevano raccontata, ma noi non abbiamo fatto nostre le loro lacrime e ora finita una svagata estate, tocca a noi un’altra guerra, che non racconteremo a nessuno”
Le nostre città rivierasche, ancora prima del secondo conflitto mondiale, erano già blasonate mete turistiche.
Anni 20 Bagni Regina Margherita e Grand Hotel ( Archivio Fotografico Varagine)
Nonostante l’incubo di un possibile sbarco alleato, sulle riviere liguri, durante la Seconda Guerra Mondiale, anche la nostra città fu svago di truppe, gerarchi fascisti e dei camerati teutonici
Il regime instaurò un clima di controlli e di paura nella popolazione, ci furono diversi rastrellamenti, per la cattura di renitenti di leva, oppositori del regime e contro i componenti della lotta di liberazione partigiana.
Ma quasi tutti gli arresti nella nostra città, furono effettuati, incoraggiando la pratica della delazione .
Nella nostra regione, a fine guerra, mamme, mogli e figli piansero centinaia di morti, fra gli oppositori del regime, fucilati o eliminati nei campi di sterminio.
Chi era ritornato dal fronte e aveva visto all’opera, la potente macchina da guerra alleata, non aveva dubbi la guerra era già persa nel 1943, e sarebbe stato meglio, con meno lutti e rovine, finirla lì.
Nel 1945 la 5 armata americana riprese a risalire lungo la penisola.
Le truppe dell’asse progettarono piani di fuga e centri di resistenza ecc.
Fu dato ordine, di minare tutte le strade, che valicavano la dorsale appenninica, comprese quelle secondarie, che potevano diventare importanti vie di transito degli alleati verso la Pianura Padana.
Ma anche inseguire chi stava per fuggire davanti al nemico.
Fu minata, con diversi fornelli di esplosivo, la strada verso il Pero.
Anche la direttrice, Piani di S.Giacomo- Isola del Deserto, fu minata, anche se era poco più che una strada da carri, ma a differenza di oggi, un tempo era percorribile.
In località i Canuin, nella Valle del Portigliolo, i militari italiani avevano una postazione, una batteria con due mortai, un’altra postazione, trincerata era sopra il Monte Brigna e dominava tutta la valle dell’Arenon.
A Beffadosso, durante le operazioni di posa mine antiuomo, un militare italiano perse la vita, dilaniato da un’esplosione.
Giuse ci aveva parlato da Grotta di Partigen, in uno dei bricchi da Costa da Brigna.
Quella postazione, nelle fasi concitate del 24/25 aprile del 1945, fu determinante per bloccare la fuga di tedeschi e fascisti.
Partiamo una bella mattina soleggiata, per la ricerca di questa grotta, io Giuseppe Vernazza e Francesco Canepa.
Si scende verso a Ciusa, nell’alveo dell’Aniun, dove confluisce il Rian de Sevisse.
Un bel corbezzolo con i suoi frutti quasi maturi.
L’Arenon è uno dei corsi d’acqua più inquinati della nostra regione, la presenza a monte della Ramognina, ha inevitabilmente trasportato, dalla discarica verso valle, ingenti quantitativi di rifiuti solidi e plastiche, durante le piene del fiume e oggi risultano inglobati nella vegetazione e nel greto del torrente.
La postazione dei partigiani, si trova a mezza costa di un acclive pendio a stento ritroviamo una traccia di sentiero e serve una cesoia per avanzare tra ruvei e brughe.
Il caldo sole di una giornata di fine ottobre, rende faticosa un’interminabile salita.
Sciami di piccole mosche arrivano alla prima goccia di sudore!
Lontani echi di armi da fuoco ci avvisano che è giorno di caccia aperta, gli irsuti lo sanno e stanno ben nascosti…..a osservar tre umani arrancare dove neanche loro osano!
Giuse nativo di S. Giacomo, conosce molto bene queste zone, e salita facendo, ci indica dove era la tana della volpe, una costruzione diruta tra gli alberi, e poi i racconti delle persone che da questi boschi e zone prative traevano le risorse per vivere.
Ci racconta du Barbagianca e di una prossima visita che faremo ai suoi recinti in pietra.
Raggiungiamo la postazione dei partigiani, forse un antico riparo riadattato per tenere, sotto controllo e a portata di tiro, la dirinpettaia strada in sponda sinistra dell’Arenon.
Sotto ad una roccia sporgente è stato costruito, in tempi remoti, un muro in pietra, con alla sua sommità grandi ciappe inclinate, che chiudono completamente la parte superiore di questo anfratto.
Queste grandi pietre, sono state probabilmente trasportate e posate in un secondo momento, forse proprio da chi doveva fortificare questo riparo rendendolo simile ad un piccolo bunker in pietra.
Un cuneo di pietra trattiene una di queste ciappe.
Occorre prestare particolare attenzione al grande masso, molto inclinato che fa da base nell’entrata a questo riparo.
Sopra il masso, che fa da cappello alla postazione, si gode di una vista quasi totale della strada che arriva dai Cien de San Giacomu
Siamo a poca distanza dal mare, ma l’altitudine media da Costa da Brigna supera i duecento metri.
Questa valle è l’antica Latronorium, foresta medievale di briganti e di bestie feroci!
Oggi con le conseguenze dei furiosi incendi che l’hanno devastata.
Ma ancora del Secondo Dopoguerra, aveva un ruolo importante nell’economia della nostra città.
Con un lavoro durato secoli, sono state create ampie praterie per pascoli e fienagione.
Con le pietre di risulta di quell’opera di bonifica, furono realizzate mulaioe, pose, bei pe piggiò l’equa da e vinvagne, tante muagge, recinti pe pegue e quarche cascina.
Alle donne, principali artefici insieme ai bambini, di questa opera di bonifica è stato dedicato un luogo dove è presente un’enorme cumulo di pietre….U Cian de Donne.
Grandi boschi di pin da pinò, ersci e rue, fornivano legno e pigne da ardere.
Bella la vista verso il Meassa e u Berleise.
Arrivati in vetta, si sale ancora e si prosegue su un bel sentiero, mantenuto libero sgombro dalla crescita dei vegetali, da chi in bici proveniente da Postetta scende verso l’Invrea.
Alla nostra destra l’alveo du Rian de Spesie e u Briccu du Caregà
Sempre bello arrivare alle Sevisse, un’oasi di verde e di pace!
Seduti sul muro di quella che era la porcilaia, oggi diruta, io Giuse e Francesco mangiamo un meritato dopo tanta fatica, toccu de figassa.
Le foto parlano da sole, bisogna arrivare fin quaggiù, per ammirare il suggestivo anfiteatro dei monti che circondano questo pianoro.
U Cian de Donne, u Briccu da Guardia, u Briccu di Danè, Lapassoi e a Custea.
Ma a Ca de Sevisse ci racconta anche una storia, quella di una famiglia che viveva in questo posto nei primi anni del 900.
Lino Venturino ha scritto uno struggente racconto “Sevisse” dove vissero agli inizi del 900, i suoi nonni Antonietta e Pantaleo Venturino.
“ Un posto incantato….il terreno era fertile, soleggiato, riparato dal vento e per questo Pantaleo l’aveva affittata per la famiglia. Non c’era energia elettrica, ma la sera si andava a dormire presto e presto ci si svegliava al mattino”
A questo link, “E Sevisse” una storia che bisogna conoscere.
Immenso il lavoro di generazioni, che hanno modificato completamente le Sevisse, con l’ampia zona prativa spianata a braccia.
Lo scavo del canale di apporto dell’acqua per uso irriguo, proveniente dalla sorgente dei Lapassuoli e quegli alberi da frutta piantumati, testimoni di un passato di attività agricole.
Il paesaggio in questa foto scattata in pieno inverno evidenzia quella che è una vera e propria oasi di verde.
Osservando la struttura da Ca de Sevisse, con la sua insolita tipologia di costruzione, si intuisce che non è la solita casa colonica, con lo schema tipico stalla-abitazione-fienile.
Quei muri tutti intonacati e quella grande scala di accesso, sono di una dependance agricola del marchesato d’Invrea.
Una parte di copertura è crollata e come effetto domino, ha trascinato a terra, la struttura del sottotetto e il piano di calpestio del primo piano.
Alcuni attrezzi, furcò, bai e piccu, sono quelli adoperati dal fratello di Giuse, che è stato l’ultimo a coltivare questo appezzamento di terreno.
Dalla vano di una porta, si intravede u Briccu di Danè, dei dannati, il perché di tale toponimo è probabilmente riferito a qualche episodio storico, forse tragico, ma non pervenuto ai giorni nostri, dal passaparola generazionale.
A Ca de Sevisse è completamente adagiata su un letto di vinca, anche Sciua di Morti.
Il sole a picco sulle nostre teste, ci avvisa che è l’ora del rientro.
Tempo fa conversando con alcune persone, che sono state qui alle Sevisse ho fatto loro una domanda, già ripetuta in precedenza ad ad altri escursionisti.
“Ma al momento di lasciare le Sevisse, ti ricordi se ti sei fermato/a per guardar un’ultima volta quella casa?”
La risposta quasi unanime è stata “ Certo in cima al sentiero mi sono voltato/a a guardar ancora una volta quel bel posto delle Sevisse !”
Sono già stato qui almeno quattro o cinque volte, ma anche oggi ritornando sui miei passi, mi volto anch’io verso quel prato per un’ultimo squardo, come a dire “Se vedemmu ancun Sevisse !”
Su un pianoro le feci di un predatore, forse un lupo
Il ritorno è tutto in discesa, deviando a sinistra si raggiunge il greto dell’Arenon per poi risalirlo in corrispondenza da Pria du Cuccu.
Giuse racconta di questo toponimo, che come per tanti altri, deriva da fatti realmente accaduti
Un cuculo, aveva il suo posatoio, sopra questo monumento roccioso e il suo tipico canto, risuonava in questa parte della vallata.
Il monolite era più alto di almeno tre metri, abbattuto da un escavatore, durante i lavori di ripristino della viabilità sottostante.
Lavori effettuati dopo l’ecatombe di uno dei tanti incendi, tutti dolosi, ma mai perseguiti.
Con l’epilogo finale, dell’ultimo enorme, devastante incendio del 10 settembre 2001.
Le fiamme hanno distrutto completamente la vegetazione di questa parte della nostra città.
Si è salvato solo un bell’esemplare, di una foresta di pini domestici.
L’acqua piovana non più trattenuta da radici e arbusti, ha completato l’opera di distruzione dilavando il sub strato fertile e rendendo inutilizzabili sentieri e strade carrabili.
Forse andava fatta opera di diradamento per quei milioni di alberelli di pino, che stanno lentamente crescendo a stretto contatto, lottando contro le piante arbustive, che in certe zone hanno avuto il sopravvento
Questo contribuisce a caratterizzare questa zona della nostra città e dargli quell’appellativo di postu servegu, ma molto suggestivo, unico, dove l’assenza di vegetazione di alto fusto, permette di vedere e ammirare, il lavoro che anche in questa zona del nostro entroterra è stato fatto dalle generazioni che ci hanno preceduto in questo angolo di Liguria, sopra questi bricchi.
Ringrazio i miei compagni di escursionismo, Giuse e Francesco, alla prossima!
Se cercate il più bel Ciappin de Vase, la più bella strada, con sedime in pietra, non c’è alcun dubbio è la Via Vecchia di Castagnabuona!
Nella località Cucco, c’è un patrimonio unico, di Storia, ma sopratutto del Lavoro di chi ci ha preceduto nella vita terrena e si è insediato in questo angolo della nostra Liguria.
Uomini che hanno realizzato mirabili opere, con la loro fatica, ingegno, maestria, ma che avevano anche il senso e il rispetto delle cose belle.
Senso delle cose belle e del loro rispetto, che noi uomini moderni, abbiamo perso.
Qui persone tenaci, capaci e con un grande amore per la propria terra, in uno dei più acclivi pendii de Vase, hanno edificato, muri a secco, terrazzamenti, cascine e anche una vertiginosa lunghissima strada, che dal livello del mare conduceva au Munte Crusce a 375 m!
Sciu da stu briccu han fetu, mascee, fasce, cascine e anche na strada cun u se bellu ciappin.
Un tempo il sedime era tutto in pietra, oggi alcuni tratti sono stati sotterrati dall’asfalto, per la viabilità su gomma.
Molto bello il tratto iniziale, con le belle pietre levigate dall’uso, alcune sono evidenti riutilizzi, provenienti da precedenti edificazioni, chissà da dove arrivano.
Sarebbe utile e interessante, per la Storia della nostra città, conoscerne la provenienza
All’inizio, la strada rispetta i canoni romani , oltre due metri di larghezza e curve non troppo ad angolo chiuso.
Costruita a gradoni, forse a seguito di un rifacimento del sedime o per superare il notevole dislivello.
Se presenti, lungo questa strada il 7 ottobre 1244, avremmo visto arrancare il papa Innocenzo IV con uomini in armi e dietro di lui snodarsi il corteo papale, con carri trainati da buoi, aiutati dagli uomini alle ruote.
Meglio invece non esserci stati,da queste parti, nei primi giorni dell’aprile del 1800, tra spari, fumo e urla concitate in lingue straniere.
Il tracciato si snoda in un’ambiente intatto di terrazzamenti e alberi di olivi.
La strada compie tre tornanti e sorvola i due rami autostradali, con un panoramico cavalcavia
A questo punto la Via Vegia attraversa in trincea, un bloccu de Gretin, puddinga e fatta un’ultima curva si è al cospetto di un’irta salita circondata da ville con giardino.
Questa zona è denominata De Anime.
C’è sempre un motivo ben preciso, quando per identificare un luogo è utilizzato questo toponimo e non è riferito al culto dei defunti.
Inglobato nel muro che delimita una proprietà privata, ecco u Nicciu de Anime quello che stavo cercando su indicazione di Andrea Firpo ! E’ l’edicola votiva n° 74 de Vase!
Il dipinto che era contenuto nell’edicola, si trova custodito in ta Giescia de S.Roccu.
Dopo la confluenza con la strada che arriva dall’Aspia, il sedime in pietra da Via Vegia, sparisce sotterrato sotto l’asfalto.
Ritorno, in auto, nella panoramica Ciassa de Castagnabunna e incontro Giuseppin Rossi, mi fermo a chiaccherare con lui, seduti su un muretto.
Di inconparabile bellezza il panorama visto dalla piazza.
Qualcheduno lo avrà già notato nei miei scritti.
Io ho un’interesse particolare, se volete chiamatela passione, per i vecchi nomi, con cui era identificata na Ca, na Cascina, un Seccou ma anche cumme se ciamova na otta, na Muntò, un Sentè, na Scursa.
E così chiedo e Giuseppin mi indica i nomi delle zone che attraversa a Via Vegia.
Continuando la strada verso Castagnabuona, al termine della strada in asfalto che arriva dall’Aspera, inizia il tratto pedonale della Via Vegia, ora non più con il sedime in pietra, ma in cemento con mattonelle rosse.
Siamo nella zona detta de Prie de Rudina, con i terrazzamenti in pietra bianca piantumati a ulivi.
La zona successiva, che interseca una strada in asfalto è detta de Pelleggia.
La strada sempre in salita, arriva au Brunsin da Ciossa, come tutti i fontanili, che un tempo dissetavano chi si inerpicava lungo le Muntò delle frazioni, anche questo è chiuso per sempre.
Questo luogo è anche chiamato A Posa, perche qui faceva sosta chi stava trasportando ceste o altro, arrancando lungo questa interminabile salita.
A Ca da Ture de Busan
Ancora un bellissimo scorcio da Via Vegia, con a Ca du Punte.
Poi la Via Vecchia, alla vista della chiesa di S.Rocco, si congiunge con la Via Nuova di Castagnabuona.
La Via Vegia, sparisce sotto l’asfalto e diventa Via alla Croce che ricalca il vecchio tracciato.
Al culmine di un’irta salita, alla nostra sinistra, riaffiora un’ultimo tratto de Ciappin della Via Vegia che raggiunge, a piedi, il santuario
Pe i cenni storici, chi meglio di Roberto Perata può raccontare la storia da Via Vegia de Castagnabunna?
Chiedo il consenso e pubblico il suo commento, alla foto da Via Vegia pubblicata sulla mia pagina di Facebook
“Peccato che di quell’antico tracciato ne siano rimasti oggi solo un centinaio di metri ed è rimasto perchè in occasione della lottizzazione del “Cucco” (Edilizia Convenzionata) la sensibilità dei politici di allora, dei progettisti dell’opera e dei “severi” funzionari in campo, fece di tutto per tutelarlo.Dal Cucco, dove parte, arrivava sino al Santuario di NS della Croce. Se lo fece a piedi Papa Innocenzo IV nel 1244 e fu, fin dalla notte dei tempi, l’unica via d’accesso per giungere a Castagnabuona per poi essere affiancato dalla strada carrabile costruita negli anni 50/60. Lungo il ciapin, più o meno a metà del suo percorso, i miei nonni materni avevano un’osteria tenuta in vita sino alla “miseria” del secondo conflitto mondiale quando, mia nonna Zabetta, mia madre (Maria de Zabetta cl 1921 e i fratelli non poterono più far fronte alle incombente insostenibili. L’ultimo tratto del ciapin, per merito dei volontari locali, venne poi manutenuto nell’ultimo tratto che giunge poi alla Croce. Sostituirono i ciotoli con lastre in pietra e lo fecero sotto il controllo della Soprintendenza per i Beni architettonci dato che quel tracciato è vincolato ex L.1089/39.PS ad oggi dove inizia questo tratto (Via Matrix) la strada è “in trincea e delimiata sui due cigli da murature in pietra a secco che STANNO crollando… Fateci un giro; l’ultimo tratto è una meraviglia.
A pensu cuscì anche mi ! Vasin a dumeniga, quandu nu sei cosa belin fò, partì dau Cuccu e cian cianin, feghe un giu, sciu de sta Via Vegia!
Grazie per la lettura.
Per la stesura di questo articolo, devo ringraziare, per la loro gradita disponibilità : Andrea Firpo, Robero Perata e Giuseppe Rossi.
La Stra de Lese, che arrivava da Ciampanù, oltrepassata la Cruscea de Vie, tagliava trasversalmente le praterie e i contrafforti del versante sud del Monte Beigua.
I Cien de Prariundu, posti da fen, funsi e cun tanti posti, che pe teitu g’han na pria.
U gh’è anche a Pria du Can
A partire da questa località la strada era sempre in discesa.
Era buona cosa, per gli animali da tiro, che negli anni 50 del secolo scorso, ancora transitavano lungo questa via del legno, trainando le Lese, slitte o tregge, con il loro carico di tavolame, legna da ardere e fieno, in direzione della della nostra città
I Bo Cabanin, animali molto intelligenti, arrivati in vista del mare, sapevano che la strada era ancora lunga e tortuosa.
Per quei poveri animali da tiro, erano terminate le grandi fatiche, ma ora iniziava un percorso pieno di insidie.
Con il loro andirivieni sul Beigua, conoscevano a memoria il percorso sapevano dove mettere i zoccoli nei passaggi più difficili.
Bastava un solo conduttore per tre quattro anche più Lese.
Ho ascoltato racconti struggenti, da chi conduceva i Bo Cabanin, capaci di affezionarsi ad una persona e capire al volo il da farsi, solo con uno sguardo o con un breve comando vocale.
Uomini anziani con gli occhi lucidi a ricordar quegli animali, compagni di tanti giornate di lavoro in questi boschi.
E poi racconti che sembrano esagerazioni, ma non lo sono.
I bo Cabanin, avevano una sensibilità e una memoria straordinaria, sapevano che la fatica e anche la loro vita, dipendeva da quel pesante carico, che stavano trascinando e allora intelligentemente, lo governavano al meglio delle loro possibilità.
Quella che stiamo percorrendo è forse la Stra de Lese più importante, quella che portava il tavolame, proveniente dal Lurbasco in riva al nostro mare,materia prima per i Cantieri Navali.
Erbui de rue e toe impilè, rubelè su dau Beigua, d’invernu cun u giassu, neive e ventu fin a maina de Vase.
Quante lese sono passate di qua!
Centinaia di migliaia nei secoli, per far grande Varagine e poi Vase.
Se noi viaggiatori nel tempo, fossimo atterrati un paio di secoli fa, sopra u Briccu dell’Aquila, una cima dominante e panoramica di questa parte del Beigua, avremmo visto le carovane di Lese, che scendevano dal nostro monte.
Un’andirivieni con altri buoi, liberati del loro carico, sulla via del ritorno, verso la loro stalla, senza la Lesa o u Cavalettu, venduti come legna da ardere, agli abitanti della riviera.
C’era la neve, ma lo strisciar del tavolame e i zoccoli dei buoi, avevano creato una pista, ben marcata visibile a perdita d’occhio, nel biancore dello strato nevoso.
Oggi, possiamo ancora percorrere queste antiche strade, intuirne la direzione, trovare i segni che ci hanno lasciato quelli che prima di noi sono stati in questo mondo, su questa montagna.
Nelle praterie erbose, du Cian de Pra Riundu, la Stra de Lese, è evidente, alla vista di una lunga fila di pietre, che era il sedime della strada, poi divelto, reso instabile, dall’acqua piovana e accatastato ai lati del percorso.
Antichissimi manufatti, mai censiti, nè indagati, seguono il tragitto della Stra de Lese.
Con un breve saliscendi, si attraversa un boschetto, dove fa bella mostra una bella Trunea, di forma circolare priva della copertura e in parte diruta.
All’inizio del bosco, la strada ha un brusco cambio di pendenza e ora passa in uno stretto canalone.
Lecito essere curiosi e domandarsi perché è stato scavato, la risposta è il riempimento, effettuato con la terra di risulta dello scavo, di un’acclive avvallamento.
Un sostegno della strada, verso valle è realizzato da un’antichissima Miaggia, con pietre di grandi dimensioni.
C’è una grande pietra smussata, cerco e trovo la testimonianza del passaggio delle Lese.
Per il faggio è già iniziato il periodo de Foggerusse, con le prime avvisaglie giallo rosse.
Bellissimi i boschi monopolizzati dal faggio, con il loro spettacolare apparato radicale.
E poi scoprire, guardando le foto di essere stati spiati da un essere antropomorfo!
Solo se ci si addentra in uno di questi maestosi boschi, si può capire con quanta forza, la natura governa questo habitat.
Ai primordi degli insediamenti umani, chi su questo monte emetteva il primo vagito, divenuto adulto, trovava sostentamente per se e per la sua famiglia dalle risorse dei boschi.
Faceva vita tribolata, ma era parte anche lui dell’equilibrio della natura, il suo umore seguiva il ciclo delle stagioni, gioiva all’arrivo della primavera, si scaldava al sole di agosto e restava come noi ammirato da questo bosco autunnale dalle tante tonalità di colori.
Aveva timore della natura, la adorava e la rispettava.
Gli alberi, i grandi monoliti rocciosi, le sorgenti, facevano tutti parte della sua religiosità.
Ma altri uomini, inventarono un simbolo e lo fecero anche per assoggettare, incuotere timore e depredare.
I cristiani furono inviati a convertire il popolo della montagna e lo fecero parificando il loro adorare la natura, alle pratiche eretiche e di stregoneria.
Si spartirono le loro terre, posizionarono delle pietre di confine.
La croce cristiana fece la sua comparsa e modificò le Pietre Scritte.
A cercarla anche sulla Rocca dell’Aquila, troveremo un cruciforme.
Ma oggi io e Francesco stiamo seguendo il percorso di questa Stra de Lese e il tragitto da fare è ancora lungo.
La si potrebbe chiamar la via delle Amanite!
Decine di esemplari di questo bellissimo fungo ci stanno indicando la direzione della strada.
Speriamo di non trovare un Serciu de Manite …è un simbolo della presenza delle streghe!
Seguiamo il segnavia croce rossa, ma non sempre il suo percorso coincide con la Stra de Lese.
Inconfondibile la sagoma della strada.
Sono le pietre posate per dar sostegno e guida alla strada, i tratti di sedime con Ciappin e le pietre consumate dalle Lese che ci indicano la giusta direzione.
Se un Rian interrompe il percorso, a ben vedere si trovano ancora le basi di un ponte che doveva essere in legno.
Una Trunea con la copertura in travi dove ripararsi in caso di pioggia o di tormenta.
Questi manufatti erano funzionali a chi transitava lungo le Stra de Lese e durante la fienagione.
La strada ora scende verso e Ligge, u Briccu du Ventu, Canain per arrivare alla Cappelletta delle Faje.
Ma noi proseguiamo in direzione del Monte Cavalli.
Qui si incontra la strada carrabile che con una discreta salita, raggiunge le prese dell’acquedotto.
Si interseca il segnavia del percorso napoleonico e il sentiero Triangolo Rosso che porta alla vetta del Beigua
Proseguiamo dalle Giare, verso a Peioa, qui il percorso è finalmente in piano e negli spazi lasciati liberi dagli alberi, si può godere di belli e suggestivi scorci verso il mare e il Monte Beigua.
La strada carrabile e in discesa, interseca altri percorsi che salgono verso la vetta.
Raggiungiamo la mia auto lasciata nella zona del Grupasso.
Si sale verso la vetta del Beigua e il Belvedere, dove è parcheggiata l’auto di Francesco.
Il Belvedere spettacolo della natura!
Sosta obbligata davanti ad un panorama di incomparabile bellezza.
Oggi una coltre nuvolosa nasconde il mare, ma in strappo fra le nuvole , si intravede Bergeggi e Capo Noli.
Il tramonto del sole svela la sagoma della luna, già alta nel cielo.
Tra poco quella grande cascata di pietre, il Pian della Luna, U Lunò, una pendice del Monte Cavalli, riverbererà la luce della luna piena.
Chissà come nacque questo bel toponimo U Lunò, con le sue leggende e quella antica foa dei taglialegna
A questo link “A Foa du Lunò” una favola dei boschi, rivista, modificata e inserita in un periodo storico della nostra città.
Ringrazio Francesco Canepa, insieme abbiamo percorso questa antichissima strada, dove sono ancora sono visibili le testimonianze del passaggio degli innumerevoli carichi di tavolame per l’energivora industria cantieristica di Varazze.
Chiedo a Maria Santina Delfino, se è possibile vedere la zona, dove durante la seconda guerra mondiale, accadde un fatto raccontato da Giovanni Ghigliazza e descritto nei “I Ricordi di Gino” da me pubblicati sui social.
Siamo in ta Canaetta al cospetto di un bel panorama, nel cortile della casa di Santina.
Qui durante un rastrellamento, a seguito di una delazione, uno dei Scoppola, al secolo Delfino Giulio, che aveva disertato, si nascose nel forno.
Una struttura esterna dove era cotto il pane.
La nonna di Santina, Molinari Santina, aiutò il fuggitivo e mise una fascina davanti alla bocca del forno.
Sanmarco e camice nere, perquisirono l’abitazione ma non guardarono nel forno.
Quel forno non esiste più, come tante altre cose che erano funzionali ad un’economia, che traeva il suo sostentamento esclusivamente dalle risorse del nostro territorio.
Si parla del lavoro dei nostri vecchi.
Santina mi accompagna lungo un tratto della Via del Legno, che da Canaetta proseguiva verso S.Bernardo.
Raggiungiamo il pilone da Madonna che a se gia.
Da questo bivio con la Muntò di Buei, passavano le lese che rifornivano di materia prima i Ciantè de Vase.
Era una zona molto antropizzata, dove oggi sono visibili notevoli manufatti, di buona fattura, Ciappin, Miagge de Pria, Fasce e Seccou.
La borgata della Canaetta sovrasta l’ex tenuta vinicola de Cian de Banna e il Sciu da Teiru.
Nel pianterreno della sua abitazione, Santina ha conservato un’antichissima forgia in legno.
Con rivestimento refrattario, utilizzata da suo padre e proveniente dall’officina dei Ciodà.
Con ancora gli attrezzi adoperati da suo nonno Nicola Macciò che insiema al fratello Giobatta avevano un’officina da fabbro.
Bello e interessante, un rarissimo tornio da legno a pedale.
Appesa ad una pareta, fa bella mostra una Ressia, come quella adoperata dai Arsioi du Lurbascu, i segantini, che dal Biun, tronco, posato sopra u Bancà d’Arsiou, un cavalletto, lavorando in coppia ricavavano le assi e le traversine per la ferrovia.
I Ciodà
Nella prima decina del “900 in località Cin-a, c’era la bottega da fabbro dei Ciodà, di proprietà dei fratelli Giobatta e Nicola Macciò, provenienti da Masone
Erano alloggiati in una casa-bottega, nella curva del Sciu da Teiru, in località Cin-a, dove il fiume si restringe, prima del Turtaiò de Gambun.
A piano strada dell’abitazione avevano il loro laboratorio.
I Ciodà erano specializzati nella forgiatura dei chiodi per ogni tipologia di impiego.
Annoveravano come principali clienti i Cantieri Navali.
Dediti anche alla fabbricazione di utensili per uso agricolo.
Chiedo informazione alla memoria storica da Cin-a, Marisa Rebora classe 1931 e lei gentilmente mi accompagna a vedere dove un tempo c’erano I Ciodà
La finestra che dava aria al locale dove c’era la forgia.
Marisa mi indica la zona, dove in un locale dalla parte opposta della strada, esercitavano anche l’attività de Ferrò e Bestie, maniscalchi
Molto probabilmente erano attrezzati anche con l’apposito paranco, per sollevare e Ferrò Vacche e Buei
Ringrazio ancora una volta Marisa per la sua gentile disponibilità!
Berto Delfino e Maria Santina, figli di Delfino Giobatta e Macciò Maria sono nati nell’abitazione dei Ciodà.
Un residuato bellico, diventato paracarro in tempo di pace
L’officina da fabbro fu chiusa a inizio anni 60
Era una delle innumerevoli attività che erano nel Sciu da Teiro, dove gente laboriosa e tenace avevano insediato, quasi tutte in sponda sinistra del fiume, molteplici attività lavorative perlopiù “giocavano con l’acqua” con le quattordici ruote a pale che traevano la forza idraulica dal nostro fiume.
Ma c’era anche chi “giocava con il fuoco” erano i fabbri, costruttori come i Ciodà dei preziosissimi chiodi, ferri da cavallo, attrezzi agricoli, e tanti altri oggetti in ferro.
Anche le gigantesche pale per muin, frantoi e cartee , costruite o riparate .
Ringrazio per la loro cortese disponibilità, Maria Santina Delfino, Marisa Rebora e Berto Delfino.
Con questo articolo, in cui Gino di Battesti ricorda i giorni della Liberazione e l’arrivo a Varazze di un contingente della V Armata americana, terminano ” I Ricordi di Gino” che sono stati da me riassunti e divisi in 8 articoli pubblicati con cadenza giornaliera.
Ringrazio Giovanni Ghigliazza, conosciuto come Gino di Battesti, anche de Perin e da Rocca, per la sua grande disponibilità, a raccontare e rendere pubblica la storia di un periodo triste, di lutti e rovine nella nostra città.
Gino era un ragazzo, quando finì la guerra
In quel periodo accaddero cose, che mai nessun bambino dovrebbere vedere e vivere, Grazie Gino!
La concomitanza di una guerra in atto in Europa, con la pubblicazione di questi ricordi è casuale, ma deve comunque far riflettere, quanto sia facile la degenerazione dell’essere umano, da civile ad assassino dei propri simili.
La Liberazione
Il brillamento effettuato dai tedeschi in fuga, del ponte du Spurtigiò, obbligò la V armata americana a un lungo tragitto nell’entroterra.
La colonna era preceduta da una ruspa cingolata, che eliminava eventuali ostacoli per poter far avanzare i camion.
Arrivati in località S.Anna del Deserto, la ringhiera sul ponte dell’Arrestra, fu tagliata con la fiamma ossidrica, perché restringeva la carreggiata.
Chi era presente, quel giorno lungo la strada sterrata dell’Eremo, fu testimone delle spericolate peripezie che fecero i grandi GMC e Dodge dell’esercito americano.
Facevano manovra in prossimità delle curve, a volte con una ruota dell’asse posteriore nel vuoto, per riuscire a risalire fino au Muagiun e proseguire in direzione di Savona passando per Campumarsu, S. Martin e u Mesan.
A guerra finita, Gino racconta che uno dei lavori più urgenti, era quello di rendere nuovamente percorribili le strade.
A lavorare per il ripristino della viabilità danneggiata, durante la ritirata tedesca ad Albisola e Celle, c’era andata molta gente di Varazze con picco e pala
“ Sun arrivè di americhen neigri, che giasciavan a gumma sun stati a vedde quelli che loueivan cun pala e piccu e rieivan”
I soldati americani, masticavano chewing gum e ridevano a guardar quella povera gente che lavorava con pale e picco
Dopo qualche giorno, arrivò una ruspa cingolata che in poco tempo fece quel lavoro, altrimenti destinato a protrarsi per molti giorni.
“ A l’ea a primma votta che ho sentiu parlò di Caterpillar”
Per la prima volta sentii parlare di Caterpillar.
La V armata che arrivò a Varazze, era composta in buona parte da soldati di colore
“ Ne fovan puia perché neivan missu in testa, che i neigri mangiavan i figgiò e mi gh’eivu puia tutti stanguin ommi grandi e grossi in simma a de camiunette, Military Police gh’eivan scritu”
Avevamo paura dei soldati di colore perché ci avevano detto che mangiavano i bambini! Erano, agli occhi di noi ragazzi, degli uomini alti e robusti viaggiavano a bordo di Jeep con su scritto Military Police.
“Sun stati quarche meise a Vase all’hotel Giardino”
“E mi me ricordu che ho mangiò u primmu ciucculatu, tramite sti neigri a me dava Elvira che a travaggiova in te l’albergu”
Il contingente americano rimase qualche mese a Varazze alloggiato nell’hotel Giardino.
Il primo cioccolato che ho mangiato mi fu dato da Elvira, che lavorava nell’hotel.
Quando il 24 aprile, la colonna tedesca, abbandonò la nostra città, fu compito della retroguardia, due motociclisti della Wehrmacht, far brillare le cariche di tritolo, che erano state messe per bloccare la strada a eventuali inseguitori.
Ingresso dell’ex rifugio in loclità Puntin, una targa in marmo ricorda il disinnesco dell’esplosivo da parte degli abitanti del posto
Dau Puntin, la salita prima di arrivare nel Parasio, sono oggi visibili, due rifugi antiaerei che furono riempiti di esplosivo.
Il brillamento di quelle cariche di esplosivo non avrebbe solamente interrotto la viabilità, ma molto probabilmente nell’esplosione sarebbero rimaste coinvolte delle persone con il crollo di quelle case che oggi compongono u Burgu du Pasciu.
Fu Iridio Benedetto, che sparse la voce di rendere innocue quelle mine, semplicemente tagliando e asportando il filo elettrico che era collegato all’esplosivo.
“ U primmu a dose da fo u l’è stetu u Main Caghetta un poverettu che u steiva in tu Pasciu u l’ha ciammò di rinforsi pe stacco i fi”
Nel Parasio l’iniziativa di disinnescare le cariche fu presa da Main Caghetta e da Adolfo Badano a cui si unirono alcuni abitanti di quella località.
Main Caghetta al secolo Mario Fortunato, il singolare nomignolo derivava dall’incarico che aveva, che era quello di sturare la fognatura e lo si vedeva spesso nel centro storico con i suoi attrezzi da lavoro.
“In fundu a mulaioa li u gh’ea tuttu minò e anche sciu da strada de Casanova”
In località Lagoscuro una targa ricorda il disinnesco della carica di esplosivo effettuata da Iridio Benedetto
Dalla mulaioa che saliva verso S.Pietro, in località Lagoscuro, la carica fu resa innocua da Iridio Benedetto.
“I tedeschi gh’eivan tanta puia che bastava foghe ou! che s’arendeivan
“ U Micun u g’ha avuu puia perche fucilavan all’istante”
Chi vide i tedeschi mentre si stavano ritirando dalla nostra città, ebbe l’impressione che avessero tanta paura e che sarebbe bastato farli “OU” che si sarebbero arresi.
Ma u Micun che abitava alle Tascee ebbe timore di essere sorpreso a tagliare i fili, chi anche solo era sospetto di sabotaggio era fucilato sul posto.
E così l’unica mina, fatta esplodere dai tedeschi lungo la loro ritirata dalla nostra città verso il Giovo, fu quella di S.Anna.
“ Uno scoppio che ha fatto tremare tutto”
Al link che segue la storia della liberazione di Varazze
A Ca Russa de Tascee di fronte a questa casa nel greto del Teiro fu fucilato Emilio Vecchia
Emilio Vecchia
Con la disfatta in Africa e la ritirata di Russia la guerra era definitivamente persa.
Lo zio di Gino, Ghigliazza Benedetto, reduce dalla campagna di Russia, arrivato a casa a piedi da Trento, fu richiamato per l’arruolamento nella repubblica di Salò.
Troppe le tragedie vissute in guerra, dai reduci della campagna di Russia e per non vestire ancora una divisa, furono molti i casi di automutilazione.
A Sassello, un giovane in lacrime, poso’ una mano su un ceppo e si amputo’ le dita, altri si fecero estrarre tutti i denti.
Portarono le conseguenze per tutta la vita, di quei loro gesti disperati.
Ma vissero in pace e fecero crescere dei figli.
Benedetto in preda alla disperazione, si rovesciò una pentola d’acqua bollente sopra un piede e fu portato nell’Ospedale delle Colonie Bergamasche.
Era magrissimo e di salute malferma, un megu Ghiggiuttin, riuscì facendogli bere un intruglio, a farlo adibire ai servizi sedentari, per tubercolosi.
Le incursioni aeree degli alleati si fecero più frequenti.
La batteria contraerea, che era posizionata alle Muggine, fu spostata au Pullou in Campumarsu.
Da questa postazione furono effettuati dei tiri di prova in mare e un proiettile, a salve, cadde nei pressi di S.Bartolomeo.
Al termine delle incursioni aeree, i bombardieri alleati, durante la virata, per ritornare alle loro basi in Corsica o in Puglia, sganciavano i serbatoi ausiliari di combustibile.
Uno di queste cisterne in alluminio, cadde sulla Costa di Casanova.
Recuperata da quelli del posto, fu utilizzata per costruire dei tegami, e magari chissà qualcheduno sarà ancora oggi usato come sottovaso.
Un regime sanguinario che stava per essere spazzato via dalla storia, sterminò migliaia di giovani, renitenti di leva, combattenti per la libertà e dissidenti.
In te Tascee hanno fucilato Emilio Vecchia.
Era stato tradito da un delatore, che aveva riferito anche altri nomi di sanmarco e di civili, che consegnavano le armi ai partigiani.
Fecero un rastrellamento per catturarli
“U Pisan ha vistu quandu l’han fucilò ligò attaccu a n’erbu”.
Pisano vide quando fucilarono Emilio Vecchia, nel greto del Teiro, legato ad un albero davanti alla Casa Rossa
Il suo cadavare fu lasciato attaccato all’albero per essere visto da chi passava lungo la strada.
“A so de Scoppola a m’ha raccuntò che sun andeti a sercolu e so fre u se infriciò in tu furnu, pe nu fose ciappò.
La sorella di Scoppola raccontò che il fratello per sfuggire alla cattura si nascose nel forno.
” Han miò dappertuttu ma nu han miò in tu furnu”
Perquisirono tutta la casa e i dintorni ma non guardarono nel forno.
Al link seguente, la storia di Emilio Vecchia, fucilato il 24 novembre 1944 nel greto del torrente Teiro nelle Tascee, difronte alla località S.Anna .