5) I Ricordi di Gino

I fatti delle Faje

“ U l’ea successu che s’ea arreisa na batteria contraerea a Sciarburasca, ean andeti là a caricò tuttu, armi e bagagli, perù g’han fetu a spia e l’han aspetè a Cappelletta”

Nei primi mesi del 1944 una batteria contraerea sulle alture di Cogoleto, si era arresa ai partigiani che avevano organizzato un trasporto di armi verso i loro rifugi del Beigua.

Un trasporto di tale portata, anche se camuffato ed effettuato con delle lese, le slitte usate di solito per trasprtare fieno e legname, mise in allerta i soliti infami delatori.

Furono avvisate le guarnigioni nazifasciste che organizzarono un’imboscata.

Le staffette partigiane, segnalarono la presenza di militari al crocevia della Cappelletta delle Faje.

I partigiani fecero in tempo a nascondersi, ma le lese furono lasciate senza comando

“Un tou, cun a lesa u l’ha piggiò a stradda de ca de Faje, invece che andò versu a Stra da Lesa”

Un toro, che stava trainando la slitta con le armi, lasciato senza guida, annusò l’aria di casa e invece che salire lungo la Strada delle Lese, che portava al Beigua, si diresse verso la sua stalla alle Faje

“A e Faje appustè u gh’ea de brigate neigre che han sparò e han masò u tou”

Le brigate nere uccisero il toro.

A questo punto era chiaro il coinvolgimento nella Guerra di Liberazione degli abitanti delle Faje.

“I partigen pe fo passò e otre lese s’un andeti a tegni suttu fogu e brigate nere”

“U sanmarco u s’ea serò in tu guardaroba de me lalla, perché pareiva che i partigen avessan piggiò u sopravventu”

I partigiani ripiegarono e per salvaguardare il loro carico di armi aprirono il fuoco contro le brigate nere e i sanmarco, che si sbandarono, uno di questi fu trovato da sua zia nascosto nell’armadio

I fascisti, ripreso il controllo delle Faje, sparsero la voce, che avrebbero deportato gli abitanti e bruciato le case.

“E poi han piggiò i abitanti de Faje prisciunè cumme cullaburatui di partigen, l’han purtè ai Bergamaschi tra questi u gh’ea anche una me nonna ”

Misero a fuoco a Ca de Bazzanin e gli abitanti delle Faje, accusati di essere, collaboratori dei partigiani, furono prelevati con la forza e condotti ai Bergamaschi.

Durante il periodo bellico le Colonie Bergamasche furono adibite a carcere, dalla sua stazioncina, partivano i treni diretti ai campi di lavoro e di sterminio in Germania.

“Tanti zuenotti renitenti de leva sun steti custretti a andò cun i partigian cumme me barba”

“Aveivan l’appuntamento in tu rianin che u se trova arrivandu a e Faje passandu in ta stradda desutta.”

“Passavan in tu rianin e se andavan a rifuggiò au desertu”

Tanti renitenti di leva sono stati costretti ad andare con i partigiani, come mio zio. Avevano un punto prestabilito di ritrovo, nel greto del Rio Gambin, per poi andare a rifugiarsi al Deserto.

“E stu me barba che u steiva in ta ca primma da giescia  quandu u l’ha sentiu che stavan sparandu u se duveiva vedde cun i otri pe infiose in tu rian e scappò.”

Mio zio che abitava nella casa prima della chiesa delle Faje, sentendo sparare scese, insieme agli altri renitenti di leva, nel ruscello per scappare.

“In tu rian u se intuppò in te un samarcu cun a pistola, che u ga sparò e garbò na gamba.”

 “Nu l’è mortu u l’andava rangu, au ciamavan Culin de Giosciapin, Ghigliazza Nicolò che u l’ea discendente du me trisavulu, ou ciamava barba”

“U l’è andetu rangu pe tutta a vita”

Nel ruscello mio zio si trovò di fronte ad un sanmarco, che estrasse la pistola e gli sparò, ferendolo ad una gamba.

Si chiamava Ghigliazza Nicolò, era un discendente del mio trisavolo, che chiamava zio.

Rimase zoppo per tutta la vita

Al link che segue le Colonie Bergamasche oggi

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foto Archivio Storico Varagine

4) I Ricordi di Gino

La lapide murata dagli amici dei Fratelli Accinelli e Piombo, nella facciata della chiesa di S.Caterina della Ruota alla Costa di Casanova, si può paragonare ad una vera Pietra d’Inciampo.
Pietre d’Inciampo che devono essere posate, come questa, nel luogo dove i Fratelli Accinelli e Piombo vivevano, avevano casa e i loro affetti e
dove furono prelevati, con la forza una notte d’estate del 1944.
Deportati in un campo di sterminio e mai più ritornati.

I Fre Accinelli e Ciungiu

“In sa Ca da Ture de San Peo, eivan missu na mitraglia e a sparava perchè u gh’ea l’oscuramento”

 “A gente dava u turchinettu ai barcuin e me puè u ghe né avansò un po’ e u l’ha detu anche a meisa”

Sulla Casa Torre di S. Pietro, i militari italiani avevano installato una mitragliatrice, che doveva far rispettare il coprifuoco.

Alle finestre che non avevano le imposte, si oscuravano i vetri, dipingendoli con il turchinetto.

Con la mistura di turchinetto che era avanzata, il padre di Gino, pitturò anche la madia.

Una notte spararono verso Villa Datu e bucarono le persiane della casa del parroco, perché trafilava della luce.

Qualche famiglia preferì abbandonare la borgata di S. Pietro, perché a causa del presidio militare, che si era installato in ta Ca da Ture, la borgata era diventata un obiettivo da colpire, magari da Pipetto, il solitario aereo da ricognizione capace anche di sganciare qualche bomba.

“ I Ciungiu s’ean feti fo un rifuggiu in ca” 

Nella casa dei Piombo, in via Costa 20, dopo l’8 settembre erano nascosti in sette, tutti renitenti di leva.

I quattro fratelli Accinelli e Piombo, due zii di Gino, Benedetto e Giobatta Ghigliazza e Gerolamo Badano.

Il nascondiglio era nella stalla, dove avevano ricavato un’intercapedine.

Durante il giorno, mentre erano rinchiusi nel nascondiglio intrecciavano le fasce per fiaschi, con la corteccia di castagno.

Gino conserva ancora gelosamente, uno di quei fiaschi, confezionato da quei giovani nel loro nascondiglio.

Ma a seguito della solita deprecabile delazione, nel mese di luglio del 44 furono scoperti e accerchiati.

Mentre ean in te fascie a rancà e patate.

Gli zii di Gino e Badano, non erano presenti quel giorno, quando furono catturati i fratelli Accinelli e Piombo

“ Sun arrivè de giurnu i sanmarco e brigate nere e l’han circundè”

“Un de questi fre, divan che u l’è mortu a Dachau, cammalandu un saccu de cementu”

Sono arrivati i sanmarco e le brigate nere e li hanno circondati

Uno di loro dissero che era morto a Dachau mentre trasportava un sacco di cemento.

A questo link “I Fratelli Accinelli e Piombo” Una tragedia dimenticata dalla nostra comunità.

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3) I Ricordi di Gino

Le Decime

“Ogni burgò a gh’eiva i so eletti che tutte e dumenighe passavan a cogge. A Costa eivan delegò me puè e u Steva, gh’eivan u cumpitu tutte e dumenighe de passò a cogge”

Ogni borgata di Casanova, eleggeva chi ogni domenica, doveva andare casa per casa a raccogliere le decime, le offerte per la chiesa.

Il papà di Gino fu prescelto per questo compito.

U Nicciu de Ciannavia

 “E na dumeniga se semmu presentè a cogge in te na ca in Ciannavia”

 “U ghe stava un, cun a so famiggia, u travaggiova, in ciantè.

Tempu de guera u l’è stetu silurò.

Ma u l’ea un bun nuotature e u l’è riusciu a salvose, aggrapose a un relittu.

Un apparecchiu ingleise u l’è andetu pe salvoli, ma na nave italiana a l’ha sparò all’apparecchiu, cuscì l’apparecchiu u se né andetu e l’uiotri sun restè in equa pe dui giurni “

 In questa casa ci abitava con la sua famiglia un collega di Gino che lavorava in Cantiere, la sua nave fu silurata, lui era un buon nuotatore e con altri naufraghi riuscirono a salvarsi aggrappandosi a dei relitti. Un idrovolante inglese che stava per tirarli in salvo fu bersagliato da una nave italiana.

“Sun andeti pe e decime da muè de questu me cullega”

“A mue a ga ditu, nu ve pigge vergogna, vegni a ciamome e decime a mi, che go un figgiu marottu de mente, dui figgi che sun in guera e nu go de nutisie, ma vegni che e dinè de decime nu voggiu tralasciole, però nu so che cosa mangiò”

I delegati della Chiesa andarono dalla mamma del collega di Gino per riscuotere le decime, la donna gli disse “ Non avete vergogna a chiedermi le decime, ho un figlio malato, altri due partiti in guerra e di cui non ho notizie, comunque i soldi della decima ve li do anche se non so più che mangiare” 

 “Insumma me pue , scicumme u nu l’ea tantu da previ, cun Steva se sun diti, purtemmu a bisciua au preve! Mi nu ghe vaggu ciù a cogge de palanche.E da quella votta lì a burgò da costa a nu lè ciu andeta a cogge sun steti luiotri che han interruttu sta cosa de decime La chiesa viveva bene”

Il papà di Gino che non era molto da preti disse a Steva “consegniamo la cassetta delle decime ai preti e poi non andremo più a raccogliere i soldi per la chiesa”

 Fu grazie a lui che a Casanova si interruppe la questua delle decime.

La chiesa non aveva mai sofferto la fame durante la guerra

“A quei trempi rubovan galline e cuniggi a S. Cateina. Nuiotri lasciamu a ca me nonnu che u fesse a guardia e quandu quarchedun ciamava i carabinè, prima de tutto andavan a dumandò infurmasiun dau parrucu che u  saiva tuttu u se feiva raccuntò tuttu”

In prossimità delle grandi feste religiose, si intensificava il fenomemo dei ladri di galline e conigli . E così durante la festa di S.Caterina le persone anziane erano lasciate di guardia a casa.

E comunque in caso di furto, i Carabinieri iniziavano sempre le indagini chiedendo consiglio ai preti.

foto b/n Archivio Storico Varagine

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2) I Ricordi di Gino

                        Il bombardamento del 13 giugno

Gino ricorda così quel 13 giugno del 1944, quando alle 7.15 si fermò l’orologio delle Scuole a seguito del bombardamento alleato sulla città.

Quella mattina, fu accompagnato da sua mamma presso la piazza di S. Caterina, alla base della stradina del Cavetto, che sale alla Madonna della Guardia.

Sua mamma ritornò in centro, verso il mercato nella zona di via Carattino.

Gino doveva raggiungere il pianoro detto Cian de Gabittu, dove avevano 5 mucche al pascolo, qui avrebbe incontrato Piero, che era già lì con la mucca di suo nonno.

Racconta della paura che incuteva quel bovino!

Aveva morsicato un paio di pantaloni, stesi su una palizzata, ingerendo un orologio contenuto in una tasca.

 Invano cercato per qualche giorno, fra gli escrementi dell’animale.

Incontrò Piero a Cruscea de Strade.

Il pianoro dove confluiscono, le mulattiere dall’Arenon, Costata e Sevisse e che proseguono poi verso il Beato Giacomo, Via Bianca e l’altra in direzione della Madonna della Guardia.

Fu qui che udì un gran frastuono e vide arrivare gli aerei.

Erano 7 bombardieri

“Sti chi sun pe Vase” disse Piero.

Con il sole gli aerei luccicavano, mentre si stavano avvicinando.

“Scundemusse! Han vistu e vacche pensan che sun cavalli !”

Gridò Piero, memore dei racconti di chi era stato mitragliato, mentre era al pascolo con delle mucche.

Gino si nascose in te brughe, ma gli aerei non erano lì per le mucche o i cavalli.

Fecero un’ampia virata, scesero di quota e si vedevano distintamente le bombe che stavano sganciando, erano a forma di bottiglia.

“ Ean sette apparecchi, ogni aereo u l’ha mullò due bumbe che pareivan buttigge”

Poco dopo i boati delle esplosioni.

Pensò a sua mamma, Teresa, che era al mercato, proprio dove ora si alzavano le colonne di fumo e polvere.

Teresa, per quelle strane coincidenze della vita e grazie al suo istinto di sopravvivenza, scampò a quella strage di innocenti.

Era nella bottega di Berio, quella sotto a portici, quando sentì il rumore degli aerei.

Inspiegabilmente la sirena iniziò a suonare, quando già gli aerei erano visibili e oramai quasi sopra la città 

“ Me mamma de cursa  a l’ha fetu in tempu a attraversò u punte e a se cacciò in ti scalin da bocciofila”

Sua mamma, istintivamente, corse a cercar riparo oltre la linea ferroviaria, verso l’Arzocco, dove c’era la bocciofila e si sdraiò a terra.

Una bomba esplose alla foce di quel torrente, vicinissimo al ponte ferroviario.

Teresa fu colpita dalle macerie che aveva sollevato quell’esplosione, ma restò illesa.

 Non fu così per chi si trovava nelle case del centro storico o all’aperto.

 Una bomba aveva centrato in pieno il primo palazzo di via Malocello, dove c’era u Lecca, il giornalaio.

Altre bombe rovinarono in via Carattin, Ca-Braghe e in Numascelli.

Gino racconta della immensa tragedia della Famiglia Siri da Canaetta, dove ai lutti per i due figli Giuseppe e Giobatta, dispersi in Russia, si sommò la disperazione per la perdita della moglie Serafina e della figlia Maria.

Colpite in pieno da un’esplosione, i loro corpi dilaniati non furono mai ricomposti.

“ U sercava a figgia, che a gheiva na bugna derè all’ueggia e u l’andava a vedde i cadaveri de donne irricunuscibili”

Viene da piangere, pensare a Lorenzo Siri, disperato da tanto dolore, mentre in mezzo a quelle macerie, cercava tra cadaveri e resti umani irriconoscibili, la moglie e la figlia.

Maria sua figlia aveva un segno dietro ad un orecchio.

Era quello che cercò per giorni, in mezzo ai cappelli, dei corpi di quelle povere donne, che erano estratti dalle macerie.

“ U gh’ea di resti umani in si fii da ferruvia”

Alcuni resti umani, furono recuperati sui fili della linea elettrica del treno.

Un’ esplosione amputò le gambe a Giorgiu, invano soccorso in un lago di sangue, che abitava in ta via Gianca, anche lui sorpreso dal bombardamento mentre faceva commissioni in centro.

Furono 49 le vittime di quel bombardamento.

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foto in b/n Archivio Storico Varagine

1) I Ricordi di Gino

                           

Giovanni Ghigliazza, anche Gino da Rocca, dei Perin, di Battesti

Giovanni Cerruti, u Saturnin, me disce “Mia ti devi andò a parlò cun u Gino dei Perin, u sa tante cose du tempu de guera “

Ditu fetu! Il 18 agosto verso le 10 del mattino sono, cun un pò de figassa de Vase e il caffè che ha preparato Anna, la moglie di Gino, nella loro tavernetta vicino alla loro casa, presso la Rocca de Mascian, al cospetto di un incredibile paesaggio!

Iniziamo così quello che sarà un lungo racconto degli anni giovanili di Gino, trascorsi tra le Faje, suo luogo di nascita e Casanova.

Quando la guerra, che imperversava in tutto il mondo, arrivò con lutti e distruzioni, anche a Casanova e nella nostra città.

Non è la prima volta che ascolto i ricordi, impressi lucidamente, nella memoria di chi era un ragazzino durante quegli anni.

Una cosa accomuna questi ricordi, è la dovizia dei particolari, che emergono in questi racconti, tragedie e stenti, che erano la realtà di ogni giorno, ma che non dovevano essere viste e vissute da dei bambini.

Giovanni Ghigliazza, anche Gino da Rocca, dei Perin, di Battesti è nato il 14 marzo del 1935 alle Faje, suo papà era Tomaso dei Mascin la madre Teresa Prato.

Il 17 gennaio del 1950 a 14 anni entra come falegname nei Cantieri Baglietto du sciu Bernardin.

“Andamu a piggiò i mobili cun u carettu a Santa Cateina”

Il Cantiere aveva ancora un capannone a S.Caterina, Gino era falegname adetto all’arredo interno delle imbarcazioni, ha lavorato con Mario Traversi.

Dopo 18 anni di attività lavorativa in Cantiere, nel 1971 entrò nella Tubi Ghisa.

“ Sun stetu in te macchine e poi in ta cementasiun”

 Addetto e poi assistente alle macchine che applicavano, per centrifugazione uno strato protettivo, la cementazione dei tubi, per altri 16 anni.

Un’altro Gino, mio papà era negli anni 70 anche lui, dipendente della Tubi Ghisa S.p.A.

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foto in b/n Archivio Storico Varagine

1) Olio di Oliva e Cotone

di Francesco Bagetti

Questo è un brano estratto dal mio racconto “Olio di oliva e cotone”( quelli della mia generazione capiranno il perchè di questo titolo).

Ho voluto, con questo racconto, ritornare indietro nel tempo, quando bambino, guardavo con curiosità e meraviglia le cose intorno a me.

Il nostro mondo, da bambini era tutto lì, intorno al colle di San Donato, dove il fiume compie un’ampia curva, l’ultima, per poi riprendere la direzione giusta e scorrere verso il mare.

Testimone poi, con il passar degli anni, dei cambiamenti di questa parte di Varazze.

L’ho fatto per descrivere un mondo che non esiste più, o forse solo per rivivere quei momenti quelle sensazioni dell’età più bella della mia vita.

E quella strada che ho percorso innumerevoli volte, è un po’ come una metafora della vita, con il tempo che cambia le cose, non sempre in meglio però.

Compagna di viaggio, parallela alla strada è l’acqua del Teiro, che a fine anni 60, era ancora prelevata, per azionare le grandi ruote dei mulini e fornire la forza motrice per fabbricare la carta, per macinare o semplicemente per tingere le stoffe del Cotonificio, acqua del Teiro d’estate, quando scorreva lenta, per i giochi di noi bambini, spettacolare e disastrosa durante le piene autunnali del torrente.

Acqua sorgiva per irrigare gli orti o per fabbricare il ghiaccio.

Ma anche ricordi di tragiche esondazioni, che riaffiorano ad ogni temporale.

Ora non più il Teiro da temere, ma la nostra strada, diventata improvvisamente torrente,come alle ore 8 del 4 ottobre del 2010.

I luoghi e i passatempi di noi bambini, in questa parte della città, sono già stati da me raccontati in “Noi tre come al solito”pubblicato a puntate nel “ Il Giornalino” notiziario delle frazioni e della città di Varazze nel 2013/2014.

Questo iniziale racconto con l’aggiunta di altri fatti luoghi e persone è diventato”Un bosco un fiume e quattro amici”con un’appendice “Gli autoscontri”.

Alcuni brani sono stati inseriti in questo racconto.

foto Archivio Storico Fotografico Varagine.it

U Nicciu da Rebicca

Con il Nicciu da Rebicca, questi manufatti, da me censiti, raggiungono il ragguardevole numero di 73 edicole votive!

Nicci edicole e piloni votivi, edificati nei boschi, presso i ponti e lungo le strade delle frazioni e nell’entroterra della nostra città.

In via Oltreacqua, oltrepassato u Punte de Luensan, si svolta a destra per la strada sterrata de Pursemma, Polzemola.

La prima cascina che si incontra è a Cascina de Gabittu, detta anche “del Poeta” chiamato con questo nomignolo perchè parlava sempre.

Mirabile edificio in pietra, mantenuto in buone condizioni.

Siamo alle falde du Castellè, Castellaro, lo spuntone roccioso con le sembianze umane che domina questa zona del Sciu da Teiru.

Maurizio Pescio mi parla di questa zona, una proprietà di famiglia.

La bozza di strada che risale dal fondovalle in direzione de Pursemma è chiamata la Strada Romana.

Altre rocce megalitiche giacciono ai lati della strada.

Anche questa è un’antica Stra da Lese, in direzione delle praterie di Polzemola.

Il niccio da Rebicca è stato edificato sopra un monolite roccioso.

E’un edicola votiva le iniziali incise nella malta sono quelle dei nonni di Maurizio, Ratto Giacomo e Ratto Maria.

Un’ex voto fatto il 10/05/1993 .

All’interno della nicchia la Madonna con il Bambino.

Mirabile struttura semicircolare.

Per cappello na Ciappa du Castellè

Alcune ciante de carpu, carpino, svettano altissime accanto al niccio.

La zona è molto antropizzata con mascee e sentè, nella zona soprastante u Cian de Min c’e’ una peschea, vasca per uso irriguo alimentata da un beo.

Ringrazio per aver portato a conoscenza, altri manufatti di lavoro e di fede del nostro entroterra: Maurizio Pescio, Mauro Buschiazzo e Piero Sala.

Una Casa… in Mezzo al Bosco

L’idea era duplice.

La prima, era quella di costruire un grande albergo, immerso nell’aria salubre di una pineta, con la possibilità di far lunghe passeggiate, a piedi o a cavallo, una grande terrazza, dove si poteva far cena e godere del sole al tramonto, con tutte le sue sfumature di colori, una sala interna, dove una piccola orchestra poteva suonar melodiosi sottofondi, per allietare i clienti e rendere le serate gradevoli e conviviali.

La seconda idea, quella più importante, per attirarar clienti, era quella di edificare, poco distante sopra un terrazzamento immersa nel bosco, un’altra struttura, dove chi voleva, poteva appartarsi in dolce compagnia.

Una casa d’appuntamento in mezzo al bosco.

Albergo e casa, dovevano essere costruiti lontano dalla mondanità della riviera.

Distanti dagli sguardi indiscreti e dai flash dei paparazzi, i clienti dovevano essere persone importanti, famose, facoltose  e non si doveva far sapere in giro che erano stati lì.

Liberi di far schiamazzi notturni, di ubriacarsi ed altro, senza disturbar la quiete cittadina.

Ma sopratutto senza che reputazioni e carriere, moralmente integerrime, fossero macchiate dall’onta di cattive frequentazioni.

Allora serviva trovar un posto in collina, meglio un luogo disabitato, vicino ad una strada, ma non senza sbocco, perché all’occorrenza si doveva aver almeno due possibili direzioni di arrivo e partenza.

Ci voleva un discreto, invisibile servizio di guardiania, un presidio che doveva sorvegliare il via vai dei clienti ed eventuali intrusioni, senza dare nell’occhio.

Quella duplice idea fu realizzata, nel primo dopoguerra, sulle alture di una località dell’entroterra.

Il grande albergo fu costruito e così anche la sua dependance.

 Oggi sono entrambi due ruderi, ma ancora visibili, anche se fagocitati dalla lelua, e da ruvei, edera e rovi.

I clienti abituali erano giovani rampolli, per una serata goliardica, un addio al celibato, che finiva a donne.

Uomini d’affari, che concludevano gli ultimi dettagli di una compravendita, durante una cena, con buon vino, buon cibo e la possibilità di avere una dolce compagnia.

E poi anche altre cose, potevano essere combinate in quella dependance…bastava pagare.

Entrambi gli edifici oggi sono fortemente degradati e con strutture ammalorate.

Sconsiglio fortemente di entrare all’interno per il serio pericolo di caduta di calcinacci.

La casa d’appuntamento aveva le pareti decorate da figure femminili con colori pastello.

Molti di quegli affreschi, sono stati cancellati o vandalizzati, incuria e infiltrazioni, hanno completato l’opera di disfacimento di questa struttura

Fu chiusa definitivamente con la Legge Merlin, nel 1958

E poi trasformata in stalla dove erano alloggiati dei cavalli.

Ringrazio Marco Salvo, per avermi raccontato dell’iniziale destinazione d’uso di questi ruderi.

U Can de San Roccu

Stella Gameragna, nel 1830/31, rimase indenne da un epidemia di colera che aveva colpito alcune località nel savonese.

U Moi, un migrante arrivato dal sud America, della famiglia dei Magliotti, disse che quello era un miracolo e che si doveva ringraziare S.Rocco, santo protettore dalle epidemie.

Gameragna ha due chiese, una dedicata a S. Caterina d’Alessandria.

E l’altra consacrata proprio a San Roccu

Si decise di così di onorare il santo con una processione.

Ma per far bella una processione, serviva una cassa con il santo, da portare in giro per il paese.

San Roccu u l’eiva fetu a grazia! U culera u l’ea a Sanna ma nu s’ea fermò a Gameagna !

 I fedeli, povera gente sudditi, succubi di ogni potere, che campavano in miseria, solo grazie alle loro forze, parteciparono alle spese per la cassa di S.Rocco, convinti della grazia ricevuta.

Gambalunga al secolo Bartolomeo Rebagliati, uno scultore della scuola del Brilla di Savona, si mise all’opera e realizzò una bella raffigurazione di San Roccu.

La statua del santo visibile nell’oratorio di S.Rocco a Stella Gameragna è un giovane uomo, vestito da pellegrino, con sopra il mantello le immancabili conchiglie del Cammino di Santiago di Compostela, il bastone del viandante, una fiasca dell’acqua alla cintola, il ginocchio sinistro in bella evidenza e la mano del santo che indica la cicatrice di guarigione dalla peste

Finalmente una bella statua per santificare il santo!

Ma la storia completa de San Roccu, racconta di un cane, che quando il santo si ritirò morente in una grotta, ogni giorno gli portava un filone di pane.

Alua ghe vò un can.

Ma non si poteva chiedere ancora altri soldi a quella comunità già stremata dagli stenti e poi per un cane….

Antonio Brilla, scultore di Savona in quel periodo era in villeggiatura a Stella Gameragna.

Fu reso partecipe di questa necessità coreografica, ma anche della mancanza di risorse finanziarie, per realizzare quella statua, che raffigurava il cane di San Rocco.

L’artista oramai affermato e famoso, si offrì per realizzare quel cane con la pagnotta in bocca.

Non volle alcun compenso, solo una bottiglia di vino bianco del Figallo, una zona di Gameragna, rinomata per il suo vino.

E così il cane del Brilla, da quel dì fece bella figura, con quella pagnotta in bocca su quella cassa insieme a San Roccu.

La processione era un momento conviviale e di preghiera, ai bambini per farli star buoni, era raccontata la storia di quella brava bestiola, che portava un filone di pane in bocca, per il santo che era tanto malato.

 Anche se dal quell’aspetto statuario, traspariva forza e gioventù

Quel cane portato in processione, era anche il giusto riconoscimento per il miglior amico dell’uomo.

Ma da Vase nel 1905 arrivò un nuovo parroco Bartolomeo Ferro u pre Balun

Era un giansenita, la predicazione che vedeva nell’uomo, un essere vivente istintivo e destinato per natura, a commetter peccati, soprattutto di tipo sessuale.

Così in chiesa, impose la separazione fra i due sessi, con le donne in prima fila e gli uomini in fondo alla navata.

 Anche i bambini dovevano essere separati dalle bambine, sotto il rigido controllo delle suore.

Il sesso era l’incubo di quel prete!

E quel cane, sulla cassa del santo con gli attributi maschili….in bella vista, non poteva essere tollerato da un giansemita.

Turbava le donne incuriosiva le giovinette.

Chissà forse erano anche altri particolari, di quel gruppo scultoreo, che turbavano il sonno del sacerdote, quel ginocchio desnudo di S.Rocco, quella veste appena alzata…e quel filone in bocca al cane.

Pre Ballun non aveva nessun potere su quella cassa, di proprietà della Confraternita dell’Oratorio di San Rocco.

La diatriba se castrare o meno quella statua che raffigurava il cane, andò avanti per vent’anni.

Finchè una notte pre Ballun, diede seguito al suo perverso, a mio parere, intendimento.

Fece castrare quella povera inerme bestiola, di notte, lontano dalle proteste dei confratelli, da Maxin di Saè al secolo Cerruti Tomaso, uno scultore che con scalpello e pialla evirò il sesso da quella statua….

Poviu can l’han capunò, ma u l’è ancun lì, cun quellu toccu de pan in bucca, pe San Roccu

foto e spunti storici da ” Fra Terra e Cielo” di Renato Rebagliati

   

U Nicciu di Ganci

Chissà da che cosa deriva il toponimo del Bric dei Ganci, troppo facile la traduzione e forse non si riferisce ad un uncino, che comunque tradotto sarebbe u ganciu.

Può essere la solita parola troncata dal dialetto, perchè nel dizionario di Storia Patria, ganciaia significa truffa raggiro.

Sarà corretta questa traduzione?

E allora che cose avvenne in questa località?

Il percorso della Muntò che dal Monte Croce, sale ai Brasci è quasi tutto nel territorio del comune di Celle.

U NIcciu dei Ganci non può quindi essere conteggiato nell’elenco delle edicole votive della nostra città.

La strada carrabile è tale fino a Ca de Perin, poi è solo na mulaioa senza ciappin, ma con fondo prevalentemente roccioso, slavato dall’acqua piovana che non ha lasciato un dito di terra.

In caso di nubifragio questa strada diventa un fiume che riversa acqua e fango verso il Bricco della Croce.

e u Buscassu.

E’ uno dei pochi, forse l’unico sentiero, che non ho mai percorso in mountain bike.

Molto impegnativa la discesa, impossibile la salita senza scendere mai dalla sella.

Un poderoso muro divisorio, segna un confine di proprietà e corre parallelo nella parte iniziale da Muntò di Brasci.

Questo pregevole manufatto, presenta alcune file di pietre posate a lisca, come la tipologia bizantina.

Cumme quelle de San Dunò.

Brevi tratti pianeggianti, si alternano a ripide salite con grandi massi.

Nella polvere sono incise le tassellature dei pneumatici delle bici.

La grande Storia è passata da questa Mulaioa.

Ad aprile del 1800 i francesi tentarono una sortita verso il grosso delle truppe austroungariche, posizionate sulla costea dei Brasci-Bricco delle Forche, strategico punto di osservazione delle due vallate dei Ferrari e del Maequa.

Anni fa ci furono alcuni ritrovamenti di materiale bellico, d’epoca napoleonica, in questa zona.

Testimonianza di scontri armati fra i due schieramenti, prima che Massena decidesse di formare una linea difensiva sul Monte Croce.

Quella grande muraglia che incombe sulla Muntò di Brasci, fu forse utilizzata come baluardo difensivo dai francesi.

I Nicciu deo Ganci è imponente, si trova a mezzavia della Mulaioa.

Non essendo in un punto strategico dominante o all’apice di un percorso, è da ritenere a mio parere, che sia stato eretto come ex voto.

Ma quale fu l’evento che fece decidere per l’edificazione di questo simbolo di devozione e di riconoscenza in questo punto del percorso?

La notevole altezza du Nicciu e quella grata davanti alla nicchia dove c’era una statuetta, non hanno fatto desistere i ladri di galline, che hanno depredato anche questo Nicciu!

Con questi esecrabili trafugamenti si sono disperse delle statuette di poco valore commerciale ma dal grande valore affettivo.

Ma si è perso soprattutto la memoria di una comunita’.

Una memoria non più tramandata.

Chi erano quelli che avevano messo una statuetta che raffigurava un santo o la Madonna in quel Nicciu e perchè?

Una madonetta, fatta consacrare, come la maggior parte di quelle presenti sul nostro territorio, al Santuario di Savona e posata da un gruppo di persone magari con una piccola cerimonia per ricordar qualcosa o qualcuno in una nicchia lungo sta Muntò di Brasci in mesu au boscu.

Per tramandare ai posteri un messaggio dalle passate generazioni.

Ringrazio Rino Ratto per avermi segnalato la presenza di questa edicola votiva.