L’inizio del lavoro come autista, di Beneitu u Cuin-à, detto Beni, fu alle dipendenze di Franco Siri a Ciampanu, Pianpaludo, paese di origine della famiglia Piombo da Cuin-à.
Il battesimo della guida lo fece con un autocarro Dodge, residuato bellico della Seconda guerra mondiale.
Vita grama quella di un’autista da camion a Ciampanù negli anni 50, alle prese con una viabilità sconnessa, dissestata, rigidi inverni, con copiose nevicate e altrettante gelate.
E poi al contrario di oggi l’autista non era solamente addetto alla guida, ma doveva caricarsi e scaricarsi il camion.
Il Dodge ½ T 4×4 era classificato come veicolo da trasporto medio Willis, Dodge e il GMC 2 ½ 6×6 furono i mezzi tattici più diffusi della Seconda guerra mondiale
Il Dodge de Ciampanu, fu acquistato nel Campo ARAR di Ovada.
Era il modello 6×6, ma solitamente questi autocarri, erano amputati di un ponte portante posteriore.
L’Azienza Rilievo Alienazione Residuati ARAR, istituita con uno dei primi decreti della Repubblica Italiana, aveva il compito di radunare e procedere poi con la vendita al privato di tutti i mezzi bellici degli alleati e dei tedeschi abbandonati in Italia al termine del conflitto.
Furono 152 i Campi ARAR sparsi per l’Italia
Questi mezzi furono sottratti ai furti e all’appropriazione indebita.
L’Azienda non aveva scopi sociali doveva vendere per fare cassa senza lungaggini burocratiche, al miglior offerente nel suo statuto era scritto “Vendere presto e bene senza fare preferenze”
Agli acquirenti era fornito un documento attestante il legale possesso degli automezzi e il campo ARAR di provenienza, per poter essere immatricolati e circolar su strada.
L’Italia doveva essere ricostruita, servivano mezzi meccanici per demolire gli edifici pericolanti, per il trasporto di ogni cosa dalle macerie al cibo.
Servivano mezzi per il trasporto delle persone, per l’uso in campagna e nelle zone disagiate.
Molti residuati bellici che confluivano nei Campi ARAR erano inutilizzabili, e furono una preziosa fonte di materia prima per l’industria siderurgica.
Il possesso di un’auto non era ancora nelle possibilità finanziarie delle famiglie.
Nelle nostre città circolavano moltissime bici e qualche moto.
Tutte le moto inglesi in circolazione nei primi anni del Secondo dopoguerra, BSA, Triumph, Matchless e Norton erano residuati bellici degli alleati.
Le moto erano acquistate da meccanici/commercianti nei campi ARAR, “civilizzate” tramite nuove colorazioni, la sostituzione di particolari meccanici, nuove sospensioni e con una grande utilizzo di cromature specie per parafanghi, manubri, pedivelle, fari ecc.
Anche gli autocarri alleati subivano profonde modifiche a seconda della loro destinazione d’uso
Solitamente il terzo asse dei camion era eliminato
Il Dodge guidato da Beni era utilizzato senza centine e telone, il cassone fu modificato con nuove sponde in legno, più alte per aumentare la capacità di carico.
foto dal Web, la foto della moto è quella del BSA WM20 del 1943 di mia proprietà
Tratto dal Gazzettino di Varazze del 1 ottobre 1956 Collezione Parodi.
Esattamente 66 anni fa il 27 agosto del 1956, i bagnanti de Vase assistettero al concorso per Donna Ideale.
Nel mese di agosto a partire dagli anni 50, erano organizzate grandi serate danzanti, sfilate di moda, giochi, concorsi di bellezza e decine di miss, in quei magnifici locali da ballo e per cerimonie che erano il Kursal Margherita e il Gran Colombo.
Alla fine d’Agosto, con i concorsi di bellezza, si voleva salutare l’estate e i turisti, che già in gran numero affollavano le nostre spiagge e la nostra passeggiata.
Miss Donna Ideale, era sotto il patrocinio della Democrazia Cristiana, faceva da contraltare ad un altro popolare concorso, La Stellina dell’Unità, organizzato dal Partito Comunista.
In questo periodo storico, a partire dal 1948, si dibatteva il disegno di legge Merlin, che prevedeva la chiusura delle Case di Tolleranza.
Durante il periodo bellico e nel secondo dopoguerra, il ristorante la Pergola a Varazze, era argomento quotidiano di pettegolezzi, nelle sue stanze al primo piano si esercitava il meretricio.
Nel seguente link, la storia du Dria,da scia Rusetta e del risorante La Pergola.
L’articolo, senza firma, pubblicato il 1 ottobre 1956, sul Gazzettino di Varazze,“Agosto è finito con uno scoppio di stupidità a Varazze” è il resoconto che fece Camilla Cederna, giornalista, dietro alle quinte, del concorso di Donna Ideale.
Non si conosce l’entità del premio alla prima classificata e alle altre concorrenti, ma forse quella gara era più importante come trampolino, da cui spiccare il salto per altre più ambite mete.
La scrittrice racconta che a questo concorso, furono molte le infiltrate, provenienti dalla metropoli lombarda, non propriamente titolate a concorrere per essere miss Donna Ideale.
Forse la giuria, si fidò troppo di alcuni organizzatori milanesi.
Una fra quelle più adatte a diventar moglie e madre modello, fu riconosciuta da uno spettatore a cui si era offerta dietro compenso mensile di 80 £ “per temporanea compagnia”
Fra le concorrenti, fu scoperta anche la sorella di una certa Adua, popolarissima a Milano in Corso Vittorio Emanuele.
Quando si sparse la voce di queste denunce, una decina di concorrenti, arrivate da Milano, si ritirarono dal concorso.
Fra le restanti, una fu eliminata perché aveva inviato una sua foto, dove era ritratta senza veli, un’altra perché la sua residenza corrispondeva a un locale equivoco di Torino.
La cronaca mondana di Cederna, continua descrivendo le varie prove a cui dovevano sottostare le aspiranti Donna Ideale.
Oltre la bellezza, dovevano possedere anche qualità culinarie, di economia domestica, avere una certa cultura, essere sportive e avere anche una spiccata dote per un’arte!
Un disastro!
Alla prova di cucina fu smascherata una mamma, che nascosto nella borsa aveva del riso già cotto, destinato alla figlia alle prese con i fornelli.
Alla domanda qual è lo sport preferito, una concorrente rispose il tennis, ma precisò che non ci aveva mai giocato, ma che però conosceva tutti i giocatori.
Il giudice chiese se conoscesse il nome di qualche campione di quello sport e lei rispose che li conosceva solo per nome perché gli dava del tu!
Niente da fare anche nelle regole per apparecchiare la tavola, da che parte mettere il coltello o il bicchiere del vino?
La maggior parte delle concorrenti, non sapeva nulla di nulla annota la Cederna!
Alla prova del ballo, quelle che si erano dichiarate ballerine, ruzzolavano sul palco.
Pseudo valenti cuoche, dimenticavano di mettere il sale.
Chi sapeva tre lingue, non ricordava più come si diceva papà in francese.
A questo punto Camilla Cederna evidentemente irritata, scrive che gli organizzatori e le concorrenti non avevano imparato niente da un fatto accaduto nel 1955.
Quando a San Pellegrino, alla penultima sera di quel concorso, tre delle concorrenti, che erano state eliminate, gettarono la maschera e davanti ad un pubblico esterrefatto di vecchi villeggianti, si esibirono in un ballo non previsto, vestite in abiti succinti da diavoletto, hawaiana e zingarella, con sottanine di rafia e mutandine rosse.
Attraversarono a ritmo di galoppo, la sala, cantando in francese, tirando la barba ai vecchietti e solleticando il mento a quelli più giovani.
Ancheggiando cantarono “Bonsoir monsù, bonsoir signore, savez vous, savez vous, cos’è mai l’amore ?”
Finisce così questo articolo, pubblicato il 1 ottobre del 1956, descrive un mondo che non esiste più, troppo severo, verso quelle donne viste dalla scrittrice come cattive Donne Ideali
Le donne che “facevano la vita” infiltrate fra le concorrenti, in quella serata su quel palco, furono discriminate e irrise da Camilla Cederna.
La Cederna nella sua lunga carriera di scrittrice si è comunque battuta per l’emancipazione femminile.
Con la legge 20 febbraio 1958 n° 75 detta legge Merlin, si pose fine al controllo diretto dello Stato sulla prostituzione, il 19 settembre dello stesso anno si chiusero definitivamente le Case di Tolleranze
Oggi in Italia, la prostituzione è definita come scambio di servizi sessuali per denaro ed è lecita.
Mentre e illegale il favoreggiamento lo sfruttamento e l’organizzazione in luoghi chiusi.
A questo punto ci viene in aiuto u zeneise, che in poche parole dice tutto
A Merlin a l’ha sero’ i burdelli, ma a l’ha missù sciù un belu casin!
Questo racconto, farà sorridere pensando a tutte le gaffes delle concorrenti raccontate dalla Cederna
Ma per le prostituite, additate come il male assoluto, da una società bigotta e ipocrita, che annunciava da almeno dieci anni a caratteri cubitali, la chiusura delle Case di Tolleranza, un concorso di bellezza era una possibilità per una vita migliore.
Qualcheduna riuscì a ben accasarsi, grazie a queste passerelle.
Molte di quelle donne “che facevano la vita” dopo chiusura dei Casini, entrarono nel tunnel della prostituzione illegale, gestita da magnacci e dalle mafie, sfruttate, violentate, vendute.
A causa di questo articolo Camilla Cederna, nel settembre del 1956 fu querelata.
La più bella e famosa scultura di Varazze è il bellissimo Gruppo Ligneo raffigurante il “Martirio di S.Bartolomeo”, opera di Anton Maria Maragliano del 1700, è formato da dodici figure e dal peso complessivo di oltre quattordici quintali, viene trasportata a spalle dai fedeli la sera del 24 agosto in occasione della festa patronale di San Bertumè.
La cassa processionale del Maragliano, era nell’oratorio di San Bartolomeo delle Fucine in Genova, poi a seguito di varie vicissitudini, pervenne alla confraternita di San Bartolomeo di Varazze.
Vera ed emozionante, realistica, rappresentazione sacra, che raffigura San Bertumè legato ad un tronco d’albero il corpo teso dal dolore, due carnefici lo stanno scorticando vivo.
Il volto sofferente ma in estasi del Santo, lo sguardo truce e concentrato dei due boia, contrastano con la figura di un cinico spettatore, un bambino, u Lampin, che la tradizione popolare identifica come colui che aveva tradito il santo, rivelandone la fede.
Due soldati si disinteressano del martirio, mentre un’altro soldato a cavallo con squilli di tromba, avvisa ipotetici spettatori che lo spettacolo è iniziato!
Un’altra figura guardinga nella parte posteriore del gruppo ligneo, si sta avvicinando forse un Cristiano che sarà poi testimone di questo martirio
Tre angioletti nudi, ma coperti da un drappo e tre teste d’angelo, sovrastano questa raccapricciante scena pronti a raccogliere l’anima del martire.
Nei personaggi scolpiti nel legno, che fanno parte del corpo centrale della Cassa, è indubbia la maestria del Maragliano, con la ricerca dei dettagli più realistici possibile.
Altre figure sono della scuola del Maragliano come i due soldati che incuranti del supplizio stanno chiaccherando fra di loro
La zona delle fucine, officine, sorgeva nel quartiere oggi chiamato “Piccapietra” estrema propaggine settentrionale dei genovesissimo quartiere di Portoria.
Una curiosità: nel 1500 tra due slarghi quello delle Fucine e quello di San Giuseppe, vi era una zona boscosa attraversata da a Crosa du Diau, dove si narra di apparizioni diaboliche e rumori di catene… ma queste apparizioni finirono quando fu catturato un’individuo che si nascondeva nella boscaglia e spaventava la gente con urla e catene.
L’effetto ottico di questa foto svela l’effige di un diavolo tra le figure di San Bertumè e il boia.
Lo scempio di Piccapietra fu completato nel Secondo dopoguerra con altre demolizioni e cementificazioni. Ulteriori delucidazioni nel link che segue.
L’antefatto fu una scellerata politica di ristrutturazione urbanistica che portò, negli anni 70 del 1800, alla distruzione di un quartiere medievale che incorporava anche chiese, conventi e oratori tra cui proprio quello di San Bartolomeo.
Da quelle distruzioni si salvò la cassa processionale che oggi possiamo vedere a Varazze.
Una tradizione del quartiere Solaro, racconta dell’arrivo fortuito della cassa sull’arenile, galleggiando sui flutti marini, essendo miracolosamente sfuggita agli abissi, che invece accolsero la nave adibita al suo trasporto.
Questo racconto fu una delle concause che determinarono l’elevazione del martire, normalmente patrono di conciatori e pellicciai, a Santo protettore dei pescatori di Varazze.
La storia vera fu un’altra, a inizi dell”800 la cassa processionale che era nell’Oratorio di S.Bartolomeo delle Officine, probabilmente già destinato ad essere demolito, fu acquistata dai pescatori di Varazze e in arrivò, smontata via mare trasportata su barche.
Risulta essere comunque decisivo , per l’origine genovese del gruppo scultoreo, la presenza di un documento attaccato al di sotto della piattaforma della cassa processionale.
Questo documento autentico, risale al 1785 ed era l’ordine di uscita delle Casacce genovesi, durante le processioni, dopo Santa Zita, la seconda Casaccia era proprio S.Bartolomeo.
Il ‘900 mise a rischio l’esistenza della cassa del Maragliano che durante la prima guerra mondiale, dal 1916 al 1919, trovò riparo presso il Convento dei Frati Domenicani, essendo il suo Oratorio occupato dalle truppe dei militari, così come già era accaduto nel periodo della campagna di Napoleone.
Anche sotto il regime fascista ci fu un rischio di sopravvivenza per l’intero Oratorio, negli anni ’40, quando per ampliare la vicina stazione ferroviaria una ordinanza ministeriale ne aveva già disposto l’abbattimento.
L’azione decisa dei confratelli evitò l’irrimediabile disastro.
La furia del secondo conflitto mondiale e a seguito del sanguinoso bombardamento del 13 giugno 1944, costrinse i confratelli a portare in rifugio la cassa processionale, sino all’ Alpicella.
Il 30 luglio dello stesso anno a Cascia de San Betumè fu ricoverata presso la chiesa di S.Antonio, per rientrare nell’Oratorio a guerra terminata.
Il monumentale” Cristo grande , seppur di moderna fattura e breve storia, può vantare un raro onore.
Infatti in occasione della visita apostolica di Sua Santità Benedetto XVI al santuario di nostra Signora della misericordia e alla città di Savona avvenuta nel 2008, venne solennemente esposto alla Santa messa officiata dal Pontefice suscitando l’ammirazione e la devozione di tutti i fedeli convenuti
Immersi nei nostri boschi, fagocitati da ruvei, lelua e serveghi, ci sono innumerevoli manufatti.
Seccou, mascee, ciappin e punti, edificati da quelle comunità, che hanno, con il loro lavoro incessante, quotidiano fatto di immense fatiche e privazioni, modificato l’ambiente da arido e inospitale in vivibile e fruttifero, per la loro sussistenza, per i loro figli e le generazioni che dovevano ancora addivenire.
Ma questa eredità generazionale, ad un certo punto non è stata piu onorata.
Quelle grandi opere effettuate senza l’ausilio di alcun macchinario, sono diventati ruderi, colonizzati dalle specie vegetali, dimenticati da tutti e lasciati all’oblio e all’incuria del tempo e degli uomini.
Spesso, girando nei nostri boschi, nel folto di un gavignu de ruvei e brughe, si intravvede un cosiddetto banale mucchio di pietre, impossibile da raggiungere e destinato a scomparire fagocitato nella massa vegetale.
Si sono già persi per sempre i nomi di posti e persone, le storie non sono state tramandate dal passa parola generazionale, forse perché come mi è stato detto da qualcheduno “erano storie insignificanti”
Durante l’incontro con Roberto Pelosi e sua moglie Giovanna Ferrari, parlo del mio girovagare per strade e boschi, dove ci sono molte testimonianze del nostro passato, di un passato laborioso e di enormi fatiche.
Le generazioni che ci hanno preceduto, riuscivano comunque a sfamare delle bocche e a garantirsi, anche se tribolata, una dignitosa esistenza trovando tutto il necessario nell’ambito del territorio della loro comunità.
A questo proposito Giovanna mi fa partecipe di una sua “scoperta”, poco lontana dalla loro abitazione, da Bin, durante un giro per funghi.
Ricoperto in parte dai rovi, c’è un bel ponte ad arco che sorvola il rian du Mu, spesso confuso con un altro ponte in località Bellainin-a.
Giovanna mi accompagna a vedere, quello che è a tutti gli effetti uno dei più belli e antichi ponti ad arco, presenti nel nostro entroterra.
In un ambiente molto suggestivo, quasi primordiale, il ponte di buona fattura senza muretti di protezione, oltrepassa il rio, poco prima di una cascata con relativo laghetto.
Emerge dal folto della vegetazione anche un’importante niccio, un edicola votiva, alto almeno quattro metri
Sopraelevato ulteriormente, successivamente alla sua costruzione, forse a seguito di una grazia ricevuta, oppure perchè doveva competere in altezza con un’altra edicola votiva.
In alto sul frontespizio, delle pietre infisse a formare una datazione, stanno ad indicare che questo manufatto è stato eretto nel 1800, ma non è possibile stabilire l’anno esatto, perchè le ultime pietre che indicavano l’anno sono andate perdute.
Questa edicola votiva ha la particolarità, unica nel suo genere, di essere abbellita con un contorno di quarzite, un’affioramento di minerale abbastanza comune nelle cave di pietra per costruzioni, sarebbe interessante sapere il perché e chi ha voluto inserire quelle pietre come fossere un ornamento floreale.
Come quasi tutte le edicole votive, presenti sulle nostre alture, la nicchia è priva della statua del Santo o della Madonna a cui, chi era appena transitato sul ponte, rivolgeva una preghiera in un momento di sosta prima di riprendere il cammino per arrivare alla borgata di Alpicella.
Anche questa è una zona molto antropizzata, sono molte le testimonianze di un’assidua frequentazione di questa mulattiera, che era il primo collegamento carrabile, per raggiungere l’abitato di Alpicella, proveniente dalla Muntà da Cappeletta, oggi via Primavera, altra mirabile via di comunicazione che inizia da Campomarzio.
Il sedime stradale è composto dalle solite pietre posate di taglio per meglio far aderire gli zoccoli degli animali da tiro, un grande masso quasi al centro della strada fungeva da posa, per qualche minuto di riposo per chi aveva un pesante fardello o un bellainin-a di fieno sulle spalle, di solito questo sostegno è sempre posizionato alla vista di un niccio, dove c’è una statua di qualche Santo o come quasi sempre una Madonnina a cui rivolgere le proprie preghiere, restando sempre comunque legati al proprio peso che gravava sulle spalle, e in effetti guardando in alto completamente ricoperto dalla lelua, edera ecco un altro niccio!
Di modeste dimensioni e molto più datato del precedente, manco a parlarne di statue all’interno della nicchia, tutto il contenuto di tutte le edicole votive è stato depredato!
Quando si sparse la voce che le madonette erano del Brilla, con un valore di mercato, c’è stata una progressiva spogliazione di tutti gli innumerevoli nicci presenti sulle alture della nostra città.
Sono almeno una cinquantina i nicci presenti nel nostro entroterra.
A molte di queste testimonianze di fede e stato ignobilmente trafugato l’effige del Santo o della Madonna, forse rivenduti sul mercato antiquario.
Un gesto esecrabile, perché queste statuette avevano la loro storia, il loro esser lì magari da centinaia di anni a dar conforto fiducia ai credenti oggetti di devozione, testimonianze di fede e di storia.
Completa questo suggestivo scenario, una grande roccia sporgente forse un tempo ben scavata dove in caso di improvvisa pioggia, potersi riparare. Da questo punto è molto facile raggiungere l’alveo del rian è probabile che qui ci fosse un abbeveraggio degli animali da tiro
Il proseguo della strada raggiunge ancora oggi la piazza dell’Alpicella anche se l’antico percorso è stato interrotto dalle edificazioni è la via Basega che termina nella piazza della frazione.
Questo toponimo sembra indicare la provenienza della strada che arriva dalla località Bazziga o Basega in prossimità del monte Greppino, non è chiaro il significato di questa parola molto probabilmente è l’unione di due parole oppure è una storpiatura della parola medievale per influsso benedettino Baserega, che designa una cappella che non è una parrocchia e potrebbe essere riferita alla Cappeletta al bivio per le Faje, oppure ci sarà qualche rudere di edificio religioso di cui si è perso memoria alle pendici del monte Greppino.
Non ci resta che fare un’escursione nella zona del Poggio!
La strada compie una curva, prima di risalire in direzione di Bin, un grande terrazzamento, con un imponente muro in pietre delimita il percorso, arrivati ad un pianoro se ne perdono le tracce.
E`probabile che in un secondo momento, quando fu edificato il ponte e costruita la strada in località Bellainin -a, questa mulattiera che proviene dal rian du Mu, fu congiunta con l’attuale Via Ciarlo che poco dopo U Runcu passato il.giro di Bregugnun, arriva da Bin nei pressi della Madonna degli Angeli.
Ringrazio Giovanna di questa sua bella “scoperta”e di avermi accompagnato al cospetto di un suggestivo bellissimo scorcio del nostro entroterra che reca ancora testimonianze quasi intatte della presenza e del transito di chi ci ha preceduti in questo angolo di mondo. Grazie Giovanna!
Questa storia di Lina e della Vignetta finisce qui.
Ho scritto solo una parte di tutte le cose mi ha raccontato Lina con la sua prodigiosa memoria dove emergono i suoi ricordi ben conservarti precisi e con dovizia di particolari.
Lina accudì fino all’ultimo i suoi genitori, colpiti entrambi ma in periodi diversi, da malattie invalidanti.
Oggi nessuno più coltiva la Fascia Lunga e gli altri terrazzamenti della Vignetta, solo orti e qualche serra, non ci sono più quelle sterminate piantagioni con migliaia di carciofi pomodori, finocchi, fagioli ecc.
Non ci sono più tutte quelle persone curve su un campo con lo sfondo del mare.
Quel panorama di stupendo blu.
Quello che si soffermavano ad ammirare, quando la stanchezza era tanta e che gli dava la forza per andare avanti, fino a sera e poi per un altro e tanti altri giorni.
In quella stupenda terrazza sul mare.
Si sta bene in questo posto e così ho parlato con mia mamma della Vignetta.
Potevamo andarci, avrebbe conosciuto Lina e visto quel bellissimo posto.
E così è stato un bel pomeriggio, quando ho portato mia mamma Catte, alla Vignetta all’ombra di quell’ulivo, in quel prato con il blu del mare a far quattro chiacchere con Lina e le sue amiche Rosetta e Lucia.
Allego a questo articolo, le considerazioni scritte di pugno da Lina.
“La Vignetta luogo ben esposto nel Novecento abitato da famiglie con diversi figli tutti dediti a faticosi lavori agricoli. Con l’acquisto di una motozappa la preparazione del terreno era meno faticosa, con abbondanza d’acqua si facevano anche nuove coltivazioni.
Il tempo passa i vecchi del Novecento non ci sono più, resta la nostalgia e i ricordi di cose fatte con fatica ma con tanta passione e capacità.
Vignetta luogo ormai incolto, non più posto di coraggiosi lavoratori, ma terra di cinghiali e caprioli!”
Nel 1943 tutti gli abitanti della Vignetta furono sfollati.
Quella grande casa, naturale punto di osservazione verso il mare aperto, fu requisita dai soldati tedeschi.
Alle Rocche avevano costruito un grande bunker.
Nei terrazzamenti era accampato un reparto della Wehrmacht con una grande tenda comando.
La famiglia di Lina trovò rifugio nella casa patronale dei Passega e poi in ta Ca Russa du Cian du Tunnu, con le grandi peschee, dove già lavorava lo zio Benedetto detto u Grigò.
In ta Ca Russa du Cian du Tunnu a sei anni Lina giocava a pelar patate, si divertiva, era veloce e ne sbucciò talmente tanti di quei tuberi che consumò la lama di un temperino.
Non ci furono mai screzi con i soldati tedeschi anche quando, dovettero coabitare per un certo periodo con i militari in casa.
Lina ricorda quando a suo nonno fu intimato di andare a dormire nel pianterreno.
Un’ufficiale superiore in grado, si oppose a quell’ordine e disse che quei locali sulla terra erano per i soldati giovani e che le persone anziane andavano rispettate.
E rivolgendosi a suo nonno disse che lui, poteva restare a dormire nel suo letto.
Gli sfollati potevano continuare a coltivare i campi della Vignetta.
Lina ricorda del carattere bonario di quelle truppe tedesche, nei confronti di loro bambini.
La guerra sconvolse la vita delle persone.
A Varazze c’era un clima cupo di repressione e di vergognose impunite, delazioni, che portarono alla morte di ventidue martiri, tra partigiani, dissidenti e renitenti di leva, fucilati o trucidati nei campi di sterminio.
Ma anche slanci di solidarietà come i Campi de Guera alcuni terrazzamenti della Vignetta, presi in affitto da Bernardin Baglietto per la produzione di ortaggi destinati alle famiglie dei lavoratori di Baglietto.
A Natale del 44 le famiglie della Vignetta poterono far ritorno alle proprie case.
Le abitazioni occupate dai tedeschi erano in ordine.
Alcune case dove erano stati alloggiati dei soldati italiani furono vandalizzate.
Lina racconta del suo stupore, quello di una bambina di sei anni, quando vide all’atto della partenza dei tedeschi, uno di quei soldati, grande e grosso, che la salutò piangendo.
Lina e gli altri bambini della Vignetta gli ricordavano i suoi figli, lontano da lui lassù in Germania.
Si stavano ritirando, la guerra era persa, chissà se quel militare avrà più rivisto i suoi cari,o se la sua famiglia, sarà stata una delle tante, inghiottite nell’orrore di quella assurda guerra.
Lina racconta quando doveva andare a scuola con sua sorella Mariarosa, scendendo dalla crosa de Rocche.
Al termine del secondo conflitto mondiale la scuola elementare era nell’edificio dell’attuale Hotel le Palme.
In caso di pioggia Lina e Mariarosa, avevano la loro mantellina, ma si toglievano le scarpe e le mettevano nella cartella, per non dover poi tenere i piedi nelle scarpe bagnate.
Scendevano di corsa lungola Crosa de Rocche.
Arrivate a scuola i piedi erano asciugati con uno straccio.
Quando c’era la stufa accesa, la bidella Luigia a Casuna, faceva asciugare i bambini al caldo
Per questo favore, tra il serio e lo scherzo, diceva loro di portar un po’ di legna.
Quella stufa e molte altre, presenti nel centro storico della nostra città, erano alimentate dal mare, che con le sue mareggiate forniva sempre un buon apporto di legna erano i cosidetti Straqui, enormi quantità di legna, di tutte le qualità e dimensioni portate in riva al mare dal Teiro o da chissà quale altra provenienza.
La legna era raccolta in tu Scoscià o caricata sopra un carretto da donne e bambini.
La grande casa natale dei Ghigliazza a seconda del nome del capostipite era chiamata dei Beppinetti e poi dei Feipin.
Spesso le case coloniche erano ampliate a seguito di matrimoni.
Si costruiva due camere, una cucina e un tetto, in aderenza alla casa paterna.
Nonna Rusin nel 1934 pose una condizione che ultimati i lavori fosse messa in alto, illuminata da una lampadina, l’effige della Madonna della Misericordia di Savona.
Una bella ceramica di Albisola, che ancora oggi, perfettamente conservata, fa bella mostra sulla facciata di quella grande casa.
continua
foto in b/n Archivio Storico Varagine
la foto sotto il titolo di questo articolo è stata scattata da Jan Neer (Giovanni Celesia)
All’età di 10/12 anni i bambini in campagna erano già inseriti nel lavoro nei campi.
I bambini accudivano gli animali, erano addetti alla semina delle patate e di altre sementi, aiutavano gli adulti nella posa dei tutori, e quando il fascio di canne che stavano portando, si disfaceva era in uso il detto “ Ti ghe e canne imbrieghe?”
Ogni giorno Lina e Mariarosa portavano il latte di mungitura alla Centrale del latte de Vase, aperto anche la domenica.
La Cooperativa Produttori Latte era visitata dalle scolaresche di Varazze
La domenica era giorno di festa e allora si poteva prendere un cono da 25£ dau Succa la gelateria di Bolla.
Il giorno dell’Assunta si raddoppiava con il cono da 50£
I bambini erano addetti alla raccolta, fave, fagioli, pomodori si consumavano le dita a raccogliere le olive, toglievano le erbacce, pulivano e mettevano gli ortaggi nei contenitori per la spedizione principalmente verso il mercato di Genova.
Gli ortaggi, erano trasportati e caricati sopra il camion in località “a Cianna “nei pressi dell’attuale hotel El Chico, al mattino, per poter essere pronti a partire nel primo pomeriggio, con qualsiasi condizione atmosferica , in direzione di Genova.
Il trasporto era effettuato con un BL Fiat, un camion residuato della Prima guerra mondiale, dai Bruzzone, detti i Pellegrin da Curva, dediti già nei primi anni del secolo scorso, al commercio di ortofrutta, proveniente dagli orti e frutteti da Vignetta da Cammina’ e dall’Invrea verso il mercato di Genova, effettuata ai primordi con un carro trainato da una coppia di cavalli.
In seguito la famiglia Bruzzone diversificò i suoi proventi, iniziando una nuova attività, con la raccolta dei rami di brughe, confezionate per essere scope e scopini, commercializzate sempre a Genova e usate soprattutto dai portuali, durante e al termine dello scarico di rinfuse.
Presso la chiesa di S.Bartolomeo ogni anno a S.Antonio c’era la benedizione degli animali e ad ogni allevatore era consegnato un sacchetto di sale, per buono auspicio, da far mangiare ai vitelli appena nati.
Il Pane di Natale che era avanzato durante il pranzo natalizio, era messo da parte, conservato e poi dato agli animali della stalla
Il concime era quello della letamaia dove confluivano i residui fecali umani ed animali.
Trasportato cun na Stanga o cun de Corbe e cosparso tramite il forcone nei terrazzamenti.
Erano solitamente tre le mucche nella stalla e dai nomi tramandati si poteva intuire la loro destinazione d’uso.
Se si fosse chiamato Balin, sarebbe stato una mucca per tirare l’aratro e il carro per il trasporto della verdura.
Bionda e Cita erano mucche da latte e da riproduzione, ma all’occorrenza anche loro erano utilizzate come animali da tiro.
Lina racconta di una mucca abituata a esser munta solo da suo padre, non dava latte se a mungerla era un’altra persona.
Lina fu operata d’urgenza di appendicite e suo papà la doveva vegliare in ospedale.
Diverse persone provarono a mungere quella mucca la sorella di Lina, Mariarosa ebbe un’idea, provò a indossare il berretto del padre, per ingannare l’animale, ma senza esito.
Niente da fare per mungere quella mucca ci voleva Giumin!
La Liguria terra di monti che si tuffano in mare, da sempre con grandi problemi di viabilità, fu a partire dagli anni 50 attraversata da due infrastrutture autostradali e una ferroviaria, con percorsi in gran parte scavati nelle viscere della terra.
I tunnel sconvolsero le falde acquifere e i viadotti deturparono per sempre il paesaggio.
Nel 1954 una parte dei terreni della località della Vignetta furono espropriati per lo scavo della trincea del tracciato della costruenda Camionale.
Il movimento terra causò gravi danni alla casa dei Feipin.
La località della Vignetta è sempre stata deficitaria di acqua e nei periodi di siccità si andava a prendere cun u Carattellu, l’acqua da una fonte nei pressi di S.Domenico, poi utilizzata per l’irrigazione, tramite na Cantabrina.
La situazione idrica migliorò quando nel 1953 fu captata una sorgente dau Briccu da Pansa e le colture furono adeguate a questa nuovo apporto irriguo.
I lavori per lo spostamento a monte della linea ferroviaria nel territorio del Comune di Varazze iniziarono nel 1963 e terminarono nel 1968
Il traforo della lunghissima galleria, tra Varazze e Cogoleto, perforò e interruppe un’enorme falda d’acqua, contenuta nelle viscere del Monte Grosso.
La prima sorgente che si inaridì fu quella du Briccu da Pansa poi venne meno anche l’apporto idrico della sorgente dei Funtanin che permetteva di irrigare gli omonomi terrazzamenti e quelli du Cian du Tunnu.
Anche i Rian de Rive, da Moa e da Furca diminuirono sensibilmente la loro portata d’acqua.
La cronaca locale dette molto risalto al prosciugamento del Funtanin della Bella Rusin Lavarello, moglie di Francesco Cilea.
Fu intentata una causa civile contro le Ferrovie dello Stato per aver interrotto la falda artesiana togliendo l’apporto idrico alle soprastanti coltivazioni.
Il braccio di ferro con le Ferrovie si concluse nel 1976,
Il giudice dette ragione a quelli della Vignetta e condannò le Ferrovie dello Stato a porre rimedio alla mancanza d’acqua alla Vignetta.
A risarcimento del danno subito, per il prosciugamento delle fonti di irrigazione, fu installato a spese dell’Ente Statale un sistema di pompaggio dell’acqua di falda presente all’interno della galleria del treno.
L’acqua ancora oggi è pompata in una cisterna che posizionata sulle pendici du Briccu de Rive.
A carico dei residenti fu la posa in opera di una tubazione in acciaio, interrata, che fuoriesce dalla galleria di sfogo nei pressi del greto dell’Arzocco.
Si inerpica sopra a Ca de Toe, arriva alla diga dell’Acqua Ferruginosa, poi dall’Oca, scende e risale dal Rian da Moa e arriva alla cisterna.
Lina racconta quando era necessario avviare manualmente e poi spegnere il sistema di pompaggio e lei doveva partire dalla Vignetta e poi scendere nell’Arzocco, nei pressi del tunnel di sfogo dove c’era il quadro elettrico.
Giumin si commosse quando vide arrivare nel mese di luglio del 1976, dopo 8 anni di contenzioso, l’acqua per uso irriguo nei campi della Vignetta.
Per uso potabile era utilizzata l’acqua piovana, convogliata dal tetto della grande casa natale dei Ghigliazza, raccolta e conservata in una cisterna, dove si decantava e manteneva anche d’estate una gradevole temperatura rinfrescante.
D’estate quando l’acqua della cisterna scarseggiava erano sempre i bambini addetti all’approvvigionamento dell’acqua potabile scendevano a Crosa de Rocche ancora percorribile oggi fino ad arrivare alla fontana di S. Domenico.
Oppure con un altro sentiero per prendere l’acqua dau Funtanin da Bella Rusin.