A una Mamma

La principessa Romaneuorh, figlia del negus Hailè Selassiè, quando nel 1935 gli italiani iniziarono una sanguinosa guerra di invasione, al contrario del padre che si rifugiò in Inghilterra, scelse di restare in Etiopia con il marito che combatteva in difesa del proprio paese.

Catturati nel 1936, Merid Bayanè il marito, fu fucilato nel 1937.

Da quel giorno iniziò l’odissea della principessa “Melagrana d’Oro” e dei suoi quattro figli maschi.

Fu deportata nel campo di prigionia dell’Asinara, dove il figlio più piccolo Gideon, morì a soli due anni.

Monsignor Barlassina, in visita a quel malfamato carcere, riconobbe la principessa, che era malata di una forma grave di tubercolosi e riuscì a farla ricoverare all’Ospedale Maggiore di Torino.

Ottenne in seguito, grazie all’interessamento della Regina Elena, il suo affidamento, presso le Suore Missionarie della Consolata a Torino, con i suoi tre figli e i suoi accompagnatori, due suore copte cristiane e due servitori.

Le sue condizioni di salute si aggravarono, la principessa si convertì al cristianesimo, affidando i suoi figli alla tutela delle suore.

Ricoverata alle Molinette, riuscì a vedere per l’ultima volta i suoi figli, che si erano radunati per salutarla, nel cortile sotto la finestra della sua camera d’ospedale.

Il 14 ottobre del 1940, la principessa Romaneuorh morì e fu sepolta in un sotterraneo del Cimitero Monumentale di Torino, sulla sua lapide fu inciso la struggente frase “A una Mamma”

La tubercolosi è una malttia contagiosa e inevitabilmente, i tre ragazzi furono affetti da questa patologia.

Forse per fare l’elioterapia o per distrarre quei poveri ragazzi, dalle terribili disgrazie che si erano accanite su di loro, arrivarono difronte al nostro mare.

Un giorno, con gran stupore ma anche malcelato razzismo, i nostri concittadini videro arrivare nella nostra città, un gruppo di persone di colore, tre ragazzi, accompagnati da delle suore.

Nel suo bel libro “Un Paese si Racconta” ricco di testimonianze storiche e aneddoti della nostra città, Mario Traversi, racconta di alcuni abissini, che erano presenti nella nostra città, in una villa lungo la via Romana, e li descrive con una bella frase”…..avvolti nei loro mantelli chiari, gli occhi scintillanti, incorniciati da nerissimi capelli crespi. Sorridevano mesti lasciando trasparire un nobile distacco……”

Erano i figli di qualche Ras collaborazionista o molto probabilmente erano proprio loro, i nipoti del negus Haillè Selassiè, i figli della principessa Romaneuorh, ospitati a Varazze, orfani dei genitori e sofferenti di tubercolosi, in una villa fronte mare, lungo la via Romana sotto la tutela delle suore.

Mario ricorda bene quei ragazzi timidi, educati che rispondevano ai suoi saluti, mentre transitava lungo la via Romana, con sua mamma, per aiutarla nel trasporto della frutta e verdura che acquistavano dai parenti ai Piani d’Invrea

Lungo la salita della via Romana la gente arrancava anche con dei carretti in direzione da Vignetta, Cian du Tunnu, u Sciarsu e Cien d’Invrea.

Si sparse la voce e quel luogo per tutti quelli di Varazze divenne “Dai tre Moretti”

La curiosità di veder quella persone dalla pelle scura, avrà lasciato poi il posto alla compassione e alla consapevolezza di quanto dolore abbiamo recato noi italiani “brava gente”in terra d’Africa a delle persone innocenti, come lo erano quei ragazzi e la loro mamma, morta a 27 anni.

Strappati per vanagloria fascista, dalla loro terra e dai loro affetti, prigionieri di un sanguinoso aggressore, che aveva portato lutti, disperazione e fame nel Corno d’Africa.

Anche il primogenito Chettaceu morì di tubercolosi il 22 febbraio 44.

Battezzato con il nome di Giorgio è sepolto in un loculo accanto a quello della madre.

Gli altri due figli Merid e Samson, ospitati nel castello di Uviglie nel Monferrato, di proprietà delle suore della Consolata, furono rimpatriati in Etiopia al termine della Seconda Guerra Mondiale.

Samson morì in un incidente d’auto d’auto nel 1947.

Merid studiò a Londra, rientrò in patria e divenne un funzionario di stato

La guerra d’Etiopia è un capitolo, uno dei tanti, frettolosamente, vergognosamente e volutamente dimenticati della nostra guerra d’aggressione in Europa e in terra d’Africa

https://www.labottegadelbarbieri.org/etiopia-1937-le-stragi-di-rodolfo-graziani/

Qualcheduno sparse la voce, sicuro della stirpe reale di quei ragazzi, sentenziando, che avrebbero fatto da garante verso gli alleati e che mai Varazze sarebbe stata bombardata.

Ma i fatti smentirono questa affermazione.

Lina e a Vignetta (n°5)

5)Fenuggi Fave e Fasciò

Lina continua ad elencare le coltivazioni, che un tempo erano presenti alla Vignetta.

Arriva a cercar due carezze, la gatta di Lina, specializzata nella cattura delle cicale!

Il toponimo Vignetta deriva dalla coltivazione a spalla e a pergola dell’uva, madera bianca da tavola e dell’uva bracco sempre da tavola

Fornivano il vino al collegio Don Bosco.

A Varazze in piazza Bovani si faceva la festa dell’uva

Le foglie delle viti erano cibo per gli animali da stalla una manna specie nei periodi di siccità estivi.

Alle mucche erano somministrate anche le foglie di carciofo, ma in modo limitato perché inacidivano il sapore del latte.

Un’altra grande coltivazione, effettuata in inverno con grandi quantità di piante erano i finocchi, raccolti a marzo, preparati, puliti e messi nelle cassette dai bambini.

La semenza era ottenuta dalle piante lasciate andare in Canun.

Poi ancora i fagioli Rosa d’Arbenga o quelli rossi i Lumè messi a dimora entro i primi cento giorni dell’anno e raccolti a S.Pietro.

Non mancava la primizia delle fave, coltivate sotto agli ulivi raccolte a maggio/aprile mangiate appena raccolte, ma perlopiù fatte seccare e consumate durante l’anno.

I cavoli erano coltivati per uso personale.

Era presente anche una discreta piantumazione di ulivi che coabitavano nelle fasce, con altre coltivazioni in primis di patate.

Le olive erano raccolte dai bambini solamente nel mese di dicembre, erano molti i Murtin bacati dalla mosca.

Le piante subivano anche altre malattie, le olive raccolte erano soggette a marcescenza, che inacidivano il gusto dell’olio.

Lina ricorda quelle giornate quando doveva star ricurva a raccogliere olive.

Gli adulti, mettevano i bambini in competizione, e gratificavano con belle parole, chi raccoglieva più olive.

La pelle delicata delle dita, si ulcerava durante quel lavoro.

L’olivicoltura fu abbandonata negli anni 50 le piante furono sradicate per far posto alle coltivazioni di ortaggi.

continua

foto in b/n di Lina Ghigliazza e Archivio Fotografico Varagine.

Lina e a Vignetta (n°4)

4)E Tumote

Baciccia du Feipin, Lina figgia de Giumin, Rosetta figgia de Baciccia, Mariarosa a so de Lina.

Erano suggestive le grandi coltivazioni di pomodori, non meno di duemila piante, di svariati tipi, Imola, Marmanda, Perine e Quarantine.

Erano seminate nelle cassette a vetrina a gennaio, per essere trapiantate in campo aperto ad aprile.

L’unico trattamento antiparassitario era effettuato con il verderame, spruzzato con l’apposita macchinetta.

La Vignetta con un microclima ideale, protetta dai venti da nord e ampiamente soleggiata, permetteva la cosiddetta semina di seconda annata.

E Tumate Perin-e erano seminate a luglio per avere i primi pomi a settembre.

Erano raccolti ancora verdi, per arrivare alla maturazione  nelle cassette sottovetro.

Si raccoglievano pomodori fino ai Santi.

Ma e Tumote Perin-e potevano rimanere sulla pianta anche fino a dicembre.

La Vignetta era anche rinomata per una tipica produzione, Il concentrato di pomodoro, A Cunserva.

Per questo tipo di attività, si utilizzavano i pomodori Quarantini che erano raccolti e stipati, in vecchie botti di legno

Qui gli ortaggi, con il calore del sole subivano un processo di fermentazione e il liquido di risulta, che si depositava sul fondo era periodicamente spillato dalla botte.

Dopo una decina di giorni, i pomodori erano estratti dalle botti ed erano pigiati, tramite l’azionamento manuale di una macchina per la passata.

 La poltiglia così ottenuta era ulteriormente setacciata a mano, qui avveniva la separazione dai semi e dalla buccia.

A questo punto restava solo la polpa, che veniva addizionata di sale secondo una percentuale in base al peso.

 Chiusa in un sacco di canapa era pressata con dei pesi e ridotta di volume ogni giorno.

 Con questo procedimento si effettuava il drenaggio finale dell’acqua e dopo una settimana, il concentrato di pomodoro era pronto per essere messo in apposite damigiane dal collo grande.

 Il prodotto finale era allo stato solido e per il suo utilizzo doveva essere sciolto con acqua

Il concentrato di pomodoro era inviato a Genova dove, a Cunserva era particolarmente apprezzata, accompagnata allo stoccafisso, nei ristoranti di Sottoripa.

I semi erano immersi in acqua e separati per peso specifico dalla buccia.

L’operazione era effettuata nel Rian da Moa, dove il troppo pieno della Ciusa che portava l’acqua all’Ortu de Pedrin, formava un piccolo lago.

Fatti essiccare, formiche permettendo, erano poi venduti al committente lo stesso che aveva acquistato il concentrato di pomodoro.

Lina ricorda che questa lavorazione fu effettuata fino al 1958.

La semenza per le future produzioni era prelevata dai primi pomodori, raccolti da alcune piante sane e vigorose contrassegnate da un legno per indicarne la destinazione d’uso.

continua

foto in b/n Archivio Fotografico Varagine e Lina Ghigliazza.

Lina e a Vignetta (n°3)

3)E Articiocche

Agosto 2022 telefono e poi incontro Lina, seduta nei pressi della sua bella casetta, con i fiori del prato e come sfondo, lo stupendo blu del mare.

Le ho portato da leggere la bozza di questo racconto.

Un secolare albero di ulivo, ci protegge dal cocente sole di questa estate torrida.  

Chiedo a Lina quali erano le coltivazioni, per cui la Vignetta era così rinomata.

L’ortaggio simbolo della Vignetta, erano i carciofi, i Viuletti d’Arbenga, piantumati a migliaia, ogni due o tre anni ad agosto, in ta Fascia Lunga.

Le piantine erano messe a dimora, prelevando un Cardu, una propaggine dalle piante vecchie, che doveva essere coperto con l’Aocu (la pula di grano) o in mancanza di tale sottoprodotto del grano, andava bene anche la rusca di pino.

Serviva per mantenere sempre un certo grado di umidità.

Nel mese di dicembre, per proteggere la pianta dal gelo era effettuata la rincalzatura, la terra doveva essere messa a ricoprire per bene la base della pianta.

 Per effettuare agevolmente questa operazione, le grandi foglie spinose erano sollevate da terra e intrecciate fra di loro.

Antonietta, la mamma di Lina alla viglia di Natale, era con il pancione, protetto da un sacco di canapa, in ta Fascia Lunga a intrecciare le foglie dei carciofi.

 Lei era molto veloce in questa attività, mentre u Giumin effettuava l’operazione di rincalzatura delle piante di carciofo.

A Scia Spasia, l’ostetrica, chiamata dopo un paio di settimane, per assistere la partoriente, si meravigliò di tutte quelle punture da spine sull’addome.

Oggi sarebbe impensabile un parto casalingo, per giunta complicato dalla posizione podalica .

Per Pasqua ogni pianta aveva prodotto in media quattro o cinque carciofi.

Erano pronti per essere raccolti, messi testa-gambo nelle Panee e inviati ai mercati di Genova.

Ma in quel 1938 una grande gelata che durò giorni compromise completamente il raccolto di carciofi alla Vignetta.

continua

foto in b/n Archivio Storico Varagine

Lina e a Vignetta (n°1)

1) Na Bella Memoia

Angelina Ghigliazza per tutti Lina, figgia de Giumin dei Feipin e di Antonietta Parodi, è nata il 3 gennaio del 1938. “Faceva molto freddo quel giorn0″

“E nu Lina! Nu ti me po’ dì, che ti te ricordi anche u giurnu quandu t’è nata!”

 Lina sorride “No me lo aveva detto mia mamma !

Lina è una persona gentile, sorridente è bello chiaccherare con lei, ha un dono particolare, ha una ammirevole capacità, di ricordare una grande quantità di nomi di persone e di associare per ognuno di loro, una data, un avvenimento.

Chi non vorrebbe avere una memoria come la sua, lucida e ricca di particolari!

La capacità mnemonica e un’eredità genetica, ma da sola non basta.

Lina è figlia di quella civiltà contadina, dove era molto sentito il legame parentale e sotto allo stesso tetto spesso coabitavano tre generazioni.

Nei pranzi di famiglia o la sera dopo cena, al chiaro di una candela o di un lume, c’era sempre un momento di convivialità, con i racconti degli anziani memorizzati dai nipoti.

Era uso andare in Veggia, la sera durante la bella stagione, con il lume ad olio a far luce pe i Sentè e Scurse, per arrivare dove abitavano altri parenti.

Si andava a messa ogni domenica e nelle feste comandate.

 Si scendeva in paese, anche per una fiera o un mercato, il sagrato di una chiesa e la piazza, erano luoghi dove tutta la nostra comunità era presente, ci si rallegrava per un nuovo arrivato, si stringeva la mano a chi aveva perso una persona cara a tutti.

I bambini quando erano sollevati dal lavoro nei campi o dall’accudire degli animali, si radunavano in chiassosi gruppi e scorrazzavano in quest’angolo di paradiso.

Avvezzi alla vita all’aperto, erano a loro agio anche in presenza di pericoli ma stavano ben lontani da canali e vasche.

In quegli invasi dove l’acqua era scura e non si vedeva il fondo, c’era a Rampan-a pronta a ghermire, a trascinare sott’acqua e a divorare l’ignavo bambino!

continua.

foto b/n Archivio Storico Varagine 

U gh’ea u Luchettu?

A Seia de San Luensu du 2019

“Sono grato a chi mi aiuta a ritrovare questa bicicletta, che mi è stata rubata ieri sera a Varazze in via Ciarli, la bici non ha valore commerciale ma il ricordo la lega ad una persona che è mancata poco tempo fa”.

Questo era il comunicato che feci tre anni fa, quando la sera di S.Lorenzo, dopo un dibattito organizzato in Ciassa du Ballun da Ferruccio De Bortoli per presentare un suo libro, mi resi conto che quella vecchia bici senza valore lasciata chiusa con il suo lucchetto a levetta mi era stata trafugata

Quella sera girai tutta la notte per le vie di Varazze e il Lungomare Europa, alla ricerca della mia bicicletta.

Chi si è trovato nei miei panni, quello di una persona derubata di un suo bene che è sopratutto un’affetto, sa che è molto labile il confine tra raziocinio e violenza, e forse è stato meglio non averla ritrovata quella sera quella bici, insieme all’autore del furto!

Non sarei stato in grado di controllare la mia ira e ne avrebbe fatto le spese quel ladruncolo da strapazzo!

Pensai anche ad un eventuale “noleggio” per andare a vedere i fuochi di S. Lorenzo a Cogoleto, e ispezionai a piedi tutto il Lungomare Europa fino a Cogoleto!

Non ha valore commerciale la vecchia Ceriz, ma sono legato a questo ferrovecchio, da un ricordo affettivo, dovuto alla scomparsa di un mio carissimo amico, U Furmine.

Acquistai da lui questa bicicletta, quando ancora c’era la casa dei Pelosi, e a pianterreno aveva il suo magazzino.

La serata in piazza Bovani era stata piacevole, toni distesi fra il direttore del Corriere della Sera e il sindaco, con reciprochi scambi di complimenti.

Ci fu anche il siparietto di una ridicola claque, quando alcuni pseudo fan, per perorare la vendita del libro fecero delle domande argute al De Bortoli.

Troppo preconfezionate quelle domande, con un linguaggio talmente aulico da risultare incomprensibile, per la maggior parte me compreso, di quella platea di persone normali.

Le risposte del giornalista, alzarono il livello culturale di quel dibattito ad un’altezza talmente siderale, che ammutolì i presenti.

Persone normodotate culturalmente, che avevano domande troppo plebee e banali a cui non diedero fiato.

Io mi voltai per guardare in faccia gli autori di quelle fenomenali domande, che anche se travestiti da turisti in pantoloncini corti, probabilmente facevano parte di un gruppo, che accompagnava il giornalista nel suo peregrinare per vendere il libro.

Pronti ad un certo punto della serata ad intervenire per ravvivare il dibattito con domande di altissimo contenuto culturale.

In quella piacevole serata, emerse un quadro idilliaco della nostra città, ma anche dell’Italia, solidale, cristiana, quindi onesta e pronta alle sfide del futuro che doveva essere grande e roseo!

Anch’io fui orgoglioso felice di essere italiano!

Baci e abbracci fra le varie personalità convenute sopra il palco, annunciarono la fine di quell’istruttivo dibattito.

Ma la realtà, quella vera, quella di tutti i giorni, è di un popolo da sempre abituato al fatalismo, alle furbizie, alla verità alterata delle cose e di conseguenza a comportarsi come gli pare, non rispettare mai alcuna regola.

La realtà di tutti i giorni emerse da subito in quella sera di S.Lorenzo, quando nessuno di quelli che prelevarono le sedie dalla pasticceria Canepa le riportarono dove le avevano prese, al termine della serata.

Rimediai a questa “distrazione del popolo italiano” raccogliendo insieme a Piero mio coetaneo, quelle sedie sparse per la piazza, depositandole presso il dehor di Canepa.

Poi ci fu la bella sorpresa di non ritrovar più la mia bici.

E come sempre, qual’è la domanda che fa un’italiano ad un’altro italiano derubato di auto moto bici o altro?

” ..l’avevi messo il lucchetto…la moto aveva il bloccasterzo…. l’auto era chiusa?

Se si risponde si, a questa domanda allora la risposta conseguente è “Però sti ladri sono sempre più bravi!”

No i ladri non sono bravi a fare il loro mestiere!

Sono delinquenti e basta!

Ma se per caso provi a dire non avevo messo il lucchetto………. allora prontamente arriva l’italica risposta condita di zeneise “Ma o belin, allora è colpa tua se te l’hanno rubata!”

La realtà italiana è questa, ben lontana dall’esito finale di quel dibattito in Ciassa du Balun!

Quella di un popolo rassegnato a tutto, fatalista e cinico, dove il furbo e anche il ladro sono due categorie che hanno successo nella vita.

Non denunciai il furto, chi si sarebbe messo a rintracciare una vecchia bici con i freni a bacchetta?

Fu grazie ai social, che ritrovai la bicicletta feci girare la foto della bici nel web, promisi anche una ricompensa a chi l’avessa ritrovata.

E così fu, ritornai in possesso della mia vecchia Ceriz!

Consegnai i 50 € la ricompensa che avevo promesso, al ragazzo che me la portò una sera di fine agosto, accompagnato dai genitori, nel porticato del Comune.

Lo ringraziai e gli feci qualche domanda, della serie dove l’aveva trovata ecc.

Ma capii subito che c’era qualcosa di strano, in quel ritrovamento della mia bicicletta, nel greto dell’Arzocco.

Non indagai oltre.

Ero troppo felice, di riavere quella bici, u ricordu du me amigu.

Ciao Furmine.

I Trei Puntin

Forse ci sono anch’io fra quelle persone immortalate in questa cartolina.

Questa suggestiva spiaggia, era chiamata “dai tre pontini” e negli anni 70/80 era il ritrovo dei giovani di Vase.

Si era formata una bella spiaggia di ciotoli, davanti alle arcate del viadotto dell’ex ferrovia.

Lo spostamento della linea ferrata a monte aveva reso fruibile, questa zona di litorale dal Nautilus all’Arrestra, denominata Lungomare Europa.

Ma per tutti quelli nativi di Varazze, questa zona è da sempre citata come “a Villa Araba”

Bei ricordi di gioventu!

Strategica era la soprastante sede dell’ex ferrovia, per controllare chi c’era sulla battigia e decidere sul da farsi.

foto Luisella Aluigi

C’e’ stato per un certo periodo di tempo, anche una specie di predicatore/bacchettone che prendeva di mira le donne colpevoli del male del mondo e le insultava facendo riferimento alle loro nudità, ma era lesto a scappare quando qualcheduno spazientito si arrampicava sugli scogli per inseguirlo.

Chi voleva fermarsi dopo il tramonto, per una grigliata in spiaggia il proprietario del baretto soprastante, forniva dei contenitori dove accendere il fuoco per non sporcare la battigia.

All’ombra delle arcate potevano stare anche le persone per ripararsi dal sole

Era uno di quei pomeriggi noiosi e senza niente da fare.

Quando si è zueni ci vuol niente per combinar qualcosa…

Decidemmo per un gavettone alle nostre ragazze spaparanzate a prendere il sole.

Io e un mio amico salimmo sul lungomare, io avevo in mano la borsa di plastica colma d’acqua, ma sfortunatamente si ruppe la maniglia e la borsa precipitò verso il basso, frangendo il suo contenuto d’acqua sugli scogli sottostanti lavando da capo a piedi una di quelle persone che si godeva l’ombra dei tre pontini.

Grida di biasimo e ingiurie vennero rivolte verso di noi, mentre alcuni non so se amici o parenti della vittima, già si stavano arrampicandosi velocemente sugli scogli, per vendicare il torto subito.

Capimmo che mai avrebbero accettano le nostre scuse e così ci allontanammo a passo veloce senza dare da intendere che eravamo noi gli artefici della doccia.

Per prudenza non frequentammo più i tre pontini per un certo periodo di tempo.

Oggi quella spiaggia non esiste più spazzata via dalle mareggiate.

Utopia pensare ad un ripascimento, di una spiaggia libera!

Ma la più bella cartolina con spiaggia, della città è a mio parere, è quella che precede i Tre Pontini, la baia della Villa Araba!

L’ accesso a questa suggestiva spiaggia, meta storica della balneazione de quelli de Vase, è chiusa da anni.

Non si capisce il perché, persiste l’interdizione dell’accesso alla spiaggetta della “Villa Araba”

E’ la spiaggia più suggestiva di tutto il litorale della nostra città, una bellezza naturale, poco reclamizzata, a mio parere a torto, perché non avrebbe niente da invidiare ad altre “cartoline” della riviera ligure.

Quellu bellu Rissò

Palazzo Reale Genova

Per ingentilire la bizzarria, che racconto, ho inserito nell’articolo una cosa indiscutibilmente bella, è la magia dei ciottoli, con le foto dei rissò nel Palazzo Reale di Genova.

Da visitare, per restar stupiti da tanta bellezza e dell’incredibile abilità dei rissaiò, gli acciottolatori, abili artigiani, che mai ebbero un ruolo di risalto, anche se autori di veri e propri, inestimabili capolavori.

I rissò, i mosaici di ciottoli che arrichiscono i sagrati, le piazze di chiese e i giardini dei palazzi nobiliari, sono una tipicità tutta Ligure.

A Varazze sono notevoli e di ottima fattura u rissò di S. Ambrogio

e quello di S.Nazario

La tecnica du rissò prevedeva un grande lavoro preparatorio.

Palazzo Reale Genova

Se il disegno era simmetrico, si stabiliva il centro della piazza la si divideva in modo ortogonale ottenendo dei settori uguali per dimensioni.

Sulla base in calce, inciso il disegno da riprodurre, erano inseriti come tessere di un gigantesco mosaico, milioni di ciottoli.

Chi decorava sagrati e piazze, con questa tecnica erano/sono, valenti artigiani capaci di eseguire con i ciottoli, anche le più difficili figure floreali, animali e umane, sempre molto suggestive e ben proporzionate.

Palazzo Reale Genova

Pregevoli manufatti tutti con la loro storia curiosità e aneddoti

Come la stranezza, dell’esistenza di un simbolo evocativo di una parte anatomica maschile, nel rissò di una piazza, antistante una chiesa della nostra città, che fa subito pensare ad un’allegoria, una irriverenza verso i potenti, in questo caso la chiesa e il suo secolare potere.

Niente di tutto questo, fu solo un momento di conviviale goliardia, fra i rissaiò che arricchirono con il loro capolavoro la piazza e la nostra città.

C’è chi dice, che sutta quellu belin de pria ci sono, chiusi in una bottiglia, i nomi di chi ha costruito questa grandiosa incomparabile opera d’arte all’aperto.

Palazzo Reale Genova

Combinazioni strane della vita, se non avessi incontrato un amico, fatto un pezzo di strada insieme, in quella piazza, parlato del mistero du belin de pria, e incontrato una terza persona, a conoscenza dell’ubicazione, non sarei mai venuto a conoscenza di questa cosa bizzarra.

Penso a chi, con un sacco sotto le ginocchia e gli attrezzi del mestiere, ha costruito questo capolavoro, ciottolo dopo ciottolo.

Palazzo Reale Genova

Era gente della nostra città, sotto la guida di un esperto d’arte.

Vita grama, come quella che oggi fa, chi posa piastrelle e sta sempre piegato e spesso in ginocchio.

Chissà quanto è durato questo lavoro.

Le pietre andavano scelte in base alla loro dimensione, disposte a raggiera in un mosaico bianco e nero di pregevole fattura.

Palazzo Reale Genova

I ciottoli neri sono quelli consunti, arrotondati, dall’eterno moto ondoso del nostro mare, prelevati dalla nostra battigia, davanti e ai lati della foce del Teiro.

Ma chissà dove furono presi quelli bianchi, molto più rari.

Selezionati e poi suddivisi, in base alla loro dimensione e colore.

Messi accuratamente a dimora sopra un letto di calce.

Quegli artisti erano fieri del loro lavoro, seguendo i contorni incisi sulla malta, giorno dopo giorno, il disegno prestabilito si svelava sulla piazza.

Per tutto il tempo dei lavori, l’area fu interdetta al transito.

Palazzo Reale Genova

L’accesso e il deflusso dei fedeli, per le funzioni religiose in chiesa era garantito da un tavolato provvisorio.

Ma nullafacenti e perdigiorno, in zeneise pellandruin e menabelin, facevano comunella, sempre pronti a criticare e dar banali consigli.

L’equivalente degli odierni “geometri” internazionalmente conosciuti come umarell.

“Sempre a tiò u belin a chi u travaggia”

Non è facile, star tutto il giorno con decine di occhi che scrutano ogni mossa, criticamente.

Si dice che ogni capolavoro, nasconda al suo interno, qualcosa, un manoscritto con una dedica, una pena d’amor o un segreto inconfessabile, oppure, monete o altri oggetti, occultati dall’artista, per i posteri ma anche solo per creare un sintomatico mistero.

Come una di quelle capsule del tempo, di moderna concezione, sparate in orbita o messe a dimora con una cerimonia pubblica.

Forse fu un’idea, nata per caso, na belinata tanto pe di quarcosa, espressa durante una bisboccia fra colleghi e amici.

Quella buttiggia de dusettu, in mesu ai gotti, al termine di quella laccia, fu lo spunto per mettere in pratica la loro capsula del tempo.

Decisero di nascondere la bottiglia, con i loro nomi e chissà quali messaggi per i posteri, in tu rissò di quella piazza, dove stavano ultimando quel pregevole mosaico.

Lontano da quei pellandruin e menabelin, in una notte senza luna.

Ma poi subentrò un dubbio

” Figgio’ duvemmu lasciò un segnu in tu rissò, pe savei duvve emmu sutterrò sta belin de buttigggia” disse il baccan a quei rissaiò

A questo punto del racconto, mi piace pensare a quei tre o quattro amici, quando fra di loro balenò l’idea de fo un belin de pria!

Le risate, a stento trattenute, in quella notte senza luna, quelle pacche sulla spalle e poi negli anni a seguire, l’evocazione di quella goliardiata, ad ogni bisboccia, cementarono la loro amicizia.

“ E da che parte ou puntemmu stu belin?”

“Versu quei pellandruin e menabelin ! ”

Doveva esser un segreto e a Vase e lo è ancora.

Molti sanno della bottiglia sepolta sotto al rissò, qualcheduno sa anche di quel simbolo maschile, ma vallo a cercare tra e prie gianche e neigre, in te quellu bellu risso’?

Scciàppapria

La fabbrica del ghiaccio.

Tratto dal racconto “Olio di Oliva e Cotone” di Giovanni Martini.

Con la diffusione dei frigoriferi, venne meno l’uso del ghiaccio e le vecchie ghiacciaie, presenti in alcune abitazioni per la conservazione delle derrate alimentari, furono presto riutilizzate per l’allevamento di conigli e facevano bella mostra all’esterno delle abitazioni.

Le ghiacciaie erano costruite in legno, in varie tipologie, la più semplice aveva la zona ghiaccio nella parte bassa, con il cassettino e relativo rubinetto, per lo scarico dell’acqua di disgelo, poi in alto aveva una serie di griglie, dove riporre gli alimenti, il tutto rivestito di lamiera zincata e chiuso ermeticamente per mantenere la temperatura più bassa possibile.

Esistevano poi quelle più grandi che erano presenti nelle botteghe di vendita di generi alimentari.

Costruite in legno di castagno, rovere o abete e di buona fattura, oggi di quelle per uso domestico, se ne trovano ancora degli esemplari nei mercati o nei negozi di antiquariato.

Prerogativa di tutte le case era comunque l’esistenza di una dispensa, o di una cantina asciutta e ben aerata, dove anche in mancanza di ghiacciaie e poi di frigoriferi,si poteva riporre e conservare gli alimenti.

Grazie alle tecniche di conservazioni degli alimenti, tramandate da generazioni, con le diverse tecniche le più disparate, si potevano preservare o rallentarne la degenerazione di quasi tutti i cibi deperibili.

Ad esempio le “ove” erano conservate, immerse nell’acqua di calce, che con il passare del tempo scioglieva il guscio, sino a farlo divenire trasparente.

U “furmaggiu” era avvolto in panni imbevuti di “asciau”, e “furmagette” erano conservate e fatte stagionare, in appositi mobili con ampie feritoie, difese dagli insetti e roditori tramite una rete metallica a maglia fine, le “meie” erano posate sopra i pavimenti dei sottotetti, qui erano conservate anche le piante aromatiche come la “carnabuggia” e la “spersia” il surplus di verdure, finiva invece sott’olio, sotto aceto o in salamoia, come le “uive”, le “armognine” le “perseche” e “brigne” erano trasformate in marmellate, non mancavano le arbanelle per la conservazione sotto sale delle “anciue”.

Nessun problema d’inverno, bastava tenere gli alimenti deperibili all’esterno sulla piana della finestra o sopra una terrazza.

La conservazione di determinate derrate alimentari, il ghiaccio per trattamenti sanitari e gli sfizi delle famiglie aristocratiche, erano, prima dell’avvento delle Fabbriche del Ghiaccio, soddisfatti, in parte, dalle nevee, grandi accumuli di neve pigiata, protetta dal disgelo e utilizzata durante la stagione calda.

Una grande nevea scavata per conservare la neve è ancora visibile sulle alture della nostra città a questo link La Nevea de Prie Russe.

La fabbrica del ghiaccio.

Ogni città aveva la sua fabbrica del ghiaccio, Varazze ne aveva addirittura due, una quella di ” Scciàppaprie” e l’altra si trovava poco oltre la chiesa di S Bartolomeo, dove ora è quel mastodontico palazzo, poco rispettoso della vicinanza di un luogo di culto, (bene sarebbe stato, applicare ancora quell’antico editto, che non ametteva alcun manufatto più alto del campanile della chiesa posta nelle vicinanze)

La ditta Schiappapietra, con la sua fabbrica del ghiaccio, era ubicata a destra della rampa che portava all’Ospedale dopo la “fabbrica” in localita’ Lomellina, queste note storiche le devo a Giovanni Schiappapietra.

Passando da quelle parti, avevo intravvisto in un locale, di quella che fu la sua fabbrica del ghiaccio, Giovanni Schiappapietra, mentre era intento a riparare un ciclomotore d’epoca.

Il restauro di moto è una passione, comune ad entrambi e così sono stato diverse volte in quel grande locale, in compagnia di Giovanni, sempre cordiale e disponibile a parlar di moto, di attualità e di quella che è stata una delle più grandi fabbriche di ghiaccio.

Gli chiesi, se potevo scrivere qualcosa della ditta Schiappapietra, di quello che lui mi aveva raccontato, Giovanni acconsentì e gli portai le bozze del testo da correggere e modificare.

Poi prima di pubblicarlo, gli diedi copia dell’articolo, che fa parte del mio racconto “Olio di Oliva e Cotone”

Era una bella realtà produttiva, la ditta Schiappapietra a conduzione familiare, attiva a Varazze dal 1933, fino agli anni 2000, con il capostipite Giovanni proseguita poi negli anni e ampliata dai figli Bartolomeo Antonio detto Tognin, Giacomo, Nicolò detto Niculin, Gaspare detto Ito, Prospero e Carmelita, detta Melitta.e Giovanni.

Scciàppapria negli anni 60/70 annoverava oltre al listoni di ghiaccio, anche la produzione di bibite gassate, gazzosa, aranciata, menta e le spume al gusto di arancio, nera al chinotto e bianca al limone, tutte sigillate dalla mitica sfera di vetro!.

Foto Collezione Avandero

Per la fabbricazione del ghiaccio, era necessario avere un vero e proprio impianto di tipo industriale, a partire dall’energia elettrica, motrice necessaria per alimentare i motori elettrici, la ditta aveva anche una propria cabina di trasformazione dell’energia elettrica, fornita dalla CIELI.

Grandi motori trifase, azionavano, tramite cinghie di trasmissione il pesante volano dei compressori a pistoni fabbricati dalla Westighouse.

Altre apparecchiature completavano, il ciclo di produzione del ghiaccio.

Questo impianto, costruito dalla Fonderia del Pignone di Firenze, aveva una produzione di circa 250 kg/h di ghiaccio.

Il fluido compresso era l’ammoniaca, fatta condensare e poi evaporare, in una serie di tubazioni, immerse in una vasca, contenente una soluzione di acqua e sale, mantenuta sempre in movimento, per uniformare la temperatura, tramite delle eliche, a -10 °C. In questa vasca, erano immersi, tramite una gru a catena, 6 contenitori in acciaio zincato, ripieni di acqua dolce, del peso totale di circa 400 kg.

foto Collezione Avandero

Effettuato il cambiamento di stato, i listoni erano sollevati dalla salamoia ed estratti, facendoli scivolare su un bancone, dove erano prelevati per le consegne.

Il listone era un parallelepipedo a base quadrata di 25 cm per una lunghezza di circa un metro il suo peso era di circa 60 kg.

La ditta aveva un proprio pozzo per l’approvvigionamento idrico, visibile ancora oggi in una costruzione a lato del piazzale, oggi ad uso parcheggio, qui tramite delle pompe era prelevata l’acqua per il ghiaccio e per le esigenze di raffreddamento dei macchinari dell’impianto

Negli primi anni 50 la ditta Schiappapietra acquisi’ anche la fabbrica del ghiaccio di Celle. A Varazze furono ingranditi gli impianti e costruito il bel caseggiato in mattoncini a vista per la famiglia.

Il rifornimento a bar, pescherie, ristoranti, bagni marini e privati era effettuato, nel primo dopoguerra con un autocarro ex militare americano Dodge, poi sostituito dai più agili motocarri Bianchi e Ape Piaggio, il parco macchine aumentò, con acquisto di alcuni Fiat 615, che avevano stampato sulle portiere la denominazione della ditta.

Per brevi percorsi e per districarsi nel centro storico erano utilizzate le bici da trasporto, inseguite dai ragazzini per avere un pò di ghiaccio da far sciogliere in bocca

Divenuta obsoleta la produzione di ghiaccio a seguito della diffusione dei frigoriferi domestici, fu sospesa definitivamente e gli impianti per la produzione di ghiaccio furono smantellati da Penolle,Alessandro Risso, rottamatore anche di altri impianti che erano presenti negli opifici “Sciu’ da Teiru”.

La ditta continuò la sua attività con il confezionamento delle bibite in bottiglie

Una specialità, confezionata con il ghiaccio grattato via con un utensile apposito direttamente dal listone, era la “grattachecca” addizionata con sciroppi.

Anche la granita comprata nel chiosco della “Bananea” sul molo del Teiro, nei pomeriggi trascorsi in spiaggia.

La grattachecca è ricomparsa recentemente, come una nuova specialità nei chioschi a bordo spiaggia .

In questa zona, dove era la fabbrica del ghiaccio, erano ancora presenti negli anni 60 i rinomati orti della Lomellina, irrigati da due “bei” quello da Besestra e quello da Ciusa da Fabrica.

Lungo via Monte Grappa, oltre il muretto del Teiro, anche dall’altezza di un bambino, si scorgeva nella riva opposta, a sinistra del torrente, l’imponente edificio, recentemente abbattuto della fabbrica dei dadi da brodo.

Negli anni 60, sempre lo sguardo di un bambino, saliva in alto, fino al nuovo viadotto della “camionale” che da qualche anno aveva rivoluzionato i trasporti in Liguria da e verso il confine con la Francia.

Ringrazio Giovanni Schiappapietra per la sua gradita disponibilità, dovizia di notizie e anedotti, relativi alla sua Fabbrica del Ghiaccio.

Un’altra grande, perduta, attività del Sciu da Teiru.

foto b/n Archivio Fotografico Varagine ( le acciughe sotto sale sono le mie)

Nel video, girato in una, forse l’unica, vecchia fabbrica del ghiaccio, ancora funzionante. Il video è relativo all’estrazione dei listoni di ghiaccio.

U Fen

Un tempo serviva molto fieno, erba tagliata d’estate, con u feru, la falce fienaia, nelle praterie del Faiallo, nei prati del Beigua a Pra Riundu e in tu Pro du Fen, poi ai Pre de Poursemma ecc. o in altre zone prative del Lurbascu e del Sassellese.

Erba tagliata e lasciata ad asciugare al sole, rigirata con u furcò, raccolta con u rastrellu e racchiusa con i Bastui per essere trasportata.

Oppure chiusa all’interno di una rete o un grande telo a formare u Lensò de Fen o Belain-a, e trasportata a valle per sfamare i ruminanti.

La fienagione era un’attività che dava lavoro a molti uomini, nella stagione calda.

Era il periodo dell’anno, dove i giovani riuscivano a guadagnare qualche soldo.

Lavoravano a giornate e nel compenso pattuito, era garantito anche un pasto al giorno, scendevano a valle nel fine settimana.

Restavano anche due mesi, sui nostri monti a tagliar l’erba, raccogliere il fieno e trasportare sulla schiena le balle di fieno cun u Lensò o cun i Bastui, che erano due bastoni lunghi circa un metro e mezzo con quatro fori dove si faceva passare una corda che avvolgeva la balla di fieno.

Il sistema di trasporto con i Bastui o Bacchi, poteva anche arrivare ad un quintale il portantino indossava la Scapussa o il Paggetto ( una sorta di copricapo con all’interno la paglia)

Nel Lurbasco si adoperava anche il Gaggiu una sorta di grande cesto che poteva trasportare fieno erba e paglia.

I Lensò de Fen o le Belain-e, erano portate fino alla prima strada carrabile, o fin dove potevano arrivare le Lese, le slitte apposite per il fieno, trainate da mucche o buoi.

Il fieno era accatastato nei fienili, sopra le stalle, nei sottotetti delle case e in te Barche du Fen, fienili sparsi nella campagna, protetti dalla pioggia, da un tetto di paglia e più recentemente da lamiere.

Non era facile tagliare l’erba, con u Feru o Scurià, la falce fienaia , era necessario, come in ogni attività fisica, dove serve forza e coordinamento, imparare da giovani e correggere subito eventuali errori.

Questa pratica era insegnata ai ragazzotti di circa 10 anni, il segreto era quello di tenere la falce con il braccio sinistro per chi era destrorso, leggermente sollevata e parallela al prato, in modo che il filo della lama, non toccasse mai terra, per non rovinare il tagliente nell’urto con il terreno.

Museo del Bosco “Il taglio del Fieno”

Poi serviva il coordinamento busto/gambe, ruotando spalle e falce, mentre si avanzava facendo a Sbatua, un solco nell’erba .

Un buon falciatore non tagliava mai la punta d’erba, accorciata con la precedente passata.

Il fattore più importante per un buon taglio, oltre all’abilità manuale, ma difficile da realizzare, per un neofita, era una buona affilatura, cosa che solo le persone già esperte sapevano fare alla perfezione.

Come per la Messuia, il falcetto, anche per la falce fienaia si doveva assottigliare la lama, per realizzare un buon tagliente.

La prima fase dell’affilatura era la battitura del bordo tagliente, effettuata con un martelletto u Martè e l’Anchizzu.

L’Anchizzu era conficcata a terra.

La parte del tagliente, sottoposta alla battitura non doveva essere più larga di 2/3 mm.

L’Amoatua, l’affilatura, vera e propria, era effettuata con la Cuetta, la pietra levigatrice, estratta dal Cuettin, che era il suo contenitore, al cui interno era messa dell’acqua per meglio far scorrere l’affilatore sulla lama.

Questo attrezzo aveva un gancio nel Cuettin, per poter essere appeso alla Sintua, la cintura del falciatore.

Cuettin e Cuetta erano in dotazione al falciatore, pronti da essere usati per ravvivare il tagliente, in una pausa di lavoro, quando a lama a l’ha persu u fi, quando non taglia più.

I primordiali contenitori della cuetta erano in legno i Buietti tenuti a tracolla

L’ operazione finale era effettuata passando la Cuetta tre volte sopra e tre volte sotto al tagliente, poi con l’unghia, si controllava che il profilo fosse sufficientemente lineare.

Con un buon attrezzo, ben bilanciato e affilato, falciatori esperti, Segavan, tagliavano montagne enormi d’erba nell’arco della giornata.

L’aspetto della falce fienaia, incuote sempre un certo timore anche perchè questo attrezzo accompagna sempre le rappresentazioni visive della morte, a questo link l’origine di questo macabro abbinamento.

https://mytattoo-it.expertolux.com/priroda/chelovek-s-kosoj-v-rukah.html

Da non dimenticare, il lavoro, molto importante preventivamente effettuato dai bambini e dalle donne, che partecipavano anche loro alla fienagione.

Tramite la preventiva bonifica delle zone prative, con l’eliminazione dalle pietre e di altri ostacoli, per evitare urti accidentali della falce, che potevano comprometterne l’affilatura.

Queste pietre accumulate, poi nel tempo anno dopo anno, sono diventati dei discreti cumuli, oggi visibili ai lati delle zone prative.

L’aspetto delle nostre colline è stato profondamente modificato dall’opera umana.

Possiamo dire che con un lavoro incessante, generazionale, sono state spostate tonnellate di rocce e pietre per creare grande zone prative.

La testimonianza piu tangibile di questo massacrante lavoro oggi la si può vedere au Cian de Donne.

Un enorme cumulo di pietre, provenienti anche dai bricchi circostanti, sono state accatastate al culmine di questo rilievo, forse nell’intendimento mai realizzato di costruire qualche manufatto.

Poco distante con un’altro toponimo Briccu di Danè, Collina dei Dannati è tramandata un’altra storia di lavoro e di immensa fatica.

Manufatti costruiti per l’attività di fienagione e per altri tipi di trasporti, sono visibili ancora oggi, sono i Posou, posatoi ovvero cataste di pietre, dove erano appoggiate le balle di fieno, prima di essere assicurate alle spalle di chi doveva Camallare, traportarle.

Alcune di queste cataste le troviamo disposte lungo i sentieri, percorsi in discesa, nei punti dove serviva dare un po’ di sollievo a chi trasportava queste pesanti balle di fieno, ma anche fascine di legna, sacchi di pigne, erba fresca per conigli e pietre da costruzione.

Molte di queste cataste sono al cospetto di suggestivi panorami o nelle vicinanze dei corsi d’acqua, dove rinfrescarsi e dissetarsi.

Spesso vicino au Posou, c’era un’edicola votiva dove per fede o per spossatezza ci si fermava.

E poi ancora dei piccoli ripari in pietra, che offrivano protezione dai temporali estivi, non per niente chiamati Trunee, che deriva da trun, tuono in dialetto. Toponimi e manufatti in pietra che ci ricordano di questa importante attività la fienagione.

Poche sono ancora erette, altre sono dirute e della loro presenza, restano solo dei muggi de prie.

Chi si trovava in ti Pre’ da Fen, zone prative, poteva trovar rifugio all’interno di questi igloo o baracche de Pria.

Quando i Truin, tuoni in lontananza minacciavano l’ arrivo di un temporale estivo.

Queste costruzioni, Trunee o Cabanin, servivano anche come ricovero di attrezzi, per le vivande e anche per i pernottamenti.

Questi angusti ripari, erano utilizzati dai tanti giovani, che d’estate avevano la possibilità di quadagnar qualche soldo, lavorando a giornata, durante il periodo della fienagione.

Nel compenso, era spesso compreso anche un pasto al giorno.

Il cibo era portato ogni giorno dai bambini figgiò e figge che salivano fino alle zone prative del Beigua.

Sono molti i racconti tramandati di persone e degli accaddimenti, che sono stati tramandati dal passa parola generazionale.

Sarebbe bello raccogliere e memorizzare, queste testimonianze, perchè non vada disperso quel patrimonio di lavoro e umanità, che furono le fienagioni grandi fatiche, sotto il sole, in quelle estati di molti anni fa.

Sono da visitare i Musei e le Esposizioni di Civiltà e Arte Contadina del nostro entroterra, come quello di Vara Inferiore, che espone antichi attrezzi, arredi, abbigliamento, vettovaglie, presidi sanitari, sistemi di illuminazione, minerali e foto ecc.nella canonica della chiesa di S.Giovanni Gualberto

Ringrazio per le informazioni sulla fienagione: Nonno Franco e Giampiero Minetto.