Quella Ringhea a Cantalù

Immortalata nella foto, un pezzo di quella ringhiera, della piazza di Cantalupo, dove nelle sere d’estate, erano appollaiati, zueni, zuenotti e figge, negli anni 80.

Bella e panoramica la piazza di Cantalupo, con al centro la chiesa di San Giovanni.

Cumme e farfalle in giu a un lume, arrivomu in te sta ciassa duvve gh’ean e belle figge de Cantalu`.

Era un ritrovo serale, scoperto nel nostro girovagare, in sella ai nostri roboanti ma poco prestanti motorini 50cc.

Le ragazze, tutte residenti a Cantalupo, avevano il permesso famigliare, di uscir dopo cena, a patto di restare nell’ambito della piazza di S.Giovanni.

A ringhea da Ciassa de Cantalu’ divento` così un appuntamento fisso, serale de zueni e figge in quelle estati dei primi anni 80.

Io e i miei amici del Sciu da Teiru, frequentavamo a Ciassa de Cantalù anche da neo patentati.

Avevo la 5cento e come tutti i possessori di quella scatoletta, anch’io avevo montato la marmitta Mille Miglia.

Il rumore che faceva, preannunciava il nostro arrivo, già dalla località dei Leoni.

Ma lo schiamazzo serale e il rumor di quelle marmitte aperte, finì per spazientire qualche ivi residente.

O forse erano più di uno quelli che, costretti dal caldo a tener le finestre aperte posticipavano il loro sonno a causa degli schiamazzi serali.

Quei nostri compaesani, fecero appello alle forze dell’ordine, per porre rimedio a quella fastidiosa adunanza de zueni da ringhea .

Fu così, che una sera arrivò a gran velocità con tanto di lampeggiante, la pantera dei carabinieri.

Era una vetusta Alfa Romeo Giulia Super, che dopo un’egregia carriera nella squadra mobile, era stata destinata come ultima spiaggia, prima della sua rottamazione, alla stazione carabineri di Varazze.

L’auto fece con un ampio raggio, tutto il perimetro della piazza, e si posizionò con il muso in direzione della strada che sale dal centro e che continua verso il Vignò/ Cruscetta, limitando così una possibile via di fuga.

I due carabinieri che erano a bordo, indossato cappello e bandoliera, iniziarono a chiedere i documenti, carta d’identità e di circolazione a tutti i proprietari dei ciclomotori presenti in piazza.

Io e i miei amici, fummo per puro culo risparmiati dai controlli, perché quella sera eravamo con la mia 5cento, che era parcheggiata in un posto auto della piazza.

Ma quella sera, l’obiettivo dei militari dell’arma, erano solo quei fastidiosi motorini, oggetto delle proteste di qualche abitante della frazione.

Negli anni 80, non esistevano motorini in regola con il codice della strada!

I due tutori dell’ordine, quasi si divertivano, quando arrivati al cospetto di un motorino evidentente “truccato”, chiedevano chi era il proprietario e poi di mettere in moto il bolide.

Il carabiniere smanettava l’acceleratore e il boato emesso dalla marmitta ad espansione era proporzionale all’ammenda che sarebbe stata comminata.

Furono sequestrate, alcune carte di circolazione e inflitte multe per mancanza di bollo, luci, clacson o altre difformità.

I controlli dei documenti andarono per le lunghe e venne meno l’apporto del residuo di luce solare in ta Ciassa de Cantalù.

A questo punto i carabinieri accesero quel grande faro, presente sul tetto della Giulia, per illuminare i documenti, depositati sul cofano motore dell’auto.

A poco a poco quella luce divenne sempre più fioca….

La batteria probabilmente già vetusta, si stava scaricando inesorabilmente.

Di questo inconveniente se ne accorsero i due militari, quando risaliti in auto, all’atto dell’avviamento, il motore fece solo un paio di giri e nulla più.

S’udiva solo il debole clik clak che faceva il pignone del motorino d’avviamento, quando l’autista di quella volante, girava la chiave per mettere in moto l’auto.

A niente servirono i successivi controlli, di chissà che cosa, fatti con le pile in dotazione, dai tutori della legge, nel cofano motore di quell’Alfa Romeo Giulia Super.

Il potente faro, tenuto acceso per molto tempo, aveva scaricato completamente la batteria d’avviamento.

Ci fu un silenzio irreale, ma una palpabile sete di vendetta, serpeggiava fra i zueni da ringhea, quando i due militi dell’arma, si misero a spingere la pesante auto per raggiungere la discesa verso Varazze.

Alcuni ragazzi platealmente si allontanarono dalla piazza, dimostrando la totale avversione verso quei due carabinieri.

Non ci voleva molto a capire il malumore che regnava in quei zueni da ringhea.

I militari dignitosamente, non chiesero l’aiuto di nessuno, ma era evidente lo sforzo che stavano facendo per spostare i 1200 kg di quella Giulia.

Nessuno di tutti quelli, me compreso, appollaiati sui tubi di quella Ringhea da Ciassa de Cantalu’, si prestò per aiutare i due carabinieri, che faticosamente riuscirono a spingere la Giulia, fino alla strada in discesa verso il centro città.

Restammo a guardare quella scena surreale, ma quando l’auto dei carabinieri, sparì alla vista, ci furono scene di giubilo, gridi e sfottò verso quella pattuglia di carabinieri.

Parole indicibili furono proferite all’indirizzo di quei militari, da chi era stato multato e qualcheduno passato indenne ai controlli, ringraziò S.Giovanni.

Ma perlopiù furono grandi risate de zueni e figge, in te quella seianna d’estè de tanti anni fa, viscin a quella Ringhea da Ciassa de Cantalù.

foto in b/n Archivio Fotografico Varagine.

U Ma Sciu da Teiru

Curiosità e dilemmi!

A fusce du Teiru in tu Pasciu, tantu tempu fa, se pescavan i luassi, se ciappavan e gritte e se rancavan i muscoli dai scoggi e i figgiò favan i verruggi!

Quanta Storia è passata ai piedi del Colle di S.Donato!

A metà dell’ottocento, fu costruita a Ciusa da Fabrica che divideva la località Muin a Vapure dalla località Bacino.

Convogliava le acque del Teiro e tramite un beu, in sponda destra, sottopassava la strada, all’interno del Cotonificio Ligure.

L’acqua faceva ruotare anche le macine di un mulino per farina, nella località oggi denominata, Case Fanfani.

Il beo, non più utilizzato, fu sepolto da ripetute discariche di inerti e se ne era persa memoria.

L’alluvione del 1 novembre del 1968, che raggiunse un’altezza e una portata da record, riporto’ alla luce questo manufatto, eliminando la terra di discarica che aveva occluso il canale.

Per noi bambini, fu un’altro posto da passatempi e giochi.

In quest’anno di siccità, il Teiro dau Muin a Vapure, già a metà giugno era completamente asciutto.

Anche la sorgente du Pisciuellin, ha interrotto il suo apporto d’acqua, che negli anni scorsi, aveva salvato il Lago dai Pelosi dal prosciugamento.

Lo squarcio nella diga, visibile nella foto, dove si forma la cascata, fu effettuato negli anni 70 con un martello demolitore, per evitare il ristagno dell’acqua, che formava u lago du Muin a Vapure.

Degli altri opifici, sono rimasti solo gli edifici in muratura e qualche residuo di impianto.

Questa zona in epoca medievale assunse il toponimo di Borgo Teri.

Duemila anni fa le onde del mare, frangevano sugli scogli dei Busci, dau Rissulin in località Parasio

Durante gli scavi per le fondamenta degli opifici, emersero grandi blocchi di pietra.

Erano le banchine del porto romano, quando questa zona del Sciu da Teiru, era il limite di una grande baia e nel Parasio c’era la foce del Teiro.

Gli anziani del Sciu da Teiru, Alessandro Risso e Robero Pelosi raccontano di grandi anelli in ferro infissi nelle rocce, andati perduti dopo l’edificazione di un muro di sostegno alla soprastante strada.

Un residuo metallico è incastonato nella roccia del Lago dei Pelosi

Una questione ancora insoluta è quella relativa alla viabilità romana, che scendeva dal Castrum, l’attuale Colle di San Donato.

L’Emilia Scauri arrivata nella zona, oggi denominata l’Ortu du Gnarin, dove si presume che ci fossero gli attracchi per imbarcazioni, proseguiva verso sud o quello era il suo naturale capolinea?

Attraversava oppure no, quel braccio di mare fino ad arrivare alle spiaggie di Ad Navalia dove erano allestiti i cantieri navali?

La grande baia al cospetto del Castrum romano duemila anni fa limitava l’estensione dell’arenile.

Domande o meglio curiosità che potrebbero trovar risposta, in quella zona alluvionale chiamata la Lomellina, fortemente ridotta all’epoca dei Romani, ma che molto probabilmente era l’unica battigia di Ad Navalia, dove c’era lo spazio sufficente per allestire delle imbarcazioni.

Servono studi di geologia e prelievi di terreno, per determinare la grandezza della baia, dove era l’approdo romano.

Può essere che l’attuale località Lomellina, fosse una grande palude.

A questo punto, molto probabilmente le imbarcazioni erano assemblate e riparate ai piedi del colle del Castrum, dove arrivava dall’entroterra, il legname da costruzione.

Il Teiro nel suo costante apporto di materiale alluvionale, nel corso dei secoli ha provocato l’arretramento del bagnasciuga, fino a formare l’attuale arenile della nostra città.

E’ possibile che preesistenti paleofrane, come quella che inizia a S.Anna e arriva a S.Pietro, hanno nei secoli, contribuito in modo significativo, a seguito di smottamenti e frane, ai depositi di inerti nel letto del Teiro, accelerando il processo di insabbiamento, di quella grande baia che frangeva le onde ai piedi del Colle di S.Donato .

Curiosità che diventano dilemmi!

Il Teiro completamente asciutto permette una bella escursione fotografica del grandioso muro che a valle della Ciusa sostiene le opere murarie di alcuni opifici.

Nelle foto si possono vedere le varie stratificazioni dei muri in pietra.

Si può notare la varietà incredibile del materiale da costruzione, dai cocci, ai marmi, alle pietre di tutte le fogge e tipologie.

Pietre di fiume e di recupero da demolizioni di precedenti manufatti.

Una parte di questo muro è uniforme e sembra costruito per sostenere una grande opera edile.

E quelle feritoie? Sostegni per le impalcature utilizzate per la costruzione di un ponte in pietra?

Potrebbe essere questa la base, di un’opera colossale, che con una campata di almeno 15 m, oltrepassava il braccio di mare in località Bacino?

Gli anziani del posto, per sentito dire dai loro avi, raccontano di una cianca, passerella, che univa il colle di S.Donato, nella zona della Grangia, alla zona du Simiteu Vegiu, cimitero vecchio.

Ingrandendo la foto della cascata, si vede un bel gruppo di anatroccoli

Nella grande buca scavata dall’acqua, si faceva sempre una buona pesca di pesci e di anguille.

Qualche decina di anni i ragazzini della zona, anche Alessandro e Veronica nel periodo estivo, quando il fiume stava per prosciugarsi del tutto, si mobilitavano, catturavano i pesci intrappolati in quella buca, per poi rilasciarli più a monte nel Lagu Scuu, grande tinozza, scavata dall’acqua nella roccia viva, che nessuno ha mai visto asciutta.

foto in b/n Archivio Fotografico Varagine.

Un Tigrottu a Vase

Sarebbe un atto di meccanica pietà, nei confronti di questo OM Tigrotto, dall’età presunta di almeno 50 anni, porre fine alle sue fatiche, per essere ricoverato presso un officina per un restauro totale o meglio come preferisco io, lasciarlo così come si trova, con tutti i segni del tempo a memoria della storia di questo mezzo meccanico, rimasto come unico esemplare di questi autocarri fabbricati dalla OM con nomi zoologici.

Bello conoscere la storia di questi mezzi, chi sono stati negli anni i proprietari di questo camion, qual’e` stato il suo utilizzo, i suoi pregi i difetti meccanici ecc.

Altrettanto suggestivi i racconti degli autisti, specie quelli “di linea” con autocarri superiori alle 20 t. che con poco più di un centinaio di HP a pieno carico, magari con l’aggiunta di un rimorchio, affrontavano, prima della costruzione della camionale, avventurosi viaggi nelle tortuose strade dell’appennino ligure con i mitici passi del Giovo, Turchino, Bracco o della Cisa.

Ricordo da bambino, quando di ritorno dalle giornate trascorse dai nonni, si incontravano gli autocarri che innestate le ridotte arrancavano lungo i tornanti dei Giovi.

Chi per sfortuna era in auto, accodato a quei mezzi pesanti, rischiava azzardati sorpassi, da effettuare, quando un braccio dell’autista, fuori dalla cabina, segnalava la strada sgombra e la possibilità del sorpasso.

Gli autocarri OM, avevano, per i modelli superiori, nomi mitologici e di animali feroci Tigre, Taurus, Titano, Ursus, mentre gli autocarri di taglia media avevano tutti nomi e nomignoli, di animali mansueti o cuccioli di animali feroci, Tigrotto, Leoncino, Lupetto, Cerbiatto, Daino, Orsetto, questi suggestivi nomi davano spesso origine a storielle a sfondo ironico visto l’ulteriore presenza in circolazione di altri mezzi motorizzati battezzati con nomi zoologici.

Una versione 4×4 dell OM Leoncino con motore a benzina era fornita all’esercito con il nome CL 51 in servizio fino agli anni 80,

Generazioni di soldati, con l’incarico da autisti hanno iniziato a fare le prime manovre alla guida di questi mezzi militari.

Alla Scuola Meccanici dell’Esercito e Conduttori Automezzi la famigerata SMECA della Cecchignola, raccontavano un’aneddoto storico che riguardava la guerra del Vietnam.

Quando la NATO l’organizzazione di difesa militare di cui l’Italia fa parte dal 1949, mise in preallarme un reparto di autieri dell’esercito italiano, per un’eventuale aiuto all’alleato americano, impelagato in Indocina.

Questo reparto era stato scelto vista la sua dotazione di CL51 un autocarro scelto, per la sua manovrabilità e affidabilità, destinato al trasporto di materiali in zone impervie.

Ma non se ne fece più nulla gli Stati Uniti, posero fine ad una guerra inutile e dal tragico bilancio di vite umane.

U Scoggiu Scciapò

Tratto da “Olio di Oliva e Cotone” di Martini Giovanni.

Tutti quei manufatti, baracche e rimessaggi, opere provvisorie/definitive, costruiti, disordinatamente a ridosso della spiaggia, nei pressi del porticciolo, furono qualche anno dopo, uno dei tanti pretesti, per avvalorare la costruzione del nuovo porto.

E’accaduto lo stesso, nei confronti degli edifici, ex cantieri navali, ex deposito del gas, ex conceria e l’ex Piombo abbigliamento, già Varauto.

Ultimi simboli di un passato operoso della nostra città.

Ma per quelli con la memoria corta o che non sanno che questa zona di Varazze, ha sfamato generazioni di nostri concittadini, quelle aree dismesse, erano cinicamente considerate un brutto biglietto da visita, per chi arrivava in città proveniente da Savona.

Serviva avere un pò di senso di apparteneza, l’orgoglio del nostro passato manifatturiero e pretendere un uso pubblico di quelle aree.

Forse serviva una petizione popolare o rispettare la volontà dei cittadini, con un referendum.

Ma si sa come vanno a finire queste cose, sempre il solito clichè.

Il degrado di una zona industriale è una situazione voluta, propedeutica per l’avvallo, anche popolare, di un’altra cementificazione, in questo caso denominata “riqualificazione del retro porto”

A mio parere in un’area cosi’ strategica per la città, e in un ottica di diversificazione dell’offerta turistica, si poteva far ben altro, creare degli impianti sportivi e un’area per manifestazioni, ben raggiungibile dalla vicina stazione ferroviaria.

Da tempo abbiamo perso anche il campo sportivo Pino Ferro, per uno squallido parcheggio camper, un giovane che oggi vuole giocare a calcio, deve sobbarcarsi un disagevole e come tutti i viaggi, oggi anche pericolosi, fino alla località Natta nel comune di Celle.

In tanti a Varazze hanno rinunciato a tirar due calci ad un pallone.

Ben altro aspetto aveva l’area portuale, negli anni 70.

Una spianata in terra di riporto, all’entrata della zona del porticciolo, delimitava con una ardua scarpata, l’arenile e fungeva da parcheggio per le auto.

Partendo dalla spiaggia si poteva raggiungeva il culmine di questo cumulo, percorrendo un ripido sentiero.

Qui a lato del parcheggio ,nel periodo estivo, c’era un grande chiosco bar, e all’ombra di un telo si poteva mangiare l’anguria.

In direzione del centro, c’era ancora il residuato bellico, del massiccio muro antisbarco costruito dalla TODT, che separava la via Aurelia dalla spiaggia e da un grande deposito di imbarcazioni di tutti i tipi con la sede dell’Associazione Pesca e la Lega Navale.

Alla fine di quei lunghi pomeriggi passati a spiaggia, si raccoglievano “i muscoli” tra gli scogli del molo grande, quello verso il mare aperto.

Non serviva niente nè maschera nè pinne.

Le colonie di mitili, crescevano sotto ad un palmo d’acqua, attaccati alle grandi pietre frangi flutti.

A volte per prendere gli esemplari più grandi,si andava sott’acqua e per avere le mani libere, i muscoli raccolti erano infilati nella parte posteriore del costume.

Roberto della grande famiglia dei “Fratin” vicino di casa, era il mio compagno in queste giornate di mare.

Eravamo neri, bruciati dal sole e bianchi di sale.

I mitili negli anni 70 erano parte consistente dell’habitat marino, antistante la nostra città, crescevano in fretta, ogni scoglio ospitava delle vere e proprie colonie.

Oggi invece quelle grandi masse nere di molluschi e le praterie di posedonie sono del tutto scomparse perché?

Sitoricamente si associa la scomparsa delle cozze, con l’entrata in funzione del depuratore.

Ma sembra che la vera causa sia l’acidificazione del mare a seguito della grande quantità di CO2 sciolta in acqua e del costante aumento della temperatura media dell’acqua di mare, questi fattori indeboliscono i filamenti che tengono ancorate le cozze agli scogli.

Io aggiungo anche il grande uso di detergenti, diserbanti e solventi, che inevitabilmente alla fine del loro ciclo di utilizzo finiscono tutti in mare.

Con la scusa di far cuocere i muscoli, si accendevano dei falò in spiaggia, il sole stava ormai calando e si creava un’atmosfera particolare.

Quelle due o tre ragazzine, che dopo tanto insistere e a seguito di una telefonata a casa per autorizzazione, si erano fermate per assaggiare i molluschi alla luce del falò, alle prime ombre della sera, dovevano rincasare.

E così finita la mangiata, si restava fra amici a riordinare, pulire e gettare nel bidone della rumenta i residui di combustione e i gusci delle cozze.

Come ci aveva ordinato, l’arcigno Moresco dei Bagni Torino che arrivava sempre alla vista di un falò acceso sulla spiaggia e scrutava tra quei volti illuminati dalle fiamme chi erano gli autori di quel rogo.

Sporchi di cenere e odorosi di pesce, si finiva la serata con l’ultimo tuffo in mare.

Questa volta non c’erano i genitori a pretendere le canoniche 3 ore, prima di un’altro bagno !

La zona di arenile dove erano i Bagni S.Giorgio e Torino, le cabine e ombrelloni delle suore, il Cantiere Proto, le società Pesca Sportiva la Lega Navale, baracche e rimessaggi e la più bella spiaggia libera della città, furono fagocitate dal nuovo porto.

Molte di quelle imbarcazioni, alcune abbandonate in quel tratto di spiaggia libera, furono rottamate insieme a quell’anarchica baraccopoli, il cantiere e le associazioni trovarono posto nella nuove strutture portuali.

Ricordo durante i lavori del costruendo nuovo porto, la torma di aspiranti “geometri” gli “umalet”, pensionati e nullafacenti, tutti schierati lungo il marciapiedi, che come un’anfiteatro sovrastava il cantiere.

Un mio ex collega, fresco di pensione, mi confessò la sua delusione, quando a voce alta diede un buon consiglio, ad un tecnico, intento a riparare un macchinario, costui si avvicinò a quel gruppo di spettatori e con parole colorite mandò a quel paese, l’autore del buon consiglio……..

Da utente viario, per molti anni pendolare, in direzione Savona, speravo che con i lavori del nuovo porto, fosse eliminata quella doppia curva della via Aurelia con strettoia, du Scoggiu Scciapò, soprastante l’area portuale, già teatro di qualche incidente purtroppo uno anche mortale.

Mi illusi, quando vidi demolire quel blocco di grettin, conglomerato, il famoso “scheuggio scciapò”immortalato in tante foto d’epoca.

Pensavo ingenuamente, che in occasione di un’opera così invasiva, come l’ampliamento portuale, fosse demolito quell’ingombrante blocco di pietra, per allargare ed eliminare quella doppia curva stretta e pericolosa.

Niente di tutto questo!

Il blocco di conglomerato, fu eliminato, ma solo per realizzare una strada di servizio per i sottostanti parcheggi della zona portuale!

Ancora oggi, quando due mezzi pesanti, arrivando in senso contrario di marcia e si trovano in contemporanea, in prossimità di questa curva, devono accordarsi a gesti, per stabilire chi deve passare per primo!

Questo racconto finisce qui, con la luce di quel falò acceso molti anni fa da un gruppo di ragazzini su quella spiaggia, dove abbiamo lasciato le nostre impronte, dove abbiamo riso, scherzato, incontrato gente conosciuto amici.

Dove mio papà mi insegnò i primi rudimenti del nuoto, sorreggendomi nell’ acqua, dove non si toccava il fondo, e pronto a ripescarmi quando ero in difficoltà.

E cosi ha fatto per tutta la sua vita, ci ha sempre aiutato, con un gesto, una parola un sorriso.

Io ho avuto la fortuna di vivere, crescere vicino a lui e di restargli accanto, fino alla fine dei suoi giorni.

Mi piace pensare, che lassù, sulla collina, dove ora sta riposando, guardando verso il mare, cerchi con lo sguardo e ci riveda, pronto, a aiutarci ancora, in ogni circostanza, come in quelle lontane, felici giornate al mare.

Ciao papà.

U Tesou de Roccaguardioa

L’Albero della Libertà

Nei primi giorni di aprile del 1800, tutto il nostro entroterra, fu coinvolto e sconvolto dai combattimenti fra le truppe francesi di Napoleone e quelle dell’alleanza austro ungaro-piemontese.

I resoconti delle battaglie ingaggiate tra i due eserciti, sono ben documentati negli archivi storici, ma anche sul web.

Questo racconto, evidenzia un aspetto comune di tutte le guerre, i saccheggi.

Il generale Massena, geniale generale nizzardo, sotto il comando di Napoleone, nella seconda Campagna d’Italia, era un fautore della guerra di movimento, dove l’esito di ogni battaglia poteva essere determinato dal prevedere e precedere rapidamente le mosse del nemico.

Questo, era reso possibile da un continuo controllo del campo di battaglia e delle vie di comunicazione.

Massena stesso effettuava a costo e a rischio della propria vita il sopralluogo del territorio oggetto della battaglia.

Durante la battaglia di Munte Crusce di Castagnabuona avvenuta i giorni 9-10 aprile del 1800 Massena, di ritorno verso le sue postazioni, provenendo dal rian Rianellu, dopo aver ispezionato il versante ad occidente dei Favari, arrivato dalla chiesa di S.Roccu. si accorse che la corda della campana, penzolava fuori dal piccolo campanile a vela.

Al generale bastò questo strano particolare, per intuire che gli abitanti del posto, avevano suonato la campana per inviare dei segnali al nemico.

In preda alla collera, ribattezzò la borgata con il nome di Castagnamarcia!

Ma questa non era una novità, tutta la chiesa e il clero, erano nemici giurati dei francesi e soprattutto del loro capo, Napoleone Bonaparte, che era considerato, alla stregua del demonio, perché aveva osato confiscare i beni della chiesa, mettendo così in pericolo il suo potere temporale.

I credenti, aizzati dai sacerdoti, non esitavano a segnalare la presenza delle truppe francesi, tramite il suono delle campane, degli innumerevoli campanili, presenti nel territorio della nostra città.

Il Santuario di Nostra Signora della Croce, occupato usato come dormitorio e ospedale dalle truppe di Massena, fu sconsacrato.

Per tutta la giornata del 9 e del 10 aprile, presso il Munte Crusce, si susseguirono attacchi degli austriaci e contrattacchi francesi.

Al comando del 63° fanteria, al termine della giornata, Massena aveva comunque consolidato la sua posizione sul Monte Croce e affidò la bandiera del reggimento ai suoi uomini, ricevendo la promessa, che mai gli austriaci sarebbero riusciti a conquistarla, rincuorato dal morale dei suoi uomini, Massena alle ore 17.30 insieme all’aiutante, un capitano, un luogotenente e due soldati si dirige verso u Briccu de Furche.

Sul Bricco si aveva una bella visione della Valle del Teiro e du Malacqua e dell’anfiteatro del Beigua, per scrutare le mosse dei nemici.

Salito sul Briccu de Furche scorge un lontano passaggio di truppe.

Convinto che fosse la brigata del colonello Sacqueleu, che doveva prendere alle spalle il nemico, lungo la direttrice, Briccu de Furche, munte Sucau, si affida ad un pastore, incontrato sul posto come guida, per la ricerca di questo reparto francese.

Ma il pastore, male informato o forse per partito preso, indirizzò Massena e i suoi uomini in bocca al nemico, che era accampato poco distante in località S.Martin.

In soccorso del generale, arrivano tempestivamente, sette granatieri francesi, che si trovavano “per caso” in zona durante una “maraude” ovvero un’operazione di saccheggio e di furti a danno delle popolazioni locali.

L’incontro avvenne nella zona du Maegua, sotto Roccaguardioa tra u Curno` e u Briccu de Furche.

Massena non ha tempo per indagare, d’altronde questi granatieri lo hanno appena salvato da sicura cattura e si dirige, verso l’Arpiscella, dove si trova il grosso della brigata di Sacqueleu presso il munte Greppin.

Massena è visibilmente in collera, probabilmente l’intera brigata si è data al saccheggio della zona, invece di dar manforte ai suoi assediati sul Monte Croce.

Massena chiede spiegazioni a Sacqueleu, del perché non fosse intervenuto contro gli austriaci.

Il colonello cerca di discolparsi, ma inutilmente, al calar del sole di fronte a tutti i suoi soldati viene degradato e ridotto al rango di soldato semplice.

A questo punto Massena, prende il comando della brigata e scende a Varazze, mettendo in fuga e inseguendo una colonna di austriaci, verso Cogoleto, erano le ore 22 del 10 aprile del 1800.

Ma il giorno dopo, l’11 aprile, cambiarono le sorti della battaglia e Massena, dopo uno scontro ai Piani di S.Giacomo, è costretto alla ritirata nella città di Genova

Le operazioni militari continueranno poi con la strenua difesa, durante l’assedio de Zena.

Forse furono gli esiti di quella maraude, la causa di uno strano e misterioso fatto, avvenuto a metà dell’800 au Pei.

U Tesou de Rocca Guardioa

Nel periodo estivo, arrivavano in città e nelle frazioni di Vase i “careghitti” diminutivo affibbiato agli impagliatori di sedie, sempre gli stessi che arrivavano dal Piemonte, per rivestire le sedute delle sedie, ed erano soliti, finita la giornata di lavoro, passare la notte in una casa/ magazzino al Pero.

Un giorno però, sparirono alla vista, abbandonando anche i loro attrezzi del mestiere.

Ci fu chi raccontò di aver visto, nottetempo, la direzione da loro presa e appena fatto giorno, cercò di rintracciarli, nel folto dei boschi, in direzione del Maegua, Briccu de Furche.

Li sorprese nei pressi di Roccaguardioa, intenti a scavar buche e a prendere delle misure contando i passi, partendo da un albero secolare in mezzo a una zona prativa, gli scavi portarono alla luce vecchie pentole arrugginite.

Ritrovate poi vuote del loro contenuto e di questi uomini da quel giorno nessuno ebbe più notizia.

I careghitti avevano recuperato le monete, i preziosi e altri oggetti, qui seppelliti.

Probabilmente erano il frutto di quelle “maraude del 9-10 aprile del 1800.

Ma una parte di quel tesoro, era senz’altro proveniente anche da altri scenari di saccheggi, avvenuti nella nostra regione.

E una quota della “spartizione del tesoro” sarà stata elargita a qualche nostro compaesano, presente e prestante aiuto, durante gli scavi per il recupero del bottino di guerra.

Ma questo non lo sapremo mai!.

Forse a seppelire quel tesoro, erano stati proprio quei sette granatieri che salvarono la vita a Massena e chissà quale sarà stato il loro destino, dopo aver trafugato e occultato quell’esito di scorribande e depredazioni .

Solitamente quando qualcosa arrugginisce, restando troppo tempo sottoterra, nella vana attesa di essere recuperato, significa solo una cosa, la menomazione o la morte di chi lo aveva seppelito.

Ma allora chi dei careghitti, e sopratutto, come, era venuto a conoscenza di quel luogo di sepoltura, magari descritto e dettagliato sopra una mappa?

Con il senno del poi, oggi, meglio sarebbe stato, se quei beni trafugati con la minaccia, violenza o con la morte dei proprietari, per i contadini il frutto di una vita di sacrifici e di lavoro, fossero restituiti ai legittimi proprietari o a godimento delle comunità depredate in quelle campagne napoleoniche.

E invece furono predati, una seconda volta, da una categoria già attiva nell’800 quella dei furbi/opportunisti.

Il fenomeno dei saccheggi durante le campagne napoleoniche in Europa, fu un “male necessario” che ricompensava in certo modo, i soldati della grande armèe.

Napoleone inflisse alcune severe/simboliche punizioni, agli artefici di questi reati, ma non riusci’ o non volle, porre fine a questo fenomeno.

Il bottino era in gran parte trafugato dalle case dei nobili o nelle Chiese.

Le razzie compiute nel nostro povero entroterra, erano solo alla ricerca di cibo e di animali da trasporto e traino o per carne.

Altri detti popolari, raccontano che il tesoro di Roccaguardioa, fosse stato nascosto lì, da ricchi possidenti, per paura di essere depredati dai soldati, che in quei giorni scorazzavano nel territorio della nostra città.

Ma perchè sotterrare monete e preziosi proprio in quel luogo e come mai quel tesoro non fu più recuperato?

C’è molto scetticismo su questa vicenda.

Come per altri racconti tramandati dal passato, anche questa può essere una storia realmente accaduta, ma ingigantita e modificata , fino a farla diventar una favola.

E ancora c’è chi dice che qualcosa sarà ancora seppellito sui nostri monti, sul monte Beigua dove i due eserciti si contrapposero in sanguinosi scontri e il monte Sciguello?

Dalla inconfondibile sagoma, dove stranamente stazionò per un paio di giorni la brigata del Sacqueleu.

Che cosa c’era di così prezioso, da trafugare in quella zona?

Tanto prezioso, da rischiare la pena di morte, disubbidendo gli ordini del Massena?

E quanto c’è di vero nella storia dell’asino d’oro di Napoleone?

Quell’asino che avente sul dorso un prezioso carico di oro e preziosi, scappò al controllo del suo conduttore, mentre le truppe francesi si acquartieravano ai Piani di S.Giacomo.

Fu poi ritrovato ma privo di quel carico di oro e preziosi.

Saccheggi e stupri, erano effettuati anche dagli eserciti amici, nei confronti delle popolazioni locali.

All’Alpicella si è persa memoria dell’erbu tedesco, una pianta dove era stato seppellito, un soldato austriaco, sorpreso e ucciso dai contadini, durante un tentativo di furto o di violenza.

Ma a renderere verosimile questi racconti di depredazioni e occultamenti, fu il ritrovamento di un gruzzolo di monete d’oro, nei pressi de Munte Crusce effettuato qualche anno fa, tramite l’utilizzo di un metal detector.

foto b/n Archivio Storico Varagine e dal Web.

Beneitu u Cuin-a (ultima parte)

Oggi ho cercato Beneitu u Cuin-a, per telefono, avevo da chiedergli ancora alcune cose da inserire in questo racconto, gli ho chiesto quando potevo vederlo, senza recar troppo disturbo, lui mi ha risposto con il suo bell’accento zeneise, “Quandu ti o” e allora dopo mezz’ora, arrivo da lui questa volta non a casa di Marino ma in un’altra bella abitazione la casa del secondogenito Serafino, sempre a Casanova.

Beneitu è un fiume in piena, ha la memoria buona mi racconta dei suoi inizi di lavoro, con dovizia di particolari, quando possedere il libretto di lavoro era una conquista, perchè finalmente potevano essere versate le marchette per la pensione

Gli inizi di quello che fu il lavoro della sua vita, l’autista, fu con il mitico Dodge du Beigua, l’autocarro militare, lascito americano alla fine della seconda guerra mondiale.

il camion fu il primo veicolo a motore, che arrivò sul Beigua, passando da Piampaludo, attraversando la faggeta, perchè servivano alberi robusti, dove agganciare il cavo dell’argano, per superare acclivi pendii o togliere d’impaccio il mezzo.

Il Dodge fu guidato da Beneitu, qualche anno dopo, durante i lavori per la linea elettrica del Cotonificio.

Fu usato ancora per alcuni anni, nella zona Alpicella/Beigua/Piampaludo per trasportare terra e pietre, l’autocarro aveva dei consumi di benzina spaventosi e in seguito fu alimentato anche con due bombole di gas.

Lunghissimo l’elenco dei camion guidati da Beneitu, oltre al Dodge, il primo fu un Fiat 34.

L’Esa Tau della Lancia, detto il musone.

Per molti anni il Fiat 82, a suo parere il miglior camion.

Il super Orione dell’Om poi vari Tigrotti e Leoncini, sempre OM

e un Fiat il mod.42.

Lavorò per il corriere Rapido di Fabbriche di Voltri, e per alcuni anni anche in Sardegna, poi fu la volta di una ditta di trasporti di Padova, fece l’autista per la Stoppani e poi per la ditta Patrone di Cogoleto, nel 1971 entrò nella Tubi Ghisa poi Italsider.

Cogoleto, era dopo la città di Genova, il comune della provincia con il più alto numero di occupati, nel settore industriale in questa città rappresentato con tutte le sue specificità, Metalmeccanico, Chimico, Navale, Edile e della Sanità.

Con una stima verosimile, erano circa 4000, negli anni 70, le persone che trovarono lavoro a Cogoleto, anche provenienti da Varazze e Arenzano.

Mio papà lavorava alla Tubi Ghisa.

Stipendi regolari, tredici mensilità e concrete prospettive per il futuro, come quelle di formare una famiglia, crescere far studiare dei figli e comprare una casa.

Chiedo ancora a Beneitu, qualche notizie della Maluea, dove al nostro arrivo domenica scorsa, passati pochi minuti, si sono materializzati con un veloce passa parola, molti componenti della grande famiggia Ciungiu, nevi, nevetti, figgi da lalla e du barba ecc. ecc., tutti ben felici della visita di Beneitu alla Maluea.

Beneitu mi elenca tutte e cinque le famiglie Piombo, presenti in questa borgata e i legami parentali, impossibile per me ricordarli tutti.

Eravamo andati all’Isulun, dove c’era la fornace, l’edificio è ora riadattata ad uso abitativo e un cancello ne vieta l’ingresso, della grande filovia, restano ancora i segni dei basamenti dei piloni.

Si era parlato in auto dell’Impresa Pesce, nominiamo alcuni nomi di persone conosciute, e come non ricordare con simpatia u Carlettu.

Chissa se u l’è in ca?

Arrivò a Pre Zanin ghe vo pocu, Anche qui si fa tappa a salutar dei conoscenti, poi ecco lì Carletto, in piena forma!

Ci accoglie a casa sua, con la sua solita energia e quel suo vocione inconfondibile è contento di aver rivisto Beneitu, ci fermiamo a parlar con lui per almeno una mezzora.

Siamo alla fine di questo mio colloquio, Beneitu chiede qualcosa al nipote Francesco, indaffarato con il tagliaerba, poi mi parla dell’altro suo nipote Marco e mi dice “ Te vistu quantu u l’è ertu?” poche parole bastano, per capire l’affetto, che lega Beneitu ai suoi nipoti e alla sua famiglia.

Vorrei chiedergli ancora tante cose ma ancora una volta si è fatta ora di cena.

Vorrei chiedergli ancora qualcosa del periodo di guerra di parlarmi di quel periodo, ma la domanda l’avevo già fatta in precedenza e la sua risposta era stata, dopo averci pensato un po’ “Na brutta cosa a guera”

Beneitu u Cuin-a ( terza parte)

L’ex casa dei Piombo alle Ciase è ben visibile, quando di ritorno dai Cien du Desertu, si scende la tortuosa e stretta strada, sempre obbligati ogni tanto, a far manovra in curva, a Ca de Ciase nel corso degli anni è stata rimaneggiata e ristrutturata, anche qui sono visibili le iniziali di Paulin Pesce, il papà di Piero Pesce mio zio

In questa casa, in cima al mondo è nato Beneitu, cresciuto insieme ai suoi fratelli e sorelle, in questo panoramico posto, tanti ricordi famigliari di lavoro, e fatica.

I ragazzini erano partecipi delle attività agricole, di allevamento e della filiera del legno, indispensabili, per sgravare il duro lavoro dei campi e nei boschi, per accudire gli animali, i fratelli minori e far le faccende domestiche.

C’erano anche momenti di convivialità, di passatempi, giochi, scherzi e risate fra fratelli e sorelle, anche di singolari accadimenti, come il raggio della Lanterna di Genova, che entrava dalla finestra di quella casa, in cima al mondo e illuminava ciclicamente per un attimo i letti dove dormivano i bambini e che serviva alla mamma, per controllare che tutto fosse a posto.

Beneitu era uno degli ultimi arrivati, in quella famiglia e come da prassi consolidata, erano i fratelli maggiori, che dovevano accudire quelli più piccoli, ma si sa la voglia di giocare era sempre tanta e allora, per non perder neanche un minuto di gioco, fu legata una corda alla culla di Beneitu, passante dalla finestra per farla dondolare, cosi facendo i fratelli maggiori, potevano cullare il pargoletto, senza interrompere i passatempi nel cortile di casa!

Ma uno strattone dato in malo modo, provocò il ribaltamento della culla, i fratelli spaventati dal forte tonfo, proveniente dalla camera da letto, corsero in casa, dove era Beneitu, ma furono terrorizzati da quello che videro….. la culla era capovolta e nessun segno di vita o di pianto, proveniva da sotto il materassino, che nascondeva alla vista il loro fratellino, pensarono al peggio, ma quando rivoltarono culla e giaciglio, scoprirono che Beneitu, stava serenamente dormendo e non si era accorto di nulla!

Lasciamo le Ciase e la Valle del Rio Eguabunna e ci dirigiamo verso la località Maluea, in direzione di Cugou, a sinistra poco prima de Pre Zanin.

L’Isulun è una zona della Maluea, poco oltre il centro abitato di Sciarborasca, così denominato, perché delimitato da due corsi d’acqua, dove è presente un affioramento di tufo, utilizzato negli anni 30, per la fabbricazione dei mattoni.

Nella fornace, la polvere era macinata e impastata con l’acqua, colata negli stampi e resa allo stato solido, tramite un forno a legna.

Serviva una quantità infinita di questi mattoni, per il costruendo Uspiò, fu geniale la soluzione escogitata, per il trasporto dalla fornace, fino alle edificazioni in corso d’opera all’interno del parco de Pre Zanin, effettuato tramite una teleferica attiva fino al 1935 con l’ultimazione del padiglione n°22.

L’Ospedale Psichiatrico era una vera e propria città autosufficiente, al suo interno vi erano circa 3000 persone, tra degenti, personale infermieristico, medico e lavoranti.

Sparsi in un’enorme area con 22 padiglioni, una fattoria, con una grande stalla e 35 capi di bovini che fornivano latte e carne, e altri animali domestici conigli, galline e non mancavano maiali e tacchini, alcuni appezzamenti di terreno erano a scopo agricolo con varie colture stagionali, in queste attività erano impiegati anche i degenti, che avevano il permesso per lavorare.

La famiglia Piombo forniva fieno e paglia per gli animali

Beneitu mi parla della disperazione, che regnava in quei padiglioni.

Leggendo sul web i fatti di cronaca accaduti in passato negli Ospedali Psichiatrici, si ha la percezione di un dramma nazionale, mai fino in fondo indagato, oggi si potrebbe rendere, anche se tardiva, giustizia, raccontando le storie dei molti ricoverati, con lievi patologie, oggi curabili, abbandonati dalle loro famiglie e precipitati nell’abisso della pazzia.

Anche casi di false diagnosi psichiatriche, per questioni di eredità o di bambini qui abbandonati in condizioni di inedia, per fame o malattie.

C’era chi era ritornato dal fronte e ricoverato a seguito di una qualche patologia psichica a seguito dei traumi subiti in battaglia, chiamati scemi di guerra.

Ma ci fu anche chi si finse malato, per evitare una sicura morte in guerra.

Ma Prato Zanino era anche una grande azienda agricola, che vendeva i suoi prodotti, dove i degenti erano inseriti nel mondo del lavoro, integrati e partecipi.

Fare un’attività fisica li distoglieva dai loro problemi psichici.

Finchè l’Ospedale di Prato Zanino era in funzione i malati erano curati e sorvegliati.

La scelta di chiudere Prato Zanino e di vendere alcuni padiglioni e di ristrutturarne altri, da immettere nel mercato immobiliare, fu fatta per ripianare il debito della Sanità Pubblica.

Ma le conseguenze di queste drastiche scelte, ricaddero sui pazienti, che ancora oggi non hanno una sistemazione definitiva, alcuni di loro, a seguito del trasferimento in altre strutture, si suicidarono

Sorsero come funghi società religiose/private, che accolsero questi malati e chissà se sono diminuiti i costi della sanità pubblica.

Ex manicomio Pratozanino: una gestione fallimentare dell’assistenza psichiatrica

Forse da rinchiudere in un manicomio,come disturbato di mente, era chi dichiarò da un balcone una guerra d’aggressione, già persa in partenza, lo stesso che mandò al massacro migliaia di italiani per poter spartire i bottini di guerra.

I morti ci furono, anche quelli di una guerra civile, dopo la resa dell’Italia dell’otto settembre.

Molti non ritornarono più dalla Russia dall’Africa e dalle acque del Mediterraneo, come Giuseppe Piombo fratello di Beneitu, disperso a seguito dell’affondamento, nel canale di Sicilia dell’incrociatore leggero, Giovanni delle Bande Nere.

Nelle piazze di molti comuni compreso quello di Varazze non hanno mai messo i nomi, di coloro che persero la vita a causa di un folle regime di terrore morte e di distruzione che governò per vent’anni il nostro paese.

Forse per vergogna ma anche perché si doveva dimenticare tutto alla svelta, finita la guerra già c’era un nuovo nemico la Russia il cui popolo, aveva pagato il più alto tributo con 26 milioni di morti civili e militari, per liberare l’Europa dal nazifascismo.

Beneitu u Cuin-a ( seconda parte)

Beneitu, ci indica il vecchio mulino, in località S.Anna, dove dalle località limitrofe e da Sciarborasca portavano il grano a macinare.

Qui inizia quella parte di territorio, chiamata Isola del Deserto, delimitata dai rii Malanotte e Serra, dove è stato edificato l’Eremo, la confluenza di questi due corsi d’acqua prende il nome di torrente Arrestra.

Si prosegue in discesa e oltrepassiamo il bel ponte, che da qualche anno, sovrasta l’Arrestra, finalmente guadabile, anche quando il torrente è in piena.

In località Bossaea, nel grande prato davanti alla casa colonica, un tempo coltivato ad ortaggi, ora pascolano le mucche, a seguire u Rian de Crevaeixi e u Briccu da Biscia, dove una stradina conduce ad un’abitazione.

Beneitu racconta che lì, in quella casa sperduta, ci viveva una donna, chiamata a Biscia, lei e le sue progenie, per sempre saranno i figgi da Biscia, u neu da Biscia ecc.

Siamo in località Mungiarina, dove dall’Arrestra si diparte u Beo de S.Giacomo

Il comune di Varazze, termina in questa zona, il limite territoriale è evidenziato da alcune telecamere di vigilanza stradale.

Siamo in località Bambuggiu, qui c’è un grande sbarramento, una diga oramai completamente interrata, da dove inizia la condotta in galleria, ancora integra, che portava l’acqua au Mulinetto e lì serviva dei frantoi, per la ghiaia e alcuni opifici, tra cui la Gamma, che produceva contenitori in banda stagnata e la fabbrica della Biacca, già di proprietà Stoppani.

Il beo continuava fino alla proprietà Nasturzio, questo è il nominativo oggi di un grande parco a uso pubblico della città di Cogoleto.

In alto, non visibile dalla strada u gh’è a Pria du Baggiu.

Il rio Eguabunna, si immette nell’Arresttra nei pressi di un altro ponte anche questo di recente costruzione.

Questa struttura permette l’attraversamento in sicurezza di questo rio, che nasce dalla sorgente, du Nasciu, ma che diventa un vero e proprio torrente in piena, capace di trasportare a valle grandi massi, quando dopo un abbondante acquazzone, raccoglie le acque, provenienti dau munte Grossu e dau Sciguellu.

La strada ora è in salita, in basso, si intravvede un’abitazione, sovrastata dalla località dei Grettin e a destra l’agriturismo Mungiarina e in basso la borgata della Lamberta, dove l’Arrestra compie una serie di curve e forma un lago, un tempo meta di bagnanti da sciumme.

La Lamberta, estrema località del comune di Varazze, è raggiungibile anche dai Piani di S.Giacomo.

Si arriva in vista di Sciarborasca, con il prato dell’Anriga e Ciappe d’Ursu.

Lo scopo ufficiale di questo tragitto è quello di andare a vedere l’ex fabbrica di mattoni, de tufiu, in Località Isulun.

Ma arrivati al bivio Sciarborasca/Cugou, Marino fa una sorpresa a suo papà e si dirige verso il centro di Sciarborasca, per andare in te Ciase, dove la famiglia Piombo Bernardo e la moglie Zunino Benedetta, abitarono dal 1923 al 1939, tiando scu na niò de figgi, Caterina, Giuseppe, Vincenzo, Giovanni, Bruno, Gemma, Benito e Giselda.

A famiggia Ciungiu, soprannominata i Cuin-a, perché provenienti dalla Costa o Cuin-a, de Ciampanu’ la collina di Piampaludo.

Oltrepassiamo la chiesa di S.Ermete, passiamo davanti al ristorante Ciarin, poi la località Mascee e Tuccio, qui arriviamo alla vista spettacolare, dei ripidi pendii a tratti terrazzati, del sovrastante monte Sciguello e si ha una inquietante, ma bella vista verso il fondovalle, del rio Eguabunna, in direzione della confluenza con il fiume Arrestra.

A guerra terminata, iniziarono i lavori per la costruzione della strada delle Ciaze, il progetto iniziale, prevedeva il congiungimento, con la carrabile dell’Eremo/Muraglione, ma non fu mai ultimata.

La direttrice Sciarborasca/Eremo/Muraglione fu percorsa, dopo il 25 aprile del 1945, da reparti della 5 armata americana impossibilitati a proseguire in direzione di Varazze, per la distruzione del ponte Portigliolo della via Aurelia, fatto brillare dai nazifascisti in fuga.

In località Persico, un bel ponte, in pietra ad arco, sovrasta il rio Equabunna, fu costruito, da un reparto di alpini, con la collaborazione, di alcuni componenti della famiglia Piombo.

Oltrepassato il ponte, la strada si fa molto stretta, sale ancora e segue il contorno degli acclivi pendii del monte e in proporzione, aumenta anche l’altezza del precipizio alla nostra sinistra.

Oltrepassiamo il Rian de Ciaze, dove Beneitu, ci fa notare una piccola vasca, per la raccolta dell’acqua, dove lui ha imparato a nuotare.

La strada è molto tortuosa, con alcune curve a gomito, Marino è costretto a far manovra, ancora nomi di altre località mentre si sale, a Castagnassa, u Tucciu, Fossa di Erbui, Rocca di Gatti e Rocca da Sera, si arriva ai Cien du Desertu, un bel pianoro, dove ci sono un paio di abitazioni.

Alcuni cani e due oche, ci vengono incontro a testa bassa con aria minacciosa, meglio non scendere dall’auto!

Prima di arrivare ai Cien, Beneitu ci indica un sentiero che conduce ancora più in alto, au Baraccun, nella località le Tre Fontane, di proprietà della famiglia Piombo, edificato nel 1924, l’anno di costruzione e Paulin Pesce, il costruttore, è ricordato con le sue iniziali, evidenziate nel mosaico di marmi all’ingresso.

Archivio Storico Varagine 13 giugno 1944

Qui Beneitu assistette all’incursione aerea con il bombardamento di Varazze, del 13 giugno del 1944.

Vide il fumo delle esplosioni e le alte colonne d’acqua, da lui chiamate, acetileni, delle bombe esplose in mare.

Qualche anno, dopo Beneitu, nel 1951, in una festa all’aperto a Urbe S.Pietro, chiese il permesso di un ballo a una signorina, di nome Albina Siri.

Quella sera, conobbe la donna della sua vita.

Qualche tempo dopo gli fu raccontata la tragedia della famiglia di Albina a famiggia Siri da Canaetta.

Serafina con le gemelle Albina e Caterina e il loro fratellino Mario

La mamma di Albina, Serafina e la sorella Maria furono vittime di quel bombardamento, i loro corpi, non furono mai più ritrovati, scomparvero colpiti in pieno da una di quelle bombe, che Beneitu quella mattina vide esplodere nell’abitato di Varazze.

Maria Siri

Maria Siri e i suoi fratelli Giuseppe e Giobatta (Baccicin)

Una tragedia senza fine, di quella della famiglia Siri, già segnata dalla scomparsa di due fratelli Giuseppe e Giobatta dispersi in Russia.

Ben eitu u Cuin-a (prima parte)

In questo post descrivo le cose, che mi ha raccontato un amico e collega di mio papà.

Vorrei con questo scritto, ricordare la generazione dei nostri papà e mamma, uomini e donne del novecento che hanno vissuto le tragedie della guerra, ma che poi hanno saputo ricostruire dalle macerie, con le proprie forze, case e città, dove lavorare e crescere dei figli in una società più semplice e solidale, di quella di oggi, la nostra.

Ringrazio Benito e Marino Piombo e Vera Zolesi, grazie a loro ho potuto scrivere questo racconto di cose e fatti accaduti al confine o in prossimità del comune di Varazze

Benito Piombo classe 1932, amico e. collega di mio papà u Gino, insieme lavoravano alla Tubi Ghisa di Cogoleto. La generazione degli anni 30, ha vissuto il dramma della seconda guerra mondiale ha avuto ben pochi passatempi e perso molto presto, la spensieratezza della gioventù, già da ragazzini erano parte attiva, insieme alle persone anziane, due generazioni quella dei nipoti e dei nonni indispensabili, per sgravare il duro lavoro dei campi o nei boschi di genitori, fratelli e sorelle.

Già nell’età ad una cifra, eccoli, questi ragazzini intenti a portare al pascolo mucche e pecore dar loro il fieno e pulir stalla e pollai, galline e conigli da accudire, poi ancora la raccolta di frutta e verdura.

I primi a raggiungere i prati della fienagione, erano i ragazzini che dovevano bonificare le zone prative dai sassi.

Ragazzi cresciuti troppo in fretta alcuni con ricordi di atrocità viste, vissute e lutti famigliari, ma finita la guerra, capaci di ricostruire l’Italia distrutta da un inutile conflitto e lo fecero con lo slancio dei loro vent’anni

L’appuntamento è per le h.15 dalla casa di Marino in ta Canaetta, ci siamo accordati io Marino, Benito (Beneitu) e Vera per andare a vedere l’ex fornace in località Isulun de Sciarburasca, dove erano costruiti i mattoni di tufo, trasportati poi con una teleferica, e utilizzati, nell’edificazione dei padiglioni dell’ospedale psichiatrico de Pro Zanin.

Si sale verso u Muaggiun e si varca lo spartiacque, verso l’ampia valle Arrestra, Beneitu indica le pendici del Monte Sciguello qui negli anni 30/40 il comune di Cogoleto, affittava delle porzioni, di questo grande monte, diviso in lotti dal n°1 al n°22 alle famiglie ivi residenti, che ne facevano richiesta, per il pascolo, la fienagione, la legna da ardere e da costruzione.

Con il legname di scarto, si ricavava il carbone di legna, tramite distillazione , effettuata nelle carbunee.

Iniziamo la discesa, verso l’Eremo, Beneitu dà un nome, a tutte le zone, che lui ben conosce, rien, stradde, bricchi, tutti toponimi accompaganti dal “chi ghe discian….”

Dopo u Rian da Sera, la località In Persivà e a Funda, poi u Rian de Prialunga e prima delle mure che delimitano l’Eremo, la località de Bossan, una zona prativa, oggi coltivata e con alcune mucche al pascolo.

Quasi tutti gli edifici in alta val Arrestra, oggi sono di proprietà della Curia, l’Eremo nel 1860 con l’avvento del regno d’Italia fu confiscato e poi venduto ad un privato, con un lascito testamentario ritornò in possesso dei Carmelitani nel 1921.

Appena varcata la muraglia Beneitu, dice di rallentare l’auto e ci indica un antica vasca a bordo strada, in mezzo alla vegetazione completamente diruta e racconta, che il 26 luglio del 1944, lui era stato costretto con la forza, dai tedeschi, ad entrare insieme, con la sua famiglia e altre persone, dentro quell’invaso.

A Isula du Desertu si stava celebrando la festa di S.Anna, ad un certo punto nel pieno dei festeggiamenti, irruppe, un reparto di soldati tedeschi guidati dalle camice nere.

Furono atratti da alcuni spari, forse un segnale convenuto, esplosi per diletto da alcuni alpini, che presenziavano alla festa.

I militari dell’asse comparvero all’improvviso, sicuri di trovare dei partigiani o dei renitenti di leva fra le persone che erano li convenuti per festeggiare.

Ma era solo povera gente, dei dintorni, arrivata perlopiù da Sciarborasca, persone che si radunavano, per un momento conviviale, con i bambini che erano tutti intorno all’unico banchetto, che vendeva qualche leccaia e reste de nisoa.

Alcuni giovani intimoriti dall’arrivo della squadraccia, si diedero alla fuga, specie chi, pur non essendo in età da leva, poteva essere arruolato forzatamente e inquadrato nella delirante repubblica di Salò

I militari, tedeschi e fascisti, obbligarono in malo modo, i presenti, sotto la minaccia delle armi, a salire lungo la salita, oltrepassare il convento e fatti entrare in quella vasca, mentre rastrellavano i boschi sovrastanti, in cerca di partigiani o dei renitenti di leva, quella povera gente, fu usata come scudo umano in caso di sparatoria.

Non si sa, se quel giorno, c’erano dei partigiani, in quel bosco o se qualcheduno, riuscì ad avvisarli, di non sparare verso il basso, verso i nazifascisti, perché c’era il serio rischio, di colpire quelle povere persone, raggruppate e ignobilmente usate come potenziali bersagli.

U Tuduccu

Il Santuario del Todocco.

14 luglio 2020

L’etimologia di questo curioso nome è da tempo dibattuta.

Potrebbe derivare dalla parlata celtica Tod che in tedesco significa morte e hoc alto forse era un luogo di sacrifici umani?

Un’altra supposizione vuole che questo nome sia derivato dal greco Teotokos Madre di Dio.

Mi sa che è stata scelta questa seconda definizione….

In questa zona, attraversata da una via del sale in direzione di Alba, furono combattute diverse battaglie tra i liguri e i romani.

Questo valico era percorso dai pellegrini diretti a Santiago di Compostela e qui sostavano nel loro peregrinare, presso una cappella.

La storia narra di due apparizioni della Madonna, seguite da altrettanti inspiegabili guarigioni, un muto iniziò a parlare e uno storpio poté nuovamente camminare.

La prima chiesa fu costruita nel 1769, nel 1936 iniziò la costruzione dell’attuale santuario, terminata nel 1949.

Oggi questo luogo di culto è affidato alle Sorelle Figlie della Madre di Gesù del Movimento Gioventù Ardente Mariana (G.A.M.)

Una locanda, un bar e una sala refettorio sono allocati negli edifici adiacenti

Il giorno 15 agosto è la festa patronale del santuario, i fedeli rinnovando un’antica usanza, convergono qui a piedi, dai paesi del circondario.

Ancora negli anni 60, gruppi di giovani partivano da Sassello, il 14 agosto pernottando sotto le stelle, arrivavano dopo aver percorso circa 35 km per sentieri strade e campi alla festa del Tuduccu

Oggi è tappa obbligata per ciclisti

Una bella giornata soleggiata, ha fatto da sfondo alla nostra escursione in moto diretti al Todocco.

Io Tonino e Ettore oggi in versione scooteristica,

Si parte passando da Celle/Sanda, per evitare la chiusura della strada a S Martino, poi Stella S.G. Pontinvrea Giusvalla qui pausa fisiologica e per fotografare le incredibili ultracentenarie “gasie” (acacie) dai tronchi contorti che caratterizzano il viale di questo paese.

Poi direzione Dego, Piana Crixia, d’obbligo le foto di rito, con lo sfondo del maestoso “fungo di Piana” bella anche la chiesa in pietra a vista nella piazzetta di questo borgo che comprende il suggestivo ristorante Il Fungo.

Dopo Piana, si prosegue in salita, per qualche chilometro fino ad arrivare imboccando una diramazione a sinistra, agli 800 metri di altitudine del Santuario del Todocco.

Molte le persone presenti in piazza, in coda per una visita al santuario, tutti muniti di mascherina altri ai tavoli del bar ristorante per rifocillarsi.

Nessuna altra moto e’ parcheggiata nella grande piazza.

Si chiacchiera fra di noi, mangiando un gelato.

Decidiamo per un percorso alternativo, una diramazione sulla strada del ritorno, in direzione di Santa Giulia, non prima di aver chiesto lo stato della strada, alla bella cameriera del bar.

Affrontiamo questa strada stretta e in discesa e dopo un paio di chilometri ci fermiamo di fronte a quello che è a parer di Tonino, mio e di Ettore la cosa più suggestiva vista in questa giornata.

È un piccolo cimitero, a lato della strada, circondato da un muro basso in pietre di tufo, l’entrata è sormontata da un portale in mattoni a vista, le lapidi molto semplici con poche croci.

L’erba da poco tagliata e questo silenzio, dove anche le cicale sembrano non recar disturbo, conferiscono a questo luogo del riposo eterno un senso di pace.

Penso alla vita di queste persone, in questi luoghi, alla fatica di tutti i giorni per sfamare dei figli per costruirsi pietra su pietra una casa, leggo alcuni nomi guardo le foto, chissa chi erano e come sara’ stata la loro esistenza e poi chi avrà avuto cura di loro quando erno vecchi.

Avranno avuto la fortuna di restare fino alla fine dei loro giorni, dove avevano vissuto?

Al centro di questo camposanto, una chiesetta molto semplice, ma di una bellezza struggente con le sue pietre a vista e sotto quella traversa di castagno, consumata, annerita dal tempo che sostiene la facciata, chissà quanta gente è passata facendosi la croce in petto, prima di varcare la soglia.

L’interno svela un’altro aspetto, non si vedono più le pietre perché ricoperte dal bianco dell’intonaco, due affreschi sbiaditi di due santi ai lati dell’altare e su questa parete il profilo di un portale con la cimasa in gesso e alcune crepe a causa di un assestamento del muro.

Le panche consunte dal tempo, un vaso con i fiori finti, nella luce di una finestra, donano a questo luogo di culto, una semplicità e una dignità che è tutto quello che servirebbe per pregare a chi oggi crede in un Dio, in un’aldilà, in una vita eterna, da meritare però con i propri comportamenti durante la vita terrena.

Richiudiamo la porticina della chiesa e il cancello del camposanto.

Riprendiamo con la luce del tramonto ormai imminente, il viaggio di ritorno.

Il traffico ora è aumentato, specie nella direttrice di Acqui Terme, la gente sta ritornando da una giornata al mare.

Arrivati a Dego proseguiamo in salita, arriviamo alla famosa per i suoi ristoranti, bella località dei Girini, messa in risalto dalla luce del tramonto.

Il ritorno lo facciamo passando da S Martino verso il Pero e le innumerevoli curve di questa strada.

Il fondo stradale che abbiamo percorso era in discrete condizioni, pessima come sempre la statale per il Sassello.

Nessun problema per le Triumph neanche per la vecchietta ultratrentenne Honda CN di Ettore a riprova che le moto giapponesi a parer mio ma anche oggettivo, delle recensioni giornalistiche, sono le più affidabili in particolare le moto Honda mantengono sempre un buon rapporto di vendita dell’usato a differenza di altre marche definite TPS ovvero invendibili: tue per sempre!

Grazie ai miei compagni di viaggio Tonino e Ettore