Ninu! Tou ranchi u Lesu?

Tratto da “Olio di Oliva e Cotone” di Giovanni Martini

Sulla strada del ritorno dalla spiaggia, si effettuava quasi sempre una tappa obbligata, presso le macchine dispensatrici di “cincin gomma” 3 palline per 10 lire.

L’igiene alimentare degli anni “60 era tutt’altra cosa.

Le palline erano conservate in queste macchinette dall’aspetto anche vetusto, con le plastiche cotte dal sole e l’alluminio ossidato a volte qualche formica gironzolava all’interno di quella cupola trasparente.

Quelle Cin Cin Gomme erano sottoposte a tutti i tipi di condizioni meteorologiche pioggia vento sole freddo.

E qual’era il contenuto di quelle palline i cui ingredienti nessuno sapeva?

Ma al termine della masticatura, non erano buttate a terra, come si fa oggi!

Erano conservate dentro un bicchiere con un pò d’acqua, pronte per essere rimasticate il giorno successivo.

Erano gettate via solo quando si erano troppo indurite.

Passarono alcuni anni, avevo imparato ad andare in bici.

La mia prima bicicletta, era di recupero, sistemata alla belle e meglio , aveva ancora i freni a bacchetta, le ruote erano da ventuno pollici.

Con questo ferrovecchio percorsi un numero impressionante di chilometri.

Anche i miei amici si erano velocipizzati e con il nuovo mezzo di locomozione, potevamo scorrazzare nei dintorni.

E con l’arrivo della bella stagione, era il mare il nostro nuovo obiettivo.

Non più solo il molo del Teiro, ma in direzione ponente, nella spiaggia libera dopo i Bagni Torino.

Qui dopo la costruzione del porto turistico, si era formata una bella spiaggia di sabbia fine.

I molo grande del porto, proteggeva efficacemente questo tratto di battigia, anche durante le mareggiate.

Quando entrava il vento di scirocco, allora aumentava il moto ondoso ma aumentava anche l’apporto di sabbia prelevato dall’arenile della città

Era un bel posto, soprattutto per noi ragazzini, il fondo basso si prestava ad ogni sorta di gioco d’acqua e la vicinanza del porto ci svelò un nuovo mondo, fatto di lussuosi Yacht, molti di essi marchiati con il nome di Baglietto, il famoso costruttore di Varazze

Entrati in acqua a differenza delle altre spiagge, si toccava il fondo anche a parecchi metri da riva, ideale per chi come noi non sapeva nuotare.

Io simulavo il movimento natatorio, toccando il fondo con le mani.

Qui mio papà, mi insegnò i primi rudimenti del nuoto, sorreggendomi nell’acqua, dove non si toccava, e pronto a ripescarmi quando ero in difficoltà.

Anni ’70 – I fratelli Raffaele, Cristoforo e Ambrogio Colombo con l’amico Carosso nella zona del porto

Questo tratto di litorale, era destinato all’alaggio delle barche gozzi lancette gommoni, che innumerevoli sostavano sulla spiaggia.

Spesso noi ragazzini davamo una mano, durante le operazioni di entrata e uscita dall’acqua delle imbarcazioni.

Come prima operazione bisognava far scendere la barca dal “vaso” che era il supporto in legno, fatto su misura, pe tegnì a barca drita.

L’imbarcazione era fatta scivolare sopra i “legni”ma se il punto di partenza era lontano dall’acqua, allora i legni non bastavano e bisognava essere lesti a recuperare i legni, su cui era già scivolata la barca e posizionarli davanti alla prua.

Arrivati in prossimità dell’acqua, si ultimavano le operazioni di carico del materiale e si agganciava il motore al suo supporto se la propulsione era fuoribordo.

Si piantava u lesu, il tappo di sughero nel foro di drenaggio dello scafo.

Stesse operazioni fatte al contrario, quando l’imbarcazione rientrava, ma lo sforzo era decisamente più arduo visto il dislivello da superare.

Fine anni ’60 – Varo del Gozzo di Fausto. Costa con Carattino, Prato, Ferro, Cerruti e Prato G.

Imparammo nuove parole in dialetto, termini marinari fino ad allora per noi sconosciuti, tipo “Ninu ranca un po u lesu” tradotto, togli il tappo dallo scafo, per far defluire l’acqua accumulata sul fondo dell’imbarcazione.

Questo compito spesso era affidato a noi, agili ragazzini mingherlini, il tappo era al centro della chiglia e serviva dare un colpo sul sughero, per farlo uscire dal foro vero l’interno dell’imbarcazione.

A volte erano parecchi i litri d’acqua che erano stati imbarcati e allora si doveva inclinare la barca per far defluire il liquido.

Erano quasi tutte barche da pesca, dal gozzo con entrobordo munito di lampara per la pesca notturna, al gozzetto con l’indistruttibile motore Seagull e le lance e lancette con propulsione umana.

In questa spiaggia dalla sabbia bianca e finissima l’elenco delle cose, che si potevano trovare a spiaggia negli anni 60/70, si arricchisce con la presenza di carcasse di pesce o crostacei sotto misura trovati impigliati nelle reti e lasciati alla mercè della colonia di felini che oziavano pigramente ma ben pasciuti all’ombra delle barche.

Quelli erano gatti fortunati!

Non dovevano correre dietro a topi o far l’agguato ai passeri, ma solo aspettare l’arrivo del pescato e far le fuse a quegli uomini bruciati dal sole e dal sale.

Molto diversi dai gatti di via Montegrappa, tutti pelle e ossa perennemente a caccia de ratti, sgrigue, rane, bisce, osceletti.

Raramente ospitati in casa, ma solo per un breve spuntino, fatto con gli avanzi di cibo e se il micio, specie nel periodo invernale, voleva restarsene ancora un pò al calduccio, era convinto del contrario e per questo era sempre pronta la scopa.

In un disperato tentativo si rifugiava sotto al divano ma anche lì arrivava il manico della scopa.

Alcune barche,erano lasciate all’ancora, nello specchio di mare antistante.

Quando acquisimmo una certa padronanza, con l’arte del galleggiamento, queste imbarcazioni diventavano obbiettivi da raggiungere per poi salire sopra e fare i tuffi.

Sulla spiaggia, tra le barche, le coppiette mettevano gli asciugamani a ridosso degli scafi, per nascondersi alla vista in cerca di un poco di intimità.

Ma u l’ea u segnu che u redossu de quella barca u l’ea sa occupò. Quell’asciugamano era il segnale che il posto nascosto dalla sagoma della barca era già occupato.

C’era anche un pò di andirivieni di persone adulte uomini e donne, dall’interno delle innumerevoli baracche, in legno a ridosso della montagnola, che fungevano da riparo per le barche e le attrezzature da pesca…ma non solo..

foto “Archivio Storico Fotografico Varagine”

Quella Pignatta sutta au Fo

Chissà di chi erano quelle cose perse, abbandonate e poi ritrovate per caso.

Ritrovate durante dei lavori, in un trasloco o in uno sgombero a seguito di un cambio di proprietà.

Cose ritrovate per caso, o cercate appositamente a seguito di informazioni, passaparola, per sentito dire (o pe na botta de cu).

Questi oggetti riportati alla luce, sono nulla se privati della loro storia.

E se sono di poco valore, il loro destino e’ il macero o la rottamazione.

Se hanno un valore commerciale, vanno a finire sul banco di qualche mercatino, insieme ad altri innumerevoli oggetti .

Acquistati perchè visti piaciuti e con il vanto di aver fatto un buon affare.

E chissà di chi erano, quelle monete, ritrovate in pessimo stato di conservazione, molte completamente corrose, altre dalle scritte illegibili?

Sotterrate una notte negli anni “40, quando venne meno la fiducia verso le banche e verso un regime, quello fascista, che stava portando l’Italia in un baratro di distruzioni lutti e fame.

Sotterrate, nel nostro entroterra, in quei paesi aggrappati ai nostri monti, che diedero tante giovani vite alla patria.

Monete ritrovate nei campi coltivati, presso le abitazioni dei contadini.

Furono messe al sicuro sottoterra e controllate a vista, lasciate lì da chi, da quella guerra, non era più ritornato.

Questa montagnola di monete, in corso legale negli anni quaranta, stranamente e fortunosamnete, fu ritrovata nelle radici di un faggio.

Riportate alla luce, quando il ceppo di quello che era stato un grande faggio, tagliato molti anni prima, fu sradicato, per costruire un muro di sostegno per una strada.

Le monete erano stipate in una pentola di terracotta.

Era una notte, senza luna, quando quel giovane in divisa, sotterrò quella pentola, ricolma di monete, con l’ansia di esser visto.

Partì qualche giorno dopo, con le scarpe di cartone verso il freddo o forse fu imbarcato su una delle tante carrette galleggianti.

Chissà quante volte avrà pensato alla sua ragazza, che lo aspettava in quel paese aggrappato al monte e a quel suo gruzzoletto sotto a quel faggio

Erano le paghe delle sue giornate a lavoro nei prati e nelle stalle.

Il loro tesoro nascosto sottoterra, sutta a quellu fo.

Le monete erano tante, ma non era una grande somma, non quella che serviva per metter su casa, ma bastavano per fare una cosa, quando sarebbe ritornato da quella inutile guerra.

Le avrebbe fatto un regalo, forse un bel vestito e mantenuto quella promessa, che gli aveva fatto sotto quell’albero prima di partire.

Sutta quellu fo u ciù bellu de quellu boscu.

Quel giovane soldatino pensava… un giorno devo scriverlo su una lettera,”….ho paura di non rivederti mai più, se questa stupida guerra mi porterà via, e allora voglio darti adesso, il mio regalo. Lo troverai sotto quell’albero, dove ci sono anche i nostri nomi incisi.”

“Quell’albero, che tante volte ci ha visto insieme, felici a guardare il tramonto”,…. scriverò, “porta questa lettera a mio papà, e digli di scavare per te, per noi”.

Ma quella lettera non fu mai scritta, forse si sarà persa in fondo al mare o rimasta nella tasca di uno dei tanti dispersi in guerra, mai più ritornati.

Le monete sono sempre rimaste, lì da quella notte senza luna, chissà quante persone a loro insaputa , saranno passate o si saranno sedute a guardar il sole al tramonto, sotto a quel faggio, sopra a quel gruzzolo di monete.

E quella ragazza, chissà quante volte sarà stata sotto quell’albero a piangere quel perduto amore.

I loro nomi incisi su quell’albero, ogni anno salivano sempre più in alto.

Erano l’unica cosa che lui gli aveva lasciato e che gli ricordava quel suo giovane sfortunato amore.

Il passar del tempo, affievolisce i ricordi, cancella il dolore e anche quei nomi incisi su quell’albero che non c’è più

Chissà come sarà stata la vita di quella ragazza, diventata poi donna, forse nonna.

Fu una bella sorpresa per gli operai, il ritrovamento di quelle monete, durante i lavori di ampliamento della strada!

Erano tante, ma non era una grande somma, questo decretò un’esperto numismatico.

Il ricavato dalla vendita di quelle monete, non avrebbe cambiato la vita a quei cinque operai che avevano trovato la pentola.

Pensarono a chi, in quella notte senza luna, aveva seppellito quella pentola e non era mai più ritornato da quella infame guerra.

Quel ricavato, fu utilizzato per un monumento ai caduti, quelli dimenticati perchè non vittoriosi, della seconda guerra mondiale.

“Era gente comune, contadini, operai, povera gente, ingannata dalla follia umana e mandata al macello per la patria, in una guerra d’aggressione”

Questa frase fu scritta sulla lapide.

Nessuno sa chi era quel soldatino, che nascose quella pignatta, ma il suo nome c’è, insieme ad altri, inciso su quel monumento.

Chissà che fine avranno fatto quelle monete, senza più la loro storia, disperse sulla bancarella in qualche mercatino e acquistate solo perchè viste piaciute e con il vanto di aver fatto un buon affare.

Storie perdute per sempre.

Ma quanti nomi ci sono ancora, incisi sugli alberi!

E chissà quante ragazze hanno finito le loro lacrime, aspettando un soldatino, mandato a morire per la patria.

Mai piu ritornato e senza una tomba dover portare un fiore.

Ma come si può chiamare patria quella che costringe a nascondere i risparmi di un duro lavoro, sottoterra, e che fa piangere le ragazze?

Questo racconto è verosimile di un passato in cui era prassi comune, nascondere oggetti e monete per la paura che fossero rubate o requisite e non ha nessuna attinenza a fatti accaduti realmente o a ritrovamenti di monete nella nostra città.

Foto dal Web

Cian Grande

C’è un posto nel nostro entroterra, che era frequentato da noi zueni, in età da motorino, quando nella bella stagione il caldo si faceva insopportabile e allora si sentiva il bisogno di cercar un po’ di refrigerio nel nostro entroterra.

In motorino, senza l’obbligo del casco, l’aria dava sollievo e asciugava il sudore.

E forse per suggestione o perché l’umidità era meno opprimente, quando si passava sotto le fronde degli alberi di quei boschi di castagno, si respirava un’altra aria, a tratti anche fredda.

Anche quel piccolo motore 50cc, che come tutti i propulsori dei ciclomotori, anni 70, non era più a norma, secondo il codice stradale, aveva un po’ di pace perché, con l’approssimarsi del bosco, iniziava il tratto in discesa verso Ciangrande, ora erano i freni ad essere sotto sforzo.

Ho il grande rammarico di non aver neanche una foto di quel periodo.

Conservo però un diario, che non è quello scolastico, in cui per quanto riguarda il 1975, ho annotato quello che si faceva.

Ma anche i fatti di cronaca e di sport più salienti, accaduti.

E’ stato l’anno dell’attestato professionale e dell’inserimento nel mondo del lavoro.

Con il motorino, insieme agli amici, facevamo scorribande anche lontano da casa e spesso sconfinavamo in altri comuni, conoscevamo ogni strada nera e bianca.

E naturalmente conoscevamo tutte le nostre coetanee, anche dei paesi limitrofi,ma loro non ci consideravano, noi perenni bambinoni, eravamo ancora nel mondo del divertimento. Mentre loro avevano già le idee chiare e una rosa di nomi, tra cui scegliere il loro accompagnatore. Noi in quell’ ipotetico elenco neanche eravamo compresi!

Emmu cumme  ghe discian a Zena ne carne ne pesciu.

Machissenefrega! Eravamo quattru amisci cun u muturin, un ballun e cun tanti campi de tera, pin de prie, cun un pò de erba, duvve zugò

Il 17 maggio 1975 ho annotato sul quel diario:

“Giocato a pallone al campo del Deserto Bolzino-Faje vinto 7-6 ho segnato il gol della vittoria preso un palo e fatto fare 2 goal”

Sono passati tanti anni, da quel sabato pomeriggio e di quella vittoriosa partita, in cui io ero stato il mattatore, ho solo un vago ricordo.

In Cian Grande, ci si accede appena si oltrepassa il casone, che un tempo ospitava i boy scout, nelle loro giornate disciplinate.

La strada sterrata, scende con una pendenza costante e senza curve strette arriva al varco di Cian Grande, una delle porte di accesso dell’Eremo dei frati carmelitani.

In questo punto iniziano le possenti e impressionanti mura che delimitano l’Eremo del Deserto.

Questo gigantesca muraglia, sembra che scivoli verso u Rian da Sera, mentre dalla parte opposta il muro risale faticosamente, il crinale del monte.

Questa opera colossale, connota un passato di potere temporale della chiesa, con grandi disponibilità terriere, enormi risorse, finanziarie e umane.

Costruita perché la vita dell’Eremo, non fosse contaminata dal peccaminoso mondo reale.

Ma impediva anche la fuga, verso il mondo reale, di chi voleva fuggire, da quel luogo cupo, misterioso e che incuteva terrore ai novizi.

In Cian Grande, oltrepassato il muro dell’Eremo c’era un grande pianoro con al centro il campo da calcio del Deserto.

 Un campetto a sette, con le porte in tubi di ferro e come tutti i campetti che calcavamo in quegli anni 70, era senz’erba e spuntavano pericolose pietre, dove si concentravano le azioni da gioco.

L’erba invece, cresceva indisturbata nelle parti poco calpestate durante le partite, quelle in prossimità dei calci d’angolo.

Il campo da calcio di Cian Grande, aveva un altro accesso, dall’Eremo si scendeva nel Rian da Sera e si raggiungeva il campo, tramite un pontino di legno, che sovrapassava una grande vasca di raccolta acqua per uso irriguo.

Perennemente all’ombra de gasie, acacie, quella pozza d’acqua era meta delle nostre abluzioni estive come refrigerio alla calura.

Ma era una ghiacciaia, anche nella bella stagione e non si riusciva a resistere molto in ammollo, i sintomi di un principio di assideramento, si evidenziavano con dei forti brividi, il corpo segnalava tutto il suo disagio per essere stato immerso a bassa temperatura.

Oggi quel pontino in legno non esiste più e la vasca è insabbiata.

Ho voluto ripercorre quella strada sterrata, per raggiungere Cian Grande, come facevo un tempo, anche se la moto che ho è poco adatta allo sterrato.

Allora l’ho lasciata un paio di curve prima di arrivare al campo di calcio.

In uno scenario cupo, per la presenza di quelle grandi mura colonizzate dall’edera, oltrepasso l’ingresso e subito riconosco alcune grandi pietre piatte, dove seduti facevamo merenda.

Ma il posto non sembra quello!

Pensavo di trovare un prato incolto e ancora quelle porte in ferro magari consumate dalla ruggine, ma la presenza di alcune piante mi fa dubitare che sia proprio quello Cian Grande.

Fuga ogni dubbio, un pallone in platica sgonfio, che vedo imprigionato tra i rovi.

E’ proprio quello l’ex campo da calcio del Deserto!

Cian Grande è un pianoro, strappato alle pendici dei bricchi, bonificato dalle pietre, delimitato verso sud da un precipizio e verso u Rian da Sera, da una serie di piccoli terrazzamenti, che in estate al termine delle partite saltavamo veloci per poi tuffarci nelle gelide acqua del Rian.

La natura si è ripresa anche questo nostro luogo del cuore.

Ma cosi è, un’altro dei nostri campi da calcio, dove si passavano i pomeriggi a inseguire un pallone, non esiste più.

Cian Grande è stata anche una grande area attrezzata, con tavoli all’ombra dei grandi erbui de pin neigru e de rue.

C’erano le zone cottura, per cuocere la carne.

Le famiglie e i giovani si radunavano in Cian Grande, per il merendino o per far delle mangiate.

Prima però l’immancabile partita di calcio e in estate un bagno in quelle acque gelide.

Chissa se ci sarà e lo spero, tra i lettori, che hanno avuto la pazienza di leggere questo post, qualcheduno di quei ragazzi che su questo campo inseguivano un pallone.

….e duvve u gh’ea a pua, lì u gh’ea u ballun

foto b/n Archivio Storico Fotografico Varagine

U Punte di Peccetti

Lasciato il pianoro de Campumarsu, la via romana Emilia Scauri, raggiungeva la borgata di S.Luensu, dove durante il sopralluogo del Rocca, furono individuate, a fianco della chiesa, alcune tumulazioni di epoca romana e poco distante i resti diruti di una fornace per mattoni.

A questo punto, la strada romana era impossibilitata, a proseguire in direzione du Pei, perché sarebbe stato arduo costruire e soprattutto rendere percorribile, una strada carrabile, visto il notevole dislivello per arrivare al fiume Teiro, dove in località Posi, nell’alveo du Teiru, si trovano i resti di un antico ponte romano che spostava la viabilità in sponda destra del fiume, in direzione del Maiegua e S.Martino, per raggiungere Alba Docilia, l’attuale Albisola.

Dopo S.Luensu, gli ingegnieri romani, cercarono un percorso meno ripido, verso sud, attraversando la località Cian Batto’.

Oggi questo toponimo, dà il nome alla strada che da Valoia, si inerpicava ad arrivare al bricco dei Peccetti e al Brichetto, saccun e Cian Battò.

L’origine di Battò può significare, dal zeneise baatto`, baratto o disputa.

Il baratto, era la prima forma di scambio commerciale, è probabile che questa zona, crocevia tra le mulattiere che provenivano dalle località dell’entroterra, e la via Emilia Scauri, fosse zona di commercio e le dispute, una diretta conseguenza di questi scambi.

Grazie alla gradita e interessante storia di questa zona, che mi racconta Bruno Rossi, proseguo la mia “esplorazione” partendo dau Brichettu per raggiungere S.Luensu.

La strada di Battò è interrotta dal rio Lampu, dove si erge, maestoso, un bellissimo bosco di canne d’india.

In questo punto, sono ancora visibili alcune pietre di un’antico sedime stradale, attraversato il corso d’acqua, dell’antica strada, non rimane che un viottolo, adiacente ad una casa, da dove inizia la salita, che arriva alla soprastante località di S.Luensu, attraversando la borgata detta di Saccun.

Anche questo toponimo può aver diverse interpretazioni, saccun in zeneise è il pagliericcio antesignano della strapunta, forse in queste case di Saccun, si confezionamento questi giacigli, ma saccu è anche detto il sacco, oppure ancora sacuna’ bastonatura o colpo.

Bruno, mi racconta dell’antica edicola, eretta chissà quando, al culmine della salita del Brichetto, contenente una statua della Madonna, acquistata a Savona e fatta consacrare nel 1965, da sua mamma Palmira.

Infissa in basso, nel pilastro, una lastra di pietra, una posa per chi in questo punto, scaricava dalle proprie spalle il pesante fardello del carico che doveva trasportare, per un momento di riposo e di preghiera.

La fatica, l’ingegno, la mano dell’uomo, è visibile, presente da ogni parte in contrada Battò, dalla strada messa in sicurezza e ampliata, con le proprie forze e risorse dagli abitanti di questa località, dove in alcune mancanze di asfalto emerge l’antico sedime di pietre “posò de costa” per meglio far aderire gli zoccoli degli animali che arrancavano o discendevano questa strada.

I grandi terrazzamenti, la grande vasca rotonda, fatta costruire da Luigi il papà di Bruno, per raccolta dell’acqua, eretta nel punto più alto.

I canali per l’acqua di irrigazione che sottopassano la sede stradale, le belle ristrutturate abitazioni, gli orti e frutteti, in una zona aperta e soleggiata, adiacente alla località Pancodo, pane caldo, cosi denominata la porzione di territorio soprastante i Posi benesposta e soleggiata

Anche ai Batto` raccolgo testimonianze da chi abita in questa zona, relative ai danni operati dagli animali selvatici, che compiono nottetempo, disastri alle colture e al terreno, non per niente sono molte le recinzioni che delimitano le zone prative.

Bruno mi accompagna in vista di quello, che è a tutti gli effetti, un mirabile esempio di costruzione in pietra, il ponte dei Peccetti.

In questo punto della via romana, c’era un ponte che oltrepassava il rio dell’Ormu, probabilmente diruto a seguito di una alluvione o distrutto in qualche contesa territoriale, Bruno ricorda, dai racconti di suo nonno, che il ponte fu ricostruito a fine del 1800 o i primi anni del 1900, dagli abitanti del posto, insieme ai cavatori de Groppine, che dovevano transitare, provenienti dalla Munta` da Cappelletta con i loro carichi di pietre in direzione di Genova.

Il ponte originario, era il classico ponte romano ad arco premente, quello che noi oggi possiamo ammirare è un ponte formato da quattro enormi macigni, della lunghezza di circa due metri cad. posati sui muri, in pietra del basamento, per scavalcare il corso d’acqua. Ci si chiede, quale tecnica fu usata, per il trasporto sollevamento e posa in opera di queste pietre, dal peso di qualche tonnellata!

A fine ottocento già esistevano dei bighi, gru o paranchi, ma impossibili da trasportare sul posto, fu la sola forza delle braccia, la fatica l’ingegno, l’impegno dei nostri avi, tutti uniti per realizzare un bene comune, che riuscirono nell’impresa, lasciando a noi posteri, il compito di mantenere, vivo il ricordo del loro lavoro.

Ma anche di aver cura di questi manufatti, che testimoniano vite vissute, nel nostro entroterra, gente che traeva il necessario per campare e tio` sciu` di figgi, da un campo coltivato, dell’allevamento di animali domestici e da altri lavori come le giornate a lavorare nei terreni altrui.

Peccetto è il nome dialettale di pettirosso, ma peccetto` vuol dire anche peccetta` litigare e la zona può essere quella degli antichi baratti, quale delle due traduzioni accettare?

Bello pensare ai nostri avi, quando fu posata l’ultima pietra di quell’attraversamento fluviale, avranno gioito, festeggiato, cementando cosi` ancor di più la loro comunità, basata sopra le pietre di un ponte, come a simboleggiare l’unione virtuale, che crea la solidarietà, quella vera che si ha solo, se si contribuisce a migliorare le condizioni di vita di un singolo essere umano o di una comunità, (oggi necessario aggiungere senza ledere i diritti altrui)

Sulla via del ritorno alcune foto della via d’acqua ai Busci e in Valloia.

Ringrazio per questo post Bruno Rossi e Daniele Bignotti.

In calce un’interessante link sull’uso delle monete in Liguria che pose fine alla pratica del baratto.

http://www.mariojan.com/monete/uni_ter_eta_94.html

A Via dell’Ulmu

Via dell’Olmo una strada vicinale che diparte da via Nuova di Casanova, è il naturale proseguo della strada romana Emilia Scauri, che dal bivio di Muntadò, dove ora c’è la chiesa del Beato Jacopo, arrivava al passo di Leicanà proseguiva alle falde du Briccu da Furca e scendeva alla Rocca du Mascian.

E’ possibile, che il tracciato iniziale fosse diverso dall’attuale via dell’Olmo, i resti di un’antica strada immersa nella vegetazione, che proviene dalla soprastante località di Giavarosso.

Mura di sostegno intersecano la sede stradale, poco prima di una ripida discesa nella zona detta della Liggia.

Via dell’Olmo un tempo, era percorribile fino a Campomarzio, oggi il sedime stradale è con ghiaia e poi diventa molto dissestato, invaso dalla vegetazione e non percorribile con un’utilitaria.

Sono riuscito comunque a proseguire con la mia Panda, a mio rischio e arrivare fino a casa Berlanda, da dove la strada è percorribile anche se il fondo stradale, specie in salita è molto dissestato buche e pietre costringono a continue deviazioni.

Chissà il perché del toponimo Berlanda, che significa, tradotto dal zeneise, scherzo o schernire.

Berlanda è anche una fanciulla povera, che passa le giornate piangendo il suo sfortunato amore Guglielmo, come descritto in una fiaba genovese, “Berlanda alla corte di Oramala.

Una storia della pomella genovese.

Più verosimilmente il toponimo, sembra essere riferito ad una singola casa, a Ca Berlanda, che era un’abitazione diruta, sulla cui base è stata edificata una nuova casa, nei pressi del’ex ponte ad arco sul Rio Olmo.

Si possono azzardare alcune ipotesi, anche quella di una antica costruzione ad uso locanda o osteria e potrebbe essere spiegato il modo di dire in zeneise, andemmu in Berlanda, andiamo a far bisboccia.

Alcuni nicci sono a testimoniare, l’importanza di questo collegamento viario, oggi purtroppo compromesso, dall’inagibilità di un tratto in discesa, di via dell’Olmo.

In uno stato di continua emergenza a seguito dei nubifragi, che solitamente, nel periodo autunnale, si rovesciano sul nostro territorio, avere delle strade vicinali, magari non asfaltate, ma in buono stato, con cunette e scoli d`acqua, può essere di aiuto in caso di inagibilità delle direttrici principali.

U Michè

Alla Berlanda, abitava il compianto Miche`classe 1927.

Michele Perata e Mario Siri sono stati i miei primi datori di lavoro, come apprendista falegname, scritto a mano sul mio libretto di lavoro il 14 luglio 1972.

Lo avevo incontrato un’anno fa nella sua bella casa dove viveva con la moglie.

Miche` mi aveva raccontato qualcosa, di quando aveva la falegnameria in via Montegrappa vicino al nostro campetto da calcio era contento della mia visita.

Gli avevo confessato delle nostre depredazioni, di albicocche da quel grande albero di loro proprietà, ma di cui ne Mario né Miche` mai assaggiarono i frutti!

Eravamo come le scimmie! Ci arrampicavamo anche sui rami più in alto e più sottili, per riuscire a depredare quei frutti ancora acerbi!

Mi minacciò sorridendo, con la mano.

Ci siamo salutati e stringendogli la mano gli chiesi che cosa ne aveva fatto, della falange del dito medio, la storia che mi avva raccontato è uguale a quella di molti altri falegnami, anche più sfortunati di Miche` incidenti sul lavoro, di chi era adetto alla pericolosissa toupie.

U tamburettu in zeneise.

E Rogasiun u Tridiu e a Gragnoa

Due amici a SanPeo, seduti sugli scalini, all’ombra, nel fine pomeriggio, di un’afosa domenica di luglio.

Parlano di un’argomento di attualità, un grande problema che preoccupa, cittadini e istituzioni, è l’insolita persistente siccità, che sta prosciugando, anche in questa zona della città, rian, peschee, surchi e vinvagne.

Nel secolo scorso, la scarsità d’acqua fu, in più di un’occasione motivo di grande disperazione a Villa Datu e SanPeo 

 Quando il rio di Galli, u rian du Fussellu e du Merlin d’estate si prosciugavano.

Quandu anche i surchi, cian cianin sciugavan, u gh’ea, ma pe poco l’equa de Peschee duvve e rane nu cantavan ciù de notte, e u pisciuellu de Vinvagne, ogni giurno u l’ea sempre ciù piccin.

Casanova sutta au briccu da Furca

Tutti i terrazzamenti da Peana, Sciandra, Canaeta, Cian de Bana, da Costa, Barrillea, Fussello SanPeo, du Quinnu  ecc. erano coltivati e quindi il fabbisogno idrico, per uso irriguo e potabile era notevole

 Il pensiero e le parole, di questi due amici, corrono indietro nel tempo, a cercar nel magazzino della memoria dove abbiamo i nostri ricordi, quelli più belli e qualcheduno brutto, di un’epoca non molto lontana, ma che già appartiene alla storia del nostro entroterra.

Quando le famiglie in difficoltà o disperate si rivolgevano ai santi a cui avevano dedicato una chiesa o eretto una cappella

Cappella di S.Bernardo

La mancanza d’acqua era un enorme problema per chi un tempo lassù a Casanova e SanPeo, sfamava niè de figgi con i prodotti della propria terra.

Non solo ortaggi da irrigare nei campi ma anche bestie in ta stalla, in tu gallinò o in te na cuniggea.

Una vita grama quella dei cuntadin e manenti scandita dalle stagioni e dai capricci del tempo

Siccità, esondazioni pestilenze e la guerra, univano la gente intorno ad una chiesa e alla figura di un prete, per cercar aiuto e conforto non solo nelle parole di un sacerdote, ma anche nella  partecipazione a quelle funzioni religiose, che univano le famiglie.

E poi finita la messa o una novena, si faceva convivialità restando sul sagrato a far quattro chiacchere, a chiedere notizie, vui cumme stei e to nonnu cumme u sta? A vacca a l’ha fetu? Equa ghe nei? U ve serve na man pe camallò quelle prie?

Strada di Casanova – Chiesa- Muggine 1936 – Uomini di Casanova, che hanno costruito la strada
1) Antonio Egro (Musciu) 2) Bernardo Recagno (Medaggiu) 3) Pietro Delfino (Neigri) 4) Francesco Bozzano (Vicaiu) 5) Carlo Bonfante (Bellun) 6) Giacomo Robello (Russu) 7) Giuseppe Fazio (Furtun) 8) Gio Batta Fazio (Ciurrè) 9) Angelo Da Bove (Giullin du Sascello) 10) Gio Batta Molinari (Gallollu) 11) Don Attilio Ing. Damele (Riccu-parroco e progettista della strada) 12) Gio Batta Fazio (Baciccia da vidua) 13) Bernardo Damele (Pastu) 14) Giuseppe Garbarino (Garbarin) 15) Giovanni Piombo (Coin-a) 16) Stefano Fazio (Ciuin) 17) Giuseppe Siri (l’urbè) 18) Angelo Ferrando (Berù) 19) Vincenzo Craviotto (Lucchi) 20) Stefano Fazio (Ciurè) 21) Gerolamo Anselmo (Giottola) 22) Stefano Accinelli (Binellu) 23) Nicolò Damele (M….secca) 24) Bernardo Vallerga (Grossu) 25) Angelo Craviotto (Perseghin) 26) Francesco Damonte (Baccia) 27) Lazzaro Damele (Luisin) 28) Gio Batta Fazio (Ciurè) 29) Giuseppe Damele (Rissu) 30) Pietro Ottonello

Si discuteva si ratellava anche, ma poi se mettivan a postu quelle prie e se favan de cose drite.

C’era la solidarietà, quella vera, quella di tutti i giorni, un bene prezioso, ma oggi molto raro.

 Saturnin e Faustin ricordano di aver partecipato da ragazzi a quelle funzioni religiose, dove i contadini chiedevano l’intercessione divina, per interrompere un periodo di siccità o il perdurare di altre calamità.

Era S. Isidoro il santo a cui era delegato il governo dell’acqua piovana e allora in suo onore si allestiva u Triddiu, che erano tre novene, da recitare la sera, al termine di un’altra giornata bruciata dal sole.

Festa patronale Natività di Maria Santissima

E Rogasiun invece erano processioni, effettuate periodicamente, per l’auspicio di un buon raccolto, retaggi di antichissimi riti pagani, furono praticate fin oltre la metà del secolo scorso.

L’etimologia della parola rogazione deriva dal latino rogare chiedere, pregare.

Processione a Bolzino

La partenza delle Rogazioni erano effettuate dalla piazza della parrocchia, le processioni si snodavano per le strade e i senitieri di Casanova e SanPeo, per far si che la benedizione del sacerdote, arrivasse in ogni recantu .

 Faustin e Saturnin ricordano alcune Rogasiun a cui avevano partecipato a metà del secolo scorso.

In quel periodo il parroco di Casanova era soprannominato l’African, forse per i suoi trascorsi come missionario.

A detta di molti, chi governava parrocchia e parroco era la sorella dell’African, che faceva la maestra quando l’edificio scolastico era sulla piazza della Chiesa

Alla testa delle processioni c’era la croce, portata dal sacrestano  Baciccia u Campanò.

Faustin ricorda la parlata con la erre arrotolata di Baciccia e gli scherzi che loro ragazzotti comminavano al sacrestano

Lungo il percorso si cantavano le lodi alla Madonna, S.Bernardo S.Pietro, arrivata al capolinea del suo percorso, la processione si scioglieva e la gente rientrava nelle proprie  case.

 Il prete e il sacrestano con la croce in spalla ritornavano alla Chiesa.

Ma c’era un altro fenomeno molto temuto da chi coltivava la terra aveva alberi da frutta o uva appeisa a toppia

Saturnin racconta che, quando iniziava a grandinare, andava alla finestra, sapendo che da lì a poco sarebbe passato di corsa uno dei Massari di SanPeo u Fiurin, Beneitu o u Feipin.

Allo scoppio del temporale, chi dei tre era più vicino alla chiesa di SanPeo, incurante di quelle sfere di ghiaccio, che stavano cadendo con forza dal cielo, correva, proteggendosi la testa con un vallo, uno di quelli utilizzati per la cernita delle olive, entrava in chiesa per suonare le campane a stormo.

Si diceva che le vibrazioni indotte dal suono delle campane limitavano e facevano terminare quel fenomeno meteorologico.

Fortunatamente quando un fulmine si abbattè sul campanile della chiesa di SanPeo non c’era nessuno a suonar le campane, la saetta attraversò la campana prima di scaricarsi a terra provocando una vistosa crepa nel bronzo.

Magin da Meistra, fece rifondere la campana ormai fuori uso per costruirne una nuova.

Lo spopolamento del nostro entroterra, nel secondo dopoguerra con l’abbandono delle pratiche agricole e di allevamento, determinò la fine di queste funzioni religiose.

E se i nostri vecchi attendevano con ansia l’arrivo della pioggia, oggi succede il contrario.

Una paura mai sopita, si è insinuata dentro di noi e ci fa correre ancora oggi alla finestra, anche in piena notte, durante un temporale, per guardare un rian o una strada.

U Giu du Ge

La strada diventata fiume la mattina del 4 ottobre 2010.

Una paura che chi non l’ha avuta, per sua fortuna, non può conoscere.

Via Scavino 4 ottobre 2010 h.8.30

Oggi noi possiamo anche sorridere di quel sapere antico, ma siamo proprio sicuri di aver capito, di mettere in pratica, ma sopratutto di ricordare e tramandare quello che ci hanno insegnato i nostri vecchi?

Quanti surchi scavati dai nostri vecchi sono rimasti? Mantenuti in efficenza, che deviavano, regimentavano le acque piovane?

Seduti sugli scalini Saturnin e Faustin, grandi amici parlano di tante altre cose, degli animali da lavoro che entrambi sin da ragazzi dovevano accudire, storie di tori vacche e bo, anche curiose e divertenti.

Animali da lavoro che tanta fatica toglievano non più tardi di qualche decennio fa a chi in questo anfiteatro naturale molto soleggiato compreso tra a Rocca du Mascian e il Muntadò, coltivava quella terra che era stata del papà prima ancora del nonno, tutti ricordati con i loro soprannomi che spesso coincidevano o davano il nome a un pezzo di terra strappato a questi ripidi pendii a picco sulla valle Teiro.

Grazie Saturnin e Faustin!

Foto b/n Archivio Fotografico di S.Pietro e Archivio Fotografico Varagine

U Muntadò

In alcuni testi, si trova scritto anche Montadoro, forse in onore alla Legenda Aurea del Beato Jacopo , oppure per descrivere una località ben soleggiata.

E se il toponimo Muntadò derivasse da Munta du Duu?

Muntà è riferita ad una irta salita e do o duu, in dialetto significa dolore, salita del dolore.

A favore di questa ultima tesi, qualche anno fa, è stato ribadito il divieto di cospargere le ceneri dei defunti in luoghi non autorizzati, la diffida era a seguito del ripetersi della dispersione di ceneri dei propri cari, lungo la via Bianca, in prossimità del Muntadò.

Sul Muntadò, quel bricco dal profilo vulcanico, che sovrasta la Costa di Casanova, allunga le sue propaggini a Cianavia, Sigaa, arriva au Buntempo, e termina au Carmettu, sono ingenti i residui di manufatti della seconda guerra mondiale.

Anche qui, dinanzi ad uno spettacolare panorama, l’uomo ha portato la follia di una guerra persa in partenza, qualche anno prima.

Nell’ultimo conflitto mondiale, su questo bricco, c’era un posto di osservazione antiaerea, con un grande proiettore per illuminare un’eventuale bersaglio notturno, alle batterie contraeree di Campomarzio e di Stella S.Martino.

La grande buca scavata nella roccia del Muntadò e alcuni camminamenti erano occultati durante il conflitto mondiale, con i teli mimetici.

Una trincea ancora in buono stato di conservazione, circonda in toto questo colle.

Una postazione per mitragliatrice era messa a guardia del sentiero di accesso, che si diparte dalla via Bianca, in prossimità della chiesa del Beato Jacopo.

Arrivati all’apice del Muntadò poco prima di questi ingenti residui militari, incuriosisce un Muggiu de Prie, chiaramente non appartenente ai manufatti sopra citati, ma da cui sono state prelevate le pietre per essere utilizzate nella fortificazione di questo bricco.

Il perchè di questo Muggiu de Prie su questo bricco, come in altre vette del circondario, non è noto, potrebbe essere la risulta di una bonifica del terreno, oppure i ruderi di un manufatto, un Castellaro o comunque una costruzione, con compiti di sorveglianza e difesa del territorio e della vie di comunicazione.

Alle pendici del Muntadò, arrivava la via romana Emilia Scauri, proveniente, valicando alcuni bricchi, da Hasta e dove ora c’è la chiesa del Beato Jacopo, si biforcava, verso Campo Marzio e tramite l’attuale via Gianca scendeva al Castrum Romano del Parasio e arrivava a Ad Navalia.

L’incredibile vista a 360° che si gode dal Muntadò, fa intuire l’importanza che poteva avere questo bricco.

La sua inconfondibile conformazione e la posizione strategica di questo monte, sarà stata senza alcun dubbio sfruttata in qualche modo, ai tempi in cui coesistevano due guarnigioni romane, nel Castrum del Parasio e a Campomarzio.

Il Muntadò è un gigantesco monolite, visibile e inconfondibile, alla vista degli abitanti e ai viandanti che si accingevano a raggiungere il primo insediamento romano, posto sul Colle di S.Donato, dove alle sue pendici lambite dal mare c’era il porto .

Per l’espansionismo di Roma e la sua onnivora flotta mercantile e da guerra, serviva legname da utilizzare nei cantieri navali della nascente Ad Navalia

Nelle grandi foreste, dei nostri monti viveva il popolo dei Liguri.

In simbiosi con la natura, adoravano i loro dei, che avevano dimora nelle grandi piante, nelle pietre e nei monti come il venerato monte Greppin che un esatto multiplo del Muntadò!

Con una guerra che durò alcuni secoli i romani affamarono dispersero e sterminarono il popolo LIgure, per depredare il loro oro verde.

Chi non si arrese continuò la sua lotta ai Cesari, ma se era catturato per lui niente deportazione, anzi la sua morte doveva essere spettacolare, per incutere la paura negli altri indomiti guerrieri.

Era uso dei romani, lasciare alle porte delle città o sopra un rilievo, in prossimità delle strade di accesso o di un crocevia, per incutere timore e il rispetto delle loro leggi, i corpi di chi era stato punito.

O chi reo di qualche reato, legato all’albero infelice e fustigato.

Anche i cadaveri di chi era stato giustiziato, tramite decapitazione.

Chi era condannato per incendio doloso, appiccato ad un edificio o a dei materiali, era punito con lo stesso mezzo.

Il piromane, era legato ai dei covoni di frumento ed era appiccato il fuoco.

Il rogo come esecuzione di sentenze, entrò a far parte delle pene capitali in epoca imperiale nel 64 a.c. con i cristiani che erano dati in pasto alle belve, affissi alle croci e consumati dalle fiamme.

Tacito dice “quando la luce calava bruciavano a mò di fiaccole”.

Al condannato era fatta indossare una “tunica molesta”, un abito intriso di pece e zolfo e poi dato alle fiamme.

Alcuni toponimi presenti nel territorio della nostra città, quasi tutti relativi a dei bricchi, contengono la parola Forca retaggi di luoghi di esecuzioni.

Quei roghi che si intravvedevano alle prime luci della sera, sul Muntadò erano le esecuzione capitali, effettuate tramite il fuoco.

Il bagliore delle fiamme dal Muntado, era visibile nel buio nell’ Alta Valle Teiro, in quei boschi inaccessibili, dove erano stati segregati i Liguri.

I nostri avi, avevano conosciuto sulla propria pelle, la spietatezza dei romani e forse con quel rogo, era stato giustiziato in modo atroce, un loro compagno d’ armi, caduto in mano a quegli usurpatori arrivati da Roma

Na Paeta un Segelin e Quattru Biglie

Tratto da” Olio di Oliva e Cotone” di Giovanni Martini

Ovviamente, dopo avere ingurgitato krapfen e bevuto la gassosa, era interdetto ogni contatto con l’acqua.

Erano tassative le tre ore per la digestione, dopo ogni introduzione di cibo, prima di fare un’altro bagno e quindi dopo la merenda, basta giochi in d’acqua.

Quello era il momento degli scavi nella sabbia, fatti con la paletta e il secchiello.

I primi castelli, erano rudimentali, primitivi, bastava riempire il secchiello di sabbia bagnata poi capovolgerlo e il gioco era fatto, al centro si metteva un bastoncino, di quelli trovati in loco, che simulava l’asta della bandiera, bastava quello insieme con l’approvazione degli adulti ed eravamo i bambini più felici del mondo.

Poi quei primi manufatti, affinando le tecniche costruttive, diventavano veri e propri castelli di sabbia, con le torri di guardia, il recinto delle mura e se il maniero, era assemblato, in prossimità dell’acqua, ecco anche un fossato con l’acqua, per renderlo invincibile.

Il rapporto con il catrame per noi bambini, nonostante le infinite raccomandazioni, era disastroso, i piedi e le mani erano le parti più predisposte ad essere unte da quel rifiuto oleoso, ma stampi nerastri si trovavano anche sul costume e in altre parti del corpo, soprattutto a seguito del gioco con le biglie….

Il modo migliore per fare una bella pista nella sabbia, era quello di trascinare l’amico di turno per le gambe, in modo da far incidere la battigia con il suo sedere e disegnare così il tracciato della pista.

Le biglie erano le classiche, in plastica trasparente, con all’interno il volto di un ciclista, si potevano comperare da Mumitta, oppure tramite apposite macchinette ogni pallina 30 lire.

Il gioco consisteva nel colpire a turno con la classica “zecca” pollice-indice la propria pallina, cercando di farle percorrere più pista possibile e soprattutto, restare dentro il percorso, era arduo poi rientrare in gara a seguito di un fuori pista .

Altre biglie altri giochi.

Con quelle di vetro, spesso ex tappi di gassosa riciclati, si giocava a “garullo” o cerchio, ma il fondo doveva avere più consistenza e allora si giocava sulla terra.

Dopo l’uomo dei krapfen e del cocco fresco, c’era un fotografo che percorreva la battigia, armato di campanello e fischietto, sempre vestito di bianco per attirare l’attenzione, scalzo con i pantaloncini corti, nella mano la fidata macchina fotografica, un’altra macchina era invece portata a tracolla.

Con la prima macchina, senza rullino, scattava una finta fotografia, attirando l’attenzione del soggetto e poi se ne aveva l’approvazione, allora, ne scattava delle altre, con l’altra macchina quella che aveva il rullino.

Era il compianto, Pino Galussi “ u Casun”tutte le generazioni di bambini hanno a casa, almeno una foto, scattata al mare da lui, o immortalati con le tortore, nei giardini dalla vasca dei pesci rossi, era un po’ insistente, ma con educazione, sapeva far bene il suo mestiere.

All’orizzonte passavano continuamente delle navi in arrivo o in partenza dal porto di Genova e qualcheduno gridava “ guardate è la Michelangelo no forse la Raffaello !“

Erano le due bellissime navi passeggere, ammiraglie della Società Italia a questo punto i bambini erano fatti uscire precipitosamente e tratti in salvo!

Per la paura dell’”onda oceanica” prodotta da queste navi, che si diceva avesse già procurato diversi danni ai stabilimenti balneari e travolto dei bagnanti!

Restavamo così a fissare l’orizzonte e ad aspettare con ansia l’arrivo delle micidiali onde.

E dopo poco, in lontananza si vedevano delle lunghe increspature sul mare piatto e dopo qualche minuto, un paio di onde non certamente pericolose arrivavano sul bagnasciuga e gli unici danni potevano essere la distruzione dei castelli di sabbia, imprudentemente costruiti troppo vicino al mare o qualche asciugamano inzuppato.

Poco prima del ritorno, c’era la cerimonia della pulizia mani piedi e altri parti del corpo che erano ripuliti dal catrame, con un poco di olio che diluiva il catrame e poi con il cotone per asportarlo, il tutto accompagnato dai mugugni della mamma.

Si lasciava l’arenile, quando il sole era già calato a malincuore, ma speranzosi di ritrovare il nostro castello, ancora intatto la prossima volta.

Ma il giorno dopo nessun castello fu mai ritrovato indenne.

Con il buio la spiaggia riviveva, con i bagni fatti di notte, compagnie di giovani si davano appuntamento sotto la luna, a volte accendevano un falò e s’udiva il suono di una chitarra.

Noi bambini invece si andava a dormire presto con il fastidio del sibilo delle zanzare in picchiata sulle nostre epidermidi.

Al mattino con mia sorella si contava chi aveva più punture.

Oggi le zanzare, sono sparite, o preferiscono altro sangue.

Cian de Freisce furtin o recintu?

Dal Cian de Donne, si raggiunge il Passo de Freisce, poi con un percorso quasi pianeggiante, si arriva au Cian de Freisce.

Da questa altura, si ha una vista panoramica, verso la sottostante valle dell’Arenon, Portigliolo e relativi corsi d’acqua omonimi.

In secondo piano, nell’immagine, gli abitati di Sciarborasca, S.Giacomo, Cogoleto e sullo sfondo la città di Genova.

Tramite le foto satellitari, Claudio Arena, di Savona Sotterranea, ha scoperto su questo pianoro, l’esistenza di un fortilizio, forse risalente alla seconda campagna d’Italia di Napoleone

Da ricerche storiche, da lui effettuate, si sa che, il giorno 11 aprile del 1800, sopra questa altura si stabilì una guarnigione austriaca munita di un pezzo di artiglieria, in grado di battere le alture di S.Giacomo, dove erano accampati i francesi.

Con una cinquantina di uomini guidati dal tenente colonello Lattermann,gli austriaci, costruirono in una notte, raccogliendo le pietre sparse su questa altura e dau Cian de Donne, un recinto di circa un metro di altezza a difesa dell’avamposto, in grado di resistere ad un eventuale contrattacco francese.

L’azione militare ebbe buon esito il cannoneggiamento mise in fuga le truppe francesi a S. Giacomo.

Questo è il riassunto del video edito da Claudio Arena nel 2021, che si può trovare sulla pagina Facebook di Savona Sotteranea.

Non sono a conoscenza se a seguito di questa sua ricerca in campo e documentata, sono stati interpellati gli enti preposti alla tutela e divulgazione di siti storici o qualche studioso esperto delle campagne Napoleoniche.

La nostra Amministrazione Comunale ne sarà a conoscenza?

Un pezzo di storia che ha coinvolto il nostro territorio, poco conosciuto e divulgato!

Necessarie le opportune verifiche da parte di chi, di competenza.

Poi c’è la versione meno epica ma più verosimile…….

Questa è terra di pascoli e fienagione e questo circolo di pietre altro non era che un recinto per greggi.

In questo cerchio di pietre a fine giornata erano radunati gli animali che avevano pascolato su questi bricchi.

E quella sorta di garitta, era na trunea, un rifugio di pastori in caso di temporale.

Trasformata poi nel tempo in te na sbaraggia de prie per i cacciuei, come quelle che sono presenti sul bric Berleise, zona di passaggio di ucelli migratori.

Tra la Custea e il bric Berleise, sopra quello spartiacque naturale che divide le due valli dell’Arenon e Arrestra, in un paesaggio brullo e bonificato dalla presenza di pietre ci sono diverse zone recintate.

Furono edificate in una vita di lavoro, dau Barba Gianca, ma questa è un’altra storia.

Quella Figgia du Burgu

Ho preso lo spunto, per questo racconto, da avvenimenti storici, li ho collegati a delle escursioni da me effettuate sul territorio della nostra città, completate con delle ricerche sul web, dai risvolti interessanti, e con questi ingredienti è uscito questo post, in cui ipotizzo una soluzione, ad un mistero risalente a molti anni fa.

Naturalmente essendo un breve racconto con qualche base storica, non può essere esaustivo delle tante vicende, che hanno caratterizzato il periodo di ambientazione.

È pur sempre uno scritto di fantasia, ma verosimile con il periodo storico, suscettibile di ulteriori aggiunte, modifiche e precisazioni.

Note Storiche di Varazze

Mario Garea, nel suo “Note Storiche di Varazze” accenna a degli scavi archeologici, effettuati negli anni 50, presso l’attuale Ortu du Parrucu, dove vennero alla luce diversi reperti di epoche eterogenee, anche qualche manufatto di epoca preistorica, molte le testimonianze architettoniche delle due, forse tre, antiche chiese di S.Ambrogio, che furono edificate all’interno delle vecchie mura del Castello Aleramico sulla collina di Tasca.

Durante le campagne di scavo, si ritrovarono alcuni affreschi, nella parete nord di una di queste chiese, ma prima di continuare gli scavi dove sorgeva la navata centrale, i lavori furono “poscia tralasciati. Il motivo ce lo fa intuire il Garea, durante gli scavi fu ritrovato lo scheletro di una fanciulla “che conserva al dito di una mano, tracce di una difficile operazione chirurgica la quale nel medioevo poteva eseguirsi soltanto a Bologna….”

I tre puntini sembrano come voler lasciare al lettore le ovvie conclusioni ….ma quali sono ?

Forse si riferiva allo stop lavori, per il fondato motivo, di scoprire altre tumulazioni o forse quello di riportare alla luce inconfessabili delitti sepolti fra quelle rovine?

Chi era quella giovane fanciulla e che c’entra la chirurgia bolognese?

Ad oggi è un enigma senza soluzioni.

U Cian de Donne

U Cian de Donne è stato cosi chiamato in onore delle tante mamme, figlie, mogli e ragazze che ebbero l’ingrato compito, della bonifica di questo rilievo, da prie, ruvei, brughe e erbui, facendolo diventare terra da pascolo e da fienagione.

Oggi testimone di questo immane lavoro è l’enorme catasta di pietre, che furono estratte da questo e da altri bricchi, e depositate dove forse si voleva edificare, una torre a scopo difensivo e di controllo.

Sulla sommità du Cian de Donne, si ha un’ampia e suggestiva vista a 360 gradi, comprensiva di uno scorcio dell’arenile della nostra città.

Questo racconto è ambientato nel basso medioevo, quando Varagine era sottoposta alla dominazione e ai capricci dei signorotti locali, sempre in bega fra di loro, a metà del XXIII secolo, erano i marchesi di Ponzone, insieme ai marchesi del Bosco e ai Numascelli, che avevano ampi possedimenti nel territorio della nostra città, in questo contesto, anche la Chiesa vantava diverse proprietà.

Quella figgia du Burgu

Angelica ( il nome le fu dato dal prete battezzante a cui i genitori chiesero che nome dare a quella bimba) era una ragazza di 16 anni, che come tante altre, sue coetanee, seguiva la mamma e i suoi fratelli nell’arduo lavoro, che il marchese di Ponzone aveva affidato ad alcune famiglie del Borgo, senza terra e sempre in cerca di un lavoro, quattru scuu, per tia`sciu na nià di figgi.

Famiglie scelte dal marchese, in base alle informazioni avute dai previ, carpite nel segreto di un confessionale donne, madri, mogli e ragazze , devote pie, di buon comando, per far diventar quella cima arida e brulla, du Cian de Donne, terra buona per il pascolo e la fienagione.

Un giorno di ottobre del 1244, si sparse la voce che dal castello del Terminus, l’attuale zona d’Invrea, al confine con il torrente Sputigiò, sarebbe arrivato il Papa, in molti pensarono ad una novella, del solito buontempone, ma tutto poteva essere.

Lo Spedale per pellegrini, che era sorto accanto a S.Maria di Latronorio, era sotto l’egida del trono di S.Pietro.

Ci fu chi giurò di averlo visto arrivare a S.Giacomo, attraversando il nuovo ponte ad arco della Maddalena, che valicava la sciumea dell’Arrestra.

Questo collegamento, fra le due sponde, tra Varagine e Cogolytus, accorciava di molto il tragitto di chi proveniente da Genua, doveva arrivare nella nostra città.

Si evitava quel lungo e periglioso percorso montano, da Hasta al Colle di S.Donato, che venne definitivamente abbandonato.

E u Scoggiu d’Invrea spauracchio dei romani, fu superato dau Punte du Spurtigio’

La viabilità medievale raggiungeva il centro città, da quella che oggi noi impropriamente chiamiamo via Romana.

La notizia dell’imminente arrivo di Innocenzo IV, mise in fibrillazione tutta la comunità di Varagine.

Molti si precipitarono au Cian de Freise, per osservare la sottostante zona del Latronorium e di S.Giacomo, ma del Papa e della scorta per il momento mancu a spussa.

A spussa, che invece proveniva da quel dito, a l’ea fetente, Angelica lo aveva lasciato sotto ad una grossa pietra, una di quelle che la sua gracile schiena da adolescente, doveva trasportare.

Era inciampata e cadendo a man gh’ea restò sutta a pria.

Urlò di dolore quella povia figgia, accorsero i fratelli e poi la mamma, donna di poche parole, che punì la figlia con un lerfun, su di un volto già rigato dalle lacrime, rimproverandola di non essere stata attenta e che comunque le pietre le doveva portare lo stesso, perché se arrivava il capatasso, erano guai se la vedeva a fo un belin!

Strappando con rabbia un lembo da fadetta di Angelica, fasciò alla belle e megiu quellu diu, visibilmente fratturato e sanguinante, lo bloccò, unendo insieme due dita l’anulare e il mignolo.

Le gridò di alzarsi e andare con i suoi fratelli, loro sì che erano bravi mica come lei che perdeva sempre del tempo a guardare il mare o i monti!

Quella donna, non aveva nessun sentimento di affetto, verso la primogenita, memore dei dissapori in famiglia, quando furono pressanti le aspettative per la nascita di un figlio maschio, che non arrivava mai, solo dopo altre due sorelle, stranamente morte dopo il parto, arrivarono i due eredi maschi.

Il secondo uomo di famiglia però era sempre lei, fin da subito, addetta a lavori pesanti nei campi e nelle zone prative, dove era abile ad adoperare a messuia.

Era quasi sempre insieme a suo papà e spesso lo superava in velocità nel taglio dell’erba, le piaceva star insieme a lui e voleva bene a quell’uomo, anche se da lui, Angelica ciappava de botte, specie quando tornava, ciuccu persu, in quella stamberga di Mascelli, e si percepiva che il capofamiglia aveva avuto una giornata storta.

Ma era democratico e un casciu o un lerfun, lo beccavano anche i fratelli e quella donna che chiamava muggè.

Le aveva insegnato molte cose e poi era bella la vita all’aperto, Angelica conosceva ogni sente` di quei bricchi, scurse, e rian non aveva paura della selva del Latronorium, con suo papà ci andava per funghi e a raccogliere le pigne da vendere in ciassa.

Ma la cosa più bella, era quello stupendo panorama, che si poteva godere dalle zone, oggi identificate con i toponimi di monte Grossu, Cian de Donne, I Funtanin, Cian de Frese e u ma, sempre uguale ma sempre bellu da vedde e poi lo sguardo scendeva giù, verso a Custea, Brigna, Beffadossu e le case delle Sevisse, dove si vedevano tanti ommi cun u piccu e pala.

Il Marchese, aveva fatto disboscare una grande porzione della selva del Latronorium, al fondo della Custea, creando una radura fra i rien da Ciusa e de Sevisse, quei braccianti, come schiavi, dovevano spianare dissodare, sradicar radici togliere le pietre, per rendere quella terra fertile e chissà perché erano gia`state edificate quelle due case con enormi fatiche, per portare I materiali da costruzione.

E Sevisse

Anche il papà di Angelica era laggiù in te Sevisse, dove si vedevano quelle nuvole di polvere alzate dall’uso dei piccuin e di bai, ma come fare a distinguerlo in mezzo a quella moltitudine, dove gli uomini lavoravano come le bestie per portar un tozzo di pane a casa?

Oggi le Sevisse sono un’oasi verde, in un paesaggio lunare, dopo i violenti incendi degli anni 90.

Chi arriva alle Sevisse, davanti al rudere della casa e ai resti di un altro edificio diruto, non puo’ fare a meno che meravigliarsi dell’enorme opera di livellamento, effettuata con la sola forza delle braccia, uomini ma anche donne che hanno modificato questa porzione di territorio, rendendolo fertile e formando na ciassa grande in quella foresta, che nel medioevo era parte del Latronorium.

Latronorium.

Confine naturale, dove i bricchi precipitano verso il fondo valle, formando una profonda gola, percorsa ed erosa dal fiume Latronium, oggi torrente Arenon, una porzione di territorio, oggi poco antropizzato, ma spesso nominato in antichi scritti come un territorio servegu, una selva inestricabile, fonte di leggende e di ancestrali paure e de taggiague

In ti Numascelli

Angelica riprese il faticoso camallo de prie, sentiva quel dito pulsare ed era un dolore lancinante, quando inevitabilmente lo urtava.

Una sera, prima di rientrare nella loro stamberga in ti Numascelli, una di quelle donne che frettan i vermi, tolse quella benda e fra le grida di dolore della ragazza, pose, recitando strane e incomprensibili parole, un unguento a base d’olio, da tenere sempre, fino a quando, non si vedeva uscire il pus purulento dalla ferita, quello era in momento del male, che usciva e quindi il dito poteva essere pulito.

Le dita furono ancora fasciate insieme, perché l’indomani si doveva partire presto dau Burgu, munto’ ai Ersci, poi fo u Rian da Moa, u Briccu da Pansa, attraversare i bellissimi terrazzamenti dei Funtanin e arrivare a quello che poi sarà chiamato u Cian de Donne.

Ma quella ferita si infetto` e Angelica aveva anche il braccio gonfio e livido non riusciva più a muoverlo senza sentir dolore, con grande disappunto di sua madre, le furono affidati lavori non più pesanti, era brava con la messuia e così fu adibita al taglio dell’erba.

Papa Innocenzo IV

Il Papa Innocenzo IV, arrivò ai primi giorni del mese di ottobre del 1244, con la sua corte, in fuga da Federico II che voleva farlo prigioniero, era diretto a Lione per mettersi sotto la protezione del re di Francia e da lì emettere la scomunica contro lo Stupor Mundi, fu ospitato per alcuni giorni dalle suore di S.Maria di Latronorium.

Qui si riposò dal lungo viaggio, poi il Papa, già Sinibaldo Fieschi di Lavagna natio e parlante l’idioma ligure, decise, dismessi i paramenti papali insieme ad alcuni suoi cardinali e qualche prete, di fare un giro di perlustrazione di quella porzione di territorio di cui si favoleggiava la presenza di grandi zone prative e per il pascolo e ottimo posto pe e primisse, verdue, tumote, fascio` cetruin, armugnin, persegue, articiocche e coi.

La corte papale era già stata in visita alla faraonica costruzione progettata dai Vallombrosiani, del Beo de S.Giacomo che prelevava l’acqua dal Deserto e la portava ai Cien de S.Giacomo.

La carita’ cristiana quel giorno non fu evocata, alla vista di quei bambini, che come bestie da soma, camallavan de prie, per costruire quel canale d’acqua.

Erano i famuli, bambini affidati dalle loro famiglie, ai frati dei monasteri perché fossero indrottinati al Cristianesimo.

Bocche in meno da sfamare per famigge cun de nie’ de figgi.

Piccole obbedienti braccia da lavoro per Vallombrosiani e Cistercensi

Accompagnavano il Papa in quella scampagnata,anche un gruppo di scagnozzi del marchese di Ponzone, e come sempre Teodorico, suo medico personale, che seguiva il pontefice in ogni suo agire.

Si ha un bel dire che i preti rifuggano dai piaceri della carne…. questo senz’altro non succedeva nel 1200, era cosa normale che i pastori di Dio si approcciassero al gentil sesso.

La corte al seguito del papa aveva visto quei bambini lavorare, ma dov’erano le loro madri e sorelle?

Fu inviato per la ricerca, un messo papale, con relativo accompagnamento.

Arrivati sui bricchi nei pressi du Cian de Donne, non si accorsero dello stupendo panorama, che da lì si poteva godere, furono distratti da altre cose….

Come fare a meno di notare tutte quelle mamme, figlie, ragazze, intente a dissodare quel colle?

Il timor di Dio si impadronì di quelle umili donne, che si inginocchiarono all’arrivo di quella piccola corte con i paramenti pontifici e il messo papale fu scambiato per il Papa.

Facili, prede quelle donne impaurite!

Furono adocchiate alcune di quelle figgie, tra cui spiccava Angelica, un delegato alla contrattazione si accordò per il giusto compenso da dare alla famiglia, in questo caso rappresentata dalla mamma di Angelica, che cedette dopo una breve trattativa, in affitto, quella figlia malvoluta e per giunta invalida, per due giornate di lavoro alla corte del Papa e intascò quella somma pattuita.

Naturalmente il tutto nella massima discrezione, ai famigliari e conoscenti andava detto, che quelle ragazze erano a servizio del Papa, suscitando le inevitabili invidie in paese!

Quella doveva essere la versione ufficiale, in pratica invece era una prostituzione minorile, non consensuale.

Era sempre stato, così in qualunque luogo di transito della corte di un Papa o quella di un re, c’era il luogo e il tempo delle preghiere, degli affari, delle alleanze e poi quello del piacere.

Si imbandivano grandi tavolate e si addobbavano camere da letto.

Tiranni, papi e re, erano sempre timorosi per la loro incolumità e allora le loro preferite, erano sempre presenti nel seguito.

A soddisfare le loro voglie carnali, con le donne locali, erano clerici o laici, che si deliziavano alla corte di papi e re.

Quale miglior posto, appartato e discreto, poteva essere scelto per compiere quell’infamia, se non quel posto fuori dal mondo delle Sevisse?

Sembrava fatto apposta, e forse era stato concepito proprio per quello scopo.

Come qualche secolo dopo, quando le palazzine di caccia di Vittorio Emanuele II, servivano per tutt’altra cosa, non per niente fu sopranominato il re dai cento figli!

Fu così deciso che quelle fugaci relazioni si sarebbero consumate proprio in quella radura, nella selva del Latronorium.

L’arrivo del Papa, portò una ventata di buone novelle nella comunità di Varagine, gente semplice laboriosa, testa bassa e travaggiò, piena di paure e succube del potere religioso.

Furono, giorni di festa per omaggiare in pompa magna il pontefice, fu proclamato anche il cessate lavori, del costruendo prato delle Sevisse e del Beo di S.Giacomo con l’obbligo di confluire in città per acclamare il papa.

Al papà di Angelica non gli pareva vero, di poter stare qualche giorno in famiglia ma come mai Angelica non c’era?

Angelica con le sue forme da donna adulta, fu adocchiata subito da quegli occhi scrutatori, di bellezze femminili, e senza mezzi termini, le fu detto che doveva recarsi in quella casa delle Sevisse, non doveva far nulla, solo di de sci ai previ e ai so amisci e se tutto andava a buon fine, quei bel vestito che doveva indossare, per quella eccezionale occasione, sarebbero stati i suoi.

A questo punto le cose precipitarono, e chissà se andarono a finire in altro modo rispetto al finale di questo racconto.

Alle Sevisse, Angelica febbricitante per l’infezione, al dito con il braccio dolorante, terrorizzata per quello che le stava per accadere, si accasciò al suolo e nessuno dei presenti, sapeva che fare per farla rinsavire.

Uomini di fede e parolai, incapaci e pavidi, in preda al panico per un possibile scandalo, inviarono un messo a chiamare Teodorico, che arrivò quando già le ombre della sera, avevano reso arduo percorrere il sentiero.

Frate Teodorico dei Borgognoni

Sul web si trova, a volerlo cercare, molta documentazione, che spiega ad esempio l’esistenza di una rinomata scuola chirurgica a Bologna, uno dei padri fondatori fu Ugo dei Borgognoni, che da Lucca si trasferì nella Dotta, insieme al figlio frate Teodorico, che si formò come chirurgo alla scuola del padre.

Frate dell’ordine domenicano, da dove aveva ereditato rigide regole, ma non aveva recepito quelle emanate nei concilii dei papi Innocente II e Bonifacio VIII che avevano posto il veto all’esercizio, da parte degli ecclesiastici della medicina chirurgia e delle leggi.

Ma quando si formarono le prime università laiche a Bologna e a Salerno, dove erano insegnate medicina e chirurgia, la chiesa non si oppose alla frequentazione e alla stessa docenza, in quelle università da parte degli ecclesiastici e quel veto diventò poco più che un consiglio, ma anche quello fu disatteso e non furono pochi gli esponenti del clero, che studiarono e praticarono le discipline mediche.

Teodorico, si distinse per una cospicua produzione scientifica, tra cui la sua “Chirurgica” dedicata al padre.

Dove si ritrovano, tradizione e modernità e in particolar modo è trattata una chirurgia esterna, dedicata alle ferite, fratture e alle lussazioni.

Le ferite erano da lui curate, con un preparato a base di vino, una soluzione alcolica e con fasciature, senza usare unguenti o olii o peggio seguire l’antico metodo della suppurazione, cioè lasciare che la ferita spurgasse il male come era nella medicina tradizionale, molto spesso con esiti fatali a causa delle infezioni.

Padre e figlio furono i primi a trattare le fratture scomposte o esposte con criteri asettici e minimamente traumatizzanti e per l’uso di un unguento mercuriale.

Teodorico ebbe anche il grande merito di aver contribuito all’alleviamento del dolore con quello che può essere definito un sostituto medievale dell’anestesia ovvero la spongia somnifera.

La Spongia Somnifera

A questo punto, serve pubblicare gli ingredienti dell’anestesia usata da Teodorico, per alleviare il dolore, specie a seguito di un’operazione alle mani di gran lunga la parte più sensibile del corpo umano

Oppio, succo di more acerbe, giusquiamo, succo di coconidio, succo di foglie di mandragora, succo di edera, succo di mora silvestre, semi di lattuga, semi di lapazio, e cicuta un’oncia per ognuno dei suddetti ingredienti.

Queste droghe dovevano essere mescolate in un vaso di rame fatte bollire insieme ad una spugna finchè tutto il liquido non si consumi e si rapprenda nella spugna.

Quando serve bisogna mettere la spugna per un’ora in acqua calda e tenerla sotto alle narici del paziente finchè l’operazione non sia ultimata.

Per svegliarlo dal sonno servirà un’altra spugna imbevuta di aceto.

L’Eutanasia

Frate Teodorico, uomo di scienza e poi di religione, rianimò Angelica e alla luce di un lume, si accorse subito della gravità della situazione, quando ebbe sfasciato quel nauseabondo bendaggio, imprecò, contro l’ignoranza di chi non aveva curato quella ferita.

Iniziò subito il medicamento di quella mano gonfia livida, già preda della cancrena che come una macchia nera aveva coinvolto anche il braccio, applicò una soluzione alcolica sulla ferita.

I dolori erano troppo forti, la frattura scomposta, aveva perforato la carne e la ragazza impazziva dal dolore.

Teodorico prese a cuore quella povera ragazza, la fece portare nell’ospedale del Latronorio, sottraendola alle grinfie di qualche bavoso cardinale in quella casa delle Sevisse.

Parlò molto quella notte la povera Angelica, forse aveva un cupo presagio di quello che sarebbe successo e raccontò a quel frate, che era al suo capezzale, del suo piccolo semplice mondo, della sua vita grama, a togliere quelle pietre dai bricchi a prendere botte ogni giorno, destino comune di tutte le donne.

Disse che sarebbe scappata, un giorno da quella città, da quel borgo troppo chiuso, dove tutti sapevano di tutto, una comunità molto religiosa, ma dove si gioiva in segreto delle disgrazie altrui, dando poi pubblicamente la colpa al diavolo e ai suoi inferi.

Era una creatura pura e quel nome Angelica, rispecchiava la sua semplicità, una storia come quella di tante altre ragazze come lei, cresciute troppo in fretta, che nonostante tutto avevano mantenuto la gioia di vivere.

Ma in questo angolo di mondo stretto tra ma e bricchi, se nascevi maschio avevi tante possibilità anche di svago, ma se eri donna dovevi sulu travaggio’ e fo di figgi.

Teodorico uomo prima di scienza e poi di chiesa, erudito e di grande fama, non seppe che cosa dire e per tutta la notte, vegliò Angelica, tenendogli una pezza bagnata in una soluzione di acqua e aceto, su quella fronte febbricitante.

Tante volte Teodorico, aveva sentito la morte arrivare e sapeva che quella per cancrena, era una delle più orribili.

Era arrivato troppo tardi a Varagine, per amputare mano o il braccio e salvare la vita di Angelica, un senso di impotenza e di pietà si impadronì di quell’uomo di scienza.

Noi non sappiamo se quello che successe il giorno dopo, fu ordito per porre fine alle sofferenze o se fu un effetto accidentale di quella empirica anestesia.

Durante l’operazione le ossa del dito di Angelica, furono ricomposte, la ferita ricucita medicata e steccata con una porzione di fusto di canna di fiume.

Ma l’operazione fu interminabile e quella spugna, troppe volte fu passata sotto il naso della povera Angelica.

La scienza dell’ anestesiologia era ai primordi e tutto era regolato dalle reazioni del paziente, ad ogni sussulto di dolore, la spugna era prontamente messa sotto le narici della poveretta, nessuno seguiva parametri vitali nessuno si accorse che il cuore di Angelica si era fermato.

Chissà come saranno andate quel giorno le cose, in quell’ospedale per pellegrini del Latronorio, ma Teodorico uomo di scienza aveva conosciuto tanta troppa sofferenza e molti si rivolgevano segretamente a lui per porre fine al loro calvario terreno.

Lui uomo di religione e poi di scienza, sapeva di contravvenire ad un dogma del Cristianesimo, quella della vita prima di tutto, ma che vita era quella di tanti disperati?

Perché far soffrire così tanto un essere umano, senza speranza di guarigione?

Una crudeltà inutile.

Non possiamo dirlo con certezza se quella fu un’eutanasia.

Teodorico non cercò di riportarla in vita, neanche provò a farle respirare la spugna con l’aceto e in quella Spongia Somnifera, c’era forse una quantità eccessiva di cicuta? .

Usciì con le lacrime agli occhi e qualcheduno disse di averlo poi visto lassù, au Cian de Donne, con le mani rivolte in alto, verso un cielo, mai visto di un blù così intenso.

Dissero che era lassù, per raccomandare l’anima di quella povera ragazza e anche la sua, forse per qualche grave ignoto peccato da lui commesso.

Resto` molto tempo seduto sopra un cumulo, di quell’enorme giacimento di pietre, quel posto era proprio come lo aveva descritto Angelica.

Era il suo mondo, piccolo semplice, con quello spettacolo di monti e mare, da dove un giorno sarebbe fuggita, ma dove invece, si concluse la sua giovane vita.

Teodorico, ritornò a valle, quando vide dall’alto, il corteo papale, che si era messo in moto, per proseguire il viaggio verso la Francia.

Arrivato sulle alture di Castagnabuona, ora monte Croce, videro l’esercito di Federico II, che stava per sbarcare a Savona e tagliare la strada alla corte papale.

A questo punto fu grazie a chi conosceva bene il territorio, che si trovo`un percorso alternativo, nascosto alla vista, l’antica via romana lungo il torrente Maegua.

Naturalmente come in molte altre vicende di chiesa, tutto fu messo a tacere e Angelica fu dichiarata morta, non per un’operazione andata male e neanche per l’uso eccessivo di quella spugna.

Fu data una spiegazione ad uso di una comunità, quella di Varagine da sempre succube e credulona, alle parole di ogni potere.

La colpa era del diavolo, che aveva seguito, il papa con un esercito di centomila spiriti maligni, che si erano impossessati di quella povera ragazza, comandati da Satana in persona!

Ma nulla potè il re degli inferi, contro la fede incrollabile del frate domenicano, che esorcizzò quella ragazza e sconfisse tutti quei diavoli, cacciandoli nella selva del Latronorium.

Il frate però, non riuscì a salvare quella povera ragazza, il cui corpo fu predato del demonio, Angelica fu sacrificata, per proteggere la chiesa e salvare la vita del Papa!

E la prova del contatto con gli inferi, esibita a quel popolo credulone e mantenuto nell’ignoranza, era quel braccio di Angelica, livido nero come la pece!

Alla famiglia restituirono il corpo della fanciulla, vestito con i suoi poveri panni, sopra cui, una mano ignota, pose un bel vestito, quello promesso a Angelica in quella casa alle Sevisse.

Fu seppellita, con gli onori che si riservano ad una Santa, nei pressi della chiesa di S.Ambrogio, sulla collina di Tasca.