Dopo la zona residenziale di S.Giacomo, la strada molto dissestata, prosegue, parallela al torrente Arenon, verso la borgata di Costata.
Questa zona era anticamente denominata dai Vallombrosiani, Fossatum Latronorium, l’antico nome, dell’odierno torrente Spurtigiò, che nasce alla Ciusa, dalla confluenza du Rian de Sevisse e L’Aniun, l’Arenon.
La casa, nelle foto, inserita in una proprietà privata, ha una sua storia, legata ad una famiglia contadina, che in questo territorio del nostro comune, a ridosso del confine di Cogoleto, circa due secoli orsono, viveva dei prodotti della terra e dell’allevamento degli animali.
La mamma, di quella famiglia, era originaria di Sestri, dove le ragazze di bell’aspetto erano chiamate fuente.
Fuenta e fuenti è un termine tutt’ora usato dagli anziani di madrelingua genovese, per indicare ragazza e ragazzo, è un idioma di origine spagnola, derivante dalla alleanza di Genova con Carlo V e la conseguente presenza spagnola nella città nel 1500.
Quella famiggia cun na nio’ de figgi, prese il nome di Fuentelli .
Furono gli ultimi abitanti di quella, casa colonica, probabilmente una antica abitazione, che aveva funzione di presidio e di controllo della parte alta del Latronorium.
Forse una casa da caccia della famiglia Centurione, che estendeva fin nell’alta valle dell’Arenon i suoi possedimenti, in prossimità della selva del Latronorium, che si diceva fosse infestata da ogni essere animale e da briganti!
Una Leggenda narra che, il sommo poeta Dante. di passaggio nella nostra città sostando nel monastero Vallombrosiano di S.Giacomo, un giorno si smarrì nella selva oscura del Latronorium, e qui ebbe l’ispirazione per scrivere la Commedia.
Di quella grande selva, non resta più nulla, i grandi boschi de pin, ersci e rue, furono rasi al suolo da tagli indiscriminati per i cantieri navali e dagli incendi che qui si accanirono negli anni 80/90 del secolo scorso.
Le indagini non chiarirono mai chi furono gli autori di tale scempio e a chi ha giovato di quei giganteschi roghi.
Oggi in questa zona vivono cinque famiglie, alla ribalta della cronaca locale, nel novembre del 2019, per essere rimaste alcuni giorni isolate, quando un’imponente frana si staccò dal Bric Berlese, precipitando a valle fino ad occludere il rio Arenon.
In questo lasso di tempo, sono stati effettuati lavori di consolidamento, drenaggio e monitoraggio. Ma è sempre impressionante l’enorme frana che incombe sulla strada.
In pessimo stato la viabilità, poco dopo aver lasciato il villaggio di S.Giacomo, con innumerevoli buche e asfalto sfaldato.
Un cartello e una sbarra, nel tratto finale della strada, prima della Borgata di Costata, avverte che il transito veicolare è ad uso esclusivo dei residenti.
Il naturale proseguimento della strada verso l’Isula du Deserto, un tempo era percorribile in auto, oggi con il sedime stradale completamente divelto, è interdetto al transito veicolare.
A mio parere è necessario ripristinare questa strada, per avere una viabilità di emergenza utile a seguito di altri smottamenti o per interruzioni della via Aurelia, per realizzare un collegamento viario con Isola del Deserto- S.Giacomo- Varazze.
In questa zona, come già evidenziato in un mio precedente post si trova l’unica fornace di calce e mattoni, della nostra città, poco lontano si possono scorgere i resti, dell’antica via romana che valicava i Gruppi e a Custea.
L’Emilia Scauri, che proveniente da Hasta, saliva verso a Custea, scendeva a Vase, lungo il tracciato oggi denominato a via Gianca.
Cenni storici sulla chiesetta di S.Pietro di G.Carlo Ghione del 2 luglio 1987.
La chiesetta di S.Pietro è quasi certamente la più antica di Casanova in quanto la sua costruzione risale al periodo che va dal 1440 al 1500.
Essa funzionava come luogo di preghiera per la comunità di Casanova in quanto era stata eretta in posizione centrale rispetto alle borgate del tempo, ed era perciò considerata dagli abitanti succursale dell’allora Parrocchia di S-Ambrogio, dalla quale dista circa due miglia e mezzo.
Al 1551 risale la prima richiesta di un cappellano ed altre domande di autorizzazione alla celebrazione della messa si hanno nel 1605 e del 1634 al 1640.
Nel 1715 ci fu la prima riunione dei capifamiglia della frazione di Casanova per la costruzione della nuova parrocchia.
Risale al 1724 un’altra richiesta di un cappellano per S.Pietro tramite. Nel 1750 anno di erezione della nuova chiesa parrocchiale, la chiesetta di S.Pietro tramite i suoi massari, trasla i propri legati alla Parrocchia ed ottiene in seguito il permesso per la celebrazione di una messa domenicale della Parrocchia.
Nel 1843, don Ferro, parroco pro-tempore di Casanova, afferma “ Non esiste memoria di fondazione della Chiesetta di S.Pietro ma si dice esistere da più di 400 anni”.
Da questa affermazione si può dedurre che la Chiesetta di S.Pietro sia stata eretta intorno al 1450.
In essa rimane sempre vivo e tramandato di generazione in generazione, il culto della festa di S.Pietro d cui la borgata prende nome.
Località S.Pietro
La chiesetta di S.Pietro, dà il nome alla borgata omonima, che si erge tra due profonde vallate, quella del Teiro e del Rian dei Galli.
Probabilmente, questo luogo, fu scelto per un insediamento abitativo, perché ben difendibile, con un’ampia e soleggiata zona fertile con abbondanti risorse idriche, da captare con bei, peschee e surchi.
Il ciappin della mulaioa, che attraversa la borgata di S.Peo, proseguiva verso u Quinnu, dove transitavano le lese del legname, destinato ai cantieri navali di Varagine.
4 ottobre 2010
Non esisteva l’attuale viabilità, nel vallone del Rian dei Galli.( u Turtaiò du Ge)
Proseguendo in direzione dei bricchi, la Via del Legno attraversava il Fossello, mentre n’otra mulaioa, da Murtà, raggiungeva Villa Dedatu, l’attuale Casanova.
Fossello, Murtà, Quinno, erano anche le strade che percorrevano, fino a metà del secolo scorso, i bambini, in età scolare, provenienti dalle sottostanti località de Bosin, Bachettu, Gambun, In Ta Cin-a, u Ciasu e S.Anna, per raggiungere l’edificio scolastico.
Le scuole, gestite dalle suore, erano nella casa oggi di Faustino Holler, classe 1932 il decano di S.Pietro, la memoria storica di questo angolo del nostro entroterra, ma anche un maestro di orticultura, tutti in zona si rivolgono a lui per un consiglio o anche solo per scambiar due chiacchere.
Erano sue le prime fave, che ho mangiato quest’anno, quando sono arrivato a San Peo pe fò due parolle cun u Saturnin.
Se Faustino è la memoria storica di S.Pietro, Giovanni u Saturnin è il “braccio pensante”, quello che insieme ad altre persone, mantiene viva la tradizione di questa comunità, stretta attorno alla chiesetta e alla sua piazza.
Saturnin, al secolo Giovanni Cerruti, mi accompagna a visitare San Peo e mi parla esaustivamente di questo edificio religioso, con i suoi dipinti, affreschi, sculture e il pregevole organo a mantice, i lavori effettuati e quelli che sarebbero da fare.
Grazie al suo impegno e inventiva, ogni anno si riesce ad onorare la festa patronale di S.Pietro.
La chiesa è addobbata e sono rese fruibili, le sue importanti opere di arte sacra.
In piazza è allestita l’interessante mostra, delle foto storiche di questa borgata un vero e proprio Archivio Storico Fotografico di S.Pietro, istantanee che ritraggono scene di vita e di precedenti feste, processioni, gruppi di persone, che rivivono con i ricordi di Faustino e u Saturnin
Insieme alle foto è esposta, anche l’interessante documentazione storica di S.Pietro e Casanova
Pubblicazioni di storia cultura e curiosità, grazie al lodevole impegno e all’amore della propria terra, del compianto Mario Damele, U Rissu, che ha estratto numerosi documenti, inerenti le comunità di S.Pietro e Casanova, dagli archivi di stato e della diocesi, oggi fruibili da chi arriva in piazza in occasione della festa patronale. Grazie Mario!
Se noi fossimo viaggiatori nel tempo che fu, arrivati in una giornata di sole al cospetto di questo gruppo di case, aggrappate alla collina, avremmo trovato un po’ di refrigerio, perchè i sentè, muntà e mulaioe, sciu e su pe San Peo e Casanova, erano tutte sovrastate dai pergolati, da dove pendevano i grappoli d’uva solitamente di qualità Bosco e Rollo.
In questa zona si faceva un discreto vino rosso, i tralci davano refrigerio nella stagione calda, ci si dissetava dai funtanin, posizionati lungo queste muntà, oggi quasi tutti chiusi o inutilizzabili.
La piazzetta di S.Pietro, evoca il ricordo degli zii du Saturnin Padre Giovanni Ghiglia e Giacomo Ghiglia, che fu parroco di S.Nazario.
Si deve a loro, la costruzione della piazzetta di San Peo, effettuata allargando la strada, che passa in mezzo alle case.
Questo spiazzo divenne la piazzetta di S.Pietro, parte unica del complesso religioso.
E’ il centro di questa comunità, da sempre ritrovo di bambini e ragazzi, luogo sicuro, lontano dai pericoli della strada di collegamento Varazze-Casanova – Faje.
La piazza dovrebbe essere libera da auto, ritornare ad essere il punto di aggregazione di questa borgata.
Tramandate dal passaparola generazionale, sono alcune storie raccontate da Mascin da Meistra, realtive ai fratelli Ghiglia che anche se uomini di fede non lesinavano scherzi ed azioni goliardiche.
Mascin da Meistra raccontò lo scherzo che fece Giovanni Ghiglia alle suore che abitavano l’edificio scolastico di S.Pietro.
In una peschea erano state messe all’ingrasso delle anguille, che un giorno finirono belle vive e sguscianti, opera di mano ignota, nel refettorio delle suore, provocando urla e forse qualche parola di troppo verso l’autore del fattaccio!
Non ci volle molto a capire chi poteva essere il buontempone!
Sui manifesti, stampati per la festa del 29 giugno, fa bella mostra la chiesetta illuminata di S.Pietro, con gli orari della funzione in onore del Santo e la benedizione dal sagrato della Chiesa.
Nelle serate precedenti la festività di S.Pietro è prevista l’esecuzione di alcuni brani musicali, ad opera di Davide Caviglia, laureando all’Università di Pavia Dipartimento di Musicologia.
Davide Caviglia, suonerà l’antico organo a mantice, fabbricato dalla ditta Giobatta Dessiglioli di Savona.
Quest’anno a S.Pietro, mancherà una persona cara a tutti, lei adesso è nei nostri pensieri e nel nostro cuore, ciao Caterina.
Sviluppato inizialmente come mezzo da trasporto leggero per le truppe aviostrasportate, l’Sd.Kfz 2 “Kettenkrad” era un piccolo veicolo con la parte anteriore simile ad una motocicletta, caratterizzato per il manubrio e per la ruota centrale, e per la parte posteriore progettata per adottare un struttura cingolata a 6 ruote.
Il Kettenkrad poteva trasportare 2 uomini, oltre al conduttore, oppure trasportare materiali e munizioni. Grazie al suo motore Opel 4 cilindri in linea di 1488 cm³ con distribuzione a valvole in testa e raffreddamento ad acqua , lo stesso dell’ auto Opel Olympia , poteva raggiungere una velocità massima di 70 Km/h.
Per mezzo del suo gancio posteriore era capace di trainare sino a 450 Kg di materiale ma anche cannoni anticarro di dimensioni contenute. Il Kettenkrad si dimostrò ottimale per trasportare carichi e uomini su terreni difficili come quelli sabbiosi del Nord Africa o fangosi della steppa Russa.
Più tardi, dal 1944 in poi, venne anche impiegato per la movimentazione sulle piste di volo dei caccia a reazione Messerschmitt Me 262 e dei bombardieri a reazione Arado A-234.
Un Kettenkrad ad Albisola
.Negli anni 80, ritorno’ in voga, una storia raccontata qualche anno prima da chi, diceva di aver visto due esemplari di Kettenkrad sulla spiaggia di Albisola, negli anni di fine guerra nel 44/45, intenti ad effettuare delle esercitazioni militari.
Dov’erano finiti quei mezzi cingolati? Alla viglia del 25 aprile ci fu un fuggi fuggi generale, i tedeschi non avevano avuto il tempo necessario o la voglia di caricare e portar via quei pesanti trattori e poi per farne che cosa?
Questo voleva dire solo una cosa, poteva non essere infondata, la notizia che quei mezzi militari, non erano mai usciti da Albisola. Magari abbandonati all’oblio da qualche parte, dove furono visti per l’ultima volta ma ancora sull’italico suolo.
Una testimone, qualche anno prima, aveva detto di aver visto uno strano trattore, con un manubrio da moto, trainare un vomere nel greto del Sansobbia, stava lavorando al dissodamento di uno dei tanti orti estivi, che prolificavano, nella bella stagione, nell’ampio alveo del fiume.
Nel periodo autunno/inverno, gli orti invece erano abbandonati alle piene del fiume, ma gli attrezzi e le macchine da arare o fresare, ricoverati in baracche al sicuro dalle piene del Sansobbia magari nei pollai in mezzo alle galline e ai conigli.
Ma dove poteva essere quella baracca, che celava almeno una, di quelle pregiate macchine dell’ingegno tedesco, profuso per gli eventi bellici? Un pregiato e ambito oggetto di culto, per gli appassionati collezionisti di residuati bellici?
Era possibile il suo abbandono nell’alveo del Sansobbia, per l’esagerato consumo di carburante per un guasto o semplicemente perché era finita l’epoca degli orti nei fiumi?
Ci fu un mini consulto fra un ristretto gruppo di esperti in militaria, concordi, che il Kettenkrad se c’era, doveva trovarsi celato proprio in una delle tante baracche/pollai, molte di queste abbandonate negli anni dai besagnin, che un tempo curavano gli orti estivi nell’alveo del torrente Sansobbia.
Due persone decisero di affrontare l’impresa della ricerca, ma fu scelto un brutto periodo dell’anno, il mese di giugno!
Quando la vegetazione, aveva già invaso e occluso alla vista, molte cose, e gli insetti erano nel pieno della loro energia, alzati in volo dopo la schiusa di milioni di uova intruppati in sciami pronti alla lotta per la sopravvivenza, anche a spese di due incauti esseri umani, che nel pomeriggio di un infuocato giorno di giugno, erano scesi nell’alveo del fiume per cercare il mitico Kettenkrad.
foto Piera Bernardis
Furono divelte alcune recinzioni e controllato l’interno di alcune baracche/ex pollai, dove c’erano ancora gli attrezzi zappe, badili e zappette canne usate come tutori per le tomate e tanta altre cose e anche tanta rumenta.
Ma del cingolato tedesco nessuna traccia ne’ indizio, uno dei due il più giovane, in preda al “furor da tesor nascosto” una patologia che colpisce sovente, chi si autoconvince di essere sulla pista giusta per far una grande scoperta, non si fece scrupolo di scassinar lucchetti e aprir porte di baracche e ripostigli!
foto Piera Bernardis
Ma nelle case vicine i rumori e presenze insolite nel vicino Sansobbia, avevano allertato e fatto abbaiare dei cani da guardia e anche allarmato qualcheduno, che ora alla finestra o su terrazzo stava scrutando con curiosità quell’oceano di canne, pensando forse a qualche facile preda da bracconare…. oppure..ma saranno mica quei ladri che riescono in pieno giorno a svaligiare gli appartamenti? Ecco dove si nascondono quei maledetti! Meritano proprio una bella lezione!
foto Piera Bernardis
Due persone perse in un mare di canne, acqua, alghe, rovi, pietre e terra, in un assolato pomeriggio di giugno, già grondanti di sudore, pieni di graffi da rovi, punture di insetti e con degli attrezzi da scasso in mano, quali scuse possono raccontare, al cospetto di inferociti cittadini, assetati di giustizia sommaria? Gli raccontano la favola del Kettenkrad?
Fu l’esperienza e lo spirito di sopravvivenza del più anziano dei due, che ebbe il sopravvento, decisero di abbandonare le ricerche, non senza qualche parola di troppo e raggiungere alla svelta una posizione di sicurezza.
Finì così la prima e ultima ricerca dei Kettenkrad di Albisola.
Resta il dubbio, ma saranno mai esistiti i Kettenkrad, ad Albisola? Se la risposta e affermativa, allora qual’è stata la loro sorte?
Diverse le ipotesi la più probabile è quella della rottamazione, negli anni 50/60, non esisteva il mercato di auto e moto d’epoca e al termine della loro vita meccanica, i veicoli a motore erano ancora una risorsa e venduti a peso ferro a uno dei molti raccoglitori/rottamatori, famosi per raccogliere ogni ben di Dio abbandonato dagli umani, sceglievano cosa tagliare con il cannello per il riciclo del ferro e che cosa bruciare per eliminare quello senza valore.
Molti oggetti invece erano stoccati in grandi baracche vecchie cascine, che come grandi empori erano in attesa di potenziali clienti, spesso immigrati per lavoro in cerca di arredi, per la loro casa.
A maggior ragione chi avrebbe rischiato delle sanzioni pecuniarie perché adoperava un mezzo militare? Dove lo aveva preso perché non lo aveva consegnato alle autorità?
Alcuni rottamatori giravano con i loro autocarri anche nei paesi dell’entroterra dove era più facile nascondere ogni cosa fu così che molti esemplari di auto e moto militari e non, che sarebbero oggi ambiti dal mercato dei mezzi d’epoca, finivano invece nell’altoforno.
Nelle nostre campagne si poteva anche celare, il classico tesoro spesso idealizzato con l’auto o la moto nel fienile, sotto un cumulo di fieno o paglia contrattata e comprata per poche lire dagl’ignavo contadino che l’aveva custodita per qualche decina d’anni.
E per finire perché non pensare che il Kettenkrad, sia ancora lì nell’alveo del Sansobbia,in qualche baracca fagocitata dalla natura? Ma che cosa rimane di un mezzo meccanico dopo 75 anni?
Oggi sarebbe ridotto ad un ammasso informe, completamente eroso dalla corrosione, ma sicuro riparo e nido di animali selvatici, un riciclo naturale che come sempre compie la natura quando abbandoniamo un nostro manufatto in un bosco nel mare o fra le canne di un fiume. Un nuovo uso, di quello che fu un pregevole manufatto dell’industria bellica tedesca, una pregiata macchine dell’ingegno tedesco.
A questo punto alla fine di questo post voglio esprimere il mio personale elogio a tutti quelli che appassionati di auto e moto d’epoca, con passione e non comuni capacità tecniche, hanno riportato o conservato in efficienza, veri e propri pezzi di storia da ammirare in una sfilata o all’interno di un’officina.
Dal 10 aprile del 1800, per sette giorni, il Monte Beigua, fu teatro di aspri scontri fra i Francesi del generale Soult e le truppe imperiali Austroungariche del generale St.Julien.
Furono circa trentamila, i soldati coinvolti in una serie di scontri, attacchi, controattacchi, scaramucce e imboscate.
Sul monte Beigua non ci furono vere e proprie battaglie campali
Nel secondo scontro sull’Ermetta, alla vigilia di Pasqua, i francesi furono ricacciati dalla vetta di questo monte.
Ma ad ogni attacco corrispondeva sempre un contrattacco.
E così fu, i francesi ebbero la meglio, il generale Fressinet, inseguì i nemici, fino ad arrivare al Monte Cavalli.
Qui probabilmente fu attirato in una trappola, perché ben appostata, su questo monte, per metà protetto dalla cascata de Prie du Lunò, c’era la brigata del generale Sticker, arrivata seguendo l’antica via del legno dall’Alpicella.
Forte di tre reggimenti, con 3000 uomini, gli austroungarici sbaragliarono le truppe francesi, e le impegnarono in un combattimento con la baionetta.
I combattimenti nel vallone delle Giare – Monte Cavalli e sull’Ermetta, del 12 aprile dell’800, durarono fino a sopraggiunta oscurità.
A notte fonda, a seguito di un cambio di strategia, gli austriaci ricevettero l’ordine di ritirarsi oltre il Sansobbia.
Il giorno di Pasqua, il 13 Aprile, finalmente giunse da Genova una carovana di muli, con un po’ di provviste, 60 sacchi di patate e 20 barili di acquavite.
Il distillato, utilizzato anche durante la prima guerra mondiale, stordiva gli uomini e infondeva euforia negli attacchi ai fortilizi nemici.
Il giorno 14 i soldati di entrambi gli schieramenti, trascorsero la giornata riposando e forse i francesi lo fecero proprio alle pendici del Monte Cavalli.
Ma nelle case di campagna, requisite a qualche povera famiglia di contadini e trasformate in quartier generale, si stava studiando un altro campo di battaglia, la piana del Giovo Ligure, dove il giorno 15 ci furono altri scontri.
Nell’accampamento francese, a causa della carenza di viveri, furono segnalati alcuni casi di cannibalismo, perpetrato dai francesi nei confronti dei nemici caduti.
Questo è un mio riassunto di quanto è scritto nel bella pubblicazione “Sentieri Napoleonici nel Parco del Beigua” edito dal Parco del Beigua.
La battaglia di Monte Cavalli è compresa nell’itinerario A dei Sentieri Napoleonici.
Capelin Cavamortu
La memoria popolare, tramandata fino ai giorni nostri e testimoniata dalla presenza di alcuni toponimi, racconta anche un’altra storia, accaduta in quei giorni, sul Monte Beigua.
Dau Cian de Giare, nasce u Rian dell’Ommu Mortu.
Questa zona da me visitata, con Francesco Canepa, ha subito numerosi interventi di forestazione e per imbrigliare le acque che discendono dai 1124 metri del Bric Galiano.
Il pendio è molto acclive
Un altro toponimo, che è segnato sulle cartine di questa zona, tra u Grupassu e u Lunò è Cavamorto.
Capellin Cavamortu, fa parte di quei racconti tramandati da generazioni, da nonno, in padre e in figlio nelle lunghe serate invernali, attorno ad un fuoco e arrivati fino ai nostri giorni.
Cavamorto, come ogni toponimo, ha la sua ragion d’essere perchè, in questa zona, non era raro, ancora nel secolo scorso, cavare, disotterare dei resti umani, anche durante i lavori di regimentazione delle acque.
Erano i corpi dei caduti in battaglia risalenti agli attacchi e contrattacchi che insanguinarono il Monte Beigua nell’Aprile del 1800.
Erano le vittime di quel 12-13 aprile, quando in questa zona infuriarono i combattimenti.
Non c’era tempo e forze, per seppellire i propri compagni d’arme nè tantomeno i corpi dei nemici.
Il luogo è molto suggestivo, anche due secoli fa, in questa zona, ci sarà stato un bosco di faggi.
Ma nessuno dei combattenti aveva il tempo di ammirare i dintorni.
Anche quando le armi tacevano, i superstiti avevano da fare molte altre cose.
Solo chi era in punto di morte lo faceva, queste corone di fronde, fu l’ultima cosa che videro centinaia di giovani caduti per un ideale o per dovere.
Anche sul Monte Beigua servirebbe commemorare questi fatti storici con una lapide come quella di Colla S.Giacomo.
Il giorno 14, per riprendersi dalle fatiche e curarsi le ferite, probabilmente i francesi restarono in questo posto, ricco di acque sorgive.
E quel toponimo, Giare dell’Olio, ha una qualche attinenza con la presenza di quei soldati.
Passata la furia della battaglia e allontanato il rumore dei cannoni, chi traeva sostegno dall’economia du Boscu e di Pre da Fen, ritornò au Grupasso, Peioa, Lunò ecc. e seppellì alla belle e meglio quei poveri resti umani.
Ma i cadaveri dei soldati, precipitati nel Rian, furono periodicamente, restituiti più a valle, dalle acque di un temporale.
Quellu Rian ciamò dell’Ommu Mortu.
Grazie a Francesco Canepa, che mi ha accompagnato in questa escursione.
Ringrazio per la parte storica, i sig.G.B. Ratto e Riccardo Rosa
Tratto da ” Olio di Oliva e Cotone” di Giovanni Martini
Dedicato ai miei amici, Antonio, Angelo e Massimo.
In ricordo di Antonio Fazio
Eravamo ragazzi negli anni 70, la nostra vita era tutta lì, dove il fiume Teiro, fa l’ultima curva per poi proseguire finalmente diritto verso il mare.
Il lavoro non mancava per nessuno, lungo l’asta del fiume, molte attività, erano ancora legate all’utilizzo della forza motrice,fornita dall’acqua prelevata dal corso d’acqua e fatta precipitare fra le pale di un mulino o semplicemente usata, per la pasta di carta e poi tante altre attività oggi scomparse, il cotonificio, la fonderia le falegnamerie, marmisti carpenteria in ferro, autofficine, riparazioni moto, carrozzerie e demolizioni auto.
Varazze era una città molto laboriosa e si era colleghi, anche terminato l’orario di lavoro.
Non esisteva come oggi la natalita’ azzerata, che oggi conferma la provincia di Savona, come quella ai vertici mondiali dell’età media più elevata.
Un territorio quello della provincia di Savona dichiarato Area di Crisi Complessa.
Negli anni 70, erano centinaia i bambini che “bighellonavano” o lungo il fiume o nei boschi, pochi in spiaggia, perché si diceva che prendere tutto quel sole faceva male alla testa!
Nelle festività di S.Giovanni, S.Pietro e S.Donato era uso fare i falo’.
Era compito di noi ragazzini, raccattare tutto quello che di combustibile poteva servire, per la catasta da ardere, la sera del giorno dedicato al santo di turno.
Si andava in giro a domandare, nominando il Santo di turno:
“Gh’ei quarcosa pe u falò?”
La presenza lì vicino, di alcune falegnamerie, dava modo di reperire molto combustibile, specie i ricci di legno e i scarti di lavorazione, ma il più costante fornitore di materiali, era il bosco necessari e insostituibili erano i suoi rami secchi e non, tagliati o strappati dalle piante.
Negli anni 70 era lecito, anche smaltire un po’ di tutto, i pneumatici usurati ad esempio, erano “buoni da bruciare”, ricordo la carcassa di un pneumatico da camion, che finito il rogo del falò, continuò la sua lenta combustione per alcuni giorni, finché carbonizzato e con tutti i suoi fili metallici scoperti, diventò la base del successivo rogo.
Era enorme, la catasta di “cose” da bruciare accumulata, intorno ad un palo centrale, sulla cui sommità, era posta la “biondina” di solito una vecchia bambolina, che simulava la strega data alle fiamme, antichi retaggi persecutori delle megere messe al rogo dall’inquisizione religiosa, che ancora trovavano continuità storica, in questi roghi, ma anche il riferimento biblico con la bionda Salomè la figlia di Erode, che fece decapitare S.Giovanni Battista.
L’ accensione del falò era attesa con impazienza da un folto gruppo di persone, a volte era posticipata di qualche minuto, per aspettare il vicino di casa che mancava all’appello, era la festa di tutto questo gruppo di case, aggrappate alla collina alla fine di via Montegrappa, proprio di fronte alla chiesa di S.Donato, sulla sponda destra del Teiro.
Tutti intorno alle fiamme del falò con i volti illuminati dalle fiamme a debita distanza per proteggersi dal calore e dai tizzoni portati in aria dalla forza delle fiamme, noi ragazzini allietavamo la festa, facendo roteare con una corda, un pezzo di paglietta di ferro incendiata, gli spezzoni incandescenti, staccati dalla forza centrifuga, producevano una sorta di spettacolo pirotecnico, apprezzato dalle donne e ragazzine presenti con grida, miste di paura e ammirazione.
Foto Pagina Facebook Museo del Bosco
Un’ applauso generale arrivava, quando le fiamme raggiungevano la ” biondina” e poi i complimenti e le pacche sulle nostre esili spalle, da parte degli adulti, che ci gratificavano era un segnale di un vero senso di appartenenza a questa piccola comunità, un grazie per tutto il lavoro fatto.
Fu dopo un falò che ci salutammo da buoni amici, Antonio e Angelo andarono ad abitare dall’altra parte della città, mi promisero che sarebbero ritornati a giocare con noi, ma la promessa non fu mantenuta, solo qualche sporadico incontro in centro.
Si spensero uno dopo l’altro questi falò in città e nelle frazioni e di quei momenti, come di tanti altri, fatti di convivialità e di solidarietà, rimane solo un ricordo.
Volevo inserire nel post, di Giacomo Zunino u Giacchin, la foto dal vivo di un Lesotto, Lesutin ma va benissimo anche na Lesa
Dove posso trovare na Lesa?
Faccio questa domanda in un Bar del Lurbasco e ricevo di rimando la domanda che cos’è la Lesa?
Foto pagina Facebook Museo del Bosco
Colpa mia averlo chiesto ad una persona giovane, oramai di quell’importantissimo mezzo di trasporto, che ebbe un ruolo fondamentale per secoli, nell’economia del legno, nel Lurbasco, se ne è perso la memoria e forse di Lese non ne è rimasto più nessun esemplare.
La mia ricerca si sposta a Vara Inferiore, dove alla mia stessa domanda sulla Lesa, la signora Silvana Siri, mi risponde che di Lese, non se ne trovano più, sono rimasti i Zuetti, i gioghi, che erano fissati al collo dell’animale da tiro per trainare la Lesa.
Alcuni Zuetti, semplici o doppi, sono conservati nell’Esposizione di Arte Contadina, di questa località, chiedo se è possibile visitarla e la signora, che è la curatrice di questa mostra, molto gentilmente mi accompagna.
L’esposizione è nella canonica della Chiesa di S.Giovanni Gualberto, il Santo protettore di Vara Inferiore, dove in un’unico locale, è conservato un vero e proprio patrimonio di ricordi e di storia.
In questo stanzone, come a tenersi stretti , per non disperdere la grande memoria contadina di questo lembo del Lurbasco, ci sono moltissimi attrezzi e oggetti, che in un periodo, già lontano nel tempo, erano di uso quotidiano, ma anche emergenziale, in mancanza di dottori e poi tante altre curiosità, che la signora Silvana, mi illustra con dovizia di particolari.
Entrando a sinistra, ci sono gli attrezzi da lavoro nei boschi.
Immersi nella luce solare, riconosco gli attrezzi da falegname, come quelli di mio mio papà.
Attrezzi di un altro mestiere, ormai raro, il ciabattino
Sono meravigliato e mi congratulo con la signora Siri, per questa bella iniziativa che permette di onorare e conservare la memoria di come si viveva all’epoca dei nostri vecchi.
Arnesi per la vita domestica
A questo punto, dovrei ringraziare anche una signora, della Pro Loco di S.Pietro, che con le sue informazioni, mi ha dato l’opportunità, di vedere questa pregevole raccolta di memoria contadina , di cui io ignoravo l’esistenza! !
L’Esposizione di Arte Contadina è un lodevole esempio di come la signora Silvana e tutti quelli che hanno contribuito all’allestimento di questa mostra, hanno scongiurato, la dispersione o peggio la perdita di questo vero e proprio patrimonio della comunità di Vara, radunando in questi spazi, tutto quel mondo scomparso per sempre dal nostro entroterra.
Ora che questi attrezzi, strumenti e oggetti, riposano in questa esposizione, per come sono stati realizzati e perfezionati, appartengono all’arte creata dalla civiltà contadina.
Un mondo lontano nel tempo, ma che tanto ha fatto, perché noi oggi possiamo godere di quel benessere, tutto dovuto a chi si è spaccato braccia e schiena, in un bosco, in un campo o emigrando in terra straniera.
Una completa collezione di lampade a olio a carburo e ad alcol
La pinza stampo per ostie
Non manca un’ampia raccolta di foto
Un espositore di minerali
E tante altre curiosità e cose insolite
Manteniamo viva, divulghiamo e visitiamo questa pregevole Esposizione di Arte Contadina di Vara Inferiore, aperta ogni domenica nel periodo estivo e se lasciamo un’offerta, libera, contribuiremo alla salvaguardia di questo prezioso scrigno di storia, lavoro, arte, memoria dei nostri vecchi.
Vorrei ricordare a Vara Inferiore domenica 10 luglio, la Festa Patronale di S.Giovanni Gualberto, con l’intrattenimento del Gruppo Vocale Tigliese e nella piazza antistante alcuni banchi della fiera
Un cordiale ringraziamento alla sig.ra Silvana Siri, curatrice di questa bella esposizione e per la sua cortese disponibilità.
Ci sono diversi modi, di parlar delle cose, delle persone, delle vicende umane e lo si può fare in modo descrittivo, soggettivo, didascalico.
Ma questo racconto, parla di lavoro, da voce a chi faceva vita grama molti anni fa, nei boschi a spaccarsi braccia e schiena, per mandare avanti una famiglia, cun na niò de figgi, fratelli e sorelle e allora da esseri umani, bisogna lasciar spazio alle emozioni, alle suggestioni che questa storia ha suscitato in me e credo anche a chi si accinge a leggerla.
Suggestioni dovute anche all’ambientazione del secondo incontro con Giacomo Zunino, classe 1938 Giacchin dei Ciccioli du Dan.
Fa troppo caldo alle undici di una mattina di giugno, sul sagrato della Chiesa dell’Assunta e allora meglio stare all’interno delle mura, seduti all’ombra, immersi nei secoli di storia di questa chiesa.
Ho portato una prima bozza del mio racconto, come faccio sempre, prima di pubblicar qualcosa, a Giacomo dove avevo scritto sottotraccia, quello che mi aveva detto, del suo lavoro giovanile, quello cun i bo e lese au Dan verso Vara Datu, Ciampanu, Sciarburasca ecc.
La lesa è l’attrezzo che simboleggia l’epopea dei Lurbaschi, trasportava il legno delle loro foreste, tagliato e sagomato in tavolame, saliscendendo, il Beigua e il Reixa, per i Cantieri Navali ed altri usi.
L’utilizzo di questo mezzo di trasporto, fu introdotta nel nostro territorio da popoli indoeuropei, che convissero in pace con le popolazioni locali e ci hanno lasciato diverse testimonianze della loro civiltà, come la tipologia costruttiva de Ca de Paggia, le loro festività poi assimilate dal cristianesimo, molti i toponimi, sparsi nel nostro territorio, assimilabili alla cultura celtica, come Banna, Cumba, Verna e le località che terminano con Asca o Asco ecc.
La Lesa è una slitta o treggia e si compone principalmente di tre parti.
Esposizione Arte Contadina di Vara Inf. Pregevole raccolta di antichi attrezzi, oggetti di uso quotidiano e curiosità, esposti nella canonica della Chiesa di S.Giovanni Gualberto. In estate la mostra è aperta ogni domenica.
U Zuettu messo al collo dell’animale da tiro, collegato alla Banchin-a, dove erano assicurate le tavole, il tutto unito cu e cavigge de penellu, viburno
Esposizione Arte Contadina di Vara Inf. Pregevole raccolta di antichi attrezzi, oggetti di uso quotidiano e curiosità, esposti nella canonica della Chiesa di S.Giovanni Gualberto. In estate la mostra è aperta ogni domenica.
La lesa arrivava in qualsiasi posto, dove non c’erano di strade, guadava i fiumi, si destreggiava nei boschi e in ti pre da fen.
Diversa per ogni tipo di trasporto, c’era u Lesottu per portare le pietre, u Lesutin per portare il legname e la Lesa comunemente chiamata quella per portare il fieno
Giacchin mi racconta che i trasporti della legna “bella” erano effettuati in presenza di neve, con molto meno attrito e abrasione, se paragonati ai trasporti effettuati all’asciutto sui ciappin de pria delle Vie del Legno che discendevano dal Beigua.
Non solo la neve, periodicamente le nebbie orografiche nascondevano ogni riferimento, alberi rocce ecc. che erano utilizzati per orientarsi.
Per frenare la lesa, nella lunga discesa verso la nostra città, in presenza di neve, erano utilizzate delle catene, che erano avvolte sui legni a contatto con il terreno.
E per ulteriormente rallentare il carico in caso di lastroni di ghiaccio, erano utilizzate delle funi legate alla lesa e avvolte “cun un giu mortu”ai tronchi degli alberi.
La Muntà di Buei, presso il Cian de Banna, era il tratto più ripido e temuto dai trasportatori di tutta la Via del Legno
Le lese in questo tratto di strada, scendevano, frenate da funi, sotto lo sguardo misericordioso da “Madonna che a Se Gia” una formella in ardesia con l’effige di S.Anna, che ancora oggi è posta su un pilone, all’apice della salita.
Erano impressionanti i cumuli di neve nel Lurbasco e sul Beigua, ma le vie del legno dovevano restare sempre aperte e si trasportava il tavolame, con ogni condizione metereologica, una coperta sul dorso del bue era l’unico conforto a quel povero animale, contro il freddo che arrivava anche a meno 20 gradi sottozero.
Poi a complicare tutto arrivava magari il vento che penetrava nelle ossa e faceva scendere ulteriormente il freddo percepito.
Sono diversi i tratti più ostici, delle vie del legno, una di queste è quella che discende dal Beigua, in direzione della nostra città, attraversando la grande cascata di rocce du Lunò, alle falde del bric Cavalli.
La strada, oggi nascosta da una striscia di alberi, taglia in due questo ammasso di rocce e con una costante, discreta discesa, percorre le falde del Bric Cavalli, Montebè e Priafaia.
In questo tratto di strada, sul selciato, c’è una delle meraviglie del nostro monte, la memoria incisa sulle pietre di ofiolite, di chi, nel corso dei secoli, contribuì in modo massivo alla grandezza della cantieristica varazzina.
Le pietre consumate, levigate hanno assunto delle bellissime tonalità di verde azzurro, lunghe incisioni anch’esse levigate, sono i segni delle innumerevoli lese, centinaia di migliaia, che nei secoli discesero dal Beigua.
Una testimonianza assoluta di storia e di cultura da censire, preservare e divulgare.
A lato di questa via, una ca de pria, era probabilmente un rifugio dove fermarsi in caso di condizioni meteo proibitive, poco oltre la scursa per arrivare agli Armuzzi passando dal ponte du Rian dell’Ommu Mortu , altri ruderi di un altro, probabile riparo.
Nel libro di Giorgio Costa, “Cenni Storici di Varazze” a pag. 121 si cita la relazione di Giovanni da Mezzano del 15 novembre del 1832, dove è documentata la presenza di 14 cantieri navali nella nostra città, dal 1816 al 1865 a Varazze furono costruite 1057 imbarcazioni di grande portata e 578 di piccolo cabotaggio!
Foto Archivio Storico Varagine
Negli anni in cui iniziò il declino della cantieristica, che vanno dal 1866 al 1869, dai cantieri sulla spiaggia di Varazze, uscirono comunque 157 navi per complessive 58.543 tonnellate!
Facendo un rapido calcolo, a spanne, considerando un carico medio di 5 quintali per lesa, ogni anno, erano circa 25.000 i trasporti di toe pe fasciamme stamanee e buei, che provenivano dal Lurbasco!
A Ciampanù ancora negli anni 50/60 c’erano almeno una cinquantina di bo Cabanin, sempre all’opera per portare il tavolame e la legna da ardere.
Foto pagina Facebook Museo del Bosco “Cian de Tore” 28/09/2020
Dalle foreste du Dan e di Vara le tavole sagomate nei boschi, erano trasportate e accatastate au Cian de Toe.
Oggi il Cian de Toe è l’area attrezzata del Faiallo.
E poi nel periodo invernale le carovane di lese affrontavano la vertiginosa e spettacolare discesa, che dal Reixa arrivava a Sambuco, Fiorino, Voltri.
Foto Archivio Storico Varagine
Fu grazie a questa fornitura continua, senza sosta che prosperarono i Cantieri sulle spiagge della nostra regione.
Foto Archivio Storico Varagine
Fu un enorme, mai riconosciuto e commemorato, trasferimento di ricchezza, dagli ombrosi boschi del Lurbasco, alla nostra e ad altre città rivierasche, per lo sviluppo della cantieristica, che tanto lavoro e lustro diede, a Varazze.
Foto Archivio Storico Varagine
Molte delle cose, che rendono confortevole la vita oggi a Varazze, lo dobbiamo a chi faceva vita grama, oltre e sulle pendici di quella montagna da dove arriva la tramontana
E a chi saliscendeva dal Beigua di quella ricchezza, come conferma Giacomo poco restava “ Sulu un po’ de pasta anche cun pocu cundimentu ”
Il legno de rue, dei boschi del Lurbasco, grandi alberi a crescita lenta, era molto richiesto nell’industria cantieristica.
Ma non solo erano ricercate e belle toe de rue, molto pregiati anche i tronchi, con particolari curvature, per fo a chiggia e stamanee, la chiglia e l’ossatura delle imbarcazioni.
A Giacomo, non risulta, che anche nel Lurbasco si adottasse la tecnica, di far crescere gli alberi curvati.
Foto pagina Facebook Museo del Bosco “Prima del 4 novembre” 3/11/2021
Gli alberi abbattuti, buschè, privati della ramaglia e dell’apice, diventati biun, tronchi, trasportati per essere ridotti a tavolame, anche tramite l’utilizzo de lincie, teleferiche, erano sagomati dai arsioui, segantini in toe, tavole con spessore 6 cm, larghezza variabile da un minimo di 10/12 cm fino a superare i 30 cm nei tronchi delle piante più grandi, la lunghezza standard era di solito sui 4.5 m.
Foto pagina Facebook Museo del Bosco
“Ninu, megiu stò derè a un cagou che a un buscou”
Giacomo Zunino u Giacchin già da ragazzo era nei boschi con i “grandi” a tagliar legna, ammirava chi con la su, una grande scure, squadrava in modo perfetto e preciso i tronchi, prima di essere tagliati dai segantini, per ricavarne delle tavole.
Foto pagina Facebook Museo del Bosco
Ma anche le imprecazioni, quando si era alle prese con u biun de legnu d’arfeisu, con le fibre contorte e allora l’operazione de buschè era particolarmente difficoltosa, ma bisognava restare a debita distanza da chi manovrava quella lama……..
Gli artefici della movimentazione del legname erano gli animali da tiro, i buoi Cabanin, un bue di pelo rosso non di grande mole con grandi corna, proveniente dagli allevamenti delle Capanne di Marcarolo, selezionato dall’uomo, per effettuare questo tipo di trasporto, un bue da montagna, meno docile del bue piemontese, con un’unghia robusta dove i ferri avevano una buona durata.
Battista Perata u Biscazè, mi raccontava della peculiarità di questi animali, molto intelligenti, la cui genetica plasmata nei secoli, li aveva resi capaci di eseguire anche senza alcun comando umano, il lavoro a cui erano addetti.
Sensibili e reattivi, erano in grado di governare e mantenere sempre ben allineata, la slitta da trasporto.
Sono molti i racconti, tramandati fino ad oggi e legati a questo tipo di trazione animale.
Foto pagina Facebook Museo del Bosco “Il bosco a casa” 21/10/2021
Il bue era messo al lavoro da giovane, magari utilizzato in coppia, quando era necessario, superare le maggiori pendenze.
Questi animali, erano a perfetta conoscenza del percorso, non avevano bisogno di alcuna guida, ed era prassi non rara, che ci fosse un solo conducente, per una carovana anche di cinque o sei buoi, con le relative lese e il loro carico di tavole.
Ogni animale aveva il suo carattere, che si manifestava con comportamenti ripetitivi, diversi per ogni esemplare, che un buon conducente conosceva, e che di solito mai ostacolava, per rispetto dell’animale.
Giacchin, racconta di un bue che usciva dalla stalla, faceva un largo giro e poi arrivava sempre, dove c’era la lesa e si predisponeva per essere cinto dal giogo.
“Erano come le persone c’erano quelli buin e quelli grammi e se ti prendevano in antipatia, si doveva stare attenti alle cornate….ma quelli di solito, finivano anzitempo in ta pignatta”
Foto pagina Facebook Museo del Bosco “Lince e teleferiche” 28/06/2021
Per recuperare i tronchi più pesanti, nei boschi più scoscesi e ripidi, erano utilizzati anche tre o quattro buoi, assicurati alla lesa con lunghe catene.
Viceversa, le stesse catene erano utilizzate, avvolte ai legni della slitta, per frenare la lesa, nella lunga discesa verso la nostra città.
“Cavallin fa un passo avanti”
Giacomo parla con affetto di Cavallin, un bue suo compagno di tanti viaggi di lavoro.
Foto pagina Facebook Museo del Bosco “Per boschi e per campagna” 9/06/2021
Quell’animale, si era affezionato al suo padrone e fra di loro si instaurò un legame, basato sulla fiducia reciproca, Giacomo parla del bue come di un aiutante, dotato di forza e di molto buonsenso, da buon Cabanin, aveva i suoi tempi, si fermava ogni tanto per riposarsi, ma quando non vedeva più la sagoma di Giacomo, allora accelerava il passo, per stargli vicino, conosceva a occhi chiusi, tutte le strade ed era di una precisione millimetrica nei passaggi più impegnativi.
Un giorno d’inverno durante il trasporto di alcuni pali di castagno molto lunghi per la costruenda linea elettrica Urbe-Vara a causa del ghiaccio quel pesante carico scivolò mettendosi di traverso, Cavallin istintivamente deviò la lesa scongiurando un sicuro ribaltamento del mezzo di trasporto e la conseguente perdita del carico.
Era la simbiosi conducente / animale da tiro, il bue percepiva, anche dal tono della voce del conduttore, la rapidità con cui doveva eseguire il comando ricevuto, ma erano anche capaci, come lo sono i cavalli di percepire l’inesperienza o la titubanza, di chi era addetto al loro governo, le minacce anche a voce alte servivano a poco se non erano accompagnate dalle percosse.
Giacchin racconta di un trio di buoi, che si erano come coalizzati e rendevano difficile il lavoro di trasporto dei tronchi, appena tagliati, Giacchin chiese al proprietario di quegli animali, di metterli alla prova e vedere, se riusciva nell’intento, ad altri non riuscito, di rendere di buon comando quei buoi
Il bue animale docile, ma non stupido, se avesse potuto, avrebbe cercato di far meno fatica possibile.
Quel giorno Giacomo aveva un compito arduo doveva trascinare a mano alcuni tronchi molto pesanti, per poi caricarli sulla lesa, la fatica era enorme ma facendoli rotolare riuscì nell’intento.
Si fermò Il tempo necessario per riprendere fiato, ancora un piccolo ma grande sforzo e sarebbe riuscito a caricare sulla lesa, quel pesante tronco.
Ma con uno strano tempismo, il bue fece un passo avanti spostando la lesa, e il tronco finì a terra
Giacomo pensò ad un movimento involontario dell’animale e fece un altro tentativo ma anche questa volta furbescamente, il bue fece un passo in avanti, rendendo vano il tentativo di giacomo di caricare sulla lesa quel pesante pezzo di legno.
A questo punto Giacchin spossato dalla fatica de rubellòquelu biun e stufo delle furbizie del bue, si parò davanti all’animale, lo guardò negli occhi e in un impeto di rabbia lo morse sul naso, l’animale emise un muggito di dolore!
In quell’istante quel bue, capì di che tempra era fatto Giacchin e ogni volta, in sua presenza, quella bestia abbassava la testa, in segno di sottomissione, ma anche per nascondere il naso e ripararsi da eventuali altre morsicature!
Avendo avuto sentore dell’accaduto, anche gli altri buoi diventando più mansueti!
Il tempo passa veloce e con Giacomo si parla anche un po’ della vita nel Dan, il padre era dedito alle carbunee, che dovevano essere costantemente sorvegliate, a turno dai componenti della famiglia, il trasporto di questo combustibile contenuto nelle gerle e destinato ai runfò, il focolare domestico dove era cotto il cibo, era effettuato con i muli.
Esposizione Arte Contadina di Vara Inf. Pregevole raccolta di antichi attrezzi, oggetti di uso quotidiano e curiosità, esposti nella canonica della Chiesa di S.Giovanni Gualberto. In estate la mostra è aperta ogni domenica.
Inevitabili le ferite con gli attrezzi da taglio, tamponate sul posto con semplici legature.
Nel secondo dopoguerra, le fonti di approvvigionamento del legname per i cantieri navali furono diversificate.
Per un certo periodo, erano i faggi ad essere tagliati, richiesti dal mercato per la costruzione di compensati.
Commerci di legname internazionali, nuove viabilità e l’utilizzo di altri materiali, alluminio e acciaio, per la costruzione delle imbarcazioni, determinarono la fine dell’economia del legno per la cantieristica nel Lurbasco.
Foto pagina Facebook Museo del Bosco “Il Nin con i francesi” 20/04/2021
Per qualche decennio ancora, continuò l’epopea dei Lurbaschi in terra di Francia, tutti gli uomini in età da lavoro, compreso Giacomo, andarono a tagliar alberi e a fa tavole e traversine ferroviarie, oltralpe, ma anche in Sardegna e in Algeria.
Foto pagina Facebook Museo el Bosco “La ressia e le traverse” 18/10/2020
Intere generazioni seguendo l’esempio dei padri o dei parenti, andarono a tagliar dei boschi in Francia, per quasi un secolo fino agli anni 50/60 del secolo scorso.
Lasciavano le loro abitazioni nel Lurbasco agli inizi di autunno, per far ritorno entro il 29 giugno, la festa patronale di S.Pietro.
I Lurbaschi in terra di Francia, è un’altra delle tante storie , molto ben descritte nella pagina Facebook “Museo del Bosco” meritevole opera di salvaguardia della memoria locale e di divulgazione storica.
Giacchin, mi racconta ancora del Dan, di quella contrada in sponda sinistra dell’Orba, con il suo mulino da farina.
Sutta a Rocca da Biscia, dove è nato e cresciuto, e dove anche lì era passata la guerra con i suoi lutti.
Per grazia ricevuta, fu eretta la Chiesa della Madonna della Guardia du Dan
Giacchin pensa a quel mondo, lontano nel tempo, quando il Dan era discretamente abitato, tutti si conoscevano, le porte delle case erano sempre aperte e i bambini, come lui, scorrazzavano liberi e spensierati.
Ma guai a combinar qualche marachella, i bambini erano patrimonio di tutta la comunità e una persona adulta, poteva decidere di comminare una sacrosanta punizione, a qualsiasi bambino, anche se non imparentato.
E mai lamentarsi a casa, con papà e mamma delle botte ricevute magari dal vicino di casa, c’era il serio rischio di prenderle una seconda volta!
C’è un pensiero che accomuna i racconti du Giacchin e du Biscazè, gli ultimi che hanno guidato le lese dei loro padri nei boschi e lungo perdute strade è quella convinzione, che nessuno oggi, sia in grado di capire anche solo parzialmente, come poteva essere la giornata dall’alba al tramonto, di un ragazzino o di una persona adulta con una famiglia da sfamare e come poteva essere il lavoro nei nostri boschi e in quelli del Lurbasco.
Una vita di lavoro, magari diversificata, dall’incedere delle stagioni, ma sempre faticosa e con molte privazioni.
Bisognerebbe avere la consapevolezza, che il nostro vivere quotidiano, fatto di comodità e di cose scontate, lo dobbiamo ai nostri vecchi.
Ma nella nostra città, serve anche avere riconoscenza verso quelle persone, che, con il loro incessante lavoro, hanno contribuito a portare, valicando il Beigua, lavoro e benessere a Varazze.
Fornendo la materia prima, il legno per i cantieri navali, che davano lustro e facevano parlar di Varazze in tutto il mondo.
Di quella manifattura, non solo cantieristica, che mobilitava, per lavoro moltitudini di persone, anche dai comuni limitrofi, non è rimasto più nulla.
Restano incorruttibili dal tempo, quelle pietre scavate e levigate dai saliscendi di lese bo e ommi, lassù, in te quellu ciappin du Lunò, a ricordarci da dove arrivò la ricchezza a Varazze.
Leggo, al mio amico Sergio, un bel post di Facebook, del 21 giugno 2021, pubblicato da Museo del Bosco, dove in una serie di quattro post,si parla di strumenti musicali a fiato, dei Lurbaschi, costruiti con la corteccia del castagno e localmente chiamati, muse, borgne e sciurei.
Sergio, da buon lurbasco, conosce queste cose e sorridendo mi dice che anche lui costruiva gli sciurei, ricavati dai rami, non più grandi di cinque centimetri di diametro, quando la pianta è in “sugo” ed è facile distaccare la corteccia dall’alburno, operazione da effettuare in primavera, quando il castagno, rinato dal letargo invernale, allunga e ingrossa i suoi rami e fa sbocciar le gemme fogliari.
Borgna e Sciurei
Ma la costruzione di questi flauti, è lo spunto per un’altra storia.
Sergio Romano, fu il primo de na nio’ de figgi, nella casa au Maraschin in Vara Superiore, della famiglia Romano Antonio e Pesce Rina, seguito da Delio, Marisa, Ines, Tina e Giancarlo. Dopo un anno e un mese, dalla nascita di Sergio, venne alla luce il secondogenito, Delio, ma fu un parto molto travagliato, la mamma fu dichiarata in fin di vita, riuscì a sopravvivere, ma ebbe bisogno, in seguito di molte cure. Sergio, piccolino, si trasferì in località Cian Malone, nei pressi di Acquabianca, in casa della nonna materna Maria.
Sergio ha un buon ricordo della nonna e ogni volta che la nomina, si percepisce il senso di gratitudine nei suoi confronti, in quella casa a Cian Malone, trovò l’affetto e tutto quanto necessario per la sua infanzia Sergio, restò per quasi dieci anni, nella casa della nonna. Era la lalla Maria, ad aver cura di lui, mi racconta di questa sua zia, che era molto comprensiva e premurosa, a volte lo accompagnava au Maraschin, a trovare la sua vera famiglia, ma la strada da fare era lunga e allora spesso lo portava in spalletta, a Sergio piaceva star lassù e guardar le cose dall’alto.
Maria era una bella ragazza e non passò molto tempo, prima che qualche ragazzo di paese le facesse dei complimenti. Ma a lei non interessavano i suoi conterranei, in una festa di paese, aveva conosciuto quello che poi sarebbe diventato suo marito, u Pedrin.
Pedrin abitava a Masone, in linea d’aria non molto distante da Equagianca, ma era un lungo tragitto, da fare a piedi, per sentiero, in mezzo a boschi, superando colline e corsi d’acqua.
Borgna a spirale
Lo spasimante di Maria, arrivava la domenica mattina, per poi ripartire nel pomeriggio, prima che facesse buio. Fu Pedrin che costruì al giovane Sergio il suo prima sciurei e gli insegnò l’arte della fabbricazione di questi strumenti musicali a fiato, forse per tenerselo buono, impegnato in quel lavoro, in caso di qualche evenienza… .
Era divenuto grandicello Sergio e ora era lui, inviato dalla nonna, che doveva accudire la lalla Maria, sorvegliare da vicino i due fidanzatini, perché si diceva, che bisognava stare molto attenti e non far avvicinare il “fuoco alla paglia”… un incendio era sempre possibile…..
Chiedo a Sergio, se era mai stato corrotto, da quei due fidanzatini, mi risponde, che mai aveva lasciato da sola la Maria, con Pedrin, la nonna era stata tassativa e lui, anche se non era a conoscenza, del perché era lì a far da terzo incomodo, stette agli ordini ricevuti.
Dico a Sergio se si rende conto, di quanto non fosse gradita la sua presenza e lui sorridendo, mi dice che a quell’età, non ne sapeva niente di come girava il mondo!
Lucia e Sergio
Sto bene con Sergio, siamo vecchi amici e basta un commento, un’allusione e si ride per un nonnulla.
Il mondo ha sempre funzionato e tuttora funziona, ancora in quel senso, governato dagli ormoni dei due sessi. Per frequentare o cercare la promessa sposa, i giovani si sobbarcavano lunghi tragitti a piedi, ed erano fortunati, quelli che, come il sottoscritto, qualche anno dopo, avevano un amico di scorribande e insieme facevano un pezzo di strada, quattro chiacchere, facendosi coraggio, nel buio del ritorno, in mezzo a boschi, con l’immancabile lume ad olio. Ma era altrettanto utile, avere calci e pugni amici, per difendersi dai rivali, negli scontri con altri zuenotti per questioni di cuore.
Vera, Marino, Beneitu u Cuinà
Beneitu u Cuin-a, Benito Piombo, mi aveva raccontato delle scorribande giovanili, a cui lui aveva partecipato, partendo da Sciarborasca, in direzione delle Faje e Alpicella, inevitabilmente finiva a botte, per la disputa di qualche bellezza locale. Si ha memoria, anche di una alleanza, tra le due frazioni di Varazze e di una spedizione punitiva, in quel di Sciarborasca, durante la festa di S.Ermete, botte da orbi e poi ci fu l’intervento degli adulti, a far da pacere.
Conosco il sentiero, che percorrevano queste due fazioni rivali, parte da Isula, si inerpica ai Cumbotti e poi si arriva, in poco tempo au passu du Muaggiun.
In questa sfida lontana nel tempo, secondo Beneitu, hanno prevalso i giovanotti di Sciarborasca, che hanno sedotto alcune nostre compaesane, trasferite poi in quel di Cogoleto.
I tempi non sono cambiati…….ma il mondo da sempre, non gira perchè è rotondo!
I mezzi di trasporto invece no, quelli sono in continua evoluzione.
Noi all’interno delle nostre scatolette di lamiera, insieme agli amici, si arrancava, lungo i tornanti di una strada dell’entroterra, verso una fumosa balera, dove si sapeva di ritrovar sempre le stesse facce e magari qualcheduna in particolare, si aspettava l’inizio della musica, per chiedere il ballo alla donzella adocchiata o a quella sospirata.
Spesso si vinceva la sua ritrosia, rassicurandola che era un invito per un ballo solo!
Anche ai “nostri tempi” ci si azzufava per questioni di concorrenza nelle conquiste femminili, ma nelle balere dell’entroterra, il fenomeno era meno frequente, rispetto alle discoteche, innumerevoli punti di ritrovo giovanile, degli anni 70.
Grandi serate, con rinomate orchestre, che attiravano ballerini da ogni parte, facce nuove da conoscere. E poi il viaggio di ritorno, appena dopo la mezzanotte, con le canzoni stonate, cantate nell’abitacolo di quelle nostre scatolette.
Narici dilatate e naso all’insù in questa notte d’inizio estate, alle propaggini di quel monte sacro.
Il Monte Beigua.
I nostri antenati conoscevano i movimenti solari e sapevano che quello era il giorno in cui il sole era più alto in cielo.
Nella notte del solstizio, permeata di odori, dopo aver recitato le solite nenie attraversato il fuoco e danzato in mezzo alle ombre e il fumo, si sarebbero appartati con le loro compagne, per quel rito collettivo di concepimento, nel grande prato zuppo di quella rugiada, che era raccolta e bevuta.
Dicono che siano stati i profumi e tutti gli altri odori artificiali, prodotti dall’uomo, che hanno distrutto gran parte delle nostre primordiali cellule olfattive, specie quelle molecolari, che erano capaci di discernere, tra migliaia di tracce odorifere, quella che serviva per la propria sopravvivenza.
Della preda che stava inseguendo, l’uomo non solo ne percepiva l’odore, ma anche i ferormoni e poteva avere un infinità di altre informazioni.
I ferormoni, regolavano la vita di quelle tribù che avevano dimora sulla nostra montagna.
L’aggressività all’interno di quei gruppi di esseri umani, era regolata dalle secrezioni delle ghiandole ascellari e inguinali, erano i loro ferormoni che combattevano un’ipotetica battaglia, per determinare chi era l’uomo più forte.
Nessuno avrebbe osato contraddire il verdetto, scaturito da quel molecolare confronto.
A seguire questo articolo, tratto da Spondediboscomadre del 21 giugno 2018
Anche giugno volge verso la fine, portandosi via la Primavera. Eccoci dunque al Solstizio d’Estate, chiamato anche Midsummer (Mezza Estate) in Gran Bretagna e conosciuto come Litha dai neopagani.
Presso le popolazioni antiche, questo era un momento di grandi festeggiamenti e carico di energia, poiché la natura è al suo culmine. E’ durante questo periodo che si raccolgono le erbe, le quali raggiungono il periodo balsamico. E’ giunto anche il tempo dei primi raccolti e della mietitura, che offrono cibo, sostentamento e provviste per i mesi più duri dell’anno. Con i nostri ritmi frenetici e l’abbondanza di cibo dei giorni moderni non ci rendiamo più conto dell’importanza dei ritmi naturali e delle valenze di queste festività antiche.
Tali antiche festività confluirono poi, con la cristianizzazione, nella festa di San Giovanni, che cade il 24 giugno.
In questi giorni l’energia solare è così potente da trasmettersi alla natura e alla terra, motivo per cui nell’antichità venivano raccolte le erbe, che si facevano seccare per essere conservate e consumate durante il resto dell’anno.
Il Solstizio d’Estate è una festa a carattere purificatorio; la purificazione avviene tramite due elementi: il fuoco e l’acqua. Essi sono il simbolo del Sole e della Luna, che secondo il folklore in questo periodo convolavano simbolicamente a nozze. Da Nord a Sud, da Est a Ovest, ovunque nel mondo era un costante accendersi di fuochi e falò per incoraggiare il Sole a restare e a non fermare la sua marcia vittoriosa sull’oscurità, dandogli vigore e forza. Ruote infuocate venivano fatte rotolare giù dai pendii, il bestiame veniva fatto passare attraverso i fumi dei falò per proteggerlo dalle malattie, mentre gli uomini saltavano sopra i fuochi per propiziarsi la fortuna dell’anno a venire o per trarre presagi del futuro. Le ceneri dei fuochi di Mezza Estate venivano poi sparse per i campi per dare fertilità al terreno e assicurarsi così un buon raccolto durante i mesi estivi.
Anche l’elemento acqua, come dicevamo, è importante per queste festività. All’alba del giorno del Solstizio (poi San Giovanni) le donne e gli uomini erano soliti fare il bagno nella rugiada del mattino,chiamata “guazza”, per propiziarsi la fertilità di cui si credeva fossero intrise le acque. Si diceva che la Guazza di San Giovanni fosse portentosa: faceva ringiovanire, ricrescere i capelli, aveva azione purificatrice e fecondatrice.
Le giovani spose che volevano avere molti figli sollevavano dunque le vesti e si adagiavano sui prati per lavarsi intimamente con la magica rugiada.
Anche gli uomini volevano godere delle virtù dell’acqua del mattino, per cui non era strano che le coppie si appartassero per consumare il proprio amore e sfruttare le energie propiziatorie del giorno.
Tuttavia quello del Solstizio estivo non è un giorno di festeggiamenti, convivialità e amoreggiamenti solo per i comuni mortali: la notte della vigilia di questo giorno, infatti, si popolava di diavoli, demoni e streghe, da cui era necessario proteggersi. Ed ecco che entrano in scena le erbe. Tra quelle indicate per la protezione dagli spiriti e dalle donne a cavallo della scopa che infestavano i cieli nell’oscurità, c’era l’Iperico o Scacciadiavoli, conosciuto anche come erba di San Giovanni.
Le erbe erano usate anche a scopo divinatorio, poiché, esattamente come Samhain (meglio conosciuto come Halloween o Ognissanti), il Solstizio è considerato un secondo capodanno. Come già detto, infatti, questo giorno termina l’anno ascendente e inizia quello discendente, per cui era usanza tentare di predire il futuro. La magia d’amore era quella preferita in questo periodo, per cui erbe come il rosmarino, il prezzemolo o la ruta erano poste sotto il guanciale per sognare il volto del futuro sposo.