A Muntà da Cappeletta

Al pianoro di S.Lorenzo, arrivava la mulattiera che proveniva dai Posi, i Peccetti e Cian de Saccun, da qui si dipartivano due strade in salita, le cosidette Muntà di Orbi per l’Arpiscella, raccontata nel mio U Pe du Diau e quella in direzione delle Faie, denominata a Muntà da Cappeletta, oggi via Primavera.

Mi è capitato di percorrere, qualche anno fa, nel periodo invernale, questa muntà, che prosegue per poi confluire, nella soprastante via Poggio Appropriato il nome Primavera, la natura in questo lembo di territorio era già in fase avanzata, con delle belle fioriture di mimosa.

Oggi dell’originale via Primavera, che si diparte al termine dell’asfalto, solo un tratto è percorribile, con grande difficoltà per l’eccessiva crescita della vegetazione, ruvei, freisce, gasie, frasci, serveghi, mimose e tante brughe, poi si arriva alla gigantesca voragine, della frana che proprio qui, il 23 novembre del 2019 si è staccata dalle pendici du Posu, trascinando a valle migliaia di metri cubi di terra e pietre, nella sottostante via Campomarzio, travolgendo centinaia di alberi e grandi massi, cancellando la strada da e verso le Muggine.

Solo se si arriva al cospetto del fronte franoso, ci si rende conto dell’entità di questo enorme distacco, una porzione di collina non c’è più.

Tutto il nostro entroterra e’ un fragile territorio, che sta lentamente, inesorabilmente scivolando a valle.

E’ necessario curare e monitorare le nostre colline, che sono a rischio ad ogni nubifragio, quasi sempre, nel periodo autunnale, quando sulle nostre zone si abbattono tempeste con eccezionali portate d’acqua.

Purtroppo ci siamo abituati al continuo stato di emergenza o far sempre interventi urgenti. Non esiste una pianificazione, a livello regionale, per la tutela del nostro entroterra e di prevenzione, se ne parla soltanto, ma poi in pratica, sono cose difficili da realizzare, mancano sempre i fondi le risorse ecc. e allora non si fa nulla, per mettere in sicurezza questi territori.

Ma ci si lamenta sempre dopo, da buoni italiani, di non aver fatto niente.

Eppure se solo ci addentriamo in un bosco, come quello che sovrasta via Primavera, si scopre che qualcheduno, tutto questo lo aveva già previsto molti anni fa e pur con le limitatezze tecniche del suo tempo, ma con un grande e immane lavoro, aveva posto in essere dei rimedi o almeno mitigato gli effetti dell’acqua di dilavamento.

Che questa era una zona a rischio de sbigge, ben lo sapevano quelli che molti anni fa in questi boschi, da dove traevano il loro sostentamento, avevano eretto una quantità enorme di muri a secco, anche con pietre di grandi dimensioni, creando dei terrazzamenti, il cui compito primario era di contenimento e di salvaguardia da eventuali frane.

Ho voluto documentare il lavoro fatto da generazioni di nostri concittadini con le foto allegate a questo post, muagge de prie a perdita d’occhio e alcune pose, basamenti in pietra dove erano caricati con pesanti fardelli i muli o le schiene degli uomini.

I surchi, altra indispensabile opera idraulica canali per regimentare, trattenere e far defluire le acque, che sarebbero risolutivi anche oggi specie quando i pendii sono molto acclivi come in questa zona.

Posto de piccapria, cave di pietra la materia prima non mancava, alcune cascine in zona, servivano per gli attrezzi e per il riposo dei cavatori, ma anche zona di coltivazioni, qui favorite dalla presenza di fonti e dal clima mite. anche nella stagione fredda, non ultimo un grande panorama con vista dell’alta valle Teiro e in fondo l’orizzonte del mare, questi furono i fattori che determinarono degli insediamenti umani in questa porzione di territorio.

Peccato per il sole che crea isole di luce e confonde i contorni delle cose da vedere in foto. Appena sopra a Muntà da Cappelletta si trova una cosa insolita, un gigantesco ciappun de pria, uno scivolo naturale , stranamente delimitato nella parte bassa da un muro di notevole spessore, forse eretto per dare stabilità al megalite, oppure molto probabilmente per chiudere la cavità, che formava la grossa pietra, e creare, un riparo sotto roccia, la cui entrata, laterale oggi è occlusa dalla terra, altre dimore dello stesso tipo sono nella zona soprastante, detta delle Agugiaie.

A Stella Maris

Il 15 Agosto 1971, alle ore 10, ci fu l’inaugurazione e benedizione del dipinto Stella Maris pressi i portici di via Malocello, la Madonna dei Marinai, in sostituzione del precedente dipinto ammalorato e vandalizzato.

Il Capo Tecnico del Comune di Varazze, avvocato Giorgio Costa, era presente e alla cerimonia di inaugurazione, scrisse e pronunciò un discorso da cui traspare tutta la sua dedizione e l’amore per la nostra città.

Giorgio Costa è l’autore del libro “Saggi storici su Varazze” dalla ricerca dell’antica Varazze, alla campagna napoleonica del 1800. Una pubblicazione dettata dall’amore per la terra natia, ricca di storia e di tradizioni. Un’ottima guida per chi vuole conoscere la storia della nostra città.

Di seguito il discorso integrale dell’avv. Giorgio Costa.

Stella Maris

L’inaugurazione del dipinto che raffigura la Madonna dei Marinai, anche se si svolge nell’atmosfera di una semplice cerimonia, in contrasto con la tumultuosa vita balneare, causa egualmente un significativo rilievo, per il suo carattere di autentica manifestazione cittadina è piu intimamente sentita ed apprezzata dall’anima popolare.

Ma occorre sottolineare che essa è e vuole essere anche un avvenimento di storica importanza, in quanto si inserisce nella luce delle tradizioni secolari, tuttora vive nella nostra gente.

Al posto di una rozza immagine della Vergine, corrosa dal tempo e deturpata dall’inconsulto gesto di un maniaco, i varazzini vedono oggi sostituito con un pregevole affresco acrilico, su cemento, uscito dal pennello di un maestro del colore.

Motivo poi di legittimo compiacimento ed orgoglio è che l’opera, vivente testimonianza della fede e della pietà di un popolo marinaro, trova opportuno e degno collocamento proprio entro l’antico borgo murato nella contrada detta “In tiu Maxellu” un tempo cuore pulsante della vita medievale e ove nell’ottobre del 1376, albergò S. Caterina da Siena, al suo ritorno da Avignone.

Transitando davanti a questa edicola, il viandante del passato, levava lo sguardo fidente in un frettoloso saluto, all’inizio della quotidiana fatica o per invocare sollievo alle pene e ai dolori della vita.

Di qui specialmente i naviganti consci dei rischi e delle insidie del mare, prima di salpare dal lido prendevano commiato, implorando benedizione e aiuto.

Qui ancora reduci da perigliosi viaggi, essi tornavano per un atto di riconoscente ringraziamento alla Stella Maris che, per loro, era stata faro di luce e ancora di salvezza nell’infuriare delle tempeste.

Se oggi si compie questa cerimonia, rievocatrice di ricordi e vicende, cari al cuore dei varazzini il merito è doveroso ricordarlo spetta soprattutto al prof. Alberto Amorico, illustre pittore membro di diverse accademie, legato da sentimenti di particolare predilezione alla nostra cittadina ove soggiorna, ospite gradito, da molti anni.

Con questa opera, ispirata dalla fede e che sa le ansie e i tormenti di un artista, consapevole della sua missione, egli ha voluto offrire un affettuoso omaggio alla Madonna e ai marinai di Varazze, come è espresso nella dedica, apposta dall’autore sul retro del quadro.

Al prof. Alberto Amorico, sento in questo momento il dovere di esprimere a nome del Sindaco della Civica Amministrazione e della cittadinanza , il più sincero compiacimento per così autentico capolavoro che egli h voluto lasciare in eredità a Varazze e che conferma le sue doti di pittore, il cui nome ha meritata risonanza in Italia.

A lui che, con il magico tocco del pennello, è riuscito a ritrarre le sembianza luminose della Madonna dei Marinai e trasfondere in essa cisì alta e sentita ispirazione, rinnovo pertanto i sensi del memore e grato ringraziamento dei varazzini. G.Costa

Questo documento di storia e di fede, della nostra città è stato da me digitalizzato, grazie alla raccolta documenti, di Prospero Castello, conservata nell’Archivio Giovanni Parodi, che ringrazio per la sua cortese disponibilità.

Ricevo e pubblico il seguente commento di Michela Canepa

l pittore che lo dipinse è Amorico, la Madonna ha come modella mia cugina Mari e i piedini di Gesù, sono i miei!

foto in b/n Archivio Storico Varagine

A Pria Scrita (seconda parte)

Sempre un po’ di patema, per ritrovare la “pietra scritta”, memore di inutili precedenti “spedizioni” alla sua ricerca e poi non vorrei deludere il mio amico Francesco, che mi accompagna in questa escursione “alla ricerca della pietra perduta” gli ho garantito che l’avremmo trovata, ma ora i riferimenti che avevo memorizzato non li trovo, speriamo di non aver fatto un viaggio a vuoto!

Almeno 4 i precedenti tentativi, per trovare questo monumento roccioso.

Poi 2 anni fa mi è capitato di essere sul Beigua a cercar funghi, con mio cognato e quasi per caso l’ho trovata è stata una cosa imprevista una bella sorpresa!

Ancora pochi passi, un paio di ruscelli attraversati, ed eccola li! Come la si vede dalle foto.

imponente e importante, unica nel suo genere, con tutte quelle incisioni sovrapposte dal tempo.

Molte le incisioni a Phi, modificate in simboli cristiani, coppelle, polissoir, strane mappe incise ancora da decifrare, poi ancora incisioni datate e autografate molte del 1800.

Dal neolitico al XX secolo!

E quel buco quadrato, a metà della superficie della pietra?

Sembra, a prima vista, un ripiano per appoggiar qualcosa e se fosse il vuoto lasciato da chi ha prelevato una porzione di pietra?

Che cosa c’era di così importante da essere asportato?

Sono molte le interpretazioni date a queste incisioni, anche bizzarre e improbabili, perché non pensare invece al gioco al passatempo di chi in questa zona di pascolo, doveva star giornate intere ad accudire degli animali, un pò come avremmo fatto noi migliaia di anni dopo, figgio’ serveghi pasticciando un banco di scuola?

Il pericolo del vandalismo dei grafonami o di chi, possa danneggiare con la sua maleducazione questa meraviglia del Beigua, è reale, per fortuna la pietra è ben celata e non facile da raggiungere.

Approfitto per dire che si deve rispetto a questo luogo, prezioso unico ancora da decifrare, catalogare, con tante testimonianze della frequentazione nei secoli, del nostro monte.

http://www.parcobeigua.it/siti-archeologici-dettaglio.php?id_pun=1779

Ci sono innumerevoli pubblicazioni che parlano esaurientemente della “Pietra Scritta”

Osservando la zona si intuisce l’importanza della sua posizione, l ‘acqua e’ abbondante, anche nel periodo estivo, seguendo il corso del ruscello ci si mette in comunicazione, con l’altro versante quello della grande pianura.

Era probabilmente un luogo di incontro di transito, delle popolazioni, che trasmigravano, portando gli animali al pascolo o di passaggio per i commerci.

Lasciamo questo luogo, pensando, ancora una volta, ad una cosa bella non sufficientemente valorizzata, in altri paesi anche confinanti con l’Italia, se trovano 4 pietre e 2 ossa ci fanno un bel museo all’aria aperta!

Perché non far qualcosa, per preservare, anche dalle intemperie, questo poderoso monumento storico?

Magari tramite una stradina d’accesso e altre strutture per renderlo piu’ agibile e fruibile a ricercatori, studenti o semplici visitatori.

L’approccio a questo sito, a mio parere, non deve però essere quello della scampagnata della domenica, chi arriva deve avere la curiosità ma anche lasciarsi come trasportare indietro nel tempo immaginare questo posto come poteva essere 4000/5000 anni fa.

Serve sicuramente una guida del “posto” che oltre la divulgazione storica sappia coinvolgere le persone, ad apprezzare le piccole cose belle quelle vicino casa quelle dei nostri vecchi o dei nostri antenati.

Solo a questo punto si riesce ad apprezzare la bellezza che ci circonda quando si è immersi nella natura e al cospetto di queste testimonianze di un passato di antiche frequentazioni.

Un grazie per le foto e per l’escursione alla pietra perduta a Francesco Canepa.

A Pria Scrita (prima parte)

Nell’età del ferro, lungo la costa ligure si sviluppa una forte civiltà, coadiuvata nell’entroterra da gruppi di agricoltori e pastori, fu quest’ultima frangia periferica, che manterrà più a lungo le caratteristiche di questa civiltà culturale e organizzativa, che sarà conosciuta come il popolo dei Liguri.

Ma le origini, del nostro popolo, hanno radici molto più lontane nel tempo.

Il massiccio del Monte Beigua, fu per millenni un tramite, fra le popolazioni costiere e quelle interne. Già dal neolitico e poi durante la civiltà del bronzo.

Questi nostri antenati videro, nella cima di questo monte, la loro montagna sacra. Ne sono indizi la presenza di rocce incise, di menhir, dolmen, sentieri megalitici e di antichi itinerari che portano in vetta.

L’ assonanza toponimica con il monte Bego, nelle Alpi Marittime, appena deformata, dalla pronuncia è palese, di una sola civiltà, i Liguri dalle alpi Apuane fino ai monti Iberici.

Un’avvenimento importante è stato il rinvenimento, sulla vetta, di un simulacro in arenaria, una testa stilizzata di un ariete, tutt’ora chiamato nei dialetti dell’entroterra “beru” che associa per assonanza della pronuncia , la divinazione di questo animale al nome Beigua.

La testa di ariete è ad oggi, un mistero della nostra città, scomparsa e non si sa dove sia.

Di questo importantissimo e unico oggetto, arrivato fino a noi dalla preistoria, non c è più traccia.

Nella foto, uno scorcio del bellissimo bosco di faggi secolari, presente sulla vetta della “nostra montagna”.

I cespugli di marzapane, assolutamente da non sradicare! Per rispetto del luogo e della natura, il processo vegetativo di questo muschio, impiega decine di anni per arrivare a formare queste belle concrezioni.

Prosegue l’escursione, insieme a Francesco Canepa, verso la “Pietra Scritta” grande testimonianza storica, con le sue incisioni, della frequentazione di questi luoghi.

E Prie de Lese

Un triangolo rosso sul Beigua, contrassegna un’importante via di comunicazione, facente parte delle Strà da Lese, dove transitava tutto il trasporto del legname, proveniente dal Lurbasco e diretto ai cantieri navali della nostra città.

Alla vista du Lunò con Francesco Canepa attraversiamo u Pro da Fen per incrociare il sentiero.

Chi oggi transita, lungo il sentiero, con triangolo rosso, nel tratto alle pendici del Bric Cavalli, deve ringraziare chi ha letteralmente tagliato in due e bonificato dalle pietre, quell’enorme morena, chiamata u Lunò, per costruire la strada e il suo sedime, un lavoro immane fatto da chissachì e perchè?

Qual’era il motivo, certamente importante, per costruire questa grande opera movimentando una quantità enorme di massi?

Anche in questo caso, possiamo cercar delle risposte, celate nelle incorruttibili pietre della nostra montagna.

 Non si può non restare meravigliati alla vista, delle innumerevoli pietre ofiolitiche, che formano il sedime di questa Strà da Lese, perfettamente levigate e percorse da profondi solchi.

E’ incredibile la perfetta lucidatura di queste pietre, dovuta al consumo, operato da secoli di andirivieni a piedi, cun bo e lese, i buoi con i loro carichi di tavolame sulle slitte, che hanno spianato le asperità ed estratto dalla massa litica e reso fruibili alla vista, le bellissime venature marmoree, dalle molteplici sfumature verde azzurro.

 Un altro patrimonio culturale del nostro entroterra che andrebbe censito e tutelato e soprattutto protetto.

Ma è un altro, ben più importante patrimonio, che deve essere preservato è quello della memoria della nostra comunità, che tanto deve a queste strade e a quelli che queste strade praticavano con pesanti carichi destinati alla nostra città.

 Quelli che, con immani fatiche, perizie e peripezie, saliscendevano dal Beigua, per portare la materia prima, il legno, ai cantieri della nostra città e che hanno contribuito in modo fondamentale allo sviluppo delle industrie cantieristiche navali di Varazze.

Dove c’è lavoro, quello organizzato di cantieri e fabbriche c’è benessere per tutti.

 Grazie all’abilità dei nostri maestri d’ascia, ma anche è soprattutto a quelli che estrassero, da quella miniera d’oro verde delle foreste del Beigua e poi del Lurbasco il legno perché reso sull’arenile  diventasse fasciamme, stamanee buei ecc…..

Il mezzo di trasporto era la lesa, una slitta trainata dai buoi capace di andare dove non c’erano strade di scorrere sopra pietre o nei guadi, di diversi tipi a seconda di quello che si doveva trasportare, legname, fieno pietre.

Quanto dobbiamo del nostro bel vivere in questa città al lavoro delle passate generazioni?

Uno sfruttamento massivo di quella massa vegetale, iniziata quando Varazze era chiamata dai romani A Navalia, sede di cantieri navali per la flotta militare e commerciale di Roma, poi proseguita con Varagine al soldo di Genova per far grande la flotta della Dominante.

Tagliato l’ultimo albero di quercia sul versante marino del Monte Beigua, restarono i faggi, poco utilizzati in ambito cantieristico ed edile, e i grandi castagneti, ma quelli erano alberi sacri, appartenevano all’economia della castagna e furono preservati dal taglio.

 A questo punto, fu giocoforza, prolungare le antiche vie del legno, oltre giogo verso il Lurbasco, dove c’era la grande Silvis Urbis, descritta da Paolo Diacono nel VIII d.c terra di caccia del re longobardo Litupandro.

Paradossalmente il trasporto del legname più pregiato, avveniva d’inverno quando la coltre di neve aveva ricoperto le Vie del Legno, il tavolame scivolava sul ghiaccio ed era frenato dalle catene, avvolte nei legni a contatto con il suolo.

Il saliscendi lungo le vie del legno poi continuava tutto l’anno, la lesa, era costruita per un solo viaggio di andata e venduta insieme al legno trasportato.

  Gli ultimi addetti a questa attività furono i nostri vecchi fino all’alba del 900, quando ancora discendevano le Vie del Legno con Lese e buoi per rifornire i cantieri navali ma l’industria bellica aveva iniziato l’utilizzo dell’acciaio e di metallo furono anche le grandi navi passeggere.

Commerci internazionali e nuove viabilità posero fine all’economia del legno, e le ultime lese a discendere il Beigua erano quelle cariche di fieno o di legna da ardere.

https://www.pienidigiorni.com/single-post/2020/07/03/IL-BOSCO-LIGURE-IERI-E-OGGI-UN-MUSEO-VIVENTE?fbclid=IwAR3qBn_l0yaiJGYvy6QK_O6XteDn9boljnMTEyBNx14UYTgfhzWueEwhn_Y

foto b/n Archivio Storico Varagine e Museo del Bosco

U Pè du Diau

Con il mio collega di Centrale, Dino Canepa, l’appuntamento è dalle ex scuole del Pero, in località S.Lorenzo.

Arrivo in anticipo per visitare la bella chiesa di S.Luensu, contornata da un parco di abeti e ersci, secolari.

Dino mi aveva parlato, dell’esistenza di una strana roccia, denominata u Pè du Diau, in questa zona, lungo un’antica strada di comunicazione. Conoscendo lo stato di totale abbandono, di boschi e strade, si presenta all’appuntamento armato di una roncola.

Il tragitto è quello della vecchia strada lastricata, che da S.Luensu, prosegue per arrivare all’Arpiscella.

Passiamo accanto alla Apicultura Montali, dove incontriamo il proprietario, Enrico Dabove, un cugino di mio papà, si parla di questa antica strada e di una diramazione, che sale fino alla località di Bin, ci rassicura della praticabilità della strada, perché ha provveduto lui stesso insieme ad altri al taglio dei vegetali, che ne impedivano il transito, sveliamo il perché della nostra escursione e anche lui conferma il mistero di questa strana pietra.

L’ambiente è quello del nostro entroterra, alle falde meridionali dei bricchi, che degradano dal Beigua, l’acqua sgorga da ogni fessura, riempie grandi vasche di raccolta e scorre in alcuni ruscelli con bellissimi esemplari di capelvenere.

Alti muri in pietra di buona fattura, delimitano e sorreggono il piano viario

Nel primo invaso, di cui allego alcune foto, la trasparenza dell’acqua è esaltata dalla luce solare, che fa intravvedere il fondo della vasca con tronchi marcescenti, dove nuota un branco di pesci, chissà come, arrivati fin quassù.

Questo accumulo d’acqua è denominato du Dusce che in zeneise vuol dire Doge, chissà forse era un nomignolo affibbiato al proprietario di questa vasca, oppure era un dominio della Serenissima?

Poco prima un ex cascina è stata abilmente trasformata anch’essa in cisterna.

Proseguiamo la strada, ora in discreta salita a l’è a Muntà di Orbi, forse riferito alla fatiga da orbi, fatta dalle generazioni passate, per trasportare pesanti fardelli.

Come in altre mulattiere, quando il percorso si fa particolarmente acclive, il fondo è lastricato con le classiche prie posè de taggiu, per essere il meno possibile scivolose in caso di neve o gelo, ma anche per garantire una più stabile presa, per i zoccoli degli animali da tiro.

Ammiro sempre queste pietre, ognuna posata con sapienza forza e tanta fatica, con un lavoro incessante, tramandato da padre in figlio, lasciato ai nipoti e oggi in eredità a noi, gente moderna, incapaci anche solo di pensare, come sia stato possibile da una terra ingrata e ostile trarre il sostentamento e crescere dei figli, erigendo dei muri a secco per creare terrazzamenti da coltivate.

E miagge de pria, il vero patrimonio della nostra regione, le Cattedrali di Liguria.

Sulla via del ritorno fotografo una strano muro con pietre posate alla bizantina a lisca di pesce o forse solo abilmente incastrate.

Era anche questa, un’antica Strà da Lese e i segni dei legni, che hanno consumato la roccia, sono ben visibili in alcune pietre del selciato. Alla fine di un leggero falsopiano, si intravvede ancora una salita verso la zona, denominata da Madunetta, chissà forse un tempo, c’era un’edicola votiva, come le tante che si trovano, lungo le strade di grande transito.

In questo punto, scavato in una grande pietra piatta, prima di un guado, c’è un simulacro, che calza perfettamente con un piede umano, u Pe du Diau!

E’ evidente che è stata usata la mano dell’uomo e la forma del piede per ricavare questo incavo ovale, ma chissà quale era la sua motivazione.

Dino afferma di una qualche attinenza di questa incisione con altre rocce simili, scavate in altri siti preistorici, l’impronta del piede per delimitare i confini di un terreno.

Il piede era una unità di misura di lunghezza, già usata dai romani 4 dita=1 palmo, 4 palmi=1 piede, 5 piedi= 1 passo

Il termine diavolo/inferno è stato utilizzato nella toponomastica per indicare luoghi, pericolosi, infidi.

Ma dove non esistono pericoli reali, i termini diavolo, satana ma anche Ca de Anime o de Strie, sono stati utilizzati per terrorizzare e tenere lontani le persone curiose o indesiderate.

La strada prosegue in salita, lastricata con pietre di taglio, sempre i muri a secco a delimitare e a sopportare la strada, una grande vasca, del consorzio per uso irriguo, raccoglie l’acqua che proviene da Ciusa du Punte di Ratti, l’acqua ora arriva a destinazione intubata, prima era una fitta rete de surchi, solchi che la trasportavano nei campi coltivati.

A questo punto ci addentriamo nel bosco, fra eriche arboree alberi di pini e castagni, che sovrasta la sottostante zona de Ca-dana, per vedere un bellissimo esempio di muro a secco edificato con e Prie Sciappe’.

A lato di questa parete, un incavo come quelli per lume che si trovano all’interno delle cascine in pietra. In un pianoro, dove era un’antica cava si può scorgere in lontananza il mare.

Si prosegue, arrivando in località Mungera ( il toponimo è già con una particolare inflessione dialettale diversa dal zeneise), sovrastati da un’altra zona chiamata Carèga l’accento cambia il naturale significato genovese della parola e in questo caso si riferisce a carica posto di caricamento.

Arriviamo alla fine di questa strada che si immette nell’attuale viabilità nella curva detta dei Tissuin, prima di Surzetti e du Runcu.

Sulla via del ritorno Dino mi parla dei suoi viaggi, effettuati in altri continenti, delle tante cose che ha visto e anche mangiato!

Lo ringrazio per questa interessante escursione, per avermi offerto una bibita dissetante e…. anche per le nespole mature al punto giusto dell’albero che cresce nel suo giardino.

U 13 Zugnu du 44

In questi giorni, nel 1944 in un aeroporto della Puglia, in quel pezzo d’Italia, liberato dagli alleati, dopo lo sbarco in Sicilia del nove luglio del 1943, si stava pianificando il bombardamento della nostra città, che sarà poi effettuato il 13 giugno. L’obbiettivo ufficiale, doveva essere la linea ferroviaria, che con un ponte, al centro della città, superava il fiume Teiro.

Far saltare un ponte in ferro, voleva dire bloccare per molto tempo la ferrovia e con essa eventuali trasporti di truppe, magari di rinforzo verso la Costa Azzurra, dove a Cannes, il quindici agosto del 1944 era già previsto lo sbarco alleato, e poi c’erano quei treni armati, unica arma a difesa delle nostre coste, che poteva impensierire gli alleati, in caso di sbarco.

I cinque treni armati, presenti in Liguria, furono requisiti dai tedeschi dopo l’otto settembre e messi in disarmo, un cannone, e utilizzato a difesa delle spiagge, ma erano comunque sempre potenziali pericoli. Tagliare in due la linea ferrata, voleva dire renderli inutili.

Ma fu veramente fatto un errore, nello sgancio di quelle bombe, che mancarono il bersaglio e deflagrano in via Malocello, via Carattino sede del mercato dei contadini, in Ca-braghe, in via Sant’Ambrogio, Via Piave, nell’orto del Parroco distruggendo la canonica, dove andò perso gran parte dell’archivio parrocchiale le cronache citano anche due ordigni, in piazza del mercato e Sant’Ambrogio, che rimasero inesplosi. Gli aerei americani avevano un sofisticato sistema di puntamento, il Norden, che con l’inserimento dei dati necessari, velocità altezza ecc. aveva una buona precisione, ad esempio un bombardiere americano, riusciva a lanciare un ‘ordigno da 6000 metri d’altezza e centrare un obbiettivo nel raggio di 30 metri.

Gli aerei che bombardarono Varazze, erano dei B24 o B25 e non si sa, se erano dotati di questa apparecchiatura, molto probabilmente però, non fu usata, Alessandro Risso u Penolle, che ha assistito al passaggio degli aerei, nei pressi della località Gambun, ricorda, che dopo il primo passaggio, fatto ad alta quota, i bombardieri, avevano invertito la rotta, ritornando a bassa quota sul cielo della nostra città sorvolando u Vignò.

Benito Piombo, Beneitu u Cuinò , dalle alture di Cogoleto, ricorda di aver visto, la serie di esplosioni, che distrussero parte del centro storico ( dove morirono sua nonna Serafina e sua zia Maria) molte altre bombe esplosero in mare, come a volersi disfare del carico di ordigni, prima di intraprendere il lungo viaggio verso la Puglia all’aeroporto di partenza .

Ma quelle bombe in mare era anche un modo spettacolare, di affermare la potenza bellica degli alleati, manifestando altresì la volontà di non aver voluto infierire sulla popolazione civile.

Con il procedere del conflitto, gli anglo americani, fecero proprie le tattiche, sperimentate dai tedeschi, nei bombardamenti su Londra, era la guerra totale, non solo obiettivi militari, ma anche attacchi diretti contro la sua economia e le infrastrutture, che fece molte vittime civili. Una strategia in grado di distruggere il morale della popolazione. Furono bombardate le grandi città del nord, Torino, Milano e soprattutto Genova, vittima del primo bombardamento a tappeto su una città italiana, effettuato di giorno e proseguito nella notte, del 22 ottobre del 1943, dove molte furono le vittime civili.

https://it.wikipedia.org/wiki/Bombardamenti_di_Genova_nella_seconda_guerra_mondiale

L’intensificarsi dei bombardamenti, sui centri abitati, ebbe due effetti, in un primo tempo, ci fu un’ondata di risentimento, verso gli alleati, ma poi vista, l’incapacità degli eserciti dell’asse di reagire, allo strapotere anglo americano, i cittadini sfiniti, dalla fame e dalla paura, iniziarono a chiedere la fine della guerra, anche con gli scioperi nel triangolo industriale.

Ma nonostante tutto questo e anche dopo l’otto settembre, il folle, che aveva portato un povero paese, in una guerra persa in partenza, succube dell’alleato germanico, decise di continuare con la mattanza degli italiani. Seppe solo dire, a chi gli chiedeva che cosa fare, “disperdetevi nelle campagne”.

Nei prossimi giorni, pubblicherò in due parti, la storia di una famiglia, travolta nella nostra città dagli eventi della guerra.

Vorrei dare così, il mio piccolo contributo al ricordo di quelle 70 vittime innocenti del 13 giugno 1944, gente comune, povera gente sempre la stessa a soccombere, quando scoppia una guerra……. una bomba….o un’epidemia.

foto dal web e Archivio Storico Varagine

A Famiggia Siri, i Lurbè da Canaetta (seconda parte).

L’inverno del 1943, fu particolarmente rigido anche in Italia.

Con la primavera, ripresero alla grande i combattimenti su tutti i fronti, ma la guerra era oramai persa, c’era stato l’8 settembre con la firma dell’armistizio, i Russi avevano sfondato a Stalingrado e avevano costretto le truppe dell’asse alla ritirata. Nelle sabbie africane, si era sciolto come neve al sole l’impero del littorio e gli alleati stavano per mettere piede nell’italico stivale, anche un’idiota lo avrebbe capito che era finita avevano vinto gli altri, i più forti le nazioni democratiche!

La “Merica” era intervenuta in forze e aveva capovolto le sorti del conflitto mondiale, ma nel nord Italia si continuava a marciare e a festeggiare, al Grand Hotel di Varazze il 31 dicembre, nonostante la disfatta su tutti i fronti, ci fu una grande festa di fine anno, in onore dell’alleato tedesco, Il duce e i suoi manganellatori, avevano ancora il potere di sedurre le folle, questa fu la causa di altre vittime soprattutto civili, che insanguinarono le nostre città.

Passo’ un anno e mezzo, a Varazze c’era un clima cupo da guerra civile, nella nostra città con un nutrito numero di tessere del PNF, tutto era sotto controllo, guai a farsi scappare una parola di disfattismo o peggio essere antifascista, per ogni cittadino, probabilmente, esisteva un dossier personale, ci furono alcuni delatori, che in cambio di qualche soldo o di un un paio di stivali fecero arrestare degli antifascisti e dei partigiani, che furono deportati e non tornarono più dai campi di sterminio. In ricordo del loro martirio, ne leggiamo i nomi, su di una pietra di inciampo in piazza Bovani e nel monumento ai deportati, nel cimitero di Varazze.

I delatori ebbero sulla coscienza, anche la fucilazione di quattro partigiani Emilio Vallino, Nello Bovani, Emilio Vecchia, e Gianni Iannelli (Nincek) mentre Gino Pellegrino morì in combattimento.

Varazze martedì 13 giugno 1944

Bisognava partire presto da Casanova, per fare mercato a Varazze da Canaette, scendere giù per via Quinno, la via del legno, Cian de Banna, S.Bastian, au Fussellu, S.Peo, dau Bacchettu, poi Sciu da Teiru, Bosin, Pasciu, da Fabbrica a Lomellina, Numascelli e Cabraghe.

Maria Siri

Quella mattina, del 13 giugno, Serafina mise a tracolla la corbetta piena di verdure dell’orto, un po’ di uova e qualche formaggetta. A metà giugno, il grande nespolo, aveva dato molti frutti e così con lei quella mattina, c’era con un cestino ripieno di nespole, anche Maria, la figlia ventenne, sempre pronta, quando c’era da andare al mercato a Varazze, le piaceva quel vociare e il trambusto del centro città e poi si incontrava un sacco di gente, qualche ragazza della sua età e magari anche qualche giovanotto.

Marito e moglie, si salutarono dalla porta, mentre Lorenzo stava andando nella stalla, quella fu l’ultima volta che Lorenzo vide Serafina e Maria.

Alle 7 un forte rombo di aerei, proveniente dal mare, fece sobbalzare e uscir di corsa, gli abitanti del centro storico di Varazze, per correre ai rifugi. Gli aerei una squadriglia di B25, sembrava fossero di passaggio come era accaduto altre volte, volavano ad alta quota e avevano oramai, oltrepassato la città.

C’era chi aveva scavato un rifugio antiaereo, in tutta fretta dopo il primo bombardamento che subì Varazze, il 10 novembre dell’anno prima, aerei inglesi avevano cercato di colpire la fabbrica dei MAS nel Parasio, ma senza alcun esito. Alcune bombe, caddero nel letto del Teiro dau Rissulin, senza esplodere, e li’ sono ancora oggi, sepolte.

Poi non ci furono più incursioni aeree e la città si era oramai abituata al monologo di Pipetto, un ricognitore notturno inglese a cui era stato dato questo soprannome confidenziale, sganciava ogni tanto qualche bomba, ma solo dove vedeva qualcosa di militare.

http://guide.supereva.it/storia_aeronautica/interventi/2009/07/pippo-la-scopa-in-memoria-di-un-aereo-fantasma-che-minacciava-il-nord-italia

Quel passaggio di aerei ad alta quota, forse era una delle tante finte allerte, a riprova di questa ipotesi, laggiù a Varazze, le sirene dell’allarme aereo, avevano smesso di suonare.

Successe tutto in poco tempo, il rombo appena udito, ritornò a farsi sentire e divenne ancora più assordante, la squadriglia aerea dell’USAF, aveva compiuto una larga virata, oltre le cime del Beigua e ora stava scendendo di quota, allineata verso l’obiettivo, che per loro, era probabilmente, il ponte della ferrovia sul fiume Teiro, proprio all’inizio del centro storico, la zona più popolosa di Varazze.

Lorenzo rimase impietrito, in mezzo alla stradina, che conduceva al rifugio, istintivamente portò le mani alla testa, quando udì le prime forti esplosioni, pensò alla sua Serafina e a sua figlia Maria, loro erano laggiù al mercato a Varazze, dove ora si era alzato una spessa colonna di fumo nero verso il cielo.

Raccomandò alcune cose da fare ai figli, se non fosse ritornato, per pranzo. Chissà perché ma fu assalito da un brutto presentimento, mentre scendeva correndo insieme ad altra gente di Casanova, verso Varazze.

Era una catastrofe, le bombe avevano sbagliato completamente bersaglio, il ponte ferroviario era rimasto integro, gli aerei, forse disturbati da alcuni colpi della contraerea, si erano spostati troppo a ponente e le bombe avevano fatto scempio fra le case in via Carattino e via Malocello, chi assistette al bombardamento, vide molte altre bombe esplodere in mare, forse i ploti si erano accorti di aver mancato il bersaglio e avevano comunque sganciato le bombe per liberarsi del carico.

Ma circola anche un’altra ipotesi, l’obbiettivo del ponte ferroviario era un finto bersaglio, si voleva colpire deliberatamente la nostra città, dove vi era una cospicua guarnigione tedesca e della repubblica di Salò. La riprova può essere quella delle tante bombe scaricate in mare, come atto dimostrativo di forza

C’era una gran polverone, non si vedeva nulla, era pericoloso avvicinarsi per possibili crolli delle case lesionate, si camminava a stento sopra le macerie, cadevano calcinacci, pietre legni, canicci, si udivano imprecazioni e le urla di aiuto di chi era rimasto ferito e intrappolato e poi i pianti disperati di chi aveva un parente sepolto sotto una casa sventrata che non esisteva più.

Istintivamente Lorenzo andò subito a vedere al mercato in Cabraghe, ma anche lì regnava il caos, i venditori erano tutti scappati abbandonando le merci e c’era già qualcheduno, che faceva man bassa di ortaggi e frutta.

Ritornò verso via Malocello e poi via Carattino entrò anche in chiesa, cercando Serafina e Maria, in mezzo ad un folto gruppo di persone, intente a ringraziare il buon Dio, dello scampato pericolo.

Chiese se qualcheduno, avesse visto sua moglie e la figlioletta ma nessuno aveva notizie.

Fu allora che iniziò, a chiamare a voce alta, a fare i nomi di Serafina e Maria, passando nuovamente di corsa in mezzo ai vicoli e ad una moltitudine di gente che si prodigava a scavare nei calcinacci, il suo presentimento purtroppo era vero di Serafina e Maria nessuna traccia, pensò in cuor suo, che magari erano già ritornate a casa passando dalla via Bianca.

Nel frattempo alcuni soldati erano saltati giù da un camion e con le pale iniziarono a sgombrare le macerie dalle entrate e dalle scale dei palazzi dove si sentiva gridare e piangere, ma da altri cumuli di pietre calce e legna arrivava solo silenzio. Anche Lorenzo si prodigò nello sgombero delle masserizie, pietre e legna e quando un corpo senza vita, era estratto dalle macerie, allora correva a vedere chi era.

Viene da piangere a pensare a Lorenzo Siri disperato da tanto dolore mentre tra quelle macerie, cercava tra cadaveri e resti irriconoscibili, una moglie e una figlia.

A cercar quel segno che sua figlia Maria aveva dietro ad un orecchio.

Alcuni resti umani furono recuperati sui fili della linea elettrica del treno.

I corpi di Buscaglia Serafina e Siri Maria, non furono mai ritrovati, una delle bombe, le aveva colpite in pieno, facendo a brandelli i loro corpi, probabilmente nel tentativo di fuggire, dopo le prime esplosioni. Dopo qualche giorno, fu ritrovata, una catenina con un crocifisso e appesa ad un muro, in via Malocello, uno di quelli rimasti miracolosamente indenni, Lorenzo, riconobbe quel ciondolo, era quello che aveva regalato a Serafina.

Furono 49 le vittime del bombardamento di Varazze del 13 giugno del 1944

Il 19 agosto ci fu un secondo bombardamento che fece 5 vittime.

Nella foto l’elenco dei nominativi dei deceduti a seguito dei bombardamenti di Varazze pubblicati da ISREC Savona nel 2013

Dieci anni dopo il Comune di Varazze il 13 giugno del 1954 pose questa lapide.

Ringrazio per questo ricordo, Vera Zolesi, Marino Piombo e suo papà Benito Piombo “U Cuinà” classe 1932, marito di Albina Siri, una delle figlie di Lorenzo Siri e Serafina Buscaglia i Lurbè da Canaetta.

foto dal Web e Archivio Fotografico Varagine

Ho ricevuto e pubblico i seg.Commenti

Emilio Bozzano Prendo spunto da queste parole, per raccontare qui un’episodio che mi venne narrato: In quel fatidico 13 giugno, alcune venditrici, scesero da Casanova, o meglio da Giavarosso per andare al mercato, faceva caldo, ma di più faceva miseria, ed a piedi avevano quelle che adesso si chiamerebbero espadrillas. Quando iniziò il bombardamento l’istinto o forse la Provvidenza le portò a correre – abbondonando le ceste con le ciliegie – su da I Leoni. Ritornarono a metà pomeriggio, quando oramai tra i parenti rimasti in frazione serpeggiava sempre più l’angoscia, e solo allora una delle due giovani ( 17 anni) si accorse che aveva un vetro sotto al piede.

Federica Storlenghi. Mia mamma mi ha raccontato più volte di quella mattina tremenda e dei bambini come lei, che quel giorno persero la vita.

A Famiggia Siri, i Lurbè da Canaetta (prima parte).

La tragedia della famiglia di Lorenzo Siri e Serafina Buscaglia, i Lurbè da Canaetta, grazie all’iniziativa di Vera Zolesi, mi è stata raccontata dal loro nipote Marino Piombo e da suo papa’ Benito Piombo “U Cuinà” classe 1932, marito di Albina Siri.

Furono 49 le vittime di quel bombardamento aereo, gente comune, povera gente, molte altre furono le tragedie in cui furono coinvolti degli innocenti durante quell’inutile guerra sempre la stessa gente a soccombere, anche oggi, quando scoppia una guerra…una bomba….o un’epidemia.

La seconda guerra mondiale, fu un’immensa tragedia, come immensa fu la disperazione, che portò un’inutile sanguinosa guerra, in molte famiglie italiane.

Al fronte furono mandati a combattere soprattutto i giovani contadini i pestapota, così chiamati, di buon comando e già predisposti, comunque, a far vita grama.

La propaganda fascista, voleva l’incremento delle nascite nelle campagne, per avere più braccia per zappare la terra, un duce a torso nudo avvalorava questo slogan, mieteva le messi e guidava i trattori, ma era un’altra menzogna di regime, per fare quell’impero con gli scarponi di cartone, serviva tanta carne da macello, perché in mancanza di armamenti adeguati, bisognava avere tanti morti, feriti e dispersi in battaglia, per avanzar pretese nella spartizione dei bottini di guerra con l’alleato germanico.

Na nio’ de figgi, a l’ea quella famiggia de lurbaschi, arrivata a Varazze nel 1930 da Urbe, era la Famiglia di Siri Lorenzo, sposato con Buscaglia Serafina, dovevano tirar su a qualche modo i loro otto figli, Maria, Giuseppe, Giobatta, Albina, Caterina, Angelo, Mario e Teresa.

Una decisione sofferta quella di lasciare a Urbe, fratelli sorelle e altri parenti, ma otto bocche da sfamare erano tante e il Lurbasco, era solo terra di boschi, poche le zone da coltivare e per il pascolo, il clima d’inverno era proibitivo, e non c’era niente da mangiare, quando erano finite le scorte di farina fagioli e patate.

Avevano trovato una casa in affitto e un terreno come mezzadri, in località Canaetta, sopra i Cian de Banna a Casanova di Varazze.

In ta Canaetta, potevano coltivare, c’erano le fasce per fare gli orti. la stalla era sottocasa, con una mucca che dava il latte, la pecora per far le formagette, le galline per le uova e qualche coniglio da mangiare nei giorni di festa.

In tempo di guerra i contadini riuscivano quasi sempre ad apparecchiare due volte al giorno la tavola, anche se c’era poco da mangiare a mezzogiorno e a cena.

In città invece era dura, mancava tutto, il pane a volte era immangiabile e la carne, nessuno l’aveva più vista, era sparita dai banchi delle macellerie e la si trovava solo alla borsa nera.

Gli orti cittadini era un’altra menzogna di regime, fu il nostro entroterra che sfamo,’ negli anni di guerra, Varazze, grazie alle generazioni di contadini che avevano, in un territorio inospitale come quello alle spalle della nostra citta, eretto nei secoli con la sola forza, delle braccia, migliaia di muri a secco a sostegno dei terrazzamenti tutti coltivati per l’emergenza bellica, ma avevano anche costruito ingegnose opere idrauliche, che se rimesse in uso oggi sarebbero ancora efficienti

Chi coltivava era anche besagnin e vendeva direttamente al minuto senza intermediari, erano perlopiù le donne che ogni mattina all’alba a piedi cun corbe e mandilli pin de fruta e verdua si recavano al mercato di Ca-braghe dietro alle bellissimo e compianto palazzo de Scoe de Vase .

Era una famiglia numerosa anche quella di Bernardo Piombo e Benedetta Zunino con sette figli , tra cu Benito, nome dato non per fede politica, ma per aver diritto ad un sussidio, nelle famiglie fasciste numerose, dovevano essere minimo 7 i figli viventi o deceduti in guerra e se non si era contadini era assicurato un posto di lavoro.

I capifamiglia erano decorati con una medaglia e la seguente motivazione, «Hanno diritto all’Impero i popoli fecondi, quelli che hanno l’orgoglio e la volontà di propagare la loro razza».

Erano anni difficili, si viveva alla giornata, sperando che le cose un giorno sarebbero cambiate, tutta la famiglia era intenta nelle attività lavorative, nell’orto, per accudire gli animali, nel bosco a raccogliere la legna o nelle faccende domestiche, dalle prime luci dell’alba fino al tramonto.

Ma non erano stati gli stenti o l’incognita per il futuro, che avevano spento il sorriso e l’allegria nella casa della famiglia Siri, quella spensieratezza che di solito regna, nelle famiglie numerose, con giovani fratelli e sorelle e che mai veniva meno, anche se la pancia brontolava dalla fame.

Mancavano a quel tavolo i due figli più grandi, Giuseppe e Giobatta, arruolati per il fronte russo e poi improvvisamente, dopo l’ultima lettera ricevuta dal fronte russo, dove Giuseppe e GB chiedevano di inviare delle calze di lana, più nessuna missiva.

Le uniche notizie che trapelavano, nonostante la censura di regime, erano quelle che i soldati stavano ritornando, ma anche quella era una menzogna, in pieno inverno russo nel 1943, si stava compiendo l’epilogo drammatico, di quella che fu una tragica avventura, che fece 78.000 vittime, voluta da un folle regime con una guerra di aggressione per compiacere l’alleato tedesco.

Poi arrivò quel telegramma dal ministero della guerra, recapitato dal postino, il caporale Siri Giobatta nato a Urbe il 14/12/1916 del 1 rgt Alpini dichiarato disperso il 31/01/1943 il soldato Siri Giuseppe nato a Urbe il 15/11/1919 1 sez. sanitaria Alpini dichiarato disperso il 31/01/1943.

Fu un momento di indicibile dolore, vissuto da tutti i componenti della famiglia Siri, ma come si fa a descrivere il dolore di una madre e di un padre, di fronte alla perdita di due figli? la cosa più struggente che può capitare ad un essere umano, sulla faccia della terra.

La parola disperso, e quella data coincidente, alimentò il lumicino della speranza, e nonostante la loro disperazione, pensarono che forse erano ancora vivi, chissà se avevano ricevuto quelle calze di lana prontamente spedite, magari si erano ritrovati ed erano insieme e riparati dal freddo.

Furono molti i dispersi nel gelo della steppa russa, nei deserti africani o in mezzo alle onde del mar Mediterraneo.

Ma i loro famigliari, non si arresero mai al pensiero, di non rivedere più un figlio un marito o un fratello, speravano un giorno di vederli, arrivare feriti laceri affamati, ma vivi!

Così fu anche per la mia Bisnonna Maria, che non si rassegnò mai della perdita di suo figlio Emilio Valcalda, perito nell’affondamento dell’Armando Diaz

Dopo qualche anno arrivò la dichiarazione di morte presunta e anche una miseria di pensione di guerra.

Le famiglie continuarono a piangere i loro cari, ma senza una lapide dove posare un fiore.

Sono 73 i militari, nativi di Varazze, vittime della seconda guerra mondiali tra cui 42 dispersi.

Niente nella nostra città, ricorda quella tragedia, nessun nome di quei nostri concittadini, tutte vittime del regime fascista, è inciso in nessuna lapide, solo un generico monumento ai caduti di tutte le guerre e un altro ai caduti in mare.

Qual’è la motivazione, forse perché l’Italia non uscì vittoriosa da quella carneficina? O perché si vuole, ancora oggi, dimenticare la vergogna di quella guerra d’aggressione, che portò tanti lutti nelle nostre famiglie e altre vittime nei popoli che volevamo sottomettere ?

Da inserire nel triste elenco delle vittime della seconda guerra mondiale anche 17 fra ex militari e renitenti di leva, deportati nei campi di sterminio.

continua.

foto dal Web e Archivio Storico Varazze.

Ricevo e pubblico i seg. Commenti

Roberto Gravano. Verissimo caro Giovanni…io avuto un parente disperso in Russia…e ho vissuto l’Angoscia che puo’ provare una madre…senza sapere le sorti del figlio…per anni ha sempre lasciato la porta aperta anche di notte con la speranza di vederlo ritornare….,nonostanti i nostri problemi…. siamo fortunati a vivere ai giorni nostri.,…

Lorenzo Vallerga Mario Rigoni Stern nel libro Il sergente nella neve racconta bene la ritirata dal Don e la sacca dalla quale pochi uscirono.Anche loro come Giuanin non tornarono a baita.«Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?» ( Domanda rivolta spesso dall’alpino Giuanin all’ autore). La seconda guerra mondiale ha risparmiato poche famiglie. Seguivo anche anni fa una sua rubrica che pubblicava con cadenza settimanale su La Stampa. La nostra generazione è stata molto fortunata abbiamo avuto assenza di guerre e crescita economica.

Elisa Cerruti. Ho letto tutti i libri di Rigoni Stern, oggi non ce la farei più! Non riesco a vedere e leggere cose tristi, sto proprio male! Sarà che la vecchiaia rende più sensibili?

Alessandra Gioia. Carlini Lina sorella di mio nonni Carlini Pietro morta nell’androne del palazzo in via malocello solo per essersi riparata li ………

Enza Cascio Teresa era mia suocera era la più vecchia dei fratelli,ogni volta che ne parlava le si riempivano gli occhi di lacrime.Quella lettera io l’ ho letta e ,credimi, ti stringeva il cuore…poveri ragazzi mandati nelle sterminate lande russe nella neve senza equipaggiamento! certo,è bene ricordarli,due ragazzoni,a detta della famiglia,robusti e lavoratori,avevano contribuito a fare la strada della Canaetta. Pensa che uno dei ragazzi in quel tempo lavorava in Francia a tagliar boschi,il papà Lorenzo lo aveva scongiurato di rimanere là,ma lui è tornato perché…la Patria aveva anche bisogno di lui…e sono stati mandati in Russia…,erano ricordi di mia suocera alla quale io ho voluto molto bene

E Prie du Surf

…non tutto il “mar” vien per nuocere….è la morale che salva l’esito disastroso, della discarica degli inerti di risulta del costruendo raddoppio autostradale, effettuato dalla società SCAI negli anni 70.

La foto dell’articolo è quello pubblicato sul Secolo XIX l’8 dicembre 1972, la discarica a mare fu autorizzata, perché da studi fatti, si riteneva possibile rallentare o scongiurare l’erosione dell’arenile, divenuta critica specie, per la spiaggia di ponente mettendo in pericolo le fondamenta del Kursal Margherita e del molo dei bagni Nettuno.

La S.C.A.I. ebbe così a disposizione, a titolo gratuito, una discarica illimitata di inerti a pochi kilometri dai suoi cantieri. Visto l’esito negativo di questo ingente apporto di materiali scaricati nel mare della nostra città, è lecito porre la questione: cui prodest?

Chissà se sono mai state date risposte del perché ci fu quello scempio e perché poi quelle promesse non furono mantenute?

In mare furono scaricate 250 mila tonnellate di pietre terra e dichissachecosa…con buona pace delle praterie di posidonia, sparite definitivamente dal nostro litorale, soffocate dal fango che scaturì dagli sversamenti.

La discarica si protrasse per quasi 300 metri con uno studiato arco rivolto a ponente.

Lo scarico di materiale, come si evince nell’articolo terminò nei primi mesi del 1973.

La crescita a vista d’occhio, della spiaggia rimase solo come titolo ridondante del giornale!

Le mareggiate di scirocco, iniziarono la loro opera di demolizione e in poco tempo dell’imponente “discarica a mare”non rimase più nulla di emerso.

Oggi il mare continua incurante, la sua opera di erosione nel 2020 è stato necessario il ripascimento del tratto di arenile, prospiciente il Kursal e i bagni Nettuno con il terreno sabbioso proveniente dai lavori di scavo delle fondamenta della costruenda cementificazione ex Piombo- Giuntini.

…non tutto il “mar” vien per nuocere… sul fondo sono rimasti massi e pietre, estratti dalle nostri bricchi, a formare un fondo basso ideale per le onde lunghe per far scivolare una tavola. E prie du surf

Il surf è una bella attrattiva oggi per la nostra città, che attira un centinaio di giovani appassionati, soprattutto da fuori regione a sfidare le onde anche in pieno inverno.

La foto dell’articolo di giornale una gentile concessione del mio collega Bruno Falossi