Da San Bastian a Ture, pe andò a San-a

Dedico questo post a quelli come me, pendolari per lavoro e studenti, in auto, autobus, moto, bici, verso Savona.

Ho scelto questa porzione della tratta Vase – San-a perchè è quella più panoramica, e per chi è in moto un pò più rilassante, prima di effettuare l’attraversamento delle Albisola, dove occorre assoluta prudenza e grande concentrazione.

Da S.Bastian a Ture, nel comune di Celle Ligure, è il tratto dove l’Aurelia, dopo alcune curve, si distende nel lungo rettilineo di Roglio.

La vista spazia, verso la baia di Savona -Vado, con il porto e i suoi silos, dove si potevano scorgere le due ciminiere della Centrale, la mia meta da pendolare, per oltre trent’anni.

Sullo sfondo la sagoma imponente di Capo Noli.

Il conglomerato di puddinga, in zeneise, grettin o pasta e fascio’ fra Selle e Arbisoa, era, come lo scoglio d’Invrea, un’ ostacolo insormontabile fino al 1800, quando Chabrol al seguito delle truppe francesi, progettò l’attuale tracciato della litoranea, i cui lavori furono ultimati dai Savoia.

Doppu a schivà de Cascisci, quandu u ghe passava u trenu u gh’ea gallerie e passaggi a livellu.

Galleria e passaggio a livello de S.Bastian

Località Cravieu

Passaggio a livello di Roglio

Passaggio a livello de Casarin

Roe de macchine, curriere, moto bici, camion, ruote d’acciaio sulla strada ferrata, quando tre passaggi a livello intersecavano l’Aurelia, sorvegliati dai caselli di S.Bastian, Roglio e Casarin.

Anche le ruote di un carretto, tirato a mano, da una famiglia siciliana, scampata al terribile terremoto di Messina, del 28 dicembre 1908, ma non sopravvissuta ad un improvviso distacco di conglomerato, proprio nella curva dei Bottini, che immette nel rettilineo di Roglio, in direzione di Savona, un’edicola murata nella roccia ci ricorda di quella tragedia, di cui si è perso memoria.

Nel 1926 un treno investì un’auto nel passaggio a livello di Roglio, nell’incidente perirono padre e figlia.

Ogni metro di questo tratto di strada, da me percorsa per anni, in auto, moto e anche in bici, per recarmi al lavoro a Vado Ligue, racconta qualcosa.

Un problema mai risolto, è il continuo distacco di conglomerato dalle pareti sovrastanti la via Aurelia, che ha provocato innumerevoli danni, alle auto, che transitano, in direzione di Savona.

La curva dove si trova l’edicola è chiamata anche, curva Skuhravy, chiamata cosi da quando, dopo una notte di bagordi, il centravanti del Genoa anni 90, con la sua auto, fece un dritto in curva, fermandosi in bilico sopra le fioriere e la ringhiera, sospeso sopra il blu del sottostante precipizio.

L’Aurelia, in direzione da e per Savona, è una delle strade più trafficate d’Italia, recentemente anche con pesanti disagi a causa dello sciagurato semaforo di Celle, un dramma per i pendolari, ancora lungi da essere risolto.

Una storia di vergogna all’italiana, per favorire un profitto privato, si è creato, pericolo, disagio e danno ai cittadini, la maggior parte di quelli in età da lavoro che risiedono nei comuni costieri, costretti ogni mattina ad un vero e proprio calvario per recarsi al lavoro.

I pendolari per lavoro e studio in Liguria sono considerati cittadini di serie B…C nessuno tutela questi lavoratori/studenti.

E poi c’è l’eterna colonna di auto che attraversano le Albisole.

Ma se l’Altissimo ha avuto pietà della gente in coda al semaforo di Celle, facendo emergere due crepe in una casa, per l’ultimazione dell’Aurelia bis dovrà fare un miracolo!

https://www.rainews.it/tgr/liguria/video/2023/05/ripartiti-i-lavori-per-laurelia-bis-savona-albisola-superiore-334e8e8b-c288-4ac5-aab5-b50d24163757.html

In questo tratto di strada c’e’ anche un posto maledetto, Capo Torre!

Una zona che divenne tristemente famosa, durante il conflitto mondiale a seguito di un bombardamento.

Un tratto di Aurelia, che annovera decine di vittime della strada, una curva pericolosissima, poco segnalata, con quel repentino cambio di direzione dopo due rettilinei.

In prossimità della curva, in loro memoria, ci sono alcuni fiori, ma abbiamo dimenticato un’altra tragedia, avvenuta appena dopo la curva, a ricordarcelo c’era una targa con i nomi di tre amici, che proprio in quel punto hanno perso la vita, in un incidente stradale, quella scritta forse a seguito di lavori è scomparsa

Nella piazzola di sosta di Capo Torre c’è la grande lapide, con alcuni nomi incisi, sono i nativi di Celle che perirono il 12 agosto del 1944, quando la zona fu pesantemente bombardata dagli aerei alleati, forse nell’intento di colpire il treno armato, della regia marina, confiscato e lasciato in disarmo dai tedeschi.

Quel giorno, fermo a seguito dell’allarme aereo, nella galleria Fighetto, c’era un treno passeggeri, gli alleati sganciarono bombe da 500 libbre, che provocarono il crollo della galleria quel bombardamento, fece 18 vittime.

A lato della passeggiata di Albisola è visibile la sagoma della struttura, dove era ricoverato il locomotore, mantenuto sempre in pressione per movimentare il treno armato.

Oggi la galleria è interdetta anche al passaggio pedonale, un grande albero di fico, ne occlude la vista.

Spiace parlare di tutti questi lutti, ma questa è la storia, non esaustiva, di questo tratto di strada.

L’Aurelia, percorsa ogni giorno dai nostri concittadini, poco prima di Capo Torre attraversa una zona di grande pregio, una della poche rimaste del nostro litorale, non cementificata, dove la flora cresce spontanea, con un’incedibile varietà di specie botaniche, nascosti dagli arbusti vi sono alcuni terrazzamenti dove erano stati piantumati dei vitigni.

Capo Torre è luogo di nidificazione dei gabbiani, che si alzano subito in volo, preoccupati della mia presenza.

Grandi blocchi di conglomerato sembrano emergere dal mare sono i cosiddetti detti faraglioni di Celle

I tira belino sempre pronti! Decidemmo l’intitolazione ad onorem, di questo lungomare, ad un nostro collega, che si soffermava a guardare le sirene sugli scogli, fu incisa una targa, con il suo nome e la motivazione.

Quel pezzo di alluminio rimase incollato a quella ringhiera per molti anni.

Da Roglio si diparte la strada per Pecorile, dove poi transitando da Narichetti, si arriva ad Albisola, un percorso alternativo, utile in caso di blocco dell’Aurelia.

Perché non sono mai state collegate da una strada le due frazioni di Celle, Pecorile e Cassisi? Si poteva Creare come in Costa Azzurra, una rue di Corniche alternativa alla strada de Bord Mere.

In questa zona inizia una profonda faglia, che prosegue in mare, una caratteristica del Mar Ligure, che qui particolarmente trasparente lascia intravvedere il fondo marino,

Nel viaggio di ritorno impossibile non ammirare da S.Bastian, la bella vista verso il borgo colorato di Celle.

Le foto in b/n sono tratte da ” Celle e la Ferrovia” per gentile concessione Monica Badano e Piero Perata

A l’è finia a Scoa!

Per gli alunni della Scuola Primaria, dell’Istituto Comprensivo Nelson Mandela di Varazze e Celle, sono gli ultimi giorni di scuola.

A questi ragazzi, che stanno affrontando l’ultima settimana di lezioni, prima delle vacanze estive, dedico questo mio scritto, narrando gli ultimi giorni dell’anno scolastico 1966/67 classe 3A della Scuola Elementare Statale di Varazze, tratto dal mio racconto “Olio di Oliva e Cotone”

“A l’è finia a Scoa!”

La fine dell’anno scolastico 1966/67 della Scuola Elementare Statale classe 3 sezione A, fu ricco di sorprese e di colpi di scena.

Il maestro titolare, per cause non note, fu costretto a lasciare la cattedra sostituito da una supplente.

Era una ragazza molto giovane, sorridente e dai modi gentili, forse quella era la sua prima supplenza e quindi era all’oscuro di quello che stava per accadere….

Noi ragazzi, degli anni 60, eravamo degli scavezzacolli, di madrelingua zeneise, sempre in giro a combinar guai.

Prima dell’obbligo scolastico, passavamo le giornate a far capanette nei boschi, nel Teiro a pescare anguille o a far strage di mungagi, le bisce d’acqua, ci scorticavamo le ginocchia per rincorrere un pallone in un polveroso campetto di terra e pietre.

Nel mese di giugno, per i ragazzini del sciu da Teiru, iniziava la raccolta di materiale combustibile per i falò di S. Giovanni e di S.Pietro

In questo periodo dell’anno, in bici, si arrivava fino a S. Martino, dove con la bella stagione, erano iniziate le nostre razzie di frutta, perché lungo quella strada c’erano le ciliegie mature!

A scuola eravamo costretti, dalla severità del maestro Camiciottoli, a star seduti fermi e in silenzio.

Quelle ore, erano interminabili, il maestro aveva una sua visione del mondo civile, per lui esisteva solo l’obbedienza e la disciplina.

Si stava in classe, con l’incubo di prendere delle bacchettate sulle mani o sul groppone e poi di subire altre punizioni, come quella di restar delle ore in piedi dietro la lavagna, oppure con i “pensi” da fare a casa, paginate di quaderno, dove era scritto, anche per cento volte ” quando il maestro non è in classe si fa silenzio”

Nel mondo come siamo messi oggi con le punizioni corporali? https://www.vanillamagazine.it/la-bastonatura-antica-punizione-corporale-ancora-in-uso-in-tutto-il-mondo/

Ma in noi aleggiava lo spirito di ribellione. Eravamo come i cavalli selvatici appena domati, che quando ”sentono” l’inesperienza, di chi ha le redini in mano, ritornano allo stato brado.

Non ricordo “chi l’inse” ma le penne a sfera, furono presto trasformate in cerbottane e i chicchi di riso, presi di nascosto dalla mamma, in cucina, diventarono i nostri proiettili.

Ben presto infuriò una vera e propria battaglia, le sedie furono usate come scudi, anche le tende delle finestre erano ottimi ripari, nella foga della battaglia, ogni mezzo era lecito, per ripararsi, non fu risparmiata neanche la cattedra.

La povera malcapitata maestra, cercò inutilmente di farci smettere, ma erano vane le sue suppliche, tentò anche di sequestrarci le penne, ma senza esito, le penne con un veloce passa mano, sparivano alla sua vista.

Al suono della campanella, il pavimento della classe, era completamente cosparso di riso, lasciammo la povera maestrina in lacrime, mentre cercava di mettere ordine agli arredi di quell’aula.

Il giorno dopo, con i rifornimenti fatti nella dispensa di casa, riprese con vigore la battaglia del giorno prima.

Ma i bidelli, avevano avvisato la direttrice, di quel tappeto di riso, che ricopriva il pavimento della nostra classe.

La Direttrice la sig.ra Dagnino ci fece una ramanzina, rimarcando il nostro mancato rispetto, verso la maestra, che nonostante tutto ci difese.

Noi ragazzini, che già paventavamo chissà quale punizione anche corporale, restammo spiazzati, dalle parole della supplente e istintivamente, forse per riconoscenza verso quella giovane maestrina, placammo quel rigurgito selvaggio, da troppo tempo represso e così ritornò la pace, nell’aula della classe 3A

Una classe elementare maschile degli anni 60, in alto a sinistra Camiciottoli con i maestri Cavalleri e Damele

Con il ritorno del maestro titolare e dei suoi modi perentori, l’ordine e la disciplina furono definitivamente ristabiliti!

Nella scuola anni 60/70 sul registro di classe, accanto al nome dell’alunno c’era il mestiere del papà.

Ad un bravo insegnante, poco importava il ceto sociale della famiglia di provenienza degli alunni,

Ma quell’ ultima colonna del registro, poteva creare disparità e ingiustizie.

La promozione non era cosa semplice e già dalle elementari, era normale avere in classe dei compagni più grandi di tre o quattro anni.

Qualche bambino era stato bocciato, per le troppe assenze.

Capitava a quei ragazzi che all’età di diedi, dodici anni erano già inseriti nel mondo del lavoro e aveva poco tempo per lo studio.

Non c’era nessuna tutela e nessun tipo di aiuto, per le famiglie monoreddito e con molte bocche da sfamare.

Una mattina di giugno, il nostro compagno più “anziano” Tommaso, portò a scuola una nuovissima “Pecos Bill” una bella riproduzione di una colt, con il manico in simil-avorio, ambita da tutti noi bambini, vista nei film western all’Oratorio.

L’aveva comperata con i frutti del suo lavoro.

Mentre Camiciottoli era alla lavagna, si alzò dalla sua sedia e gli puntò la pistola alle spalle, tenendola stretta tra le mani, ci fu un brusio generale, il maestro si voltò di scatto e restò impietrito…. le pistole giocattolo, non avevano ancora, per legge il tappino rosso sulla canna.

Per una frazione di secondo, quel maestro odiato da tutti, pensò che era arrivata la sua fine.

Ma a questo punto il nostro compagno, abbassò la pistola, il maestro gli prese bruscamente quell’arma giocattolo, la chiuse a chiave in un cassetto della cattedra e cacciò Tommaso fuori dalla classe.

La pistola gli fu consegnata, a fine anno scolastico, il cui epilogo per lui, fu un’altra bocciatura.

Tommaso non tornò più a scuola.

foto in b/n Archivio Fotografico Varagine

U Cian du Tunnu

Il mare fa da sfondo alla bella azienda agricola di Germano Gadina, qui nei pressi da Ca Russa, residenza in passato del mezzadro.

Da quassu si gode di uno strepitoso panorama, al cospetto di ampi terrazzamenti coltivati e di una grande serra, altre zone incolte sono in fase di ripristino con il taglio della vegetazione.

Anche sui contratti di mezzadria, questa località e denominata Pian del Tonno, che potrebbe essere un toponimo, derivante da un’inflessione dialettale che bisognerebbe correggere con Timmu, cioè timo, ma interrogate alcune persone, residenti da sempre in questa zona confermano il nome a questa zona pedemontana, Cian du Tunnu.

In una carta topografica del 1850 vi è la dicitura Pian del Tonno ma Tonno è anche quel tratto di costa oggi denominato Baia del Corvo

Questa è zona di crescita spontanee di molte piante aromatiche timmu, carnabuggia, spersia. Adiacente a questo podere, c’è la rinomata località della Vignetta, decantata per le sue primizie, anche lei fronte mare e protetta dai venti di tramontana dal Briccu de Rive anche Briccu da Gobba.

La vecchia proprietà du Cian du Tummu era dell’ing Carlo Passega, forse un legame parentale con l’omonimo ingegnere idraulico che a metà dell’800, progettò il sistema di bonifica nel ferrarese. Questa eventuale parentela, spiega il geniale sistema, di raccolta dell’acqua piovana e sorgiva per uso irriguo, che riusciva a colmare due grandi vasche sufficienti a soddisfare il fabbisogno d’acqua per le colture del Cian du Tummu.

In un contratto di mezzadria del 1936, tra il sig. ing. Carlo Passega e il mezzadro Ghigliazza Antonio, stipulato tl 14 luglio del 1936 sono citati i confini del fondo coltivabile, lo stato in essere al momento del contratto e tutte le varie condizioni della mezzadria, la concessione dell’uso della casa, l’allevamento del bestiame e l’obbligo da parte del mezzadro di tenere pulito il bosco, utilizzando come contropartita la legna per uso proprio.

Seguono alcune contabilità, dove si evince che il mezzadro alla fine dell’anno era sempre debitore nei confronti del proprietario.

Interessante l’elenco delle colture e l’estimo del podere affidato al nuovo mezzadro.

La parte del leone la facevano i carciofi con ben 4164 esemplari! 2069 cavoli di vari, tipi 62 viti, 1801 mq coltivati a pomodori peperoni melanzane e fave, 31piante da frutto, ulivi che producevano 85 kg di olio, due mucche, una vitella, 8 galline e 8 conigli. Il totale come da valore di perizia era di £ 5.493

Ci eravamo accordati, io e Germano, in una precedente visita alla sua azienda, per la ricerca della sorgente che tramite una tubazione in ferro, portava l’acqua per uso potabile e irriguo al Cian du Timmu.

Partiamo armati di roncola e cesoie, che si riveleranno ben presto essere attrezzi, insufficienti, contro lo strapotere della natura!

Superiamo le lunghe canalizzazioni in pietra, che tagliano trasversalmente il fianco della collina e che raccolgono ancor oggi, anche se in parte dirute, le acque piovane che scendono a valle, convogliandole e regimentandole, tramite alcune caditoie, facendole arrivare nella grande vasca di raccolta, nei pressi da Ca Russa.

Seguiamo il sentiero, fino a che la vegetazione ne occlude la vista, decidiamo di dividerci per continuare la salita, ma è quasi impossibile avanzare, fra le eriche, il lentisco, rovi, ginestra e alberelli di pino, bisogna fare attenzione anche alle profonde buche scavate dall’acqua, che nascoste dalla vegetazione rappresentano un pericolo.

Ad un certo punto la pendenza è troppo accentuata e decidiamo di spostarsi lateralmente, ma arriviamo ad un punto dove la vegetazione è talmente fitta, che riusciamo a galleggiare camminando sopra di essa.

Riflettiamo più volte a voce alta che forse era meglio bersi una birra seduti in un bar, invece che essere qua in questo ginepraio!

Il nostro armamento è decisamente insufficiente, qua servono dei decespugliatori a disco o a catena e una motosega !

Ma questa è la tanto decantata macchia mediterranea un’incredibile varietà di specie vegetali che formano una biodiversità unica in Italia e forse nel mondo.

In questo pendio du Munte da Guardia la vegetazione è. particolarmente rigogliosa, ci sono belle rigogliose delle canne, segno che dal punto di vista idrico, le piante sono ben appagate e infatti siamo nella direzione giusta dell’Equa di Funtanin, perché troviamo uno spezzone di tubo in ferro.

Ma ancora non si riesce a proseguire sulla verticale e mentre scendiamo per raggiungere una parvenza di sentiero, un capriolo adulto, intento nell’abbiocco pomeridiano, scappa via saltellando, lui molto più a suo agio nel proprio habitat.

Ci fermiamo, prima di affrontare un altro ripido pendio, questa volta fatto di sole pietre, ora possiamo controllare lo stato delle nostre epidermidi, io con innumerevoli graffi sugli avambracci e sul dorso delle mani, Germano, in braghe corte, scorticato da far sangue!

Risaliamo ancora, dove troviamo un canale con alcune pozze d’acqua, qui la vegetazione è finalmente più rada, anche per la presenza di grandi alberi di pino e rovere.

La vista da quassù e strepitosa, sembra di toccare mare e cielo con un dito.

In questa stupenda posizione denominata dai Funtanin, è stato edificato un sistema di terrazzamenti, occlusi alla vista, con notevoli muri a secco di buona fattura, ancora perfettamente integri, su questi pianori al disotto degli alberi di ersci, uivi, rue, mimose e qualche fico, cresce rigoglioso un fitto sottobosco, evidenza di un buon approvvigionamento idrico.

A capo di queste fasce, che facevamo parte di una grande azienda agricola, di proprietà dei Marchesi d’Invrea, si incontra una cascina diruta, probabile dimora di qualche mezzadro, rifugio e deposito attrezzi.

Seguiamo l’andamento di un terrazzamento e nei pressi di una crosa, ritroviamo un tratto di tubazione, che ci indica ancora una volta, la direzione dove trovare a Vinvagna di Funtanin, ma anche un’enorme groviglio di rovi al cui interno si cela la fonte e molto probabilmente una vasca di raccolta dell’acqua, da dove si dipartiva la tubazione che poi arrivava al Cian du Tunnu.

Ma per affrontare i “cavalli di frisia dei rovi” serve altra attrezzatura e abbigliamento adeguato.

Si decide per il ritorno, da effettuare, imboccando a lato dei terrazzamenti, il sentiero che scende dalla Guardia, gira intorno au Briccu da Gobba e arriva alla Vignetta, ora lo scenario è molto panoramico, da cartolina.

Il percorso è molto acclive, solcato dall’acqua piovana e dalle bici che scendono dal Monte Grosso.

Questo percorso è molto gettonato dagli escursionisti, e accorcia il tragitto che sale ai 406 metri della Guardia.

Alla nostra destra la stretta valle du Rian da Moa.

Un’albero di pesche, con i frutti prossimi alla maturazione, ci avvisa che siamo arrivati alla Vignetta, zona di orti, di ville di primizie stagionali e de articiocche

Arriviamo au Cian du Tunnu, che è quasi ora di cena, non prima di un paio di birre offerte dall’amico Germano, che ringrazio per la bella escursione, con lui ho condiviso, l’impari lotta con la macchia mediterranea e gli incomparabili scenari, mare e monti di questo suggestivo angolo della nostra città

Quell’odu de legnu

Ho respirato legno da bambino, legno in lavorazione, che si vedeva brillare in controluce, trasformato in riccioli o segatura, quando la pialla, la toupie o la sega a nastro spianavano, contornavano o tagliavano le tavole.

Sono stato un bambino fortunato!

Potevo avere tutti i legnetti che volevo, presi fra gli scarti di lavorazione, costruivo fucili, archi, anche per i miei amici e le barchette da varare nel fiume e poi quella meraviglia del deposito dei riccioli di legno! In un angolo del locale falegnameria, dove fare i tuffi come al mare!

Mio papa’ insieme ai miei zii, avevano una falegnameria, alla fine di via Montegrappa,

In questa zona della città, negli anni 60/70, erano tre le falegnamerie in attività, tutte dedite alla costruzione di serramenti.

Sono stato fortunato ad avere un papà, che mi ha insegnato molte cose, l’amore per il legno è una di queste.

Il falegname e stato il lavoro della sua vita, era un uomo capace di trovar soluzioni per ogni cosa.

Sono state molte le cose fatte insieme cun u Gino.

Da ragazzino seguivo mio papà sul lavoro, mi piaceva accompagnarlo e gli davo una mano, quando c’era da posizionare: porte, barcuin, ciamblane, bastetti, zucculetti e curriman, nei palazzi appena ultimati.

Ricordo l’eco e il rimbombo dei rumori, durante il montaggio delle porte, a causa degli ambienti vuoti.

Quando eravamo lontani da casa, per mezzogiorno, ci portavamo u pignattin, quello classico con i due scomparti, per un primo e un secondo piatto, fatto riscaldare a bagnomaria, sopra un fornello ad alcool, ma se avevamo solo dei panini, allora mio papà comprava una bottiglia di Coca Cola, di quelle in vetro grande.

Mio padre, mi ha insegnato a riconoscere i vari tipi di legni, dalla loro venatura dal colore e anche dall’odore, che anche a occhi chiusi si possono riconoscere.

La bellezza del legno è nella sua fibra, che viene esaltata dal tempo che passa, quando le fibre chiare, perdono consistenza e le fibre più scure emergono dalla massa legnosa, con contorte linee in rilievo.

Le essenze legnose, come il tannino, presente in quasi tutti i legni, con il tempo assumono sfumature bellissime.

I primi miei restauri, furono un paio di cassapanche di mia proprietà, che erano in realtà ex contenitori di cereali, dove erano conservati i cereali, grano, granoturco, la crusca ecc. il coperchio aveva un bordo, che garantiva una sorta di sigillatura e li preservava dai topi e dagli insetti.

Sono costruite in tavole di castagno, il coperchio a volte poteva essere in abete, come il fondo o i fianchi.

Questi contenitori, erano di solito ubicati nelle cantine o nei magazzini delle case di campagna, con il tempo la polvere, l’unto dell’olio applicato per protezione, hanno scurito il legno.

Dismesse, come contenitori, per i cereali, erano usate come porta legna o per riporre degli indumenti, non più in uso, posizionate negli ambienti domestici e pitturate con vernici all’olio, di solito di colore bianco.

Una di questi contenitori, da me restaurato, aveva un’abbondante strato di pittura all’olio.

Per rivedere il colore e le venature del legno, è stato necessario, effettuare una pulizia radicale della cassapanca, con l’asportazione tramite attrezzi e con prodotti chimici, degli strati di pittura.

A seguire, successive lavorazioni di stuccatura, levigatura e incollaggio delle giunzioni allentate.

A questo punto la cassapanca ritorna al suo stato originale, ma ha perso la cosa più bella, la patina e anche quei segni, sulla sua superficie, che fanno parte della storia dell’oggetto.

Si può porre parziale rimedio, con una tinteggiatura, color noce o castagno, che scurendo il legno, esalta i contrasti cromatici delle fibre.

Per trovare la tonalità giusta della tinta, è necessario eseguire delle prove, nelle parti nascoste del manufatto, necessaria prima della la finitura, utilizzare un turapori o una vernice isolante, seguita dalle operazioni di verniciatura o ceratura.

Un consiglio valido per oggetti come questi, anche se non di pregio, ma che hanno comunque avuto la loro storia è quello di osservare attentamente ogni particolare, ad esempio all’interno di una di queste cassapanche, ho rinvenuto dei disegni a lapis, probabilmente fatti da qualche bambino, chissà chi e quando.

Mi sono premurato di conservare questi disegni.

Poi naturalmente è necessario, fare sempre delle foto, prima, durante e a lavoro ultimato.

Come ultima cosa, va messa la data e il nome di chi ha fatto il restauro, in una parte non in vista.

Bellu Giu au Punte du Diau

Bellu giu in motu del 2 giugno.

Partiamo da Vase io, Ettore, Franco e Giampy, la nostra meta sarà Passo Penice e Bobbio, dove con una propaggine, la Lombardia invade la nostra Liguria, per impossessarsi di questa città, che nel medioevo è stata legata da molte vicissitudini storiche, alla nostra regione.

La partenza alle ore 8, dopo caffè e figassa, se purtemmu avanti cun i travaggi imboccando A10 poi A26, con uscita a Masone, poi Campoligure, verso il Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo

 Sempre si fa tappa al Sacrario della Benedicta dove tra il 6 e l’11 aprile del 1944, furono massacrati 147 persone, partigiani e renitenti di leva.

La strada abbandona i boschi e le isolate borgate di questo tratto di percorso.

Il paesaggio si fa brullo, la strada scende al guado del Gorzente e da qui riprende quota, al cospetto dello scosceso monte Tobbio.

Sono già molte le persone presenti in questa zona del Parco, per escursioni o un bagno nei laghi del Gorzente

La sede viaria e’ molto stretta dissestata con innumerevoli buche, grandi e piccole.

Altro guado, prima di entrare a Voltaggio e prendere la via di Busalla e Casella.

A Montoggio bivio per Costalunga, questo tratto di strada, per chi va in moto, è un bel percorso, con ampie curve, ben raccordate e ottimo fondo stradale.

A Laccio ci si immette nella mitica SS45, della Val Trebbia, che unisce Genova a Piacenza e a tutta la Lombardia.

Qui tappa caffè

Impossibile contare le tante moto di tutti i tipi, quasi tutte, in viaggio lungo la SS45, verso il mare in senso contrario al nostro.

Vedo l’indicazione di Torriglia e propongo un diversivo, al tragitto ben congegnato da Giampy.

In una piazza una lapide ricorda il partigiano “Bisagno” Aldo Gastaldi

Facciamo visita alla Bella di Torriglia

Si fa a gara per far una foto insieme a lei

Franco è un curiosone

La strada sale e scende, in sponda destra del fiume Trebbia e ci regala bei panorami della sua vallata.

Alcuni semafori per lavori in corso formano lunghe code, in direzione mare

Arriviamo ai sobborghi di Bobbio, dove ci aspetta la prima meta del viaggio.

L’incredibile ponte Gobbo.

Detto anche del Diavolo.

https://www.gliscrittoridellaportaaccanto.com/2016/07/bobbio-il-ponte-gobbo-e-i-misteri-della.html

Questo ponte e’ legato al genio di Leonardo, che lo ha dipinto a lato della spalla sinistra nel dipinto della Gioconda, il quadro più famoso del mondo.

Siamo partiti da Vase, con l’intento di sapere chi è il più bel Giocondo tra noi!

Lascio a chi, ha la pazienza di leggere questo post, scegliere il Giocondo migliore!

Scelta molto difficile!

La prossima tappa, lo decidono i languori, che provengono dal nostro metabolismo, regolato a ingerir cibo all’ora prestabilita, superata da circa due ore!

Prima però ci sono da affrontare i tornanti della salita del Passo Penice, con ai lati, campi di grano e del fieno già imballato.

Si fa tappa, al primo ristorante, che si trova salendo da Bobbio verso il passo Penice.

Ma le sale e i dehors sono strapieni, tutti i tavoli sono occupati, perlopiù da motociclisti, c è un gran frastuono di voci e un andirivieni frenetico del personale di sala.

Ci dicono che ci sarà da aspettare ancora mezzora, perché si liberi un tavolo….

Per fortuna, dopo pochi minuti, siamo avvisati di quattro posti miracolosamente, disponibili, possiamo finalmente sedersi e aggredire, i taglieri di salumi misti con formaggio, funghi, focaccia e cipollotti.

Memori della fame patita, ordiniamo quattro primi, riso con funghi e pasta pisei e fasoi, gnocchetti di pane con legumi.

Ettore ci intrattiene a tavola, con i racconti del suo periodo a bordo per lavoro, si parte con l’imbarco in Germania, negli anni 80, nelle acque tempestose del Golfo del Leone, negli States, abbiamo navigato sull’Hudson, sbarcati a New York e poi a New Orleans, circumnavigazione dell’Africa, Canale di Suez, per il momento ci siamo fermati in Algeria…da qui riprenderemo il racconto……. al prossimo Bellu Giu!

All’uscita riprendiamo le nostre due ruote, osservando con commiserazione, la partenza di alcuni enormi, mototricicli, forse il veicolo più ostico da guidare su queste strade!

Bella la discesa dal Penice, verso Varzi, molto più lunga della salita, sempre alla vista di una bella campagna curata e coltivata.

Raggiungiamo il fondo valle, per il tratto di trasferimento, Tortona – Novi Ligure – Ovada, qui facciamo tappa per bibita, la temperatura è costantemente sopra i 30°C il fondo stradale pessimo, innumerevoli i semafori e gli autovelox.

Si inizia ad aver un po’ di refrigerio, dopo Cassinelle, quando la strada risale verso Molare e i Moretti

Qui c’è l’altro bellissimo percorso per moto, con l’altipiano di Piancastagna e del Bric Berton.

Il vincitore di questo Bellu Giu è il sottoscritto! Con un po’ di mestiere sono riuscito a sopravanzare Franco, poco prima del cartello di Sassello, dove all’insaputa dei miei compagni di viaggio, c’era il traguardo volante!

Il sole sta tramontando e decidiamo con rammarico, di non fare il giro di Mioglia Pontinvrea dove era, la terza meta quella finale du Bellu Giu!

Ci consoliamo facendo tappa a Sassello, con un gelato al bar Gina, il mastro gelataio, raschia sul fondo dei contenitori, per offrirci un gusto unico per tutti e quattro, cioccolato, zenzero e amaretto.

 Si è fatto buio per strada ci sono solo le nostre quattro moto.

Bellugiu, con Ettore Franco e Giampy che salutiamo al bivio del Salto, lui prosegue verso Albisola, sul monitor della sua BMW è segnato tutto il rendiconto della giornata, 14 ore di viaggio, di cui il 50% in sella e l’altro 50% a motori spenti, dove sono comprese le pause per pranzo, caffè, bibite, gelato, foto e un paio di pisciate a testa.

Sono circa 340 i km di questo bellu giu!

 Ringrazio i miei compagni di viaggio, per questa bella giornata, insieme a loro in mezzo alle meraviglie del nostro entroterra, mille le curve, con la nostra passione a due ruote, insieme abbiamo affettato salami, patito il caldo, raccontato storielle e barzellette, riso e scherzato!

Grazie!

U Briccu di Cavalli

In auto, verso il Beigua, oltrepassate le Casermette, si transita all’ombra di una bellissima abetaia.

Queste resinose, sono state messe a dimora, per rimboschimento, negli anni 50 del secolo scorso, in questo punto la strada sembra quella di un valico alpino, una meraviglia della biodiversità, un patrimonio della nostra Liguria.

U l’e’ u Grupasso, così denominato, per la presenza, di un’enorme formazione rocciosa, che si intravvede oltre la fustaia degli abeti.

Proseguendo, in direzione della cima del Beigua, dopo un centinaio di metri, a destra, inizia una strada sterrata, sbarrata al transito carrabile e inizia un bel percorso da fare a piedi, pianeggiante e poi in discesa, che interseca il sentiero con croce rossa, quello che risale e conduce sulla cima del Monte Beigua, oppure si può scendere passando dal Monte Cavalli, Montebe’, e poi ad un bivio, scegliere il percorso delle praterie, verso il Canain e le Faje/ Sentiero Megalitico, o attraversare una faggeta e arrivare a bric Vultui, S.Anna e la Ceresa.

Con Franco Canepa, percorriamo la strada della Peioa, che oltrepassa l’omonimo rio, affluente du Rian dell’Ommu Mortu, qui si ha una bella vista du Luno’ un deposito morenico, che si eleva sopra gli alberi e che forse, deve il suo toponimo, al bagliore notturno delle rocce, rischiarate dalla luna.

Chi u l’ea a taggià di arbui, a fo u fen e a menò de bestie in te sti bricchi, ci hanno lasciato una favola.

Lo sguardo spazia verso le alture circostanti, mentre il Priafaia oggi è immerso nella nebbia orografica.

Si arriva alle Giare, strano toponimo, forse legato alla presenza di alcune sorgive, dove oggi sono le prese dell’acquedotto.

Qui erano portate ad abbeverare le mandrie e le greggi, che si erano nutrite nelle praterie del Montebè e Priafaia.

I pastori potevano passare la notte in una bella cascina, qui presente, ancora integra con il suo originale tetto in ciappe e le finestre in vedru de pria.

In alternativa, nelle vicinanze sopra la terra al disotto di una trunea.

Poco distante, in una conca, le piogge dei giorni passati hanno formato un bellissimo stagno.

Dove si specchiano le volte degli alberi e nuotano milioni di larve de musche, sinsoe e tafen.

Sulla via del ritorno, decidiamo per la visita, che poi diventa una vera e propria scalata, ad una pietraia, quello che resta di una morena, testimone di un grande ghiacciaio che oltrepassava le alture e scendeva verso il mare.

Queste pietre un tempo prelevate come materiale da costruzione, oggi sono ricercate da chi è a caccia di minerali e i cui residui della ricerca, sono visibili in alcune zone adibite allo spacco delle pietre.

Al culmine della salita si arriva ad un pianoro, dove ci accorgiamo di essere in casa d’altri… qua sono presenti molte lettiere e pasture, di un grande branco di ungulati, che hanno anche a disposizione na smoggia per i fanghi e na vinvagna per le abluzioni, bello il panorama dalle rocce con il mare di nuvole.

Ci dirigiamo sul monte Cavalli reso famoso da uno scontro fra francesi e ungheresi durante la seconda campagna d’Italia, il 12 aprile del 1800 a leggere la targa posta a ricordare questo fatto storico, ci si stupisce dell’alto numero di soldati, da ambo le parti, che hanno partecipato a questi scontri.

E’ bene precisare che tutto il territorio della nostra città fu interessato in quelle giornate da scaramucce e vere e proprie battaglie dall’Aspia au Briccu da Crusce poi a Cian Battaggia, i Cavalli, Cian da Steia, l’Ermetta, Ciampanu’ e infine ai Cien de S. Giacumu, al confine di Cogoleto, alcuni muggi de prie nei boschi e delle trincee sulle colline di Varazze, sono probabili ripari, usati da questi soldati.

A questo punto, sorge un quesito, ma come facevano a manovrare tatticamente i due eserciti, come riuscivano ad orientarsi, percorrendo antiche strade, ripidi sentieri allo scoperto nelle praterie o nel folto dei boschi, per poi piombare di sorpresa sul nemico o anche trovare la via di fuga quella veloce per fuggire nella direzione giusta?

In questi bricchi pin de legnu, egua e prie? Dove nessuno dei generali francesi, austriaci, ungheresi e piemontesi mai erano stati?

L’esercito napoleonico, era famoso per conoscere in modo maniacale, il campo di battaglia sapeva sfruttare bene, ogni asperità, riparo o scorciatoia, e grazie a tutto questo, poteva usare tattiche da guerriglia nei combattimenti, a dispetto degli schieramenti delle truppe degli imperi centrali che usavano un’approccio tradizionale durante lo svolgersi delle battaglie.

Ma come riuscivano i generali francesi e lo stesso Napoleone a far sempre le mosse giuste anche in mezzo ai boschi ai pendii e pietraie dei nostri monti ?

Un aspetto poco conosciuto è quello dell’arruolamento.

Gli ufficiali francesi, quando arrivarono, nelle piazze delle nostre borgate, cercarono fra gli abitanti, quelli con una buona conoscenza dei luoghi circostanti e li costrinsero a far da guida, molti erano i giovani, volontari, che aderirono ai principi di libertà e uguaglianza, della rivoluzione francese e si fecero avanti per essere arruolati, anche solo per qualche giorno, giusto il tempo di guidare le truppe francesi, ma anche quelle austro piemontesi, in un territorio a loro ostico e sconosciuto come era il monte Beigua, naturalmente, non mancarono i delatori e chi forniva false notizie, le chiese erano state allertate, per suonare le campane, quando erano in vista le truppe francesi.

Molti, seguirono poi Napoleone nelle sue campagne d’Italia, qualcheduno non fece più ritorno e quelli che sopravvissero, al loro rientro, scoprirono di essere stati scomunicati dal Papa, vissero così gli ultimi anni della loro vita, emarginati da una società, che dopo la caduta del Bonaparte, aveva rimesso velocemente al proprio posto, la nobiltà e aveva restituito i beni ecclesiastici alla Chiesa, confiscati, depredati e messi in discussione dalla ventata rivoluzionaria, arrivata anche nella nostra città con l’era napoleonica.

Cian da Munega

Sarà capitato a tutti, osservando un oggetto, pietra o nuvola che sia, scorgere con sorpresa al loro interno, figure di oggetti, animali o sembianze umane.

La scienza spiega questo fenomeno, come un riconoscimento inconscio, attuato dal nostro cervello, che estrapola figure già note, anche se sono contenute nel vapore acqueo di una nube o tra le rugosità di una roccia.

Questa abilità ha un nome, si chiama Pareidolia visiva ( in zeneise ” mepo’devedde) è soggettiva, ed è molto sviluppata, ad esempio nei giocatori di scacchi, che riescono a riconoscere rapidamente, alcune situazioni di gioco, ma è presente anche in radiologia per la diagnosi degli esami e in tante altre attività umane dove serve essere concentrati.

Famosa la visione di un gigante dormiente, ben visibile percorrendo l’autostrada in direzione Ventimiglia che ha dato il nome all’abitato di Orco Feglino.

Questo fenomeno, si rivela, anche osservando questo menhir.

Arrivati ad una certa distanza da questo monolito si intuisce il perché del toponimo Cian da Munega in effetti c’è molta somiglianza, con la sagoma di una monaca, dalle generose dimensioni, vista di spalle e con quella leggera pendenza, è come se fosse in movimento, forse in fuga perché disturbata dalla nostra presenza.

Altre figure si rivelano, guardando una foto di questa roccia, c’è chi vede un agnello portato in spalla sinistra della monaca, ma anche il volto di un bambino dall’altra parte.

La storia du Cian da Munega

Nel 1941 Garea, segnalò l’esistenza di un menhir in località Salice e della presenza nei suoi dintorni di notevoli testimonianze di insediamenti umani, furono ritrovati alcuni manufatti, consegnati poi alle autorità comunali.

Questi reperti, analizzati qualche anno dopo da Mario Fenoglio, ispettore di zona della Soprintendenza furono attribuiti alla fine dell’età del bronzo, inizi età del ferro, il megalite fu dichiarato un bene archeologico e così salvato da sicura distruzione a seguito della costruzione del raddoppio autostradale.

Per preservare questo bene fu modificato il tracciato di questa infrastruttura e nei pressi del megalite, furono costruite due scale di accesso con un’area adibita a parcheggio.

Oggi l’area è completamente rivoluzionata dalla presenza dei due rami e dal casello autostradale, dalla strada del Salice e da alcune abitazioni, è possibile che altri reperti archeologici che sempre sono presenti nell’area dove sono infissi dei monoliti, siano spariti durante i lavori di queste infrastrutture e degli insediamenti abitativi.

Nell’area adiacente al menhir, oggi si possono notare antichi terrazzamenti, in buono stato di conservazione, ma di fatto tutto è lasciato all’incuria con le canne e alcuni rovi che stanno colonizzando quest’area.

Un altro bene della nostra città dimenticato, come molte altri pezzi di storia di Varazze.

I menhir sono spesso associati al movimento degli astri nel nostro caso, l’azimut del suo profilo allungato è risultato da studi e misurazioni effettuate, orientato, verso il sorgere della Luna piena nel solstizio estivo.

Due cippi autostradali e una recinzione, che preclude l’accesso per una visione ravvicinata della “munega”, ci indicano che il menhir e di proprietà dell’A10.

Il menhir è abbandonato, quasi fagocitato dalla vegetazione

Una testimonianza storica primitiva, una curiosità particolare del nostro territorio citata anche sulle cartine turistiche è di fatto lasciata al suo destino d’oblio.

Mancano le risorse e non porta niente in tasca a nessuno. Ma le attrattive di un territorio, a mio parere non devono essere sempre legate al costi/benefici.

Servirebbe per segnalare le tante attrative presenti sul nostro territorio, un minimo di cartellonistica, e perché non utilizzare i codici Qr poco invasivi, molto pratici, come quelli utilizzati nel centro storico di Genova per descrivere opere d’arte, siti storici/archeologici, palazzi storici e curiosità?

Sarebbe una bella iniziativa, a mio parere, rivolta soprattutto a noi nativi in questa belliissima città, per mantenere vivo l’interesse verso il nostro passato, un tentativo, sempre a parer mio, per recuperare un po di quella memoria locale di cose anche quelle semplici dei nostri vecchi che stiamo o abbiamo perso.

Un’attività che deve essere effettuata, sempre pe cuntu me, e perchè no dagli alunni del comprensorio scolastico della nostra città?

A Catte au Cian da Munega

E Spassuie de Bruga

Chi transita lungo i sentieri, nell’entroterra del Comune di Varazze, in alcuni punti del tragitto, si trova circondato da una vegetazione inquietante, invasiva impenetrabile…sun e brughe, queste boscaglie, da me molte volte affrontate, si presentano sotto forma di graziosi arbusti, rossi di fiori a fine estate, oppure con veri e propri alberi, con la variante denominata erica arborea, possono raggiungere i 4 o 5 metri di altezza.

Molto suggestive e fotografate, sono le praterie dell’erica in fiore del Faiallo.

In compagnia dei temibili rovi, formano piccole foreste, violate solo dai cinghiali che in questa fitta vegetazione, trovano rifugio e fanno tana.

Possiamo affermare, che lungo i pendii dei nostri monti si sta avverando, il significato del nome erica, di origine norrena, che vuol dire unica regina!

Tra cent’anni ghe saian sulu boschi de lelua e pre de brughe.

Vegetale a lenta, ma inarrestabile crescita, dal tronco contorto e con una sottile corteccia, il suo legno è ricercato da chi costruisce le pipe o mette in bella mostra le sue venature, con pregevoli manufatti di oggettistica.

Oggi, l’erica e altre specie vegetali autoctone, sono lasciate libere di colonizzare boschi e praterie, ma costituiscono un pericoloso potenziale combustibile, a riprova di questo, è stato il devastante incendio, in località Mascetti e Capieso di Cogoleto, divampato a marzo del 2019, dove a bruciare, per sette giorni, sono state le eriche e le resinose.

Questo furioso incendio, con lingue di fuoco altissime, complice il forte vento di tramontana, ha costretto all’evacuazione di alcune palazzine e alla chiusura dell’autostrada A10.

Anche le brughe, molti anni fa facevano parte dell’economia silvestre della nostra citta, che traeva dai suoi boschi, non solo le materie prime auliche, per la nobile arte dei maestri d’ascia o la legna da ardere , ma anche quelle, non meno importanti della fabbricazione di attrezzi per lo spazzamento di strade, cortili e abitazioni.

Non tutte le eriche, sono adatte per confezionare delle ramazze.

Sono due le specie, che hanno colonizzato le nostre colline.

L’ erica scoparia, che viene anche comunemente chiamata scopa femmina, mentre l’arborea è detta scopa maschio.

A Vase pe fo e spassuie de bruga se dovie a bruga femmini-na quella cun i bacchi driti, legati al manico di solito in castagno, erano lasciati seccare, in modo da assumere una posizione curva, per aver maggiore sezione pulente.

Erano molti, gli addetti a questa attività, nel comprensorio di Varazze, dove si confezionava questo prodotto, a chilometro zero.

Le scope d’erica, erano utilizzate per la pulizia, nei cortili di pertinenza delle abitazioni, negli innumerevoli pollai, presenti anche in città, nelle stalle e nei recinti animali, poi naturalmente per la pulizia delle strade, negli opifici e nelle fabbriche.

Chi invece era attrezzato, per un’abbondante raccolta di erica, indirizzava quasi tutta la sua produzione verso Genova, dove era utilizzata, per lo spazzamento pubblico delle strade e per il porto

 I componenti di una famiglia di Varazze, i Bruzzone, detti i Pellegrin da Curva, erano dediti nei primi anni del secolo scorso, al commercio di ortofrutta proveniente dagli orti e frutteti da Vignetta da Cammina’ e di quella grande terrazza sul mare dei Cien d’Invrea, verso il mercato di Genova, effettuata con un carro trainato da una coppia di cavalli.

Frutta e verdura, erano caricati sopra il carro in località “a Cianna “ nei pressi dell’attuale hotel El Chico, al mattino, per poter essere pronti a partire nel primo pomeriggio, con qualsiasi condizione atmosferica , in direzione del capoluogo.

Si doveva esser presenti all’alba del giorno dopo, per l’asta, effettuata presso il mercato di corso Sardegna.

Le strade litoranee, erano sterrate, con buche, pozzanghere pietre e lo spauracchio delle salite, specie quella di Puntabella, effettuata con fatica dalle povere bestie, ma arrivati alla Colletta di Arenzano, era pronto, a intervenire a pagamento, un secondo tiro di cavalli per riuscire a superare la salita.

Con l’avvento della motorizzazione, fu acquistato un Fiat 18, residuato bellico della guerra 1915/18, con la particolarità di avere le ruote in gomma piene, si evitavano così le forature, ma erano terribili i contraccolpi delle asperità stradali, molto più forti di quelle ricevute dai carri a trazione animale.

Una delle ruote dell’autocarro, aveva subito un discreto distacco del battistrada e c’è chi ricorda il rumore che faceva quella ruota difettosa.

La famiglia Bruzzone, diversificò i suoi proventi, iniziando una nuova attività, con la raccolta dei rami di brughe, trasformate poi in scope e scopini, commercializzate sempre a Genova e usate soprattutto dai portuali, durante e al termine dello scarico di rinfuse.

La fabbricazione delle spassuie de bruga, impiegava molte persone e portava pane nelle famiglie della nostra città.

La lavorazione, era effettuata, nel pianterreno della loro casa, ma brugu o bruga è anche un termine dialettale, riferito a persone ritenute, senza finezza, brusche, incivili, villane, zoticone e quindi questo lavoro era ritenuto poco nobile in una città che aveva altre più blasonate attività, già abituata come lo è oggi, a giudicare le persone dal loro status sociale e lavorativo, e da questa discriminazione, nacque probabilmente il soprannome, dato a quella famiglia dedita a fo de spassuie de brughe, i Pellegrin da Curva.

Nuove tecnologie di costruzione delle scope, più performanti e durature di quelle de brughe, l’avvento del turismo e la conseguente chiusura di molte attività industriali, nel secondo dopoguerra, posero fine a questa attività.

E nel piano terra di quella casa dove erano fabbricate le spassuie, fu aperto il famoso Bar Ristorante la Curva, oggi desolatamente chiuso, ma che era molto rinomato, soprattutto dai motociclisti, che vi facevano spesso tappa, durante i loro tour.

Vi erano altre due produzioni ( al momento conosciute da chi scrive) di scopa di erica, nell’ambito del territorio del comune di Varazze, una era in località Bacchetto, i fabbricanti erano i fratelli Damonte, detti per l’appunto I Bacchetti, che confezionavano le loro scope, in una zona prativa sopra l’abitato di questa località, ma un furioso incendio, forse doloso, non domato in tempo, perché appiccato di notte, pose fine a questa produzione.

L’altra zona di raccolta e fabbricazione di spassuie de brughe, era in direzione delle Faje dopo u giu du Megu, dau Muagiun, del titolare di questa attività si conosce solo il nomignolo Ero, in questa zona c’era forse, la maggior presenza di materia prima, con le brughiere, de Prie de Lima, Ramognina, Arenon ecc.

I spassin, adoperavano tutti la ramazza, una scopa fatta con l erica, con il manico lungo, caratteristico il rumore che faceva la bruga secca, mentre era in corso lo spazzamento delle vie cittadine.

Tutti gli addetti alla nettezza urbana, all’atto dell’assunzione, dovevano, dimostrare di saper confezionare una ramazza, con i rami di erica sfusi.

La bruga mascioa o arborea era usata come legna da ardere, dagli esemplari più adulti di questa varietà di arbusto, si ricavava il legno, per degli oggetti costruiti per diletto.

Non mancava mai la bruga, ben stagionata, usata come filtro, quando si travasava il vino dalle botti alle damigiane.

Terminata la fermentazione alcolica il vino era “tirato” via dalla botte, posizionando la “spina” con la spinetta.

Il tappo di sughero, precedentemente, inserito nella botte dall’interno verso l’esterno, era estratto dalla sua sede all’atto dell’introduzione della spina.

Per trattenere la buccia e i semi degli acini era fissata, prima della pigiatura dell’uva, una fascina di brughe, con la funzione di far da filtro, per il mosto.

Tolta la spinetta, il vino con l’ausilio di un imbuto e di un’ulteriore filtro a rete, era immesso nelle damigiane, dove la fermentazione diventava più lenta, con i lieviti che continuavano la trasformazione del mosto in vino.

Legato a questo strumento di lavoro, ci sarebbe da raccontare, l’epopea degli Alpicellini e dei Fajanti, emigranti negli States, perlopiù in California e quasi tutti a lavorare, per le società di raccolta rifiuti, che operavano in quelle grandi città oltreoceano, ma questa è un’altra storia.

La scopa nell’immaginario popolare è da sempre legata alle streghe e ai loro riti, al link che segue le credenze e le usanze relative alle scope

https://melismiria.wixsite.com/…/la-scopa-della-strega

Ricordate

Per evitare visite sgradite bisogna mettere una scopa con il manico a terra dietro la porta

Mai scopare una casa nuova con una scopa vecchia

La scopa con il manico rotto e un segnale di sfortuna

Buona giornata

Ringrazio per le informazioni ricevute tramite i commenti Facebook, i sigg.GB Caviglia Vassile Ciapaiev, Piera Bernardis, Nonno Franco e Giampiero Minetto

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Quellu Muggiu de Prie

Inizio questo racconto dall’epilogo de na bella giurno’ dopo la degustazione di due abbondanti coppe di gelato a Cogoleto, il disappunto di una multa per mancato pagamento del posteggio della mia vecchia Panda.

Il gelato è stato una gratificazione, dopo tuttu u cadu patiu sciu da un briccu! Ma anche per aver, verosimilmente, risolto un quesito, relativo ad un misterioso muggiu de prie, in te l’Aniun.

E’ stata la giornata più calda di questo periodo, con il termometro che segnava 27° alle nove di mattina!

Ma era già stato tutto prestabilito, da qualche giorno, ci eravamo accordati per far questa escursione, con Francesco Canepa, venerdì 27 maggio.

Volevamo fare un sopralluogo in località Custò, serviva avere una conferma sul campo, del tracciato dell’antica strada romana l’Emilia Scauri che raggiungeva il Castrum romano del Parasio, l’odierno colle di S.Donato….ma non solo….

L’Emilia Scauri era la prima viabilità degna di questa parola, che raggiungeva l’insediamento romano e il primitivo nucleo abitato che diventerà poi la nostra città.

https://quellisciudateiru.wordpress.com/2021/10/20/lemilia-scauri/?fbclid=IwAR3rVeG6X0hgtD-7w0m5xsJZaU-1hTpbDpf6PDVeEg_aQaF_F1FgqRfRAh0

In un precedente post, avevo descritto il probabile tracciato dell’Emilia Scauri, sulle pendici dell’Arenon, a scendere verso il torrente omonimo, con l’impossibilità di proseguire, in sponda sinistra, a causa dell’eccessiva vegetazione e dei sconvolgimenti di questa parte di territorio, con la discarica della Ramognina e l’inquinamento cronico dell’Arenon.

A farmi desistere definitivamente , dall’intento, era stato anche un branco di cinghiali, che sul greto del torrente si cibava di plastica.

Avevo evidenziato, la strana presenza, di molte pietre ai lati della strada che scendeva il pendio est dell’Arenon, era il sedime, divelto, a seguito dell’erosione dell’acqua piovana, che aveva di fatto reso instabile quel ciappin de prie, fatto costruire dai romani.

Nel Medioevo, con la costruzione del ponte della Maddalena, dai Muinetti, la viabilità per Varagine, da collinare divenne litoranea.

Questa primaria grande via di comunicazione, che raggiungeva gli albori della nostra città, perse importanza e di conseguenza venne meno l’opera umana, per manutenere in efficienza la strada, l’acqua completò l’opera di dissesto, sconquassando il sedime e rendendo impraticabile il percorso lungo le pendici dei bricchi.

Chi continuò ad usare questa viabilità, pose rimedio all’impraticabilità di questo percorso, liberando l’ex strada romana dalle pietre.

Ma qual’era il percorso dell’Emilia Scauri, nel territorio del nostra città?

La strada romana, che scollinava da a Custò, doveva affrontare il guado dell’Aniun, le pendici del bricco omonimo e i versanti du Briccu di Gruppi e da Custea.

Si possono cercare e trovare le tracce della via romana, a partire dalla Fornace, in località Costata, una strada sterrata interpoderale, scende rapidamente e dopo un tornante, arriva in una zona prativa.

A questo punto, lasciando alla nostra sinistra la bellissima e ben conservata fornace di calce poi di mattoni, si attraversa il rio di Costata, al cospetto di un poderoso muro e subito si incontrano le tracce di una viabilità, resa evidente dallo scavo, che taglia in due un grande masso con la canonica larghezza romana di 2,40 m.

La strada poi prosegue in discesa, sorretta da un muro in pietre, arriva in una zona pianeggiante e a questo punto se ne perdono le tracce, qui è presente la risulta, di un grande movimento di terra, effettuato con mezzi meccanici, che ha cancellato ogni traccia di sedime della strada romana.

Guadato l’Aniun, l’erba alta e la notevole vegetazione, ostacolano la ricerca della strada.

 Raggiungiamo una zona con ampi terrazzamenti, al cospetto in alto, del rudere da Ca de Gambin, qui ci sono alcuni muggi de pria, isolati.

Sopra ad un pianoro, c’è senza un’apparente motivazione, un imponente, enorme accatastamento di pietre annerite dal tempo.

Anche se fagocitato dalla vegetazione, in questa zona c’è un bivio, a destra l’abbozzo di una strada, in leggera discesa, che correva parallela all’Aniun, mentre a sinistra si stacca netta un’altra viabilità, che incide le pendici du briccu di Gruppi e poi prosegue, per arrivare a Custea, in vista del mare.

La viabilità romana, descritta in alcuni articoli di storia locale è quella che raggiungeva a Custea passando pe u Briccu di Gruppi.

 Quell’impressionante ammasso di pietre, alla base del bricco, è il sedime dell’Emilia Scauri, prelevato, trasportato e impilato accuratamente, per essere magari utilizzato, in una edificazione, mai effettuata.

E lecito, a questo punto, ipotizzare l’esistenza di due viabilità, una, quella primitiva che scendeva dalle pendici dell’Arenon, soggetta ai capricci del meteo e dell’Aniun e abbandonata perché insicura e troppo soggetta ad erosione e crolli.

 Per ovviare al problema e avere una viabilità più sicura, fu scelto un altro percorso, più lungo, che arrivava alla Custea , lontano dalle esondazioni dell’Aniun

Non esistono documentazioni o riscontri, da parte di studiosi e storici ecc. che possano confermare l’ipotesi delle due strade, costruite dai romani o da chissà chi, che passando per bricchi arrivavano al Castrum Romano del Parasio.

L’antropizzazione di questa parte del territorio di Varazze è notevole, con imponenti terrazzamenti e diverse edificazioni, Franco scopre la presenza dei resti di un’altra strada, che in sponda sinistra, costeggiava l’Aniun, in direzione del mare.

E’ mezzogiorno, ci sono ampie zone ombreggiate che danno refrigerio e dove mangiamo quattro slerfe di foccaccia, Franco ha portato una bottiglietta di vino, fa un caldo esagerato ma un paio di bicchieri di vino, non si possono rifiutare!

L’Aniun scorre a due passi, ci si potrebbe rinfrescare dal caldo, ma l’aspetto inquietante di tutta quella plastica e rifiuti e dichissachecosa, sconsiglia vivamente un contatto con l’acqua.    

In questo pianoro e da una posizione sopraelevata,  basta spaziare con lo sguardo e si rendono visibili le testimonianze di un lavoro incessante e massacrante, di chi traeva sostentamento per i propri famigliari, nel coltivar la terra, allevar animali.

E chissà cos’altro facevano, in un tempo ancor più remoto, quando questo territorio era una foresta, il Latronorium, terra di briganti e de taggiague.

 Il pendio dei bricchi di Gruppi, de Gambin e da Custo’, che si bagnavano nel greto dell’Aniun sono stati spianati, resi coltivabili, con mascee e terrazzamenti un’ampio spazio era di pertinenza della fornace, altri per una probabile zona di interscambio, per chi doveva proseguire il viaggio a dorso di mulo.

Sulla sponda destra dell’Aniun c’era il cantiere, della costruenda Emilia Scauri, noi se viaggiatori a ritroso nel tempo fossimo capitati nel vallone dell’Arenon, avremmo visto qualche centinaia di anni dopo Cristo, una moltitudine di persone, perlopiù schiavi, ma anche operai specialisti, addetti alle più svariate mansioni, c’era chi doveva scavare nel fianco del bricco, formare la base  con schegge di pietre e cocci di mattoni, i residui della fornace, poi serviva la perizia e l’esperienza, di chi sapeva posare le pietre di taglio, per favorire l’aderenza degli zoccoli in salita.

Ma non era finita, le strade costruite lungo i pendi, durante le piogge, diventavano veri e propri torrenti d’acqua, che si insinuava fra le pietre rendendole instabili e allora, bisognava intervenire, con un lavoro costante di manutenzione.

Verosimilmente questo era un capolinea, fin qui potevano arrivare i carri, ma la prosecuzione del viaggio era a dorso di mulo, troppo ripida e stretta la strada da Custea.

Poi la storia di quel grande popolo che dominò il Mediterraneo, le Gallie, la Britania ecc. finì. Secoli di dominio romano, anche nel territorio della nostra città, ci hanno lasciato evidenti testimonianze del loro passaggio specie tra questi bricchi, ma dovevamo averne più cura in passato, oggi è maledettamente tardi!

Tutto sembra oramai destinato all’oblio, fra qualche anno, la natura avrà fagocitato anche quellu muggiu de prie.

Anche nella muntò da Custea, nessuno più si premurò di far la dovuta manutenzione, l’Emilia Scauri divenne definitivamente na mulaioa, una strada per muli e tutte quelle pietre, preziosi materiali da costruzione, furono utilizzate per costruir case, terrazzamenti, anche una chiesa, e chissà che cosa dovevano diventare quellu muggiu de prie in quel prato vicino all’Aniun.

U Miamò da Cruscetta

Alla Crocetta, ripristinato dagli Alpini della Sezione di Varazze, c’è un residuo della seconda guerra mondiale.

Era il Posto di Osservazione Costiera (POC), situato sulle alture di Cantalupo, da qui lo sguardo, spazia dal monte di Portofino a Capo Noli, ma nelle mattine d’inverno con cielo terso, prima dell’alba, si arriva con lo sguardo fino a Capo Mele, Portovenere e appaiono all’orizzonte la Corsica Capraia e la Gorgona.

Mirabile il lavoro effettuato dagli Alpini, che hanno liberato dagli accumuli di terra e dai vegetali e rese fruibili ai cittadini, queste opere di difesa costiera, che risalgono alla seconda guerra mondiale, destinate come tante altre testimonianze, del conflitto mondiale, edificate nel territorio di Varazze, all’oblio e alla completa distruzione.

E’ stato realizzato un bel percorso, ad uso didattico, protetto da recinzioni in legno, con scale di accesso e una passerella per l’attraversamento della trincea.

I posti di osservazione costiera erano solitamente composti da una guarnigione di 5/6 soldati, comandati da un graduato, questi presidi, dotati della strumentazione per determinare l’azimut degli obbiettivi marini, erano collegati via radio o telefonicamente con i comandi d’arma.

A partite dal 1943 furono potenziate tutte le difese antisbarco nella nostra regione, perché le truppe nazifasciste, ritenevano probabile uno sbarco alleato nel golfo di Genova e nella piana d’Albenga. Furono impegnate notevoli risorse finanziarie e umane per edificare queste opere, anche dei detenuti che si erano dichiarati antifascisti e un gruppo di prigionieri polacchi, per realizzare anche un inutile muro antisbarco, lungo tutti gli arenili delle città costiere!

A corredo di questa inutile fortificazione, furono edificati nella nostra regione, in un crescendo di megalomania, che rese felice e ricco qualche imprenditore, numerosi bunker, postazioni per mitragliatrici, ostacoli in cemento armato per carri armati, filo spinato, campi minati, tobruk (piccoli bunker) posti di osservazione costiera, diverse postazioni di artiglieria contraerea, lo scavo di molti percorsi trincerati e di alcune gallerie come rifugi antiaereo e grandi proiettori per l’intercettazione notturna degli aerei.

Uno di questi dispositivi contraerei, era posizionato sulla cima del Muntado’ dove oggi è ancora visibile una lunga trincea che circonda questo colle, una piazzola in pietra per arma da fuoco e poi l’imponente scavo, proprio sulla cima dove era il proiettore per le incursioni notturne, ed era alloggiata la guarnigione di questo presidio.

Anche queste opere militari che sono facilmente raggiungibili dal Beato Jacopo, dovrebbero essere conosciute e visitate dai cittadini come dovrebbe essere reso accessibile l’altro POC quell’Invrea, con le soprastanti piazzole per pezzi di artiglieria.

Completavano la difesa della costa ligure, 5 treni armati con un cannone da marina e diverse mitragliatrici, due di questi convogli, stazionavano in due gallerie a doppio binario a Cogoleto e Albisola.

A questo link la descrizione del Vallo di Varazze https://wordpress.com/post/quellisciudateiru.wordpress.com/1936

I posti di osservazione costiera e i telemetri de Cian de Retin e quello di Terragianca a Celle, dovevano in caso di necessità direzionare il tiro delle batterie costiere e dei treni armati.

Gli alleati cercarono con “Pipetto” un aereo da ricognizione inglese, armato di bombe, di distruggere il POC della Crocetta, ma mancarono il bersaglio di pochi metri, danneggiando irreparabilmente la precedente cappella votiva della Crocetta.

Ci si chiede oggi, come sia stato possibile che al cospetto di incomparabili panorami come quello che si può ammirare dalla Crocetta ma anche dal Muntadò e dalla Madonna della Guardia di Varazze, l’essere umano, abbia potuto portare la guerra, non quelle delle armi, perché non si hanno notizie di scontri a fuoco su queste cime, ma un’altra follia, quello di scavar tonnellate di roccia, perché questa come le altre postazioni, quelle realizzate sulle spiagge, dovevano far fronte ad un esercito alleato, che già aveva dato prova, dopo l’intervento in guerra degli Stati Uniti, di essere molto più forte, superiore in tutto a partire dall’armamento e con un’ infinita disponibilità di uomini e mezzi, ben organizzato e democraticamente motivato a spazzar via dall’Europa l’ideologia nazifascita.

Ma la vanagloria fascista nel 1943, era ancora un’ arma di seduzione di massa e molte altre famiglie italiane, avrebbero pianto i loro cari, caduti perché un folle capopopolo, volle continuare a combattere, una seconda inutile guerra mondiale, molte non ebbero neanche una croce dove portare due fiori.