U Cine all’Avertu e Vasche e un Gelatu.

Sciu da Teiru c’erano due cinema!

Il Cine Teiro e l’omologo estivo all’aperto, era ricavato in uno spiazzo sottostante il viadotto ferroviario, che scavalca l’alveo del Teiro, dove ora c’e’ il parcheggio della Conad.

Fu l’ultimo dei cinema all’aperto di Varazze ad essere chiuso.

Negli anni 70 erano quattro le sale estive della città, bei passatempi serali ideali, per sfuggire dalla moltitudine di bagnanti, che specie nel mese di agosto dopo cena, affollavano la passeggiata del nostro lungomare.

Il Cine Teiro all’aperto aveva però un grave inconveniente…l’azzeramento dell’audio, quando passava un treno sul cavalcavia!

Chi lo sapeva preferiva altri cine all’aperto, Le Palme, l’Eden o l’Oratorio.

Le serate d’agosto a Varazze pullulavano di gente, non è esagerato dire che era praticamente impossibile camminare sulla passeggiata, almeno diecimila persone affollavano nelle serate il lungomare della nostra città!

Noi ragazzi degli anni 80 eravamo a far le cosiddette vasche, chiamate così gli andirivieni sulla passeggiata, un retaggio degli anni 50 quando erano 3 le vasche presenti sul lungomare della nostra città.

Lo scopo della nostra generazione de zuenottin, era quello di far conoscenza con le ragazze, che erano perlopiù lombarde, ma quasi tutte in compagnia dei genitori in prima serata e poi dopo le solite raccomandazioni e il giuramento di rientrare ad una certa ora di solito alle 11, erano lasciate libere, ma leggermente defilato o come un’ombra accanto alla sorella, c’era quasi sempre un fratello minore o un parente stretto.

Precauzioni eccessive, eravamo innocui ragazzotti “imbranati”.

La maggior parte di noi, d’estate faceva dei lavoretti e non “si perdeva tempo ad andare a spiaggia” avevamo libero solo la serata, per stare con gli amici e a far le vasche, si rientrava prima delle ore piccole, dopo un cono da 50 £ a scelta tra: cioccolato, crema, limone, fragola dal Novecento .

foto b/n Archivio Fotografico Varagine

A Grotta de Bambocce

Con Franco Canepa, impieghiamo almeno un’ora, a ritrovare a Grotta de Bambocce, non senza qualche difficoltà, dovuta alla vegetazione e alla presenza di scoscese pietraie.

Cesco la vede per primo e con un paio di telefonate e qualche richiamo vocale nel folto del bosco, mi avverte da che parte, mi devo dirigere.

Siamo al cospetto di quella che non è una vera e propria grotta, ma uno dei tanti ripari sotto roccia, presenti sui nostri monti, delimitato per due lati da un alto muro in pietre, l’anfratto si trova ai piedi di uno scosceso pendio.

Tutti conoscono l’esistenza della grotta de Bambocce e chi l’ha vista, prima dell’incendio, racconta di un’inquietante esposizione di bambole di ogni tipo e forma, all’ingresso c’era una scritta “Grotta dei Gotti e dei Balocchi si guarda e non si tocca”

Quando si sparse la voce dell’esistenza di questa grotta, a metà degli anni 80, ci fu una sorta di pellegrinaggio, tutti a vedere quest’anfratto, con quell’esposizione di bambole, alcune quelle più piccole tenute chiuse dentro dei barattoli con l’acqua, come a simulare un feto.

Al termine della visita, quella che era una curiosità iniziale, si trasformò in un inquietante racconto, che alimentò per anni il pellegrinaggio alla Grotta de Bambocce.

Le pareti annerite e qualche residuo di plastica liquefatto, sono le uniche testimonianze rimaste a seguito del fuoco appiccato all’interno da chissà chi.

La grotta è Inquietante, anche oggi, quando facendo qualche passo al suo interno si sente sotto lo strato di foglie la presenza di altri residui, di quello che era appeso incastrato inchiodato sulle pareti in pietra e ora giace semi sepolto sul fondo di questo anfratto.

Non rimane più nulla, di quello che era un mistero dei nostri boschi. Ma alcune domande restano insolute

Chi aveva addobbato questo luogo con centinaia di bambole? La grotta, non è lontana dalla strada che sale al Beigua, chiunque in auto poteva arrivare fino alla piazzola di sosta scendere e con poca fatica arrivare fino alla base di questo pendio roccioso, dove si trova la grotta.

Ma il riparo è anche raggiungibile, con una deviazione, da uno dei sentieri che saliscendono dal Beigua

C’è un’ipotesi da molti confutata, ma in mancanza di testimonianze concrete e comunque per rispetto delle persone defunte, meglio non fare nomi.

Chi ha appiccato il fuoco che ha divorato quelle bambole?

Forse le stesse persone che con tanto dispendio di tempo ed energie, hanno addobbato la grotta, con quelle bambocce e poi in preda ad un raptus distruttivo le hanno incendiate?

Il loro segreto era stato scoperto, si era sparsa la voce di quell’inquietante luogo, ed erano troppe le persone che visitavano quei dintorni, c’era una curiosità morbosa, per sapere chi erano gli autori di quell’esposizione e per loro era diventato rischioso arrivare a quell’anfratto, c’era il rischio di essere scoperti.

Un’altra ipotesi, a mio parere da non scartare, è quella di una sorta di purificazione, effettuata da chi, con il fuoco, ha voluto cancellare un luogo, ritenuto, inquietante, sede di qualche setta e frequentata da persone maniache potenzialmente pericolose.

Adepti di sette, fedeli religiosi, c’è sempre qualcuno che si ritiene detentore della verità assoluta, capace di salvare l’umanità dalle forze malefiche!

E in una nazione come l’Italia, senza memoria fatalista e credulona, come siamo messi a sette?

Le sette in Italia sono circa 500! Con migliaia di adepti, non è una stima esatta, perché il fenomeno, come sempre accade in momenti di crisi, come quello in cui versa attualmente il nostro paese, è in forte crescita.

Ogni tanto emergono squallide storie, c’è chi è rimasto intrappolato per vent’anni in una setta, quelli che vanno in tv a raccontare come hanno fatto maghi, magoni, santoni e fate a prendergli tutti i soldi, chi è dovuto ricorrere alle cure degli psicologi, e poi ci sono anche quelli, che senza far rumore sono spariti e non se ne sa più nulla.

Molteplici sono le tipologie delle sette, che operano con disinvoltura in Italia, da quelle esoteriche, astrologhe, dell’aldilà, sataniche ecc. a quelle spiritual/religiose, in quest’ultimo caso sono un’ottantina, i movimenti pseudo religiosi in Italia, con circa centomila praticanti, ma c’è chi afferma che sono molti di più, fino a un paio di milioni, gli italiani che si rivolgono a santoni, predicatori o finti preti.

In aiuto a queste persone, ci sono delle associazioni di volontariato, che si occupano del fenomeno e offrono assistenza a chi si è lasciato coinvolgere in una setta, in un momento di disperazione della sua vita o semplicemente perche’credulone.

La Polizia di Stato, ha creato un reparto investigativo Anti Sette. Ma lo stato italiano nel 1981 ha abrogato il reato di plagio!

Decisione discutibile perché sono molteplici i modi con cui persone ciniche e senza scrupoli, sotto mentite spoglie, riescono a manipolare a circuire persone disperate, sole, anziane, al solo scopo di captare la loro fiducia per poi agire indisturbati e sottrarre beni alle loro vittime.

le foto della grotta con le bambole sono, per gentile concessione, di Francy Vallarino.

I Pescechen

Da giovane, durante un’immersione in apnea, ebbi un attacco d’ansia improvviso, ero sceso sott’acqua per purpi, dove fra gli scogli potevano esserci delle tane di questo mollusco, le rocce sommerse finirono improvvisamente, e mi ritrovai sopra un banco di sabbia tutta ondulata, quasi bianca ed ebbi un’ improvvisa sensazione di grande vuoto, che mi fece distogliere lo sguardo dal fondo del mare e mi ritrovai a fissare l’ignoto blu del mare, istintivamente iniziai la risalita in modo disordinato e mi ritrovai con la testa fuori dall’acqua, in preda ad un respiro affannoso.

Da quella brutta esperienza non sono più stato sott’acqua, se non per cogge di muscoli, attacche in te un metru d’equa.

Non ho paura del mare aperto e nuoto tranquillo, so che esistono tecniche particolari di autocontrollo e poi come sempre succede, ci si fa l’abitudine e si finisce per ridere di queste sciocchezze, non c’è niente di così pericoloso nel nostro mare che possa proibirci di godere dei colori della vita che c’è sotto la superfice del mare.

Ma chi soffre di Talassofobia, u ma du mo, ha anche una forte paura per le acque aperte e il mare non è più visto come fonte di divertimento o pace, ma provoca delle paure, quella di annegare e dei pericoli come squali o altri animali.

Non è l’acqua ma la sensazione di ignoto le cause possono essere molteplici dalle esperienze negative legate all’uso dell’acqua o alla mancanza di conoscenza del mare e di ciò che nasconde nelle sue profondità.

D’altronde un filosofo diceva che: La paura più antica e potente è la paura dell’ignoto, e a Zena discian: nu pe ninte au ciamman mo

Lo squalo e forse nell’immaginario collettivo l’animale che più suscita terrore, ma ci sono squali nel mar ligure?

Franco Cattaneo mostra un bellissimo esemplare di squalo pescato al largo di Varazze

Gli squali sono rari ma pescecani, verdesche e pesce smeriglio, ci sono e seguono i grandi banchi di pesce, ogni tanto restano impigliati in qualche rete, e sono rilasciati in mare, anche se a questo proposito ci sono alcune perplessità perché le truffe sono sempre possibili.

https://www.esquire.com/it/lifestyle/food-e-drink/a28901372/e-se-vi-dicessimo-che-avete-mangiato-della-carne-di-squalo-senza-saperlo/

La pesca allo squalo smeriglio chiamato commercialmente vitello di mare, era praticata anche nelle acque nostra città.

Contatto Pino Cerruti che mi racconta di questo tipo di pesca effettuata tramite la posa di un palamito sufficientemente robusto atto a trattenere esemplari adulti capaci di pesare anche più di un centinaio di kg.

Fine anni ’60 – Varo del Gozzo di F. Costa con Carattino, Prato, Ferro, Cerruti e Prato G.

U Ranghettu e u Cantunè già da ragazzi andavano con il gozzo di Fausto e di suo papà u Carlin.

Fausto Costa e Vallerga “u Persegà” con Andrea Gambetta “u Castellìn” alle spalle mostrano le prede di una battuta di pesca.

Altri addetti a questa pesca erano u Persegò e u Selle.

1983 – In barca da sinistra: Pedrin (Celle) Menito, Cicci Prato, Antonio Puppo (Galin-a)

Le leggende dicono che c’è ben altro addirittura dei rinoceronti marini! Come quello pescato a Camogli nel 1923, lungo 6 metri e si dice che un esemplare bazzichi nelle profondità di Deiva Marina, ma forse si tratta di squali elefanti, innocui come tutti quelli della sua specie. Un’esemplare di quattro metri fu trovato impigliato in una rete al largo di Varazze il 7 maggio del 2020. A settembre del 2019 ad Arenzano furono pescati due squali Mako ben più pericolosi per l’uomo.

E poi c’è lui lo squalo bianco, in Italia, l’ultimo attacco si è verificato nel 1989, nel golfo di Baratti, nei pressi di Piombino dove un pescatore fu divorato mentre era intento a riparare un’avaria alla sua imbarcazione.

Andando a ritroso nel tempo, è famoso lo squalo bianco di cinque metri imbalsamato ed esposto al Museo di Storia Naturale Andrea Doria, catturato agli inizi del 900 nel porto di Genova. Alcuni avvistamenti di questa specie ci sono stati quando davanti a Camuggi, c’era una piccola tonnara, nel 1956 un’imbarcazione di un pescatore fu aggredita davanti a Genova a Punta Vagno, da uno squalo bianco e il 30 luglio del 1991 a Santa Margherita una turista si salvò miracolosamente, dopo che un grande squalo aveva aggredito la sua canoa, i segni lasciati sull’imbarcazione erano quelli inconfondibili di una grande dentatura, questo provocò un grande allarmismo nel golfo Paradiso e tutta la nostra regione, fu allertata ma dell’animale non ci fu più traccia.

Ma il fatto più tragico avvenne il 16 luglio del 1926 nella nostra città quando un milanese che nuotava al largo, fu aggredito e da uno squalo bianco, il ragazzo cercò di nuotare verso riva, fra lo sconcerto dei bagnanti, ma fu raggiunto e divorato davanti alla spiaggia sotto lo sguardo inorridito dei presenti.

Il tragico fatto di cronaca di quello sfortunato ragazzo milanese, restò vivo per qualche decennio nei racconti da gente de Vase.

Forse fu da quell’evento, lo spunto, per la risposta: “U l’è stetu un pescecan!”, che diede ai suoi nipoti, un’anziano pescou da miccia, per giustificare la mancanza di una mano, persa durante un’accidentale esplosione, della bomba innescata per pescare.

Ricordi di bambino quando già esperti costruttori de barchette da Teiru, tentammo di costruire una pinna di pescecane in compensato, filoguidata, per seminare il panico fra i bagnanti, ma l’impresa si rivelo’ più difficile del previsto la grande pinna si capovolgeva alla minima onda, provammo diverse derive in piombo, ma poi abbandonammo l’impresa.

foto in b/n Archivio Varagine

Enrico Delbene

Pochi dubbi, sulle passioni di Enrico Delbene, basta far scorrere la sua pagina di Faceebook, con le innumerevoli foto, complete di didascalia e commenti, che raccontano la storia del gioco del biliardo, con le partite e i tornei a boccette nella nostra provincia, ma non solo, negli anni 70 /80/90 fino ad arrivare ai nostri giorni .

L’altra passione, è il Genoa…….ma se ne parlerà il prossimo anno chissà.

“Delbene Enrico, il più forte giocatore a punto”così è presentato il nostro compaesano, nel video di lancio del bel libro “Dal Bar allo Sport” di Alessandro Cavazza e Valerio Alvisi, entrambi di Bologna.

 Chiedo a Enrico Delbene, fresco vincitore con la sua squadra CBS Zinolese del Campionato Interprovinciale Serie B, di raccontarmi qualcosa, dei favolosi anni 70/80/90, quando il gioco delle boccette, imperversava nella nostra città, con la bellezza di cinque squadre, che partecipavano al campionato prov.le.

Il biliardo, con il gioco delle boccette e in misura minore, con la stecca, era molto praticato, nella nostra provincia, regione e in tutto lo stivale, innumerevoli squadre, quasi tutte rappresentanti del bar di appartenenza si sfidano in tornei e campionati.

Anch’io, in età giovanile come buona parte della mia generazione, ero un assiduo frequentatore di bar, bevitore di cicchetti, fumatore ma mediocre, giocatore di boccette, discreto nel calcio balilla.

Con Enrico, facciamo la conta, dei biliardi, presenti nei bar di Varazze e frazioni e raggiungiamo il ragguardevole numero di 27!

Oggi sono solo 4, due all’Arci e altri due alla Polisportiva S.Nazario!

foto Archivio Varagine

In quegli anni, la nostra provincia era fortemente industrializzata, l’inflazione era a due cifre, ma c’era comunque un discreto tenore di vita, la gente non era a partita iva o costretta come oggi, a far lunghi spostamenti per lavoro, c’era sempre un po’ di tempo libero, da dedicare, ogni giorno, alle proprie passioni o ai propri hobby.

E per quello che ricordo, la nostra era una comunità meno ansiosa, più solidale e con meno preoccupazioni per il futuro, ci si divertiva con il carnevale in maschera, i giovani potevano andare al luna park, a tirare calci al pallone nei campi da calcio della città o nelle frazioni, scorazzavano con i motorini e cresciutelli andavano nelle molte discoteche di Varazze d’estate a far “vasche” e dodici mesi all’anno ….nei bar.

foto Archivio Varagine

D’estate, si andava al mare nelle spiagge libere o a fare il merendino sciu da Guardia, un’oasi di verde prima che fosse distrutta dagli incendi.

Nei pomeriggi e fredde serate invernali era il bar il nostro passatempo, un fumoso punto di ritrovo, pe cunto’ due musse, per vedere una partita di calcio alla tv, giocare a carte, per le sfide a boccette o a calcio balilla, anche i bigliardini, sani sfoghi giovanili, spariti dalla nostra città.

Oggi i bar, sono in stranumero, alcuni con le loro malefiche macchinette mangiasoldi, non offrono più nessuno di quei passatempi di una volta, solo un caffè un toccu de figassa, resta sempre lo scambiar qualche parola cun l’amigu e amighe du caffè da matin, ma molti sono i saluti veloci e poi ognuno a rincorrere i propri guai, anche a parecchi chilometri di distanza.

Quandu emu sueni, negli anni 70/80,ogni bar aveva i suoi ospiti fissi i pensionati, che li potevi trovar ad ogni ora del giorno e poi finiti i turni di lavoro, ecco arrivare i primi giocatori di boccette, per un giro di liquori e qualche partita, magari puntando qualche soldo e se a giocare erano dei master, ecco che come un passa parola, il bar si riempiva di gente che seguivano con ammirazione i propri beniamini.

Il primo campionato provinciale, fu organizzato, grazie all’impegno profuso da Dario Volpone.

Era composto da dieci squadre e fu vinto dal Bar Cervino di Loano, oggi al suo posto c’è un fiorista.

Bar Genova 1976 in piedi Radice, Botta Carlo, Vassallo, Delbene, Albertini, seduti, Botta Lorenzo, Calabria, Palumbo, Pescio.

Varazze partecipò con due squadre, quella del Bar Stella e del Bar Genova poi negli anni furono iscritte altre squadre, al campionato interprovinciale Savona Imperia, quelle del Bar Lombardo, la Polisportiva, il Bar Giardino e il Gatto Nero.

Caffè Stella 1977, in piedi Vitali, Di Gioia, “Pippo”, Lusa, Ciarlo, Volpone, Ratto, Gramegna, in basso, Bruzzone, Damonte, Delbene, Caviglia, Belcastro.

Erano una centinaia, i giocatori nostri compaesani, che partecipavano a questi tornei.

Bar Genova 1978, in piedi, Volpone, Vernazza, Palumbo, Martelli, Righetti, seduti, Lusa, Accinelli, Delbene, Caviglia,

La serata prescelta, per le partite del campionato, era il venerdì, con inizio alle ore 20.30, l’incontro prevedeva sei partite, 4 a coppie composte da un puntista e da un bocciatore e due singoli, ogni partita terminava al raggiungimento del 75 punto.

G.A.B.S. Polisportiva S.Nazario Varazze Camp. Prov. a Squadre 1985/86 da sx: Delbene, Dettori, Pescio, Pres. Vecchi, D.T. Cresta, Calcagno, Bruno, Piombo, Cossu, Baglietto lo sponsor, D.S. Parodi, il mitico Gianni, Recagno, Piovano, il Pres. della società Viacava

Alcuni bar sede delle partite di campionato, avevano un solo biliardo e allora la serata si allungava, diventava notte fonda, fino ad arrivare, non di rado al termine delle partite, facendo le ore piccole!

Chiedo a Enrico, quale deve essere la principale dote per un giocatore di boccette, senza pensarci mi risponde subito, la tranquillità e il sangue freddo, e fa riferimento ad una mitica partita, forse la più bella partita mai vista, che vedeva il confronto tra i due più forti giocatori del momento, Lusa e Piovano giocata al bar Lorenzo di Vado Ligure, era anche uno scontro di tecnica quella del braccio libero di Lusa, contro la tecnica dello striscio di Piovano, la partita a lungo in parità con un susseguirsi di mirabili messe a punto, fu risolta dal Lusa, quando riuscì ad accumulare un sufficiente vantaggio, dopo diversi filotti e a mantenere quel distacco contrastando con costanza, ogni messa a punto del precisissimo Piovano

A parere di Enrico, i più forti giocatori in circolazione a Varazze in quegli anni, erano Volpone e Lusa, che furono anche i suoi maestri, una menzione anche a Accinelli Pio, maestro nella nuova tecnica dello striscio.

Delbene- Enrico, detto Binghetto per distinguerlo da fratello Delbene Gino detto Bingo, iniziò a giocare a 14 anni in un biliardo del Bar Giardino, il locale gestito dai suoi genitori.

 Il primo torneo lo fece a 17 anni, nella sua carriera, fino ad oggi, ha vinto la bellezza di 170 tornei, una Coppa Italia, giocata a Firenze, con la squadra prov.le di Savona e due prove master con i 32 giocatori più forti d’Italia.

Se vuoi comprendere il cosmo, devi almeno saper giocare a biliardo
(Isaac Newton)

Il biliardo è come la vita. Dipende da un soffio. Un istante. Un incontro. Un millimetro…
(Maxence Fermine)

Il biliardo costituisce l’arte suprema dell’anticipazione. Non si tratta affatto di un gioco ma di uno sport artistico completo che necessita, oltre che di buona condizione fisica, del ragionamento logico del giocatore di scacchi e del tocco del pianista da concerto.
(Albert Einstein)

Chiedo conferma, delle superstizioni che alleggiavano durante le partite di biliardo Enrico, mi conferma che c’era chi credeva agli jettatori, come esisteva nel gioco delle carte, la figura del portatore di rogna, se le cose non andavano per il verso giusto, il giocatore osservava se fra gli spettatori ci fosse un addetto alla sfiga, già notato altre volte, ma anche chi non credeva nel malocchio si convinceva del contrario quando inspiegabilmente le cose andavano storte!

E poi tutte provocazioni e le interferenze per far perdere la concentrazione e la calma, specie quando si giocava in trasferta.

 Il repertorio era molto vasto, dallo sfogliar un giornale, il classico colpo di tosse e il cucchiaino rimescolato nella tazzina del caffè, anche distrazioni femminili, nell’attimo che si stava tirando la boccetta.

A volte si accendevano animate discussioni, per l’assegnazione dei punti, ma Enrico, non è mai stato testimone o a conoscenza di liti o risse, anche quando e non è più un segreto, ci si giocavano dei soldini.

Un’altra dote, forse meno importante, ma a volte risolutiva era la sensibilità ad adattarsi, durante le trasferte, ai biliardi degli avversari, spesso molto differenti, piu veloci o rallentati a seconda dello stato del panno verde dell’umidità e dalla risposta elastica delle sponde.

Con l’avvento del riscaldamento del rettangolo di gioco, queste differenze si sono attenuate negli attuali biliardi chiamati Internazionali, che sono più lunghi e più larghi e privi di buche di quelli di qualche anno fa e con un riscaldamento che varia tra i 34 e 36 gradi.

Si gioca a stecca, carambola e a boccette su questi biliardi e nella stessa federazione la FIBIS.

A.S.D. Zinolese B 2020/21 una vera squadra di amici. Da sx: Bonetto R. Triolo R. Denegri M. Borroni F. Giusto F. seduti da sx: Delbene E. La Spina F. Di Murro M. Bertozzi N. Noceto V.

Bello oggi, vedere nelle foto, fra i giocatori di biliardo, dei volti giovani è come ritornare ai bei tempi di questo gioco, con un giovanissimo Enrico, sempre al centro di quelle foto in bianco e nero di tanti anni fa.

Volti giovani, a cui lasciare il testimone, non subito, ma fra qualche anno, perché, ancora c’è quella passione, quella voglia di tirar boccette, di strisciare la mano, su quel panno verde.

Enrico Delbene è con Nicolò Bertozzi
E’ migliorato tanto, ma se addrizza il cervellino……………….. può venire un campioncino, ascolta Nico ascolta e immagazzina.

foto Archivio Delbene

A Madonna di Castelletti

Il pilone votivo della Madonnina dei Castelletti, alto almeno 5 metri, era visibile sul Ciasun, il bricco che sovrasta u Cian da Giescia, ampi terrazzamenti che circondano questo monte dal Briollo a Campolungo, sulla verticale della Chiesa vecchia del Pero.

Ciasun, ciassa, ciazu sono toponimi relativi a piazza, radura, terreno disboscato, bosco ceduo.

Tutta un’altra cosa oggi, il propagarsi degli alberi ad alto fusto, ha nascosto completamente alla vista questo monumento, anche nel periodo invernale, quello ideale per andar per boschi, quando l’assenza di verde permette di notare molti manufatti o particolari altrimenti fagocitati dal bosco ceduo.

Si parte dallo spiazzo presso la casa rosa in località Campolungo, si imbocca la strada sterrata e dopo un tornante si è al cospetto del n°1 di questa via, che corrisponde ad un bel rudere forse il più bell’esempio di queste abitazioni rurali.

Mirabile per la buona fattura e le considerevoli dimensioni, classico esempio di coabitazione con a pianterreno le stalle per animali e al piano rialzato ad uso abitativo.

Singolari quei triangoli di pietra sulla facciata, che sono presenti anche in alcune case dell’Alpicella.

La strada carrabile finisce e non si trova traccia di alcun sentiero anche per la presenza di un visibile smottamento, sono in compagnia di Piero Sala che ritrova una traccia di passaggio, memore delle escursioni fatte insieme ad altre famiglie, un decennio fa.

La festività della Madonna dei Castelletti, era festeggiata il primo maggio, le comunita’ du Cantun du Teiru e du Maequa, si ritrovavano sul Ciasun rinnovando ogni anno un antico rito conviviale, che derivava da primitive usanze pagane.

Ritroviamo il percorso che attraverso, una colla, tra le pendici del Ciasun e del monte Cucco, ci porta ad un bivio a destra la stradina, va in direzione della località Verne e a sinistra verso i Castelletti.

Raggiungiamo la vetta del Ciasun dove si trova eretta sopra una stele a circa cinque metri da terra, una statua della Madonna, il.pilastrro è infisso ad una poderosa base in cemento, da qui la vista spazia attraverso gli alberi, verso l’alta Valle Teiro, lo sguardo della Madonnina e perfettamente allineato alla sottostante Giescia Vegia du Pei.

Scrivo sul registro, i nostri nomi, la data e l’ora, sono le 18.20 del 13 marzo 2021, sta scemando la luce solare e la temperatura è scesa sensibilmente.

Castelletti è un toponimo, ricorrente nel nostro entroterra è molto probabile che in questa zona di grande visibilità sulla Valle Teiro, fosse edificato un castellaro a guardia degli insediamenti dell’Alta Valle Teiro.

Da questo bel punto di osservazione si aveva anche il controllo, sulla via che proseguiva in direzione di Verne.

Anche su questo rilevo, raggiungibile da un’antica viabilità proveniente dal riparo sotto roccia di Fenestrelle, verosimilmente, poteva esserci un luogo di culto.

E chissà magari era proprio in questo sito, che era stato eretto quell’Occhio di Pietra, diventato seduta per panca in località Verne.

Giacomo Matteotti

Il 22 maggio del 1895 a Fratta Polesine, nasceva Giacomo Matteotti.

Nel settembre 1922, l’on. Matteotti, era a Varazze, in questa casa, ma anche nella nostra città, fu minacciato dai fascisti e costretto ad abbandonarla.

Testimone appassionato e avversario tra i più risoluti, dello squadrismo padano, da lui definito il «peggiore incivile schiavismo agrario», Giacomo Matteotti fu tra i pochi a comprendere subito, la natura violenta e repressiva del fascismo e a intuirne i caratteri di novità, rispetto alle precedenti esperienze autoritarie, denunciando, senza esitazione alcuna, alla Camera e in altre sedi, la minacciosa gravità del fenomeno.

Divenne per questo, vittima di una lunga serie di intimidazioni verbali e di violenze fisiche. Risale al gennaio 1921, la prima aggressione a Ferrara: «una dura lezione», secondo l’organo locale degli agrari, «troppo ben meritata».

Due mesi dopo, fu vittima di una seconda e più grave rappresaglia squadristica.

A Castelguglielmo, in provincia di Rovigo, venne sequestrato nella sede degli agrari, trasportato su un camion, minacciato di morte, oltraggiato (forse anche stuprato) e infine abbandonato in aperta campagna, perché, come egli ebbe ad annotare, non si piegava a «rinnegare né cose dette, né pensieri».

E ancora nel 1921, in agosto, Matteotti riuscì fortunosamente a evitare alcuni colpi di pistola, esplosi contro di lui a Padova, da fascisti del luogo.

Matteotti era stato una prima volta a Varazze nell’estate del 1920 per curare la salute del figlio Matteo

Bandito per sempre dalla sua terra, si trasferì a Varazze nel maggio del 1921, con sua moglie e il figlio di un anno, sperando nell’accoglienza della nostra città, per sfuggire a persecuzioni e violenze.

Veglia Titta e Giancarlo

Isabella, Matteo, Giancarlo

Alloggiava in quell’appartamento, di via S. Caterina.

A Varazze nacque sua figlia Isabella il 9 agosto del 1922

Con Dria u Carrussè, aveva visitato in calesse, il nostro entroterra.

Un giorno, mentre Matteotti, era in procinto di partire in treno per Roma, Fran, il papà du Milan, al secolo Enzo Giusto, fu informato, che una squadra di fascisti, avevano preparato un’agguato, nella stazione di Varazze.

Dria u Carussè, riuscì, a condurre l’Onorevole, con il calesse alla stazione di Arenzano, evitando così, l’aggressione che era stata organizzata.

Ma non ebbe pace, a Varazze, durante il suo ultimo soggiorno, nella nostra città una squadraccia di fascisti, lo inseguì, nelle vie del centro storico.

Gli squadristi, chiesero a U Recagnin, se avesse visto Giacomo Matteotti, lui rispose negativamente e fece poi uscire, il deputato socialista, che si era rifugiato nella sua bottega, da una porta sul retro.

Le camice nere, punivano chi aiutava gli antifascisti, legati ad una sedia, gli facevano ingerire dell’olio di ricino, ma subivano anche intimidazioni alle loro famiglie e danni a chi aveva un’attività.

Durante il periodo bellico, gli antifascisti, saranno deportati nei campi di lavoro in Germania.

Giovedì 14 settembre 1922, una commissione fascista, si presentò minacciosamente, nell’appartamento dove alloggiava Matteotti e pur convenendo, nella impossibilità di una partenza immediata, della signora e del bambino, imponevano all’On. Matteotti, di lasciare in giornata Varazze, sotto minaccia di provvedimenti gravi a suo carico.

L’On. Matteotti denunciò la violenza alle autorità, ma ritenne opportuno, per evitare a sé e ai suoi famigliari gravi conseguenze, lasciare subito Varazze, partendo per Milano.

Altre bastonature e sequestri Matteotti li subì nel luglio 1923 a Siena e a Cefalù durante la campagna elettorale del 1924.

Questa la parte finale dell’intervento tenuto alla Camera, dall’Onorevole Giacomo Matteotti, il 30 maggio 1924, in cui denunciò le truffe e le violenze commesse dal Partito Nazionale Fascista, per vincere le elezioni del 6 aprile.

Pochi giorni dopo, il 10 giugno, su ordine di Mussolini, venne rapito sul lungotevere Arnaldo da Brescia, da cinque sicari fascisti e brutalmente assassinato.

Il corpo, abbandonato nella campagna romana, fu ritrovato soltanto due mesi dopo

“Voi volete rigettare il paese indietro, verso l’assolutismo. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano, al quale rivolgiamo il nostro saluto e del quale salvaguarderemo la dignità domandando che si faccia luce sulle elezioni. (In piedi la sinistra acclama Matteotti. A destra si grida: – Venduto! Traditore! Provocatore!). – E adesso – dice sorridendo Matteotti, ai suoi amici – potete preparare la mia orazione funebre”.

Ma fu il discorso che non fece mai, che decretò la sua condanna a morte.

In quell’occasione, avrebbe potuto divulgare un dossier, sui loschi traffici che facevano capo ad Arnaldo Mussolini e al re d’Italia.

Si tratta di una storia complicata, che aveva al centro una concessione petrolifera cui mirava il colosso americano Standard Oil (multinazionale dei Rockefeller).

Dietro all’operazione c’era il versamento di tangenti per finanziare il P.N.F. e i giornali fiancheggiatori del Regime.

Matteotti era stato clandestinamente in Inghilterra, dove era stato rifornito di documenti dal governo di Londra (tramite la loggia massonica The unicorn and the Lion), interessato a difendere la Anglo Persian, contro l’americana Sinclair Oil Company, controllata dalla Standard Oil.

Il colpo d’immagine che il regime avrebbe potuto ricevere, dallo scandalo sarebbe stato assai più grave, degli abusi e delle violenze in campagna elettorale, denunciati nella famosa seduta del 30 maggio.

Una targa in piazza S. Caterina è stata affissa in memoria dello sfortunato soggiorno di Giacomo Matteotti, nella nostra città.

La figura di Giacomo Matteotti, oggi, con la ricomparsa dei simboli e della propaganda fascista, dovrebbe essere maggiormente valorizzata.

E visto gli episodi di violenza fascista, che hanno coinvolto Matteotti, nella nostra città, dovrebbe essere commemorati anche quei benemeriti cittadini, che lo aiutarono a sfuggire alle violenze squadriste.

A distanza di cento anni, quel 14 settembre 1922, deve essere comunque ricordata, come una pagina triste della storia della nostra città .

A questo link il delitto Matteotti https://thevision.com/cultura/giacomo-matteotti/

U Campanin Curtu

Vallerga d’Arpiscella, 1861, il giorno e il mese non sono stati tramandati, dal passa parola generazionale.

In piena notte un’abitante di questa borgata, fu svegliato da un rumore di zoccoli, provenire dau Cian du Preve, verso Campulungo.

Si affacciò curioso dalla finestra, e vide che stava transitando un carro con del letame a bordo, accompagnato, a piedi da quattro giovani dell’Alpicella.

Incuriosito, scese in strada e chiese nel dialetto dell’Arpiscella “Ande andei fanci a st’ua, cun un caru d- busa?”

Ma l’unica risposta che ebbe, fu un dito indice sulle labbra dei quattro ragazzi…. non si doveva impicciare in quella cosa lì……..

Prendo un caffè con Maurizio Briasco e sono a conoscenza di questa storia/leggenda, che gli fu raccontata da una conoscente, molti anni fa, relativa ad una goliardata, perpetrata da quelli dell’Alpicella a danno o meglio a burla degli abitanti del Pero.

La vecchia chiesa, in frazione Pero, della Santissima Annunziata, fu ultimata nell’anno 1861, un anno di grandi avvenimenti storici, con la proclamazione del regno d’Italia.

La penisola era unita da nord a sud, sotto un solo monarca, dopo la Seconda Guerra d’Indipendenza e la Spedizione dei Mille.

C’erano dei fermenti anticlericali in quella giovane Italia e si paventava della annessione del Vaticano, al regno dei Savoia, l’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, era visto un po’ come Napoleone, un mangiapreti.

In quel contesto storico, furono ultimati i lavori della bella chiesa della Santissima Annunziata del Pero.

Per la fretta di ultimare la costruzione della chiesa e per far si, che questo luogo di culto, fosse consacrato al più presto, onde evitare un possibile incameramento, di questo edificio nei beni del Regno d’Italia, si tralasciarono alcuni lavori, anche importanti, come l’ultimazione del campanile…….

Oggi, la vecchia chiesa del Pero, transennata, per pericolo di crollo, offre un bel colpo d’occhio, maestosa e di buona fattura.

Ma nel 1861 quel campanile, monco sproporzionato al cospetto del grande edificio di culto della Santissima Annunziata, suscitò qualche ilarità, specie tra coloro, che erano invidiosi di questa bella chiesa.

Il dividi et impera, fu largamente adottato a Varazze, dove la fede ma soprattutto, l’attaccamento al proprio luogo natio, si tradusse nell’edificazione di un numero sproporzionato di luoghi di culto, sono ben 46 le chiese presenti sul territorio della nostra città.

A questo un’elenco delle chiese presenti nel comune di Varazze. https://www.facebook.com/search/posts/?q=ma%20quante%20giescie

La chiesa di S.Antonio Abate, già consacrata a S.Michele Arcangelo, edificata nel XIII la più antica di Varazze, dopo la chiesa di S.Donato, era la parrocchiale dell’alta Valle Teiro e aveva sotto la sua giurisdizione anche la nuova chiesa del Pero

A partire dal 1919 anche Pero diventerà parrocchia.

Quando fu ultimata la chiesa, iniziarono gli fottò, cun quelli dell’Arpiscella, che ritenevano più bella la loro S. Antonio Abate.

All’inizio furono solo schermaglie verbali, fra le due comunità, un dileggio da vero e proprio “campanilismo” locale.

Ma in un momento conviviale, in vino veritas, lassù in n’ostaia dell’Arpiscella, si ordì una bella burla.

Perché non aiutare i co-parrocchiani del Pero, alle prese con quel ridicolo campanile? Come si poteva fare, per farlo crescere?

Nella civiltà contadina stanno le grandi intuizioni dell’umanità!

E così il consiglio degli anziani, deliberò, per una donazione di busa, letame di bovino, da spargere alla base e concimare quel campanile per favorirne la crescita!

Gli esecutori furono presto trovati, per il resto non ci fu alcun problema, le società contadine erano molto solidali e se poi era uno scherzo allora facevano a gara per essere della partita!

C’è chi mise a disposizione il carro, chi la bestia da tiro e il letame, chi si offrì volontario per spalare quel concime organico.

Fu così che quattro volenterosi fanci, partirono, una notte senza luna, passando dau Punte di Ratti, Cian du Preve, e poi per la mulattiera di Campolungo verso il Pero.

Arrivati in silenzio, nei pressi della chiesa del Pero, riuscirono a scaricare tutto il contenuto di busa dal carro e sistemare per bene il liamme alla base del campanile, la grande canonica non era stata ancora edificata.

I quattro fanci, ritornarono alla loro Arpiscella, in preda all’euforia per essere riusciti a effettuare quell’ azione memorabile, da raccontare all’infinito, negli anni a seguire, nei ritrovi in piazza o intorno ad un fuoco, nelle gelide serate invernali.

Quando si fece giorno, l’odore proveniente dalla base del campanile, fece scoprire la burla subita e nonostante la lesta rimozione della risulta di quella goliardata, per alcuni, sacrilego, si sparse la voce per tutta la valle Teiro.

Quelli del Pero si arrabbiarono tantissimo avevano dei sospetti, ma gli autori e le menti che ordirono quella che fu una bella burla, non furono mai svelati.

Il geometra Maurizio Briasco come prova verosimile, di questa vicenda, mi fa notare sul campanile, dell’ex chiesa del Pero, l’impronta, della primitiva cella campanaria, al disotto dell’attuale alloggiamento delle campane.

Il campanile fu evidentemente innalzato, insieme alla cuspide, in un secondo tempo…fu una modifica edile o “l’effetto della concimazione” che fece elevare il campanile di alcuni metri?

A inizio anni 60, questo imponente edificio di culto e relativa canonica fu dichiarato pericolante, ma oggi è ancora lì, con le sue preoccupanti crepe, che serpeggiano lungo i muri maestri.

Attorno a questo ex luogo di culto, sono sorte diverse storie, come quella di un increscioso fatto di cronaca, ma anche leggende di spiriti e presente diaboliche.

A fine anni 70, ogni sera, erano numerose le persone che arrivavano sul sagrato dell’ex chiesa, ad ascoltare i sospiri che provenivano dall’interno dell’edificio, quale presenza inquietante albergava all’interno di quella chiesa sconsacrata?

Auto e moto, che erano parcheggiate lungo il breve rettilineo dirimpettaio alla chiesa, furono fatte sgombrare più volte dalle forze dell’ordine.

Questo fenomeno divenne di dominio pubblico, finì sulla bocca di tutti e nelle pagine del Secolo XIX. Furono interpellati esperti di esoterismo e spiritismo

I sospiri dell’Annunziata divennero un problema di ordine pubblico e allora si decise per un’ispezione all’interno della navata, che appurò la presenza di un nido di Barbagianni, probabili autori di quei sospiri, amplificati dall’acustica dell’edificio.

Il fenomeno fu così archiviato avendone trovato la causa……

E così, quei giovanotti del Pero….. si introdussero, ancora qualche volta, con il favore del buio, nel sottotetto della chiesa….ma fuori, non c’era più nessuno sul sagrato da spaventare……

Curioso pensare a questi singolari ricorsi storici, due episodi di goliardia, distanti nel tempo, ma legati allo stesso luogo di culto.

Il 31 marzo del 1968 al Pero, fu inaugurata la nuova chiesa della SS. Annunziata.

La chiesa è priva di campanile……

N.S.della Croce di Castagnabuona Michè Ramugnin… u Scultù

Michele Ramognino era nato a Varazze il 22 maggio 1821, deceduto a Genova nel 1881, appartenente alla corrente artistica del realismo, in una delle sue varianti, il moderato naturalismo.

Il Ramognino, ci ha lasciato numerose opere, di ottima fattura, fra le quali, le statue dei santi S. Ambrogio e S. Andrea, poste sulla facciata dell’omonima chiesa, denominata anche Chiesa del Gesù, in piazza Matteotti, a lato del Palazzo Ducale di Genova.

A Genova si possono ammirare altre sue opere, nella Galleria di Arte Moderna, la scultura “ Ritratto di Donna, mentre un’altra scultura, denominata “Ritratto di Uomo” è presente all’interno dell’Albergo dei Poveri, sempre a Genova.

Ramognino, come molti altri scultori di quel periodo, espresse il suo talento artistico, all’interno del Cimitero Monumentale di Staglieno, realizzando alcuni pregevoli gruppi marmorei.

A questo link del Catalogo Generale dei Beni Culturali sono elencate le opere di Michele Ramognino https://catalogo.beniculturali.it/search/Agent/e1555f926d3a3d5951d597156243b298

Nel Santuario di Nostra Signora della Croce a Castagnabuona, si puo’ ammirare, una delle sue più belle sculture, il gruppo marmoreo, che rappresenta il Cristo con la Croce, la Vergine che intercede per la città e l’Angelo che ripone la spada vendicatrice.

Per raccontare la storia di questa bellissima scultura, opera di un nostro lontano compaesano, u Michè Ramugnin, è necessario far alcune premesse storiche, una sintesi di quei molteplici accadimenti, che si sono susseguiti su questo colle.

Chi oggi si reca, nella spianata del Santuario della Madonna della Croce di Castagnabuona, deve sapere che si trova al cospetto di 800 anni di storia della nostra città!

In questo luogo è passata la Grande Storia, il 7 ottobre del 1244, su questa altura transitò il papa Innocenzo IV e per commemorare l’avvenimento storico, fu eretta una croce, che da quel lontano giorno, ha così denominato questo bricco.

Poi fu la devozione popolare, anima e soprattutto corpo, con sacrifici e tanta fatica, degli abitanti di questa frazione di Varazze, che nel 1245 pietra su pietra edificò una primitiva cappella, consolidata e ingrandita con l’edificazione di un porticato, nel 1745, per accogliere i viandanti e i pellegrini che giungevano alla Cappella della Croce.

La devozione popolare, fu la fonte ispiratrice anche per la costruzione dell’attuale Santuario di Nostra Signora della Croce, con i lavori iniziati nel 1790, realizzati sempre dai “ravanetti” con le proprie braccia e i propri denari, terminati nove anni dopo.

Su questo monte, dal 4 al 5 aprile del 1800 ci fu un’aspra battaglia, tra francesi e austriungarici, risolta vittoriosamente dal generale Massena, il Santuario a seguito degli eventi bellici, divenne un’ ospedale da campo.

Finita l’era Napoleonica, il Santuario fu nuovamente consacrato e poterono ritornare sul monte le grandi processioni e gli ex voto, che sono ancora presenti nella primordiale cappella.

Per lo scampato pericolo, dal morbo del colera, che risparmiò Varazze, si decise di ornare l’altare con una statua dedicata alla Vergine.

Nel 1854 fu commissionata a Michele Ramognino, la realizzazione dello splendido gruppo marmoreo, che si può ammirare oggi, inserito nella nicchia che sovrasta l’altare. L’opera costò 2400 £ .

I naviganti in procinto di intraprendere un viaggio, arrivavano fin quassù, per una benedizione di buon auspicio e poi per un ringraziamento, un’offerta o un ex voto, al loro ritorno

La casa, a lato della chiesa è legata ad una rocambolesca vicenda, che ebbe inizio nel 1874.

Il protagonista fu tale Domenico Fazio, scomunicato, per aver osato acquistare un ex bene della chiesa, la pineta che era stata donata dal comune al Santuario, incamerata dal Regno d’Italia nel 1870 e messa all’asta.

Per redimersi da tale sgarbo e riavere l’accesso al regno dei cieli, il Fazio racimolò una somma sufficiente, per costruire un grande edificio accanto alla chiesa, venduto, probabilmente sottostimato, ai Figli di Maria Immacolata e incamerato nei beni del clero.

E poi, passa il tempo, la memoria vacilla e seguendo il destino di tanti altri beni ecclesiastici, la dimora fu ceduta ai privati, in questo caso venduto al marchese Spinola.

Il 26 febbraio del 1980, un furioso incendio divampò in questa casa, gli abitanti di Castagnabuona, furono i primi ad accorrere per spegnere il rogo, ma le fiamme che avevano raggiunto il tetto, si propagarono anche all’edificio di culto.

Mettendo a rischio la propria incolumità, quelli che erano accorsi alla vista dell’incendio, riuscirono a mettere in salvo gli arredi interni chiesa, ma nulla poterono fare, per la grandiosa tela, opera di Francesco Selmino, posta di fronte all’altare, che andò persa per sempre.

Anche in questa occasione, grazie alle offerte e al lavoro degli abitanti di Castagnabuona, la chiesa fu riparata.

Nel 1985 terminarono i lavori, rendendo nuovamente fruibile il luogo di culto.

La grande tela del Semino, che riproduceva, rimaneggiata, la scultura del Ramognino, era stata posta davanti all’opera scultorea, nel 1863, sostenuta da un ingegnoso meccanismo a saliscendi, che di fatto occludeva alla vista il gruppo marmoreo.

Solo durante la celebrazione della festa della natività di Maria, l’otto settembre, la tela era issata, scoprendo la scultura e per l’occasione vi era anche una scala doppia , che permetteva ai fedeli di arrivare all’altezza del gruppo marmoreo.

Ma perché si teneva nascosta la scultura di Michele Ramognino? Dopo molti anni, questo non è più un segreto, la decisione fu presa per negare alla vista, la figura di Maria, le cui “provocanti forme” si intravvedevano attraverso le pieghe della tunica e potevano turbare i pensieri dei fedeli.

Questo è il motivo della realizzazione, di quel complicato artifizio meccanico, che faceva saliscendere il dipinto di Francesco Selmino, nascondendo la bella opera scultorea di Michele Ramognino, nostro dimenticato concittadino.

Le figure di questa grandiosa scultura sono rese reali, dalla grande maestria di Michele Ramognino, che fedele alla sua corrente artistica, dava forma e vita al marmo.

Il gruppo marmoreo rappresenta Cristo con la Croce la Vergine che intercede per la città e l’Angelo che ripone la spada vendicatrice.

Una copia del dipinto di Selmino, andato distrutto nel rogo, era visibile in un affresco, sulla facciata della casa, dirimpettaia alla chiesa di S.Rocco, salendo verso il Monte Croce, ma di questo dipinto ben poca cosa rimane.

Oggi lo stato degli edifici del Santuario di Nostra Signora della Croce è quello che si evince dalle foto, tutto è stato transennato e interdetto all’accesso.

Il Santuario fa parte dei beni della diocesi di Savona, ma alla proprietà sembra non gli interessi onorare il lascito, delle tante persone, abitanti di Castagnabuona, che hanno eretto, manutenuto, riparato, con la loro fatica, i loro sacrifici, attraversando varie vicissitudini, soŕetti e motivati dalla fede e dall’amore per la propria terra, questo luogo di culto .

Lo scopo di questo post, è anche quello di creare uno spunto, uno stimolo nella nostra comunità, per mantenere vivo l’interesse verso il Santuario.

Non esiste a Varazze, altro zona, come il Monte Croce, con 800 anni di storia, l’unico luogo, della nostra città, che può vantare accadimenti della Grande Storia.

Su Wikipedia è presente una bella scheda con la cronologia storica del Santuario

https://it.wikipedia.org/wiki/Santuario_di_Nostra_Signora_della_Croce

Bellu Giu pe Zena

Per chi vuol fare un bellu giu pe Zena, nel web ci sono delle belle mappe, con i percorsi da effettuare nel centro storico, da scaricare o stampare

Conosco abbastanza bene, il centro storico di Genova, mi piace girare a casaccio, seguire questo o quel carruggio, dove trovo sempre qualcosa di mai visto o notato prima.

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Oltrepassato Palazzo S.Giorgio, l’itinerario ideale è quello che, da via S.Lorenzo, devia a destra per il vicolo di Canneto il Corto, qui si entra nel vivo della storia di questa città, sono molti i secoli di storia, che hanno calpestato le consunte ciappe del sedime stradale, scolorito e scrostato i muri delle case.

Per ogni dove è tangibile, la magnificenza delle grandi famiglie, in gara fra di loro, a chi faceva la più bella dimora, tutte con le pietre ornamentali e da costruzione, una sintesi della geologia da taglio ligure, con la Pietra del Promontorio, le Rocce Verdi di Polcevera, il Rosso di Levanto, il marmo di Carrara, e le Ardesie della Val Fontanabuona.

Difronte a tante cose, tutte belle, subentra la fretta o la smania, di veder le cose più famose, magari per un selfie davanti ad una chiesa o a un palazzo.

Legittima e comprensibile la foto con sfondo storico, ma il mio consiglio è quello di lasciar che sia il nostro sguardo, la nostra curiosità a guidarci in questo dedalo di vie e se si trova una porta aperta, chi ci vieta di curiosare dentro una chiesa o un palazzo?

La moltitudine di esercizi commerciali è la vera forza propulsiva del centro storico, con il conseguente afflusso di persone, turisti curiosi come noi, con il naso all’insù a guardar portali, targhe e madonnette, poi ci sono clienti e negozianti, quasi tutti extracomunitari, molto meno insistenti, dei precedenti commercianti europei, del secolo scorso.

Negozi di abbigliamento e banchi di ortofrutta, che con i loro colori attirano allietano e contrastano, con il grigiore delle abitazioni.

Le forze dell’ordine controllano queste vie, il centro storico di Genova è più sicuro dell’A10

Si può fare uno spuntino, in una piazzetta, in forte discesa, dove i tavolini a stento sono trattenuti dalla gravità, il piatto forte è la farinata con diversi contorni a scelta.

Colonne archi portali, di pregevole fattura, che nascondono sorprese e suscitano curiosità

Statue, putti, satrapi nelle loro cupa espressione di forza si alternano a pregevoli portali scolpiti con scene di storia o gesta di santi.

Le vie principali, molto trafficate, sono dedicate ai personaggi storici o religiosi, ma i deserti carruggi laterali, dove il sole crea solo delle ombre, hanno tutti nomi di lavori arti, corporazioni o ……stati d’animo d’altri tempi.

Si emerge dall’umore dei caruggi, verso la sacra bellezza di S.Lorenzo, da tempo celata sotto le impalcature.

D’obbligo cercar il cagnolino perso dallo scultore.

Altri caruggi ora a sinistra della cattedrale, verso le vie più famose Luccoli, Orefici, S.Luca, Pre, via del Campo, molte le storie curiose, sconosciute, come questo sarcofago

Si sale verso la parte nobiliare della città , passando in mezzo a venditori di tutto, anche dell’amor impossibile.

La prospettiva dei Palazzi dei Rolli, con il contrasto cromatico di Palazzo Rosso.

Un’istituzione di Genova è prendere l’ascensore, per un bagno di sole, nella pace di Castelletto.

La Genova degli affari e dei giochi d’acqua di piazza De Ferrari, i caffè e i negozi di prestigio di via XX Settembre.

In piazza Dante c’è un falso storico, con biglietto di entrata e la magnificenza del chiostro di S.Luca, smontato e ricostruito lì, perché al suo posto i genovesi dovevano metterci le palanche.

Il simbolo di Genova cun un de Vase.

In Piazza delle Erbe, la bella statua, come tante altre, che adornano le piazzette del centro storico.

U giu u l’è finiu, ma se avansa du tempu, puremmu piggiose un gelotu a Buccadase.

In una bella giornata di sole, ho avuto il piacere di accompagnare, gli amici, Marilena e Gigi a fo un giu pe i carruggi de Zena.

Un Bellu Giu pe Zena insieme a loro !

U Vallo de Vase

Nei comandi alleati durante la seconda guerra mondiale, fu discussa l’eventualità di uno sbarco, nella riviera ligure di ponente lo stesso Churchill era favorevole ad aprire un fronte bellico in Liguria.

Fu poi scelto il D Day in Normandia, il 6 giugno del 1944, e poi lo sbarco in Provenza fra Tolone e Cannes il 15 agosto.

Ma a partire dal 1943, diverse incursioni aeree e depistaggi, misero in allarme i comandi nazi-fascisti per una possibile invasione via mare, probabilmente con una testa di ponte nella piana d’Albenga, ma possibile anche nelle altre città di mare, specie quelle come Varazze, che avevano un valico appenninico.

I bombardamenti alleati nella nostra città, provocarono la morte di 70 nostri concittadini.

In Liguria furono rinforzate, le difese costiere e arrivarono altri reparti di nazifascisti, per difendersi da un eventuale sbarco, ma serviva anche contrastare la guerra partigiana di liberazione e questo prevedeva anche terrorizzare la popolazione, favorendo come successe nella nostra città, l’esecrabile fenomeno delle delazioni, contro chi aveva scelto la libertà dalla dittatura fascista, combattendo o manifestando contro un regime di lutti e rovine.

L’11 Settembre del 1943 a Varazze avvenne la prima esecuzione, che decreta l’inizio di una lunga striscia di sangue: in tutta la provincia di Savona, Antonio Baglietto venne fucilato da militari tedeschi, come atto di rappresaglia dopo l’8 settembre, a pochi giorni dall’armistizio, firmato da Badoglio con le forze alleate.

Il monumento, all’interno del cimitero, ci ricorda, che furono 16, gli internati , che non fecero più ritorno dai campi di sterminio.

In Liguria i nazi-fascisti, fecero 850 vittime, in 169 stragi.

Nell’ottobre del 1943, arrivo’ a Varazze, il generale Rommel, in visita alle costruende difese antisbarco.

Erano centinaia, i blocchi di cemento antisbarco, posizionati nelle spiagge della città, costruiti dall’organizzazione Todt, a forma piramidale, in cemento armato.

Un muro antisbarco, in cemento armato e munito di piastre in acciaio, fu eretto, lungo tutte le spiagge, un ultimo residuo di muro, è oggi visibile all’estremo lembo di ponente di Varazze, nei pressi da Leistra.

La passeggiata di ponente di Varazze è tutt’oggi sorretta dal muro antisbarco.

Ci fu un’indubbio vantaggio economico, di chi seppe lucrare sul delirio di vanagloria fascista, a seguito dell’edificazione delle molte fortificazioni lungo il litorale della nostra città e della Liguria.

Provo a fare un’elenco, non esaustivo, di tutte le opere militari, della seconda guerra mondiale, da me conosciute, che erano e che sono ancora presenti, nel litorale ed entroterra della nostra città.

Alcune postazioni tipo Tobruk ,erano all’Aspia, dai Bergamaschi, S.Cateina, a Moa e quella ancora ben conservata da Puntassa.

Tre bunker erano all’Aspera, due in sa spiaggia de Vase, uno alla Vignetta, uno ancora esistente dalla Villa Araba.

Si è persa memoria delle diverse postazioni per armi leggere che erano posizionate a ridosso delle spiagge, con ripari quasi sempre costruiti in pietra e i cui resti si possono trovare sopra i scogli del Lungomare Europa, uno di questi in calcestruzzo è ancora visibile al termine della crosa che scende da via Helvetia.

In ta Punta d’Invrea c’erano tre batterie armate con cannoni, con sottostante P.O.C. (Posto di Osservazione Costiera).

In località i Canuin, nella valle du Spurtigiò, erano piazzati due obici. Sotto la vetta della Guardia, c’era una postazione per arma antiaerea.

Erano tre i P.O.C. uno a Cruscetta de Cantalù, Cian Retin, e quello oggi perfettamente conservato e corazzato, da Punta dell’Invrea.

Un aereofono per la sorveglianza aerea era in prossimità da Punta dell’Oca.

Un impianto di illuminazione in caso di incursioni notturne, era stato posizionato sul Muntadò, questo rilievo dominante sul Sciu da Teiru, fu fortificato con una trincea, che seguiva tutto il perimetro del bricco con annesse, alcune postazioni per arma leggera.

La postazione sul Muntadò, doveva illuminare gli aerei, per le batterie contraeree posizionate a Campomarzio e a S.Martino.

Tutte queste opere militari, elencate, erano le difese litoranee, contro la ventilata invasione dal mare e contro le incursioni aeree.

Ma l’esito disastroso della guerra, che per la gran parte degli italiani si era conclusa con l’armistizio dell’8 settembre, dopo un’ evidente e dichiarata inferiorità bellica e che avrebbe evitato migliaia di inutili morti, fece invece nascere un’insana mania, nella follia fascista, quello del sacrificio estremo.

Fu cosi’ predisposta una seconda linea difensiva, fatta di trinceramenti gallerie e postazioni per poter difendere il sacro suolo della patria, in una guerra di sfinimento fino all’ultimo uomo!

Per fortuna nulla di questi deliranti intendimenti avvennero, l’italiano affamato, depredato, massacrato in un’inutile sanguinosa guerra, il 25 aprile si liberò di quel regime di falsa retorica e di folle propaganda, capace solo di mandare a morire anche di fame e freddo, 76 nostri concittadini.

Oggi troviamo i resti di percorsi trincerati, in so Munte Crusce de Castagnabunna, da Cruscetta de Cantalu’, sutta au Vigno’, in sou Munte Sucau, da e Prie de Lima con annesso rifugiu in caverna, u Muntadò, suvia a Cà de Toe, sutta au Cian de Freisce e in sou Briccu da Brigna.

Una postazione per mitragliatrice con annesso rifugio scavato nella roccia era posizionata al Pero.

La strategia difensiva prevedeva anche il brillamento di alcune cariche esplosive per difendere la ritirata dei reparti nazifascisti, a questo scopo la direttrice viaria verso i Giovi, fu minata in diversi punti.

I tedeschi in ritirata fecero saltare la mina di S.Anna, i partigiani riuscirono a far evacuare gli abitanti delle Tascee prima dell’esplosione, che provocò seri danni alle loro abitazioni.

I benemeriti cittadini che disinnescarono i fornelli di mina dau Puntin e in Bosin, impedendo ai tedeschi in ritirata di interrompere la viabilità verso il Giovo, sono ricordati da due targhe in marmo.

Per difendere i cittadini erano diversi i rifugi dove ripararsi a seguito di un bombardamento il più grande è quello da Caminò, ancora perfettamente conservato.

Molti altri i rifugi, furono costruiti dai privati presso le loro abitazioni.

foto b/n Archivio Varagine

Le restanti foto sono dei residuati bellici presenti nel territorio del comune di Varazze.