A Via Gianca

La via Bianca è una bella e panoramica muntò de Vase, da Sciu da Teiru, arriva a congiungersi con la direttrice verso la Guardia.

Ma è anche una vertiginosa discesa, che parte dalla chiesa del Beato Jacopo, gira intorno al Muntadò, arriva a Costa de Casanova.

Qui è doverosa una sosta dalla chiesa di S.Caterina della Ruota, dove sopra il portale, c’è una pietra d’inciampo, una lapide che ricorda i quattro fratelli Accinelli e Piombo, deportati in un campo di sterminio e non più tornati ai loro affetti, nello loro case a poca distanza da questo crocevia.

A via Gianca continua per poi arrivare sotto agli ersci da Sigaa e con l’imponente muro di delimitazione, costruito a scopo difensivo del Castrum Romano del Parasio, ancora in discesa, passa accanto alla vigna cistercense, dau Buntempu e arriva ai Muinetti e a Vase

Faceva parte della via Emilia Scauri.

Costruita con i crismi delle strade romane, di questa viabilità, si trovano ancora delle tracce nei boschi e praterie al confine con la provincia di Genova.

Il percorso della strada romana, deviò dal litorale, per evitare l’imponente insormontabile, scoglio d’Invrea, impossibile da superare, visto la consistenza della massa rocciosa e i limitati mezzi da scavo dell’epoca.

La strada arrivava alla città romana di Ad Navalia, proveniente da Cogolitus, inerpicandosi verso la località di Hasta (Sciarborasca) poi valicando diverse colline e alcuni corsi d’acqua, tra cui il rio Arenon, giungeva al “Prau da Custea” in vista del mare e ora finalmente in discesa fino al Castrum Romano del Parasio, il colle di S Donato.

In epoca remota, era possibile arrivare direttamente in vetta al colle, grazie alla propaggine rocciosa, che la collegava direttamente alla via romana, questa dorsale rocciosa fu atterrata, per migliorare la viabilità verso l’alta valle Teiro

Al termine del muro che delimita la vigna cistercense, deviando a destra, si arriva alla bella casa abitata da Stefano Bolla e famiglia.

Continuando la strada, sempre in discesa e accompagnato da Stefano, ho potuto visitare i ruderi che vedete nelle foto, appartenenti ad una costruzione di discreta fattura e imponenza, l’edificio diruto, ha probabilmente subito nel tempo delle modifiche, ma vista la posizione dominante e in vista del colle di S Donato, poteva essere un punto di controllo, molto probabilmente una stazione di posta e dogana per merci e persone che transitavano verso il Castrum Romano e poi Ad Navalia.

Alle falde del Castrum, si frangevano le onde del mare Nostrum, i romani avevano qui il loro porto e fondarono il primo nucleo abitato della città, che nel medioevo era la contrada Terri, da cui derivo’ poi il nome Teiro.

Le piene del fiume, con il costante apporto di inerti, hanno insabbiato questo approdo, i resti di questo imponente manufatto furono scoperti durante dei lavori edili nell’orto du Gniarin

Il colle del Castrum Romano era un formidabile rilievo, ben protetto e difendibile da eventuali attacchi, dell’indomito popolo dei Liguri che impegnò le legioni romane, nella lotta per l’indipendenza delle terre di Liguria dal soggiogo di Roma, per ben 500 anni, prima di essere definitivamente sconfitto

Scendendo dal colle, la strada attraversava con un ponte il Teiro, nei pressi della località Bacino, e arrivava sull’arenile di Ad Navalia.

Ringrazio Stefano Bolla per la sua cordiale ospitalità e disponibilità, insieme abbiamo poi proseguito in direzione nord, a visitare il ben conservato rustico dei Bin, qui ci sono dei magnifici terrazzamenti, nascosti alla vista dalla vegetazione , che evocano ancora tutto il lavoro la fatica e l’amore che hanno profuso, i nostri avi anche in questo angolo della citta con il lavoro trasmesso da padre in figlio per generazioni.

I Coggipigne

I fatti narrati in questo post, mi sono stati raccontati da Renato Righetti classe 1936, che ringrazio per la sua gentile disponibilità, lui è stato un ragazzo Coggipigne, a fine anni 40 e come tutti, aveva il suo nomignolo, u Neigru, per via della sua pelle sempre scura, anche il fratello più piccolo, Rolando, detto il Pecetto, partecipava alla raccolta, erano sei i figli della famiglia Righetti.

I Coggipigne, era un termine un po’canzonatorio, nei confronti di chi, solitamente ragazzi di 12/13 anni, per racimolare due soldi si arrampicavano su dai bricchi e sopra i pini, ritornando per l’ora di pranzo, con 60/70 chili di pigne, dentro a un sacco, da portare a spalle giù dalla via Bianca e poi ritornare anche nel pomeriggio, con un panino in tasca per la merenda.

Le pigne sono un ottimo combustibile, erano molto usate nei primi anni del dopoguerra, nella nostra città, quando in ogni casa c’era almeno una stufa per riscaldarsi e far cuocere il mangiare e poi non serviva la carta, bastava dar fuoco ad una pigna per iniziare la combustione.

Questa è la storia di quattro ragazzi, u Neigru cun u Pecettu, Sanguinettu e Minetto detto u Legnettu, cresciuti troppo in fretta, durante la guerra e poi negli anni 50, già al lavoro come gli adulti.

Erano i figgiò di Muinetti, dal nome della borgata, all’inizio della via Bianca, dove risiedevano, qui arrivava il beo dalla ciusa della Besestra, che faceva girare le macine dei frantoi, una parte dell’acqua di scarico, era deviata verso gli orti della Camminata, mentre la quota maggiore, sottopassava con un sifone il letto del Teiro e proseguiva con un beo, fino al mulino da grano dei Pantellin , nei pressi dell’Assunta, prima però irrigava gli orti della Lomellina, in sponde destra del fiume.

Troppo zueni, per andare a lavorare e poi a far che cosa? La loro unica arte e mestiere, era una cosa comune a tutti quelli nati e cresciuti Sciù da Teiru, quella di essere padroni di un mondo, fatto di infiniti passatempi e giochi, scalzi nel greto di un fiume prima a giocar con le barchette e poi a dar la caccia a anghille, baggi e mungagi, le bisce d’acqua o a far scorribande per boschi a costruir capanette, tirar con u frustò, fionda e poi nei prati con l’erba lunga duvve rubatose e scrugì, non c’erano confini per quel mondo, bastavano un paio di amici e si saliva anche su dai bricchi, più in alto a vedere diventare piccole le cose.

E chissà quante volte quei quattro ragazzi avranno fatto, per gioco o per altro, la salita della via Bianca, specie nel periodo delle scesce, perseghe, armugnin e brigne ma anche delle fave e merelli, andar per frutta, era pericoloso per la propria incolumità, perché gli adulti erano molto meno comprensivi, nei confronti dei bambini, le coltivazioni facevano parte dell’economia di molte famiglie ed erano sempre sorvegliate, e se ti beccavano a rubar sopra un’albero o in un campo coltivato, allora bisognava essere veloci a scappare, per non beccar delle legnate, ma guai dirlo a casa, che il vicino di casa ti aveva legnato!C’era il rischio di prenderle un’altra volta!

Ma era tutta arte che entrava e che un giorno, sarebbe servita a un buon Coggipigne per riuscire a salir e scendere da ogni tipo d’albero.

Arrivo’ il 25 aprile, annunciato alle 6 di mattina, dal rombo dei camion tedeschi, che transitavano carichi di soldati della Wermacht in via Piave, verso il Giovo, quello era il segnale che la guerra era veramente finita, ma era anche il via libera al saccheggio, dei locali presso l’Hotel Genova, lasciati liberi da quell’esercito di occupazione, tutta la città partecipò a svuotare completamente quell’edificio, chi arrivò tardi o era solo un bambino, si dovette accontentare delle cose scartate dagli altri, come uno stivale destro da ufficiale e uno sinistro da soldato, la taglia era un po’ grande, ma era la stessa per entrambe le scarpe e poi il piede sarebbe ancora cresciuto, finalmente un paio di scarpe ai piedi du Neigru da portare tutti i giorni della settimana !

Arrivarono i primi aiuti anche alimentari a poco a poco l’economia della città si rimise in moto, ma c’era bisogno di tutto, soprattutto di combustibile e la legna era ancora di gran lunga quello più usato, ma era venduta a caro prezzo e anche le pigne allora acquisirono il loro valore.

Finì così per quei quattro amici, l’età dei giochi, non più a perder tempo in Teiro o nei boschi del Buontempo e Carmettu, intuirono la possibilità di far qualche soldo con la raccolta e vendita delle pigne e fu proprio da questa altura, che iniziarono la loro attività di Coggipigne e da questo bosco di grandi pini marittimi discesero molte volte, lungo i sentieri e poi giù verso casa imboccando la Via Bianca, con i sacchi di juta stracolmi, a stento trattenuti legati con uno spago.

C’era chi tollerava, un moderato prelievo di legna e pigne dalla sua proprietà, era rimasta ancora a differenza di oggi, la solidarietà fra concittadini, ci si aiutava anche così, chiudendo un occhio, lasciando raccogliere un po’ di pigne a quattro ragazzotti dei Muinetti. Ma quando la cosa divenne “imprenditoriale” allora fu giocoforza, allontanare in malo modo i Coggipigne dal bosco del Buontempo.

Ma le pigne non finivano mai! Altri boschi potevano essere visitati la Costea di Casanova fu il secondo sito di raccolta e se non bastavano quelle alla base degli alberi, allora si saliva sui pini dei boschi che circondavano la cappella del Beato Jacopo o sul Muntadò. Agili come dei primati, facevano cadere quelle rimaste sui rami, anche quelle verdi, che se miste insieme alle secche maggioravano il peso sulla bilancia e di conseguenza il ricavato della vendita.

Dei quattro amici il più lesto a saliscendere dagli alberi era u Legnettu! Era uno spettacolo vedere questi ragazzi arrampicarsi sulla ruvida corteccia, arrivare in cima ai rami anche quelli più sottili per far precipitare anche l’ultima pigna rimasta! E quel brav’ uomo di Steva sensa brassu, che coltivava le ultime fasce della via Bianca, li guardava con nostalgia, la guerra gli aveva portato via un braccio e da giovane anche lui era stato un Coggipigne

Lungo i percorsi c’erano le pose e il ricordo della loro ubicazione è ancora vivo nella memoria di Renato che mi elenca tutti i posti, dove erano questi mucchi di pietra, spesso i ragazzini Coggipigne portavano sulle spalle dei sacchi molto pesanti, ben superiori al loro peso corporeo, il tragitto in discesa era cadenzato dalle pose dove si fermavano per qualche minuto, qui riprendevano fiato e forze per arrivare alla posa successiva.

Erano giovani e forti inevitabili le gare a chi riusciva a portare il sacco più pesante u Neigru battè ogni record, riusci a scendere dalla via Bianca con un carico di ben 86 kg di pigne, la maggior parte erano verdi!.

Delle pose elencate, restano solo quelle che si incontrano nelle praterie verso la Costea o nella zona della Madonna della Guardia, molte sono derute e restano soltanto dei muggi de prie..

Gli “affari” andavano bene, la raccolta era effettuata durante tutti i mesi dell’anno e con i proventi della vendita effettuata in via Piave, nei pressi dello spaccio del Cotonificio, ci si poteva toglier qualche sfizio un gelato un toccu de figassa e andare al cinema la domenica, con il vestito e le scarpe della festa.

Nei primi anni del dopoguerra i cinematografi spuntarono come funghi nella nostra città, e raddoppiavano di numero con la bella stagione, quando aprivano le sale cinematografiche all’aperto, sotto le stelle, grande successo ebbe al cinema Eden, la proiezione della pellicola di “Tarzan, l’uomo scimmia”, che svolazzava nella giungla di albero in albero……ma come mai non averci pensato prima?…..era possibile evitare di scendere per poi salire su un altro albero raccogliendo delle pigne? Una perdita di tempo inutile, risolta da Tarzan con le liane. Ma liane non ne abbiamo e come fare allora? Risolto l’enigma gli alberi di pino erano abbastanza ravvicinati e flessibili, ed era possibile farli ondeggiare e poi al momento giusto saltare sull’albero adiacente, senza dover effettuare il saliscendi, naturalmente non ci si curava dei lividi e graffi e il sangue delle ferite.

Con la bella stagione il caldo sul Muntadò, l’Aniun a Noia o il Monte Grosso era insopportabile come il canto delle le cicale che si scaldavano al sole di quelle estati degli anni cinquanta.

Ogni tanto dal cielo arrivava l’interminabile rombo dei Douglas, i primi aerei di linea, quadrimotori ad elica, da guardare con il naso all’insù, una scusa a se stessi, per una pausa nel lavoro, per asciugarsi la fronte dal sudore, forse pensando che poteva esserci una vita migliore …chissà cosa avrebbero fatto da grandi quei quattro ragazzi.

Nei caldi pomeriggi di luglio si posticipava la raccolta scendendo per un bagno nei laghetti dell’Arzocco, con la poca acqua che era rimasta prima che asciugasse del tutto.

Il mare era laggiù distante dai Coggipigne, con la sue spiaggia i primi turisti i bagni, un mondo diverso allegro scanzonato, una tentazione per un ragazzo, ma i vecchi dicevano che prendere tutto quel sole faceva male alla testa…..

Di quelle grandi foreste di conifere, che ricoprivano le pendici dei nostri bricchi, visitate dai Coggipigne, non resta più nulla.

Ripetuti incendi, negli anni 90, hanno devastato tutte le nostre colline, l’ultimo grande incendio, fu il 10 settembre 2001, quando un furioso incendio devastò tutto l’entroterra di levante, a Leistra, Beffadossu, S.Giacomo, S.Anna, u Desertu, u Muagiun, a Ramugnina, l’Aniun, a Custea, l’Arsoccu, u Cavettu, u Briccu da Pansa, a Madonna da Guardia, i Cian de Donne e de Freisce, Invrea , 80 ettari d boschi e praterie andarono in fumo.

Le tecnica era la stessa, per tutti gli incendi, che erano appiccati all’imbrunire, sempre nelle giornate con vento di tramontana, molte volte le fiamme, hanno iniziato, la loro scia di rovina, nei pressi della Ramognina.

Quando faceva buio, nell’aria si sentiva l’inconfondibile odore dell’incendio e dal rossore, che rischiarava il cielo si intuiva, quale era la zona, interessata dal fuoco.

Poco riuscivano a fare di notte, i volontari e VV FF per circoscrive l’incendio, solo con la luce solare potevano volare i Canadair, e le loro spettacolari evoluzioni, attiravano un sacco di gente, in so punte a Vase, spettatori, con il naso all’insù, di uno spettacolo di rovina.

La nostra comunità rassegnata, si abituò a questi ripetuti roghi.

Già da tempo, sui bricchi che sovrastano l’abitato di Varazze, non esisteva più l’economia del bosco , nessuno andava più a cogge de pigne, a fo u giassu pe e bestie, a pascolar degli animali o a tagliar legna, un bosco, che bruciava divenne per tutti un qualcosa da vedere, senza indignarsi più di tanto

Poco o niente svelarono le indagini, archiviate per mancanza di indizi certi e con l’onnipresente fatalismo all’italiana, si disse che erano stati i soliti piromani, gli autori degli incendi.

Mai si parlò di mandanti o di chi, da quello scempio, aveva avuto dei vantaggi.

Totem di alberi, sulle nostre colline, ci ricordano di un’irreparabile danno arrecato al territorio, di un reato, diventato uno dei tanti misteri italiani.

Quei bei boschi, de pin dumesticu, che i me oggi nu vedian mai ciù.

Renato Righetti 15/05/2020. Tanti anni dopo, sono salito fino al B.Giacomo, ed oltre, tutto mi era estraneo, tutti i sentieri d’allora non mi ci ritrovavo più, nemmeno i boschi dove ero di casa ogni giorno non erano così nei miei ricordi. Anche la via Bianca non è più quella di una volta, ho sentito che nella prima parte hanno fatto dei gradini. A parere mio era meglio prima. Quando tagliavamo dei Pini, molto di rado, scivolavano facilmente sulle pietre bianche.(altro non soò, solo sentito dire). Ciao a quelli sciu da Teiru.

Quattru Pescuei sutta n’Umbrellun

La pesca ai grandi banchi di acciughe, che arrivavano nel nostro mare in primavera, era effettuata con una particolare tecnica, quella delle lampare, ancora negli anni 70, le notti sul mare di Varazze , erano illuminate da decine di luci.

Chi vedeva questo spettacolo, dalle alture aveva come l’impressione che laggiù in quella vasta distesa nera, ci fosse un villaggio, con tante finestre accese.

Nella copia del Gazzettino di Varazze, del 26 marzo 1973 a firma Giamberto, sono descritte, per ogni mese dell’anno, i vari tipi di pesca alcune non più in uso come quella con le lampare, un’altra di quelle attività, perse per sempre a Vase

Interpello u Ranghettu, e chiedo se conosce qualcheduno, che faceva questa pesca e vuole raccontare qualcosa delle lampare.

I giorni seguenti, è stato tutto un susseguirsi di telefonate, per organizzare l’incontro e così il 10 maggio alle ore 16, eravamo almeno una ventina, le persone ospitate sotto gli ombrelloni cun i pe in ta sabbia, viscin a Baracca du Pescou, presso l’Associazione Pesca Sportiva di Varazze.

Arriva per un saluto anche Giovanni Parodi che per impegni famigliari non può partecipare all’incontro.

L’ospite d’onore u l’è u Ghisu, cunusciu anche cumme Gianni u pescou, al secolo Ghiso Giobatta, classe 1929, accompagnato dalla figlia Mariarosa, ricevuto con affetto e applausi da tutti, in particolare dagli amici, pescatori come lui, alcuni in quiescenza, altri ancora in attività arrivati in so u portu de Vase, anche da Zena, Utri e Prà come Beppe u Faipin e Patrucco, presidente della locale Pesca Sportiva, poi a gente de Vase  cun u Persegà, u Galin-na, Giambertu, Ranghettu cun l’inseparabile Cantunè, Giovanni Delfino già scindicu de Vase e u Gabriele, non mancano le belle signore, mogli, amiche, parenti, che fanno cerchio intorno ai pescuei.

Si percepisce il carisma du Ghisu, in poco tempo, si crea un clima di cordialità e Gianni u Pescou, si emoziona un po’al cospetto di tante manifestazioni di affetto e di riconoscenza a lui tributate.

I suoi, sono racconti di una vita trascorsa in mare, della pesca con le lampare ricorda, quando nel cinciollo, la rete delle acciughe, fu preso un grosso tonno, che lui riuscì a legare per la coda.

E’ presente anche Tele Varazze, cun n’otru zuenottu, Piero Spotorno e tocca a me un de sciu da Teiru….! far domande, che poi sono curiosità tecniche, relative alle lampare, in principio alimentate con il carburo, poi erano lampade a gas, con anche un prototipo a immersione e infine elettriche.

E poi, come mai sono scomparse quelle luci nel nostro mare? A questa mia domanda, risponde u Galin-na

La pesca alla lampara, si spense nel vero senso della parola, a poco a poco intorno agli anni 70, per una serie di circostanze, le restrizioni dovute alle normative del Piano Azzurro, l’aumento dei costi, l’abbandono di un’attività molto faticosa e impegnativa e mi fa l’esempio dello scorticamento delle braccia, dovute al maneggio delle reti in cotone, poi arrivò la concorrenza dei grandi pescherecci d’altura, che con l’utilizzo delle tecnologie, radar ed ecoscandagli, potevano massimizzare, la pesca abbattendo i costi, scegliendo i branchi di pesce più grandi, non ultimo il disastro ambientale dell’Haven.

L’intervista a Gianni u pescou, si trasforma ben presto, in una bella carrellata di episodi, raccontati a turno dai vari Persegà, Giamberto, u Galin-na, u Faipin, Ranghettu e u Cantunè.

Giamberto, parla della tecnica della pesca con la fiocina, in particolare di quella alla sogliola e poi come fare per catturare i polpi cun a purpea e sampa de gallina, racconta della suggestione di un’eclissi in mare, durante una battuta di pesca.

A questo punto, emerge un altro ricordo, fra i pescuei de Vase, quello del compianto Fausto, con le parole du Persegà e u Cantunè, in un esilarante racconto.

Come filo conduttore della storiella é la famosa frase, citata da Fausto, ad ogni calata di rete “ Segnù famme piggiò un pesciu grossu!”…… un giorno questa sua supplica, fu esaudita con la cattura di uno ziffo ! Un cetaceo, che rimase impigliato nelle reti, tese di fronte al Nautilus e dall’alto della sua considerevole stazza, esclamò rivolgendosi all’Altissimo “ Belin Segnu’, nu ti ghe de mese misue!”

Altro argomento, che evoca paure ancestrali, sono i pescecani, sempre presenti nel nostro mare e nei racconti dei pescuei.

U Persegà, evoca con un riferimento al romanzo di Hemingway “Il Vecchio e il Mare”, il ricordo di suo papà, costretto a legare un grosso squalo, che era rimasto impigliato nella rete, ad un fianco del suo gozzo, perché troppo pesante per poter essere issato a bordo!

Molte le disavventure, vissute dai pescuei in mezzo al mare, ma grazie ai loro racconti si capisce perché, la Madonna della Guardia fu costruita sul Monte Grosso……. sempre visibile anche in mezzo al mare, per una preghiera o per altre citazioni….

Mariarosa, la figlia di Gianni Ghiso, ricorda, quando riusciva anche di notte, a riconoscere la barca a remi di suo papà, dal movimento che faceva la lampara.

L’immenso amore per il mare è espresso da Gianni u pescou, quando ad un certo punto, in una momento di silenzio dice “ Mi quandu sun in mesu au ma, seru i oggi e go chins’anni”

Qualcheduno, fra i pescuei ha gli occhi lucidi.

L’incontro è diventato una festa fra amici, ulteriormente allietato, da focaccia, torta e corroborato da vino nero e bianco, doverosi i ringraziamenti alle cuoche Mariarosa e Stella e muggè du Ranghettu e du Cantunè.

Parlo con Beppe u Feipin, al secolo Giuseppe Bozzolo di Prà, proprietario di una bella imbarcazione da pesca, una delle dieci rimaste in Liguria a praticare la pesca dell’acciuga.

Rispetto al passato, l’attività è molto meno faticosa, grazie all’utilizzo di paranchi, gru e argani motorizzati, con i dispositivi elettronici di bordo, si scruta il fondo del mare e si può pescare in alto mare e su alti fondali.

Il problema della pesca in Italia, continua u Feipin, è la burocrazia, con troppi lacci e lacciuoli come quella dell’etichettatura del pesce, con l’aggravante oggi, del rincaro del costo del carburante e di altri costi, divenuti insostenibili, non ultimi i favoritismi ad altre regioni d’Italia, che penalizzano i pescatori liguri. Suo figlio, da poco laureato in economia marittima lo affianca in questa attività.

L’elenco delle cose ascoltate in questo incontro, che a volte si sovrapponevano, in un allegro brusio, è interminabile, ma potrà essere visto, esaustivamente nel servizio, che Tele Varazze manderà in onda nei prossimi giorni, di questo bell’incontro fra gente de ma.

Gianni u pescou, sorridente, saluta tutti, è stato bello ritrovarsi insieme, quattru pescuei sutta n’umbrellun e per noi tutti è stato bello condividere con loro, questo momento di affetto e di amicizia.

Grazie!

Un ringraziamento, a Mirko Saturno per alcune sue foto, che ho inserito nel post.

Il Sottopasso Rebba

Sottopasso Rebba Antica via del Ferro, si legge in questa targa in ottone, consunta dal tempo, posta in prossimità di un attraversamento stradale, della linea ferrata che era di servizio per il porto di Savona.

Questo sottopasso alto meno di due metri, negli anni, è stato ” responsabile” di numerosi disastri, a seguito della perdita dei carichi, trasportati sopra il tetto delle autovetture, nell’urto contro la struttura del ponte, complici la fretta, distrazioni e dimenticanze, sono andati distrutti molti oggetti.

L’oggetto più a rischio sono le biciclette, che se trasportate sul tetto con l’apposito portabili, ancor oggi finiscono accartocciate contro il Sottopasso Rebba.

Chissà che pezzo di storia, può raccontare quella targa da poco ritornata visibile, dopo il taglio della “lelua”……

Il Sottopasso Rebba

Rebba era un tecnico meccanico, lavorava in una Centrale Elettrica, percorreva ogni sera, di ritorno dal duro lavoro, questo sottopasso.

Un giorno dimenticò di avere fuori sagoma, un carico di tondini in acciaio, era in odor di matrimonio e quel ferro da armatura, gli serviva per la sua costruenda casa.

Li aveva assicurati con una legatura, appoggiati al cassone del motocarro, sporgenti oltre la cabina.

In ritardo per l’ora di cena, affrontò a “spron battuto” la corta discesa, prima di affrontare il sottopasso….fu forte il rumore di accartocciamento del carico di tondini, contro l’arcata del ponte ferroviario!

Una piccola folla, accorsa a seguito del frastuono, per curiosità, temendo il peggio e per prestare soccorso, imparò nuove imprecazioni irripetibili!

Nessuno si fece male e alla fine, l’unico danno fu recato a quel carico di ferro d’armatura, reso inservibile a seguito della “tortagna” che avevano subito nell’impatto contro il ponte.

La cosa poteva finire lì con qualche frase di circostanza, qualche menata de belin ” A te è andeta ben pensa se ti g’heivi un camiun ti caggiovi su u punte!”o ” Nu ti te mancu rutte e corne!” ecc.ecc.

Invece ebbe un seguito, “goliardico”.

Fra colleghi, si era molto propensi allo scherzo, al prendersi in giro e al contrario di oggi, a non prendersi mai troppo sul serio!

Un gruppo di “ingegnose menti forgiate dalla meticolosità e precisione, proprie della mansione a cui erano adibiti e da tutti riconosciute come abili azzeccagarbugli”, ideò e pose, a memoria d’uomo, questa targa in ottone, pregevole manufatto, fabbricato con un ingegnoso procedimento di corrosione acida, per avere le lettere in rilievo lucidate su sfondo nero.

Ricordo le scuse le più assurde, ma anche le più credibili, date all’arcigno nostro caposquadra, per giustificare le assenze dei colleghi, che stavamo costruendo la targa.

Poi è bastato un po’ di silicone e un chiodo d’acciaio per fissarla.

Ancora oggi, consunta dal tempo, ci ricorda un bel momento tra colleghi, fatto di voci, volti, risate.

Bei Tempi

Sun arrivè e Anciue!

Voglio ringraziare Giovanni Parodi, per l’opportunità avuta, nel consultare la sua collezione, del “Gazzettino di Varazze” vero e proprio archivio di notizie, della Varazze degli anni 60/70

Nella copia del 24 marzo del 1973, un esaustivo articolo a firma di Giamberto, elenca, mese per mese, nell’arco dell’anno, il tipo di pesca che era effettuata nel mare di Varazze.

Nel mese di aprile, Giamberto, illustra la pesca effettuata con le lampare..

Quelle lucine tremolanti, che da bambino mi piaceva guardare, quando in gran numero, illuminavano la notte creando, un cerchio di luce sulla superfice del mare.

Le lampare, facevano la comparsa all’arrivo delle acciughe e seguivano i passaggi di altri branchi di pesce.

Anche questa, un’altra attività scomparsa da decenni dalla nostra città.

La Pesca nel mese di aprile

Nel mese di aprile, quando il tempo è mite si pratica la pesca con la lampara. Tra i pesci di passaggio abbondano i lascerti e le anciue.

La cattura avviene nelle ore notturne e possibilmente con lo scuro di luna. L’attrezzatura per questo tipo di pesca comprende una grossa barca a motore, con a bordo la rete e tre o quattro e a volte di più gozzi, con le lampare, che possono funzionare a gas o a batteria.

Quando le barche si trovano in mare aperto i piccoli gozzi si dispongono ad una certa distanza l’uno dall’altro e con le lampare accese e richiamano e raggruppano i pesci verso l’alto.

Tra i pescatori più esperti c’è chi asserisce che le bollicine che risalgono dal branco dei pesci siano sufficenti per stabilire la quantità e la qualità del pesce che si trova sotta la lampara ( se le bollicine sono di piccole dimensioni trattasi di acciughe se le bolle sono più grandi e distanziate è molto probabile che sia un branco di sardine)

I pesci sotto le lampare effettuano degli spostamenti, ruotando sempre in senso orario, intorno al fascio di luce.

A questo punto, calcolata la quantità di pesce, se si ritiene conveniente, ci si prepara per la calata della rete.

I vari gozzi con le lampare, si avvicinano lentamente, l’uno all’altro, portando sotto un unico fascio di luce, tutti i pesci, poi tutte le lampare vengono spente, tranne una.

La rete per questo tipo di pesca ha dimensioni molto grandi, la sua altezza, varia dai trenta ai settanta metri e la lunghezza può superare i duecento metri.

Una sagola, scorre all’interno degli anelli nel fondo della rete.

La rete viene calata molto velocemente, intorno all’unica lampara rimasta accesa.

Si procede alla chiusura del sacco, iniziando a tirare la sagola dal fondo della rete, fino a portarla in superfice.

Lentamente, la rete viene issata a bordo, il compito del gozzo con la lampara accesa è terminato e se ne esce dal cerchio della rete, ormai molto ristretto, senza trascurare di tenere sollevati il più possibile, gli ultimi sugheri rimasti in mare, onde evitare che parte del pescato salti fuori.

E’ questo il momento più atteso e più spettacolare, della lunga notte, sul mare è tutto un ribollire e uno scintillio di acciughe.

Con appositi guadini in legno, dal manico corto, il pescato viene issato a bordo e versato in appositi cassoni, che si trovano sulla barca grande

Onde evitare, che la grande quantità di pesci, con il caldo, si deteriori, nei cassoni, sono messe alla partenza da riva, alcune liste di ghiaccio, spezzate con l’aggiunta di alcuni secchi di acqua di mare.

Questo procedimento viene chiamato u bagnu.

Il pesce, immesso ancora vivo in questo bagno gelato, si irrigidisce e si conserva molto bene.

Queste sono le frasi più significative, del bel articolo di Giamberto sulla pesca nel mese di aprile, quando arrivavano i primi branchi di acciughe.

Giamberto descrive molto bene l’attività, abbastanza complessa, della pesca con le lampare, che negli anni 60/70 operavano nel mare di Varazze, alla profondità media di 30/40 metri ed effettuavano anche 3° 4 calate ogni notte.

A partire dagli anni 60, questo tipo di pesca, entrò in crisi per molteplici motivi, in primis il varo di grandi pescherecci, attrezzati per questo tipo di pesca e dotati di strumentazione atta a individuare i grossi branchi di pesce, anche in profondità, a questo punto la tipologia di pesca con le lampare, faticoso e impegnativo non poteva più essere competitiva ed essere garanzia di occupazione, pastoie burocratiche, norme e divieti sul pescato, hanno decretato l’azzeramento, nella nostra città, anche di questa attività

A Tana di Levrè

Con Cesco e Peo a Tana di Levrè

Levrè….levre? No la lepre, non c’entra nulla con questo toponimo, che deriva dal genovese levrusi, lebbrosi, tradotto nella parlata di Alpicella/Faje abbreviato ed accentuato, in Levrè.

Non esistono documenti, che attestino un’antica presenza di un gruppo di lebbrosi nella Tana di Levrè, ma i toponimi fanno sempre riferimento a fatti o avvenimenti realmente accaduti e tramandati anche in forma verbale, come in questo caso, ed è probabile quindi, che nel medioevo, oppure più recentemente, questo sia stato l’ultimo rifugio che trovarono delle persone colpite da un male che non dà scampo.

La Tana di Levre’ e’ un riparo sotto roccia, che si trova sul versante marino del monte Greppino, introvabile in mezzo ad un mare di pietre, sono diverse le storie relative a questa grotta che fu anche rifugio di partigiani.

Questi anfratti, sono stati creati dall’incastro di giganteschi massi, trasportati, in uno dei periodi di glaciazione terrestre, dal movimento della massa di un enorme ghiacciaio, che scavalcava questo monte con le sue propaggini, spostando e facendo roteare, queste gigantesche rocce verso valle.

Queste rocce anche di notevoli dimensioni, sono rimaste in questa posizione, come una gigantesca cascata immobile, da qualche milione di anni, dopo lo scioglimento e la scomparsa del ghiacciaio.

Cesco ci guida alla ricerca della Tana di Levrè, dalle Faje, imbocchiamo la strada che conduce alla Colletta, lasciamo l’auto, dopo un paio di tornanti, per prendere un’ipotetico sentiero, non più tracciato e si sale per almeno mezz’ora, verso il versante sud del monte Greppino, tra ampie radure rocciose e boschi misti de ersci, pin, castagne, freisce, con le immancabili brughe, stupendi i due panorami verso le Faje, Genova e verso la nostra città e il mare.

Serve u marasso du Cescu e le tesuie di Peo, per districarsi fra i rovi, mentre raggiungiamo la pietraia.

Non esistono segni di riferimento, solo una bozza di sentiero, un passaggio di animali selvatici, che ci porta al cospetto di un’enorme macigno.

Qui inizia una difficoltosa discesa, in mezzo alla cascata di pietre, tra fenditure e cavità, scivolando sopra la superfice di grandi rocce fortemente inclinate e anche pericolanti, alla ricerca di un improbabile appiglio, cercando di indovinare il percorso meno pericoloso, in mezzo ad una immenso puzzle di rocce.

Cescu ci avvisa che siamo arrivati… ma dov’è sta grotta?

La Tana di Levrè è un anfratto, quasi nascosto alla vista, a cui si accede a carponi, l’ambiente interno è diviso in due da una roccia abbattuta.

All’interno, un’ampia cavità, permette di stare in posizione eretta.

Almeno cinque o sei persone, potevano vivere e pernottare al suo interno, la luce solare penetra tra le ampie fessure, la Tana di Levrè è ben illuminata e arieggiata, cosa alquanto necessaria, per chi doveva vivere lunghi periodi, in questo riparo, altre fessure più piccole, sono state invece tamponate, con muretti di pietre.

L’ambiente è molto suggestivo, con le variegate colorazioni dei muschi, licheni e delle rocce, contrasti di colori esaltati dai raggi del sole, sulle pareti non ci sono tracce di segni, incisioni o scritte.

Dopo le foto, purtroppo di bassa qualità, strisciamo via da sotto la pietra, che divide la “zona giorno dalla zona notte” e usciamo all’aperto. All’esterno si ha una bella vista, verso le località sottostanti del Poggio e del Bin…. una cosa strana, ma curiosa è la presenza di alcuni alberi di ciliegie, che crescono in prossimità e in mezzo a queste rocce, forse i semi da cui sono scaturite quelle piante, erano stati gettati da chi, si era rifugiato in questo anfratto.

E’ tempo di ritornare…. Io e Peo, osservando preoccupati, l’ardua risalita che ci attende, rinunciamo ad effettuare il ritorno, da dove siamo arrivati, con una laconica frase “Mi de lì nu ghe passu ciù!”.

Optiamo per un altro percorso, un saliscendi che si rivela più ostico del previsto, con grandi massi da superare, districandosi in mezzo a ruvei, brughe, grattacu e spine da furnu e qualche scavenna in te die.

Cesco che è risalito facendo lo stesso percorso della discesa ci sta aspettando per il ritorno.

Belù giu!! Grazie a Cesco e Peo!

Sconsiglio di avventurarsi alla ricerca di questo anfratto, troppi i rischi quando si affrontano le cascate di rocce, visto la precarietà di rocce anche di notevoli dimensioni, che in caso di distacco, possono diventare un serio pericolo per la propria incolumità

Come tutti i ripari sotto roccia, anche la Tana di Levrè, sarà stata, in primis, rifugio di animali e uomini, le testimonianze delle frequentazioni umane, sono evidenziate dalla presenza di alcuni cumuli di pietre a tamponamento delle fessurazioni. Chissà chi si sarà riparato, dalle intemperie sotto a questi inquietanti massi è probabile, che qui si insediavano dei piccoli nuclei nomadi del paleolitico intenti ad effettuare battute di caccia o a raccogliere i frutti di stagione.

L’uomo abbandonò questi rifugi, nell’epoca neolitica quando divenne stanziale e costruì le prime capanne di legno e fango.

Queste dimore furono poi nel tempo utilizzate da viandanti, senza fissa dimora, e da chi doveva sfuggire a persecuzioni, come succedeva per i lebbrosi, costretti, per segnalare la loro presenza a portare un campanello, legato alle caviglie, cacciati dai centri urbani ma anche dalle campagne e dalle coltivazioni che occupavano gran parte del nostro entroterra, solo il Monte Greppino, dall’aspetto roccioso e inospitale, non aveva di terrazzamenti e coltivazioni, ma fortunatamente alcuni ripari sotto roccia dove potersi nascondere.

E chissà forse i lebbrosi arrivano fin quassù, per un viaggio della speranza, in prossimità nella villa dell’Alpicella, dove si venerava S.Antonio Abate e si era sparsa la voce, che i monaci di quella chiesa, avevano degli unguenti per curare le malattie della pelle.

Il santo è raffigurato da anziano, con un campanello e un maialino ai piedi, a simboleggiare la vittoria dell’eremita contro le tentazioni. Nella cultura contadina S.Antonio è stato eletto protettore di tutti gli animali domestici.

In ossequio al santo i monaci antoniani iniziarono ad allevare i maiali e con il grasso di questi animali confezionavano degli unguenti per curare le infezioni della pelle, tra cui il fuoco di S.Antonio.

La lebbra si accanì anche nella nostra Liguria e in particolare a Genova, nel medioevo molti furono i casi di persone rinchiuse nei quattro lebbrosari della città.

Anche a Varazze sarà arrivato il male “scabroso” e quel toponimo la Tana di Levrè, sta a testimoniare la cattiveria degli uomini che si accanì su di un gruppo di lebbrosi cacciati da ogni zona della nostra città e costretti a vivere gli ultimi giorni della loro vita, sotto una pietra come degli uomini primitivi!

Ma è triste dover fare una constatazione di fatto, se degli esseri umani bisognosi di ogni cosa, furono cacciati da ogni luogo, dove avranno chiesto pietà e carita’, respinti minacciati a tal punto, da cercare un buco fra queste rocce, dove nascondersi, allora c’è da chiedersi, dov’era la carità dell’uomo, l’amore per i propri simili?

Perché degli esseri umani sono stati costretti a terminare la loro già triste esistenza come degli animali?

Mi piace pensare che ci sia stato un uomo o qualche famiglia che, con quella pietà che manco’ ad altri uomini anche di fede, fornisse loro del cibo e altri generi di necessità lassù a quella povera gente, in quella cascata di rocce, nella Tana di Levrè.

In Italia la lebbra fece la sua comparsa già nell’antica Roma, un notevole incremento di casi si ebbe nel medioevo Questa malattia scomparve ma non fu debellata del tutto dall’Europa nel XV secolo.

Ancora oggi in Italia si verifica una media di quindici nuovi casi ogni anno,

I malati non sono soltanto immigrati stranieri ma anche turisti e lavoratori italiani che sono rimasti contagiati durante viaggi in zone a rischio.

A Genova i casi di lebbra sono curati presso il reparto di Dermatologia Sociale il reparto degli Hanseniani o dei lebbrosi del San Martino di Genova

Ricevo e pubblico da Paola Vallerga e Lorenzo Vallerga il seguente commento

“La lebbra è in tutto il mondo, specie in India e in Africa ma, ora, è arrivata anche in Italia, anche se, incredibile a dirsi, vi è sempre stata. In una località della Liguria vi sono parecchi lebbrosi che, però, si continuano a curare presso il Centro Osservatorio di Genova, unico in Italia, e non sono contagiosi. Però non esiste un vaccino, non si può prevenire la malattia, è necessario curarsi continuamente. In quella località, chiamiamola X, si narra che da centinaia d’anni esiste la lebbra e non si sa per quale motivo non siano mai riusciti ad estirparla come un’erba gramigna.”

http://www.storico.org/italia_boom_economico/paradosso_lebbra.html?fbclid=IwAR0sAr0ThbGleZyBG4Bca8GCDKNtyDKvode2HbMm8lr38U_3A7EUJb1oldQ

Il Nuovo Palazzo Comunale

Tratto da Gazzettino di Varazze del 30 aprile 1969 Collezione Parodi

Abbiamo dato la notizia, dell’approvazione da parte del Consiglio Comunale, del progetto e della spesa, per la costruzione del nuovo Palazzo Comunale di Varazze…pubblichiamo la foto dell’ex ospedale, ed ex edificio scolastico, che si trova in precarie condizioni di stabilità e che verrà demolito, per far posto al nuovo palazzo.

Il progetto del nuovo Palazzo Comunale, opera dell’architetto, Nino Gaggero è molto razionale e si ispira ai più moderni criteri, di costruzione edilizia.

Il palazzo sorgerà su un’area di 3643 mq di cui 2883 mq, costituiranno la superfice a disposizione del comune e i restanti 760 saranno quelli degli Uffici dell’Istituto Bancario S.Paolo di Torino, che compartecipa all’operazione immobiliare, verso piazza Patrone.

Detto istituto, cederà al Comune, l’attuale sua sede bancaria ……La spesa che incontrerà il Comune, per la realizzazione del palazzo si aggirerà sui 190 milioni.

Questi sono le frasi, più significative, dell’articolo del Gazzettino.

Le foto parlano da sole, fu demolito un edificio dichiarato pericolante, ma che si armonizzava con il cuore del centro storico di Varazze.

Il nuovo Palazzo Comunale dallo stile razionalista, inserito a ridosso del quartiere di Ca-Braghe, ancora oggi a distanza di 50 anni, fa discutere, specie se paragonato, alla tipologia dell’edificio preesistente.

Il vecchio edificio scolastico, fu demolito nel 1969

La costruzione del nuovo Palazzo Comunale, fu ultimata nel 1971.

Gli uffici pubblici, abbandonarono la storica sede di p.zza Beato Jacopo, che da allora per tutti, divenne u Municipiu Vegiu.

L’edificio originale, aveva una copertura a falda

Successivamente, l’edificio scolastico, fu ampliato e nobilitato, con la posa in opera di una cimasa in stile barocco, nella parte sommitale, fu realizzata un’ampia e bella terrazza, con colonnine parapetto e palle.

La demolizione e ricostruzione, fu una grande operazione immobiliare, non ho notizie, di assemblee pubbliche per la discussione del progetto.

Troppo facile oggi, infierire sull’edificio più brutto, a mio parere, di Varazze, ma ….. ecco un’ipotetico emblematico dialogo, fra un zeneise e un’indigeno

“Vu Scia me scuse, duvve u l’è u municipiu de Vase”

“A cumbea?”

“Vu Scia, me scuse, ma vu Scia a nu l’ha capiu un belin, sercovu u palassu du sindacu”

“Ho capiù! Ma u l’è orbu o nu sa, cossa l’è na cumbea?”

“Vu scia me scuse, ma quella cumbea lì…… u l’è u vostru municipiu de Vase? E poi vuiotri punentin……

ne tie u belin………. pe e lavatrici?”

L’architetto Nino Gaggero, aveva progettato anche il palazzo uffici della Servettaz

Nel 1983, fu coinvolto nel processo Teardo, una vergognosa pagina di tangenti, mazzette, concussioni e corruzioni politiche e imprenditoriali, che provoco’ una forte indignazione pubblica, a metà degli anni 80.

Oggi chi ricorda più, quella che fu, la prima tangentopoli d’Italia?

Per chi vuol documentarsi, sulla pagina online di Trucioli Savonesi si trovano i link delle varie fasi del processo Teardo.

https://www.truciolisavonesi.it/articoli/numero145/teardo.htm

foto Archivio Varagine

I Fo de Beneventu

Io Giorgio e Roby, arriviamo a Colla S.Giacomo, dove lasciamo l’auto, questo crocevia, fa parte dei percorsi napoleonici e fa riflettere oggi, con i tuoni di guerra in Europa, leggere la targa dedicata a coloro che su questi bricchi ai primi dell’800 se le diedero di santa ragione.

E’ vero, che chi vince fa la storia, ma quelli che hanno vinto, non erano sempre dalla parte della ragione, comunque mai dalla parte del popolo, quello da sempre è stato carne da macello e poi da cannone.

Come sempre in simma a un briccu duvve ghe passan in tanti gh’è na giescia.

La chiesa di S.Giacomo era uno dei tanti punti di passaggio del cammino verso Santiago di Compostela. Questi due pellegrini, sconsolati, han trovato chiuso

In questo edificio di culto, si apprezza, l’angolo cottura e la sala mensa. Il rifugio è sempre aperto per i viandanti, sorpresi da pioggia, vento o buio.

Dopo queste doverose e seriose riflessioni, io Giorgio e Roby, proseguiamo verso i Fo di Benevento, raggiungibili con uno sterrato, fra boschi misti con antiche carbunee, sotto il fruscio delle pale eoliche

Eccoli i fo, sono quattro enormi fusti in fila verso valle, detti matricine perchè risparmiati dai tagli a scopo riproduttivo.

Un particolare, denota la lungimiranza, di chi ha preservato queste piante dal taglio, il sottofondo costituito da ciottoli e pietre è di tipo alluvionale, in questo avvallamento, scorre una vena d’acqua, visibile solo dopo abbondanti piogge, ma che garantisce un costante apporto idrico all’apparato radicale.

Che dire, al cospetto di queste possenti piante, si percepisce tutta la forza della natura.

Spettacolari le loro fronde

L’esemplare più grande, il cui diametro era di sette metri, causa una malattia si è abbattuto qualche anno fa.

Su un residuo del suo tronco, le pietre del buon ritorno.

Le incredibili contorte, ramificate radici dei faggi, sono caratteristiche proprie di queste piante, capaci di vivere anche 500 anni!

Radici dove hanno radicato colonie di muschi.

La corteccia liscia dei faggi da sempre è fatta oggetto di incisioni, nomi, date simboli ecc.

Oggi per un sopraggiunto senso civico ( e multe) sembra sia passato di moda incidere i propri nomi sui tronchi. Ma non si può far a meno di pensare chi erano le persone che molti anni fa, hanno lasciato qui un segno del loro passaggio, in questo posto e in questo mondo.

Quale sarà stata la loro vita e quante volte saranno ritornati, a vedere quei loro nomi date o simboli, che avevano inciso incisi su questi tronchi?

Ci alterniamo nella posa, a far foto, con i miei compagni di viaggio, colleghi per sempre, come li chiamo io.

Bello ritrovarsi, basta un riferimento, una parola un nome e si è sempre in sintonia, ricordar cose, anche se già ripetute mille volte, ci fa sempre ridere!

Giorgio, gran chiacchierone, oggi con Roby ha trovato un valente interlocutore!

Troviamo il tempo, di visitare l’incredibile casa colonica di Roby.

In questa bella casa, dagli interni accuratamente affrescati, con geniali soluzioni estetiche, facciamo conoscenza di Piero, l’autore di questi veri e propri capolavori, un’artista, ma anche persona di ingegno e perizia, veramente bravo!

Un caffe in un bar di Mallare, conclude na bella giurnò con u Giorgiu e u Roby.

9 maggio 1978

In questo giorno, nel 1978, si concluse in modo tragico il rapimento Moro, sequestrato il 16 marzo, dopo quasi due mesi, il 9 maggio, il corpo dello statista fu fatto ritrovare a metà strada fra le sedi della DC e del PCI i due partiti che si dividevano l l’elettorato, da quando era nata la Repubblica Italiana.

Per me e i miei commilitoni, a vent’anni con le stellette, militari in una caserma, persa nella campagna bolognese, il 16 marzo, iniziò un brutto periodo.

Tutte le caserme d’Italia furono messe in stato di preallarme, bloccate le licenze e rafforzati i servizi di guardia.

Io da poco nominato sottufficiale, fui “comandato” a fare il capoposto, ad altri ragazzi di vent’anni, senza nessun addestramento specifico, a seguito dello stato di allarme, si doveva fare la guardia ad un “obbiettivo sensibile” nel centro urbano di Bologna.

Alla batteria a cui ero aggregato, la BCSR della Caserma Viali, fu affidato il servizio di guardiania, ad un passo carraio, di un ex caserma, dove nella palazzina erano stati alloggiati per motivi di sicurezza al sicuro dai terroristi, ufficiali delle più svariate divise e armi e altri militari di carriera, insieme alle loro famiglie.

Due soldati dovevano presidiare l’esterno del passo carraio e controllare i due sensi di marcia della strada, altri erano addetti a comandare l’apertura della sbarra, ogni volta che arrivavano, quasi sempre a sirene spiegate, le auto blu di stato, con a bordo chissachi’ con la scorta di auto della polizia.

Ma la nostra presenza in quel “obbiettivo sensibile”, questo l’ho capito dopo qualche tempo, decisa dai vertici militari, serviva da deterrente, mai le br avrebbero sparato a dei soldati di leva!

In pratica fummo usati come scudo umano

La conferma di questa strategia adottata, era la presenza di un mezzo blindato, con quattro carabinieri all’interno della caserma che sorvegliava il passo carraio, in una posizione più defilata.

Si facevano i turni di guardia con il colpo in canna.

Giunse in quei convulsi giorni la notizia dell’uccisione alla Cecchigniola, di un incursore di marina, un corpo speciale, tristemente famoso e temuto per le sue incursioni, a danno dei soldatini di leva.

Faceva parte del loro addestramento notturno, sopraffare e rubare l’arma al povero militare di leva, durante il turno di guardia, con tutte le conseguenze penali del codice militare che comportava, la mancata riconsegna dell’arma!.

Quella notte all’incursore, era andata male, forse aveva sottovalutato la forza della disperazione che avevamo tutti noi, ragazzi di leva a vent’anni con le stellette, in quella tragica primavera del 1978.

I Ragazzi di Valloria

Ancora negli anni 80, se capitava di essere in corriera a Savona quando si passava sotto la galleria Valloria, c’era chi faceva il segno della croce, a ricordo, di quella che è stata la più grande tragedia della nostra provincia.

Per trent’anni, una vita, sono passato nella galleria Valloria, ogni giorno.

Oggi, centinaia di miei compaesani, per lavoro, dopo l’azzeramento della manifattura della mia città, sono costretti in coda mattina e sera, in questa zona alle porte di Savona.

L’aurelia bis è una chimera, che da ormai cinquant’anni, illude i pendolari, in una farsa all’italiana, divenuta vergogna, una delle tante, in questa strana, fatalista, smemorata Italia.

L’8 maggio del 1945, 86 bambini e ragazzi persero la vita, a seguito dell’esplosione della polveriera scavata in questo promontorio che arrivava fino al mare.

Basta pensare, per avere le proporzioni del disastro, che l’attuale galleria, era di qualche metro più lunga, prima dell’esplosione.

“8 maggio 1945 per atroce beffa del destino decine di ignari passanti che la guerra aveva risparmiato perivano qui nel crollo provocato da scoppio di materie esplosive. Davanti al tribunale di Dio segnamo anche questi morti sul conto dei pazzi criminali che vollero la guerra”.

Non si nota quasi, più questa targa marmorea, posta all’ingresso della galleria Valloria, in direzione Albissola.

Chi ricorda ancora questa strage di innocenti?

Eppure, proprio il giorno della resa del “reich” e a una settimana da quella del Giappone, Savona si ritrovava rigettata nei lutti e nei dolori di quella guerra che ormai credeva alle proprie spalle.

Alle 10,30 dell’8 maggio, una tremenda esplosione, fa collassare la galleria Valloria e parte del promontorio che la sovrasta.

Si contarono 59 morti e 27 dispersi, dichiarati tali, dopo un mese di scavi e di ricerche.

La terribile deflagrazione, fu causata accidentalmente, da un gruppo di bambini e ragazzi, che da qualche tempo, avevano preso a maneggiare per gioco, il materiale esplosivo, contenuto in una caverna, presente nel tunnel, trasformata in una specie di santabarbara, dalle truppe nazifasciste

Nella polveriera, lasciata incustodita, c’erano tonnellate di esplosivo, oltre ad armi e mine, abbandonate.

Dei 27 dispersi, solo di un ragazzo di Albisola, furono ritrovati i resti, nel 1948 aveva con se alcune liste di balistite, una sostanza, ricercata da bambini e ragazzi, per l’effetto pirotecnico, che produceva la sua combustione

Al seguente link “I bambini di Valloria” di Laura Brattel, con l’intervista a Antonino Frisone, che racconta dei bombardamenti di Savona e dell’esplosione della galleria Valloria.

Due giorni dopo, nel Forte di S.Martino a Genova, già tristemente famoso per l’eccidio di 8 partigiani ad opera di un reparto tedesco, avvenne una violenta esplosione che uccise 23 bambini e ragazzi, anche loro alla ricerca della balistite.

Questo tipo di esplosivo, è sempre nominato nei racconti del dopoguerra, da chi ragazzino, lo adoperava per gioco.

Tutti raccontano di scampati pericoli maneggiando la balistite ed altri esplosivi, ma gli incidenti gravi ci furono, e lasciarono visibili conseguenze fisiche e invalidità.

Da Giornale di Dittattica e Cultura della Societò Chimica Italiana. Nobel nel 1887 brevettò un nuovo esplosivo che chiamò balistite; tentò, senza esito, di vendere il brevetto al governo francese e successivamente lo
vendette al governo italiano. Dopo queste invenzioni si dedicò alla ricerca effettuando esperimenti su gomma, cuoio, acciaio e armi da fuoco.
La balistite è ritenuta una invenzione geniale, il coronamento della carriera di Nobel; questo esplosivo, senza alcun dubbio, in breve tempo portò ad una rivoluzione totale nella tecnologia degli armamenti. La balistite è un
esplosivo praticamente senza fumo. È costituita da una miscela in parti uguali di nitrocellulosa e nitroglicerina addizionata a sostanze stabilizzanti (vaselina, carbonato di sodio, ecc.) e a sostanze adatte ad accelerare la reazione
esplosiva (dietilfenilurea). La balistite, confezionata in lamelle, in fili, in cilindretti cavi e in grani, veniva usata in campo militare come esplosivo per proiettili d’artiglieria; purtroppo, data la sua elevata temperatura di esplosione,
causava notevoli effetti erosivi sulle canne, e per questo motivo fu sostituita dalla “balistite attenuata” contenente una percentuale minore di nitroglicerina. Il problema legato al trasporto fu risolto solo parzialmente; infatti, con
l’invecchiamento, la balistite spesso si deteriorava facendo trasudare goccioline di nitroglicerina liquida che poteva deflagrare al minimo urto.