U Rian da Biscia

Au Rian da Biscia, ci si arriva da due direttrici principali, dalle sue sorgenti de Cian Ferrettu o intersecando il corso d’acqua, nei pressi dal lago omonimo, che si forma nel periodo invernale/primaverile, nella torbiera del Lago della Biscia.

Con Cesco, siamo alla ricerca da Pria Liscia, dove sono incise numerose orme di piedi, che secondo gli studiosi, l’associazione piede fonte – sacra è stata imitata dal cristianesimo, nel rito del lavaggio dei piedi, del giovedì santo.

E’ una bella giornata di primavera, scendendo nella zona dei Zerbetti, sotto au Briccu dell’Umbra, si intersecano alcune strade, con diversi muggi de prie , forse recinti in pietra per animali.

Un tempo questi pianori, ricchi di verde e di vinvagne, sorgenti, erano zone di pascolo.

Con Cesco, ci inerpichiamo, sopra un grande masso solitario, che si erge come punto panoramico sulla zona circostante, qui osservando con cura la superfice, completamente ricoperta di licheni, si intravvedono alcune incisioni.

Una grande quantità di croci e coppelle

Simboli sacri e profani.

Il lago/torbiera della Biscia è l’habitat della rana temporaria e di altri anfibi.

Il toponimo di questa zona, del Parco del Beigua, è significativo! Intorno al lago/torbiera della Biscia e nel sottostante rian, nascoste nelle loro tane, saranno presenti, in gran numero, degli esemplari di biscie, qualcheduna anche di notevoli dimensioni, che al risveglio dal loro letargo, si ciberanno quasi esclusivamente di anfibi, nei vari stadi della loro mutazione, uova, girini ed esemplari adulti, un menù per ogni stagione.

Oggi siamo stati fortunati! Abbiamo visto anche due bei esemplari di baggiu indigenus

Da questa zona è arduo scendere lungo il letto du Rian da Biscia, per arrivare al ruscello, è necessario effettuare un ampia deviazione e guadare il corso d’acqua, diverse volte, saltando da un masso e all’altro, cercando ogni volta il giusto percorso, in un dedalo di pietre e rivoli d’acqua.

Dal Lagu da Biscia, scendiamo, l’acclive percorso del rian, di circa 150m di altitudine, ma da Pria Liscia nessuna traccia.

L’ambiente è molto suggestivo, con cascate, laghetti e piccole spiaggette, che si susseguono, lungo il ripido percorso di questo ruscello.

Visibile da lontano, un pezzo di montagna, che si è staccata da Rocca du Vallu, chissà quando e in quale era primordiale è precipitato a valle, sbarrando il corso dell’acqua, du Rian da Biscia, creando un’ansa con relativo lago.

La caduta di quest’enorme massa rocciosa, avrà come minimo provocato un piccolo terremoto locale…..

Chissà se oggi………il pennino del sismografo, installato ad Arenzano, avrà segnalato uno strano sciame sismico……… nella zona a nord del Parco…..ogni volta che io e Cesco, saltavamo su di una roccia lungo u Rian da Biscia! Sarà nostra cura la prossima volta avvisare della nostra presenza!

Impietoso pensare a quando giovinetto, saltavo come un grillo da un sasso all’altro! Oggi prima di effettuare un guado, in te stu rian, devo valutare e ponderarne le conseguenze, in primis un bagno fuori stagione! E allora più volte mi ritrovo a cercare la sponda amica e proseguire a discendere u rian da Biscia fra gli alberi. Cesco è più agile di me e in questo ambiente, avanza senza difficoltà.

Dopo la pausa ristoro nei pressi de Cian Turnan, decidiamo di risalire in direzione di Ceresole, alla nostra sinistra a Rocca du Trun a destra u Chiurlu.

A Ceresole c’è il patriarca del Beigua u Fo Grande de Ciampanu!

U Fo Grande de Cianpanu’

A Ceresole c’è un’altro pregevole manufatto del Parco, un sentiero megalitico, ma senza alcun mistero da svelare.

Questi due muri paralleli e i terrazzamenti, sono di antichissima datazione, erano, molto probabilmente utilizzati, durante la transumanza.

In questa zona, al ritorno dalle zone di pascolo, gli animali erano smistati a seconda della stalla di provenienza, due aperture laterali permettevano la cernita delle pecore.

Il sentiero si interrompe bruscamente a metà pendio.

Anche a questo manufatto, sono state scippate le pietre, per costruire una grande casa colonica e un a cascina, edificate su questo rilievo.

Altri manufatti in pietra, ci incuriosiscono, ma la stanchezza del saliscendi dal Rian da Biscia, inizia a farsi sentire, decidiamo di continuare verso Prato Rotondo, seguendo la strada asfaltata, ma torneremo presto, ancora in questa zona.

Dopo qualche centinaia di metri raggiungiamo u Laiun ma u l’è passò pe bricchi che fo l’asfalto!

Sulla via del ritorno, con una deviazione a sinistra, scendiamo per la strada da Ca du Ce e seguiamo il segnavia,a con le tre palline gialle, lungo il sentiero in direzione del lago della Biscia.

Lungo questo sentiero c’è la pietra scritta, più scarabocchiata del Parco, seconda sola come quantità, alla grande Pria Scrita, ogni millimetro di superfice è stato inciso.

Lo spazio sul supporto lapideo, dove incidere simboli o figure è terminato molto tempo prima, dell’invenzione della scrittura e infatti caso raro e strano, su questa pietra, non si leggono nomi, date o altro.

Molte le incisioni, che hanno cancellato o modificato quelle precedenti, diversi i distacchi di materiale, alcuni grossolani forse per distruggere precedenti simboli, altri intagli invece son ben delineati, un scaliforme, omini a PH, un’aquilone, simboli fallici, coppelle e triangoli.

L’arrivo del cristianesimo ha continuato l’opera distruttrice delle più antiche incisioni, con innumerevoli cruciformi che hanno modificato precedenti simboli considerati pagani.

Poco distante, in un’avvallamento, ancora altre incisioni e cruciformi.

Le lunghe incisioni di questa pietra da me visitata precedentemente, nel periodo estivo di secca, avevano lasciato un interrogativo, sul loro significato.

Oggi si vede l’acqua sorgiva, che scorre sopra la pietra e segue questi canali, un rituale relativo alla sacralità dell’acqua o una canalizzazione scavata per diletto?

Diverse sono le motivazioni, del perché e da chi sono state incise queste pietre.

Ci sono diverse scuole di pensiero, l’unica incisione che ha trovato l’accordo fra i vari studiosi, sono i pollisoir che erano affilatoi per armi o strumenti di lavoro.

Ma poi ci sono le misteriose coppelle, perché han fetu tutti quei garbi a brettiu!

Mi sono documentato, ma non sono uno studioso, osservo l’ambiente che mi circonda, cerco dei particolari anche di poco conto, visti in altri siti, un muggiu de prie, na mascea, na ca derua, un ciappin, un beu, un buttassu.

Dare un significato storico, antropologico e scientifico è compito di chi ha studi in materia.

Io da uomo del 900, ho una mia personale opinione, sulle tante incisioni, simboliche che si trovano in alcune pietre, specie quelle in prossimità di zone di pascolo.

Osservando e prie Scrite, si percepisce la forza, quasi lo sfogo nell’esecuzione di alcune incisioni e allora azzardo un paragone, un nesso lontano nel tempo, con i mie trascorsi scolastici.

La mia generazione, costretta a scaldar i banchi di scuola, nelle medie o alle superiori, trovava sfogo negli arredi scolastici.

Dopo qualche anno, quei banchi e quelle sedie, erano consunti, pasticciati, incisi e a volte perforati, magari portando a termine, lo scavo iniziato anni prima, da un altro scolaro, che ci aveva preceduto!

Era come fare quelle coppelle, incise sulle pietre là sul Beigua, eravamo abili con improvvisati strumenti da scavo a sfogar gli ormoni di quegli anni belli e dannati

Era come essere coetanei di quei ragazzi dell’età del ferro, anche noi serveghi con a testa in te un boscu, in te un sciumme o a pensò a quarche figgetta.

Loro giovinetti come noi, obbligati a star in un posto fisso, non a scaldar dei banchi ma a sorvegliar qualcosa, na pegua o na vacca o chissà che cosa, pe tantu tempu pe tanti anni.

E non avevano niente, ma con solo una pietra e un pezzo di ferro come utensile, hanno lasciato questi segni indelebili del loro passaggio su questa terra.

Questa è la mia opinione, forse dettata dai quei ricordi, indelebili degli anni giovanili, gli anni più belli della nostra vita.

Quei nostri lontanissimi avi, che ci hanno preceduto in questo mondo, erano un pò come noi giovani allegri, spensierati, a volte annoiati, a non saper che fare per passare il tempo.

Il Parco del Beigua organizza visite guidate alle pietre incise

http://www.parcobeigua.it/dettaglio.php?id=61528

Ringrazio Francesco Canepa per la bella giornata passata tra rien, prie, fo e bricchi.

Maggiore Pilota Rinaldo Enrico

Era il 6 maggio 1973, una domenica pomeriggio: c’era una fitta nebbia sul mare, il modernissimo Agusta Bell 205, era in volo al comando del maggiore Enrico, ma non fece più ritorno, l’elicottero si inabissò al largo di Varazze, trascinando con sé, i quattro componenti dell’equipaggio.

Il Maggiore Pilota VV.FF. Rinaldo Enrico, era nato ad Albenga nel 1920. Abilissimo pilota elicotterista, aveva fondato quello che ora è il Nucleo Elicotteri dei VV.FF. di Genova, specializzato in missioni di soccorso.

Nonostante i limiti tecnici, del primo mezzo in dotazione, un Agusta Bell 52 “Libellula”, si distinse in vari soccorsi, anche molto rischiosi, tra cui quello per l’affondamento della London Valour, davanti al porto di Genova, costato la vita a 20 marinai inglesi e filippini.

Ci furono delle proteste, che ebbero inizio, durante quella tragedia, quando molta gente che assistette al naufragio della London Valtur, vide operare quel vecchio elicottero in condizioni estreme, capace di portar soccorso solo per l’abilità del suo pilota, il Maggiore Enrico.

Fu aperta una pubblica sottoscrizione, perchè fosse acquisito un mezzo migliore (basti pensare, che se era necessario il trasporto di persone in barella, questa doveva essere collocata all’esterno, e che se era necessario far salire un medico o altra persona, doveva essere lasciato a terra il motorista!).

Mentre i piloti degli aerei militari, facevano una tacca per ogni avversario abbattuto, sulla fiancata del vecchio elicottero, Enrico disegnava un “omino” per ogni persona salvata.

Erano soventi i salvataggi effettuati dal comandante Enrico, specie la domenica pomeriggio, nel periodo estivo, a causa dell’imperizia dei bagnanti o di improvvisati naviganti.

Qualche tempo dopo, fu finalmente acquistato un mezzo nuovo e moderno, un Agusta Bell 205.

Era il 6 maggio 1973, un’altra domenica pomeriggio, c’era una fitta nebbia sul mare e per cause mai chiarite, il modernissimo mezzo si inabissò al largo di Varazze, trascinando in fondo al mare il Maggiore Enrico e i suoi tre colleghi.

Si escluse subito il difetto /guasto tecnico dell’elicottero, non ci furono superstiti o testimoni che potessero raccontare l’accaduto, l’elicottero andò completamente distrutto e solo qualche pezzo fu recuperato.

Ancora oggi è un mistero come tanti altri, in Italia.

Ma visto l’abilità e l’esperienza del Maggiore Pilota Rinaldo Enrico, c’è da escludere anche la causa umana.

https://threadreaderapp.com/thread/1352353395559030786

Nel 2021, quel servizio di soccorso aereo a cui il Maggiore Enrico ha profuso tutta la sua vita è stato privatizzato

La procura di Genova ha aperto un’inchiesta sulla privatizzazione dell’elisoccorso da parte della Regione Liguria.

Lo rende noto con un comunicato il sindacato Usb dei vigili del fuoco.

A l’è finia

Sarebbe da commemorare il 6 maggio come il giorno della fine, quella di una lunga striscia di sangue che ha terrorizzato la nostra regione a fine anni 90, in questo giorno, nel 1998, fu arrestato Donato Bilancia

Il suo fermo, fu la fine di un incubo, a lui furono attribuiti 17 omicidi, morì in carcere a seguito del Covid nel 2020.

Nella foto il luogo dell’omicidio, una spiazzo del Lungomare Europa, dopo l’ultima galleria, prima di Cogoleto, dove il 9 marzo del 1998 Donato Bilancia compì il suo nono omicidio.

Era una ragazza albanese, si chiamava Almerina Bodejani, ma nessuno nominerà mai il suo vero nome, per i media, cinici e impietosi, sarà chiamata con il pseudonimo Stella Truja.

Fu uno dei 17 omicidi, che sconvolsero e crearono un clima di paura per circa otto mesi, a Genova e nelle cittadine del ponente ligure, predilette dal maniaco per i suoi efferati crimini.

Ci fu una forte mobilitazione da parte dei cittadini molte le segnalazioni alle forze dell’ordine ma senza esisto.

Il 24 marzo, un’altra vittima, la nigeriana Evelin Esohe Edoghaye, nominata dai media, anche lei, con il suo pseudonimo, Tessy Adodo, fu brutalmente assassinata, poco lontano in località Mulinetto, nel comune di Cogoleto.

Con quest’ultimo omicidio, furono intensificati i controlli nell’ambiente della “vita notturna” fece scalpore la notizia delle prostitute, armate di pistola.

Il pluriomicida, sentendosi braccato, cambiò strategia, cercando nuove vittime tra le passeggere dei treni.

Fu arrestato all’uscita di un bar a Genova, il 6 maggio del 1998, grazie a controlli effettuati tramite il portale del Telepass, confessò tutti i suoi delitti e fu condannato a 13 ergastoli.

https://m.facebook.com/falenebianchelibro/photos/a.113529073353990/231125631594333/

Furono molti i programmi televisivi e le pubblicazioni, dedicati a Donato Bilancia, da cui emerse un’infanzia infelice e poi una vita come si dice a Genova ” da legera” ma era già un pluriomicida, quando dopo il suicidio del fratello e la morte di suo nipote, inizio’ la sua maniaca ossessione verso le donne.

Come altri fatti, avvenuti nella nostra città, niente e nessuno, ricorda la morte di questa giovane donna.

Solo una pianta, sul lungomare Europa, che fiorisce ogni anno in primavera, nel luogo dell’omicidio, ci ricorda che qui è stata stroncata una giovane vita.

A Madonna Vergugnusa ( a Madonna che a se gia)

2 maggio 2021

Mi era stata raccontata in un paio di occasioni, la storia, di una madonnina sulle alture di Casanova, che aveva voltato lo sguardo, al passaggio delle truppe napoleoniche, notoriamente anticlericali, ma che si era voltata anche in un’altra occasione , quando durante l’occupazione tedesca, un soldato del Führer in segno di scherno, le aveva offerto una sigaretta.

C’è chi dice anche, che si voltasse per non ascoltare le imprecazioni dei carrettieri che passavano di li’ lungo la via del legno!

Storia o leggenda che sia, esiste veramente un edicola votiva, con il profilo di una Madonna, ma una scritta quasi illegibile svela l’effige di sua mamma, S.Anna, scolpita su di una formella in pietra.

Questa immagine sacra è murata sopra un pilastro, inserito in un grande muro di cinta, presso un crocevia, della via del legno, che da Cian de Banna, si inerpica con un andamento molto ripido e arriva nella località Giavarosso per poi proseguire verso le Faje e le foreste del Beigua.

E’ una via de lese, da qui arrivavano ai cantieri navali di Varazze, la legna per u fasciame, badai e stamanee pe i Ciantè de Vase.

Dalle informazioni ricevute, dovevo iniziare le ricerche di questa edicola votiva, da Cian de Banna in via Sciandra.

Salendo lungo la via del Legno, questa zona è anche chiamata i Buei, toponimo che deriva dai buoi, forse per oltrepassare questo punto, dove la discesa è particolarmente ripida, era aggiunto uno o più tiro di buoi.

Salendo non ho visto il pilastro, che incorpora l’effige di S.Anna, continuando sono arrivato in una zona prativa, con una grande casa colonica in una bella zona soleggiata, denominata Cian Merlin, il sentiero si fa strada, con una ripida salita si giunge sull’asfalto, qui dopo un paio di curve c’è un nicciu, ricostruito nel 2006, con una statua della Madonna del Carmine, ma non era quello che stavo cercando.

A lato di quest’edicola, inizia un sentiero a scendere, che sovrasta il letto del rio Merlin e ritorna alla strada, che avevo percorso in precedenza, in un crocevia con diverse crose, imbocco quella delimitata da un grande muro in pietra, una vera e propria cinta muraria, di una importante proprietà e noto nascosto dalla lelua, un pilastro, dove si intravede la sagoma rotonda di una antichissima formella in pietra.

Tolgo l’edera dalla sommità di questo muro, ed ecco quello che stavo cercando!

Il profilo di S.Anna è rivolto alla sua sinistra, verso la via del legno e in effetti, sembra avere l’espressione sdegnata.

Il volto è posizionato con lo uno sguardo rivolto verso l’arrivo di quella stra da lese, dove c’era chi, con fatica, trasportava i legni, per approvvigionare le industrie della nostra città.

Il volto ha le labbra e il naso ancora ben delineati, un velo appena abbozzato le ricopre il capo.

Chissà qual’è la sua storia, dalla pietra molto consunta, dovrebbe essere molto datata.

Sulla verticale verso il sciu da Teiro si erge la chiesetta di S.Anna

La formella è posta a oltre due metri di altezza, per raggiungerla e ripulirla, serve perlomeno avere uno sgabello sotto ai piedi.

Ingrandendo la foto si evidenzia una scritta, con l’intitolazione a S.Anna.

Incastonate nelle pietre, due sottili lastre di ardesia, che forse sorreggevano una lapide o una mensola per i fiori.

Anche per questo antico manufatto prima che sia troppo tardi, serve manutenerlo effettuarne la pulizia e controllarne l’integrità

Proseguo lungo questa strada, ora delimitata a sinistra da alto muro di contenimento di un grande terrazzamento soprastante, alla mia destra l’imponente muro di cinta, che mi conduce ad una grande casa colonica diruta, con i segni di un’incendio.

Anche questa edificazione è stata fatta in un luogo impervio, in modo da sfruttare al massimo l’utilizzo delle aree idonee per la coltivazione.

Le mura interne sono intonacate nella parte destinata ad abitazione, mente le pietre a vista sottostanti, erano i locali dove erano ricoverate gli animali da pascolo mucche o pecore.

Anche in questa località il lavoro dell’uomo ha modificato fortemente il territorio dove era un’acclive pendio, sono stati costruite imponenti mura in pietra di buona fattura, ancora perfettamente integre e alcune case, ora è tutto completamente abbandonato.

Al cospetto di questi mirabili manufatti sembra che il tempo si sia fermato a quando questa via, era l’unica comunicazione verso il mare e l’entroterra, il monte Beigua e oltre, era molto trafficata con il trasporto di legname e con i commerci.

Il selciato e i muri di contenimento della via del Legno, furono ripristinati, da prigionieri austriaci della prima guerra mondiale, arrivati a Casanova dai campi di prigionia.

Al ritorno mi fermo presso il bel ristorante La Vecchia Fattoria dove saluto il capostipite Andrea u Landun, un discendente della grande famiglia Dondo degli Infanti, una delle più antiche famiglie di Varazze, nato a Varazze il 02/10/1924, 97 anni ben portati sempre di buonumore e con una bella memoria.

Mi offre gentilmente un caffè, mi siedo a far due chiacchere con lui gli chiedo qualche notizia di Casanova e lui poi mi racconta qualcosa della sua vita il soprannome u Landun deriva dalla primitiva attività di famiglia i trasporti effettuati con una carrozza chiamata Landò.

E’ una delle famiglie da sempre a Vase, Dondo degli Infanti era parente di Guglielmo da Varagine, nel 1246, ambasciatore della Repubblica di Genova alla corte del re di Francia Luigi IV.

Dondo degli Infanti, Dundu du Suà, era un costruttore di navi e nel 1248 ottenne la commessa di costruire per Luigi IV, le navi per la crociata in Terra Santa.

Fu uno dei periodi piu esaltanti della cantieristica di Varagine con quattro grandi navi in costruzione sulle spiagge del Solaro e del Borgo.

Le cronache del tempo tramandano oltre all’imponenza delle imbarcazioni anche il lusso degli arredi interni denominati “paradisi”

Andrea lavorò anche nei cantieri navali, dove aveva collaudato alcuni MAS, prestò il servizio militare in marina, a fine guerra arrivo’ con la sua famiglia in località Sciandra, dove avevano delle coltivazioni, poi apri’ il ristorante La Vecchia Fattoria.

I raviò ciu buin se mangian da a Vecchia Fattoria!

Mi fa vedere alcune foto di processioni, lui era Priore della parrocchia di Casanova, poi ancora foto dei parenti in America.

Noto che non porta gli occhiali e lui mi dice che ha gli occhiali, ma li mette solo quando c’è poca luce!

Ci salutiamo e mi ringrazia, di essermi fermato a far due chiacchere con lui.

Ciau Dria!

Quella Barca du Fen

Furono inverni freddi, quelli degli anni 40.

L’inizio di quell’ultimo anno di guerra il 1945, stava mantenendo l’andazzo dei precedenti, con le abbondanti nevicate, arrivate in anticipo ad imbiancare Sassello e dintorni.

D’estate, c’era l’immensa, impenetrabile foresta della Deiva, che proteggeva, dava riparo e garantiva innumerevoli vie di fuga a molti giovani, quelli che avevano scelto di vivere, quelli che avevano declinato la chiamata alle armi, rifiutando l’arruolamento nella repubblica fantoccio di Salò.

Ma rifugiati e nascosti in quei boschi, c’erano anche giovani adolescenti, che già dall’età di sedici anni, potevano essere prelevati e arruolati con la forza dalle milizie fasciste e magari mandati in un campo di addestramento, per essere inquadrati in qualche milizia fascista, obbligati a far adunate e patetiche marce con il passo dell’oca.

Anche loro, scelsero di andare in montagna, magari seguendo un fratello maggiore, uno di quelli, che la guerra l’aveva già vista e vissuta e scampato al gelo della steppa russa o alle sabbie del Sahara.

E dopo l’otto settembre, quei contadini, destinati a essere carne da cannone avevano deciso di vivere, e di non imbracciare mai più un’arma, contro altri loro simili.

Il freddo di quell’inverno del 44, non poteva essere sopportato per molto, anche se si era al riparo in te un seccau o sutta na pria là in ta Deiva, non si poteva accendere dei fuochi per scaldarsi , era troppo pericoloso, il fumo li avrebbe traditi, le spie erano sempre all’erta, pronte ad una delazione anche solo per un paio di scarpe……

Con una spessa coltre di neve, era arduo, impossibile, per le vivandiere, addentrarsi nella foresta e raggiungere il punto convenuto, dove consegnare i viveri e poi tutte quelle orme, sulla neve fresca, bastava seguire quelle e il loro nascondiglio non sarebbe stato più sicuro.

E allora questi giovani, renitenti di leva e antifascisti, lasciavano i loro nascondigli e scendevano verso valle, alla ricerca di un rifugio, nei pressi di un’abitazione, dove qualcheduno poteva offrir loro un riparo per la notte, un piatto caldo e magari riuscire a scaldarsi intorno ad una stufa.

Spesso si avvicinavano alla loro casa, dove abitavano, genitori, fratelli e sorelle, ma era grande il rischio, che correva quella povera gente, i manifesti parlavano chiaro, chi nascondeva un disertore o un antifascista, era passibile di pena di morte e per rincarare la dose di terrore, le case di chi trasgrediva, quegli ordini sarebbero state date alle fiamme!

Nei solai delle case di campagna, dove c’erano i depositi di fieno, erano stati creati improvvisati nascondigli, ma guai a togliere quelle grandi scale di accesso quello, era un chiaro segnale che lì c’era qualcheduno nascosto.

Allora meglio cercare un’ altro nascondiglio, all’esterno, in te barche da fen, dove erano accatastate le balle di paglia, all’interno, era ricavato un vano capace di contenere due, tre o più persone.

Proprio in te na barca da fen ad Alberghè, erano nascosti in quattro, Pierino, Miglio, Pierin e Pippu, da dove con il favore del buio, potevano uscire, per rifugiarsi in casa, ricongiungersi brevemente con i famigliari, il tempo strettamente necessario per un veloce pasto caldo e un po’ di sollievo, accanto ad una stufa, il tutto avveniva nel silenzio e buio totale, con un paio di fratelli o sorelle di guardia ad una finestra o all’esterno della casa nei pressi di un’altura.

Il possidente del latifondo, il noto fascista generale Ulderigo Nassi, aveva intimato a mio nonno, u Chichin, di non dar rifugio a quei due figli, ricercati dai fascisti.

Pierino e Miglio erano i miei cari zii, i fratelli di Catte mia mamma, il generale Nassi, disse a Chichin di consegnarli a lui, che sarebbero stati in buone mani.

Ma in quel piccolo paese, si sapeva di chi presentatosi alle autorità fasciste, dopo un breve periodo di diserzione, era sparito nel nulla.

Mio nonno, non si fidò, delle parole di quell’uomo, autoritario, ma che sembrava disponibile ad aiutare i suoi figli.

Come poteva fidarsi di un uomo, che aveva provocato la morte per assideramento, di due suoi figli neonati, forse due bambine, perché credeva in una grande forte razza italica e sottopose quelle fragili creature, ad un abluzione nell’acqua gelida, in una sorta di selezione naturale

Ogni giorno aumentava di numero, l’elenco dei disertori e renitenti di leva, la volontà popolare, voleva la fine di quella inutile guerra e allora in un impeto di rabbia, furono organizzati, nei mesi di dicembre 44 e gennaio 45, dei grandi rastrellamenti, mirati soprattutto a terrorizzare quella povera gente, che senz’altro stava nascondendo disertori e aiutando i partigiani.

Nisio era un ragazzo, aveva 14 anni, un giorno alle porte di Sassello vide arrivare una colonna militare, pensò subito ai fratelli nascosti là in quel pagliaio, doveva correre veloce a casa per dare l’allarme e allora si arrampicò su per la scarpata dau Sullaiò, ma così facendo insospettì alcune camice nere, perchè quel ragazzo stava scappando?

Nisio fu bloccato e fatto salire su un camion, gli intimarono di dire dove erano nascosti i fratelli, ma lui non proferì parola, allora fu percosso brutalmente, l’automezzo fece un giro per le strade del paese perchè le botte che stavano rifilando a quel ragazzo, dovevano essere viste da tutti, per terrorizzare quei sudditi ingrati, protettori di vili e traditori della patria.

Nisio, condotto in comune, fu sottoposto ad un altro interrogatorio e nuovamente malmenato, ad ogni colpo il berretto gli cadeva dalla testa, lui lo raccoglieva, per poi perderlo di nuovo a seguito di un’altra percossa.

Arrivò suo padre, mio nonno, per chiedere pietà per quel suo figlio, chissà forse malmenarono anche lui, sospettato di tener nascosti quei suoi due figli.

Nisio, Tonia, Pierino, Ida, a nonna Maria, Miglio, Catte, Angela

Questo ed altro succedeva nelle nostre campagne.

Molto diverso e pericoloso era nascondersi in un centro urbano, serviva una rete di persone di cui fidarsi ciecamente, muoversi di notte era praticamente impossibile.

Anche le riunioni degli antifascisti dovevano essere ben organizzate e ci voleva sempre qualcheduno al di sopra di ogni sospetto, pronto con le armi a far da guardia anche a sacrificarsi per la libertà, uno di cui fidarsi ciecamente.

Ma per un paio di scarponi a Varazze….si poteva anche chiudere una porta e avvisare i tedeschi, che prelevarono alcuni antifascisti e li deportarono nei campi di lavoro, questo successe in un oscuro periodo della nostra città, fatto di terrore e di ignobili delazioni, con la deportazione di 45 cittadini rei di essere antifascisti o renitenti di leva, un’aspetto mai indagato, di quella guerra civile, che si scatenò, dopo l’otto settembre, i nomi di 16 di loro non più ritornati,si possono leggere nel monumento ai deportati.

I Sogni durano poco

Tratto dal Gazzettino di Varazze del 30 giugno 1967 Collezione Parodi

In questo articolo, a firma Proteus, sono descritti “gli spiccioli di gioia” di intere famiglie, che negli anni 60/70 affollavano la spiaggia libera, dau portu, fra il molo del primo porticciolo e i bagni Torino.

Trovavano parcheggio, per la loro utilitaria, nella spianata soprastante, dove c’era il chiosco, da succa pateca, scendevano il ripido sentiero, facevano la gimcana fra baracche, gussi, lansette, buei, vasi da barche, rei e trovavano uno spazio, per piantare ombrelloni e sdraio, con i viveri cammallati da chissà dove, dal basso Piemonte o dalla vicina Genova.

Ancora non era stato costruito, il raddoppio dell’A10 e la A26.

I bagnanti lombardi invadevano la nostra città nel mese di agosto.

Gente allegra, cun nie de figgi, tutti a fare il bagno, incuranti dell’acqua non proprio pulita e dei depositi di catrame sulla rena.

L’autore dell’articolo, guarda con simpatia, quella moltitudine di bagnanti che non lasciano una lira nella nostra città ( oggi sarebbe crocifisso in sala mensa !) li vede ritornar bambini, correre a piedi nudi, far schiamazzi e risate, poi li vede ripartire e pensa a quei loro sogni, durati lo spazio, di una giornata al mare.

Li perdona, quando lasciano qualche rifiuto, in mezzo a gussi e lansette.

Oggi succede la stessa cosa è solo cambiato il posto di conferimento rifiuti, gettati in grandi quantità in mezzo agli scogli dei moli e del porto.

A questo link quel progresso civico ambientale, che non si è mai realizzato.

https://www.facebook.com/search/posts?q=rumenta

I sogni durano poco

E sono tanti, a sognare, sono quelli che si lasciano trasportare dalla dolce brezza di pensieri fantastici e mai realizzabili, unico e impagabile lusso, della povera gente, di chi riesce a prendere gli spiccioli di gioia che la fantasia regala.

Molte di queste persone, si possono vedere ogni domenica d’estate qui a Varazze, laggiù nelle adiacenze del porto, dove la spiaggia, formatasi a ridosso del pennello, ospita tutto un mondo particolare, fatto di ombrelloni, sedie di ogni foggia, tavolini pieghevoli, che sono il desco di intere famiglie, che arrivano al mare, da chissà dove, assetate di aria pura e di cieli limpidi, alla ricerca di un qualche cosa che manca loro e che noi abbiamo in abbondanza.

Un coktail di colori e di sensazioni, che riportano all’infanzia, al desiderio di correre liberi e scalzi lungo la sponda del mare, di ridere, gridare e ritornar bambini…………quando arriva la sera, le grande spiaggia si spopola e ognuno riparte verso il proprio vero mondo.

Soltanto carta oleata e cocci di bottiglia, rimangono a testimoniare la festa, finita troppo in fretta, ma una volta tanto, non vogliamo lamentarci, per questi rifiuti e guardiamo con simpatia e cuore aperto, quei poveri bagnanti della domenica, che non lasciano soldi a nessuno e che ci fanno pensare, senza sentire il peso del portafoglio vicino al cuore.

I loro sogni durano troppo poco per non capire e non considerarli con simpatia.

tratto da “I Sogni durano poco ” di Proteus

Ma se la domenica, arrivavano i furesti, negli altri giorni della settimana, era la gente di Varazze, che popolava quella grande spiaggia libera, con la sabbia fine e l’acqua bassa, dove mio papà mi insegnò a nuotare.

Era la spiaggia dei zueni e de figge che cercavano un pò di intimità fra gli scafi delle imbarcazioni a secco sulla spiaggia, i vestiti appoggiati sulle barche era il segnale che il posto era già occupato.

Da ragazzini ci si dava l’appuntamento con gli amici, si scendeva quel ripido sentiero, poi risalito per un ghiacciolo o una fetta de pateca e poi, magari si accendeva un fuoco e si faceva tardi, a cuocere i muscoli, ranchè in te un metro d’equa, in ti scoggi du mo grande, missi in te na pignatta e mangè cun un pò de limun.

Da quel di tant’equa a l’ha piccò in ti scoggi.

Oggi quella grande spiaggia libera, non esiste più e la nostra città non è più la stessa.

Quel turismo, del mordi e fuggi, descritto nell’articolo di tanti anni fa, oggi è la maggior risorsa turistica della città.

foto Archivio Varagine

Na Bella Festa

Dapò semmu andeti a spiaggia, tanta gente era assettata e i figgiò si demoavano. Abbiamo mangiato na resta de pan, e mia mamma ci ha dato le ove da levarci la scorsa e un tocco di furmagetta.

Negli anni 60, la lingua comunemente parlata era il dialetto.
Chi in età scolare doveva cimentarsi con l’italiano, inevitabilmente, oltre agli errori di ortografia, infarciva i componimenti, con parole di chiara derivazione dialettale.
Era il Zenagliano, un vasto e divertente repertorio di parole ibride.
Il racconto che segue, descrive anche un periodo passato, vissuto dalla nostra comunità, tra devozione e vita reale.
Spero che la lettura, sia di vostro gradimento.

Componimento in bella scrittura.

“Santa Caterina è la festa della santa patrona di Varazze, scrivete come avete trascorso la giornata

Oggi è Santa Cateina, le scuole sono chiuse perché si fa festa e anche gli ommi non travaggiano.

E cosi con mia mamma papà e mia so Teresin, siamo parti da sciù da Teiru per andare alla santa messa a Santambrogiu che lungo la stradda c’era già tanta gente che camminava e passavano tante macchine le vespe e le api, mio papà giastemava e ci diceva alla mamma che era lua che si accattava una Giardinetta che se era usata, ma andava bene per andare anche alla Arpiscella dai nonni.

Mia mamma diceva che non c’erano palanche da sgreirare e poi ci aveva la vespa che era pin de ruse ma che partiva sempre.

Siamo arrivati che la ciassa era pina di gente mia mamma e mia so si sono messe il mandillo e son entre in giescia. Io sono restato in ta ciassa con mio papà che si fumava una nazionale.

A me sarebbe scampato di portare il cristu ma mio papà mi ha detto che sono come i pescou da canna e i cacciau da viscu, ma questa cosa mi nu l’ho capia.

Poi sonavano le campane che facevano volar via i cumbi e sono arrivati quelli del curteo tutti ben ingiarmati che sono sempre gli stessi a mi piasce quello che fa il diao ma anche santa Cateina e quelli che ganno la lancia.

All’inisio del curteo cera una signua meschinetta tantu brutta che tutti i bambin in brasso, si mettevano a cianse quando passava.

Poi la cascia da santa è arrivata e anche la banda suonava e tutti i cristi se mettivano a ballare e anche la cascia ballava e tutti cantavan la canzone del mare e della collina che io la so tutta-

Doppu la cascia c’erano quelli scalsi che facevano penitensa, c’erano in tanti, ciù donne che ommi, che mio papà ha ditu, chissà se ce quello che ci ha ciappato i cuniggi, a natale.

Poi la cascia la facevano entrare e sciortire dalla giescia e tutta la ciassa batteivano le mani. La festa era finia e anche i cristi li hanno tirati giù che ci volevano quattro ommi e anche mio papà ci ha dato una mano per caricarli sull’ape.

Semmo poi andeti alla fea mi mamma doveva cattare della stoffa per fa un vestio a Teresin che ci diceva che era signorina e alua si doveva trovare u galante.

Mi invece go truvou u me amigu Gianpaolo e se semmu accattati u recanissiu che l’abbiamo sussato assetati sul ponte.

Dappo’ è arrivato mio papà arraggiou che non mi trovava e mi ha dato un cascio che io non lo preso e allora mi ha dato un lerfone che mi e vegnuu da cianse.

Dapò semmu andeti a spiaggia, tanta gente era assettata e i figgiò si demoavano. Abbiamo mangiato na resta de pan, e mia mamma ci ha dato le ove da levarci la scorsa e un tocco di furmagetta.

Ho levato le scarpe e i scappin, mia mamma mi ha bragiato di stare attento au catramme ma l’ho ciapato e alua ci ho preso un lerfone dalla mamma e un cascio in tu cu da mio papà.

E u pe lo pulito con l’oio e u cutun.

Cun u me amigu Angelu, poi semmu andeti a S.Bertume’ a zugare au ballun che mi sono rigau le scarpe della festa, che quando sono arrivato a casa, ci ho preso le botte.

Però a le steta na bella festa.

foto Archivio Storico Varagine

Un Gesto d’Amore

Tratto da Gazzettino di Varazze del 16 marzo 1968 Collezione Parodi

Trascrivo per intero questo articolo tratto da una copia del Gazzettino gentilmente datomi in visione da Gianni Parodi, che ringrazio per questa opportunità di raccontare qualcosa di un periodo da noi vissuto, prima che anche quegli anni 60/70 diventino oblio.

L’articolo a firma Proteus, lo trascrivo così come è scritto sulla carta, senza riassumere e far dei tagli, è un piccolo dono che ci ha lasciato chi ha scritto questo breve racconto, pieno di quella umanità, che si riscontra sempre fra le persone semplici, quelle che, soprattutto oggi dove impera cinismo e falso buonismo, ottusamente neanche ci accorgiamo che esistono.

Il periodo storico è quello di fine anni 60 nel nostro ospedale S. Maria Bethlem dove le persone anziane che soggiornavano erano gratificate nel fare piccoli lavoretti.

Da bambino abitavo in via Calcagno a pochi passi dall’Ospedale, spesso eravamo a giocare nel grande piazzale e ricordo le persone anziane, sedute sulle panchine a chiaccherare, all’ombra dei tigli e al cospetto del panorama della città, alcuni di loro, erano intenti a scopar le foglie o a riassettare i giardini.

Un gesto d’amore

Vi sono cose al mondo che per la loro semplicità passano spesso inosservate, ma che se vengono alla luce lasciano un segno di profonda commozione in chi è ancora predisposto a ricevere messaggi di bontà. Proprio la semplicità di un gesto ha permesso di evocare un episodio deamicisiano e quasi si avverte l’impreparazione dell’uomo moderno a ricevere il soffio di serena umanità che scaturisce da quando segue. Una vecchietta di 94 anni è deceduta all’Ospedale di Varazze, dove era ricoverata da oltre 15 anni, trascorrendo le sue eterne giornate in piccoli lavori di cucito e rammendo e coadiuvando in cucina quando le forze glielo permettevano.

Questa piccola oscura donna ha risparmiato per tutta la vita le modestissime entrate che racimolava da piccoli lavori al servizio di altri e a chi le chiedeva dove nascondesse il gruzzolo ( che tutti intuivano di essere di poca entità) rispondeva con un sorrisetto ammiccante e scuotendo la testa canuta, si allontanava a piccoli passettini, portando con se il suo segreto.

Poco tempo fa Vallarino Caterina ( questo il suo nome anche se meglio conosciuta come Rinin) non sentì più il rumore del carrello che portava il caffelatte del mattino e la sua tazza rimase a raffreddarsi in un’angolo della camerata, era morta tranquillamente, discretamente e in un silenzio com’era vissuta, quasi avesse avuto timore di importunare le compagne di corsia o il personale.

La storia a questo punto cambia tono e colore, passando dal viola della modestia al rosso di un amore celato per tanto tempo e svelato dopo che la signore Caterina era passata a miglior vita.

Esisteva nelle sue povere cose una carta, un testamento, una volontà manifestata senza che essa fosse presente, fosse presente, in linea conn la modestia della sua esistenza.

Aveva lasciato tutti i suoi risparmi di una vita all’Ospedale di Varazze che l’aveva ospitata e rispettata, facendole sentire il calore di una casa di una famiglia, a lei che non ne aveva. La somma di tanti sacrifici, oscuri e che mai si conosceranno era di 170.000 £.

Pensiamo ad un’attimo e meditiamo. Aveva risparmiato lira su lira, 170.000 una cifra modesta se paragonata a eredità ben più pingui e frutto di vite di persone importanti e di successo, ma enorme senza limiti se rapportate alle fatiche con cui è stata messa assieme. Soprattutto di un valore inestimabile di bontà per il gesto della donazione fatta al “suo ” ospedale, in un mondo che ha tanto bisogno di riconoscersi in siffatti esempi.

Addio Vallarino Caterina, il tuo era davvero un grande tesoro.

Aumenta il mio rammarico, dopo questa storia, se penso al cinismo imperante di una comunità, e di chi amministra la cosa pubblica, che ha non ha saputo o voluto rispettare le volontà di chi, si era rimboccato le maniche, fatto sacrifici offerto donazioni e i loro risparmi, per far si che la nostra città avesse un Ospedale o che comunque restasse un bene pubblico.

U Mer Da Secca

Forse è una leggenda popolare, ma si sa a volte la realtà supera la fantasia e si stenta a credere che qualcosa di inverosimile, possa essere realmente accaduta.

I Merdasecca è un nomignolo, con cui è identificata una famiglia di Varazze, uno dei tanti soprannomi in uso, ancora oggi, anche se le origini e le motivazioni, si perdono nella notte dei tempi, ma comunque, tramandati di generazione in generazione fino ai giorni nostri.

Solo con l’anagrafica comunale, non da molto, tempo, una persona è riconosciuta anche con il suo nome e cognome, ma c’ era un tempo in cui le persone erano conosciute solo ed esclusivamente con dei nomignoli, il cui significato un po’ come per i toponimi, era frutto delle cose pratiche, legate ad un mestiere, ad una zona del territorio o a un fatto accaduto, ricordato e tramandato con un. nomignolo, poi storpiato, modificato con gli accenti e le inflessioni vocali della parlata dialettale.

Ogni famiglia aveva il suo nomignolo, a volte anche infamante. Ma nel caso del Merdasecca, l’origine del nomignolo, era stata probabilmente una banale presa in giro, una battuta magari fra amici per scherzo, con la pronuncia mal tradotta dal franseie au zeneise

La cosa faceva divertire, era dissacrante, una peculiarità del modo di fare della nostra gente.

Ecco la storia/leggenda del Merdasecca

Fu il componente di un ramo della grande famiglia Damele, trapiantata in Francia, che divenuto illustre cittadino d’oltralpe, per suoi meriti e capacità, fu eletto sindaco, ovvero Le Maire, della città de La Sec.

Il significato di La Sec (seconda) usato sempre insieme ad un nome di città, serve per indicare città ricostruite, a seguito di eventi storici o altro . (ho controllato in Francia esistono almeno un paio di cittadine di La Sec, una di queste è alle porte di Parigi.)

Non si hanno notizie di quale di queste città, fu governata dal nostro concittadino.

Ma se ghe pensu alua mi veddu u mo e a ciassa de San Naso’…fu così che in tarda età, l’oramai ex Maire de La Sec volle posa’ e ossa nella citta’ dei suoi avi….

La conclusione la si puo’ immaginare, forse per compiacersi, rivelò quello che era stato pur sempre un titolo di prestigio e un orgoglio della nostra città, che aveva dato i natali ad un sindaco d’oltralpe.

Disse di essere stato il Maire de la Sec!

Poi il resto lo fece la pronuncia, le Maire de la Sec in zeneise…divento’

U Mer da Secca!

Chissa’ se è vera l’origine di questo nomignolo, raccontato con questa storia/leggenda. Mi piace pensare che lo sia a testimonianza che ad ogni nomignolo o toponimo se inserito nel contesto storico della loro origine, ci sia la storia della nostra comunità.

Ma fare un’elenco di tutti i soprannomi e nominogli delle famiglie di Varazze è cosa improba

Santa Cateina

Quando la Santa senese sostò a Varazze, la città del Beato Jacopo, dal 3 al 5 ottobre del 1376, in tu Burgu, Burghettu e Suà, non vi erano quasi più abitanti, perché deceduti a seguito dell’epidemia di peste o fuggiti nelle alture della città…. alle porte delle case, cresceva l’erba.

S. Caterina rincuorò i superstiti, mentre stava per riprendere il viaggio verso Genova, benedicendoli disse loro, costruite una cappella alla SS. Trinità e “Che mai più il borgo di Varagine sia molestato dalla peste!”

Nel 1377 fu ultimata la costruzione della cappella, che aveva l’ingresso fronte mare.

Nel 1579 a seguito di un’altra epidemia di peste, che colpì Genova, per sfuggire alla malattia o cacciati dalla Dominante, arrivarono da questa città diversi contagiati dalla peste, ma nonostante la loro permanenza in città, nessun varazzino contrasse la malattia, mentre questi poveretti appestati morirono tutti.

La Grande Peste di Genova del 1657

Qualche anno dopo nel 1630, un’altra epidemia di peste arrivò all’Arpiscella, portata da una famiglia di Buccaddasse, che era stata scacciata da Varagine.

La Grande Peste di Genova

Dall’Alpicella fuggirono in molti, si ha notizia della famiglia Maggiolino che cercò di entrare a Varazze, ma essendo già contagiati e in cattive condizioni di salute, morirono tutti.

Anche in questo caso, pur avendo avuto dei contatti con i cittadini di Varazze , nessuno del borgo contrasse il morbo.

Nel 1657 una grave epidemia di peste colpì Castagnabunna e fece 125 morti, (con alcuni casi anche au Suà)l’infezione probabilmente, fu portata in quella contrada, da chi era stato a Genova per lavoro, nell’arsenale navale.

A S.Rocco, che era il santo protettore più evocato nel Medioevo, perché protettore dal flagello della peste, era stata eretta a Castagnabuona, una chiesa a fine XVI secolo.

Questi episodi, di una presunta immunità della nostra città, dal flagello della peste, così come, ci sono stati narrati, forse nascondono un’altra verità, perché anche se erano oscure le cause, dell’origine di queste epidemie, gli uomini del tempo, avevano comunque capito, che era meglio non aver alcun contatto, con chi proveniva da altri borghi o città impestate, il centro urbano era cinto da mura ed gli accessi erano presidiati.

E …..siamo sicuri che quei poveretti, siano tutti morti di peste, oppure anche eliminati, per evitare il diffondersi di altre epidemie?

Peste a Genova

Ma la storia, la scrive sempre chi sopravvive a una guerra o da chi è scampato alla morte e anche in questa ultima epidemia, nessun varazzino fu contagiato, come era stato predetto da S. Caterina, qualche secolo prima, questo “miracolo” fu attribuito alla protezione della Santa “e fu ordinato solennemente, il 29 aprile data della sua processione”

Oggi la scienza conosce bene i meccanismi dei contagi, i sopravvissuti da un’epidemia, acquisivano un immunità, dovuta agli anticorpi, sviluppati dal contatto con la malattia. Questa protezione, durava circa una ventina d’anni, in questo lasso di tempo, la peste si presentava ancora ogni 2/3 anni, ma in forma sporadica e meno infettiva. Si può affermare, che per oltre quattro secoli, ogni persona che avesse raggiunto l’età adulta, era venuta in contatto, almeno una volta nella propria vita con il morbo della peste.

La terribile Spagnola che a inizio ‘900, fece milioni di morti, colpiva preferibilmente i soggetti giovani, e in misura minore e a volte non letale, le persone anziane.

Secondo alcuni studi effettuati, queste persone avevano acquisito una sorta di immunità, perché erano già venute in contatto, con un virus molto simile ma meno letale di quello dell’influenza spagnola.

Acquasola la peste sotto ai piedi

Sorge spontaneo domandarsi, dove sono sepolti i corpi delle vittime delle epidemie che hanno ridotto di un terzo la popolazione del comprensorio varazzino.

Per evitare la propagazione del morbo in Italia e in Europa si cospargevano le case degli appestati e i loro vestiti di profumi, si bruciava per le strade lo zolfo o la polvere da sparo, tutti rimedi inefficaci contro le pulci portatrici del morbo.

Ma dove c’era solo miseria, come nel nostro territorio ci si limitava a bruciare gli oggetti dei defunti e i loro corpi erano gettati al più presto in fosse comuni, senza tributare loro alcuna cerimonia funebre.

A Varazze si ha notizia di uno scavo di due fosse comuni, fuori dall’abitato di Alpicella una dove era il campo da calcio e l’altra a Rocca du Carmu.

Tra il 1625 e il 1632, si utilizzò un sito, dove furono radunati i contagiati, già utilizzato come lebbrosario in epoca romana , era l’antica chiesa di S.Michele/S.Donato, che ben si prestava a questo scopo, essendo in posizione isolata dall’abitato e servita da due carrareccie.

Acquasola la peste sotto ai piedi

Questo confinamento seppur crudele fu un rimedio alla propagazione dell’epidemia.

Sono testimoni di queste ecatombi i rilevanti resti di ossa umana rinvenuti durante gli scavi archeologici effettuati sul colle di S.Donato.

La devozione alla Santa divenne solenne nel dicembre del 1652,  quando i nostri avi decisero di costruire una nuova cappella in sostituzione di quella piccola e diroccata.

La nuova cappella venne costruita nel sito dove è attualmente, orientata verso l’abitato, con l’accesso a ponente; venne benedetta nell’ottobre del 1658 e subito i varazzini fecero a gara per abbellire il loro santuario; nel 1743 la chiesetta si arricchì di una preziosa reliquia del corpo della Santa senese, che però venne rubata, da ignoti, dal santuario di Santa Caterina, l’8 giugno 1993.

Nel 1760 la cappella, ancora campestre, venne dotata di un piccolo campanile con annessa una campana che la rese più completa. Con decreto pontificio del 18 giugno del 1867, papa Pio IX concedeva l’indulgenza plenaria “a tutti i fedeli che, confessati e comunicati, visiteranno la Chiesa parrocchiale di Sant’Ambrogio nella festa di Santa Caterina, ovvero in uno dei sette giorni immediatamente susseguenti ad essa”.

Il morbo della peste https://www.facebook.com/giovanni.martini.9484/posts/3499920150084715

Le foto: stampe e dipinti che raffigurano le varie epidemie di peste a Genova e alcune foto tratte da Archivio Fotografico Varagine

I cenni storici: sono tratti, da pubblicazioni dell’Associazione Culturale S.Donato e dal Web.