A Ca da Posta de Verne

L’ultima ca de Vase, prima del confine con il comune di Stella, si trova nella bella località di Verne.

Chi era arrivato fin qua, seguendo l’antica strada romana l’Emilia Scauri, aveva dovuto oltrepassare il Teiro, il Malacqua su un traballante ponte in legno e poi affrontare una ripida salita fino al passo di Bocca Vecchia nei pressi dell’odierno cimitero del Pero e proseguire all’interno del bosco.

Oggi non è possibile seguire in toto questo tracciato e nel tratto finale, compreso ancora nel nostro comune, ci si arriva dau giu du Briollu, con una ripida stradina da tagliaboschi, incrociando il percorso della via romana , che arrivava dau Cian da Giescia e dau Vallunettu e che poi proseguiva per S.Martino.

Della tipica strada lastronata, non esistono che pochi resti e poi se ne perdono le tracce, a causa di altre viabilità

Molte le piante abbattute, colonizzate dalla lelua, edera, lungo il tracciato della strada, anche un rifugio antiaereo.

L’ultima casa de Vase è una grande casa colonica, un edificio a due piani, con pianoterra a uso ricovero animali.

Belli i muri in pietre di scisto e fango.

A lelua

E’ probabile che in origine questo edificio a due piani, fosse adibito a locanda, dove si poteva sostare per passare la notte, con funzioni di posta e dove c’era un cambio di cavalli per corrieri.

Diversi sono i fattori, che fanno presupporre, l’iniziale destinazione d’uso a stazione di posta, di questo edificio, che si trova al culmine di una muntà con un crocevia e che dista circa 15 km da un altra costruzione similare, posizionata nei pressi del Castrum del Parasio.

Al seguente link “Na Ca da Posta dau Puntin” https://quellisciudateiru.wordpress.com/2022/03/22/ai-tempi-de-ruma-u-ghea-na-ca-da-posta-dau-puntin/?fbclid=IwAR0ZKbnm-ApJJG7BHNbtLAVYQ8ph0ZA3raNR_vOXmdoBS1qjus-H82pP_dM

Al cospetto della casa, il bivio, interseca la strada romana con la mulattiera che arrivava dal Malacqua, parallelo al tracciato di quest’ultima strada, c’è un curioso fossato con un muro di delimitazione, forse scavato per separare in modo materiale i confini fra i comuni de Vase da quelli da Steia.

Al bivio, in posizione sopraelevata, c’è un bel nicciu, con all’interno una Madonnina della guardia di Genova.

Qui si sostava, al termine della salita, per una preghiera e un po’ di riposo, magari per passare la notte sopra l’erba di un prato, per chi non poteva permettersi di pagare un pernottamento nella locanda.

Ma la sottostante località con il suo inquietante toponimo Luvi non faceva dormire sonni tranquilli!

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

U Forte du Muntadò

U bricco du Muntado’, visto da S.Donato, sembra il cono spento di un vulcano e molto probabilmente lo era, forse da suoi lapilli si è formata a Costa di Casanova. Con i suoi 333 metri è uno delle vette più alte prossime al mare di Varazze, superato solo dau munte Sucau e u munte Grossu.

Ero già stato altre volte sulla vetta del Muntado’ ma attratto dal suo spettacolare panorama a 360 gradi, avevo dato scarsa importanza a tutte quelle pietre smosse. Ogni bricco del territorio di Varazze, conserva, magari nascoste nei suoi boschi de ersciu, in impenetrabili ruvei o in mesu a e brughe, testimonianze storiche e di frequentazione umana, e cosi è anche per questo rilievo, che dall’alto domina tutta la valle Teiro e il circondario alle spalle del centro abitato di Varazze.

Qualche giorno fa, ho avuto la conferma, tutti quei pendii pietrosi, altro non sono che la risulta di grandi scavi per opere militari, risalenti alla seconda guerra mondiale. L’inizio di queste opere si manifesta poco prima di arrivare in cima al Muntado’, con a destra ben conservata, una piazzola per arma da fuoco, qui inizia anche lo scavo, abbastanza integro di una trincea.

A sinistra quasi completamente interrato, inizia un altro percorso trincerato.

L’intera cima di questa collina è circondata da un fossato/trincea, scavato e innalzato da un muretto in pietra, ma lo scavo più strabiliante è quello che proprio sulla sommità del Muntado’, simula il cratere di questo ex vulcano, questa cavità, a cielo aperto profonda, in origine, dai tre ai quattro, metri, era capace di contenere almeno una cinquantina di soldati, sarà stata nascosta alla vista dei ricognitori aerei, con una copertura in legno, carta catramata e teli mimetici.

Nelle vicinanze ci sono altri due avvallamenti artificiali, che fungevano da riparo, per chi doveva stare nei camminamenti delle trincee.

Un altro muggiu de prie, presente in grande quantità, forse una costruzione di epoca molto più antica, si trova nei pressi di un grande blocco roccioso, che si erge su questo bricco.

Sulla vetta del Muntado’ al cospetto di uno stupendo panorama, alla vista del mare aperto, con i monti che si ergono sulla Valle Teiro, l’abitato di Casanova e delle Faje, il Beigua e la valle dell’Arzocco, l’essere umano, cieco di fronte a tanta bellezza, ha portato la follia della guerra.

Su questo bricco, sono state scavate tonnellate di roccia, per costruire una fortezza, che doveva essere inespugnabile capace di resistere fino all’ultimo uomo……

Queste saranno state le intenzioni di qualche fanatico nazifascista, quando furono stabilite le varie linee difensive, da attuare in caso del ventilato sbarco alleato, in una delle spiagge della provincia di Savona.

Chi saranno state le persone che hanno creato con la fatica, il sudore di un lavoro disumano, queste grandi opere, dei prigionieri o giovani arruolati a forza nella repubblica di Salò? Forse minatori pagati regolarmente o persone del posto.

Erano tre le principali postazioni militari, sulle alture di Varazze, ma quella di Muntado’ è l’unica ad essere scavata in modo così massiccio, che cosa doveva nascondere? Se armata con armi pesanti, questo luogo poteva diventare una fortificazione, in grado di battere con una bocca da fuoco, un’ampia fetta di territorio, ma non ci sono tracce di basi in cemento, per pezzi di artiglieria.

Durante il conflitto, su questo monte, era stato posizionato un potente faro antiaereo, un’altro faro era su un’altura a S.Martino, questo baluardo non fu pero’ mai terminato del tutto, perché nel frattempo la storia correva e arrivò il 25 aprile.

Oggi queste opere militari, per rispetto del lavoro e della fatica, fatta da qualche nostro concittadino, e come testimonianza della follia del regime fascita, avrebbero bisogno di visibilità, sarebbero graditi dei cartelli informativi e come è stato fatto ottimamente alla Crocetta di Cantalupo, con il ripristino del posto di osservazione e del tracciato trincerato, da parte della sez Alpini di Varazze, anche sul Muntado’, si potrebbe creare un percorso storico magari attingendo altre notizie relative a questa fortificazione, un peccato lasciare che la vegetazione nasconda un pezzo della nostra storia.

Questa fortificazione è facilmente visitabile.

Si lascia l’auto presso la chiesa del Beato Jacopo e si prende il sentiero a sinistra quello che sale verso la cima del Muntado’, il percorso non presenta alcuna difficoltà, fare solo attenzione se ci si cala nelle cavità e anfratti della fortificazione.

La Liberazione di Varazze


La liberazione di Varazze dovrebbe essere festeggiata, come a Savona, la sera del 24 aprile.

Varazze fu liberata dai nazifascisti grazie all’azione di Partigiani e antifascisti il giorno 24 aprile 1945

Anni 20 del secolo scorso

Nel primo dopoguerra a Varazze una cospicua parte dell’elettorato a fronte delle prepotenze fasciste e a seguito della tradizione cattolica della città, si schierò con i popolari di Don Sturzo.

C’era una discreta presenza di socialisti che ogni anno accoglievano il soggiorno di Giacomo Matteotti.
A Varazze nacque sua figlia Isabella.
Nel 1922 Matteotti grazie alla prontezza di alcuni nostri concittadini, fu salvato da un linciaggio fascista nella nostra città

Nel 1923 fu sciolto il Consiglio Comunale democraticamente eletto nel 1921
Le nuove elezioni del 1925 decretarono nuovamente la vittoria dei popolari.
I fascisti qualche mese dopo occuparono il palazzo comunale e insediarono il podestà a Varazze

La prima vittima della barbaria fascista fu ETTORE BETTI ucciso a bastonate e seppellito frettolosamente senza alcuna indagine.
Ma negli anni a seguire altre furono le morti sospette in un crescente clima di terrore.

Nel 1925 ci fu la devastazione fascista della sede del Circolo Virtù e Lavoro.

Altre violenze nel 1928 durante le elezioni.

Dopo l’8 settembre ci fu l’occupazione tedesca. ANTONIO BAGLIETTO ucciso dai tedeschi fu la prima vittima nella nostra regione, dopo l’armistizio.

Nello Bovani, Luigi Isola, Agostino Bernardis, Armando Cerruti, Mario Sala e Livio Canale, iniziarono a far propaganda antifascista tramite volantinaggio, invitando alla renitenza di leva, chi era stato richiamato alle armi dalla rsi.

Iniziò in questo periodo, l’esecrabile fenomeno, delle delazioni che portò all’arresto nella nostra città e alla deportazione in Germania di almeno 45 persone.
Di questi, 17 furono trucidati nei campi di lavoro/sterminio.
Solo una salma fu restituita ai loro cari.

ACCINELLI ANTONIO 1923 1945 DACHAU
ACCINELLI BARTOLOMEO 1924 1945 DACHAU
BERNARDIS AGOSTINO 1925 1944 HERSBRUCK
CANALE LIVIO 1893 1945 MATHAUSEN
CERRUTI ARMANDO 1923 1945 HERSBRUK
CERRUTI PIETRO GIO BATTA 1921 1945 GERMANIA
DELFINO ANTONIO 1908 1944 OBERSUE
ISETTA GIOVANNI 1918 1944 DORTMUND
KOFFLER LODOVICO 1891 1944 UBERLINGEN
LEGHISSA LUCIO 1922 1945 MUCHEIM
PIOMBO MARIO 1920 1945 DACHAU
PIOMBO ANGELO 1924 1945 DACHAU
PIGOZZI LUIGI 1921 1945 BESSARABIA
SALVIATI GIO BATTA 1912 1943 NUEBHSCDORF

Nella lapide del Monumento ai Deportati nel cimitero di Varazze, sono presenti altri nomi, non riportati nella targa in piazza Nello Bovani.

CALEFFI DARIO 1915 1944 GERMANIA
CRAVIOTTO GEROLAMO 1912 1944 STADTKRANKENHAUS
ISETTA MICHELE 1913 1944 INCOLSBEIM



Furono fucilati i Partigiani, nostri concittadini:
EMILIO VALLINO 1921 1944 fucilato a Zeri MC
NELLO BOVANI 1913 1944 fucilato a Savona

Altri Partigiani fucilati a Varazze
EMILIO VECCHIA 1924 1944
GIANNI IANNELLI 1920 1944


Liberazione di Genova

La guerra per i nazifascisti era perduta, Genova era insorta e aveva costretto alla resa il generale Meinhold, la divisione Buffalo dell’esercito americano era in prossimità della città di La Spezia, le restanti truppe tedesche dislocate nei comuni costieri, avevano avuto l’ordine di preparare la ritirata in direzione della valle padana.

La liberazione della nostra città, dovrebbe essere festeggiata, come a Savona, la sera del 24 aprile.

Nel pomeriggio, da Genova era giunta la notizia della liberazione di quella città.

Carlo Russo che aveva partecipato all’insurrezione nel capoluogo, rientrando a Savona prima in auto poi in bicicletta a Varazze incontrò, Berto Ghigliotto e Giuseppe Massone medici e figure di primo piano della Resistenza membri del CLN.

Il piano di liberazione della zona II era già scattato

Nella notte del 23 aprile c’era stato il disarmo delle quattro batterie antiaeree posizionate a Castagnabuona, Cantalupo, Casanova e Monte Grosso

I tedeschi delle batterie antiaeree grazie agli accordi tra il loro comando e il CNL rappresentato dai dott.ri Ghigliotto e Massone con la mediazione dei don Callandrone e Badino, si arresero senza combattere.

Questo permise nel pomeriggio del 24 la discesa in sicurezza, verso il centro della città del distaccamento SAP Nello Bovani della Brigata GL Nicola Panevino.

I tedeschi, avevano radunato la loro guarnigione di stanza a Varazze, ed erano partiti con un’autocolonna.
Secondo una strategia di fuga già prestabilita, la colonna doveva procedere in direzione del Giovo Ligure, facendo esplodere delle cariche di esplosivo lungo il tragitto, in modo da precludere ogni tentativo di inseguimento.
E rallentare l’avanzata degli alleati.

Ma dau Puntin, la salita che porta al Parasio le mine installate all’interno di alcune gallerie scavate nella roccia, furono disinnescate, da due nostri concittadini u Campettu e u Bielin.

In località Lagoscuro le cariche che anche qui erano piazzate alla base della parete rocciosa, furono rese inoffensive da Don Iridio Benedetto.

Due lapidi in corrispondenza di questi luoghi, ricordano questi coraggiosi episodi.


Una delle quattro gallerie di mina dau Puntin, località Parasio

La targa dau Laguscuu dedicata a don Iridio

Le truppe dell’ex terzo Reich, in un disperato tentativo di coprirsi le spalle durante la loro fuga, fecero esplodere le cariche di dinamite in località S. Anna.

I partigiani si accorsero dell’imminente esplosione e fecero in tempo ad avvisare gli abitanti delle Tascee, la borgata di case in sponda destra del Teiro, che riuscirono a salvarsi nella boscaglia soprastante.
Appena in tempo prima che l’esplosione danneggiasse seriamente le loro abitazioni.

A Ca Russa de Tascee

In questa località sul greto del fiume Teiro nei pressi da Ca Russa de Tascee il 24 novembre del 1944 era stato fucilato Emilio Vecchia.

Una formazione partigiana appostata al Pero impegnò in uno scontro a fuoco i tedeschi in fuga che riuscirono a proseguire lungo la direttrice del Giovo per essere poi definitivamente bloccati e fatti prigionieri dai partigiani nella località Badani di Sassello

In un scontro a fuoco al Giovo fu ucciso

GINO PELLEGRINI 1924 1945

A questo partigiano Varazze ha dedicato una via.



Nel pomeriggio del 24 fu organizzato un posto di blocco sull’Aurelia da parte di ex S.Marco, confluiti nella Resistenza.

Furono costretti alla resa dei tedeschi asserragliati in un rifugio antiaereo.

Un forte contingente di tedeschi che era accampato ai Piani d’Invrea, si arrese ai partigiani, grazie alla mediazione di don Lino Badino

A Varazze a una colonna di autocarri tedeschi, fu intimata la resa, mentre transitava sulla via Aurelia, nei pressi del Grand Hotel.

Ci fu una violenta reazione da parte dei tedeschi che saltarono giù dai camion iniziando a sparare.
Questo provocò la risposta in armi dei partigiani, gli autocarri erano in direzione di tiro di alcuni ex san marco, passati nelle file della Resistenza, che appostati all’interno del Grand Hotel, iniziarono a sparare anche loro contro la colonna di autocarri.

Ai tedeschi non restò altro da fare, che risalire sui camion e darsi alla fuga, lasciando un morto sulla strada.

In questa azione restò ferito perdendo l’uso di un braccio, Sergio Giordano a cui verrà concessa la Croce al Merito di Guerra.

La parola Liberazione era sulla bocca di tutti!

Accorsero molti civili.

Ci voleva qualcosa di forte per far cadere le ultime resistenze dei soldati tedeschi asserragliati in un edificio, evitando però spargimenti di sangue a guerra praticamente finita

Fu ideato uno stratagemma, utilizzando una mitragliatrice Breda, che era stata nascosta nelle macerie dei bombardamenti del 19 agosto del 1944. Quest’arma pesante, aveva la cattiva fama di essere poco affidabile, ma quel giorno funzionò bene.
I partigiani con alcune raffiche e il lancio di un paio di bombe a mano, simularono uno scontro a fuoco.

A questo punto gli assediati, si convinsero di avere poche possibilità di fuga e manifestarono l’intenzione di arrendersi, vollero però essere messi sotto la protezione diretta del CLN il Comitato di Liberazione Nazionale.

La sera del 24 aprile 1945 Radio Londra avvertì che era stata liberata Varazze

Il giorno dopo, il 25 aprile alle luci del giorno si materializzo’ la fine della guerra con la Liberazione di Varazze.
Fascisti e tedeschi erano fuggiti, e finito quel regime di morte e terrore.

Baciccia du Buscassu nei pressi del omonima, località di Castagnabuona, insieme ai due piloti canadesi, che aveva nascosto per un’anno intero, nella sua casa, raggiungeva dai Brasci, Celle Ligure, per festeggiare la Liberazione.

A via Gianca

Qualcheduno sulla targa della via Romana, mise un cartello con su scritto via Iannelli il nome del partigiano Nincek, ucciso lungo quella via, dau pin grossu dove fu ucciso fu deposto un mazzo di fiori

In Teiro davanti a Ca Russa de Tascee in ta verna dove fu legato Emilio Vecchia mani pietose misero un fiore e affissero un cartello con il suo nome.

I giorni a seguire per molti soldati e civili fu il tanto atteso ritorno a casa.

Dalla via Bianca arrivarono in città, giovani, soldati, renitenti di leva, antifascisti, ebrei che avevano trovato rifugio nel nostro entroterra, per sfuggire all’arresto, da sicura morte, fucilati sul posto o destinati ad un’orribile fine a seguito dell’internamento in un campo di sterminio.

Qualche tempo dopo arrivarono anche civili e militari reduci dai campi di prigionia

Alcuni arrivarono il giorno della festa di Santa Caterina, dimagriti, malconci e con vestiti logori, a stento furono riconosciuti dalle loro mamme e mogli.

Questi nostri concittadini con le stellette, tra mille traversie e migliaia di chilometri a piedi erano comunque riusciti a salvarsi.

Ma 42 militari furono considerati dispersi, in Russia, Africa o nel Mediterraneo, in totale furono 73 i militari nativi della nostra città, che non tornarono più a casa, morti a causa della follia fascista, nella Seconda Guerra Mondiale.
Varazze non ha una lapide, per queste vittime della vanagloria di un regime di distruzione e morte.

La guerra d’aggressione e la mancata fine delle ostilità dopo l’8 settembre, voluta dal regime fascista, furono causa delle 70 vittime civili a seguito dei bombardamenti aerei sulla nostra città

Località u Buscassu

Suonarono tutte le campane e tornò la luce nelle strade quel 25 aprile in piazza Umberto I, che diventerà piazza Nello Bovani, sistemarono delle lampadine appese ai dei fili, qualcuno iniziò a suonare una fisarmonica e tutti ballarono, anche i vecchi e i bambini.

Il 25 aprile, la targa in marmo della Strada Romana, fu coperta da un cartello, con su scritto, Via Gianni Iannelli, era il comandante Nincek, catturato e trucidato a seguito di una delazione. https://quellisciudateiru.wordpress.com/2021/11/27/nincek/?fbclid=IwAR0GkxpwpB0zgeh-M6IHQsoduD_2tzJUnTJ2UNRbw3CGAYFxZsqoZ_RMC88

Gianni Iannelli, fu ucciso il 28 novembre del 1944, dai fascisti, lungo la via romana, dau Pin Grande.

Nel nostro Cimitero, c’è la lapide del partigiano, Emilio Vallino, ucciso a Zeri il 3 agosto del 1944

Davanti alla lapide, che commemora Emilio Vallino, c’è il monumento ai Deportati nei campi di sterminio, dei molti nostri concittadini tradotti in prigionia in Germania, sedici di loro, non tornarono più alle loro case, alle loro famiglie.

Questi nostri concittadini, furono vittime del regime fascista, che tramite il vergognoso fenomeno, delle delazioni, eliminava così i suoi oppositori o solo chi osava essere dissenziente.

Silente testimone, di queste violenze, è rimasta quella stazioncina ferroviaria delle Colonie Bergamasche, CHE DOVEVA ESSERE IL LUOGO DELLA MEMORIA DELLA NOSTRA COMUNITA’! dove giovani antifascisti, renitenti di leva, colpevoli solo di essere contrari a una inutile sanguinosa guerra, civile, erano caricati a forza, su vagoni bestiame, per un viaggio senza ritorno.

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

A proposito di …K

Tratto da Gazzettino di Varazze del 13 maggio 1967 Collezione Parodi

I “matusa” chiamano i giovani “gioventù bruciata” o, per dar meglio l’idea della mancanza di spina dorsale “gioventù bollita”………Perchè gli adulti, invece di lamentarsi sempre di noi, non ci danno una mano e non ci liberano da queste catene che si chiamano “Spectrus” “Diabolik” “Satanik” “Kriminal” per non parlare di “ABC” “Menn” e compagnia bella……….Siamo noi giovani che ve lo chiediamo aiutateci a protestare contro chi ci vuole infelici, liberateci dal sudiciume, che ci imbratta e ci avvince non restate insensibili al nostro grido salvateci! Siamo i vostri figli.

L’articolo è firmato da Ragazze di Varazze, la redazione del giornale accoglie l’appello, con il proposito di far qualcosa a favore della gioventù.

Fa sorridere oggi leggere questo articolo, che era velatamente rivolto, non alla fumettistica, ma alle prime riviste di nudo, vendute in edicola, poi sappiamo com’è andata a finire, dal nudo si è passati alla pornografia.

Io nel 1967 ero un pò troppo giovane, per avere questi dilemmi. I miei giornalini dopo il Corrierino dei Piccoli erano Capitan Miki Black Macigno e poi il Monello, l’Intrepido e Super Eroica, non mi ricordo di aver mai comprato Diabolik, Satanik ecc. ma neanche Topolino.

Il sesso era tabù, l’atto sessuale, era una cosa indicibile e non se ne parlava in nessuna famiglia, io come tutti i ragazzini anni 70, siamo stati emancipati, come un passaparola generazionale, dai ragazzi più adulti.

Il primo giornale di nudi femminili per noi ragazzini, non fu una copia di ABC, ma una rivista tedesca di chissà quale provenienza, con procaci bellezze teutoniche.

La portò a suo rischio e pericolo, in seconda media alle Valli, un mio compagno di classe,

Le cose proibite, si sa, sono quelle più ambite, e quello che doveva essere un segreto per pochi, divenne, con un passaparola bisbigliato tra i banchi, di dominio pubblico, fra compagni di classe.

Quel giorno, all’uscita di scuola, un gruppetto di ragazzini, radunati in cerchio, in un silenzio innaturale , sbirciò da quelle pagine, le foto in bianco e nero, mai viste prima, di forme nude femminili.

U Scanizzun

Un primato del monte Beigua è quello di avere il lago naturale, più grande della provincia di Savona.

Nel versante marittimo del nostro monte, a 803 m.s.l.m, in un pianoro soprastante il greto del Sansobbia, si trova il lago Scanizzon, un ristagno d’acqua, che nel periodo del disgelo può raggiungere anche la superfice di 1500mq con una profondità max di circa 1,5 m.

Nei restanti mesi dell’anno, u Scanizzun diventa poco più che uno stagno, con una bella e rigogliosa zona acquitrinosa.

Grazie a Francesco, che mi ha guidato, seguendo il segnavia di tre sentieri, alla vista di questo lago, da me sempre visto solo sulle mappe.

Molto accidentato il percorso per arrivare au Scanizzun, specie percorrendo, a Strada di Tubi, completamente disastrata, con lunghi tratti di tubazione esposta e non più utilizzata, profonde buche a causa, del dilavamento piovano.

Il lago non ha affluenti o emissari, è alimentato da sorgenti sotterranee, durante le piogge, riceve le acque alluvionali, che scendono da e Rocche Becchè

Ancora una volta anche in questo sito, sono evidenti le trasformazioni operate a seguito delle attività umane.

In questa zona, è stata effettuata, chissà quando, un gigantesca bonifica da pietre, liberando un ampio tratto di sponda, per favorire l’abbeveraggio degli animali da pascolo, un grande accumulo di massi, la risulta della bonifica, si trova nella parte a valle del lago.

Gli animali del bosco, di ritorno dalle loro abluzioni, massaggiano la loro pelliccia, fregandola contro i tronchi degli alberi.

Na Verna matusalemme, ontano, si erge ai limitare del lago

Un sentiero, ci conduce nella località Bergagna, dove c’e un’altra meraviglia del nostro entroterra!

Na Ca de Paggia, perfettamente conservata, ad eccezione della copertura, di buona fattura con ogni pietra mannesò da mandommu, ben zeppata e fissata con il fango.

Questa cascina, costruita con la tipologia celtica a gradoni e ciappe, avrà qualche secolo di storia da raccontare, l’assenza di finestre e in una zona non colonizzata dal castagno, fa pensare ad una cascina adibita a deposito di legna o di chissà che cosa.

Sempre ai lati del sentiero, un riparo sotto roccia, da utilizzare in caso di temporale.

Si ritorna all’auto lasciata dalle casermette, questa volta per la pausa pranzo!

Un pò di etimologia, la località Bergagna, può avere attinenza con la forma dialettale Piemontese, Bergè che significa mandriano, pastore, e Scanizzun derivare da Scarnè scarnire ma anche scarificare, arare. Nell’idioma Ligure, invece, Bergagna, per assonanza può essere Barga, capanna, riparo o gruppo di case (abitate solo in certe stagioni) Canizzu è il graticcio, il soffitto di canne.

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U Gino au Beigua

La prima auto utilitaria, che arrivò sulla cima del Monte Beigua, fu una fiat 508B, la Balilla, l’auto era di proprietà di Felicino Massa al suo fianco c’era mio papà, u Gino.

La vera conquista della vetta con mezzi meccanici fu però realizzata dalla Rai, che qualche anno prima, a partire dalla località Casermette, aveva costruito una strada fino alla vetta e altre strade per un elettrodotto.

Vennero installati nel 1952 nei pressi del Santuario Regina Pacis, due tralicci per le antenne di un ponte radio. Il primo mezzo meccanico, ad arrivare sulla vetta, proveniente da Urbe e Piampaludo, con un avventuroso percorso per bosco e seguendo le “stra da lese”, fu un Dodge, camion militare statunitense, reduce di guerra, proveniente da un campo raccolta Arar, con motore a benzina dai consumi “imbarazzanti” il mezzo era di proprietà di “Peo da Cooperativa” ovvero Pietro Ghigliazza, poi divenuto proprietario del Piccolo Ranch.

La strada sterrata era percorribile senza grossi problemi solo con trattori o con la Jeep.

Si era agli albori delle telecomunicazioni e dell’avvento delle trasmissioni televisive, iniziate nel 1954.

Nei pressi dei tralicci, sul Monte Beigua, fu edificato un presidio della RAI poi ampliato e protetto da una recinzione, dove operavano, in orario diurno, due tecnici. L’emittente di stato, aveva il problema del servizio di trasporto del suo personale, da effettuare con ogni condizione di tempo, due volte al giorno, per portare e andare a riprendere i due tecnici.

Il servizio fu affidato dopo qualche anno ai privati, in possesso di adeguati mezzi fuoristrada, tra quelli che si avvicendarono in questo servizio ci fu Firpo con la sua mitica Campagnola e poi Caviglia e figli.

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Quando si sparse la voce che la strada verso la cima del Monte Beigua era terminata, i zueni degli anni 50 si cimentarono per riuscire ad arrivare sulla vetta e immortalare la loro impresa, mettendosi in posa davanti al santuario.

Un po’ come succede oggi, quando nevica, specie nelle ore notturne, la stessa strada pullula di zueni che risalgono le pendici del nostro monte lato mare e da Piampaludo per cimentarsi con i loro mezzi fra il slittar di pneumatici derapate e testacoda, recentemente va di moda anche il toiwingsurf poi, se la strada verso Pratorotondo e oltre lo permette, il ritrovo è nel piazzale di Alberola, dove ci si può sbizzarrire con qualsiasi evoluzione.

Negli anni 70/80 le noiose serate al bar erano allietate, in caso di neve, dalle scorribande serali, verso la nostra montagna a bordo di roboanti Fiat 500 si avanzava fino a che si riusciva a far presa con le ruote, magari scendendo e spingendo la piccola auto e quando era impossibile avanzare, allora bastava scendere, girare l’auto e tornare indietro.

L’unica grande differenza la fanno i mezzi meccanici, oggi dalle svariate e sovradimensionate potenze, mezzi fuoristrada, capaci di affrontare ogni tipo di percorso, con i pneumatici idonei, dotati di ogni diavoleria tecnica dalla trazione 4×4, ridotte, differenziali autobloccanti ecc. senza poi parlare delle moderne diavolerie elettroniche, capaci se il manto di neve non è esageratamente alto, di riuscire a portare anche grossi SUV in vetta al Beigua.

Negli anni 50, invece la potenza media delle utilitarie era di una ventina di cavalli, la trazione rigorosamente ad un asse quello posteriore, quando le ruote slittavano per fango o scarsa aderenza non restava che far scendere gli occupanti dell’auto per spingere.

Mio papà mi raccontò di quell’avventura, compiuta insieme a Felicin suo datore di lavoro nel mobilificio “dau Milanin” poi denominato Lapes. Erano molto i punti critici di quella strada da superare, l’auto avanzava a fatica nello sterrato fra pietre e buche, in debito di potenza, erano costretti, quando le marce basse finivano e il motore tentava di spegnersi, far retromarcia e prendere la rincorsa, per superare la salita, ma se le ruote iniziavano a girare a vuoto, allora bisognava scendere velocemente dall’auto e a volte bastava un aiutino a spinta e si superava l’avvallamento, altrimenti era necessario spianare la strada con picco e pala per andare avanti e togliere le pietre più grandi.

Durante la salita furono costretti a fermarsi diverse volte a causa dell’ebollizione dell’acqua di raffreddamento, che con grandi sbuffi di vapore fuoriusciva dal radiatore, necessario poi il rabbocco del livello. Un’ulteriore difficoltà, fu il guado di un rio effettuato dopo una ricognizione per verificare la profondità del corso d’acqua. Arrivarono in vetta nel tardo pomeriggio di un mese di maggio, grande fu la loro soddisfazione per essere stati i primi Varazzini a bordo dell’”auto del popolo” ad arrivare a conquistare la vetta del Beigua. Peccato che di quella giornata non esistono testimonianze fotografiche.

Sul sito di Varagine Archivio Fotografico ci sono le foto, che allego a questo post, dove sono immortalati Felicin Massa insieme ad altri amici Bruno e Giovanni Boggio, Giacomo Bruzzone, Bernardo Molinari e Mirco Ferroli, che arrivarono in forze con due auto e una Balilla camioncino, almeno un paio di volte in vetta ( questo lo si deduce guardando le foto dalla presenza/assenza dei tralicci nei pressi del santuario)

La proiezione delle ombre, nella foto scattata au Cian de Pra Riundu il punto più panoramico è significativa di una permanenza in vetta nelle ore pomeridiane. Dall’abbigliamento “della domenica” con cui sono vestiti i partecipanti e dalla presenza di Ferroli, un fotografo, si intuisce che lo scopo è quello di immortalare l’impresa di un gruppo di amici che con delle utilitarie è riuscito a arriva ai 1287 metri del Beigua

Imbarazzante il confronto fra le foto ieri e oggi dove svettano almeno una trentina di tralicci e dove sono presenti circa un centinaio di emittenti con i loro ripetitori radiotelevisivi.

foto b/n Archivio Storico Varagine

Allego i seg.commenti di:

Lorenzo Vallerga

Ho memoria che il Doge (residuo bellico) ritirato ad Alessandria o ad Acqui arrivò ad Alpicella passando da Pianpaludo – probabilmente Prà Riondo – Beigua e da li fino Alpicella. Allora da poco dopo Piampaludo non c’era strada forse un sentiero o una via da leze. Il percorso molto impegnativo fu superato grazie al verricello e molte ore, leggenda racconta che consumarono uno o forse due barili di benzina.

Il mezzo, tagliato il terzo asse (ovviamente con trazione) fu ridotto a 4×4 e per molti anni fu usato come spartineve almeno fino a fine anni 70.

Questo ricordo è indiretto perché sono nato dopo gli eventi.

Antonio Ratto

Benardin da ciappa smise di usarlo come spartineve proprio per l’eccessivo consumo di benzina che da fine anni 60 il prezzo prese a salire velocemente

Una Bella Giornata

Dedico questo racconto, a quegli uomini, che almeno una volta nella loro vita, hanno sofferto, per un sentimento non corrisposto, che hanno reagito ognuno a loro modo, ma mai con la violenza!

In tanti, chissà dove, abbiamo un posto del cuore, una panchina, un muretto o altro, con un ricordo giovanile, di mani che si stringevano, con promesse per la vita o di un’amore finito, dimenticato dal tempo che passa o sempre vivo, nonostante tutto.

Un ragazzo de Rensen, molto tempo fa, quando era uso, far quattro chiacchiere nelle pause di lavoro, un giorno mi disse “E’ una bella giornata” “Invece che in trattoria, perché non ci mangiamo due panini dalla torre?”

La torre saracena di Arenzano è quella che si trova a lato della chiesa del Bambin Gesu’ di Praga, ci si arriva dopo un paio di tornanti, prendendo la strada per la località Ceresa.

Ci sono ancora oggi, sotto alla torre, due panchine in cemento, dove mangiammo i panini con due lattine di coca. “Sai una cosa” mi disse “Non è per caso che siamo qua” io chiesi il perché e per tutta risposta, lui iniziò il racconto di un’ amore giovanile, ricordo ancora questa frase “Era una bella giornata di maggio, quando la vidi, per la prima volta, lei era bella, con un sorriso che ti apriva il cuore!”

Poi questa loro breve storia finì, lei proprio lì su quella panchina, dove eravamo seduti, guardandolo negli occhi, le disse “Finiamola così, fra me e te, restiamo solo buoni amici”

A questo punto, si mise a piangere, io non sapevo che dire, che fare, la risposta più ovvia era ” Ma dai su….. dopo tanto tempo ma-che-te-frega! Donne al mondo ne abbiamo sette a testa!”

Ma non diedi voce a questa banalità, perché capii, quanto lei era ancora importante per lui, quando mi disse “Ci vengo almeno una volta all’anno, sotto questa torre e così, come siamo io e te, mi siedo qui, su questa panchina, penso a lei sorrido, piango, le parlo e poi, prima di andar via, riscrivo il mio nome e il suo, nel solito posto in un angolino sul cemento” e mi fece vedere dove stava per scriverlo ancora una volta.

Finimmo quella strana e imbarazzante, pausa pranzo e ritornammo al lavoro.

Poi la vita continua e ognuno va per la sua strada, io dopo un paio d’anni cambiai lavoro, restammo in contatto e ci si vedeva ogni tanto e poi ci siamo persi di vista, ognuno a rincorrer i propri guai.

Non l’ho mai più rivisto. Seppi che era andato via dall’Italia, in una missione, in Africa.

Dopo quella bella giornata, chissà quante volte, sarà ritornato, sotto quella torre, con i suoi ricordi, a riscrivere ancora, quei due nomi, su quella panchina.

Ma come si dice, il tempo prima o poi guarisce le ferite e lenisce i dolori e così sarà stato anche per lui.

Forse per caso o volutamente, qualche anno fa, sono ritornato al Bambin di Praga, sotto a quella Torre, per cercare quella panchina e vedere se il tempo aveva conservato o cancellato quei due nomi.

Ma quando sono arrivato, quasi non riconoscevo più il posto, qualcosa era cambiato, sotto e intorno a quella torre avevano tagliato degli alberi e fatto dei lavori, le due panchine comunque c’erano ancora

.. ma non potevo mica disturbare quella coppietta, che proprio lì seduta su quel cemento, mi aveva visto arrivare….. e che avrà pensato “Che rompiballe sto qua!” feci un paio di foto alla Torre e andai via.

Sulla via del ritorno, pensai a quei giovani, seduti proprio su quella panchina, che strana circostanza averli trovati lì!

…. avrei potuto raccontar loro, questa storia, ma non lo feci….. a chi può interessare una storia di tanti anni fa? E chi può capire, oggi, tanta nostalgia per un’amore perduto?

E poi era una bella giornata…..

Na Pria pe Teitu

14 aprile 2021

Sempre noi, viaggiatori nel tempo, arrivati, nell’età del bronzo, in una notte buia e senza luna, lungo una mulattiera che da Casanova saliva verso le Faje, avremmo visto, in direzione du Gruppin, la luce di alcuni fuochi.

Erano dei falò, che ardevano, presso alcuni ripari sotto roccia, sul versante sud del monte Greppino, sopra Campo Marzio, in una località non a caso chiamata Agugiaie, da agugia come le pietre a punta.

Qui si ritrovava per passar la notte, dopo una giornata “fuori casa” a proccaciar del cibo, un gruppo dei nostri antenati.

E pe teitu, na pria.

La vetta del Monte Greppino, capace di attirare fulmini, durante una tempesta, era ritenuto luogo sacro e inviolabile.

Ma le sue pendici sud e tutta la zona circostante, erano luoghi di frequentazione umana, a partire dall’età del bronzo, continuata poi con il popolo dei Liguri e fino a qualche decennio fa, luogo di fienagione, pascoli e di coltivazioni.

L’agugia du gigante misterioso manufatto in pietra.

I nostri antenati, ci hanno lasciato, nella speranza che siano conservate e soprattutto non cadano nell’oblio , molte testimonianze litiche, manufatti, riconducibili a insediamenti prestorici.

Nel comprensorio del Monte Beigua, relativo al comune di Varazze, il primo manufatto litico, come grandezza e importanza è l’incredibile Sentiero Megalitico, grandiosa opera, con molti misteri ancora da svelare, poi nei boschi o in qualche radura, un susseguirsi di menhir, dolmen, pietre scritte pietre fitte e recinti in pietra !

Ma a girovagare, fuori dai sentieri battuti, si scoprono, anche se interrate, dirute o depredate, innumerevoli altre tracce di insediamenti umani, con una costante fissa, che si percepisce quando si è al cospetto di un manufatto in pietra, quella del duro lavoro, tramandato da generazioni di contadini/allevatori, che traevano tutto il loro sostentamento, da un’incredibile infinita sequenza di terrazzamenti.

Per tiò sciù de niè de figgi, i nostri avi modificarono radicalmente il territorio, con e fasce, erette per rendere fertili, gli acclivi pendii dei nostri monti, un patrimonio a cui è stato dato l’altisonante nome, di Cattedrali di Liguria, forse nel disperato tentativo, che tale riferimento religioso, li preservi da un destino irreversibile di rovina.

Ma a nulla è servito, oggi la gran parte de mascee di nostri bricchi, sono abbandonate e completamente invase da un fitto sottobosco, che ne sta accelerando la loro definitiva scomparsa.

Questa zona è stata valorizzata dalla nostra “circonvallazione a monte” il bel tratto di strada che unisce le “Ville Megalitiche”, ovvero Alpicella e Faje, con bellissimi scorci panoramici, verso l’abitato di Varazze e il mare.

Transitando in direzione dell’Alpicella nel periodo invernale, poco prima di una curva, si ha anche un bello scorcio, verso le Alpi, con l’inconfondibile sagoma innevata del Monviso.

Prima di questa curva, a valle della strada, dove è ben visibile una quercia centenaria, ci sono almeno due probabili ripari sotto roccia, oggi completamente interrati e invasi dalla vegetazione del sottobosco e da alcuni alberi .

La tipologia di questi rifugi è comune ad altri ripari sotto roccia, che si trovano sparsi nel nostro entroterra e sul Monte Beigua. Difficilmente o meglio quasi mai, i nostri antenati trovavano pietre già pronte a uso rifugio e dotate di tutti i confort…. quando un gruppo di cacciatori/ raccoglitori, arrivava a colonizzare un territorio, cercava delle grandi rocce, al disotto delle quali poter scavare il suo rifugio per ripararsi dalle avversità meteorologiche, accendere un fuoco, nelle freddi notti invernali e tener lontano nemici e animali.

Per scongiurare possibili, crolli, rinforzava con pietre la stabilità della grande roccia, sotto la quale trovava rifugio e poteva così dormire sonni tranquilli….

Queste pietre accatastate a formare dei muri, oggi si trovano ancora incastrate sotto le gigantesche ciappe, altri muretti a secco, che si trovano nelle vicinanze di un riparo sotto roccia, fanno pensare di essere al cospetto di un rifugio scavato qui dai nostri avi.

Chi scelse di stabilirsi in questa zona, fece la scelta giusta, questo luogo, la zona che sovrasta la località Campo Marzio è molto soleggiata, ha lì vicino delle sorgenti d’acqua e gode di una grande visibilità, potendo spaziare con la vista in campo libero, su tutto il territorio di quello che oggi è il Comune di Varazze e le zone limitrofe, in grado di scrutare l’orizzonte, per prevedere il meteo e da questa altura dominare gli spostamenti di altre genti e degli animali da cacciare.

Questo territorio è molto interessante dal punto di vista archeologico, scavando è possibile trovar tracce e testimonianze di antiche presenze di esseri umani, ma a chi può interessare oggi un mucchio di pietre quasi interamente fagocitato dalla vegetazione?

Poco prima, in un altro spiazzo, dove lasciare l’auto, sempre a valle della strada, una grande pietra, forse un menhir, giace abbattuto in una zona molto suggestiva, con un’impagabile vista verso il mare.

Nella zona a monte della circonvallazione , e Gruppine, un’invaso dell’acquedotto, che riceveva le acque da e Vinvagne de Prialunga, Bertuli e du Lutin, con una condotta, su cui premeva, un dislivello di oltre trecento metri, alimentava a Fabrica da Lusce in località Posi.

Nella zona sottostante, tra i rii da Cadunna e Puntiscelli è ancora visibile la ferita di una gigantesca frana, quella che ha travolto, a novembre del 2019, la zona di Campomarzio, con un gigantesco smottamento, che ha distrutto alcune cascine, abbattuto centinaia di alberi, interrompendo per alcuni mesi la viabilità.

La circonvallazione, Alpicella Faje ha portato anche qui, la solita rumenta, scaricata furtivamente, magari nottetempo, lontano da sguardi indiscreti.

E Pesse da Fabrica

A Catte

La chiusura di una fabbrica è un evento tragico, si perde per sempre, la capacità progettuale, tecnica, organizzativa e manuale di produrre dei manufatti.

Ma soprattutto, vengono meno i posti di lavoro e per ogni famiglia è una piccola, grande tragedia, l’inizio di un periodo di ristrettezze economiche, crolla la fiducia nel futuro, si è costretti a far delle scelte, che condizioneranno poi la vita futura della famiglia e dei figli.

Spesso nel fallimento, non sono conteggiati tutti i posti di lavoro persi, vi sono altre categorie di lavoratori, strettamente legati ad ogni grande realtà produttiva, manifatturiera ecc, che poi, sono quelli meno tutelati, i primi a subire le conseguenze di una crisi di mercato o peggio quando si prospetta la chiusura di uno stabilimento, di questa categoria, l’indotto, fanno parte anche i lavoratori senza diritti “quelli in nero”

A Fabrica sciu da Teiru, nella sua centenaria storia, diede lavoro e migliorò il tenore di vita a migliaia di famiglie di Varazze e non solo, i lavoratori erano in prevalenza donne

Il Cotonificio, offrì anche un’altra opportunità di lavoro, alla mano d’opera femminile, per un’attività che era effettuata fuori dai suoi cancelli.

Era il rammendo, de pesse da Fabrica, effettuata in alcune abitazioni private di Varazze, una buona occasione di lavoro, per quelle donne, impossibilitate ad essere inserite regolarmente nel mondo del lavoro, perché madri di famiglia, con bimbi in tenera età, da accudire o con persone anziane non autosufficienti.

Questa attività, non aveva orari di lavoro, da rispettare e grazie a questa prerogativa, le mamme lavoratrici, riuscivano ad organizzarsi e a trovare il tempo per svolgere questo lavoro.

A volte i bambini, in età prescolare, accompagnavano la mamma nel laboratorio e qui come in una nursey, si ritrovavano a stare e a giocare insieme ad altri bambini, anche loro figli di mamme lavoratrici.

Lavorazione per nostro conto è scritto sull’accordo che fece il Cotonificio Ligure, negli anni 50, con alcune lavoranti a domicilio di Varazze.

Nel libro di Lorenzo Arecco “Cotonificio Ligure un secolo di storia” è menzionata questa attività, l’azienda affidava a terzi la revisione dei tessuti che avevano difetti di trama o ordito o con falle di lavorazione.

A Catte

Parlo con mia mamma, dei miei ricordi da bambino, di quella grande catasta de pesse, impilate nel pianterreno della casa in via Calcagno vicina all’Uspiò dove abitava Augusta e quell’odore forte, fresco di tintura. Prima ancora quelle pesse, erano cucite da mia mamma, nel corridoio di casa nostra, ma io ero troppo piccolo per ricordarlo.

Barbarossa Augusta, era una delle lavoranti a domicilio, che aveva un accordo con a Fabrica per la revisione delle pezze.

Per la riparazione dei tessuti Augusta si avvaleva della collaborazione di altre donne, tutte madri di famiglia, come mia mamma, che prestavano la loro mano d’opera part time, a volte nelle ore serali, quando i mariti ritornati a casa dal lavoro, potevano accudire i figli piccoli.

Ho un catalogo, dei tessuti tinti, in visione, per gentile concessione della famiglia Arecco, mia mamma sfoglia i vari campioni e poi si sofferma su quelli a trama più grossolana, che lei riconosce, erano quelli che lei rammendava a casa sua o di Augusta, in via Calcagno.

Qui, a poca distanza, abitava la mia famiglia fino ai primi anni 60, prima dello sfratto del laboratorio di falegnameria, dove lavorava mio papà, a causa della costruzione della Camionale.

Per a revisciun de pesse, era necessario utilizzare lo stesso filo di tessitura, prelevato dallo stesso scampolo, si utilizzava un apposito ago con la punta arrotondata, per inserirlo nella trama e poi una specie di pettine, per uniformare la riparazione, con il tessuto circostante.

Le istruzioni per le merci in lavorazione, erano descritte nel frontespizio del “Libro delle Merci in Lavorazione” all’interno, c’era il registro delle merci in carico.

Nelle colonne del registro era indicata la data, i metri lineari degli scampoli, il tipo di tessuto e il numero delle riparazione da effettuare

Alcune delle aziende famigliari, che effettuavano la revisione delle pezze negli anni dal 56 al 58 erano le ditte: Fanny Lombardo, sig.ra Augusta Barbarossa. sig. Renzo Santamaria, qualche anno prima c’era un’altra ditta a nome delle sig.ne Augusta Barbarossa e Benedetta Ciarlo.

Un giu in ti bricchi.

Rocca S.Anna, bric Voltui, Montebe’, Priafaia, Canain.

Con calma fermandosi a guardar i panorami e a far delle foto, ci sono volute quasi quattr’ore a completare questo bel giro, con arrivo e partenza dalla Ceresa. Ogg 14 aprile giornata di sole e con cielo terso, ideale per far il giro di questi bricchi peccato per il rinforzo di tramontana, che infastidiva parecchio specie sulla cima del Priafaia.

Spettacolare come sempre, il panorama da rocca S.Anna, con il suo inquietante precipizio, dove in età preistorica erano forse effettuati dei sacrifici agli dei, comunque da sempre luogo di culto e dove secondo gli studiosi, qui si praticava un particolare tipo di caccia che consisteva nell’inseguire e far precipitare dalla rocca gli animali, quelli più grandi difficili da abbattere.

A lato del pianoro la grotta una dei tanti ripari sotto roccia tipici di questi monti, uno dei primi luoghi di culto cristiano, con la presenza di una nicchia votiva, qui avvenne, chissa’ quando un tragico fatto, una donna insieme a suo figlio precipitarono nel dirupo, per una sessantina di metri, restando miracolosamente incolumi, forse grazie a qualche pianta che ne aveva rallentato il volo, per grazia ricevuta le famiglie della Ceresa edificarono questa cappella.

Ritorno indietro, attraverso il pianoro dove sono i resti di grandi tavolate, sono quelli della sagra della mucca bellissimo momento gastronomico e conviviale, anche questo un rito, che si perpetrava da diversi anni a base di minestrone e carne, bloccato come tante altre attività, dalla pandemia

Dopo una decina di metri a sinistra si diparte una lunga mulattiera con migliaia di pietre infisse a far da fondo a questa strada che mi porta sul pianoro del bric Voltui, qui incontro un’ altro escursionista e insieme raggiungiamo la vetta del Montebe’, altro stupendo spettacolo a 360 gradi!

Innumerevoli muggi de prie, tipici di antiche zone da fieno e per pascolo, lo stesso toponimo del monte, sembra indicare la specie animale, che pascolava in questi scoscesi pendii.

La mia meta, era il monte Cavalli, ma desistiamo visto il forte vento. Su questo monte tra il 10 e 16 aprile del 1800 i francesi di Napoleone affrontarono in una serie di sanguinosi scontri gli austroungarici

Avevo preavvisato il signore escursionista, in primis del mio passo meno performante e poi del mio osservar e perder tempo a guardar i manufatti in pietra e infatti sapendo che mi sarei fermato a fotografarla, lo vedo fermo ad aspettarmi presso una trunea, il cui nome deriva da trun, tuono, un rifugio dai temporali estivi, con annesso posatoio per chi doveva “camallo'” le balle di fieno, insieme raggiungiamo le falde del Priafaia m.964.

Lui non se la sente di salire in mezzo alle pietre, il vento in questo punto è veramente forte e le folate improvvise fanno perdere l’equilibrio.

Scendo le grandi praterie del Priafaia a lato del bric del Vento, imbocco la lunga mulattiera al cospetto del massiccio del Beigua e con vista alle pietre della Liggia.

Altri posatoi lungo il percorso testimonianze di luoghi di fienagione e della fatica a trasportare i lenso’ de fen.

Il grande recinto in pietre, preannuncia l’arrivo al sentiero megalitico, la più bella attrazione del nostro entroterra, dall’aspetto dismesso, evidenziato dalla cartellonistica sbilenca e dagli alberi che sono caduti di traverso al percorso.

Il Sentiero Megalitico è comunque sempre molto frequentato, qui incontro una decina di persone e altri escursionisti in direzione del monte Greppino.