4)U Rian dell’Ommu Mortu

Oltrepassati gli Armuzzi, la carovana passò accanto a quel primitivo luogo di culto che diventerà poi un Monastero.

Qui leggenda vuole, che i due preti scavarono una buca, seppellendo chissà che cosa forse le reliquie di un santo.

Ratis conosceva bene quei posti, frequentati da bambino, durante le fienagioni o al seguito degli animali da pascolo, gli armigeri intimoriti dalle violente reazioni di quei Liguri, temevano per la loro incolumità e si rifiutarono di andare in avanscoperta.

Così si fidarono di quel fanciullo che era sempre accanto alla Bestiassa la quale ogni tanto lo accarezzava con la proboscide.

Indicò ai carovanieri, le cascine nei boschi, dove era stato depositato il fieno, per i giacigli dell’accampamento e per gli animali

Arrivati au Cian de Beriu, l’elefante fu lasciato in custodia al ragazzo, che lo rimpinzò di fieno

Fra Ratis e l’elefante si era creata una specie di sintonia, la stessa simbiosi che lega istintivamente, gli animali ai cuccioli d’uomo.

Il ragazzo e l’elefante intuirono che si potevano fidare reciprocamente l’uno dell’altro.

Quella povera bestia, strappata dal suo habitat naturale e condotta per ben quattro anni, in giro per il mondo, ritrovò un po’ di fiducia e di affetto nel genere umano stando a contatto con quel ragazzo

Arrivarono alle Ferraie attraversarono i rii Canette e Purcò poi verso il passo do Fo Lungo

Sempre guidati da Ratis, proseguirono verso il Giovo, e quelle mulattiere in salita, iniziate da quando si erano lasciati il mare alle spalle, terminarono, con gran sollievo per tutti, in alcuni tratti, si era addirittura in discesa e finalmente ecco u Zuvu, dove probabilmente si accamparono per la notte.

Questo itinerario, fu per molti secoli, il passaggio preferito e meno impervio, praticato da chi, doveva oltrepassare l’Appennino per dirigersi verso Aquea e poi la pianura.

Vercelli, era una tappa di quella spedizione, l’elefante al riparo di una stalla, trascorse i mesi invernali, poi a inizio primavera, quella carovana, affrontò l’ultimo tratto, per terminare quell’incredibile viaggio, da Bagdad ad Aquisgrana, dove Carlo Magno, stava attendendo quel dono, fortemente voluto.

La storiella termina qui, Ratis arrivato al confine del territorio della sua gente, sarà stato liberato, oppure è rimasto con l’amico elefante fino a Vercelli e poi sarà magari arrivato fino alla corte di Aquisgrana?

Ritorniamo agli Armuzzi. Passato l’inverno con vento, freddo e neve, al disgelo di primavera, l’acqua impetuosa du Rian, restituì, nei pressi di quel ponte ad arco degli Armuzzi, il corpo di uomo, irriconoscibile, per l’avanzato stato di decomposizione.

Nessuno fece domande, ma tutti sapevano, di chi fosse quel corpo senza vita.

La carità cristiana di quella gente, rispettò l’anima del defunto e forse per chiedere perdono all’altissimo, nel luogo di sepoltura, fu eretto un nicciu.

Quelu  Rian aua u se ciamme u Rian dell’Ommu Mortu

fine

Cunto’ da Giuan Marti

3)I Armuzzi

L’indomani mattina alla conta mancava un componente di quella carovana, Isacco inviò alcuni armigeri con l’ausilio della gente del posto, alla ricerca dell’uomo scomparso, ma nessun indizio, quell’uomo era scomparso nel nulla senza lasciar tracce.

Nel loro peregrinare dall’Asia all’Europa passando per l’Africa, avevano già perso una decina di uomini in scontri con bande di briganti, ma anche fuggiti o scomparsi nella notte.

Il prete dei carovanieri, laconico, disse che era il diavolo che aveva deciso di ostacolare quella missione, non voleva che fosse consegnato quel prezioso dono a Carlo Magno paladino della cristianità

Nell’Alto Medioevo, accadevano troppe, cose misteriose, senza una spiegazione scientifica e per forza di cose, erano tutti fatalisti e timorati di Dio e non ci si preoccupava più di tanto quando spariva qualcheduno.

Il prete pronunciò alcune parole di rito in ricordo del loro compagno di viaggio, tutti si inginocchiarono, ma in mancanza di un corpo, mica si poteva fare un funerale e così la carovana lentamente ripartì

Arrivarono nella zona degli Armuzzi, qui i nostri antenati, a partire da antichi insediamenti sotto roccia, avevano nel corso dei secoli costruito terrazzamenti, edificato abitazioni, governato l’abbondanza di sorgenti d’acqua, tramite ciuse e bei

Se noi viaggiatori nel tempo, avremmo, visto agli Armuzzi, un popolo laborioso e generoso, bonificare dalle pietre, grandi appezzamenti di terreno, altre genti, saliscendere dalle soprastanti cime du Vultui, Priafaia, Montebè e monte Cavalli, con gli animali da pascolo o con carichi di legna, per affrontare l’imminente inverno, tutti gli uomini, donne, anziani e bambini, erano occupati nell’economia del bosco, che da sempre e ancora per mille anni, avrebbe radicato, in questo territorio i nostri progenitori.

Arrivati alla vista di quel ponte ad arco che sorvola il ruscello, tutti rabbrividirono a vedere quell’opera così ardita.

Ma conoscevano bene quei manufatti dell’ingegno romano e sapevano che potevano fidarsi.

Oltrepassato il ponte, arrivati al cospetto di quelle case sparse, degli Armuzzi, la carovana si fermò, una spia del posto, aveva confessato al prete, dei carovanieri, di aver visto, la sera precedente, la persona scomparsa, in quella borgata di casupole.

Fu avvisato Isacco, che ad alta voce vantò la protezione dei carolingi!

 Volevano aver notizie, di quel loro compagno di viaggio, cercare e giustiziare chi gli avesse fatto del male.

Gli armigeri a cavallo terrorizzarono quei poveri abitanti, Isacco minacciò l’arrivo dell’esercito dei Franchi, che acquartierato ad Aquae, avrebbero ridotto al suolo, quelle loro spelonche di case.

Di nuovo si udì il suono del corno e in poco tempo, la carovana fu circondata, dall’arrivo degli uomini, quei discendenti dei liguri, che sebbene male armati, ma più numerosi, avrebbero avuto la meglio.

Ratis che si era affezionato, ricambiato, della Bestiassa ed era sempre accanto all’elefante, fu preso in ostaggio, gli fu puntato un pugnale al collo e legato con una corda.

U preve, dei carolingi, e quello degli Armuzzi, confabularono fra di loro e rassicurarono gli animi, un’attimo prima che quelle genti, diretti discendenti dei Liguri, facessero a pezzi quella carovana, compreso quel prezioso elefante.

Il preve, disse che Ratis, serviva da guida, sarebbe stato liberato e rincompensato con i denari pattuiti, quando avrebbero visto le acque scorrere verso i monti.

Isacco, pretese anche, che nessuno di quegli degli Armuzzi, inseguisse la carovana.

Dopo quelle rassicurazioni, pronunciate da uomini di fede, fu sciolto l’assedio e  l’elefante e tutta la carovana poté proseguire il cammino.

Ma la promessa, che nessuno avrebbe inseguito la carovana, fu disattesa, un esercito invisibile e silenzioso, seguì quel corteo giorno e notte, pronti a far strage di quella carovana e a portare in salvo Ratis.

continua

2)I Liguri

Qui entra in ballo il carattere proprio dei Liguri, una loro virtù è quella di non lasciarsi abbindolare e circuire da addobbi e parolai, e fra di loro nella loro lingua, tradotta in zeneise dissero “Questi chi ne stan cuntandu de musse”

I capi popolo degli Armuzzi presero tempo e quella carovana fu costretta a fermarsi.

A questo punto,l’attenzione fu rivolta verso quella bestiassa che nessuno aveva mai visto e manco ne conosceva il nome.

Il nome dell’elefante era Abul Abbas, ma per tutti divenne Abestiassa.

L’elefante approfittò della sosta per ingoiare alcuni di quei ricci di castagne che erano sul selciato di quella mulattiera.

E lo fece con quel quinto arto che hanno i pachidermi, suscitando la curiosità e l’interesse di quei ragazzi, che restando a debita distanza, guardavano con gli occhi sgranati, quello strano animale

U preve di Armuzzi, avvisato da un solerte cristiano, arrivò trafelato dal suo eremo e al cospetto di quel prete, arrivato da chissà dove, con tutti quei paramenti cristiani, si inginocchiò ed esclamò “Il Papa!” e così fecero anche gli uomini che erano lì presenti, gli fu mostrata quella pergamena e non è dato sapere che cosa comprese, ma rivolto alla sua gente la fece inginocchiare e recitar delle preghiere.

La carovana e l’elefante, ripresero il cammino, ma giunti nei pressi da Ca de Paggia, quella povera bestia, orba da famme, prese con la proboscide, alcuni ciuffi del tetto di paglia, di quell’abitazione!

A questo punto, tutti i convenuti scoppiarono a ridere, con grande disappunto del manente, che aveva in affitto quella dimora, costruita con la tipologia delle case celtiche.

Visto che alla bestiassa, piacevano le castagne, perchè non dargli quelle che avevano raccolto?

Ratis, era il nome della famiglia di un ragazzo, già avvezzo a far lavori da adulto, rapido nelle decisioni e nel comprendonio, fu lui, che diede delle castagne al conducente, per quella bestiassa

Il conducente, a testa fasciò, sorrise e mise quella manata di castagne, sotto la proboscide dell’elefante.

L’animale prese quel cibo e se lo portò velocemente in bocca, poi colpì, delicatamente, diverse volte con la proboscide sulla schiena del conducente, come a voler ancora castagne.

Ma quell’uomo, dai modi bruschi, pronunciò parole in una lingua mai sentita e per tutta risposta, prese a bastonare quella povera bestia, battendo violentemente con un grosso bastone, sulla proboscide dell’elefante, che arretrò di qualche passo.

A questo punto quei ragazzi presero a cuore la sorte di quella Bestiassa e dalle ceste, vennero prelevate manciate di castagne e gettate lungo quella stradina, tutte raccolte con la proboscide e mangiate dalla bestiassa.

Isacco con un cenno ordinò al conducente di lasciar fare, era un modo come un altro per ingraziarsi quella gente ancora spaventata dagli armigeri e dall’elefante.

Ratis fu il più coraggioso di tutti e offri lui stesso le castagne all’animale il quale come per ringrazialo gli posò delicatamente la proboscide sulla testa.

In breve tutti i ragazzini, fecero a gara a offrir castagne e quelle ceste furono dimezzate del loro contenuto!

Si stava facendo buio, l’avanguardia armata, accompagnata da gente del luogo aveva compiuto un giro di ispezione e fu scelta la zona della Ceresa per il pernottamento della carovana.

A bestiassa fu legata ad un’albero di castagno.

Dalla cassa in legno, che portava sulla schiena l’elefante, fu estratta una grande tenda con le effige carolingie, che proteggeva dal freddo notturno e da eventuali intemperie, l’animale.

Dai basti dei muli, furono estratte le tende e tutto l’occorrente per allestire l’accampamento

A questo punto gli uomini degli Armuzzi, furono avvisati da Isacco, di tener lontano le donne dall’elefante, perché essendo maschio e con quella proboscide, nessuno sapeva che cosa poteva combinare.

Le donne, dopo aver cucinato una discreta quantità de suppa cun pan staliu e fasciò, furono allontanate in malo modo, da quell’accampamento, senza dar loro spiegazioni.

Fu allestito una grande tavolata e acceso un grande falò dove sopra na ciappa furono cotti conigli, polli e selvaggina, la diffidenza dei Liguri, si tramutò in festeggiamenti per quella bella gente arrivata da chissà dove.

Per paura di avvelenamenti, Isacco invitò tutti i presenti a quel banchetto

 In breve, complice il nettare di bacco, fra gli abitanti degli Armuzzi e i componenti di quella carovana, si creò un bel momento di convivialità.

Ragazzi e bambini fecero le ore piccole tutti intorno a quella Bestiassa a quel povero elefante, fu offerto di tutto, anche dei limoni, che l’animale sputava con grande divertimento dei bambini più piccoli.

Le donne erano rimaste sole in casa, gli uomini a bisbocciare e i loro figli a trastullarsi con l’elefante

Forse ci fu una galanteria o uno sguardo d’intesa, con una donna e così, uno di quei carovanieri, con circospezione si eclissò da quella baldoria, dirigendosi verso le abitazioni di quella povera gente, e quella notte non fece ritorno all’accampamento.

continua

1) A Bestiassa

Nel post che precede questa narrazione è raccontata la storia vera dell’elefante Abul Abbass, dono del califfo Harun Rashid, che da Bagdad, con un viaggio durato 4 anni, dal 797 a 801 dc arrivò alla corte di Carlo Magno ad Aquisgrana. L’elefante e il suo seguito, si imbarcarono a Tunisi, per l’Europa, e sbarcarono a Porto Venere, a questo punto, non si hanno notizie certe dell’ itinerario, che quella carovana intraprese, per arrivare a Vercelli…ma un’ipotesi verosimile e perché no, di fantasia, potrebbe essere quella che, invece di valicare l’Appenino con il passo della Cisa, quella spedizione si diresse, verso Genua, per poi proseguire verso ponente.

A Bestiassa

Uno strano segno, consunto dal tempo, si trova inciso, in simma a na pria scrita, una di quelle tante incisioni rupestri, disseminate sulla nostra montagna, il Beigua.

La pietra si trova ai lati di una strada che valica lo spartiacque dell’Appennino

Quel simbolo, che sembra proprio la rappresentazione schematica di un elefante, fa rivivere un episodio, accaduto in un tempo remoto, tramandato, nei racconti dei vecchi, intorno ad un fuoco, nelle fredde sere invernali, diventato una fantasia, una favola per imbambolare dei bambini e poi perso per sempre.

Chi aveva disegnato, quello strano animale, lassù in un bosco della nostra montagna?

Ottobre è il mese delle castagne, molti anni fa, la raccolta di questo frutto di bosco, era lavoro per ragazzi e bambini, come ogni anno, prima della caduta dei ricci gli spazi sotto agli alberi, dovevano essere puliti e con l’erba tagliata e se le piante di castagno, erano lungo un pendio, dovevano essere costruiti o ripristinati i piccoli muretti, atti a trattenere ricci e castagne, per non farli rotolare in basso, con il rischio che potessero sconfinare, in un’altra proprietà o peggio, per non far terminare la loro corsa, sul selciato di qualche mulattiera, a quel punto, ogni cosa perdeva il diritto di proprietà e potevano essere raccolte da viandanti, pellegrini o mangiate dagli animali, perlopiù roditori, ma anche da un’elefante…… 

Era un giorno, del mese di ottobre del 801 dc.

 Quei ragazzini, intenti a cogge castagne sutta a e Gruppine, sarebbero stati testimoni di un evento eccezionale!

Un elefante bianco, stava arrivando da Rocca da Nusce, proveniente dal passo di Leicanà, con un codazzo di muli, e di uomini in armi, a cavallo, alcuni di loro erano in avanscoperta, per esplorare e predisporre al transito, di un pachiderma, quel tratto di mulattiera, che oggi dalla Capelletta, arriva a e Prae, Ceresa, verso gli Armuzzi e oltre, in direzione del Passo di Fo Lungo.

Chissà perché, fu scelto quell’itinerario, percorrendo la vecchia mulattiera romana, che si inerpicava sui bricchi del nostro entroterra, forse per accorciar il percorso verso u Passu du Zuvu?

O per evitare il transito di quella carovana, nel territorio del Latronorium, tana de ladruin e de taggiague?

“Che bestiassa!””Che bestiassa!” questa esclamazione, fu ripetuta all’inverosimile, da quei ragazzini, che con l’agilità che avevo anch’io tanti anni fa, si arrampicarono velocemente, sugli alberi più alti, per avere la miglior visuale.

Il pachiderma, avanzava lento, con al suo fianco na testa fasciò, aveva le zampe legate fra di loro, tramite delle catene, impossibilitato ad aumentare l’andatura, sulla fronte un drappo, con l’emblema del califfato, sopra la schiena, una stola, finemente ricamata e un basto, con sopra una cassa in legno, fissata con delle corde.

Era uso, tra chi abitava le terre alte, alle pendici del Beigua, suonare un corno di mucca, per avvisare dell’arrivo di predoni, in caso di pericolo e comunque chiedere aiuto.

E così fu, il suono di alcuni corni, echeggiò nell’aria, di quella bella giornata di metà ottobre, che volgeva al termine.

 Tra non molto, il sole sarebbe scomparso, derè au Castellè e quei bambini, dovevano ritornare a casa cun e corbe pine de castagne.

Ma quella giornata, stava per diventare indimenticabile, per quella povera gente, che viveva aggrappata ai nostri bricchi.

Dopo qualche minuto, arrivarono dalle cascine stalle e boschi, gli uomini, tutti brandivano un’arma, perlopiù forconi, bastoni, asce, ma anche rudimentali spade, una dozzina di loro si erano appostati, con archi e frecce sopra un’altura.

Le avanguardie armate, di quello strano corteo, avendo già percorso buona parte dell’arco ligure, erano avvezzi a far questi incontri, con i discendenti di quelle rissose popolazioni dei Liguri, mai domi sempre pronti a difendere con le armi, il loro territorio.

Isacco, questo era il nome del capo carovana, scese dal cavallo, dimostrando così, le loro buone intenzioni.

Non si sa con quale lingua riuscirono a capirsi vicendevolmente, ma fu chiarito lo scopo di quella intrusione, senza preavviso, nel loro territorio.

Isacco raccontò di quel lungo e periglioso viaggio, iniziato anni prima, in terra di Babilonia, erano solo di passaggio, con quell’ingombrante pachiderma dono di un immaginifico califfo all’imperatore del Sacro Romano Impero.

 Avrebbero gradito, pagando il giusto prezzo, in denari d’argento, del cibo per loro, l’elefante e gli altri animali da soma e srotolando una cartapecora mostrarono i sigilli di re Carlo Magno che intimava la cieca obbedienza al latore di tale documento.

In quella pergamena, stava scritto, che dovevano fornire una guida per attraversare il loro territorio ( la richiesta di una guida era un’astuta richiesta il malcapitato sarebbe stato fatto ostaggio, diventando così uno scudo umano da sacrificare in caso di agguato).

Insieme a loro, c’era un prete, con vistosi paramenti sacri, tanto per incutere un po’ del solito timor di Dio.

continua

U Cumandante Parodi

C’è un Comandante, da ricordare in questi primi giorni di aprile, il 13 di questo mese, nel 1927 nasceva a Varazze, Lazzaro Parodi, per chi lo conosceva u Lasarin

Il 5 giugno del 1965, il Comandante Lazzaro Parodi, tolse gli ormeggi alla sua nave, la petroliera Luisa, dove era scoppiato un violento incendio, impossibile da domare e la diresse al largo, il più lontano possibile, per scongiurare un immane catastrofe, se le fiamme avessero raggiunto la banchina del porto, i serbatoi di stoccaggio del terminale petrolifero e un centro abitato.

La petroliera Luisa, era giunta a Bandar Mashour (Golfo Persico), il più importante porto per l’esportazione del petrolio dell’Iran, noleggiata dal consorzio petrolifero iraniano e stava effettuando al molo n.1 un carico di 25.000 tonnellate di greggio destinato all’Italia.

Il 5 giugno 1965 durante le operazioni di stoccaggio, si verificò un esplosione, nel locale pompe, seguita da un violento incendio, troppo grande da poter essere domato.

Parodi restò calmo, comprese subito il da farsi, sapeva che poteva contare sul suo equipaggio e ordinò di prendere il largo a tutta forza con la petroliera in fiamme.

Era questione di pochi minuti, l’incendio si stava propagando velocemente e c’era il rischio di una serie di esplosioni a catena, se le fiamme avessero raggiunto i depositi costieri e sarebbero stati a rischio anche gli abitanti del vicino centro abitato di Bandar Mashous

Fu la sua formazione professionale e le regole a cui deve sempre sottostare chi ha il comando di una nave, che lo fecero agire così, facendo la cosa giusta, pensando per prima cosa a scongiurare una potenziale tragedia, dagli effetti devastanti e poi alla sua salvezza.

In quei momenti concitati, avrà pensato senz’altro, che sarebbe riuscito a portare in salvo il suo equipaggio, non appena raggiunta una posizione di sicurezza.

Ma quel tempo non gli bastò

La “Luisa” esplose quando era oramai fuori dal porto petroli, persero la vita il comandante Lazzaro Parodi e 28 componenti dell’equipaggio, il loro sacrificio salvò migliaia di altre vite e si evitarono incalcolabili danni.

I resti delle vittime della tragedia, furono riportati in Italia e sono seppelliti nel sacrario di Mariport a Porto Marghera.

Varazze ha dedicato una via in località la Mola al suo Comandante Lazzaro Parodi.

Allego a questo post i seg. commenti ricevuti da:

Dolcidia Castagneto

Ho tanti bei ricordi del caro amico Lazzarin assieme a sua sorella Tilde purtroppo mancata anche lei in giovane età abbiamo passato bellissimi momenti della nostra giovinezza per Tilde e Lazzarin molto breve. Lazzarin era secondo sulla nave comandata dal com. Fausto Coppi ,lo zio del campione.La nave di cui non ricordo il nome offriva poche occasioni ai secondi così Lazzarin scelse di passare alla Luisa di cui meritava il comando.Quella ultima sera nel porto c’erano tre navi comandate da Varazzini una dal com. Ravanò e l’altra mi pare del com Baglietto (non sono sicura) cenarono assieme e a ruota partirono per ultimo doveva partire il com Parodi.il resto è storia della Marina mercantile italiana e varazzina

Cerruti Giuseppe

E pensare che era già sbarcato lasciando la navigazione per sposarsi ma fece il favore ad un amico sostituendolo facendo l ‘ ultimo viaggio prima di sposarsi. Io stesso sentii queste parole da lui, grande amico di mio padre ma il destino…

Vassile Ciapaiev

A 27 anni era già al comando di petroliere, giovanissimo per il grado.Aveva navigato con mio zio da terzo, una persona simpatica, era amico dei miei e mi ricordo quando venne a trovarli e salutarli prima di partire. Quando si sparse la notizia mi mandarono a comprare il Mercantile per avere ultime notizie, sembrava in un primo tempo che sbalzato fuori in mare da una esplosione si fosse salvato…..invece …. rip Lazzarin

Carlu Magnu e u Liofante

Perché, qualche anno prima, della sua incoronazione a imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo Magno voleva avere un elefante?

Gli storici, sono divisi nel risolvere questo enigma. C’è chi afferma che voleva ricreare ad Aquisgrana il perduto Eden terrestre, con lui al centro come voler simboleggiare il Dio in terra.

Altre ipotesi, quella della sacralità dell’elefante, che era rappresentato come un’animale puro, privo della concupiscenza dell’accoppiamento, il maschio era reso incosciente, durante l’atto sessuale, dopo aver mangiato la mandragola, che la femmina le aveva offerto.

Ma forse la principale motivazione fu quella espressa da Isidoro di Siviglia dove nelle Etimologie, l’elefante era così descritto “……… un animale particolarmente “vicino” all’uomo, virtuoso, onesto, prudente, dotato addirittura di una propria religiosità”. Tutte queste qualità si sarebbero espresse, nel suo particolare riconoscimento all’autorità regia: «piegando le ginocchia di fronte» al re, aveva scritto Plinio

Queste furono le motivazioni, per cui nel 797 Carlo Magno inviò dei doni ad Harun al Rashid califfo di Bagdad per avere un’elefante.

Il califfo, onorato da quelle regalie e dall’alleanza con i Franchi, donò a Carlo Magno, un elefante albino asiatico, di nome Abùl-Abbas.

La delegazione, era capitanata da un ebreo, di nome Isacco e da altri due componenti, che perirono durante il viaggio di ritorno.

 Isacco guidò quella piccola spedizione, attraverso le vie carovaniere, per arrivare fino al porto di Tunisi, qui ricevette una scorta dai Franchi, che lo accompagnarono per il resto del viaggio, sbarcò a Portovenere nell’ottobre del 801

Qui non si hanno notizie certe del proseguo del viaggio, l’inverno era alle porte e l’elefante fu tenuto al riparo dalle intemperie a Vercelli, per poi riprendere il viaggio e arrivare ad Aquisgrana, alla corte di Carlo Magno, il 20 luglio del 802 dove visse fino al 810.

Resta un mistero: dopo lo sbarco a Portovenere, che direzione presero per arrivare a Vercelli? Il passo della Cisa? Oppure, un’ipotesi verosimile/di fantasia, potrebbe essere, che quella spedizione si diresse, verso Genua, per poi proseguire verso ponente….e dove sarà stato valicato l’Appenino?

L’Haven

Del disastro dell’Haven, restano ancora grandi depositi di catrame in fondo al mare, prospicente la nostra città e quelle del levante savonese, ogni tanto questi residui di greggio, trascinati dalle correnti nelle profondità marine, restano impigliati nelle reti e finiscono sulle cronache dei giornali locali per farci ricordare quello che fu il più grande disastro ecologico del Mediterraneo.

Ma in quel mese di aprile del 1991 ci fu una strana coincidenza, con il tragico incendio avvenuto il giorno prima della Moby Prince, dove perirono bruciati o soffocati dalle fiamme 140 persone.

Un’altra strage d’Italia, che dopo trent’anni, ancora aspetta giustizia, definito da alcuni un “‘intrigo molto appassionante” con tutti gli ingredienti di un thriller, dove la realtà supera di gran lunga la fantasia di uno scrittore dell’orror, tra menzogne, nebbia fittizia, mancati soccorsi, navi fantasma, bettoline sparite, sospetti traffici d’armi e di nafta, transizioni finanziarie in paradisi fiscali, una partita di calcio e solite prove contenute in documenti e tracciati radar spariti nel nulla e poi la strana mancata richiesta di risarcimento alle compagnie assicurative del Moby Prince, da parte dell’Agip Abruzzo la petroliera speronata dal traghetto.

Due vicende apparentemente separate da poche centinaia di miglia di mare, ma avvenute in due giorni consecutivi, fanno comunque pensare ad un nesso fra l’Haven e l’Agip Abruzzo, accumunato ai tanti misteri della tragedia del Moby Prince.

Risulta strana la tempistica della rotta dell’Agip Abruzzo. La petroliera riuscì a colmare il tratto di mare partendo dal terminal di Sidi Kerir in Egitto, fino a Livorno in soli quattro giorni improbabile, ma non impossibile, per una petroliera di quasi 100.000 tonnellate che viaggia a 16 nodi, ma perché tutta quella fretta?

Una nuova indagine della procura di Livorno, fatta tramite un incrocio di documenti a distanza di anni e con colpevole ritardo, apre la prospettiva che l’Agip Abruzzo potrebbe essere partita dal porto di Genova! A questo punto tutto è possibile. C’era forse stato un travaso di petrolio o meglio di nafta clandestino tra le due petroliere ?

E l’Haven incendiata per depistare e attrarre l’opinione pubblica su un disastro ecologico?

Mi sa che non ne verremo mai a capo. Quante tragedie stragi, non hanno ancora avuto giustizia, in questo strana misteriosa Italia, dove il profitto fa morti ogni giorno, sicuro della sua impunità e della nostra volatile memoria.

L incendio dell’Haven, avvenne il giorno 11 aprile del 1991, davanti a Multedo, preceduto da un’esplosione che fece 5 morti fra l’equipaggio, la petroliera fu trainata dal rimorchiatore Ischia il cui comandante era il nostro concittadino Benedetto Prato, che lascio’ poi il traino, al rimorchiatore Olanda per allontanarla dal porto di Genova verso terra, perché si voleva far arenare la Haven davanti al rettilineo dei Leoni di Cogoleto, un tratto di mare già inquinato dagli scarichi a mare della Stoppani, per recuperare il carico e limitare gli sversamenti in mare, ma arrivati davanti ad Arenzano, lo scafo che già aveva subito una importante riparazione, a seguito dell’esplosione di un missile a bordo, durante la prima guerra del golfo, non resse allo sforzo e si spezzò in due tronconi e il 14 aprile affondò, adagiandosi in un fondale di 80 metri.

Lo sversamento in mare specie delle componenti più dense fu spannometricamente calcolato in circa 10.000/50.000 tonnellate di greggio, in parte ancora custodito sul fondo del mare.

Di quel disastro ricordo l’enorme spessa colonna di fumo nero visibile da ogni dove, in una giornata serena e quell’improvviso calo di luce e la sensazione di freddo, quando il vento spostò la colonna di fumo oscurando il sole.

Impressionante la nave in fiamme vista dal porto di Arenzano, circondata dalle barriere di contenimento, si vedevano fuoriuscire le fiamme dalle stive della nave e si sentivano i rumori dello scafo che si stava deformando dilatandosi per il calore.

Durante l’incendio e dopo l’affondamento dell’Haven ci fu un grande spiegamento di mezzi grazie al comandante Alati del porto di Genova che prese le decisioni giuste, al comandante dei rimorchiatori Capato che coordino’ le operazioni a mare e all’ing Bovo comandante dei VVF di Genova che comando’ le operazioni antincendio si distinsero nel salvataggio dei membri dell equipaggio il comandante Cerutti e per le operazioni di aggancio e traino il comandante Prato, ad Arenzano vigilava la dott.sa Brescianini pronta a far evacuare la città in caso di mutata direzione del vento.

Grazie alle condizioni di calma marina, la quasi totalità della chiazza oleosa che galleggiava, fu recuperata, ma una parte di questa massa oleosa era già spiaggiata sui nostri litorali, la densità era tale, che poteva essere raccolta manualmente, straordinaria la mobilitazione dei cittadini e dell’esercito per togliere dalle spiagge i grumi di catrame erano messi nelle borse di plastica per poter essere portati via .

Le operazioni affidate alla ditta Castaglia durarono dei mesi, per ultimo ci fu la pulitura degli scogli tramite “u vapure in ti scoggi” grazie a idropulitrici ad acqua calda in pressione che tramite l’uso di lunghissime manichette riuscirono a staccare dalle rocce il catrame che le onde vi avevano depositato.

Pensai al ritorno dell’utilizzo dell’olio di oliva e cotone già utilizzato da bambino per staccare il catrame con cui si conviveva sulle nostre spiagge.

I comuni costieri furono risarciti dopo qualche anno con il cosiddetto Finanziamenti Haven a Varazze furono destinati 620.000 Euro, utilizzati per il lungomare Europa facente parte di un progetto di riqualificazione ambientale che aveva, tra gli altri, l’obiettivo del raggiungimento della certificazione ambientale dei Comuni della cosiddetta “Riviera del Beigua”

Oggi l’Haven è il relitto più grande del mediterraneo, l’enorme scafo è stato completamente colonizzato dalla flora marina e nei suoi anfratti trovano rifugio molte specie di pesci e crostacei le foto e i racconti di chi ha visitato questo relitto visitato da migliaia di sub sono di grande suggestione dopo la tragedia anche l’Haven ora fa parte delle attrattive della nostra regione.

Purtroppo ad oggi sono 15 le morti fra i subacquei che hanno visitato i due tronconi di scafo che giacciono da 50 a 80 metri di profondità.

https://www.comune.arenzano.ge.it/il-paese/arenzano-da-vedere/la-petroliera-haven.htm

“Pe a Difeisa du Nostru Belu Campanin

Nel 1655 iniziarono i lavori, per spostare a levante, l’orientamento della chiesa di S.Ambrogio, rispetto alla sua predisposizione classica, con l’ingresso principale posizionato a ovest.

Questa disposizione, era uguale per tutte le chiese medievali.

Erano cosi’ orientate, perché i fedeli entrati nell’edificio religioso, camminassero verso il sole che sorgeva.

Versus Solem Orientem

La cupola stava a rappresentare la volta del cielo.

Mentre l’altare doveva essere il vertice della croce di Cristo.

Lo spostamento della facciata a levante, fu dettata da esigenze di tipo pratico.

Serviva avere una grande piazza e poi si voleva ingrandire ancor di più la chiesa vecchia, del 1300, già oggetto di modifiche nel 1500.

Quando l’edificio che era stretto fra gli alberi e il grande orto, dove oggi si trova l’oratorio di S.Giuseppe, fu pesantemente modificato, con il prolungamento della navata del presbiterio e la costruzione di alcune cappelle laterali.

Resta il rimpianto di aver perso, a seguito di questi ingrandimenti, la stupenda facciata della chiesa romanica, rivolta a occidente.

Come ben descritto nei testi dell’epoca, aveva un pregevole portale in marmo, un capolavoro artistico, distrutto, solo per l’imperante moda barocca e la smania di grandiosità degli edifici religiosi.

Anche gli interni, subirono radicali trasformazioni, furono costruite nuove cappelle e la cupola.

Molte furono le donazioni, fatte alla curia, da parte delle famiglie benestanti di Varazze e di semplici cittadini.

La nostra comunità, partecipò alla costruzione della quarta chiesa di S.Ambrogio, anche con le proprie forze fisiche, di chi prestò gratuitamente o a basso costo la mano d’opera.

La chiesa fu ultimata e la facciata in barocco, realizzata con linee eleganti pulite, come si evince dalle foto.

Ben proporzionate, in una sorta di mutazione stilistica, si armonizzavano con la romanità del campanile

La piazza fu abbellita nel 1759, con una bellissima tipicità ligure u risso’ de prie, un mosaico di ciottoli di mare, bianchi e neri, messo in opera e donato, dalla famiglia Lomellino.

Ma lo stile barocco delle chiese, si era trasformato, era diventato uno strumento, che doveva segnare il passaggio dallo spazio interno, allo spazio urbano

E quella facciata barocca, anche se riusciva ad armonizzarsi con il campanile romanico e la piazza di ciottoli di mare, non espandeva verso l’esterno, la magnificenza delle opere d’arte e decorazioni interne.

Così fu deciso che la facciata andava rifatta.

La scelta di costruire l’attuale grandiosa facciata, fu causa di aspre divergenze e la nostra comunità si divise in due fazioni.

C’era chi, come i rappresentanti del clero, voleva esagerare, con lo stile barocco, per armonizzare la facciata, allo sfarzo degli interni della chiesa e a questa volonta’ aderirono molti fedeli.

Il progetto di questa realizzazione, era stato offerto gratuitamente alla curia, dall’ing. Luigi Camogli

Un’altra fazione, capitanata da Giovanni Patrone, contraria all’esibizione di tale ricchezza in un luogo di culto, propose la realizzazione di una facciata più razionale in stile romanico, che doveva intonarsi allo stile del “campanile russu” come si vede nella foto.

Il progetto di Patrone, a mio parere, era molto bello!

Doveva essere costruita in mattoncini con i tre rosoni, il porticato e le colonne delle bifore in stile come il campanile.

I motivi che dovevano giustificare questa scelta furono elencati e descritti dallo stesso Patrone, in un opuscolo edito nel dicembre del 1912 “Per la difesa del nostro bel campanile”

L’uscita di questa pubblicazione, fu, non per caso, nel mese del Santo Natale, dove la chiesa celebra la natività di Gesù, nato in un’umile capanna, lo scritto contenuto in quel libricino, dal tono molto polemico, ma che argomentava molto bene le convinzioni di Giovanni Patrone, assolutamente contrario e alternativo al progetto di Camogli, contribuì a creare un clima di forti discussioni e divergenze nella nostra comunità, fra le due tifoserie.

Quello fu la prima, una delle poche volte, nella storia del nostro comune, dove tutti i cittadini parteciparono in modo massivo ad una discussione, su di una grande opera, che si stava realizzando nella nostra città, parteggiando per l’una o l’altra opinione

Nonostante la mobilitazione popolare il Sovraintendente ai Monumenti per la Liguria arch. D’Andrade confermò il nulla osta, che era già stato rilasciato a ottobre di quello stesso anno, per l’inizio lavori secondo il progetto dell’ing. Camogli.

I lavori edili dell’attuale facciata furono affidati all’impresario Ottonello e allo scultore Nino Italia, le opere ornamentali, entrambi sotto la direzione del progettista .

Le attività iniziarono l’anno seguente, portate avanti a rilento e a causa di difficoltà economiche, furono ultimati nel 1916, ma lo scoppio della prima guerra mondiale, rinviò la solenne inaugurazione, avvenuta il 4 luglio 1920, il mese dei festeggiamenti del Beato Jacopo

foto Archivio Storico Varagine

Nota dell’autore

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A Benedicta

Doveva essere un moto giro Genova – Gavi – Sassello e invece…

Sul cellulare, la mappa del percorso per noi inedito, ma a che serviva studiarlo o stamparlo, avremmo, seguito il gruppo e non ci saremo persi…

Ma dopo l’ultimo semaforo, del Lungo Bisagno, del gruppone di moto, più nessuna traccia!

L’accensione della luce verde, del semaforo, ha dato il via a un gara di moto GP !

Allora io e Ettore, decidiamo per un’altro giro.

Si sale verso Voltaggio, per una pausa caffè. Seduti al tavolino facciamo la conoscenza di un funzionario del comune e si parla della Guerra di Liberazione, particolarmente cruenta, in questa zona dell’Appennino Ligure, dove i nazifascisti, dovevano garantirsi la via di fuga, in caso del ventilato, ma poi non attuato, sbarco alleato, nelle spiagge della riviera di ponente.

Nel parco delle Capanne di Marcarolo, che sovrasta l’abitato di Voltaggio, ci fu la strage della Benedicta e diversi episodi di sangue, legati alla Guerra di Liberazione.

Questo signore molto cordiale, ci invita nell’atrio del palazzo comunale, a visitare le targhe, in memoria delle tante vittime di Voltaggio, morti nelle guerre mondiali. E’ impressionante, anche il lungo elenco, di nomi scolpiti, di Partigiani e Renitenti di leva, un contributo altissimo, per questo piccolo paese e soprattutto, l’età dei giovani alcuni nemmeno ventenni, trucidati senza pietà, da un regime di morte e distruzione.

Si continua a parlare di Resistenza e inevitabilmente, della presenza di una destra nostalgica, nel quadro politico italiano e del perché, non è stato fatto nulla, contro quella, che è stata, la nascita di organizzazioni di estrema destra e di un pseudo partito fascista in Italia, un grave atto, di mancato rispetto, verso chi ha combattuto e perso la propria vita, per poter oggi avere, nel nostro paese, la democrazia, sancita da una Costituzione Antifascista.

Riprendiamo il viaggio, affrontando la strada, che attraversa il suggestivo parco delle Capanne di Marcarolo, si salgono diversi tornanti e si arriva in quota a dominare la valle, profondamente scavata dal torrente Gorzente.

Sono molte le auto e le persone qui presenti, per un’escursione o un rinfrescante bagno, nei molteplici laghetti che formano le anse del corso d’acqua.

Dopo circa quindici km. arriviamo al Sacrario della Benedicta.

Qui tra il 6 e l’11 aprile, del 1944 ci fu un’esecuzione sommaria di 75 giovani, renitenti di leva, che in questi boschi avevano trovato rifugio, per non essere arruolati nelle bande criminali della repubblica sociale, trucidati, per dare l’esempio e incutere terrore, nei militari italiani e nella popolazione locale, fucilati dai bersaglieri repubblichini comandati da un ufficiale tedesco.

La Resistenza, fu una guerra civile, i martiri della Benedicta, furono trucidati, da altri giovani come loro, che vestivano la divisa fascista.

Sempre nel comune di Bosio, altri 72 Partigiani, erano caduti, negli scontri a fuoco o fucilati, nei giorni precedenti, a queste vittime sono da aggiungere i 59 della strage del Turchino del 19 maggio del 1944.

Il totale di queste stragi ammonta a 206 fra Partigiani e Renitenti di leva

Il monastero della Benedicta, in cui si erano rifugiati questi giovani, disarmati e meno esperti, venne fatto esplodere.

Suggestive e molto toccanti, le fosse, da dove furono estratti i corpi di questi martiri, viene da piangere, vedendo le date di nascita e poi fare il conto dei loro anni.

Nei rastrellamenti, in quei tragici giorni, molti altri giovani, renitenti di leva furono catturati e inviati a Genova, con la speranza di essere solo incarcerati, ma questo fu solo uno, dei tanti inganni del regime fascista, furono stipati su carri bestiame e inviati nei campi di concentramento, in Germania, ma la maggior parte di loro, non fece più ritorno.

Qui al cospetto di queste grandi lapidi, con i nomi incisi, di tanti ragazzi e uomini morti per la Libertà, ci si sente piccoli e riconoscenti, verso chi perse la vita per la libertà, dobbiamo a loro, la nostra promessa di non dimenticare mai il loro sacrificio.

Ricordiamoli sempre!

https://benedicta.org/

La strage nazifascista della Benedicta

Le falegnamerie.

Tratto da “Olio di Oliva e Cotone” di Giovanni Martini

Proseguendo la nostra strada sciu da Teiru, si intercettava la discesa, verso il sottostante capannone della falegnameria di Mario e Paulin non ancora divisi da Paolo.

I tre soci: Perata Paolo, Siri Mario, Baglietto Paolo, iniziarono l’attività nel 1957 in un locale dietro l’officina del gas a Varazze, nel 1959 poi con la costruzione di un laboratorio di circa 300 mq, si trasferirono in località Campusantu Vegiu.

Paolo Baglietto si ritirò dalla società nel “61 rilevando 1/3 del capannone, successivamente ampliato a partire dal 1967 con la costruzione di una soletta per formare un piano intermedio e poi con l’edificazione di un fabbricato costruito in aderenza e perpendicolare al precedente.

Nell’ alluvione del 31 ottobre del 1968, la forza dell’ acqua, da Pelosi, fece crollare parte del muro di sostegno della strada, nella parte alta di via Monte Grappa, ma proprio lì vicino la furia dell’acqua, trasporto’ via tutto il materiale, di quella che era una vera e propria discarica abusiva, svelando la bella opera di presa U Beo da Fabrica.

Da Ciusa da Fabbrica, l’acqua, scavo’ fin sotto le fondamenta della falegnameria Baglietto Paolo e gran parte del legname, che era accatastato, fu trascinato via dall’ondata di piena del Teiro.

La furia delle acque, procurò seri danni alla falegnameria Baglietto Paolo, dilavando le fondamenta del nuovo fabbricato

Nel 1969 a seguito dell’acquisto di un terreno in località Teglia e con la costruzione di un nuovo capannone,la ditta Baglietto si trasferì definivamente.

Gli ex soci nei 2/3 di capannone a loro disposizione, continuarono ancora l’attività di falegnameria fino agli anni 80.

Il mio primo lavoro fu nella falegnameria di Paulin e Mario, avevo da poco terminato la terza media e nell’incertezza se continuare gli studi, passai l’estate, assunto come apprendista falegname, ma non fui quasi mai adibito alla lavorazione diretta del legno, il mio compito era quello della carteggiatura e verniciatura dei serramenti.

Queste operazioni, erano effettuate in un locale costruito in legno, sorretto da pali conficcati nel terreno come fosse una grande palafitta, era in aderenza al laboratorio della falegnameria a cui si accedeva tramite una porta e una breve scala.

In questa “cabina di verniciatura” operava Pino Canepa e il fratello Paolo sfortunatamente scomparso qualche anno, fa a seguito di un incidente stradale.

Essendo i più giovani, eravamo spesso oggetto di scherzi, un giorno inseguiti dagli anziani, che volevano cospargerci con la colla da legno, saltammo da una finestra alta due metri dal suolo!

Ripetemmo questo tipo di fuga, anche a seguito dell’arrivo di un ispettore del lavoro, fui così messo in regola con tanto di libretto di apprendistato.

Al disotto di questo fabbricato, c’era il deposito del legname e fra le colonne della “palafitta,”era stato ricavato il wc.

Aveva la porta, ma la finestra non aveva vetri, in pratica solo una turca, dove dal buco si vedeva il terreno sottostante, ricordo una frase in rima scritta sulla parete, a riprova che in ognuno di noi, al momento giusto e nel posto giusto, alberga un poeta !

Rivedo oggi, ogni tanto quei miei primi colleghi di lavoro ora nonni e con i capelli bianchi, ho indagato, senza successo sull’autore della rima

Decisi di continuare gli studi e mi congedai da questo mio primo impiego, alla fine di settembre.

Dal 1984 il vecchio laboratorio è diventato “La Bottega del Legno”succursale della ditta con licenza commerciale e la società ha cambiato nome in Paolo Baglietto & Figli