U Sciu Lighieri

Dante a Vase

Con “verosimile certezza”, ci fu un soggiorno del sommo poeta, presso il monastero di S.Giacomo in Latronorio, Dante si fermo’ qualche giorno nella nostra città mentre era di passaggio per andare in Francia.

Ma da cosa, nasce cosa e se la storia fosse, per ipotesi un’altra?

Se da un ingente massa cartacea, di un archivio parrocchiale, d8imenticato, scampato alle cicliche sparizioni, di documenti compromettenti, fosse emerso una foglio, molto datato, relativo ad un’ inedita vicenda, scritta con un miscuglio di lingua dialettale, che potrebbe essere riferita al soggiorno di Dante Alighieri in un monastero nei pressi della nostra città?

Anno domini 1302

Mi famulo, Didio Giacomino, massacan in Latronorio, imparato di scrivere diggo ste cose , poscia duman, nu me diggan ciù, che a le’ curpa me, se u diau e linferno sun cusci’ brutti cumme a disce a Comedia du sciu Lighieri !

Mi questo so e vou voggiu cuntò.

Di mattina, fito, desciai u sciù Lighieri Dante, per ando’ pe funzi, cumme vureiva vu scia’.

A seia prima, u sciu’ Lighieri, u leiva mangiou u tuccu de sanguin, cun a pulenta di fratti e u ga ditu “Che bontà ! Voglio ito pe funzi!”

Tutti ghemmu ditu, lascià sta Dante,….. te bravu a cuntò e scrive de musse, ma ti te perdi in te un gottu d’equa.

Belin! U sciu Lighieri u lea tantu regagiu, vureiva andarci da sulu in Latronoriu a sercò i funsi e u l’è muntò in cima a na carega e u l’ha ditu.

‘O frati,’ dissi, ‘che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza’.

Noi presenti ci siamo mie’ in tu muru, cosa vuscia u l’ha ditu? …che u va pe funsi?

Ma fratti pe cumpagnarlo nu ghe n’ea…

Uno ciaveva da fa e penitense, natru da prega’, poi u ghea chi doveva andò a dumando’ a lemosina, gh’ea resto’ sulu quarche fratte vegiu cumme u cuccu e surdu cumme un taccu, cuscì è toccato a me famulo Didio Giacomino, massacan in Latronorio, accumpagnare’ u sciu’ Dante pe funzi.

Quandu semmu partiti, go ditu au sciu’ Lighieri, “stanni derè a mi, che te fassu truvà li funzi”.

Semmu andeti sciu da Beffadossu, versu l’Agniun, in ten un boscu scuu de pin e de ersci, che pareiva de ando’ in bucca ai lui.

U sciù Lighieri u parleiva sempre, nu stova mai sittu!

Alua me sun missu da lanna in te uegge…. che belu! Camminovu e nu sentivu ciù ninte, mancu ciù e belinate du sciu Lighieri!

A nu l’è steta curpa me se doppu un po, nu lò ciù vistu!

Ho braggiato tanto e poi tanto, che mi sono sgolato “Dantee danteteee”, ma du sciù Lighieri mancu più la spussa.

U lè vegnuu notte e giurnu tre otte e l’han trovou i fratti, tuttu sgranfignou e mortu de famme, poviu sciu Dante, u cianseiva cume un figgiou.

Suvia un toccu de cartapecora, gheiva scritu.

“Nel mezzo del camin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura che la dritta via era smarrita”

Poi abbiamo saputo che ci ha preso il Latronorio pe fo linfernu e quarche taggiagua pe fo u diau

A nu le steta curpa me…… se aua ghemmu linfernu e u diau !

Lo scritto termina qui e ci lascia l’interrogativo, ma poi, funghi il signor Lighieri ne ha trovati?

A questo link l’ispirazioni liguri di Dante.

https://www.lamialiguria.it/it/in-vacanza-con-i-bambini/110-all-aria-aperta/12085-luoghi-danteschi-liguria.html

I Cien de Cantalu’

23 gennaio 2021

Proseguendo la strada, dopo il bivio per il Bricco delle Forche, all’apice del quale si dipartono i confini dei comuni di Varazze, Celle e Stella, si arriva nella zona di Rocca Guardiola, dove rivedo dopo molto tempo, la pista da cross e con essa i ricordi di quando ero in questa pista, per diletto, con il mio cinquantino, naturalmente elaborato, che a stento arrivava in cima al salitone!

Questa pista era chiamata impropriamente, Campo da Cross de Sanda o du Briccu de Furche, aveva ospitato anche gare di motocross a livello regionale e noi ragazzi, per l’occasione, allertati dell’avvenimento, eravamo sempre a bordo pista, per guardare le evoluzioni dei campioni di questa specialità, che era meno spettacolare di oggi, con pochi salti, con le moto che avevano meno potenza, tutti motori a due tempi, poca elettronica, sempre su di giri, raffreddati ad aria.

Il momento suggestivo, era alla partenza, con le moto allineate, contro il cancelletto, il rumore dei motori al massimo dei giri, con la frizione tirata, l’odore della combustione, degli additivi per la lubrificazione, immessi nella miscela e poi, quando lo starter abbassava la sbarra, lo scatto in avanti, spesso su di una ruota delle moto, urti cadute e fuori pista, erano normali in un percorso, molto stretto, pieno di curve e saliscendi dopo una decina di giri, essendo molto corto il circuito, non si riusciva a capire chi era in testa alla gara e chi era stato doppiato!

Con l’entrata in funzione del nuovo campo da cross a Sassello, questo impianto perse l’interesse degli appassionati del fuoristrada, a favore del più performante percorso dei Giardini e fu quasi abbandonato del tutto, destinato a essere fagocitato dal bosco.

L’acqua completò l’opera, dilavando il tracciato e scavando profondi canaloni, anche pericolosi, se ci si finiva dentro, divenne solo un luogo di prove e di cimento, di chi come il sottoscritto, aveva trasformato la sua moto stradale in una rumorosa moto da cross.

Oggi si ode, nella dirimpettaia zona di Campomarzio, e Pero nuovamente, in lontananza, il ronzio delle moto, provenire dal Bricco delle Forche.

L’impianto è stato rimesso in auge da Andrea Parodi ex pluricampione regionale FMI, la pista è chiamata Crossdronomo Andrea Timossi, in memoria del compianto pilota di motocross.

L’organizzazione, offre anche servizio bar e ristoro, servizi igienici, oltre all’assistenza tecnica, aperto tre giorni la settimana o su appuntamento, per qualsiasi categoria di motocrossisti, si possono effettuare anche gare di minicross, quad, pit bike, sidercarcross.

Una bella realtà ludica, ospitata nel comune di Varazze, anche se per questioni di logistica le ricadute economiche sono a favore del Comune di Celle.

Si prosegue con la strada sterrata, molto stretta ma in discreto stato, con qualche pozza d’acqua, si supera il Bric dei Brasci e dopo circa un chilometro, con saliscendi e curve nel folto dei boschi e sporadici scorci di mare, si arriva ai Piani di Cantalupo.

Bellissimo pianoro, al cui limitare sud è presente una casa colonica, in parte diruta.

Alcuni cartelli affissi ad una tettoia in lamiera, avvisano che siamo in una proprietà privata, l’area è adibita a campo di addestramento cani per le attività venatorie.

Visto l’assenza di anima viva, continuo comunque a piedi.

La strada prosegue oltre il prato, in direzione del monte Zucchero, poi diventa poco più di un sentiero e ad un bivio, sempre tramite una stradina si raggiunge la Crocetta di Cantalupo.

Partendo dal pianoro, con un sentiero si arriva all’abitato delle Lenchè.

Questo pianoro è stato spianato reso coltivabile e produttivo, dalla famiglia Zunino, di origine lurbasca, che qui traeva sostentamento, tramite il lavoro nei campi e con l’allevamento di bestiame.

Nei primi anni del secolo gli avi di questa famiglia, erano domiciliati in località In Spalla d’Ursu (sulle cartine e anche segnata la cascina Zunino) in riva destra del Teiro dopo i Pousi, dove avevano dei terreni e una stalla, salendo il Cornà, raggiungevano i Cien de Cantalù, per la fienagione.

Acquisita una porzione di terreno, si stabilirono in questa località, costruendo un’ampia casa colonica, oggi però circondata da una banda plastica, che ne indica lo stato di precarietà.

Belle le parole, di un’erede dei Zunino, Claudia Buffa, che ringrazio per avermi raccontato con una buona esposizione di fatti, ricordi e nomi, di questa grande famiglia, di un loro lontano parente, emigrato in America e poi delle tante bocche da sfamare, che comunque hanno contribuito in età adulta, ai lavori nei campi, all’accudimento del bestiame e a costruire proprio lì ai Piani di Cantalupo la loro bella grande dimora.

Al limitare dei Cien de Cantalù in direzione del monte Zucchero, come una barriera insormontabile, si erge un muro in pietre di notevole impatto visivo, lungo quasi un centinaio di metri, alto, in certi punti, circa tre metri, disposto lungo la direttrice nord – sud.

Inizia nei pressi di quella che sembra essere stata una cava di pietre e termina , interrotto dalla strada, quella che raggiunge la vetta del monte Zucchero, oltre questo limite, non v’è traccia di proseguimento di quest’opera muraria.

Bellissimo e di buona fattura fa pensare ad un’opera megalitica delle popolazioni che vivevano su queste alture agli albori della civiltà dei Liguri, ma ad oggi resta sconosciuto lo scopo di questa opera e soprattutto chi l’ha edificata, con un notevole dispendio di risorse.

Forse la spiegazione è meno aurea e di un periodo a noi più vicino e può essere quella di un muro per delimitare una proprietà, con funzioni di riparo per le coltivazioni più delicate, piantumate a ridosso del muro, per la difesa dai venti di tramontana.

Costruito con le pietre spaccate dalla cava e con l’aggiunta del pietrame di risulta, durante i lavori per rendere arabile e fertile il pianoro.

Oppure molto probabile che questo muro sempre per gli stessi scopi di cui sopra, sia un riutilizzo di pietre, in questa zona poteva esserci un “mucchio di pietre” appartenenti ad un castellaro, eretto dai nostri antenati a difesa di questa importante zona, dove almeno quattro strade si incontravano.

Oggi per raggiungere queste zone, ricadenti all’interno del territorio del Comune di Varazze, si è costretti a percorrere almeno una ventina di chilometri, partendo dal centro urbano.

Per agevolare l’utilizzo e lo sviluppo di questa importante area, con le sue attività, presenti ai Piani di Cantalupo e a Rocca Guardiola, anche nell’ottica di diversificare l’offerta turistica della nostra città, sarebbe auspicabile l’apertura di una o più strade di collegamento con le sottostanti frazioni di Cantalupo e Castagnabuona.

Esiste già una stradina, si potrebbe seguirne il tracciato e adattarlo alle quattro ruote.

A Via Gianca

La via Bianca, è un bel itinerario, escursionistico/storico.

Il percorso, abbastanza ripido, è da percorrere preferibilmente, nelle belle giornate in inverno/primavera.

Si parte dal sciu da Teiru, dai Muinetti dove arrivava l’acqua del beo da Besestra, che faceva ruotare dei mulini per cereali.

Si imbocca il primo tratto scalinato, della via Bianca e si arriva alla prima cinta muraria, con le colonne delle vigne cistercensi, salendo si incontra la colonna da Porta Russa da dove scendeva una strada verso il sciu da Teiru.

Salendo ancora siamo nella località a Sigaa, qua nei due tratti in piano ci sono le due edicole votive, u nicciu di Fricciuin e quello da Cianna Via, questo toponimo si riferisce al terrapieno, che è stato costruito, in questo punto, per superare un avvallamento, qui la vista spazia verso a Servega valle dell’Arzocco.

Proseguendo si deve fare una sosta sul sagrato della Chiesa di S.Caterina delle Ruote, dove sopra il portale è infissa una pietra d’inciampo, la lapide dei fratelli Accinelli e Piombo, deportati e morti in un campo di sterminio.

Il percorso è sempre in salita, nei pressi della Casa Torre è bene non transitare nelle ore notturne…. in questa zona, le streghe ballano intorno al fuoco!

Qui nelle belle giornate, si ha un’incomparabile vista di tutta la nostra città, con il mare a far da sfondo. In questo tratto di strada, ben visibile il tipico lastrico della strada romana.

Si arriva così alla Chiesa del Beato Jacopo. Un sentiero alla nostra destra, ci conduce in cinque minuti, sulla cima del Muntadò, dove sono ancora visibili, le opere militari della seconda guerra mondiale.

Il sentiero pianeggiante che si diparte al disotto della strada cementata che arriva alla Chiesa, è la continuazione della via Bianca, dopo una curva e una salitella, si arriva ad intersecare la strada tagliafuoco della Madonna della Guardia.

Stranamente nella stradina, che abbiamo appena percorso, non esiste traccia del sedime, come quello, ancora ben conservato della via Bianca, probabilmente le pietre sono state prelevate e utilizzate per la costruzione della Chiesa del Beato Jacopo.

In questa zona oramai completamente interrato c’è l’attraversamento del Beo de Gambin, altra grande opera idrica, l’acqua prelevata dal Rio Gambin, al disotto dell’abitato delle Faje, regimentata in un canale, passava sopra u Muagiun, arrivava, dove ora c’è la discarica della Ramognina, poi verso l’Arenon, per finire nella valle dell’Arzocco, qui nei pressi della Lapide di Negri, il canale è ancora visibile, arriva da Ca de Toe e finiva per conferire l’acqua delle Faje, nell’invaso della diga Ferruginosa, una diramazione irrigava gli orti du Caregà.

Se si vuol fare un pò di ricerca storica, si può proseguire, lungo le pendici dell’Arenon e dopo un falsopiano prativo, cercare la continuazione della strada romana, in direzione di Costata/ Isola del Deserto, la strada oggi è diventata uno scolo d’acqua e il suo sedime è stato divelto da man d’ommu e impilato ai lati dell’ex strada romana.

Oppure, raggiunta la strada tagliafuoco, arrivando dalla stradina che parte dal Beato Jacopo, svoltando a destra, si va verso la Madonna della Guardia.

A questo punto, un’itinerario alternativo è quello che, con una deviazione a sinistra, nei pressi da Sbaraggia da Pustetta, arriva a Ca de Sevisse ( prima di arrivare alle Sevisse leggere la sua storia) poi si può scendere, se il sentiero è ancora percorribile, verso a Ciusa du Spurtigio’ arrivati allo sbarramento, si segue il sentiero, che corre parallelo.al beo, verso l’Invrea, a metà del percorso, sono da visitare, alcune postazioni di artiglieria, della seconda guerra mondiale.

Adriana e Gino

La località Tascee o dai Pisan, si trova in sponda destra del Teiro in corrispondenza della località di S.Anna, è un toponimo comune anche di altre zone di Liguria, significa tane di tassi, che prolificavano nei boschi sopra questo abitato, i tassi, predatori notturni, facevano delle stragi, soprattutto negli allevamenti avicoli, niente ferma questi animali, specie, quando hanno delle cucciolate da sfamare, diventano aggressivi e capaci di scavare profonde buche, per penetrare nei pollai

A Ca Russa de Tascee

Il nonno di Adriana, Lorenzo Pisano, di ritorno dall’America, nel 1900, acquistò un ampio appezzamento di terreno in località Tascee, alcuni boschi nel Curnò, e la Casa Rossa, incredibile ma sapiente manufatto, edificato nell’alveo del Teiro , di cui però, non si ha memoria, di chi l’ha costruito

I genitori di Adriana

Lorenzo ebbe otto figli, cinque maschi e tre femmine, uno dei figli, il papà di Adriana, Giuseppe Pisano, sposò Caterina Zunino, da cui ebbe due figlie, Maria e Rosanna, ma da tutti conosciuta, con il suo secondo nome, Adriana.

Adriana

I coniugi Mazzali con Gino accanto alla madre e il fratello

Nel 1966 il giorno della festività dell’Annunziata, il 25 di marzo, Adriana, conobbe Gino, un giovanotto del Pero, che lavorava ai Cantieri Baglietto.

Adriana, racconta del suo incidente, avvenuto verso le h.13 del 9 dicembre 1967 in via Piave, all’altezza dell’ex passerella da Fabrica.

Il traffico lungo Teiro, in via Piave, era a doppio senso, lei era appena uscita dalla rivendita di materiali edili Massone, dove lavorava e stava percorrendo il sciu da Teiru, in direzione del Pero.

Non si sa con precisione, che cosa sia successo a chi era alla guida di una Fiat 1100, che procedeva verso Varazze, probabilmente il giovane, inesperto alla guida, si era distratto, ad osservare la pedaliera dell’auto, premendo sul pedale dell’acceleratore.

L’auto con velocità sostenuta, piombò addosso alla moto, una Lambretta 125, guidata da Adriana, che a seguito dell’urto fu sbalzata in alto, ricadendo rovinosamente a terra, si procurò una grave lacerazione alla gamba destra e una frattura multipla, scomposta alla gamba sinistra-

Adriana restò esamine sull’asfalto, in una posa innaturale, il forte trauma cranico gli provocò una fuoriuscita di sangue, dalle orecchie e dal naso.

Chi accorse in suo soccorso, pensò al peggio e nell’attesa dell’arrivo dei soccorsi, ricoprì Adriana con un lenzuolo.

Fu il milite della Croce Rossa, il compianto Claudio Bittante, che alla vista di quel corpo, all’apparenza senza vita, si accorse del suo respiro.

Adriana fu trasportata, con urgenza a quello che un tempo era l’Ospedale di Varazze, il S.Maria in Bethlemme, qui per una quelle strane coincidenze della vita, che qualcuno chiama destino o miracolo, si verificò una combinazione di eventi, che salvarono la vita ad Adriana.

L’Ospedale di Varazze, era una struttura sanitaria, con tutte le specialità, quel sabato mattina, era da poco terminata un’operazione di appendicectomia, ed era ancora pronta e disponibile, la sala operatoria e un’equipe medica, che all’arrivo dell’ambulanza, prestò celermente le prime salvifiche cure di rianimazione e di controllo dell’ematoma cerebrale, immobilizzata la frattura e saturate le ferite.

In quei giorni, in cui Adriana, era in prognosi riservata, ricorda di aver fatto alcune volte, sempre lo stesso sogno, quello di camminare, sopra uno stretto muretto, in direzione di una luce, poi improvvisamente di precipitare nel vuoto, queste cadute, coincidevano con dei bruschi risvegli.

Sogni di questo genere, sono stati descritti, da chi è stato in pericolo di vita.

In uno dei suoi dormiveglia, Adriana, si rammaricò, di non poter andare a vedere, la squadra di calcio del Varazze, quel suo dispiacere, fu il sintomo di una pronta guarigione. Per le cure alle gambe il 21 dicembre fu ricoverata al Santa Corona.

Furono una serie di combinazioni, di quelle cose imponderabili della vita, che le salvarono la vita, in primis, il tempestivo soccorso e la fortuna di avere un’Ospedale a due minuti di ambulanza

Adriana, con i suoi vent’anni, reagì bene alle cure, ma fu anche una soluzione contro il freddo, del sciu da Teiru, che ebbe la sua importanza nella dinamica dell’incidente……

Nessuno portava il casco, ma lei per ripararsi dall’aria fredda, che le penetrava nel collo, era solita tirare su il bavero della giacca e fissarlo stretto con uno spillo, in questo modo, furono salvaguardate nell’urto, le vertebre del collo.

Adriana e Gino

Gino le fu costantemente accanto durante la degenza.

Dal loro matrimonio è nata Anna

Gino Mazzali classe 1945, molto conosciuto fra gli ex dipendenti dei Cantieri Baglietto, fu assunto il 15 di ottobre del 1959 e rimase al lavoro fino al 1996.

Furono diverse le sue mansioni, era nella Falegnameria e poi in officina meccanica e infine nel reparto, dove erano sagomate le lamiere di alluminio, per poi essere messe in opera a bordo e saldate

Gino appartiene a quella generazione, testimone di cambiamenti epocali nel mondo della cantieristica navale.

La prima rivoluzione furono i laminati multistrati per gli arredi e le sagomature.

Ma la vera rivoluzione fu l’avvento dell’alluminio, negli anni 70, Gino come altri ex dipendenti ricordano bene il nome della prima imbarcazione in alluminio, che fu varata dai Cantieri Baglietto, un’imbarcazione di trenta metri battezzata Jamin, il commitente era un certo Newman un personaggio del jet set anni 70 importatore statunitense della Porsche, eccentrico miliardario, fu un buon cliente per i Cantieri e anche per le rivendite di liquori!

Jamin

Jamin che tradotto in dialetto fu un vero e prorpio giamin, tribulazione.

In seguito Baglietto si dotò di macchine speciali per la sagomatura delle lamiere di alluminio, a Gino fu affidata l’Assistenza Tecnica per la costruzione e il posizionamento a bordo dei particolari in alluminio.

Gino a bordo di Italia l’imbarcazione che partecipò all’America’s Cup del 1987

Gino racconta di tutte le ultime vicissitudini, prima della chiusura dei Cantieri Baglietto, con gli inesperti direttori di produzione, i vari cambi di proprietà, con il subentro di società che nulla avevano a che vedere con la marineria, dedite solo al profitto prima di tutto.

Stessa sorte anche per altre realtà produttive di Varazze, la ricerca del massimo profitto, fu la causa primaria, della fine della manifattura nella nostra città.

Adriana e Gino, raccontano dei momenti di svago, con i passatempi, da ragazzi, quando il Teiro d’estate scorreva placido e ci si poteva fare il bagno e pescare i pesci, specie nel lago de Preustin.

Il fiume, era luogo di interminabili giochi e passatempi, come ho potuto sperimentare anch’io, insieme ai miei amici, più a valle, nel sciu da Teiru.

A Cartea da Riva

Quanta storia è passata alle Tascee, cose da vita a famiggia e de tantu travaggiù.

Quando de là de Teiro, l’acqua, con u beo da Cravassa, forniva la forza motrice, per azionare le ruote della dirimpettaia Cartea da Riva.

Se traversava u sciumme in simma a na cianca, in Teiru u gh’ea, ciuse bei e roe, per cartee, muin da faina e pe sciacco’ e oive, per taggio’ e ciuno’ u legnu ma anche macchine pe fo a pasta e i tappi.

E com’era diversa da oggi, la vita della gente, si viveva dei prodotti della terra e si lavorava in uno dei tanti opifici, sciu da Teiru o in quelli che erano in riva ou ma.

Dalle Tascee, ad arrivare in Spalla d’Ursu, c’erano i Pisan e i loro parenti, coltivavano e avevano gli animali, tagliavano l’erba nelle zone prative ai Cien de Cantalù e in tu Pra du Gattu, segavano la legna e piggiovan u giassu, nei boschi da Ballin-a.

Il fiume, nei pressi del lago de Preustin, passa attraverso una strettoia rocciosa, qui c’era il progetto di fare lo sbarramento, per una Centrale elettrica.

In questa diga, era previsto di far confluire le acque del Sansobbia e del Teiro, ma anche un’improbabile prelievo, dal torrente Arrestra e un fantasioso utilizzo del torrente Erro!

Il progetto, abbastanza azzardato, fu accantonato anche perchè sull’Europa e in tutto il resto del mondo, si stavano addensando le nuvole nere, di un altro conflitto mondiale

Arrivarono i tuoni di una guerra, già persa in partenza e dopo l’ 8 settembre, sopra quei grandi terrazzamenti delle Tascee, furono montate le tende di un accampamento militare, nella Casa Rossa si stabilirono gli ufficiali e quello, divenne il comando di una guarnigione di S.Marco .

La paura di essere un facile bersaglio di una incursione aerea o dei partigiani e per mettere al riparo gli esplosivi, furono le motivazioni, per lo scavo di un rifugio costruito nella roccia a poca distanza dalla Casa Rossa, una galleria di una ventina di metri, unica del suo genere, con due varchi uno per l entrata e l’altro per l’ uscita d’emergenza.

Quando si parla delle Tascee, sono d’obbligo i riferimenti alla guerra il 24 novembre 1944 ci fu l’eccidio di Emilio Vecchia fucilato davanti a Ca Russa.

Il 25 aprile del 1945, i tedeschi in fuga da Varazze, per proteggere la loro ritirata, fecero brillare una grande carica di esplosivo, nella strada per il Giovo, lo spostamento d’aria, mandò in frantumi tutti i vetri delle case e distrusse le coperture in tegole, delle case delle Tascee

I partigiani, avvisarono dell’imminente esplosione, gli abitanti delle Tascee, che poterono evacuare in tempo, dalle loro abitazioni e rifugiarsi nei boschi in ta Balin-a prima dello scoppio.

Ringrazio Adriana e Gino, sempre cordiali, insieme abbiamo passato qualche ora, a ciappettà, cun un pò de figassa e u caffè, in questo post, ho scritto solo una piccola parte, delle cose che mi hanno raccontato, della loro vita, in questo angolo della nostra città, chiamato e Tascee o dai Pisan.

Grazie alla loro gentile disponibilità, ho portato alla conoscenza di tutti, un importante tassello della storia della nostra città, è quella da Ca Russa, davanti alla quale fu ucciso Emilio Vecchia, un luogo della memoria, probabilmente destinato all’oblio, come altre cose che abbiamo perso.

le ultime foto in b/n sono dell’Archivio Storico Varagine

E Figgette da Fabrica

Pe ciù de sent’anni a l’è steta lì, sciu da Teiru duvve u gh’ea u giu da Fabrica a passerella de legnu a Cieli, Sciappapria e i orti da Lumellina, delà da sciumea u gh’ea i Muinetti, na fabbrica de Dadi e una de Tappi de sugao.

Emmu in tanti, a vedde quandu han cacciò su a siminea, u l’è stetu un spettaculu! Ma quarchedun u cianseiva.

Ho tratto questo post, dal bel libro di Lorenzo Arecco “Cotonificio Ligure un Secolo di Storia” Di quella grande industria manifatturiera, che sfamò tante famiglie varazzine e dei paesi limitrofi, non resta più nulla, non una targa o altro, esiste nel luogo, dove per oltre cent’anni, intrecciarono le loro vite lavorative, migliaia di nostri concittadini, in maggioranza donne.

Ancora un Grazie a Lorenzo Arecco, e alle sue ricerche storiche, con la sua passione e impegno, ci ha consegnato, perchè non cadesse nell’oblio, quel passato di laboriosità e di genialità che era nel sciu da Teiru.

Nei primi anni del 900, il personale femminile, in ta Fabrica era di circa 500 unità, di queste, all’incirca 300, erano residenti nel comune di Varazze, le restanti, provenivano dai paesi limitrofi, Arenzano, Cogoleto, Celle Ligure, Stella, Savona ecc. ma anche da altre città fuori Liguria

Un centinaio erano quelle provenienti da Voghera, Rovereto, Cuneo, Udine, Torino, Alessandria, ma anche da altri paesi liguri dell’entroterra.

Queste lavoratrici, fureste, furono alloggiate in parte in alcuni alloggi, messi a disposizione dal Cotonificio in località Muinetti, dove in una casa all’inizio di via Bianca, il Cotonificio aveva aperto uno spaccio aziendale, altre presso la Divina Provvidenza.

Nel 1911, la Ditta Cotonificio Ligure, prese in affitto due piani di una casa in località Molinetti, inizio di via Bianca, n° 4 appartamenti, muniti di abbondante quantità d’acqua, con 4/3/2 camere, sala, cucina e cesso con sistema inodore, così era scritto sul contratto d’affitto.

Nel 1913 la Ditta Cotonificio Ligure prese in affitto per due anni, l’intero 3°piano dell’edificio della Divina Provvidenza, alla somma pattuita di £ 600/anno, per crearvi un convitto di giovani operaie.

Le ragazze/operaie alloggiate alla Divina Provvidenza erano una quindicina. Nel 1914 fu stipulato un contratto, di assistenza e di controllo per le ragazze operaie, effettuato da due suore dell’ordine.

“le suore sono cedute alle seguenti condizioni, una con stipendio annuale pari a £500 e l’altra con stipendio annuale pari a £250, esse avranno alloggio gratuito e ammobiliato, saranno provviste di biancheria da letto e da tavola del combustibile e della luce, verrà fatto loro il bucato e saranno provviste della minestra del convitto” così era scritto nel contratto.

Nel 1925 fu costruita, dalla ditta Ottaviano Pichi & C, su progetto dell’Architetto Giuseppe Noberasco, al costo di £ 360.000, una Casa Operaia, che sarà per tutti u Palassu da Fabrica, un’edificio a sei piani, il primo della nostra città, costruito con la struttura in cemento armato, dove potevano alloggiare le dipendenti della Fabrica.

U Palassu da Fabrica, resistette bene, senza subire danni strutturali, durante la guerra mondiale, quando una bomba esplose a poca distanza dall’edificio, Durante lo stesso bombardamento, un’altra bomba penetrò all’interno della torretta del Cotonificio, ma rimase incastrata nelle scale, senza esplodere.

Una tabella elenca le assunzioni di personale femminile nel periodo dal 1900 al 1920. Erano poche le operaie che superavano i vent’anni.

L’età di assunzione, in media era di 15 anni, ma nei primi anni del 900, ci fu un incremento di produzione e l’età minima si abbassò ancora e circa il 20% delle operaie aveva dai 12 ai 13 anni.

Mediamente il rapporto di lavoro per una ragazza, durava 4/5 anni, un lasso di tempo utile, per mettere su un po’ di soldi e farsi il corredo da sposa.

Quasi tutte le operaie, lavoravano nel reparto tessitura, con i vecchi telai, dove era necessario un’addetta ogni due macchine, altre ragazzine, erano assegnate ai reparti: Incannatrici, Cannetti e Orditrici.

La retribuzione era a cottimo, solo in determinate circostanze la paga era giornaliera.

Le giovani operaie, erano le prime ad essere lasciate a casa, in caso di crisi di mercato, a volte licenziate e riassunte, solo dopo qualche giorno.

L’ambiente di lavoro, nei vecchi capannoni, era infernale, rumore, caldo torrido e d’inverno il gelo del sciu da Teiro. Questo provocò, diverse defezioni, per malattia, le lavoratrici tessili, non avevano alcuna assistenza e bastava avere anche solo un malore, per essere dichiarate cagionevoli di salute, ed essere licenziate, con la motivazione di scarso rendimento.

Alcune ragazze, lasciavano volontariamente il posto di lavoro, per assistere qualche famigliare anziano o malato. Quando contraevano matrimonio, quasi tutte, lasciavano il lavoro, pe tiò sciù na niò de figgi.

A metà ottocento /primi del 900, nel territorio del nostro comune lo stato delle strade era disastroso, chi abitava nelle frazioni e doveva recarsi in ta Fabrica, affrontava lunghi tragitti a piedi percorrendo, sentè e scurse, pe arrivò a via Gianca, che era il collettore di questi tragitti di chi proveniva da Alpicella Faje Sciarborasca o Cogoleto, percorsi affrontati alle prime luci del giorno o quando ancora era buio, con ogni condizione meteo e risaliti a fine giornata, quando si accendevano i lumi nelle case .

La via Gianca, era ancora unita al colle di S.Donato, dalla propaggine rocciosa, fatta poi brillare, nei primi anni del 900 e sostituita da un Puntin de legnu.

Molte di queste giovanette, che scendevano dalla via Gianca, cresciute nel timor di Dio, allungavano il loro tragitto, insieme alle colleghe più anziane, per rivolgere una preghiera o anche solo per farsi il segno della croce, davanti al sagrato della Chiesa di S.Donato.

Dall’alto del colle, avevano la vista di quell’immenso Cotonificio, che adagiato nel sciu da Teiru, era pronto per inghiottirle, nel frastuono e in ambienti malsani, per dodici ore al giorno e per sei giorni settimanali.

Se fossimo capitati a fine giornata, nei primi anni del 900, davanti ai cancelli da Fabrica, avremmo visto, frotte di bambine, uscire da quell’enorme buco nero, con schiamazzi e grida, come alla fine delle lezioni, di un’istituto scolastico.

Il ritorno alle proprie abitazioni, nell’entroterra, poteva essere effettuato anche salendo la via Gianca dai Muinetti, oppure ripassando dal Colle di S. Donato, che era luogo di preghiera, ma anche un ritrovo di giovani, che diventava amoroso con la complicità delle ore serali, momenti spensierati, per quella gioventù che subirà sulla propria pelle, l’incubo delle due guerre mondiali.

Le innumerevoli scritte, presenti sui muri della Chiesa di S. Donato, furono incise proprio negli anni in cui era in produzione a Fabrica .

Migliaia di nostri concittadini perlopiù ragazze, hanno lasciato scritto sui muri di S. Donato, il loro nome, qualche promessa d’amore e simboleggiato con una casetta la loro unione, è l’unica testimonianza, che ci hanno lasciato generazioni di ragazzi ragazze, ma anche bambine, che a dodici anni erano già a travvagiò in ta Fabrica.

foto b/n Archivo Storico Varagine

L’Egua Ferruginusa

22 marzo 2021

Da mette in te cose che nu ghemmu ciu’ a Vase, anche a bella Peschea dell’Egua Ferruginusa.

I nostri vegi han scavò un beo che u l’arriva da Faje passova in simma au Muagiun e purtova l’equa in ta ciù grossa peschea de Vase

Postu de sinsoe, baggi, pigne e pino’. Ma u gh’ea un belu lagu, cun in giu tutti i erbui , che se speggiovan in te l’egua duvve ghe tiomu e prie pe fo i serci.

Ghe andomu da zueni, cun i amisci e quarche figgetta, a fo u merendin.

Han ditu che g’han massò un, e l’han cacciò in ta diga duvve i pesci l’han mangiò!

Poi gan mullo’ u tappu e tutta l’egua a l’ è andeta via e da alua a l’e’ divento’ un boscu severgu pin de canne, brughe e de ruvei. Peccou anche pe i ommi che l’han feta cun tanta fatica e tantu insegnu.

Commento di Eugenio Rusca

Ricordo che il tempo impiegato nella realizzazione delle aperture laterali per far defluire l’acqua, è stato di una settimana ciascuno tanto era duro il materiale di costruzione.

La strada costruita a ridosso della diga è stata una mossa azzardata, forse per mantenere la distanza dall’autostrada, ma ciò provocava quasi sempre la rottura del manto stradale…

Colpa della diga?…direi di no..

Sotto l’autostrada c’è un canale di scolo alto due metri e largo altrettanto per far si che l’acqua in eccesso trovasse sfogo a valle….

…..forse non tutti sanno che il fondo della diga è piastrellato per permettere una facile pulizia della stessa che veniva effettuata sempre ogni anno nel mese di settembre..

Un invaso prezioso che serviva per irrigare orti fino a Santa Caterina ..e che se tenuto pulito dagli alberi poteva essere un serbatoio utilissimo per gli incendi…

foto b/n Archivio Storico Varagine

Na Ca da Posta dau Puntin?

18 marzo 2021

Dau Puntin, sopra il Parasio, c’era una Stazione di Posta, per i corrieri che percorrevano le vie romane, come quella da Ca du Punte de Arbisoa?

La risposta, potrebbe celarsi, nei resti di un imponente, ex edificio, rimaneggiato nei secoli, diruto, che oggi giace invisibile all’ombra dei lecci e di bei esemplari di pino domestico, in una posizione dominante sul sciu da Teiru e in vista del Colle di S.Donato

Questa zona è detta, dau Puntin, perché, anche dopo il taglio del costone roccioso, che univa la via Bianca al Colle di S. Donato, l’antica viabilità fu mantenuta, costruendo un ponte in legno, demolito negli anni 20 del secolo scorso, che oltrepassava, in questo punto la sottostante viabilità da e verso il nostro entroterra.

Il rudere di quella che poteva essere una Stazione di Posta, Mansio per i romani è posizionata a lato del percorso dell’ex via romana, oggi via Bianca, che nel suo originale tracciato non terminava ai Muinetti, ma proseguiva per il Colle di S.Donato, scendeva verso il porto fluviale e da li proseguiva verso il mare con un ponte in località Bacino

La costruzione del viadotto Teiro nord, dell’autostrada A10, con lo scavo della galleria Varazze, ha cancellato ogni traccia della strada, di epoca romana che arrivava al Colle.

Lo stato attuale, dei resti di questo manufatto, depredato con prelievi di pietre e con evidenti modifiche, perpetrate nei secoli, non permette di avere l’assoluta certezza, che qui ci fosse una Stazione di Posta, una Mansio, o una Mutatio.

A questo link la descrizione di una Mansio romana https://it.wikipedia.org/wiki/Mansio

Il colle di S.Donato era un capolinea, chi doveva proseguire per Cellae, Alba Docila ecc. doveva svoltare, al bivio di Muntado’, dove ora è la chiesa del Beato Jacopo, transitando in direzione di Campomarzio e Pero o verso Hasta in direzione di Genua.

Queste mie considerazioni, anche se possono essere verosimili, non sono confutate da scritti o da testimonianze che ne attestino la veridicità.

L’intento di questo post è quello di mantenere vivo l’interesse della storia del nostro territorio che ha ancora molti punti oscuri, nulla ci impedisce di fare delle supposizioni, curiosità e domande, che nascono spontanee, quando si percorre un sentiero, una strada o ci si addentra in un bosco seguendo le tracce che ci hanno lasciato i nostri avi.

Veduta dell’antichissima Chiesa di San Donato, prima parrocchia di Varazze intitolata nei primordi a San Michele. La tradizione dei nostri antenati vuole in questo antico luogo il battesimo del Beato Jacopo da Varagine.

Gli scavi archeologici, effettuati sotto la pavimentazione della Chiesa di S.Donato, hanno portato alla luce i basamenti, di un edificio, che poteva essere un tempio pagano, d’epoca imperiale, il colle ai tempi dei romani era luogo sacro.

Roma aveva diversi interessi, in questo territorio, doveva avere il controllo del porto fluviale, proteggere i Cantieri di Ad Navalia e assicurare un costante arrivo di materia prima, il legname, dalle foreste del Beigua.

A questo scopo in difesa dei loro traffici, i romani mantennero almeno due guarnigioni, in questo territorio, una a Campomarzio e l’altra al Castrum del Parasio.

Percorrendo il tratto finale della via Bianca, già via romana Emilia Scauri, all’inizio del tratto in discesa, si è al cospetto, alla nostra destra, di un imponente muraglia, che delimita la strada, verso il sciu da Teiro, questo grande manufatto, in certi punti largo anche 80 cm, seppur depredato e quasi atterrato delle sue pietre, non lascia alcun dubbio relativo all’imponenza e importanza che aveva quando è stato costruito.

La costruzione di questa recinzione in pietra bianca è stata attribuita ai monaci Cistercensi, ma verosimilmente, questa era la cinta muraria del Castrum del Parasio, nei pianori sottostanti, poteva essere stata acquartierata, la guarnigione romana, in una posizione dominante, soleggiata e ben in vista della valle Teiro.

Da un varco, a Porta Russa, si accedeva ad una strada verso il fondovalle, oggi, di questa apertura è rimasta una colonna che si erge, nel tratto in discesa.

Residenti del posto, raccontano, per passaparola generazionale, che i Cistercensi in questa zona, diversificarono le coltivazioni.

Lungo la via Bianca, visto la mancanza d’acqua per irrigazione, erano colture a secco, cereali, alberi da frutta, ulivi e altri vegetali, che non necessitavano di un costante fabbisogno idrico, furono piantumate le viti e di questo, sono testimoni i pilastri in pietra, che erano di sostegno ai pergolati, visibili oggi nella parte finale della via Bianca, questa muraglia presenta una tipologia di costruzione e di roccia utilizzata, diversa dal recinto murario che la precede.

Poco oltre, nella località del Buontempo, dove avevano regimentato le acque piovane, cun surchi e peschee, nei terrazzamenti, erano coltivati gli ortaggi

Il toponimo Buntempu è stato dato dai residenti del sciu da Teiru, che salivano fin quassù nel periodo invernale per godere di qualche ora di sole.

La strada romana, che proseguiva per il Colle di S.Donato, passava accanto a l’edificio di cui sopra, che poteva aver avuto la funzione di Mansio, Stazione di Posta o essere una Mutatio, una Stazione di Cambio, presidi, presenti a distanze regolari lungo le strade romane.

Una parte di questo edificio, era probabilmente adibito a stalla, dove erano ricoverati e rifocillati, gli animali e dove potevano riposare i loro conducenti, dopo le fatiche per superare le pendici di Costata, per chi arrivava da Genua e del passo di Leicanà, per chi invece proveniva da ponente.

In epoca medioevale, con la costruzione di una nuova viabilità costiera, l’ex strada romana perse la sua importanza, in alcuni punti, fu depredata del sedime e adibita a stra da lese e dove non era più in uso, inghiottita dalla vegetazione.

E’ probabile che sulla base di una preesistente Mansio, sia stato edificato un presidio, dove si doveva “pagare dazio” prima di proseguire per la propria destinazione.

Far transitare il legname proveniente dai boschi del Beigua tramite l ex via romana e diretto ai cantieri di quella città che aveva tramutato il suo nome da Ad Navalia a Varagine, era troppo arduo, fu tracciata un’altra viabilità, la Via del Legno o du Quinnu, che arrivava nel sciu da Teiro, dove il legname era trasformato in assi per fasciamme, ma questa è Storia più recente.

Lasciamo questa zona du Puntin con i molti interrogativi a cui ho associato verosimili, opinabili ipotesi.

Grandi terrazzamenti, nascosti alla vista da imponenti ersci, querce conducono ad una grande casa colonica, da questa zona, dipartiva anche un’altra strada che raggiungeva il pianoro del Parasio.

In località Verne, al crocevia di due strade, una delle quali segna il confine tra Varazze e Stella è presente un’altra imponente casa probabile ex Stazione di Posta, la distanza dall’ipotetica Mansio e/o Mutatio du Pasciu è di circa una quindicina di chilometri

A questo link il servizio postale ai tempi dei romani

http://www.storico.org/impero_romano/posta_imperoromano.html

A Via Gianca

La via Bianca, è un bel itinerario, escursionistico/storico. Il percorso, abbastanza ripido, è da percorrere preferibilmente, nelle belle giornate in inverno/primavera. Si parte dal sciu da Teiru, dai Muinetti dove arrivava l’acqua del beo da Besestra, che faceva ruotare dei mulini per cereali. Si imbocca il primo tratto scalinato, della via Bianca e si arriva alla prima cinta muraria, con le colonne delle vigne cistercensi, salendo si incontra la colonna da Porta Russa da dove scendeva una strada verso il sciu da Teiru. Salendo ancora siamo nella località a Sigaa, qua nei due tratti in piano ci sono le due edicole votive, u nicciu di Fricciuin e quello da Cianna Via, questo toponimo si riferisce al terrapieno, che è stato costruito, in questo punto, per superare un avvallamento, qui la vista spazia verso a Servega valle dell’Arzocco. Proseguendo si deve fare una sosta sul sagrato della Chiesa di S.Caterina delle Ruote, dove sopra il portale è infissa una pietra d’inciampo, la lapide dei fratelli Accinelli e Piombo, deportati e morti in un campo di sterminio. Il percorso è sempre in salita, nei pressi della Casa Torre è bene non transitare nelle ore notturne…. in questa zona, le streghe ballano intorno al fuoco! Qui nelle belle giornate, si ha un’incomparabile vista di tutta la nostra città, con il mare a far da sfondo. In questo tratto di strada, ben visibile il tipico lastrico della strada romana. Si arriva così alla Chiesa del Beato Jacopo. Un sentiero alla nostra destra, ci conduce in cinque minuti, sulla cima del Muntadò, dove sono ancora visibili, le opere militari della seconda guerra mondiale. Il sentiero pianeggiante che si diparte al disotto della strada cementata che arriva alla Chiesa, è la continuazione della via Bianca, dopo una curva e una salitella, si arriva ad intersecare la strada tagliafuoco della Madonna della Guardia. Stranamente nella stradina, che abbiamo appena percorso, non esiste traccia del sedime, come quello, ancora ben conservato della via Bianca, probabilmente le pietre sono state prelevate e utilizzate per la costruzione della Chiesa del Beato Jacopo. In questa zona oramai completamente interrato c’è l’attraversamento del Beo de Gambin, altra grande opera idrica, l’acqua prelevata dal Rio Gambin, al disotto dell’abitato delle Faje, regimentata in un canale, passava sopra u Muagiun, arrivava, dove ora c’è la discarica della Ramognina, poi verso l’Arenon, per finire nella valle dell’Arzocco, qui nei pressi della Lapide di Negri, il canale è ancora visibile, arriva da Ca de Toe e finiva per conferire l’acqua delle Faje, nell’invaso della diga Ferruginosa, una diramazione irrigava gli orti du Caregà. Se si vuol fare un pò di ricerca storica, si può proseguire, lungo le pendici dell’Arenon e dopo un falsopiano prativo, cercare la continuazione della strada romana, in direzione di Costata/ Isola del Deserto, la strada oggi è diventata uno scolo d’acqua e il suo sedime è stato divelto da man d’ommu e impilato ai lati dell’ex strada romana. Oppure, raggiunta la strada tagliafuoco, arrivando dalla stradina che parte dal Beato Jacopo, svoltando a destra, si va verso la Madonna della Guardia. A questo punto, un’itinerario alternativo è quello che, con una deviazione a sinistra, nei pressi da Sbaraggia da Pustetta, arriva a Ca de Sevisse ( prima di arrivare alle Sevisse leggere la sua storia) poi si può scendere, se il sentiero è ancora percorribile, verso a Ciusa du Spurtigio’ arrivati allo sbarramento, si segue il sentiero, che corre parallelo.al beo, verso l’Invrea, a metà del percorso, sono da visitare, alcune postazioni di artiglieria, della seconda guerra mondiale.

Na Terrassa in Narichetti

Zugamu a ballun, sempre e da tutte e parti, in ca, in mesu a na stradda, in te un campu pin de prie, emu sempre pin de cruste e fomu sangue quandu ciantomu li’ de zugo’, perchè u lea vegnuo scuu.

Fomu di danni cun u ballun, ballunè in ti vedri, in te fasce cun e tumote e addosso a e signue che passavan cun a speisa.

U l’è passou tantu tempu e sta cosa, aua possu cuntola….

U Francescu u lea partiu zuenottu dai Narichetti de Selle e quandu l’han fetu papa, pe i so vegi, u l’eiva fetu, na ca grande, che ciu’ bella in giu, u nu ghe n’ea, u l’ea u Palassu du Papa!

Cun a so terrassa, duvve in sa muagetta, u gh’eiva missu trei Santi e na Madunetta de ceramica d’Arbisoa quella bella gianca e blo’.

Passan tanti anni e in ta ca du papa, u gh’ea andetu a sto me barba Pierino, cun me lalla Rina u so figgi, Ivana e Ezio a Cristina ancun a nu gh’ea.

E cuscì, sempre cun stu ballun in ti pe, mi, Ezio e u Francu, emmu sempre lì in sa terrassa du papa a zugò, cun i trei santi e a Madunetta.

Ma emmu figgio’ e a sun de ballunè in ta muaggetta una a l’è finia addossu a Madunetta, che a l’è andeta in tanti tocchi “Chi le stetu? Disgrasie’!” un casciu in tu cu, a tutti e trei e a l’ea finia lì.

E cusci u l’è stetu, anche pei trei Santi, sulu i pe gh’ean restè, attacche’ a quella muagetta!

A votte ghe pensu, a quei trei Santi e a Madunetta, che dannu che emmu fetu!

E chissa’ quante palanche sun finie in tanti tocchi!

Ma quantu se semmu demuè, in se quella terrassa du papa!

A Ca du Punte, u Giu de Carosse e u Palassu du Papa

A Ca du Punte

La via Emilia Scauri, la prima via di comunicazione carrabile, costruita dai romani, che attraversava il territorio dei Liguri, provenendo da Genua, in direzione delle città di Ad Navalia, Cellae e Alba Docilia, era costretta a valicare le nostre colline, vista la presenza insormontabile dello scoglio di serpentino verde d’Ivrea e di un gigantesco affioramento di conglomerato, nel territorio di Celle.

La strada doveva aggirare anche le molte insenature, in prossimità delle foci dei torrenti, poi scomparse a seguito dell’apporto di detriti.

Cosi fu anche ad Albisola, l’ex Alba Docilia, il tracciato delle strade romane, fu modificato nel Medioevo, fino ad arrivare in era napoleonica, quando il prefetto Chabrol, dette inizio ai lavori, per una nuova via litoranea, che sarà la via Aurelia, i lavori furono terminati nel corso del XIX dai Savoia.

U Punte

A Ca du Punte, posta al valico della Rovere, era una Stazione di Posta, qui facevano sosta i corrieri, erano sostituiti i cavalli stanchi e il postiglione, si fermavano anche le carrozze, che portavano i passeggeri, scendevano quelli che erano arrivati a destinazione, mentre invece, chi doveva proseguire, poteva fermarsi e mangiar qualcosa nella locanda della posta, sopra dei giacigli si poteva anche pernottare.

U Giu de Carosse

U Giu de Carosse, oggi in via dei Siri, faceva parte del percorso dell’antica via romana, cosi’ nominato, perché non erano rari i ribaltamenti delle carrozze, solo i bravi postiglioni e chi conosceva a menadito questa strada, sapeva della contropendenza di questa curva e riusciva a oltrepassarla indenne, si dice che anche il papa Sisto IV fu vittima illustre du Giu de Carosse.

Casa natale di Sisto IV

U Palassu du Papa, proseguendo in discesa, in direzione di Pecorile, al primo bivio si svolta a sinistra, per arrivare ai Narichetti e alla casa dove è nato Francesco della Rovere, il futuro papa Sisto IV. La casa del papa si compone di due unità abitative, una molto antica, è quella dove è nato, lì sono affisse due targhe, adiacente, di fattura più nobile è u Palassu du Papa, che fece costruire, dopo essere stato eletto sul trono di Pietro.

A Ca du Punte vista da Narichetti

Ai tempi del giovane Francesco, non deve essere stato molto dissimile da oggi, la vista che si gode da questo piccolo rilievo con i “sciti” terreni, coltivati da gente laboriosa, a frutta e verdura.

Sono legato affettivamente a questi luoghi, a partire da via dei Siri, Giu de Carrosse, Ca du Punte, Narichetti e a Melina, dove ho trascorso molte giornate in compagnia dei miei zii e dei cugini, che qui ancora risiedono.

In via dei Siri u ghe stava me barba Miglio e me lalla Gnese, i cuscin Giuliana e Franco. In ta Ca du Punte, a nonna vegia, la bisnonna Maria, u barba Angelu, a lalla Claudina i figgi Giorgiu e Maria Carla, in Narichetti me barba Pierino me lalla Rina i cuscin Ivana e Cristina, in ta Melina u barba Genio e a so famiggia a S.Bastian u barba Angelo a lalla Caterina e so figgia Erika.

Ricordi di interminabili passatempi a giocare nelle fasce e nel campetto da calcio, ricavato nel terrazzamento più largo, ma anche quella pericolosa peschea da a Ca du Punte e quel viaggio imprudente su di un carrello di una teleferica, appesi ad una fune, nel vuoto.

Poi gli anni passano e ognuno per la sua strada, ma ancora una volta tutti insieme, in ta Ca du Punte, per salutare Maria Carla, nostra compagna di giochi, negli anni più belli, mancata all’età di vent’anni.

8) I Ciantè n’atra Storia

Cantieri un’altra storia

L’orario di lavoro era di 8 ore, con una pausa pranzo di 1 ora e mezzo, questo lasso di tempo, dava la possibilità, anche a chi abitava nelle frazioni, di poter essere alla mezza a casa, per mangiare in famiglia.

Ingressi e uscite, erano regolamentate da una sirena meccanica, dall’inconfondibile suono, udibile in tutta la città, oggi conservata nel Museo Navale di Varazze

L’azienda, aveva installato un dispositivo anti taccheggio, come usa dire oggi, all’uscita del Cantiere, bisognava azionare una “apposita leva”, che faceva illuminare, a spot, un faro, se la luce che si accendeva era verde, l’operaio poteva uscire, se la luce era rossa, allora tra gli sghignazzi dei colleghi, il malcapitato, doveva andare in un locale attiguo, per essere perquisito, molto blandamente, da u Strassera.

Naturalmente, la fine dell’allestimento, con il varo del natante, era un bel momento conviviale e tutte le maestranze, che avevano contribuito al buon realizzo di un Baglietto, si radunavano per festeggiavano il fine lavori, il prete benediva l’imbarcazione e a volte per l’occasione, c’era anche una madrina.

Il varo di una nuova imbarcazione, era un bella cerimonia questo cementava lo spirito di appartenenza, orgogliosi di un grande marchio, famoso nel mondo per la tecnica e la bellezza delle sue imbarcazioni.

Seguivano le lunghe prove in mare, dove il committente, verificava la conformità di quanto era stato stipulato nel capitolato del contratto di acquisto, tutti noi ancora ricordiamo il rumore dei motori “avanti tutta” quando un Baglietto era lanciato nelle prove di velocità, difronte ai Piani d’Invrea, dove lungo il tracciato ferroviario, oggi Lungomare Europa, erano posti i pali a strisce bianco e nere, degli estremi del miglio marino.

Baglietto Bernardo (u Sciu Benardin) era solito, al suo arrivo con la mitica 600 multipla, farsi accompagnare dall’autista, Glori in giro per il cantiere e se vedeva una faccia nuova gli si avvicinava e gli chiedeva “De chi te figgiu ti “

C’era un timore reverenziale verso u sciu Bernadin, il nome Baglietto evocava una storica famiglia e un marchio di fabbrica conosciuto a livello mondiale.

Ma quella frase “De chi te figgiu ti “era significativa di un mondo imprenditoriale, ancora molto legato alla nostra città, un segno di riconoscenza verso i nostri concittadini, che con il loro lavoro avevano contribuito a far grande questa azienda.

fine

foto Archivio Storico Varagine