Piero Biale, racconta della rivoluzione in Cantiere a seguito dell’arrivo dell’”americano” un esperto di logiche di produzione, il quale rivoluzionò completamente, il lavoro all’interno dei Cantieri Baglietto, creando le famose isole di lavoro, dove era l’imbarcazione, che si spostava, per ricevere le varie lavorazioni, lo scafo, posizionato sopra dei carrelli e tramite binari, era spostato tra una baia e l’altra, tramite la rotazione di una grande piattaforma girevole.
Erano 5 le stazioni di lavoro.
1 Ossatura dell’imbarcazione
2 Messa in opera fasciame e coperta
3 Cabina
4 Interni mobili e meccanica
5 Motori Impianti Elettrici e Idraulici
Ad ogni fase di lavorazione, avevano accesso, a fine giornata lavorativa, chi doveva effettuare le stuccature e le verniciature, rigorosamente a rullo e nei locali macchina era effettuata l’applicazione di materiale ignifugo e coibente.
Del primo yacht, costruito interamente in alluminio, tutti ricordano il nome dato al varo dell’imbarcazione “Jamin” , per chi ha lavorato in quei primi assemblaggi, con tutti gli inconvenienti le “giastemme” gli errori di progettazione e poi di realizzo, dovuti all’utilizzo per la prima volta di un nuovo materiale, mai nome fu più azzeccato Jamin poteva essere tradotto in dialetto Giamin!
Le lamiere di alluminio, avevano diversi spessori, prima dell’attuale taglio laser, erano sagomate, seguendo le stesse procedure adottate, quando la materia prima era il legno e messe in opera tramite l’utilizzo di saldatrici a filo continuo marca Miget.
Con l’alluminio cambiò radicalmente l’attività cantieristica e per tutti quelli che sono stati testimoni di questi cambiamenti, l’aspetto più impattante e che ancora ricordano, come un effetto negativo, è stato l’aumentò notevole del rumore di fondo, durante la lavorazione dell’alluminio.
Emerse una nuova fondamentale figura professionale, il saldatore, che doveva essere qualificato tramite un patentino, da ottenere a seguito del superamento di un esame tecnico pratico.
Il pensiero va al mio grande amico Giorgio e alle sue traversie per riuscire finalmente ad ottenere il patentino di specializzazione. Ma era un lavoro ingrato e insalubre, spesso eseguito in spazi angusti, con i fumi di saldatura a stento aspirati verso l’esterno, forse questa fu la causa della malattia, che mi ha portato via un Grande Amico.
Le nuove tecnologie, velocizzano il lavoro e offrono nuovi prodotti, più performanti, ma hanno forti controindicazioni all’uso, specie se effettuato in ambienti chiusi, come i bicomponenti della resina, molto usata in ambito cantieristico, ma tossica sempre.
Nell’Officina Meccanica, gli adetti erano Filippo, u Gian, Prato e il papà di Serafino, Bacciccia Delfino, il loro compito primario, era il posizionamento e i controlli della linea d’asse, l’albero di trasmissione delle imbarcazioni.
Tutto era fatto in casa e su misura per queste imbarcazioni, ecco perché c’era anche chi costruiva i lavandini di bordo, in acciaio inox e la relativa rubinetteria in ottone, poi inviata alla cromatura, in un opificio della Valle Teiro o in un laboratorio nei pressi del cantiere, questa era l’unica attività che veniva delocalizzata!
Sempre nell’ottica, dei lavori su misura, c’era anche chi come u Baci e Gianni, costruivano le ringhiere e parapetti in alluminio.
Gigi e Piceda, si occupavano della tiranteria del timone.
Spettacolare il Locale della Linea d’Asse, dove erano costruiti di sana pianta gli alberi di trasmissione al tornio da Accilini, in acciaio Anticoradal, un materiale resistente alla torsione e ai fenomeni di corrosione marina, particolare precisione doveva essere prestata, per l’esatta coassialità delle sedi dei cuscinetti portanti.
A seguire, il reparto degli elettricisti di bordo, in ogni fabbrica opificio o officina sempre chiamati spellafili!
Il capo degli elettricisti era Bottoni, il reparto era arrivato a contare fino a 37 addetti, poi falcidiati negli anni e prima della definitiva chiusura dei Cantieri, erano rimasti in tre, Codino u Sciagura, Piero Zunino il Baffo e Ambrogio Giusto u Canaetta.
Qui si lavorava, alla composizione dei quadri elettrici di distribuzione e poi alla stesura dei cavi di bordo, non c’era l’elettronica, arrivata con le imbarcazioni di alluminio e i motori MTU. Anche in questa organizzazione c’era chi era dedito a compiti particolari ed esclusivi, come Miglionelli adetto alla manutenzione delle batterie, e Menegu e Angeli, alla riparazione degli elettroutensili di tutto il Cantiere
A questo punto è necessario parlare di una delle attività più importanti, la Sala Tracciatura, dove lavorava Piero Biale e con lui Cesare Gavarun, Frontini u Ranghettu ecc. Qui i disegni provenienti dagli uffici di progettazione, ridotti in scala, dovevano essere riprodotti con le dimensioni reali sopra le seste di compensato. Il disegno di un particolare, stamanea, badaiu ecc. era riprodotto sulla superfice in legno del pavimento, con l’inchiostro di china bianco.
Poi si usava il sistema dello stampaggio, i fogli di compensato erano premuti sopra la tracciatura, che lasciava lo stampo del disegno sopra la sesta, in alternativa all’inchiostro, si usavano dei chiodi posizionati lungo le linee del disegno, che lasciavano l’impronta del disegno sul foglio di compensato.
A seguire il taglio a contorno del disegno, rimasto impresso sul foglio di compensato, effettuato tramite l’uso di una sega a nastro, mentre per la rifinitura era utilizzato una toupie, dove un cuscinetto, posizionato esternamente sull’albero, faceva da guida per il contorno della sesta, il reparto era dotato anche di un tornio a legno.
Le seste o dime, erano poi consegnate al reparto carpenteria, riportate sopra tavole e travi e sagomate, sempre tramite sega a nastro, toupie e diventavano chigge, badai, buei, stamanee, currenti, durmienti, madere, toe da fasciamme e lapasse.
Quando l’imbarcazione in costruzione, era ultimata, tutte le seste servite per modellare ogni suo particolare erano archiviate.
Nella parte esterna, inferiore dei cassetti degli arredi di bordo, sono incise il nome dell’imbarcazione e la data di fabbricazione.
Da figgiò, a San Giuseppe, appena finito di mangiare, mio papà e mia mamma portavano me e mia sorella Clara, a vedere la Milano San Remo, di solito davanti al distributore della Esso, dove l’Aurelia fa una piccola curva,
Eravamo piccolini e i nostri genitori, ci prendevano in braccio, per veder qualcosa in mezzo a quelle teste tutte tese verso Genova, dove da un momento o l’altro dovevano sbucare i corridori.
Il passaggio a Varazze era sempre doppu un bottu, dopo l’una. Tutta Varazze era presente ai lati dell’Aurelia, l’arrivo della corsa era preceduto da alcune auto, che vendevano i ricordini, oggi chiamati gadget, relativi alla classica di primavera.
Poi iniziavano a passare le auto dell’organizzazione della corsa e lì era facile scorgere Torriani, il patron del Giro d’ Italia e della Milano Sanremo, su di un’auto decapottabile a seconda delle condizioni climatiche, a seguire le auto dei giornalisti, infine quando arrivavano le Moto Guzzi della polizia, quello era il segnale, dell’imminente arrivo dei corridori, accompagnate dalle grida di incitamento da parte di chi aveva riconosciuto nel gruppo il suo beniamino, ma era solo una sorta di vanteria, difficilissimo riconoscere qualcheduno quando arrivava i gruppone.
Tutto finiva in un attimo, con una folata di vento, i ciclisti sfilavano via lungo l’Aurelia, erano cosi quasi tutte le Milano San Remo viste a Varazze.
Ma forse il vero spettacolo erano le persone, convenute da chissà dove tutte li’ lungo l’Aurelia per essere presenti a quella che era una vera e propria attrazione, da non mancare ogni anno il 19 di marzo.
La sfilata ….però non era terminata, dovevano transitare ancora le innumerevoli auto delle squadre, con tutte quelle belle biciclette di scorta e le ruote a raggi che luccicavano mentre l’aria le faceva girare, era questa la cosa che da bambino mi piaceva vedere.
Se la seconda staffetta motociclistica, tardava a passare, allora voleva dire che c’era qualche corridore in difficoltà, in pratica senza nessuna speranza di arrivare in tempo utile a Sanremo e infatti dopo qualche minuto, ecco che arrivava prima uno sparuto gruppetto, poi ancora qualche corridore in ordine sparso.
Gli ultimi corridori erano gli unici che guardavano la gente, assiepata lungo il percorso, come a cercare un po’ di incoraggiamento, che comunque non mancava mai ed erano invitati a proseguire, ma forse aspettavano solo un tratto di strada isolato, per ritirarsi dalla corsa e essere recuperati da un apposito pullman, che a bordo aveva già alcuni dei ritirati, come un cattivo presagio, l’ultima macchina al seguito era un’ambulanza.
Come al solito se a Varazze i corridori erano ancora tutti in gruppo, difficilmente qualcheduno riusciva ad andare in fuga prima di Sanremo e di solito tutto si decideva sul Poggio e la discesa, prima del traguardo di via Roma.
Si poteva tentare la fuga durante la lunga discesa del Turchino, ma doveva essere organizzata bene e magari a tavolino prima della partenza, e questo accade nel 1970 quando un gruppetto di una decina di corridori, giunse ad affrontare la discesa del Turchino con un buon vantaggio, di questo gruppo faceva parte anche Dancelli, che riuscì ad arrivare per primo in Via Roma a Sanremo con qualche minuto di vantaggio.
Dopo 17 anni, finalmente un italiano vinceva la Milano Sanremo, fu un chances tentata per prendere in controtempo il Cannibale che aveva vinto l’anno precedente, quell’ Eddy Merckx che il 2 giugno del 1969 era stato squalificato per doping, ed espulso dal Giro d’Italia, dopo l’arrivo della tappa Parma-Savona ma che si era prontamente riscattato vincendo il Tour quello stesso anno.
Nel 1970 perse la Milano San Remo ma vinse Giro e Tour.
Nell’officina a caldo, alcuni addetti e u Gnascin, costruivano i perni in bronzo siliceo, per accoppiare fra di loro i vari componenti dello scheletro dell’imbarcazione, questo locale era attrezzato con una forgia, un maglio e una pressa a bilancino.
A seguire il Locale Marmitte, regno du Nasario con calandra piegatrice e taglierina.
Poi il Reparto Saldatura in acciaio e alluminio, con Alipede, qui quando si allestivano le barche in legno erano già costruiti alcune parti, quali scalette e altri particolari di bordo in alluminio.
Era compito du Bugioa, fare i serbatoi del combustibile sempre in alluminio, costruiti su misura per ogni imbarcazione.
Nell’Officina Motori e Gruppi Elettrogeni, lavoravano Liotta u Pumin e u Pumpierin, qui erano effettuate le messe a punto e la revisione dei motori diesel marini GM e le prove di carico dei gruppi elettrogeni d’emergenza di marca ONAM, che erano effettuate, tramite immersione graduale dei conduttori in acqua, per simulare la variazione del carico applicato, queste prove, che oggi sarebbero proibite, perché troppo pericolose, erano veri e propri collaudi, atti a verificare l’affidabilità delle apparecchiature principali e ausiliarie, e si protraevano per diversi giorni .
Al primo piano in un locale ampiamente finestrato, stavano i capi officina, che supervisionavano le attività dei vari reparti.
Bella e funzionale l’Officina Macchine Utensili, con ben 5 torni paralleli, 1 fresa e diversi trapani a colonna, qui lavoravano u Cicci, Canepa, Valle, Locatelli e Serafino.
C’era un locale dedicato, dove si costruivano i timoni e componenti per la plancia in alluminio.
A seguire l’officina, dove Guetta, costruiva le cubie, ovvero la guida, dove scorreva la catena dell’ancora.
In un locale apposito, erano assemblate le gruette, quelle utilizzate per le scialuppe di salvataggio.
I tubisti Capra, Sergio, u Bisara e Mariu de Invrea, erano gli addetti per la posa in opera degli impianti idrici.
La lavorazione del legno in un cantiere navale, era divisa in vari reparti.
In primis c’era la Segheria, che dava lavoro a una decina di addetti, dove la materia prima arrivata sotto forma di tronchi di mogano, rovere, frassino e tek, ecc.
I Tronchi erano tagliata dau Vallarin, tramite una sera a carin, sega a carrello, per essere trasformata nelle parti dell’ossatura dello scafo e del fasciame, chiamata opera viva, ma anche della coperta, delle sovrastrutture e arredi interni, in un’altra zona del locale segheria, le tavole erano ridotte di dimensioni e spessori da Marchin u Spesà, per la costruzione degli arredamenti.
Nella Falegnameria, lavoravano circa 80 persone, tutte intente alla costruzione e alla posa in opera degli arredi interni, tra cui Scimunin Pellan, Tunittu e altri, alcuni lavoratori, erano dediti a costruzioni esclusive, come u Taggan, specialista nella costruzione del locale marinai.
In Carpenteria, vi lavoravano 40 persone, tra cui Pippu u Perrandu, Vallarin, Niculin, qui erano costruite le parti dell’ossatura dello scafo, chigge, badai, buei, stamanee, currenti, durmienti, madere, toe da fasciamme, tenute assieme con le lapasse.
Per effettuare le sagomature, era necessario utilizzare, la toupie una delle macchine più pericolose, per la lavorazione del legno, per questo motivo, erano solo due gli addetti autorizzati ad utilizzarla, u Ciappin e Pansalunga.
L’attrezzatura manuale, occorrente per effettuare i lavori di falegnameria e di carpenteria, non era data, dal cantiere, in dotazione ai suoi dipendenti, quindi martellu, tenagge, cacciavie, scopelli, suraccu, ciunettu, pinse,verrinha, metru ecc. tutti questi attrezzi, erano acquistati dai lavoratori e conservati in apposite cassette portautensili, personali luchettate.
La costruzione di una cassetta degli attrezzi, era il primo lavoro che faceva un neoassunto.
Le persone anziane, sono come un grande libro, dove c’è tutto quello che serve, basta chiedere, con gentilezza e un consiglio lo danno sempre.
Questo è un resoconto di un fatto, realmente accaduto, molti anni fa, adattato ai giorni nostri.
Un dopupransu du meise de Zugnu de Chissaquandu, due promessi sposi, in cerca di una “location” per il “book”, il servizio fotografico del loro previsto matrimonio, arrivati ai Posi, località in prossimità del Pero, si fermarono per chiedere delle indicazioni a na veggetta, na besagnina che vendeiva de scesce in sa strada “ Mi scusi signora (chiese il futuro sposo) saprebbe indicarmi la strada per il ponte dei Ratti?” La veggetta, prima di rispondere, guardò per qualche secondo, la giovane coppietta, in un’attimo, aveva capito tutto e con un sorriso rispose, in dialetto.
“Prima de arrivo’au Punte di Ratti….. duvei fò tanta stradda, in salita e cun tante curve! Sto attenti ai garbi e a cunette! U ghe anche un semafuru sempre russu! Pè ando au Punte duvei passo’ da Caadan-na, poi dau Lagu Bagnou, in ta curva di Cadelli, ciu avanti l’otra curva dai Tissun, un semafuru ou truvei dai Surzin, poi passei in so punte e sei dau Runcu, duvve ghe a ca’ de pria, u l’è u giu de Bregugnun, poi ciù avanti da Richettu e da Ciappa, duvve ghe sun i rifuggi, u Crou, duvve ghe sun quelle quattru che u se strense a stradda, poi dau Burca, duvve ghe fan a legna, fei a stradda drita e arrivei dai Ratti, prima da curva a manca u ghe un sentè, pin de prie, e u se arriva au punte….poi perù se vurrei trouvo’ u preve, alua, duvei ando’all’Arpiscella, passandu da D’Angein, Tugnan, fei a curva da Valla’ i Campi da Giescia e sei arrivè in ciassa all’Arpiscella!
Sbalorditi da tutte quelle parole, i due giovani restarono senza fiato….poi la ragazza con un sorriso, ringraziò la veggetta e le disse “Grazie signora, abbiamo capito, la ringrazio!” “Capito che cosa?” disse il giovane stizzito dalle tante parole, pronunciate dalla vecchietta, in un’incomprensibile dialetto.
Lei guardo il suo ragazzo, gli fece una carezza, pose l’indice sulle labbra e la macchina ripartì.
La ragazza poco dopo, scrutando la strada verso il Pero disse “Non abbiamo capito dov’è il ponte dei Ratti, ma ora so e sappiamo, che ci sono altre cose, più importanti, molte cose, da superare insieme, giornate belle e brutte, io e te, per conoscerci, capirci e volersi veramente bene, prima….di attraversare quel ponte!”
Secondo i soliti bene informati, pare che, arrivati al bivio per l’Arpiscella, fecero manovra con l’auto per ritornare da dove erano arrivati.
Nessuno sa, se avranno coronato il loro sogno, su quel ponte.
U Punte di Ratti
Il ponte dei Ratti, una delle meraviglie del nostro entroterra, è anche una location, per novelli sposi, qui si fanno ritrarre nel giorno più bello della loro vita.
Questo vero e proprio mirabile monumento, che unisce con un’arco, le due sponde del Teiro, simboleggia il sacramento del matrimonio, due vite che si uniscono, come arcata di un ponte.
E’ un’ambiente suggestivo, molto fotografato dagli escursionisti è stato il set di alcuni video pubblicitari .
Il toponimo Ratti si ritrova in antiche carte topografiche, nella zona dove è stato costruito il ponte, Ratto è un cognome molto comune all’Alpicella, Ratti era il cognome di Pre Peo un discusso sacerdote dei primi del 900.
Punte di Ratti o Ponte Saraceno, perché, costruito intorno al X secolo, dopo l’invasione e la permanenza di una guarnigione araba in questo territorio.
Molto suggestiva l’edicola votiva e la croce in ferro di ignota provenienza.
Nel sottostante alveo del fiume Teiro, una ciusa, prelevava l’acqua, che tramite un beo, alimentava il Mulino della Peschea, e poi irrigava la sottostante zona coltivata, probabilmente un surcu d’equa, arrivava anche ai runchi, lunghi e stretti terrazzamenti, che diedero il nome all’omonima località
Notevole il salto d’acqua che precipita dopo un laghetto.
Oltrepassato il ponte a destra, tramite una strada interpoderale, ben mantenuta, si può accedere alla soprastante località Vallerga.
La strada principale, conduce versu u Cian du Preve, qui si è al cospetto di uno scenario megalitico, con poderose mura in pietra di considerevoli dimensioni a sostegno dei terrazzamenti, diversi i ripari sotto roccia, uno di questi è usato come palestra di roccia da free climber.
Raggiunta la strada per Campulungu, con una deviazione a destra, si accede all’area degli Scavi Archeologici di Fenestrelle.
Serafino e Piero furono testimoni del passaggio epocale, legno- metallo, ma ancora prima ci fu un’altra “rivoluzione” sempre nell’ambito dei materiali, con l’utilizzo dei multistrati marini, disponibili in molteplici spessori dimensioni e molto più prestanti dei piallacci di legno massiccio.
La sagomatura delle tavole, per lo scafo, era una tecnica tramandata da generazioni di maestri d’ascia, grossomodo i procedimenti erano sempre gli stessi, modificati, resi meno gravosi tramite nuovi sistemi di riscaldamento ecc.
Il momento clou, era quello dell’estrazione delle tavole di fasciame, dal cilindro dove erano immerse, a bagno maria, che aveva lo scopo di elasticizzare le fibre legnose per la successiva operazione di fissaggio du fasciamme alle “stamanee”
Da secoli, questa operazione era perpetrata e tramandata, nei cantieri della nostra città, era quello il momento più importante, spettacolare e delicato della lavorazione dell’opera viva dello scafo, bisognava far veloci per fissare quelle toe fumanti, rese elastiche dal bagno maria, alle stamanee, in modo da fare assumere au fasciamme la piega dello scafo.
Per un attimo, tutti i lavori si fermavano, in religioso silenzio, le tavole estratte, dal cilindro, calde fumanti, da ustionarsi, erano velocemente, trasportate, a seconda della loro lunghezza anche da 4 o 5 operai, a piè d’opera, dove tutto era già stato predisposto per la loro ricezione, fissate subito sulle orditure dello scafo con i morsetti, per dare la giusta e definitiva piega alle tavole e poi fissate definitivamente tramite chiodi di rame e colla.
Non è possibile elencare in un solo post tutte le trasformazioni, che ha dovuto subire una manifattura dedicata esclusivamente e secolarmente alla lavorazione del legno, per passare in tempi rapidi all’utilizzo dell’alluminio per lo scafo e le strutture portanti.
Si può comprendere grossomodo, la complessità del lavoro in un cantiere navale, descrivendone per grandi linee l’organizzazione. Per chi avrà la cortesia e la pazienza di leggere questo post, sarà come fare un salto indietro nel tempo, quando ancora tutto “era fatto in casa” non delocalizzato o soggetto a tagli o a sub appalti come succede oggi.
Ma una doverosa premessa è d’obbligo, con la chiusura dei Cantieri e di tutte quelle attività manifatturiere, che erano presenti nella nostra città, non solo si sono persi definitivamente centinaia di posti di lavoro, professionalità e capacità imprenditoriale, ma è venuto a mancare alla nostra comunità quel tessuto sociale, fatto dal ceto operaio, che significava in primis solidarietà, lavoro sicuro, buoni stipendi, per dodici mesi all’anno.
Il giovane Serafino, all’atto della sua prima assunzione in Cantiere nel 1971, fu erudito su l’ambiente di lavoro, dal papà, GB Delfino, già dipendente nell’officina meccanica dei Baglietto.
Nonostante questo, però per un giovane, essere inserito in un’attività produttiva negli anni 70, in qualsiasi ambito lavorativo e in ogni mansione, voleva dire subire ogni sorta di angheria e prepotenze da parte degli operai anziani, organizzati secondo una scala gerarchica e vigeva l’usanza nei cantieri navali, ma anche negli opifici della Valle del Teiro e in altre realtà manifatturiere, di comminare pesanti scherzi, una sorta di cerimonia d’iniziazione per i neo assunti, che immancabilmente erano subito messi alla prova, quando erano inviati nei vari reparti, del Cantiere, alla ricerca del “Spunciun Forte” e dell'”Unciu de Gumiu”
Era necessario stare sempre vigili, le prime volte si riusciva a scappare, ma quando il comitato degli anziani, aveva deciso di colpire qualcheduno c’era poco da fare, erano due le sostanze usate come mezzo d’iniziazione, la “brena’” o la “seiga’” con la prima il sedere del malcapitato immobilizzato, era cosparso di colla, con la seconda sostanza, era il grasso di sego a essere spalmato sui glutei, stesse scene avvenivano a bordo, dove le speranze di sfuggire alla cerimonia erano molto scarse, perché non esistevano vie di fuga, naturalmente la maggior di questi soprusi erano fittizi, solo finzioni il cui scopo era quello di incutere timore reverenziale
Sul lavoro vigeva ancora, l’usanza di non far mai trapelare i segreti del mestiere e l’operaio anziano specie nelle lavorazioni di rifinitura, aveva degli attrezzi speciali sagomati o altre diavolerie strane, che teneva gelosamente nascoste, svelava i suoi trucchi, solo a fine carriera a chi era stato eletto, come suo degno successore.
A volte, capitava che, magari uno degli ultimi arrivati, con qualche buona idea, prospettasse una soluzione, una miglioria, per rendere più rapida o meno complicata, un certo tipo di lavorazione, ma questa sua proposta era vista con sospetto e subito messa al vaglio degli anziani, quasi sempre la proposta era bocciata, per non turbare delicati equilibri, liquidando l’innovazione proposta, con un laconico “emmu sempre fetu cuscì!”.
Questa era la prassi, a cui anch’io ho dovuto sottostare, negli anni giovanili, poi però ci si fa un po’ di scorza e si impara un mestiere, grazie a tanti maestri, con la loro grande esperienza lavorativa ma anche e soprattutto alla curiosità e ai dubbi, che mai devono mancare, in un lavoro ben fatto.
Dei torti subiti, non si portava rancore, anche perché la vita ci riserva sempre una seconda occasione, ad un certo punto da vittime, si diventava carnefici e nei confronti di chi ci aveva umiliato, c’era una sorta di rivincita, con le vendette mascherate da scherzi.
– Quante cose ci vengono amputate, senza che ne sentiamo dolore, perchè siamo anestetizzati. Eliminare le zone di silenzio dalla nostra vita è come abbattere gli ultimi boschi per costruire dei supermercati, come radere al suolo una montagna per farci passare una strada. Servono esploratori che esaurite le terre sconosciute, vadano a cercare in quelle dimenticate, tornino ai luoghi che l’uomo abitava e ora non più. Un paese fantasma, una fabbrica abbandonata. Che cosa c’è lì, dove tutti sono andati via?” Un amore che nessuno si ricorda”. Servono libri che mettano in salvo quell’amore–
Tratto da :
Paolo Cognetti recensione del libro di Erling Kagge “Il silenzio
Si fa un gran parlare, degli anni belli della cantieristica della nostra città, si citano le belle imbarcazioni le prime serie ISCHIA ELBA CAPRI 16,50 18 20 METRI in legno, poi le serie in alluminio dai 20 ai 44 metri.
Ma è come essere di fronte ad una bella chiesa, ci si domanda chi e è il Santo a cui è dedicata, di chi sono i dipinti e chi ha fatto le statue, tutto molto bello, ma chi erano quelli che con il loro lavoro, le loro competenze, le loro perizie e peripezie e tanta fatica, anche con il tributo di qualche vittima, hanno costruito questi poderosi edifici religiosi?
Chi ha materialmente fatto una pavimentazione, eretto muri, costruito archi, cupole e campanili e chi erano quelli, che in un cantiere in riva al mare o in un opificio lungo il Teiro, hanno dato lustro alla nostra città, con il loro lavoro, la loro creatività e perizia?
Le manifatture di Varazze, oggi non esistono più, resiste solo qualche opificio diruto, i canali d’acqua, le tante fasce e qualche capannone, che ci si affretta ad abbattere, tutto destinato all’oblio e allo sfascio.
Di quella comunità laboriosa, sono rimaste le foto conservate nell’Archivio Fotografico Varagine, vero patrimonio della nostra città!
Per le ex attività cantieristiche, abbiamo il bel Museo del Mare, servirebbe anche un Museo del Sciu da Teiru, per onorare la storia, di tutte le attività lavorative, che erano lungo il nostro fiume, in primis a Fabrica, che per un secolo diede lavoro a tanti nostri concittadini.
Questo post è il primo di una serie, dedicata al lavoro all’interno dei Cantieri Baglietto, con l’intento, non esaustivo, di raccontare il lavoro di quelle generazioni di operai e tecnici, maestri d’ascia, saldatori ecc. ecc, quelli che si sporcavano le mani di unto, di colla, di vernice, mani callose invecchiate stanche, piene dei segni del mestiere, di chi grazie alla sua operosità al suo ingegno, alla sua fatica, ha contribuito a fare grande nel mondo il nome di Baglietto.
I commenti a questo post, di chi ha lavorato nei Baglietto, che raccontano altri aspetti, inerenti al lavoro all’interno dei cantieri, possono esser inseriti in questo racconto, ogni testimonianza, arricchirà il contenuto.
Altre persone, non menzionate nel testo, possono essere inserite, nei vari reparti, dove hanno svolto la loro attività lavorativa.
Ho chiesto a Serafino e a Piero, se mi potevano raccontare qualcosa del loro lavoro nei Cantieri Baglietto, anch’io come loro, ma in altro settore, sono stato testimone, negli ultimi 20 anni lavorativi, dei cambiamenti epocali, avvenuti nel mondo del lavoro, con la globalizzazione, nuove legislazioni e modalità lavorative, quasi mai in senso positivo, per chi oggi deve, con l’impegno quotidiano in una fabbrica, cantiere o altro posto di lavoro, tirare avanti e crescere dei figli.
Serafino Delfino fu assunto nei Cantieri Baglietto, in officina meccanica a 14 anni, da poco compiuti, nel 1971, il suo numero di cartellino era il 511, nel 79 si licenziò, per intraprendere la sua attività che lo portò a vagabondare in altri cantieri, nel 1994 fu nuovamente assunto nei Cantieri fino al 2014 l’età del pensionamento.
Piero Biale entra nel cantiere a 15 anni nel 1961 nel reparto carpenteria per poi passare in sala tracciatura n°di cartellino 525, pensionamento nel 1998 poi altri incarichi all’interno dei Cantieri fino al 2010
I dipendenti dei Cantieri Baglietto di Varazze negli anni 60/70 erano arrivati anche a 800 assunti, ma mancavano a questa conta, tutti gli stagionali, che all’inizio della bella stagione, si mettevano in aspettativa, per curare la loro seconda attività, la maggior parte andavano negli stabilimenti balneari, ma anche nel settore alberghiero, poi a ottobre belli abbronzati rientravano in Cantiere, con i loro racconti, di effimeri amori estivi.
Passò u Rian de Prialunga, si arriva nella bella zona terrazzata de Bosan, all’inizio del tratto in discesa, si erge il poderoso sbarramento murario, dell’Eremo del Deserto.
Appena oltrepassato il varco, alla nostra sinistra la località della Scassarina, con i resti dell’invaso di una peschea, una fontana e un monumento, che ricorda l’inizio della vita eremitica in questo luogo sacro, avvenuta il 25 marzo del 1616.
Un’altra data, connota questo luogo, è quella del 26 luglio del 1944, festa di S. Anna, quando un reparto, di tedeschi e camice nere, alla ricerca di partigiani obbligò, con la minaccia delle armi, un gruppo di persone, convenute per celebrare la festa, ad entrare nella vasca, tenendole in ostaggio, mentre tedeschi e fascisti, effettuavano il rastrellamento nel bosco soprastante.
Questo triste episodio avvenuto in un luogo di culto è presente nel post di Facebook Beneitu u Cuin-a n°1
L’Eremo del Deserto, un baluardo di meditazione, lontano dalle tentazioni dalla malvagità e cose terrene degli uomini!
Questo è stato per decenni la nomea di questo luogo.
I Deserti furono un’istituzione dove si praticava la vita eremitica, primo fondamento dell’Ordine Carmelitano.
Con i soldi delle questue, agli inizi del XVII secolo, fu acquistato un terreno di proprietà di alcuni abitanti di Casanova, il comune di Varazze, donò un terreno da pascolo e così ebbe iniziò la costruzione del cenobio, che fu inaugurato il 16 luglio 1618.
Negli anni che seguirono, il complesso fu notevolmente ingrandito a seguito delle donazioni di facoltose famiglie genovesi.
Per decreto di un papa, i luoghi abitati da eremiti, dovevano essere completamente recintati con un muro, una barriera tra la vita nel peccato e l’ascetismo!
Quel grande recinto sorvegliato da guardie, al soldo del clero impediva l’accesso a chi non era gradito, teneva lontano il popolo, i curiosi, e chi voleva introdursi per rubare i prodotti della terra.
Le mura del Deserto sono lunghe 3448 metri, alte in media 2,50 e spesse 0,50, a intervalli regolari, una feritoia fra le pietre permetteva di vedere fuori dalla muraglia, due erano i varchi in corrispondenza della strada, una terza apertura verso le zone boschive del Sciguellu, era chiusa dalla famosa ” Porta de Feru”
Fu un lavoro immenso, che impiegò, per alcuni anni, molta mano d’opera, braccianti cavatori e muratori, provenienti dai paesi limitrofi.
Anche in questo caso, si conoscon le vite dei Santi, ma nulla si sa di quella moltitudine di persone, che si spaccarono la schiena, per edificare un’inutile barriera. Per che cosa, per isolare una comunità di religiosi, dal resto dell’umanità, quella dei comuni mortali, destinati a far vita grama già dal primo vagito?
Le mura, oggi in parte dirute, sono impressionanti, specie quelle costruite lungo il corso del torrente Malanotte.
La calce, era fornita, dalla vicina Cogolitus, i mattoni erano cotti nella fornace in località Costata, poco distante, sulla direttrice di Beffadosso/S.Giacomo, nella valle dell’Arenon.
La giornata dell’eremita, trascorreva nella preghiera, meditazione e nello studio dei testi sacri, i novizi carmelitani, restavano in questa struttura per un anno, effettuando solo piccoli lavoretti.
Il Profeta Elia
Per il lavoro pesante e per la conduzione materiale dell’Eremo, c’erano i frati conversi, quelli che si erano convertiti da adulti, e i contadini e braccianti al soldo dei frati.
Solo alla domenica o nelle festività erano concessi gli incontri fra i religiosi.
Allora tutti i frati, si radunavano intorno al loro priore, nelle ricreazioni spirituali, nella stagione fredda all’ interno dell’Eremo, e quando la temperatura lo permetteva, il luogo convenuto era lungo la passeggiata della sorgente di Elia. In questo momento conviviale, si discuteva di un tema religioso a caso, trattato da uno dei novizi, queste discussioni portavano poi a redigere una bozza di testo, che era poi trascritta e verbalizzata da un frate, che fungeva da segretario.
I testi di queste “Collationi Spirituali” sono conservati, in sette grandi volumi conservati nell’archivio del convento del Monte Carmelo a Loano.
Si preparavano, in questo modo i nuovi divulgatori della parola di Dio, se richiesto erano capaci di discutere ogni dogma della cristianità, ma quale domanda poteva esser proferita da un popolo di sudditi timorosi della potenza della Chiesa?
Oltre al corpo centrale, furono costruiti gli eremitaggi.
Erano sette i Romitori, sparsi nel territorio dell’Eremo, piccole costruzioni che comprendevano a pian terreno, una cappella, con attigua una piccola sacrestia, tramite una scaletta si accedeva al piano superiore, dove c’erano le due le stanzette per il frate, un ripostiglio, per le sue cose, era ricavato nel sottotetto, completava l’edificio un campanile detto “a vela” dove era alloggiata la campanella dell’eremita.
La campana era utilizzata per lo scandire delle preghiere, ma anche per annunciare un pericolo imminente o una richiesta di aiuto.
Circolavano alcune dicerie di frati licenziosi, ma restano senza fondamento, anche le storie di abusi a danno dei novizi e di chi raccontava di aver udito le campane dei romitori, suonar di notte.
Oggi di quei sette Romitori solo due sono ancora funzionali, i restanti sono solo ruderi, semisepolti dai rovi, fagocitati dalla natura, di alcuni non restano che le pietre sparse nella radura, dove un tempo si ergevano queste casupole, oggi con la ricerca di nuove forme di ascetismo, se affittate, farebbero la fortuna dell’Eremo!
Il vecchio libricino da me consultato “Cenni Storici sul deserto di Varazze” scrive degli effetti deleteri della Rivoluzione Francese, che contaminarono tutta l’Europa…….La Repubblica Genovese, cadde sotto il dominio della Repubblica di Francia, uno di questi “decreti eversivi” imponeva l’incameramento dei beni ecclesiastici e a seguito questa “ventata di rivoluzione” gli eremiti furono dispersi.
L’appoggio della Chiesa, per la Santa Alleanza, contro i francesi fu totale, a riprova di questo, erano le campane di tutte le chiese, chiamate a suonare a martello, quando l’esercito Austro Piemontese attaccava le postazioni dei transalpini o per avvisare della presenza di francesi .
La storia la conosciamo, Napoleone fu sconfitto, con grande sollievo del papa e delle monarchie d’Europa.
Ma alcuni beni della Chiesa, incamerati dalla Repubblica di Genova, furono ceduti ai privati.
E così accadde per l’Eremo del Deserto.
Nel 1920, dopo sessant’anni di abbandono, l’Eremo fu riacquistato dalla Chiesa e divenne di proprietà dell’Ordine Carmelitano, oggi fa parte della Diocesi di Savona.
La barca donata all’Eremo da Giovanni Briasco
Andare al Deserto per chi come me era bambino negli anni 60/70, voleva dire in primis, la grande vasca, con i tanti pesci rossi, le carpe e qualche tinca, bastava buttar anche solo una foglia a pelo d’acqua e subito arrivavano branchi di piccoli pesci che si disperdevano all’arrivo dei pesci più grandi.
L’invaso era la riserva di pesce, ad uso culinario dei frati, ma con il favore del buio non mancavano i pescatori di frodo.
L’acqua, pur avendo sempre un buon ricambio con l’acqua gelida dell’Arrestra, era comunque torbida e melmosa e non si vedeva il fondo, le nostre mamme erano sempre in ansia quando il loro figlioletto si trovava al cospetto di quei pescioloni.
Nel biennio 1988/90 grazie alla Divina Provvidenza ( un lascito testamentario) fu possibile ristrutturare l’intero edificio dell’Eremo e restaurare due romitori
La Chiesa, dedicata a S. Giovanni Battista è un luogo dove regna la pace e il silenzio.
Con le suggestive grandi vetrate colorate.
La navata centrale, con le belle travature in legno
In una saletta laterale il famoso crocifisso dell’Eremo del Deserto.
Questo crocifisso, in avorio, ha una storia importante, fu acquistato nel 1641, da un cavaliere portoghese a Goa in India, la nave che lo conduceva in patria fu attaccata dai pirati turchi, che lo condussero prigioniero ad Algeri, il crocifisso fu posto in una piazza per essere distrutto.
Ma le cronache del tempo, dicono che ad un certo punto, dal volto, sulle mani e nel costato, comparvero delle gocce di sangue spaventando, i mussulmani che lo stavano deridendo . Il crocifisso finì poi ad un ebreo, che lo vendette a Padre Michelangelo di Gesù, un carmelitano ligure. Il frate fu ridotto in schiavitù e anche lui tradotto in carcere ad Algeri, qui ogni notte al cospetto del crocifisso, Padre Michelangelo celebrava l’eucarestia. Il crocifisso, fu donato nel 1643 ai Carmelitani Scalzi di Genova, che lo destinarono nel 1646, al Deserto di Varazze. Quando l’ordine monastico fu soppresso ad opera di Napoleone nel 1799 il crocifisso fu preso in consegna dal convento carmelitano di Voltri, ritornò al Deserto nel 1819, per essere prelevato questa volta dalle suore carmelitane di clausura, a seguito di una seconda soppressione dell’Eremo, ad opera dei Savoia.Il crocifisso ritornò definitivamente all’Eremo del Deserto nel 1955.
In questa sala, altre opere d’arte religiosa, in un dipinto è raffigurato Padre Michelangelo
Doverosa una visita alla cripta, qui è sepolto il cardinal Anastasio Ballestrero.
In una grande teca, sono esposte le reliquie di Santi. I resti dei frati, che furono seppelliti nell’Eremo, sono contenute in recipienti di vetro.
Alcune lapidi commemorative affisse su di un muro.
Ex voto e arredi liturgici.
E’ possibile visitare l’interno dove in una saletta, sono in vendita i prodotti dell’Eremo, in una grande sala è presente la biblioteca, dove si possono consultare e fare un’ offerta, per avere uno dei molti testi religiosi esposti.
Una porta vetrata, immette nel grande chiostro interno alle mura, con una bella vista delle vicine alture che circondano l’Eremo.