U Terremottu!

Era il 23 febbraio il mercoledì delle ceneri del 1887, quando un terremoto pari al grado 7 della scala Richter, distrusse alcuni paesi dell’entroterra nella provincia di Imperia, fra cui Diano Marina, Bussana e parte dell’abitato di Apricale.

Ci furono vittime e danni in ogni paese e citta del ponente ligure, i morti furono 664, ma l’ecatombe ci fu a Baiardo, dove il crollo della parrocchiale, seppellì 226 persone.

Povera gente contadini e braccianti che erano convenuti, prima dell’alba ad assistere alla cerimonia di aspersione delle ceneri, l’inizio di un’altra penitenza, oltre a quelle terrene di ogni giorno, anche quella spirituale, con l’inizio della quaresima.

L’orario mattiniero, era quello che permetteva poi di affrontare un’altra dura giornata di lavoro.

La scossa li sorprese in chiesa e quando iniziarono a crollare i primi calcinacci, presi dal panico si ostacolarono a vicenda perdendo tempo prezioso, che fu fatale, il tetto della chiesa, dopo poco crollo’ seppellendo i fedeli nel loro luogo di culto.

Il parroco di Pompeiana Don GB Zunini il 23 febbraio del 1887 stava officiando la messa del mercoledì delle ceneri, il terremoto lo colse di sorpresa e restò da solo sull’altare, mentre i suoi fedeli furono lesti ad abbandonare la chiesa, che subì solo qualche danno e non ci furono crolli, nel suo diario descrisse a modo suo la tragedia, che fu annotata nel libro di LUIGI AMORETTI  “Le opinioni dello zio Giovanni ” Nei tre giorni precedenti a questo parve, che il demonio [“per antonomasia anche la Bestia, il Drago, l’Anticristo”] più che in ogni altro Carnevale avesse acceso a scarnascialare la gioventù e quanti uomini e padri di famiglia son piuttosto dediti all’ ubriachezza e al disordinato operare. Il mattino stesso del 23 prima che suonasse l’Ave Maria, la funzione e la Predica delle Ceneri, giovinastri, scorrazzavano ancora per le strade, ebbri di divertimenti, di gozzoviglie, di balli fino allora tenutisi aperti in osterie.

Il passaparola generazionale, racconta che anche a Baiardo quei giorni di carnevale, furono particolarmente festosi, c’erano alcuni che andavano in giro vestiti da prete e suore a offrire ostie di salame ai loro compaesani.

Bussana Vecchia

Ci furono danni in tutta le provincie di Imperia e Savona e anche Genova ebbe dei crolli. Le scosse più catastrofiche dello sciame sismico, furono almeno quattro, intervallate da alcune ore di pausa, questo lasso di tempo, fu fatale, perché molte persone fuggite alla prima scossa delle ore 6.30 rientrarono, rassicurate dalla presunta fine del terremoto, nelle loro abitazioni a prendere le loro povere cose, la successiva scossa delle 8.15 completò l’opera di demolizione facendo altre vittime.

Una famiglia di senzatetto a causa dei danni da terremoto fu ospitata presso dei parenti all’Alpicella.

A Varazze il ricordo di quel terremoto, come tutte le cose tragiche che hanno colpito la nostra città è stato tramandato dal passaparola generazionale.

Si ricordano quelle ore concitate di quel mercoledì delle ceneri.

Ci furono scene di panico, grida e terrore fra gli abitanti del centro citta, dopo una mattinata tragica con diversi crolli di calcinacci, ma fortunatamente senza vittime.

Molti abitanti del centro storico, specie quelli che occupavano i piani superiori delle case o che avevano anguste scale di accesso, nonostante le basse temperature del mese di febbraio, non vollero ritornare alle loro dimore per la notte e si accamparono per passare la notte in spiaggia, gli altri quelli più tranquilli, per alcuni giorni andarono a dormire con i vestiti e in una corba, una cesta, furono messi quattro stracci e qualche alimento, da aver pronti se bisognava scappare a seguito di altre scosse.

Dopo la prima scossa, il mare da S.Remo fino Genova si ritiro di molti metri, per poi riversare a riva un grande onda di maremoto.

A Varazze videro il mare ritirarsi e poi arrivarono onde alte fino a quattro metri, che si riversarono nell’abitato del Solaro, arrivando fino al Garbasso della Stazione Ferroviaria, furono allagati negozi e i pianterreni delle case.

Ai seguenti link il terremoto del 23 febbraio 1873 Liguria Occidentale

TERREMOTO 1887 LIGURIA OCCIDENTALE

Un testimone del terremoto del 1887 nel ponente ligure

Ringrazio chi, a commento di questo post, ha fornito ulteriori contributi per arricchirne il contenuto. Grazie!

Ferraciun

C è qualcosa di umano, in questi oggetti di uso comune, ma degradati a rottame ferroso e destinati allo smaltimento.

Le sedie, chissà quante parole quante “balle” avranno ascoltato da chi ci stava seduto sopra magari in un bar o un’osteria e le parole esagerate e le risate erano la normale conseguenza dello stare in compagnia.

E quella carretta da “massachen” ancora capace di contenere “pastuin de caasina” preparata e trasportata da u “boccia du massacan” che era sul ponteggio a intonacare il muro .

E chissà quante ore sono passate, in sella a quelle bici, usate per gli spostamenti cittadini o per recarsi al lavoro, quando a Varazze c’era pane per tutti, cantieri, cotonificio, conceria in primis, e poi le tante altre manifatture specie sciu da Teiru.

In bicicletta anche per qualche giro domenicale, piu facile in direzione di Savona, raggiunta, superando l’unica salita, con una bella rincorsa, appena fatta la curva dell’Aspera, per superare di slancio, Punta dell’Olmo

Verso Cogoleto o Arenzano, era più faticoso, bisognava arrivare ai Piani d’Invrea, fare la discesa insidiosa del Portigliolo e poi uno strappo in salita, per arrivare a Puntabella .

Era dura anche risalire la valle Teiro, con la bici senza cambio di velocità su tratti di strada sterrata.

Chi abitava oltre Giovo, costretto per lavoro a “vegni’ a Vase” faceva il tragitto monti – mare, almeno due volte la settimana.

Uno di questi zuenotti, era mio papà, che lavorava nel mobilificio Lapes, conosceva bene, quella strada, ancora non asfaltata, piena di buche, pronta a trasformarsi in un pantano a seguito di una pioggia.

Avevano vent’anni nelle gambe! Niente li fermava, lui con altri amici e colleghi, affrontavano, i tornanti in salita del Giovo, a volte, facendosi trainare dai camion che transitavano da lì, in direzione della pianura padana.

Mio papà mi raccontava, di era attrezzato con tanto di gancio, per arpionare il paraurti delle auto e gli autisti o i proprietari dei mezzi, sempre ben disposti, per alleviare la fatica di quei giovanotti.

Altri tempi, non esisteva la frenesia moderna e c’era il tutto il tempo di rallentare un po’ il mezzo e lasciarsi “abbordare” da quei giovani scalatori e magari scambiar due parole con loro, prima della spianata, in direzione del Sassellese.

Mio papà mi raccontò di una fatto a lui capitato.

Nello zaino, che portava sulle spalle per il viaggio verso “Vase” insieme ad altre cose, trasportava anche un bel pacco d’uova, prodotte dalle ruspanti galline del sassellese, ma sfortunatamente, un’accidentale caduta, appena passato l’abitato di S.Giustina, provocò la rottura delle uova contenute nello zaino.

Oggi nella nostra opulenza e spreco, quelle uova spappolate, sarebbero destinate all’umido e li gettate insieme a qualche imprecazione, ma erano altri tempi e quella poltiglia liberata dai pezzi di guscio, diventò una bella frittata, cotta grazie alla gentile disponibilità di una donna del luogo e divenne la cena che consumò mio papà quella sera.

foto in b/n dal Web e Archivio Fotografico Varagine

Ai Me Amisci

Ci sono cose belle, che abbiamo avuto dalla vita, sono quelle persone, che ci sono state vicine, in un certo momento della nostra vita, insieme abbiamo condiviso il nostro tempo, qualche mese o qualche anno

Sorrisi, volti, risate di amici, che ci hanno accompagnato per un pezzo di strada percorsa insieme, sono le cose più belle, i più bei ricordi che sempre resteranno in un angolino del nostro cuore.

Un’ amico d’infanzia come un fratello con cui passar giornate a fantasticare per boschi o nel fiume, nei lunghi noiosi pomeriggi di una calda estate.

Un amico di giovani scorribande, serate a inseguire i nostri tormenti di cuore, finite con il fumo di una sigaretta, stonando una canzone chiusi nell’abitacolo di una 500.

Altri volti altre città, eccomi con la divisa a far la guardia al massimo monumento d’Italia, due piccole figure nel bianco monumento, insieme a me quel ragazzo lucano, chissà se si ricorderà di me di quella notte e di quel che purtroppo successe.

Poi la vita si fa seria, ma quanto ridere però insieme a quel collega, lui si alzava alle cinque del mattino per arrivare in Centrale un giorno mi disse, cambio lavoro e mi dispiace solo di una cosa, non vedere più un amico come te.

E poi chissà perché, gli anni volano e ci si ritrova da soli a pensare a quei voci sorrisi volti risate dei miei amici insieme per un mese o un’anno.

Oggi saluto quel mio “compagno di banco” come fosse un altro giorno un giorno come tanti.

Oggi ancora amici nella mia vita, per condividere una bella giornata di sole, con uno zaino e con il fiatone dopo una salita o a far le curve in un giro in moto.

Grasie ai me amisci, a vitta a ma detu tantu

E Giare in fundu au ma

Anfore del relitto di una nave romana affondata nel mare antistante Albenga

Corriere della Sera agosto 2012

Le prime anfore, Francesco Torrente, pescatore di Varazze, le aveva trovate dieci anni fa ma già aveva sentito parlare dagli anziani, di quei cocci che ogni tanto si impigliavano nelle reti. Il suo è stato un lungo appuntamento sempre rinviato, con un relitto romano.

Nel marzo scorso, quando ha controllato la rete a strascico, del suo peschereccio di 18 metri, il Padre Pio, ha visto spuntare il lungo collo elegante di un’altra anfora.

Ha avvertito i carabinieri. Ci sono voluti cinque mesi per individuare il punto esatto (grazie al sonar) dove giace a una profondità di 65 metri, immersa nel fango, un’imbarcazione romana di epoca repubblicana o imperiale, nel periodo a cavallo fra il primo secolo avanti Cristo e il primo secolo dopo Cristo.

L’imbarcazione era a pieno carico quando è naufragata, al suo interno sono visibili ben stivate centinaia di anfore di tipo «dressel», alcune, se i sigilli hanno tenuto, potrebbero ancora contenere residui di vino, olio, olive o salamoia.

Il sindaco di Varazze, annuncia «una guerra» contro chi avesse idea di «portarsi via» questa prima anfora e studia come allestire subito un’esposizione, magari negli ex cantieri Baglietto ma soldi per finanziare gli scavi no, lui non ne ha.

I carabinieri del nucleo subacquei hanno fatto un gran lavoro, aiutati dal robot Pluto che, guidato con un cavo, ha afferrato con le sue pinze il collo dell’anfora portandola in superficie.

Ora inizierà la fase di de salinazione e restauro del reperto che potrebbe permettere l’affiorare del timbro della fornace, indicatore importante per la datazione e per ricostruire la storia del carico.

Soltanto nell’ottobre dello scorso anno il Centro carabinieri subacquei al largo dell’isola di Bergeggi ha individuato il relitto del Transylvania, affondato durante la Grande guerra. Il mar Ligure è ricco di relitti. Il ritrovamento d’epoca romana, tuttavia, è particolarmente prezioso.

Il Castrum Romano del Parasio

Chissà…… forse questa nave romana, potrebbe essere salpata o in arrivo al Castrum Romano del Parasio

La nostra città, in epoca romana, aveva un suo approdo ai piedi del colle di S.Donato, gli scavi effettuati nell’800, per le edificazioni, degli opifici presenti nella zona del Mulino a Vapore, avevano portato alla luce grandi basamenti in pietra, e alcuni anelli in ferro, forse utilizzati per l’ancoraggio delle imbarcazioni, probabili testimonianze di una struttura portuale.

Una porzione di queste opere a mare era ancora visibile prima della costruzione di un muro, al disotto del beo, il canale che portava l’acqua del Teiro nel Cotonificio.

Questa insenatura, doveva essere abbastanza profonda e il mare, arrivava almeno fino alla Rocca dei Busci nel Castrum del Parasio, dove era accampata la guarnigione a difesa del territorio.

Sul colle di S.Donato, arrivava la via Emilia Scauri, che passava sopra un costone roccioso poi demolito per la viabilità attuale.

La via romana scendeva dal colle di S.Donato e proseguiva in direzione del mare oltrepassando l’alveo del Teiro in questa zona con un ponte ad arco.

E’ possibile che il carico di anfore sia stato imbarcato nel Castrum Romano? Oppure che la nave oneraria stesse rifornendo la guarnigione?

Qualche risposta potrebbe darla il contenuto di quelle anfore.

Il continuo apporto di inerti da parte delle piene del fiume, provocò l’inevitabile insabbiamento dell’approdo romano.

6

A questo link un articolo sulla nave romana https://www.ecodisavona.it/2021/11/19/riscoprire-il-nostro-passato-nave-romana-al-largo-di-varazze/

Le foto sono relative al relitto di una nave romana affondata nel mare antistante Albenga

foto in b/n Archivio Fotografico Varagine

L’Arcu d’Arsoccu

“Ammirando la grandiosità dell’opera non dimenticate il nostro sacrificio”.

Queste parole sono incise in una lastra di marmo, fissata alla base di due lapidi, con i volti e i nomi, che ricordano due tragedie sul lavoro e le due giovani vite di Scorza Celso di anni 22 e di Siri Giovanni di anni 30, precipitati dalle impalcature nel 1956 e nel 1957, durante la costruzione del viadotto Arzocco.

Questo piccolo angolo della memoria, si trova ai piedi del piedistallo dell’arco del ponte, ai lati della strada che fiancheggia l’Arzocco, in direzione del deposito comunale.

Un piccolo muretto, trattiene un tappeto di ghiaia, dove è inserito un vaso di rose, sopra la piana di marmo, una mano pietosa ha deposto un ramoscello di mimosa, testimonianza di affetto verso quelle giovani vittime sul lavoro.

Anche oggi tanti troppi sono i lavoratori che perdono la vita in un cantiere o una fabbrica, sono le morti bianche una Vergogna d’Italia.

La rivista Structurae, un data base internazionale, delle più significative gallerie ponti e strutture in cemento armato, cita l’Arzocco Viaduct nell’elenco delle grandi opere edili mondiali e aiuta la ricerca, fornendo le coordinate 44° 21′ 48.62″ N 8° 34′ 46.01″ per chi vuole tramite google maps e street view ammirare questa pregevole opera delle imprese italiane.

Studenti e conoscitori di queste opere, sono sovente al cospetto di questa mastodontica costruzione, per presa visione e far qualche foto alla struttura.

Il ponte sul torrente Arzocco lungo 177, metri alto 38, fa parte dell’autostrada A10 già chiamata la Camionale, i cui lavori preliminari iniziarono nel 1952 sotto l’egida di AFAnas , il tratto, comprensivo di questo viadotto, era denominato Voltri-Albisola inaugurato nel 1967.

Il ponte fu costruito dalla ditta Mario Rubatto, tramite l’impiego della centina lignea brevettata dall’ing. Eusebio Cruciani ( brev. n° 432527 del 1947

Centina in legno a parete piena o senza spinta eliminata per strutture murarie ad arco di qualunque sesto) utilizzata per la prima volta , tramite l’ausilio dei giunti e tubi Innocenti, anche questo tipo di sistema di ponteggio, da poco in uso nell’edilizia fu molto pubblicizzato proprio durante la costruzione di questo ponte.

Le immagini parlano da sole, tramite le belle foto estrapolate dall’Archivio Fotografico Varagine.

Fu un’opera poderosa, frutto dell’ingegno dei progettisti e di chi poi mise in pratica le loro idee e i loro calcoli.

Molte furono le difficoltà che dovettero affrontare i tecnici e gli operai che a rischio della loro vita portarono a termine quest’opera in due anni dal “56 al “57.

Oggi questo ponte e tutti gli altri, come il viadotto la Mola a doppio arco.

E il vertiginoso viadotto Portigliolo, presenti nel territorio del nostro comune, costruiti con la tecnica ad arco, sono ritenuti, opere di straordinario ingegno, ammirate da chi è addetto alla costruzione di infrastrutture.

Fu un vanto anche di quell’Italia, appena uscita da una disastrosa guerra, grandi opere realizzate con i pochi e limitati strumenti e attrezzature a disposizione.

Fu inaugurato nel 1958 era una domenica e molte persone salirono lungo il pendio, della collina degli Ersci, per vedere passare il corteo con il presidente della repubblica Giovanni Gronchi che con le altre autorità convenute inaugurò questa mirabile infrastruttura.(Vassile Ciapaiev)

Il viadotto Arzocco appena terminato, faceva bella mostra di se con il suo bello e armonioso arco, che univa le due colline del Carmettu, e degli Ersci, scavalcando l’alveo dell’Arzocco a cui deve il nome.

Lo si notava subito, come si evince dalle foto dell’epoca non appena si svoltava la curva dell’Aspera, provenendo da Savona, faceva da sfondo ad una centro urbano già in fase di espansione edilizia, ma ancora rispettoso di questa bella opera .

Oggi il viadotto Arzocco è semicoperto dal grattacielo di Varazze, un palazzone di 10 piani e 42 appartamenti costruito negli anni 70, in una zona esondabile, che raggiunge in altezza, l’impalcato del ponte e ne occlude di fatto la vista.

Il viadotto fu anche testimone silente di un fatto di cronaca vergognoso per la nostra città, nel 1974 un’ autocarro che trasportava formaggi e latticini, forse a causa di un colpo di sonno dell’autista, sfondò il guard rail precipitando nella scarpata sottostante, l’uomo perse la vita restando incastrato nella cabina, furono chiamati i vigili del fuoco per estrarre il poveretto.

Ma nel frattempo, incuranti della presenza del corpo straziato dell’autista, torme di varazzini, con un passaparola e poi con un passamani, avevano già portato via buona parte del carico disperso lungo il pendio e all’interno dell’autocarro.

foto Archivio Storico Varagine

Nota dell’autore

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

Dove sei Andreina ?

Andreina, era stata nelle Colonie Bergamasche, qualche anno dopo, fu colpita da una grave malattia infantile, alla sua morte, la famiglia lasciò una cospicua somma alla colonia marina.

A lei, nello storico complesso di Punta dell’Olmo, fu dedicato un intero padiglione e dove gli edifici lasciavano uno spazio libero, con una bella visuale del mare, fu messa una piccola statua in pietra che raffigurava Andreina seduta, tranquilla, in pace.

Lei da lassù, vedeva passare i suoi compagni e quando erano in spiaggia.

Forse durante le operazioni di trasporto, o chissà come, la statua perse un piedino.

Le suore, che gestivano la colonia marina, per incutere timore e avere obbedienza dai bambini, raccontavano, la favola o meglio l’incubo, del fantasma di Andreina, che si aggirava di notte, tra le stanze dei padiglioni, per riprendersi quel piedino, che mancava alla statua, questo terrorizzava quei poveri bambini, che, anche di notte, subivano le rigide regole, delle Colonie Bergamasche.

La statua di Andreina vedeva il mare e la si poteva scorgere, in mezzo al prato.

Oggi, dopo l’edificazione di un nuovo complesso residenziale, è scomparsa alla vista.

Dov’è sei Andreina?

Non vorrai per caso turbare il sonno dei nababbi a cui sono destinate quelle lussuose dimore?

Troppo triste la tua storia, non devi diventare un’attrazione turistica.

E poi non è vero, che andavi in giro per le camerate a spaventare i bambini in colonia.

Lo dicevano le suore, per far star buoni i tuoi compagni di giochi.

Povera Andreina, non avesti pace, tu volevi solo stare con i bambini e invece dicevano che eri un fantasma.

Eri solo una statua, ma ti mancava quel piedino.

Non ha più nessun senso, che Andreina resti lassù, sulla Punta dell’Olmo, tutto è stato stravolto, non esiste più niente di quel suo mondo.

Lei ha bisogno di guardare il mare e di stare in mezzo ai bambini.

Dove sei Andreina?

Carnevale 1982.

Negli anni 80 la nostra città era rinomata per il suo Carnevale.

La sfilata del 1982 è stata una delle più belle.

Era una bella giornata di sole

Ma è da sfatare il detto, che ci si divertiva con poco, perché era necessaria molta mano d’opera, inventiva e qualche buon artigiano, per allestire i carri.

Ma anche quello era un bel divertimento, quello dello stare insieme, mentre si creava qualcosa dal niente con un’idea un po’ di cartapesta con tanti colori e tante risate.

Poi c’era la sfilata sull’Aurelia con il gratificante bagno di folla, anche in altre città vicine e in alcune frazioni il Carnevale era vissuto in questo modo.

Arenzano, ultima città a noi vicina, rimasta ad organizzare la sfilata dei gruppi mascherati e dei carri, dopo lo stop dovuto al Covid è ritornata al suo appuntamemto annuale con il Carnevale

I Giganti du Tanun

Da oltre un centinaio di anni questi pini domestici, pinus pinea o come è ben denominata la sua specie, nella lingua d’oltralpe “ le pin reparasoleil” dominano il golfo di Varazze.

Quanta storia hanno visto passare sotto la loro ombra!

E’ probabile, che erano già lì, quando è passata la prima auto, nella sottostante via Aurelia e i ciclisti della prima Milano Sanremo.

Avranno visto gli aerei, che sganciavano le bombe nel Borgo, il 13 giugno del 44.

Quante burrasche, temporali e venti, avranno sopportato le loro chiome!

Erano sempre presenti, alle partite di calcio, quando la nostra città aveva un campo sportivo, il Pino Ferro, qui il Varazze e il Don Bosco, affrontavano le squadre avversarie.

Avranno assistito al volo degli idrovolanti CIVES fabbricati nella nostra città.

Al varo degli ultimi bastimenti in legno

Gli yacht Baglietto

Erano “umarell” a osservare la costruzione dei due porticcioli.

Hanno assistito dau Tanun, alle varie vicissitudini , di altre attività, che in questa zona, a ponente di Varazze, davano lavoro, risorse e lustro alla nostra città.

Tutte attività oggi perse per sempre, per l’impellente richiesta di seconde case

Questo punto panoramico, era luogo di report fotografici, con la classica foto degli sposi e lo sfondo della nostra città, qui sono state scattate molte altre istantanee, oggi raccolte nell’Archivio Fotografico Varagine

Dalla strada dell’Aspera, scendo alcune fasce, ma non mi avventuro oltre, trovo un indizio di sentiero e resto ben lontano, dal pericoloso dirupo sottostante.

Al cospetto di questi alberi, se ne percepisce la forza e gli effetti, che questi giganti vegetali, hanno sulla vegetazione circostante, il più enorme è alto almeno venti metri, la sua circonferenza misurata all’altezza canonica di 1.3 m da terra è di 3,6 m!

Magnifici, quei giganteschi, rami contorti cresciuti senza regole apparenti, spaccati ma ancora vegeti, uno di loro divelto dalla pianta, ma ancora appeso per la corteccia, forma un groviglio alla base dell’albero, un troncone di ramo si allunga dal tronco, privo dell’apparato fogliare, spaccato nella perenne lotta contro il vento.

Uno spettacolo questo gigante vegetale, con altri rami, cresciuti asimmetricamente, nel tentativo, fino ad oggi ben riuscito, di bilanciare la pianta, su questo dirupo a picco sulla via Aurelia.

Un altro gigante, gli fa compagnia, una pianta gemella, poco distante, avente una circonferenza di 2,8 m.

Orfani entrambi di un consimile, di cui rimane testimone, l’ultracentenario ceppo, reciso.

Questi alberi centenari, emergono imponenti, immersi in questa bella, ma impenetrabile macchia mediterranea, che sovrasta la curva da “Pria sciappà“ lo scoglio sottostante, che si ergeva a lato mare dell’Aurelia poi demolito, con la costruzione del nuovo porto.

In questo boschetto, ci sono tutte le principali piante e arbusti, della macchia mediterranea, ersci, pin, lentiscu, oufeggiu….. tanti ruvei, anche alcune palmette fuggite dal Castello Casati , che qui hanno ben radicato.

Non manca un pò di antropizzazione, con alcuni residui di muri a secco e una trincea quasi interrata, punto di osservazione ed opera di difesa della seconda guerra mondiale ( altri due bunker in questa zona sono all’interno di proprietà private, dove sono altre due piante secolari di pino domestico)

Residui bellici, anche i due proiettili, resi innocui e usati come palo da catena, in prossimità della via Aurelia.

I Giganti du Tanun pe andò all’Aspea, una bella attrattiva della nostra città!

Sconsiglio vivamente di avventurarsi in questa visita, per la mancanza di un percorso sicuro e protetto, atto ad evitare il pericolo di cadute nel vuoto.

foto in b/n Archivio Storico Fotografico Varagine

Una storia comune ma non tanto (11)

di John Ratto

L’idea che stava perseguendo il nostro gruppo, era l’acquisto di una società, sempre nel settore della gestione dei rifiuti, per far questo, dovevamo realizzare il massimo profitto possibile, vendendo le nostre azioni e avere così il capitale per realizzare il nostro obiettivo.

Verso la fine degli anni 60, eravamo riusciti a convincere la maggioranza dei soci, che la nostra idea era quella giusta.

Il consiglio di amministrazione, decise che la cooperativa avrebbe iniziato a comprare le azioni, di chi andava via in quiescenza o per cambio lavoro.

Fino al 1968, il valore di tutte le azioni per cad socio era di 17.000 $

Verso la fine di quell’anno, le prime azioni che la società acquistò, furono pagate 23000$.

Questo però non bastava e continuarono i dissidi, nel consiglio dei soci, perché volevamo che il valore di ogni singolo pacchetto azionario valesse molto di più.

Per calmare le acque, fu deciso un nuovo prezzo a 46000$ quando la società acquisto le azioni di un socio dimissionario.

Ma anche questo nuovo prezzo, non soddisfò le nostre richieste, perché per noi era imprescindibile scendere sotto ai 100.000$

E così facemmo la nostra proposta, al consiglio dei soci, offrimmo l’acquisto del loro pacchetto azionario, per 100.000 $ a patto che almeno il 51% dei soci cedessero le loro azioni.

Era chiara la nostra intenzione, di prendere il controllo della società, questa mossa impensierì non poco i vecchi soci.

Verso la metà del 1969, si prospettò l’acquisto, di un’azienda di Santa Rosa Ca.

Era l’occasione che aspettavamo, Io Lorenzo e Paolo-

Ci presentammo dimissionari, davanti al consiglio di amministrazione, per conciliare la nostra buonuscita.

La prima domanda, fu quella relativa alla nostra liquidazione, la nostra risaputa risposta era 100.000 $

Ci accordammo per 52.000 $ e una lettera di credito di 25.000 $ per ognuno di noi.

Eravamo euforici! Finalmente avevamo la nostra azienda.

In seguito la Golden Gate Dispo.. confermò quella che erano le nostre richieste.

Dopo molti anni, le quote della società furono vendute ad una cifra molto alta.

Fine

U Miraculu di Ersci

U Muaggiun

Sono ritornato a cercare, ciò che rimane di quel muro megalitico, uno dei tanti posti, frequentati da noi bambini degli anni 70, liberi di scorrazzare nei boschi sopra casa o lungo gli argini, non ancora cementati del Teiro.

Di quel muro, lungo il pendio du briccu da Castagna, emergono solo poche pietre, perché è stato quasi del tutto sotterrato, dalla risulta di scavo per il pilone autostradale.

Chissà chi aveva costruito questa grande opera, trasportando pesanti pietre, lungo l’ acclive crinale della collina.

Quella muaggia aveva il profilo a gradoni molto alti, questo particolare, lo ricordo bene perché noi bambini, non riuscivamo ad avere un passo tale, da riuscire a salire, come si fa normalmente con una scala a gradini.

Era largo almeno un metro e seguiva l’andamento del crinale, nella sua parte superiore in prossimità di una strada, se ne perdevano le tracce è molto probabile che le pietre mancanti,sono servite, per costruire a Ca du S. Martin.

Un ipotesi fanciullesca, era che il muro avesse una funzione religiosa e che sulle sue pietre si facessero sacrifici anche umani !

Oggi, visionando una antica cartina della zona, riprodotta in un libro di storia locale è evidente che il muro delimitava in epoca medievale, il mandamento di Casanova, separandolo dalla giurisdizione di Varagine.

Un peccato aver perso per sempre quest’opera storica, frutto del lavoro e della fatica dei nostri predecessori.

Anche questo manufatto, destinato all’oblio è poi scomparso definitivamente, liquidato in fretta e con il cinismo imperante che permea la nostra epoca, con un laconico ” u l’è sulu un muggiu de prie”

U Miraculu di Ersci

Alla base di quel muro megalitico, durante il secondo conflitto mondiale era stata posizionata un’arma antiaerea, la roccia fu scavata per avere un discreta piazzola, alle spalle, ancora oggi visibile, c’è quel che rimane di un’anfratto, in parte crollato, forse un rifugio o la riservetta di munizioni.

In quella piazzola a metà degli anni 60, noi bambini, costruimmo una delle nostre tante capannette, sparse per i boschi.

Ma questo spiazzo creato fra le rocce, a fine anni 80, fu il luogo di atterraggio di un’auto, che volata fuori dalla soprastante sede autostradale, il Viadotto Teiro Nord, si capovolse urtando contro i ersci, querce, sottostanti, le quali rallentarono e deviarono, con la rottura di alcuni grossi rami, la traiettoria della vettura, facendola arrestare in una posizione molto particolare, capovolta con le ruote all’aria.

Ma nonostante quel volo, di almeno sessanta metri, il malcapitato conducente, soccorso dai militi della Croce Rossa, accorsi sul posto, fu estratto da quell’amasso di lamiere praticamente illeso.

Mi sovviene pensare, che quegli alberi, che lo avevano salvato, erano stati oggetto di una disputa tra noi amici, molti anni prima.

Il contendere era, se tagliarli per avere più visibilità o lasciarli a scopo mimetico.

Prevalse la seconda tesi e così quei ersci, scampato il pericolo del taglio, una ventina d’anni dopo, salvarono la vita a quel malcapitato volato giù dal ponte.

Una sorte diversa, subirono gli altri alberelli, in quella piazzola, che non furono risparmiati, ma tagliati e sradicati, per costruire il nostro rifugio, nella dinamica dell’accaduto, questa fu una seconda circostanza favorevole.

L’abitacolo dell auto, che precipitò dal viadotto, fermò la sua corsa proprio dove avevamo costruito la capanetta, e non fu deformato dalla presenza di alberi, perchè eliminati, da noi bambini, molti anni prima,

Poi purtroppo si cresce e si abbandonano per sempre quei luoghi dei nostri giochi e passatempi.

Conservo un bel ricordo di quell’età, sempre alla ricerca di nuove avventure, bosco, fiume e altri posti, oggi irraggiungibili, dopo di noi, solo ruvei e brughe.

Quelle piante, dopo una ventina di anni, cresciute indisturbate, robuste e flessibili, hanno salvato una vita, rallentando la caduta dell’auto, ma anche e soprattutto l’assenza di alberi in quella piazzola, nel punto dove l’auto è atterrata, ha fatto si che l’abitacolo restasse indenne.

Ricordo i giorni seguenti con l’autogru, che recuperava l’auto, c’era una vera e propria processione di persone, che alla vista del posto e conosciuta la dinamica dell’accaduto, gridarono al miracolo!

Come sempre succede quando le cose sono difficili da spiegare, si grida al miracolo.

Se miracolo deve essere, lo si deve a quei ersci, che sacrificarono alcuni rami, per far si che un’essere umano potesse vivere…ma nessuno li ha mai ringraziati.

Fu solo una sequenza di circostanze fortuite, la velocità dell’auto, lo scavo di quella postazione bellica, un gruppo di amici con la fissa di far capannette che determinò il lieto fine di quell’eccezionale accadimento.

Quante cose, concatenate fra di loro, accadono senza che noi ce ne accorgiamo e che rendono imponderabili le circostanze della nostra vita.