U Satu du Cavallu

La curva di Puntabella, era chiamata u Satu du Cavallo dai nostri vecchi, a causa di alcuni fatti di cronaca, quando la trazione era di tipo animale.

Puntabella….mai nome fu più azzeccato, per questo promontorio, ai confini del nostro comune, qui inizia la Riviera delle Palme!

Ci si arriva, in direzione de Cugou, oltrepassato il castello d’Invrea, e dopo la bella vista del vertiginoso viadotto du Spurtigiò.

Il viadotto dell’A10 è una poderosa infrastruttura ad arco, una meraviglia della tecnica e di indubbia bellezza, capace di inserirsi armoniosamente, in questo paesaggio aspro e naturale, ed è per questo, che risulta impietoso il confronto con il parallelo viadotto Portigliolo nord.

Dopo il ponte curvo dell’Aurelia, la strada sale e si arriva sul pianoro di Puntabella, tappa d’obbligo è l’area di sosta per ammirare uno dei più belli panorami della nostra città.

Lo sguardo spazia verso la vicina Cogoleto e le vette del massiccio del Beigua, a destra l’invalicabile scoglio d’Invrea, e poi mare e cielo, dove il blu e le sue varianti, regalano ad ogni stagione, suggestive cartoline.

Sotto di noi, la bella insenatura con la grotta di Napoleone e una deliziosa spiaggetta, l’accesso è vietato perchè di servizio per uno stabilimento balneare.

Fichi d’india e agavi, hanno colonizzato il ripido pendio, che degrada verso il mare.

Dall’alto di questo sperone roccioso, si può ammirare, un tratto della cosa più bella che abbiamo a Varazze, il Lungo Mare Europa, con il ponte sul torrente Portigliolo, dell’ex tracciato ferroviario e l’imbocco della galleria Invrea, scavata nella viva roccia.

La foce del torrente è una bella zona naturalistica, che probabilmente, sarà sacrificata, per essere “riqualificata” con metri cubi di cemento, sempre il solito cliché, in questo caso, un’ex campeggio abbandonato, mai bonificato, un’ area esondabile, abbandonata, deturpata, ma anche degli edifici d’epoca, una testimonianza delle vicissitudini storiche du Spurtigio’ un sito che dovrebbe essere tutelato, a due passi dal Lungomare Europa.

Facevo il percorso, Vase – Cugou, alla fine degli anni 70, per recarmi al lavoro in località Mulinetto di Cogoleto, con il mio cinquantino e poi con una roboante 500L, arrivato al curvone di Puntabella, U Satu du Cavallu, non si poteva fare a meno di guardare la colonna con la statuina del Bambin di Praga……..

Ma facciamo un salto indietro nel tempo Il pomeriggio dell’8 settembre del 1955, giungeva alla vista del mare, dopo un estenuante viaggio, a bordo della sua Moto Guzzi Galletto, tale Giuseppe Caffi, di Sergnano Cremasco.

Il suo intento era quello di recarsi, il giorno dopo il suo arrivo, al santuario del Bambino Gesù di Praga ad Arenzano, per far le sue devozioni e sciogliere un voto fatto a Gesù Bambino.

Si stava dirigendo a Varazze, dove aveva dei parenti, che lo aspettavano, per trascorrervi la notte.

Mentre percorreva la via Aurelia, oltrepassata la località Arrestra di Cogoleto, arrivato a Puntabella, au Satu du Cavallu, una curva insidiosa, in contropendenza e con un brusco cambiamento di direzione, il Galletto forse a causa di una buca, sbandava paurosamente, il Caffi non riuscì a fermare in tempo la moto, che andò a urtare contro il muretto della strada e a seguito del violento urto, il poveretto fu sbalzato di sella, e catapultato nel dirupo sottostante.

Giuseppe Caffi, si risvegliò un paio d’ore dopo, all’ospedale di Varazze, dove era stato trasportato, perfettamente incolume, solo qualche escoriazione e con una borsa del ghiaccio sulla testa, dove aveva un bel bernoccolo, la causa del suo svenimento.

Un alberello di leccio, aveva trattenuto il suo corpo, scongiurando possibili e più serie conseguenze, visto il dirupo sottostante.

Giuseppe Caffi, attribuì lo scampato pericolo, non alle cose imponderabili della vita e a quell’esile piantina, ma alla grazia divina del Bambin Gesù e in segno di riconoscenza, fece erigere sul luogo della pericolosa curva, una colonnina votiva, quella visibile ancora oggi, a lato strada, con la statua del Bambin di Praga e la sua dedica, per la grazia ricevuta.

Per il Caffi non vi erano dubbi, era stato il Bambin Gesù, che l’aveva salvato da sicura morte!

Ma la grazia ricevuta da Giuseppe Caffi, non fu elargita,in ugual modo per altri incidenti, stradali accaduti in quel tratto di strada, alcuni con esiti mortali.

Da testimonianze raccolte, di chi abitava in quegli anni ai Piani di S.Giacomo, sono almeno altre 5 le vittime a seguito di incidenti in quella curva maledetta.

Moltissimi i sinistri, specie in caso di pioggia, il minimo che poteva capitare era una sbandata con un urto contro il muretto.

Malauguratamente i paracarri di quella curva, non riuscirono a fermare la corsa di una Fiat Seicento, che precipitò nel vuoto con un volo di almeno 30 metri, sciantandosi nel sottostante alveo del Portigliolo, nell’urto perse la vita una giovane donna, moglie o compagna del guidatore, che seppur ferito si salvò

Nei primi anni 50, in quel tratto di strada molto pericoloso, un signore di Arenzano, perse il controllo della sua moto, anche in questo caso si trattava di una Moto Guzzi Galletto, ma prima di andare a sbattere contro il muro, riuscì a far scendere, in modo brusco, dalla moto, in corsa, la sua figlioletta, lei si salvò con lievi ferite, mentre per il suo papà, lo schianto fu fatale.

Quel padre, nel tentativo, comunque riuscito, di porre in salvo la figlia, sacrificò’ la sua vita.

A metà degli anni 60 iniziarono i vandalismi verso quella statuetta del Bambin di Praga, sopra quel pilastro.

Quella figura in ceramica, fu distrutta innumerevoli volte e le rotture si perpetrarono, per una decina di anni.

Divenne consuetudine, scommettere quanto poteva durare, una nuova statuetta, sopra quel pilastro!

Il costruttore di Arenzano, che aveva eretto il pilone votivo, era stato incaricato dal Caffi, al mantenimento di quel voto, fatto qualche anno.prima, rimettendo una nuova statuina, ogni volta che era distrutta.

Ci fu chi si appostò, per beccare il vandalo in azione, si fecero le più disparate illazioni, si cercò il colpevole di quei ripetuti atti vandalici.

Ma chi poteva essere l’autore di quelle ripetute rotture? Un pazzo ospite di Prato Zanino, un mitomane un miscredente o uno di quelli che avevano perso un famigliare un ‘amico, una compagna. in quella curva maledetta?

Anche chi aveva subito una disgrazia o un lutto, durante la guerra, avrebbe potuto sfogare la sua rabbia, perpetrata per anni, con la rottura di quella statuina.

Un gesto di collera, nei confronti di quel Bambin di Praga che non aveva protetto in ugual modo una persona cara o se stesso.

Con il buonsenso e il senno del poi, il signor Caffi, poteva essere consigliato di non magnificare, il suo scampato pericolo, erigendo quel monumento, in quella curva maledetta, dove erano accadute tante disgrazie.

Ma così non fu, il pilone votivo, fu benedetto con una cerimonia, da un frate Carmelitano, del Santuario del Bambin di Praga di Arenzano.

Ci si ricorda e si commemorano quelli scampati a morte certa, protetti da forze divine , ma di quelli ,senza grazia ricevuta ne abbiamo perso il ricordo, immani tragedie che la nostra comunità non ha più memoria

Per Grazia Ricevuta Madonna della Guardia di Genova

Per grazia ricevuta, sono anche gli oggetti e tutte le testimonianze scritte, presenti al Bambin di Praga di Arenzano alla Guardia di Genova, alla croce di Castagnabuona ed in altri Santuari, un segno di ringraziamento e di attribuzione della grazia ricevuta a questo o a quel santo, per aver avuto salva la vita.

Oggi, per rispetto verso le vittime innocenti di incidenti o altro , molte di quelle roboanti notizie, di chi è scampato a sicura morte, per grazia ricevuta, sono scomparse dai media

Ringrazio Giuseppe Vernazza per la sua gentile collaborazione

Il Moto Guzzi Galletto nella foto è di mia proprietà

Una storia comune ma non tanto (10)

di John Ratto

Golden Gate Disposal.

 Ma quando accennai questo ai miei zii e cugini, si scatenò il finimondo, mi dissero di tutto, l’ultima sentenza, fu quella di mi zia, che disse a mia madre “Non lascerai mica andare Gianni a lavorare a S.Francisco, c’è pieno di puttane ( cosa forse vera)

 Perché il motto della West Coast e in particolare di S. Francisco era “In 1848 the golddiggers come in 1851 the prostites come and together they made the native son”

“Nel 1848, arrivarono i scavatori d’oro, nel 1851 arrivarono le prostitute e insieme crearono il figliolo nativo” ( in lingua inglese fa rima)

Per tutte le suddette ragioni e nonostante il veto dei parenti, a settembre del 1956, decisi di andare a lavorare a S.Francisco, anche lì i soci ,186, erano quasi tutti liguri, infatti uno dei requisiti per diventare socio, era quello di sapere parlare il genovese, cosa non scritta nello statuto perché sarebbe stata considerata razzista, quindi illegale, ma per raggirare questa norma, lo statuto prevedeva che per diventare socio, ci voleva il benestare del club Liguria, nel quale si poteva farne parte solo se si era liguri, essendo poi un club privato, non doveva sottostare alle leggi antirazziste.

Ma, se una persona era particolarmente valida, poteva diventare ligure onorario, pagando una piccola somma e partecipare ai corsi per imparare a parlare il ligure.

 S.Francisco, affettuosamente chiamata, The City dai San Franciscani e Frisco dai volgari.

Città interessante, per le sue peculiarità, North Beach, la zona dove tutti gli italiani vivevano, per questo era chiamata anche la piccola Italia dell’ovest, poi Chianatown, la comunità cinese più numerosa, fuori dalla madrepatria.

Quando arrivai a S. Francisco alla fine del 1956 la città conservava ancora qualche piccolo ricordo del vecchio west, come il Barbary Coast un’intero isolato sulla Pacif Avenue, dove una legge speciale, permetteva di lasciare aperti i locali bar e night tutta la notte, a causa di questo, dalle due di notte alle sei di mattina, l’intero isolato era chiuso, c’erano solo due cancelli di accesso, uno sulla Columbus Ave e l’altro sulla Kearny St.

Questa particolarità restò fino ai primi anni 60.

C’erano ancora tutte le linee del Cable Car, il tram che viaggiava trainato da un cavo senza fine.

Come ad Oakland, il mio intento anche a S.Francisco, era quello di diventare socio, e questo avvenne  nel settembre del 1957.

Ero molto orgoglioso di essere socio della Scavenger Protective Association tradotto, Associazione per la protezione degli spazzini, nei primi anni 60 sparì il nome protezione e la società divenne Golden Gate Disposal.

Come già detto, lavorare a S.Francisco era molto duro, il comparto della raccolta rifiuti, era perlopiù composto da liguri, forse per la loro rinomata parsimonia erano molto restii all’acquisto di mezzi moderni, per rendere il lavoro meno pesante e più veloce.

Nei primi anni 60, un gruppo di giovani soci, propose l’acquisto di mezzi più idonei e moderni, di quel gruppo ne facevo parte anch’io e molti altri condividevano le nostre idee.

In questo modo, a livello societario, minacciavamo la maggioranza, nel consiglio di amministrazione, ancora ma non per molto in mano alla vecchia guardia.

Eravamo molto intraprendenti, ed eravamo alla ricerca di qualche azienda, sempre nell’ambito della raccolta dei rifiuti, da acquistare per poterla gestirla a modo nostr,o ed averne qualche profitto.

La questione dell’ammodernamento dei mezzi, fu una grossa battaglia, tra nuove e vecchie generazioni di spazzini, ma l’altro motivo di contrasto era il valore delle azioni.

Tutti i soci, avevano lo stesso numero di azioni, i giovani dicevano che valevano molto di più della quotazione nominale,

Gli anziani non erano d’accordo, perché visto il numero chiuso delle azioni, queste passavano di mano, solo quando un socio lasciava la società, per il subentro di un nuovo soggetto e se la quotazione delle azioni, era eccessiva, sarebbe stato difficile acquistarle, da parte di chi voleva subentrare al socio dimissionario.

I giovani soci, volevano che la cooperativa comprasse le azioni per abbassare il numero di soci, facendo aumentare il valore nominale di ogni singola azione.

Una storia comune ma non tanto (9)

di John Ratto

Insieme a degli amici, eravamo a Genova, in un club che si trovava al terzo piano di un palazzo nel centro storico, ed era gestito da una signora di un’ottantina d’anni, c’erano delle belle ragazze e la signora da buona genovese per fare il palo, dopo la legge Merlin, aveva preso un giovanotto gay, perché, diceva, che non dava fastidio alle ragazze.

Non ricordo l’ora, comunque in tarda serata, ecco che il palo arriva tutto trafelato, senza fiato, la signora impaurita chiese se c’erano i carabinieri, ma lui, con un filo di voce disse “Hanno ammazzato Kennedy!” “E chi u l’è stu Chennedì u vegniva chi?”

La signora, era preoccupata di aver perso un cliente e chiese se era uno che frequentava il club!

La mafia, non poteva perdonare la mancata conquista di Cuba, fu un colpo molto duro per le organizzazioni mafiose.

L’isola era un importante sbocco per riciclare il denaro sporco.

Ma ritorniamo al mio lavoro……. l’attività andava avanti bene e i riscontri nei miei confronti erano lusinghieri, io speravo sempre di poter entrare come socio nella compagnia ma ci fu un intoppo burocratico.

Nello statuto della Oakland Scavenger, c’era scritto che, quando un socio era impegnato nel servizio militare, aveva diritto ad una percentuale dello stipendio, pari al 75/100 o 100/100, una regola, che dopo la seconda guerra mondiale e la Corea, aveva messo in seria difficoltà finanziaria la compagnia.

Non potendo cambiare lo statuto, decisero che nessuno poteva diventare socio, prima che avesse espletato gli obblighi militari.

La mia intenzione era di non fare il militare, in primis perché era un indottrinamento patriottico di cui ne avrei fatto volentieri a meno.

Il mio diniego, era conseguente all’esperienza di mio padre, che era rimasto per parecchi anni sotto le armi, ed era talmente schifato e stufo di quella inutile e sanguinosa guerra, che giunse al punto, di farsi togliere tutti i denti, per essere classificato come sedentario, cosa che probabilmente gli salvò la vita, quasi tuti i suoi commilitoni, mandati in Russia, non tornarono più a casa.

 E poi c’era la situazione famigliare, mia madre era abituata a stare con la sua famiglia, in tempo di guerra era da sola in quella casa, la sorella maggiore, che lei considerava alla stregua di una mamma, era in America dal 1937 e la rivide per un breve periodo solo nel 1949.

 Quello fu uno dei motivi per cui la mia famiglia decise di emigrare.

Ma arrivati in America, dopo il periodo pieno di novità e curiosità a poco a poco si rientrò nella quotidianità, con le prime delusioni, in primis ci fu la reazione dei nostri parenti, quando si accorsero che non eravamo tanto ben disposti a far parte della comunità italiana.

Eravamo una famiglia unita e questo a noi bastava, pronti a ringraziare chi ci aveva dato l’opportunità di venire in America, ma non disposti a essere dei sudditi per il resto dei nostri giorni.

 A mia madre questo pesò molto e penso che sia stata la causa scatenante per la sua caduta in depressione, questa è un altro perché non potevo andare sotto le armi.

Non potendo diventare socio della Oakland Scavenger,  iniziai a cercare un’alternativa al mio lavoro.

C’era qualche possibilità di lavorare a S.Francisco, sorella maggiore di Oakland a circa 25 km di distanza.

Una storia comune ma non tanto (8)

di John Ratto

Anche se John Kennedy era più apparenza che sostanza diventò presidente degli Stati Uniti per volontà del padre.In realtà il vecchio Kennedy, così era chiamato il senatore, stava preparando il fratello maggiore per diventare presidente ma lui morì in guerra.

Questo gli sconvolse i piani e allora fu John il naturale candidato del vecchio sanatore persona molto ambiziosa e voleva a tutti i costi un Kennedy presidente. C’era però un paio di problemi John era troppo giovane ed era cattolico due aggravanti nella corsa per diventare presidente degli Stati Uniti.

Ma il vecchio non demorde e va a parlare con delle vecchie conoscenze degli ultimi anni del proibizionismo lui era costantemente informato sull’andamento del proibizionismo ed essendo di origine irlandese si procurò tutte le licenze per importare il wiskey dall’Irlanda e dalla Scozia.

Nonostante il proibizionismo la gente non aveva mai smesso di bere anzi lo faceva con il gusto delle cose proibite, ma chi controllava questo commercio illegale era il MOB come lo chiamava Elliott Nass per i comuni mortali era la mafia.

Avendo una grande disponibilità di contanti potevano benissimo far eleggere dei senatori e volendo anche qualche presidente. La mafia nata come “Morte Ai Francesi gli Italiani Anelano” non aveva alcun interesse che il proibizionismo finisse, il vecchio senatore essendo un astuto uomo d’affari, lo capì e prese contatti con chi grazie a questo divieto stava facendo quattrini.

Parlando con la mafia, spiegò quali erano gli umori del Senato, sul proibizionismo, cose che già sapevano, gli uomini di onore, ma lui spiego i suoi piani e si accordarono nell’acquisto del wiskey ad un buon prezzo.

Ora si poteva pensare anche all’elezione di un presidente cattolico.

 Ma se sarà eletto con l’aiuto della mafia, dovrà in anticipo prendere certi impegni e il più importante era quello di recuperare Cuba sotto l’influenza statunitense.

Il senatore rispose che quello era un grande impegno, per un presidente,  e loro risposero che anche far eleggere un presidente giovane e cattolico era un grande impegno.

John F. Kennedy divenne presidente degli Stati Uniti anche con i voti procurati dalla mafia e fece anche qualche tentativo politico, di recuperare l’isola sotto l’influenza americana.

C’era un nome che circolava nelle stanze del potere, in quel periodo, era Carlos Marellos e i suoi cubani, armati e mandati alla Baia dei Porci, dove morì il mio carissimo amico, Roberto di Genova, ma fecero male i conti Cuba si sentì minacciata dagli stati Uniti e Krusciov, ebbe il pretesto di installare i missili nucleari sull’isola, portando il mondo sull’orlo di una guerra nucleare.

 Gli Stati Uniti furono presi alla sprovvista, perchè intenti alla conquista dello spazio-

La promessa del recupero dell’isola, non fu onorata, uno sgarro troppo grande per essere perdonato.

Così il 22 novembre 1963 John F. Kennedy fu ucciso a Dallas.

Una strana coincidenza, poco nota è che la segretaria di Kennedy si chiamava Lincoln e quando fu ucciso Lincoln la sua segretaria si chiamava Kennedy!

Quel 22 novembre del 1963, ero in Italia,in uno dei ritorni in patria per vacanza.

Una storia comune ma non tanto (n°7)

di John Ratto

Mi rispose, che avevano finito la giornata lavorativa e il Capo, il signor Isola, gli aveva detto di portarmi a casa, al termine del lavoro.

 Rimasi molto sorpreso da quella mia prima giornata di lavoro, e pensai se questo era lavoro duro, come sarà quello leggero?

Anche se il lavoro, non era poi così pesante, la mia prima esperienza negativa, fu quando, una mattina, dopo il suono della sveglia, vidi dalla finestra che stava piovendo a dirotto, una cosa abbastanza gradita per un ragazzo in Italia, perché quando pioveva, era l’occasione di girarsi dall’altra parte e restare a letto ancora un po’.

Invece nella raccolta dei rifiuti, si lavorava con ogni condizione meteo ed è una cosa abbastanza brutta, anche perché in California, quando comincia a piovere, il maltempo dura sei mesi, da novembre ad aprile!

La ditta, ovvero la Compagnia, dove io lavoravo si chiamava Oakland Scavenger, ed era formata da 206 soci, quasi tutti italiani o di origine italiana, in gran parte liguri, chiamati i Genovesi, perché della Liguria in America, conoscono solo Genova e Sanremo.

Anch’io speravo di diventare socio, come lo erano tutti i miei zii e cugini.

Ma prima dovevo superare un periodo di prova, avrei dovuto imparare a guidare il camion e parlare un po’ di inglese, quel tanto che bastava per andare a riscuotere i soldi del servizio di raccolta rifiuti.

Questa operazione si faceva ad ogni fine mese, nel tardo pomeriggio. Quasi tutti pagavano in contanti, i primi contribuenti erano i custumer ( i clienti) si girava con le tasche piene di dollari, ma nessuno si era mai lamentato di furti o scippi, purtroppo dopo gli anni 60 cambiarono i tempi e divenne rischioso avere del denaro contante addosso.

Gli anni 60, furono anni irrequieti a Berkeley, dove nacquero i movimenti antitutto, era al confine con Oakland-

Erano tutti a contestare, uno dei più conosciuti era Mario Savio, che dopo una decina di anni, sparì dalla circolazione e di lui non se ne seppe più nulla, poi c’erano i Beatniks, che furono i precursori dei Flowers Childrens e degli Hippies. Anni 60 di grandi personalità Papa Giovanni, Kennedy, Martin Luther King.

foto dal Web

A Giescia dell’Arpiscella

Incontro Don Paolo, nei pressi della Chiesa di S. Antonio Abate, si chiacchera un pò di storia locale e dei lavori in corso di ultimazione nella parrocchiale dell’Alpicella, per quanto riguarda le riparazioni a seguito del rovinoso incendio del tetto della Chiesa, del 2 dicembre 2018, nel contempo, si stanno effettuando delle riparazioni al muro ammalorato, sopra l’entrata della sacrestia, ma serviranno altri interventi di edilizia, in altre parti dell’edificio.

Chiedo a Don paolo, se è possibile visitare gli interni della Chiesa e così passando dalla sacrestia, sono al cospetto di una delle meraviglie di questa Chiesa, il Coro Ligneo, un pregevole manufatto in legno del 1700, in stile barocco.

Gli schienali degli stalli, sono costituiti da pannelli, con cornici, lesene e capitelli, le mensole semicircolari, sono sorrette da un divisorio a doppia voluta con ricciolo, il bracciolo è intagliato a foglia d’acanto con ricciolo, il coro è quello originale della precedente chiesa riedificata a fine dell’800.

I posti a sedere sono alloggiati in due semicerchi, questa predisposizione sembra rispecchiare la gerarchia monastica, negli stalli, con schienali, stavano i monaci, mentre i conversi sedevano nel corpo avanzato del coro.

Un soppalco superiore, segue l’andamento a semicerchio del coro e alloggia l’Organo Agati Nicomede del 1866, nella formella centrale, della balaustra, ,fanno bella mostra due sculture in legno raffiguranti una lira e un violino.

Al link che segue è descritto l’organo della Chiesa di S.Antonio Abate dell’Alpicella

https://www.agatidiperinaldo.org/Alpicella.htm

I tre secoli che sono trascorsi, hanno lasciato i segni del tempo, le superfici lignee sono consunte, scolorite dall’uso, mentre in altre parti il fumo delle candele e la polvere accumulata, ha scurito il legno, queste sono le peculiarità proprie di ogni manufatto d’epoca, fanno parte integrante dell’oggetto e sono da preservare, sempre, specie quando si è in presenza di un bene storico e della comunità, come è il coro della Chiesa di S. Antonio.

Sempre mi soffermo ad osservare un mobile o qualsiasi altro manufatto in legno e cerco quei segni, gli indizi del suo uso, le modifiche o riparazioni effettuate.

Ho avuto buoni maestri, in primis mio padre che di mestiere faceva u bancà a lui devo molto, anche quello di avermi insegnato ad amare tutto quello che è di legno a partire dall’odore che si sprigiona durante la lavorazione, ad osservarne le fibre le sfumature di colore che nei legni vecchi assumono delle tonalità diverse per ogni essenza, la cosiddetta patina e quella rugosità impossibile da riprodurre e poi l’insegnamento, avuto dai vari restauratori, apprezzati per la loro esperienza teorica e pratica, in alcuni corsi di antiquariato e restauro del mobile, da me effettuati.

Ognuno di questi maestri, con le proprie tecniche di restauro, ma sempre rispettosi delle peculiarità del mobile.

Questo capolavoro presenta discrete parti tarlate, ma da tempo abbandonate dagli insetti xilofagi, evidenziato dall’assenza di polvere di legno.

Il Coro avrebbe solo bisogno di essere protetto, tramite prodotti a base di cera o di oli specifici, anche per esaltare le sue naturali sfumature.

Di buona fattura il Canta Gloria.

Don Paolo è stato promotore, del recupero delle statuine in terracotta, della scuola del Brilla.

Accende la luce della teca, ed eccole le statuine, tutte disposte in un bel presepe di campagna, in uno spettacolo di colori, che esaltano i particolari, di pregevole fattura, molto curati dei loro vestiti, in voga nell’ottocento.

Gelindo e Gelinda come vuole la tradizione dei figulinai, sono i primi ad essere arrivati dal bambinello, in fondo a destra i re magi.

Nella parte inferiore sarà allestito un altro presepe con statuine di diversa fattura.

Un vero e proprio patrimonio artistico, che merita una visita!

Impossibile non meravigliarsi alla vista del reticolo esagonale del pavimento.

Entriamo nella navata e Don Paolo mi illustra le curiosità di questa Chiesa, disposta a doppia croce greca, con i suoi altari provenienti dalla chiesa di S.Lorenzo di Genova.

A questo link la storia della Chiesa di S.Antonio Abate

https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Sant%27Antonio_Abate_(Varazze)

Imponente il portale, con in alto la statua di S. Gerardo.

Ci si meraviglia, al cospetto di questi grandiosi gruppi marmorei, ma come è stato possibile effettuarne il trasporto da Genova all’Alpicella, visti i limitati mezzi a disposizione e lo stato delle strade e poi che tecnica si è adottata per riposizionarli?

Le modalità di trasloco, di questi imponenti gruppi marmorei, sono state tramandate e descritte tutte le peripezie di quel lungo viaggio.

Ma tutto questo non sarebbe stato possibile, senza la devozione e il senso di appartenenza della comunità dell’Arpiscella, che si riconosce e si raduna in questa Chiesa.

Le foto, non hanno bisogno di testo, questo grande edificio di culto è la più grande e significativa testimonianza di devozione, del nostro entroterra, con una grande e bella storia.

E’ però necessario una più assidua presenza e non solo durante le celebrazioni eucaristiche, ma servono aiuti concreti, la Chiesa necessita di essere manutenuta in buon stato, vanno effettuati interventi di restauro e di ripristino degli ammaloramenti specie sui muri esterni.

L’amministrazione comunale e le associazioni culturali, devono farsi promotori, anche nel nostro entroterra, per organizzare iniziative culturali, in sinergia con altre peculiarità, presenti in un territorio ricco di testimonianze di ogni tipo, dai primi insediamenti umani, alla grande storia e ai suoi tesori d’arte

Nell’ottica di una diversificazione di offerta turistica e culturale, per valorizzare le peculiarità del nostro entroterra, ma anche per reperire le risorse da destinare, al mantenimento delle tante opere d’arte, presenti in questo edificio di culto.

L’altare maggiore è impreziosito da pregevoli intarsi marmorei.

Anche per quanto riguarda la tecnica dell’intarsio e a maggior ragione di quello marmoreo, servirebbe far conoscere a chi si trova al cospetto di questi capolavori, in che cosa consiste il lavoro,per realizzare una tarsia.

A questo link le tecniche dell’intarsio

https://www.arteintarsio.com/quadri-intarsiati/tecniche-dell-intarsio.html

I grandi tipici mobili da sacrestia genovesi in noce.

In una parete della sacrestia, l’effige di Gesù Cristo in stile o d’epoca bizantina, scolpita in una formella di ardesia forse l’oggetto più antico di questa Chiesa.

Verosimilmente portata fin quassù, da qualche pellegrino, uno di quelli che transitava in direzione degli Armuzzi – Fo Lungo, dove sorgeva il monastero dra Rocca de Giuse, un presidio di fede, lungo una delle viabilità che raggiungevano la via Francigena, oltrepassando il Giovo Ligure.

Una storia comune ma non tanto (6)

di John Ratto

Oakland Scavenger

Dopo 304 giorni, di cosiddetto ambientamento, feci i documenti che servivano, per il lavoro.

Il più importante di questi documenti, era il Social Security, mi chiesero il mio nome, risposi Giovanni, mi dissero, che in America il nome andava messo prima del cognome e mi chiesero lo spelling di Giovanni risposi G.I.O.V.A.N.N.I. loro scrissero Geovanne,  feci notare l’errore e la signora di colore, grande e grossa, si rivolse a mio cugino, che mi aveva accompagnato e gli chiese che cosa significava quel nome, lui rispose John e cosi sul documento scrissero John e anche mio padre anche lui di nome Giovanni, divenne John.

Anche da quel piccolo frangente, capii che dovevo imparare alla svelta l’inglese, era tutto molto complicato e dovetti faticare non poco ad imparare la corretta pronuncia, le i si leggono ai e la e si legge i e la a si pronuncia ei

E così il 22 novembre del 1954, iniziai a lavorare pur essendo ancora minorenne.

La sveglia suonava alle 4,45 e insieme a mio cugino andammo alla stalla di East Oakland, chiamata così, perché prima dei camion era posto per cavalli e lì iniziò la mia vita da rumentà.

Mi ricordo il capo, era un simpatico signore, di nome Elly, in realtà il nome originale era Esola, ma quando i suoi nonni arrivarono a N.Y. e gli chiesero come si chiamavano loro capirono da dove venite e risposero Isola del Cantone.!

Il capo in perfetto genovese, anche se la sua era già la seconda generazione nativa americana, mi chiese quanti anni avevo, risposi 17, lui con un sorriso malizioso mi disse,” lo sai che a fino a 18 anni non potresti lavorare?” Io con un po’ di sgomento mi rivolsi a mio cugino e lui mi disse “sta solo scherzando” poi mi chiese se avevo il barile, mio cugino rispose “siamo andati da Loenzin du Picitu e sarà pronto la settimana prossima, ma per adesso usa il mio di scorta”, poi mi chiese,” pensi di farcela?” “guarda che questo è un lavoro duro” io risposi che ci avrei provato e che a lavorare ero abituato allora il capo disse a mio cugino “lo mandiamo con Gianni Sigaro (al secolo Giovanni Cerruti così soprannominato perché aveva il sigaro sempre in bocca anche quando parlava) “ perché lì è un pò più easy “ concluse il capo.

Si iniziava a lavorare verso le 5.30 del mattino, ogni casa aveva il suo bidone di rifiuti, posizionato nel retro dell’abitazione e a novembre a quell’ora, quando iniziai a lavorare è ancora notte.

All’inizio cercavano di mandarmi, nelle zone che avevano l’illuminazione stradale.

Io, che mentalmente mi ero preparato, ad un lavoro duro andavo abbastanza bene, anche perché lavorando mi passava la malinconia.

Erano circa le 10.30 e Gianni dal lato sinistro della bocca, mi chiese dove abitavo, gli risposi da mio zio Joe.

 Ma perché lo voleva sapere?

A Mimosa d’Invrea

Noi distratti da mille cose, incapaci oramai di godere delle cose belle, quelle semplici, naturali intorno a noi, quasi non facciamo più caso, alle meraviglie della natura che in questi giorni sta rinascendo dopo il letargo invernale.

A dire il vero, quest’anno manco lo abbiamo avuto l’inverno e l’arrivo di un anticipo di primavera, già ci regala le prime fioriture.

E’ il tripudio della mimosa, che proprio nella riviera di ponente raggiunge il suo massimo splendore, un primato a livello mondiale!

La mimosa è una specie botanica infestante, ma un’eccellenza della nostra città, con i boschi dell’Invrea, presente anche in altre boscaglie, in tutto il nostro territorio.

Ricordi degli anni 60/70 come quelli raccontati da Gianpiero Minetto e Maurizio Caligiani, loro da ragazzi, venditori di mazzi di mimosa, strategicamente posizionati sull’Aurelia ai Piani d’Invrea, negli slarghi dove le auto potevano accostare e acquistare, non senza una breve contrattazione, un bel mazzo di fiori gialli, anche solo per “tirarsela di essere stati al mare”

Questo era, ma ancora oggi è, la principale molla che fa muovere migliaia di persone, intruppate negli esodi di primavera, incavolate alla ricerca di un improbabile parcheggio e poi nelle chilometriche code del ritorno, ma con un bel mazzo di mimosa per poter dire “ghe sun andà al mar” o ” sun andetu a fo un giu in rivea”

Mimosa spesso depredata nei giardini o a bordo strada.

E pensare che, nella zona del lago Maggiore, nelle ville e giardini, erano state piantumate delle piante di mimosa che davano un colorito simil/rivierasco alle sponde del lago, ma il gelicidio del terribile inverno dell’85 le ha eliminate quasi tutte.

Negli anni 60, come racconta Gianpiero, erano i genovesi, quelli di ponente, che si muovevano lungo la riviera delle palme e dei fiori, nelle belle giornate di sole primaverile e quasi tutti, sulla via del ritorno, ai Piani di Invrea, ma anche lungo la salita della Mola si rifornivano di un mazzo di mimosa.

Piani d'Invrea

Gianpiero mi elenca dove erano erano posizionati i banchetti ai Pussetti, da Ca Lunga, da Villa Giorgina, in ta Curva e dal bivio per la Vignetta ma si potevano trovare anche da Le Roy e dal Nautilus.

Panorama di Varazze

La mimosa era raccolta nella giornata di sabato, in quel paradiso terrestre che era il comprensorio Salice- Invrea, confezionata in mazzetti e poi la domenica mattina, disposta su dei banchetti, o accatastata a bordi strada, pronta per essere venduta.

Salita ai Piani d'Invrea

La domenica mattina, iniziava la vendita, molti genovesi per paura di non trovare più mazzetti di mimosa al loro ritorno, prima ancora di arrivar a destinazione acquistavano già il loro bel mazzetto di mimosa, “cuscì nu ghe pensemmu ciù!”

Erano tutti ragazzi, gli addetti alla vendita, detratta la quota, da lasciare a casa, racimolavano un pò di soldi, da spendere poi in settimana all’Oratorio, per acquistare qualche dolciume o altro.

Piani d'Invrea

Il prezzo negli anni 60 era di 50£/mazzo.

Con la costruzione del casello autostradale, alcuni punti di vendita furono spostati, per meglio intercettare le auto.

L’autostrada cambiò tipo di clientela e negli anni 70 erano i milanesi ad accostarsi per l’acquisto di mimosa, Maurizio ha vissuto questo periodo quando da ragazzo era con il suo banchetto a vendere mimosa dal Bar della Curva.

Queste cose raccontate oggi sembrano inverosimili, eppure quelle rivendite di mimose coloravano e connotavano quel tratto di via Aurelia nelle domeniche di marzo

C’era un tacito accordo, con i florovivaisti del tempo, la mimosa non era considerata un fiore, visto anche la sua effimera fioritura, ed era tollerata quella rivendita “in nero” .

Questo non voleva dire, che non fossero tenuti in osservazione e se su quei banchetti spuntavano dei fiori, allora subito arrivavano i vigili a sequestrare la merce e a redarguire l’ambulante.

Ma poi comunque qualche iris o le belle sterlizie doppie, tipiche da Vignetta o du Cian du Tunnu, ogni tanto facevano capolino sui banchetti o tenute nascoste nei cespugli a bordo strada.

Mazzi di mimosa, erano anche venduti da ambulanti improvvisati sul lungomare di Varazze

Ricordo a metà anni 70, un’eccezionale fioritura di mimosa e i tanti, di ritorno da una giornata in riviera, erano scesi dalle auto, a strappar rami di mimosa ai lati dell’Aurelia, in preda a un delirio collettivo, tutti accalcati a bordo strada a depredare gli alberi, alcuni di loro pericolosamente penzolanti nel vuoto per aver quel souvenir tanto ambito.

Oggi non c’è più nessuno a vender mimosa ai Piani d’Invrea, passibili di denuncia per evasione fiscale e concorrenza illegale!

E poi oggi chi acquisterebbe più un mazzo di mimosa comune quando in commercio esiste la favolosa mimosa Gaulois!

Colpa di noi consumatori, come quando acquistiamo frutta e verdura scegliamo quella bella d’aspetto, mica quella nostrana, brutta a vedersi.

Gli ambulanti bord de rue ci sono ancora, qualche rivendita occasionale di frutta verdura anche di formaggio e funghi,si può trovare nella bella stagione, lungo la statale per il Giovo, specie quando arrivano le primizie, come le ciliegie….quelle avevano un altro gusto se raccolte e mangiate subito sull’albero, magari con la paura di essere sorpresi …ma questa è un’altra storia.

foto Archivio Fotografico Varagine

Una storia comune ma non tanto (n°5)

di John Ratto

E là in America, mi son chiesto, come fa il corpo umano a produrre tante lacrime.

Quanti pensieri passavano per la mia testa in quelle notti insonni.

Pensavo a quanto si era lontani da casa!

Oggi si può compiere lo stesso viaggio, fatto dalla mia famiglia, in 13 ore, nel 1954 ci volevano 13 giorni.

Pensavo, chissà che cosa staranno facendo, gli amici che ho lasciato là, in quello sperduto paesino, fortunati loro, saranno andati a ballare e quella ragazza a cui volevo un gran bene, ci sarà andata a ballare e con chi avrà ballato di più?

Avevo questi pensieri, perché io non ero l’unico, a essere invaghito di lei. Gli piaceva essere corteggiata e lei ci scherzava su queste cose .

Ma una sera, dopo che si era sparsa la voce, della mia partenza per l’America, io e lei ballammo, il Caminito il più bel tango, che suonava l’orchestra Baci e Spagnolo.

 Quello fu il più bel ballo della mia vita.

Mi accorsi che lei in quel ballo, era molto più morbida del solito, anche perché le ragazze dei nostri tempi, avevano tutte una tecnica particolare, molto ben collaudata, durante i balli lenti, piazzavano un gomito in avanti nello stomaco e più di tanto non si lasciavano stringere.

Quella sera suonarono il ballo “la dama sceglie” e subito lei scelse me, come ballerino e mi chiese subito, se era vero che andavo in America, risposi affermativamente e lei si mise a piangere, io timido e inesperto, non sapevo che fare e che cosa dire.

 Fu lei a parlare per prima e mi disse “non te l’ho mai fatto capire prima perché pensavo, che fossimo troppo giovani, per far coppia fissa, ma io ti voglio bene, tanto bene e sono molto triste che te ne vai”

Il mio cervello andava a mille all’ora, avrei voluto stringerla a me e baciarla lì in mezzo a quella sala da ballo, ma anche una sensazione di rabbia da prenderla a schiaffi! Una reazione disperata per paura di perdere quel mio primo amore.

Ma non feci nulla di tutto questo, le dissi solo che mica partivo l’indomani, c’erano ancora diversi mesi, prima della partenza, nel frattempo, si sarebbe deciso il da farsi.

E quei pochi mesi sono stati i più belli e i più brutti, si parlava del futuro, io sarei ritornato dopo quattro anni e ci saremmo sposati.

In quel lasso di tempo, ci saremmo scritti, tutte le settimane, cosa che avvenne per un po’ di tempo, poi le lettere si diradarono e non ricordo chi di noi due ha scritto l’ultima lettera.

Comunque è vero che il primo amore non si scorda mai.

continua

foto dal web e Archivio Fotografico Varagine

A Maestra Mina

18/07/2021

Arrivo da zia Mina, nel palazzo in via Camogli, dove abita.Fa bella mostra nell’androne, un nuovissimo ascensore, indispensabile e vitale strumento, per chi avanti con gli anni, fatica a far le scale, specie se deve arrivare ai piani alti.

Mi accoglie il figlio, Sergio Casali, Professore di Lingua e Letteratura Latina all’Università di Tor Vergata a Roma, in questo periodo in smart working, presso l’abitazione della sua mamma.

Cerruti Geronima, per tutti Mina classe 1933, accomodata sulla poltrona, mi saluta con un sorriso e mi racconta qualcosa della sua lunga vita da insegnante delle scuole elementari, terminata qualche decina di anni fa, dopo ben 42 anni di insegnamento, a lei ne sarebbero bastati 40, ma chiese di poter procrastinare il giorno del pensionamento, per ultimare il percorso scolastico della classe di cui era maestra.

Non ricorda l’anno di inizio del suo lavoro, che fu ad Arabba frazione del comune di Livinallongo in provincia di Belluno, racconta invece del lungo viaggio, da Varazze in treno, fino alla stazione di Belluno e poi 70 km in autobus, un tragitto di circa due ore con centinaia di curve e tornanti, fu così che con i primi risparmi acquistò una Lambretta e diventò indipendente per gli spostamenti. Era quasi un divertimento, coprire quella lunga distanza da Belluno per arrivare ad Arabba, in uno scenario di incomparabile bellezza, con le Dolomiti a far da sfondo, fu una scelta coraggiosa, quella fatta dalla giovane maestrina, in un epoca, dove erano poche le donne patentate e quasi nessuna guidava uno scooter o una moto.

I bambini volevano bene a quella giovane maestra, che parlava con un altro accento e raccontava del mare in tempesta, ma anche delle sue origini contadine, una discendenza uguale per tutti, in quell’Italia del dopoguerra, che si rimboccava le maniche dopo un disastroso conflitto.

Restò un paio d’anni a insegnare alle scuole elementari comunali di Arabba, un periodo sufficiente però per imparare a sciare e conoscere bene quella piccola comunità. Il momento del distacco fu commovente, gli abitanti di quel paesino si erano affezionati a quella maestrina, le fu chiesto di restare, ma erano vacanti dei posti da insegnante in provincia di Savona e a malincuore lasciò quelle montagne, ma lo fece solo per motivi di lavoro, con la prospettiva di insegnare nella sua città natia.

Lasciò il suo indirizzo ad alcune famiglie di Arabba e negli anni a seguire furono molte le cartoline, con i paesaggi imbiancati delle dolomiti che arrivavano con il timbro dell’ufficio postale di quel paesino.

Mina è nata, ed ha abitato ai Posi, Poggi, in una casa nel rettilineo prima di arrivare al Pero, nei pressi dell’ex Centrale Elettrica. La famiglia Cerruti era sopranominata dei Bertuin, suo papà era Cerruti Bartolomeo la mamma Molinari Dominica, dal loro matrimonio nacquero, Giacomo, Bernardo, Giobatta e le sorelle Maria e Antonina. Mina si trasferì nell’attuale casa, di via Camogli dopo il matrimonio con Armando Casali, da cui sono nati Sergio e Maria. E’ nonna di due bei nipoti, i figli di Maria.

Chissà che fine fece quella Lambretta, lei ricorda il tragitto da e per Varazze sempre in bicicletta, ma anche a piedi, fatto innumerevoli volte per andare a insegnare nelle scuole. Prima di essere di ruolo presso le scuole elementari di Varazze, fece la supplente nei paesi dell’entroterra, Pontinvrea, Sassello ecc.

Mina era una maestra ben voluta dai suoi allievi, ricorda di non aver mai bocciato nessuno per via diretta, ma quando un bambino faceva molte assenze e non aveva alcun tipo di interesse per l’insegnamento scolastico, allora convocava i genitori e di comune accordo si decideva di far ripetere l’anno al bambino.

Cosa inverosimile oggi, dove l’insegnante sembra essere l’unico colpevole della svogliatezza dell’alunno! Negli anni 50/60 invece vigeva ancora la meritocrazia e non era poi tanto raro, essere bocciati alle elementari e soprattutto alle scuole medie.

Molte cose sono cambiate, da quando Mina iniziò a insegnare. Negli anni 70, bastavano poche cose, una sola aula, una maestra due libri, uno di lettura e un sussidiario, i bambini andavano a scuola a piedi e ogni frazione aveva la sua scuola, le cose cambiavano di poco poi con il proseguo degli studi, alle medie, c’erano gli insegnanti per ogni materia, ma bastava una cintura elastica per portare i libri e quaderni.

Oggi ci si chiede a che cosa sono servite le innumerevoli riforme del sistema scolastico se poi il risultato è quello che l’Italia è negli ultimi posti in Europa, nelle classifiche dell’apprendimento scolastico.

Con Mina ricordiamo la famosa circolare, che negli anni 60 consigliava l’uso della lingua italiana, anche nell’ambito famigliare, questo ha senz’altro contribuito a migliorare la scrittura e il parlare correttamente nella lingua di Dante, anche di chi era madrelingua zeneise, ma per contro abbiamo perso il patrimonio e l’uso di molte parole del nostro dialetto, oggi si tenta, a mio parere senza grandi risultati, il recupero del nostro idioma a cui sono legate le nostre tradizioni.

In quaranta anni di insegnamento, sono almeno otto le classi elementari, che completarono il percorso di studi elementari con la maestra Mina e gli allievi che impararono con lei a leggere, scrivere e a far di calcolo, sono stati non meno di un paio di centinaia.

Oggi quando qualche suo ex suo allievo la vede, durante una delle sue passeggiate quotidiane, insieme a Sergio, la salutano cordialmente con un “Ciao Maestra Mina!”