Quattro Belle Figge

– Luigina! U Contini u ne fa na fotu, cun a lansetta andemmu?

– Ma cussa ti disci Enrica! Go puia nu so nuo’!

– Mi remu e ti, ti ste de prua e Irene a se mette de puppa.

– Vegnu anche mi!

– Tou lì a Fanetti! Ma te sa neigra cumme un ferrun!

– Alua metti u lesu, che mettimmu a barca in ma

– Madonna! Troppu peisu scuffiemmu!

– Speremmu! Cuscì u vegne quellu bellu zuenu du bagnin a sarvone!

– Te propriu scemma Enrica!

– Irene, ti ghe l’è un mandillu anche pe mi?

– Nu l’ho sa detu a Luigina.

– Sun tutta spetteno’!

– E va ben fa ninte tantu sta foto chissà che fin a faia’…

Tradusiun

– Luigina! Contini ci fa una foto con la barca!

– Ma cosa dici Enrica ho paura non so nuotare!

– Io remo tu stai a prua e Irene a poppa

– Vengo anch’io!

– Ecco la Fanetti, ma come sei abbronzata!

– Allora metti il tappo che mettiamo la barca in mare.

– Madonna troppo peso ci capovolgiamo!

– Speriamo così viene quel bel giovanotto del bagnino a salvarci!

– Sei proprio scema Enrica!

– Irene ce l’hai una fascia per i capelli per me

– L’avevo ma l’ho data a Luigina

– Sono tutta spettinata!

– E va bene non fa niente tanto questa foto chissà che fine farà…

Botte da Orbi au Merco’

U l’ea sa’ un pò che u duveiva succedde.

Marinin a Sguersa a l’ha tio’ na tumata a Giulla a Spellapigoggi, ma cilorba cumme a l’è a la ciappo’ in ta testa Cateinin Taggiaecuscia!

Belin cumme a se’ arragio’!

A l’ha piggio n’ova, cuscì ghe discian ou Suo’, e a l’ha tio’ in ta testa a Marinin.

“Brutta bagascia!” a ga ditu!

A ste parole u l’è sciurti u maiu Beppittu u Beccu.

” A sci? Ciappa’ stu purpu!”

Ma u purpu u l’è finiu in testa au Giuan Ciappasgrigue, quellu cun u purpu in testa u se missu a rie e u l’è andetu a spavento’ e signue madamme che ean a fo di ceti da petenea, Anna a Taggiacapotti

Quelle sun scappe’ e alua tutti a tioghe derè de tuttu, a quelle scignue cun a cua!

Antonio u Lappasuppe u g’ha tio’ de patate cun i brutti….

Nessuna descrizione della foto disponibile.

I Selvaggiastri

C’e’ un oasi di pace e frescura, dove l’acqua sgorga dal ventre della montagna.

È la magia della sorgente dei Sieizi, a Biestro.

Da sempre preziosa fonte, secondo alcuni un elisir di lunga vita

Si viene qua per le sue qualità organolettiche

Oggi eravamo in tanti, conosciuti tramite il Geocaching, un gioco che consiste nella ricerca delle cache, nascoste, da trovare tramite la geolocalizzazione.

Con noi gli ospiti della comunità Praellera, di Cairo Montenotte

Ognuno con la sua storia, con un passato da dimenticare, ma da rispettare, per umanità e per non cadere nelle solite banalità

Una malattia mentale è sempre una cosa di cui è difficile parlare e lo si deve fare solo se si hanno conoscenze o esperienze

E soprattutto ricordare, che possono sempre accadere cose che distruggono l’anima, la mente e portarci in un tunnel da cui è poi difficile, a volte impossibile rivedere la luce.

Scaduti ma presenti, qualcheduno aveva scritto sul muro di Prato Zanino, l’ex manicomio di Cogoleto.

La scritta era ancora visibile non molto tempo fa.

Scaduti perché viviamo in una società cinica, che emargina i deboli, i depressi quelli “difficili” non necessari alla macchina del potere

Ma presenti a non vergognarsi della loro malattia, con cui si può convivere, essere in cura grazie al lavoro di tanti, nelle comunità.

E’ stato un bel gesto, quello degli operatori della comunità di Praellera, essere in questa oasi e condividere una bella giornata insieme a loro.

Mentre la carne cuoceva, abbiamo steso le tovaglie e apparecchiato le tavole, dell’area attrezzata

E’ stato Renato, che ha scelto la sorgente di Biestro, per effettuare questo evento.

Riccardo ha distribuito i prodotti della lavanda, confezionati da Anna, con altri ospiti della comunità

Tutti insieme, hanno deciso di distribuirli durante l’evento

Martino ha dipinto la locandina, con la scritta i Selvaggiastri il sostantivo, con cui si indentificano gli ospiti della comunità

La Geocaching è un’attività, che viene svolta anche nella comunità di Praellera, ormai da diversi anni, coordinata da Nicola, che ha creato un bel gruppo coeso, determinato e autonomo, dove le decisioni vengono prese insieme, durante un’apposita riunione, l’uscita settimanale per il Geocaching è di venerdì

Grazie agli operatori della Comunità Praellera per il loro quotidiano impegno.

Hanno regalato un giorno speciale, a tutti quelli presenti oggi alla sorgente dei Seizi a Biestro.

Grazie a Francesco e Anna per una bella indimenticabile giornata.

L’Estate di Carlino

di Francesco Baggetti

Carlino era il più piccolo dei fratelli, ma si capiva che era speciale.

Quando aveva tra i piedi un pallone

I due fratelli maggiori, che se chiudo gli occhi rivedo, erano fatti di un’altra pasta.

Si diceva che prendevano tante botte, ogni sera quando il papà rincasava.

Era uno di quegli uomini, bestie da lavoro, i minatori, che stavano costruendo l’autostrada.

Senza la bottiglia del vino non sarebbero mai entrati dentro quei buchi

Serviva per stordirsi e poter resistere a scavar dentro la montagna.

Con la polvere nei denti e le ossa squassate dai barramine.

E dimenticare quel lavoro da bestie.

C’era l’inferno lì dentro!

Dopo il lampo della dinamite, si giocavano ogni giorno la pelle.

A star sotto quelle rocce spaccate, sempre a rischio di venir giù.

Il Capo Avanzamento era il primo che entrava e poi dopo il suo ok, entravano gli altri.

Quel giorno non aveva visto quella crepa.

E così avvenne il crollo, improvviso, mortale.

Non si può morire così, a due giorni dalla pensione!

Il capo partecipò al recupero del povero operaio.

Poi sparì nessuno sa dove.

Dicono che sia scappato in Brasile, poi mangiato da un giaguaro.

Per non dire che è in un pilastro della camionale.

Quel giorno la notizia viaggiò veloce, di bocca in bocca fino alla periferia della nostra citta

Dove c’era il nostro campetto da calcio.

Un quadrato spellacchiato di terra e pietre.

Arrivò la mamma di corsa a chiamar i tre figli

Era successo qualcosa di terribile, dentro una montagna tra Varazze e Celle.

Mi ricordo quei ragazzini pensarono a quel loro papà manesco.

Ma che portava lo stipendio tutti i mesi.

Per la disperazione, Carlino tirò verso l’alto il pallone, che fini nelle spine.

Sarà ancora lì quella palla.

Era andata bene, suo papà fu solo sfiorato dal crollo.

Ritardo’ a rincasare e da quella sera, non alzò più le mani sulla moglie e i figli

Storie dimenticate di gente comune.

A gambe nude, sporche di sangue e terra, i ragazzini come me giocavano interminabili partite e lui Carlino il migliore di tutti.

Dopo quel tragico giorno

Ogni tanto, capitava di vedere, il papà di Carlino, con le dita appese alla recinzione.

A guardar quattro ragazzini, tirar calci ad un pallone in quel campetto di periferia…..di terra e pietre.

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A Muntà da Cappeletta

Al pianoro di S.Lorenzo, arrivava la mulattiera/strada romana, che proveniva dai Posi, Valloia, Peccetti e Cian de Saccun, da qui si dipartivano due strade in salita a Muntà per l’Arpiscella, raccontata nel mio U Pe du Diau e quella in direzione delle Faie, a Muntà da Cappeletta, oggi via Primavera.

Mi è capitato di percorrere, qualche anno fa, nel periodo invernale, questa Muntà, che prosegue per poi confluire, nella soprastante via Poggio

Appropriato il nome Primavera, la natura in questo lembo di territorio soleggiato e protetto dai venti da nord, era già in fase avanzata, con delle belle fioriture di mimosa.

Oggi dell’originale via Primavera, che si diparte al termine dell’asfalto, solo un tratto è percorribile, con grande difficoltà per l’eccessiva crescita della vegetazione, Ruvei, Freisce, Gasie, Frasci, Serveghi, Nimose e tante Brughe.

Poi si arriva alla gigantesca voragine, della frana che proprio qui, il 23 novembre del 2019 si è staccata dalle pendici du Posu, trascinando a valle migliaia di metri cubi di terra e pietre, nella sottostante via Campomarzio, travolgendo centinaia di alberi e grandi massi, cancellando la strada da e verso le Muggine.

Solo se si arriva al cospetto del fronte franoso, ci si rende conto dell’entità di questo enorme distacco, una porzione di collina non c’è più.

Tutto il nostro entroterra e’ un fragile territorio, che sta lentamente, inesorabilmente scivolando a valle.

E’ necessario curare e monitorare le nostre colline, che sono a rischio ad ogni nubifragio, quasi sempre, nel periodo autunnale, quando sulle nostre zone si abbattono tempeste con eccezionali portate d’acqua.

Purtroppo ci siamo abituati al continuo stato di emergenza o far sempre interventi urgenti.

Non esiste una pianificazione, a livello regionale, per la tutela del nostro entroterra e di prevenzione, se ne parla soltanto, ma poi in pratica, sono cose difficili da realizzare, per queste cose mancano sempre i fondi le risorse ecc. e allora non si fa nulla, per mettere in sicurezza questi territori.

Fino al prossimo nubifragio

Eppure se solo ci addentriamo in un bosco, come quello che sovrasta via Primavera, si scopre che qualcheduno, tutto questo lo aveva già previsto molti anni fa.

Con le limitatezze tecniche del suo tempo, ma con un grande e immane lavoro, aveva posto in essere dei rimedi o almeno mitigato gli effetti dell’acqua di dilavamento.

Che questa era una zona a rischio de sbigge, ben lo sapevano quelli che molti anni fa in questi boschi, da dove traevano il loro sostentamento, avevano eretto una quantità enorme di muri a secco, anche con pietre di grandi dimensioni, creando dei terrazzamenti, il cui compito primario era di contenimento e di salvaguardia da eventuali frane.

Ho voluto documentare il lavoro fatto da generazioni di nostri concittadini con le foto allegate a questo post.

Miagge de Prie a perdita d’occhio e alcune Pose, basamenti in pietra dove erano caricati con pesanti fardelli i muli o le schiene degli uomini e poi i Surchi, altra indispensabile opera idraulica, canali per regimentare, trattenere e far defluire le acque, che sarebbero risolutivi anche oggi specie quando i pendii sono molto acclivi come in questa zona.

Posto de Piccapria, nella boscaglia soprastante c’e’ a Ca di Scopellin, cave di pietra la materia prima non mancava, alcune cascine in zona, servivano per gli attrezzi e per il riposo dei cavatori, ma anche zona di coltivazioni, qui favorite dalla presenza di fonti e dal clima mite, anche nella stagione fredda.

Non ultimo un grande panorama con vista dell’alta valle Teiro e in fondo l’orizzonte del mare, questi furono i fattori che determinarono degli insediamenti umani in questa porzione di territorio.

Peccato per il sole che crea isole di luce e confonde i contorni delle cose da vedere in foto.

Appena sopra a Muntà da Cappelletta si trova una cosa insolita, un gigantesco ciappun de pria, uno scivolo naturale , stranamente delimitato nella parte bassa da un muro di notevole spessore, forse eretto per dare stabilità al megalite, oppure molto probabilmente per chiudere la cavità, che formava la grossa pietra, e creare, un riparo sotto roccia, la cui entrata, laterale oggi è occlusa dalla terra, altre dimore dello stesso tipo sono nella zona soprastante, detta delle Agugiaie.

BSA WM 20

La BSA WM20 è la versione militare del modello civile M20.

Alienata in forti quantitativi dalle forze armate alleate al termine della seconda guerra mondiale, le moto ed altri mezzi militari erano raggruppati nei campi ARAR dove erano cedute ai privati, per essere “civilizzate” tramite modifiche, sostituzioni di particolari cromature e poi vendute.

L’esemplare nelle foto è una BSA WM20 del 1943 anche lei “pesantemente civilizzata”.

Il mio intervento di restauro è stato quello di riportare la moto alla sua origine militare, tramite lo smontaggio completo di tutti i particolari, con la sostituzione dei parafanghi, del manubrio e della marmitta.

Ho voluto mantenere la storia della moto lasciando la “patina del tempo” usando dei prodotti per bloccare l’ossidazione.

Tubo di scarico e marmitta sono stati protetti dall’ossidazione tramite l’applicazione di vernice trasparente per alte temperature.

I parafanghi di nuova fornitura sono stati sverniciati e resi conformi all’aspetto della moto tramite un’attivatore di ossido.

Per conservare la testimonianza dei lavori effettuati negli anni, ho lasciato alcune parti ancora con residui di cromatura e alcuni particolari che erano stati adattati alla moto, come la parabola faro, il clacson di produzione italiana, l’anello parafiamma del tubo di scarico e un bauletto anche lui con la cromatura ancora in buono stato, la sella è quella originale, consunta dal tempo e dall’uso ma ancora utilizzabile.

La meccanica è stata completamente revisionata con rettifica cilindro e spianatura testata, sostituzione delle valvole e delle molle sono stati sostituiti tutti i cuscinetti, guarnizioni e particolari usurati dischi frizione, catena trasmissione secondaria, pignone e corona, ganasce freni.

Il carburatore è il suo originale Amal, gli articoli delle riviste specializzate, dedicati al restauro di questa moto, consigliano la sua sostituzione con il più performante carburatore Dell’Orto.

Il magnete e il regolatore di tensione sono stati revisionati dal mio collega e amico, Giovanni.

Giovanni Anselmo, coltiva da anni la passione per il restauro, specie quello molto interessante e divulgativo, dal punto di vista storico e tecnico, delle moto militari.

Sono almeno una ventina le moto militari di sua proprietà, che furono utilizzate in tutti i fronti della seconda guerra mondiale, inglesi, statunitensi tedesche francesi e italiane, riportate allo stato di perfetta efficenza e di rispetto e cura dei particolari d’epoca da Anselmo che ha realizzato negli anni grazie alla sua passione e alle sue capacità tecniche, quelle che sono a tutti gli effetti delle opere vere e proprie opere d’arte di meccanica.

Ovvia la sua disapprovazione alla vista della ruggine a vista in questa mia “opera d’arte”(si fa per dire).

Questioni di punti di vista, nel restauro della mia BSA ho seguito i dettami del mio passato di restauro di mobili…dove è possibile, non togliere i segni che ha lasciato il passare del tempo.

Il 30 maggio 2020 è stato avviato il motore ed effettuate alcune prove su strada.

In seguito ho posizionato il “desert stand” un pratico cavalletto laterale, di nuova fornitura ma probabile presenza durante l’uso militare, visto l’impronta che la sua installazione ha lasciato sul telaio.

Nessun problema per il reperimento dei ricambi originali o ricostruiti da ordinare online e provenienti in buona parte dall’India dove diversi esemplari di questa moto sono ancora in uso.

U campusantu vegiu de Vase

l 12 giugno 1804 Napoleone Bonaparte, firmava il “Décret impérial sur les sépultures”, conosciuto anche come “Editto di Saint-Cloud”.

Si sanciva così a tutti gli effetti la nascita dei cimiteri moderni e si regolava una volta per tutte la pratica delle sepolture.

Le finalità dell’editto erano due.

La prima era igienico-sanitaria: si rendeva necessario evitare di continuare a stipare i corpi dei defunti nelle chiese e la conseguente diffusione di orrendi olezzi e malattie.

La seconda finalità era invece di tipo ideologico-politico: le tombe dovevano essere tutte uguali tra loro, nel rispetto del principio rivoluzionario di uguaglianza (ovviamente però fu consentito ai personaggi o alle famiglie illustri di avere in concessione dei terreni su cui costruire il loro sepolcro con monumento commemorativo annesso. Alla fine, nonostante i buoni propositi, i privilegiati riescono sempre, in ogni epoca, ad imporre i loro desideri).

L’editto, esteso all’Italia il 5 settembre 1806, ispirò ad Ugo Foscolo la stesura del carme “Dei Sepolcri” nello stesso anno, che venne poi dato alle stampe nel 1807.I principi del documento napoleonico sono gli stessi che ritroviamo nel regolamento del Monumentale di Torino quando venne aperto al pubblico nel 1829.

A Varazze nel 1836, ci fu una sommossa popolare, soffocata dai Piemontesi di stanza a Savona, causata dalla decisione di mutare di luogo il Camposanto della città.

Il Cimitero principale di Varazze era lungo il Teiro ai piedi del colle di S.Donato in sponda destra del fiume da questa località si decideva nel 1836 di trasportarlo ( a seguito dell’esondazione del Teiro del 1835 n.d.r) prima nell’orto del parroco, quindi nel borgo del Solaro e infine nella Caminata, nelle vicinanze del Cinema Teiro. Ma un magnate (Camogli n.d.r) di quel tempo, che aveva nella Caminata, una conceria e fertili terreni, ottenne che il cimitero si trasferisse in una sua proprieta’ dove è attualmente

Ecco la cronaca di quei giorni scritta in zenagliano o ligurese.

Da S.Dunou si vedeva a pua che fasceivan i cavalli sciù da Teiru.

“Sun i franseisi!” han bragiau!

Alua, tutta la gente è scappata a scundise, i ommi in ta sciumea, per cogge le prie da tirare ai surdatti.

Previ e prevosti de cursa a sunno’ le campane, come quando arrivavan a Vase quei mangiaprevi di franseisi.

Ma i surdatti non erano della Franza, ean da Cumpagnia de Sanna.

I Sardi du re, che vegnivan a Vase, per pestare, chi voleva purtò via i morti, dau campusantu.

Che u lea dall’otra spunda de San Duno’

Il Teiro un anno fa nel campusantu, ci aveva fatto tanta disgrasia!

Scoverciato le tombe e portato via le crusci e le casce da mortu!

Che quarcheduna non l’hanno più vista e foscia è arrivata in ma.

I ciù cattivi ean quelli de Tasca e du Burgu, che ce l’aveva mandati il preve, che voleva che il santo campo fosse scavato dalla vegia giescia.

Dove ci ha l’orto u parroco, dappò anche quelli du Suo’ vureivan mettere i loro morti a S.Bertume’.

Avevano taccato bega u Burgu e u Suo’ ma poi fatto pasce.

Ditu fetu, ognuno pureiva tenere i morti al redosso della sua giescia!

Come era prima che arrivassero quei mangiaprevi de franseisi

Ma u Podesta’ u gha ditu, che non si poteva fare più cuscì, perchè chi moe, ora va messo in ta terra.

Suttero’ luntan dalle case e dalle giesce, dove c’è poco posto e che poi si diventa marotti dalla spussa.

E u leiva decisu, che il camposanto duveiva esse nella Camminata, dove i Camuggi ci avevano la pellaia e i orti.

Alua quelli du Burgu e du Suò quando lo hanno savuto, hanno taccato lite con il Podestà, che ha ciammato le guardie e a Cumpagnia de Sanna, che erano Sardi e de Turin.

Fecero battaggia, cun quelli de Vase, sciù da Teiru.

I surdatti ci avevano le sciabbre, che piu’ d’uno lo hanno sguarato, che poi c’era la fila di ommi sanguinati dallo Spedale di Cabraghe.

C’è voluto quattru giurni, de braggi e de botte, cun i previ prevosti e beghine che si erano sprangati in te giescie a sunno’ le campane.

La povia gente invece in te ciasse e in ti caruggi a tirare le prie de Teiru ai surdatti, che poi hanno sparato con i schioppi e impallinato tanti zueni e vegi.

Ma è prie non erano tirate solo per i camposanti.

A nesciun ghe piasceiva ciappo’ de botte dai Sardi e mancu da quelli de Turin.

E alua a gente a bragiava viva Zena!

Quella nostra repubblica data a quelli de Turin!

E allora qualcheduno si è misso a bragiare Viva la repubblica!

Anche viva Napuleun!

Altri alua hanno bragiato Viva Maria!

La proposta di un facoltoso membro della famiglia Camogli, pose fine a quelle concitate giornate.

Cedette al comune a prezzo di favore, un terreno di sua proprietà tra u Tanun e il rio Cucco da adibire a cimitero urbano.

Ma la generosità di quel benemerito cittadino celava una vendetta famigliare.

U capatassu di Camuggi, non era abbortomelito.

Non vureiva il camposanto nella Camminata e dalla sua pellaia del Teiro.

Ci ha messo una pessa e fatto finire le botte e le palle da schioppo.

Camuggi u l’eiva rattello’ cu so free quellu da Ca Grande dell’Aspia.

E alua pe foghe dispetu u g’ha purto’ u campusantu sutta ca!

U l’ha detu de badda au comune un toccu de tera dau Tanun au Rian du Cuccu

A gente de Vase a lea cuntenta de avei un belu campusantu cun i marmi e cappelle e tanta terra santa.

La duvve, versu Sana, finisce Vase…sutta a Ca Grande dell’Aspia.

foto Archivio Storico Varagine

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E Bumbe a Vase

In questi giorni, nel 1944 in un aeroporto della Puglia, in quel pezzo d’Italia, liberato dagli alleati, dopo lo sbarco in Sicilia del nove luglio del 1943, si stava pianificando il bombardamento della nostra città, che sarà poi effettuato il 13 giugno.

L’obbiettivo doveva essere la linea ferroviaria, che con un ponte, al centro della città, superava il fiume Teiro.

Far saltare un ponte in ferro, voleva dire bloccare per molto tempo la ferrovia e con essa eventuali trasporti di truppe, magari di rinforzo verso la Costa Azzurra, dove a Cannes, il quindici agosto del 1944 era già previsto lo sbarco alleato, e poi c’erano quei treni armati, unica arma a difesa delle nostre coste, che poteva impensierire gli alleati, in caso di sbarco.

I cinque treni armati, presenti in Liguria, furono requisiti dai tedeschi dopo l’otto settembre e messi in disarmo a qualcheduno fu smontato un cannone, e utilizzato a difesa delle spiagge, ma erano comunque sempre potenziali pericoli.

Tagliare in due la linea ferrata, voleva dire renderli inutili.

Ma fu veramente fatto un errore, nello sgancio di quelle bombe, che mancarono il bersaglio e finirono in via Malocello e via Carattino?

Gli aerei americani avevano un sofisticato sistema di puntamento, il Norden, che con l’inserimento dei dati necessari, velocità altezza ecc. aveva una buona precisione, ad esempio un bombardiere americano, riusciva a lanciare un ‘ordigno da 6000 metri d’altezza e centrare un obbiettivo nel raggio di 30 metri.

Gli aerei che bombardarono Varazze, erano dei B25 e non si sa, se erano dotati di questa apparecchiatura, molto probabilmente però, non fu usata, chi ha assistito al passaggio degli aerei, nei pressi della località

Gambun, ricorda, che dopo il primo passaggio, fatto ad alta quota, i bombardieri, avevano invertito la rotta, ritornando a bassa quota sul cielo della nostra città sorvolando u Vignò, un’altra testimonianza, dalle alture di Cogoleto, ricorda di aver visto, la serie di esplosioni, che distrussero parte del centro storico e molte altre bombe che esplosero in mare, come a volersi disfare del carico di ordigni, prima di intraprendere il lungo viaggio verso la Puglia all’aeroporto di partenza .

Fu fallita la distruzione del ponte o era il centro storico

il vero obbiettivo di quegli aerei?

C’erano delle armi dall’Assunta?

Con il procedere del conflitto, gli anglo americani fecero proprie le tattiche, sperimentate dai tedeschi, nei bombardamenti su Londra, era la guerra totale, non solo obiettivi militari, ma anche contro la sua economia e le infrastrutture, effettuate, inevitabilmente, coinvolgendo anche i civili.

Una strategia in grado di distruggere il morale della popolazione.

Furono bombardate le grandi città del nord, Torino, Milano e soprattutto Genova, vittima del primo bombardamento a tappeto su una città italiana, effettuato di giorno e proseguito nella notte, del 22 ottobre del 1943, dove molte furono le vittime civili.

L’intensificarsi dei bombardamenti, sui centri abitati, ebbe due effetti, in un primo tempo, ci fu un’ondata di risentimento, verso gli alleati, ma poi vista, l’incapacità degli eserciti dell’asse di reagire, allo strapotere anglo americano, i cittadini sfiniti, dalla fame e dalla paura, iniziarono a chiedere la fine della guerra, anche con gli scioperi nel triangolo industriale.

Ma nonostante tutto questo e anche dopo l’otto settembre, il folle, che aveva portato un povero paese, in una guerra persa in partenza, succube dell’alleato germanico, decise di continuare con la mattanza degli italiani.

Seppe solo dire, a chi gli chiedeva che cosa fare, “disperdetevi nelle campagne”.

Nei prossimi giorni, pubblicherò in due parti, la storia di una famiglia, travolta nella nostra città dagli eventi della guerra.

Vorrei dare così, il mio piccolo contributo al ricordo di quelle 51 vittime innocenti del 13 giugno 1944 a fine conflitto furono 70, gente comune, povera gente sempre la stessa a soccombere, quando scoppia una guerra……. una bomba….o un’epidemia

S.Lorenzo

C’è un tesoro di fede, d’arte e storia, nelle nostre chiese, quelle disperse nel nostro entroterra.

S.Lorenzo è una delle più antiche, costruita in prossimità di un crocevia, probabilmente edificata sopra un preesistente luogo di culto.

Nel 1870 Pietro Rocca, cita il ritrovamento in questa zona di alcune sepolture, d’epoca romana e i resti nell’adiacente località di Isolabella, di un’antica fornace.

Laterizi in pietra cotta, sono ancora presenti sulla copertura della chiesa

La struttura di S Lorenzo è stata rimaneggiata nel tempo, ora necessita di urgenti lavori di riparazione di una cappella laterale e del restauro, dellla grande tela, sopra l altare che raffigura il martirio di S.Lorenzo.

Tra i presenti durante la visita c’è chi ricorda la festa del santo patrono, il 10 agosto e il giocare da bambini all’interno della chiesa, lasciata sempre aperta, come era un tempo per tutti i luoghi di culto.

L’attrazione di chi visita questo luogo di culto è per il gruppo ligneo, della cassa processionale.

Di ottima fattura, le figure molto movimentate che rappresentano le fasi concitate del martirio di S.Lorenzo, sono in scala ridotta di difficile realizzazione.

Il santo fu martirizzato su una graticola ardente.

La tradizione vuole che ai suoi aguzzini dicesse di girarlo sul fuoco, affinché arrostisse per bene

Nella cassa è raffigurato il martirio, dove il Santo è circondato da suoi aguzzini, un sacerdote pagano gli mostra la statuetta di una divinità, in cui porre il suo credo, ma Lorenzo confermò la sua adesione a Cristo subendo questo terribile martirio

La notte di S.Lorenzo si sta con il volto all’insù a guardare il cielo.

A partire dal 17 luglio e fino al 24 agosto, i detriti di una cometa, penetrano l’atmosfera terrestre e fondono provocando le cosiddette stelle cadenti.

Per i greci quelle scie luminose erano il seme disperso da Zeus quando si uni a Danae e da cui nacque Perso.

Oppure per i romani era il dio Priamo che fertilizzava i campi.

Per i cattolici invece le stelle cadenti sono associate alle lacrime di S.Lorenzo, mentre è arso vivo sulla graticola.

Nel 258 l’imperatore Valeriano ordinò di uccidere tutti i vescovi e preti.

A Lorenzo gli fu chiesto di consegnare i tesori della chiesa, lui davanti al prefetto romano indicò i poveri e i malati e disse “Ecco i nostri tesori sono questi”

E’ un santo molto venerato protettore di chi lavora con il fuoco, Vigili del Fuoco, cuochi, fabbri ecc.

Il suo martirio ha ispirato molti artisti, ma secondo gli storici è probabile che S.Lorenzo fu decapitato, il 10 agosto del 258 come il papa Sisto II

L’iconografia lo raffigura sopra la graticola e di questo martirio sono raccontate le più sfrenate fantasie.

Dal santo che si rivolge ai suoi carnefici invitandoli a cuocerlo per bene, al corpo ben cotto di S.Lorenzo, distribuito ai poveri per placare la loro fame.

S.Lorenzo è anche patrono di chi custodisce il sapere nei libri

Nella notte di S.Lorenzo, alla vista di una stella cadente si è soliti esprimere un desiderio è un retaggio dell’Antica Religione, quando si associava ad ogni stella, la nascita di un bambino e quando diventava adulto, la sua stella cadeva, da qui l’usanza di esprimere un desiderio per la speranza di una vita migliore.

Ringrazio Andrea Didda Isetta per la bella e interessante visita della chiesa di S.Lorenzo

Un grazie ad Andrea Firpo per le notizie sulla vita del santo.

Bricoccole e Falò

……sono stato bambino Sciù da Teiru, cresciuto, tra na Sciumea un Boscu e un Campu da Ballun……. e gli alberi da frutta…

In questo periodo dell’anno eravamo tutti indaffarati nelle nostre scorribande per boschi, a giocare in riva al Teiro, a sudare nelle infinite partite di calcio sotto il sole

La frutta, era una specie di pausa in questa nostra frenesia quotidiana.

Sciu da Teiru, tutti facevano l’orto e nelle fasce avevano degli alberi de Scesce, Nespue, Armugnin o Bricoccole, Perseghe, Brigne, Nisoe, Fighi e Merelli.

Nel periodo delle fruttificazioni, noi bambini eravamo molto attenzionati e ogni adulto era autorizzato a usar ogni mezzo, per salvare i suoi frutti e guai, poi dire, che il vicino ci aveva sorpresi nel suo orto e bastonati o presi a calci nel sedere, c’era il rischio di buscarle un’altra volta dai nostri genitori.

Gli adulti erano molto meno di oggi, propensi al dialogo con i figli, e guai a combinare qualcosa, arrivare a casa malconci sporchi o in ritardo per pranzo o cena, sberle e botte erano quotidiane.

Non di rado, chi con la vendita della frutta ci campava, aveva un cane da guardia e lo aizzava contro i ladruncoli sorpresi nella sua proprietà, ma quelle bestiole ci conoscevano bene, avevano preso carezze e pezzi di pane dalle nostre mani e si limitavano ad inseguirci, fino al limite della proprietà e poi ritornavano indietro scodinzolando.

Nella nostra capanetta in mezzo al bosco, faceva bella mostra una cartina, da me disegnata, del nostro territorio, dove erano marcati i sentieri, ruscelli, case e la posizione degli alberi da frutta e se a guardia c’erano dei cani.

Depredavamo gli alberi, ben prima che la frutta raggiungesse la maturazione.

A lato del campetto da calcio, c’era un grande albicocco proprietà dei falegnami Mario e Michè, che non seppero mai che gusto avevano le loro albicocche!

Confessai questi furti, un giorno, qualche anno fa, quando ero andato in visita da Michè, lui ridendo mi minacciò con la mano.

Ci arrampicavamo fin sui rami più sottili per raccoglier quei frutti ancora verdi e aspri.

E che dire di quel grande campo di fragole dau Muin a Vapure, depredato a notte fonda mangiando merelli e sputando la terra.

C’era però un’occasione che ci riconciliava con il mondo degli adulti, un’occasione in cui noi bambini eravamo utili.

Nelle festività di S.Giovanni, e di S. Donato, era tradizione fare i falò.

Qualche settimana prima della ricorrenza, s’iniziava ad accatastare il materiale, la maggior parte del combustibile proveniva dal bosco, rami secchi e brughe.

Un’altra buona fonte di approvvigionamento, erano gli scarti di lavorazione, legna e riccioli, presi presso le tre falegnamerie di via Montegrappa.

Per molti era anche l’occasione di disfarsi di quello che non si riusciva a bruciare nella stufa.

I rifiuti ingombranti erano accantonati in attesa dei falò, dal vecchio comodino sgangherato alle sterpaglie dell’orto, anche gomme d’auto, poca la carta e il cartone quello era ancora utilizzato nelle cartiere.

Nottetempo sparivano, alcune cose dalla catasta, recuperate per essere riutilizzate.

Tutto serviva allo scopo, finirono nel falò anche due pneumatici d’autocarro “gentilmente offerti” da un autotrasportatore.

Quelle carcasse con le tele d’acciaio a vista, dopo una settimana dal rogo, fumavano ancora!

La raccolta e il trasporto dei materiali, furono effettuate, le prime volte, con l’aiuto degli adulti, poi solo noi a gestire il tutto.

Riuscivamo a raccogliere una quantità enorme di materiale e le cataste erano impressionanti.

Al centro, sopra un palo, era issata “ la biondina “di solito una vecchia bambola, che forse simboleggiava ancora nell’inconscio collettivo, la strega data alle fiamme.

All’ora prestabilita, gli abitanti della parte finale di via Monte Grappa, si radunavano intorno alla catasta.

Prima di appiccare il fuoco, si attendeva l’arrivo del vicino di casa o dei famigliari e se qualcheduno tardava allora partiva sempre uno di noi, in bici per avvisarlo.

Appena faceva buio, si accendeva il falò.

All’inizio la gente era stretta intorno al fuoco, ma poi era costretta, ad allontanarsi per il forte calore sprigionato.

Quando le fiamme raggiungevano “la biondina” un applauso spontaneo scoppiava fra i convenuti a vedere il falò

In quell’occasione con tutta la gente del rione riunita, si parlava del più e del meno, si rideva, qualcheduno raccontava storielle allegre, si stringevano mani, ci si dava delle pacche sulle spalle si stava in compagnia, c’era sempre una bottiglia di vino e una torta da dividere a fette.

Noi bambini rallegravamo la serata, con spettacoli pirotecnici, fatti con paglia di ferro, incendiata e poi fatta roteare con uno spago, durante la rotazione per effetto della forza centrifuga si staccavano dei tizzoni, creando un cerchio di scie luminose.

Ricordo le grida di meraviglia delle donne e noi incitati a farle sempre più grandi e più veloci nella rotazione.

Le donne….. l’età dei giochi per noi forse si era protratta più del solito.

Fu proprio dopo un falò, l’ultimo, che i miei due grandi amici se ne andarono.

Il loro papà aveva costruito un’altra casa, più grande e bella, ma dall’altra parte della città.

Ricordo quando ci salutammo, li vidi scendere giù dalla strada in discesa, e io andai loro incontro, come al solito, ma era l’ultima volta.

Ci stringemmo la mano come fanno i grandi.

Ci salutammo, con la promessa che sarebbero, poi tornati a giocare, qualche volta insieme a me.

Li guardai andare via.

Ma la promessa non fu mantenuta, non ci rivedemmo più Sciu da Teiru.

Solo qualche volta per caso, in città.

Per la prima volta, provai una sensazione profonda di delusione e sconforto.

Era finita un’età, quella più bella della mia vita.