A Maccaia e u Caligu fanno ricordare un fatto accaduto a Varazze.
Nelle serate di primavera, noi zuenotti si usciva per ritrovarsi con gli amici al bar Marilena, per una partita a biliardo o un giro di carte, l’appuntamento fisso erano le partite di coppa viste alla tv del bar, in mezzo al fumo e al tifo di chi aveva trovato posto sulle seggiole.
Quella sera di maggio o forse giugno del 1973 o 1974 però successe qualcosa di insolito, era arrivato il caligo, la nebbia di mare, che aveva avvolto la città in una coltre impenetrabile.
In una pausa di gioco e di parole, si senti distintamente un forte suono provenire dall’esterno.
“Belin ma ..stei un po sitti ei sentiu?” ” Cusse ti ghe te beivu troppu? ” ” Ei sentiu, cussa le’ sta cosa, ma a l’e’ na sirena?”
Ricordo siamo usciti dal bar e a intervalli regolari si sentiva la sirena di una nave.
Incuranti del nebbione salimmo, sui motorini, altri trovarono un passaggio in auto, tutti in direzione del mare e poi di Celle dove all’Aspera c’ erano delle luci e provenivano i squilli di sirena.
Sul posto c erano già diverse persone, nel tratto di Aurelia che sovrasta il mare, lo spettacolo che si presentava era qualcosa di veramente inverosimile!
Una bettolina la Corallina Bunker, si era incagliata con la prua contro gli scogli dell’Aspera, altre luci erano in avvicinamento, quelle di un rimorchiatore, chiamato in suo soccorso e quei suoni di sirena erano proprio diretti a questa imbarcazione, per riuscire a localizzare in mezzo alla nebbia la nave in difficoltà.
Assistemmo per qualche ora, al tentativo, non riuscito, di disincagliare la nave, il primo cavo, quando fu messo in tensione si ruppe con un sibilo e uno schiocco violento, quando uno dei tronconi del cavo colpi’ lo scafo della bettolina.
Fu agganciato un secondo cavo, più robusto, il rimorchiatore diede manetta al motore, ma non riuscì a smuovere lo scafo incastrato fra gli scogli, si udiva un gran frullare di eliche in cavitazione.
Ci furono delle parole urlate nella nebbia forse bestemmie o chissà che.
Il rimorchiatore abbandono’ l’impresa e lo vedemmo a poco a poco, sparire nel caligo.
La mattina dopo la visibilità era buona e chi era presente sul luogo dell’incaglio, racconto’ di un enorme rimorchiatore, forse esagerando, più grande della bettolina, proveniente del porto di Genova, che senza alcun sforzo, tolse la nave dagli scogli.
Il caligo con visibilità zero fu la causa dell’incidente, ma c’era chi disse che forse l’equipaggio era distratto ad ascoltare la partita di coppa.
Nessuno si fece male, non ci furono altre conseguenze, la bettolina non imbarco’ acqua, fu solo necessaria la riparazione dello scafo.
Eravamo in molti questa mattina, ad assistere allo spettacolo del solstizio, nella chiesa di S.Paragorio a Noli.
Il cielo coperto e qualche goccia, hanno vanificato questa bella tradizione.
Ogni anno è atteso l’arrivo di un raggio di sole, all’interno di questo magnifico monumento nazionale, già cattedrale della diocesi di Savona Noli.
Alle h.10.40, la luce solare disegna una croce sul pavimento della navata centrale, accarezzando il crocifisso situato in alto sopra una trave.
E alle18, l’ultimo raggio di sole, prima del tramonto, attraversa tutto l’emiciclo e va a «morire» su un tabernacolo.
L’attesa di questo evento, è stato l’atto finale di una bella e interessante iniziativa delle Guide del Golfo.
“L’Alba di S.Eugenio e il Solstizio d’estate”
Partenza alle 6, dalla località Merello, a Spotorno e arrivo a Noli, percorrendo la panoramica strada di S.Eugenio.
E’ una viabilità di mezza costa, antichissima strada di collegamento, scavata e strappata dalle rocce di un’acclive pendio a precipizio sul mare, al cospetto della bellezza del Golfo dell’isola, uno stupendo scenario della nostra Liguria.
Interessanti le notizie e le curiosità, illustrate durante il percorso, da Rita Trinchero la nostra guida, molto competente, precisa e gentile.
E poi la medievale Noli, una delle perle della Liguria, da visitare in ogni stagione, meta di numerosi stranieri alla ricerca nella nostra terra, delle testimonianze storiche che questa città ha saputo mantenere, valorizzare e promuovere.
Sono tanti gli angoli suggestivi e le sensazioni, che questi luoghi sanno dare.
L’apoteosi si raggiunge a S.Paragorio, che lascia a chi la visita, la sensazione della bellezza, del sacro e della Storia che permea ogni ciottolo, marmo, legno o pietra con cui è stata costruita.
Belli i bacili, conservati in una teca, il crocifisso in legno arrivato dal mare, la cripta, il trono del vescovo, le pietre tombali, qui è tutto da vedere!
L’escursione per alcuni, è proseguita percorrendo il sentiero, verso Capo Noli, per una visita ad un’altra bellezza naturale, la grotta dei Falsari.
Ricevo e ringrazio Henry Desantis per il seguente link di archeostronomia.
In ta Crusce de vie du Vino’ ci sono quattro strade per il Parasio, il Teiro a Balina e u Sucau
Nella strada verso a Balina ad certo punto ci sono dei precipizi poi la strada continua e arriva in te Rue dove cè un rudere di una casa.
Dietro al bricco Riviasco e le Rue ci sono i Saverghi li c’era una tubazione, che portava l’acqua fino al Vinò.
Un’altra vallata è chiamata e Tane con pietre che sono tane per animali, di fronte a S.Anna, lì mio papà aveva dei prati e erano gli ultimi di Cantalupo
Si doveva passare per bosco perche i fascisti potevano prenderci il grano che passando da questo sentiero portavamo a macinare da Nettin in tu Muin di Posi
Con Franco Pisano siamo a percorrere questa antica viabilità che taglia a mezza costa gli acclivi pendii del monte Zucchero.
Un passaggio pedonale che diventava Stra da Lese in prossimità de Tascee.
Cuba il cane pastore di Franco ci precede e a volte ci indica dove passare ogni tanto fiuta l’aria e si lancia all inseguimento di qualche animale selvatico che si sente grugnire nel folto della vegetazione
Franco richiama più volte Cuba con urla e fischi e mi racconta le avventure venatorie del cane che senza alcuna fatica sale e scende il ripido pendio più volte solo la lingua penzoloni tradisce il suo affanno, ma si percepisce il suo esser a proprio agio in quest’ambiente.
Intorno a noi le testimonianze di un duro lavoro per strappare la terra da questi acclivi pendii
Più volte mi fermo ad ammirare queste incredibili manufatti ogni pietra ha avuto una mano che l’ha messa a posto quello giusto e per sempre resterà lì
Il sentiero segue i contorni attraversa su solide terrazze gli innumerevoli rian uno per ogni gola che incide il monte.
Ad ogni diradamento della vegetazione il sentiero ci regala stupende viste della Custea de Casanova fine all’apoteosi dello scenario du Vignò.
Ringrazio Franco per avermi accompagnato lungo questa antica via di collegamento del Sciu da Teiru
Mario Traversi con un viaggio onirico, a ritrorso nel tempo, incontrò nel 590 d.c. sulla spiaggia di Varagine, Teodolinda, ai bagni di sole e acqua denominati Mediolanum
Fu ricevuto nella tenda regale, dove la regina stava trascorrendo un breve periodo di vacanza, sulla nostra spiaggia.
Mario, fu colpito dalla bellezza e dal portamento di Teodolinda, dalle sue movenze e nonostante il lungo abito da spiaggia si intuivano le forme di un corpo giovane e sinuoso.
Con un bel sorriso, la regina lo invitò a sedersi su una stuoia
Erano molte le domande che Mario voleva fare alla regina
Prima di incontrare Teodolinda, Mario aveva ascoltato quello che dicevano i suoi compaesani, convenuti sulla battigia, per ammirare gli sfarzi della corte regale.
Tutti avevano capito, il perché di quel soggiorno marino della regina.
Il motivo erano le altre tende, quelle che si vedevano in lontananza, sotto la punta dell’Aspera, dove si era accampato Agilulfo
C’era chi giurava, di aver visto Teodolinda e il duca di Torino bagnarsi nudi sotto la luna d’agosto
Mille domande affollavano la testa di Mario, che alla fine le chiese notizie del Re Autario
Mai domanda fu più inopportuna, vide la regina aggrottare la fronte.
Ma poi sul suo volto ritornò il sorriso.
Teodolinda offri a Mario una coppa di vino.
Mario ebbe come un presentimento.
Poi un brivido lungo la schiena, lo trattenne dal sorseggiare quel vino.
A questo punto Teodolinda afferro’ il calice, che Mario teneva in mano e bevve un lungo sorso di vino, poi con un sorriso lo restituì al suo ospite.
La Storia
Con Mario siamo capitati per caso o chissà perché, dalla cappella di S.Michele a La Carta di Sassello
Questa chiesa, fu costruita nel 1523, sui resti del cippo del 600 d.c, eretto dai 40 fuochi o famiglie che abitavano in questo territorio, per festeggiare il passaggio della regina Teodolinda, durante il suo viaggio da Pavia a Varazze.
Dalle leggende storiche, Teodolinda, figlia del re Longobardo Garipaldo ”era statis eleganti forma”
Nell’anno 589, sposò Autari, re dei Longobardi, “satis juvenili aetate floridus” e lo seguiva nelle battute di caccia “in Silvam Urbis” nell’Alta Val d’Orba, dove sembra che Teodolinda abbia pernottato, nel suo viaggio da Pavia capitale dei re Longobardi a Varazze.
Nella nostra citta, avevano dei possedimenti
In uno dei capanni, che venivano approntati come rifugio per i re Longobardi, nelle battute di caccia, Teodolinda avrebbe ricevuto gli omaggi e i doni dei vassalli e delle quaranta famiglie ivi residenti, la località dove avvenne l’incontro fu in seguito chiamata Piazza Doni
Per vedere la bella Teodolinda, che guardandosi allo specchio si pavoneggiava esclamando “ Se lo specchio non mi inganna sono la più bella del contado” arrivò gente anche da altri paesi,
Rivolgendosi ai suoi sudditi, dopo aver raccomandato la buona dottrina cristiana, lesse e spiegò ai vassalli e ai contadini illetterati le leggi da osservare e i tributi in natura da versare ai fattori con il codice detto “ la Carta”
Da qui il nome della località del Sassellese dove si erge la chiesa di S.Michele
La Storia/Leggenda ci dice che la regina, si recava in spiaggia a Varazze, per fare i bagni e dove Teodolinda avrebbe incontrato il duca di Augusta Taurinorum (Torino), follemente innamorata di lui, avrebbe pensato di avvelenare Autari
I Longobardi si erano affezionati a Teodolinda e dopo la morte di Autari, le permisero di conservare la dignità regale e la invitarono a scegliersi un marito.
Ma c’era già il predestinato.
In seconde nozze nell’autunno del 590, Teodolinda sposò Agilulfo, il duca di Torino, “uomo molto coraggioso e forte in guerra tanto di aspetto che di animo a governare “(scrive Paolo Diacono cap 3 n°35)
Sempre la Storia/Leggenda, dice che la regina invitò Agilulfo a recarsi da lei, a Lomello, in provincia di Pavia, Teodolinda si fece versare un po’ di vino e dopo aver bevuto per prima, offrì ad Agilulfo quello che era rimasto nel calice
Il duca di Torino, prese la tazza e le baciò la mano, ella diventando tutta rossa, gli disse che non doveva baciarle la mano, ma il volto.
E avvicinandosi, per avere il bacio, gli sussurrò che lo aveva scelto come sposo.
Così Agilulfo, divenne re dei Longobardi.
Ma pare che da tempo, avesse tramato per eliminare Autari.
Il Santino e’ un oggetto di devozione, oggi bistrattato, eppure quante cose potrebbero dirci quelle immaginette, specie quelle sgualcite, consunte da tanti passaggi di mano e di baci. Santini avuti in cambio di un offerta alla chiesa, durante una festa del santo patrono o per aver partecipato ad un pellegrinaggio, arrivando su un bricco dove c’era un santuario
Portati a casa come ricordo, insieme a e reste de nisoe per i figgiò, conservati con cura in un libro o in un taschino.
Erano i nostri vecchi, quelle persone, quasi tutti contadini con uno sguardo al cielo, per devozione o per paura di quelle nuvole sul mare, prima di piegare la schiena, in un altra lunga giornata di lavoro.
La fede li aiutava a tirare a campare e ad allevare dei figli.
Non avevano altra speranza
Figli e nipoti, non continuarono il giamin dei vegi, si persero così per sempre, antichissimi riti, racconti, commemorazioni e festività
Oggi c’è nuova vita per questi simboli di devozione, con collezioni, mostre e ricerche storiche.
Vere e proprie opere d’arte, in miniatura, come i Santini con canivets
Alcuni hanno storie personali, belle o brutte da raccontare.
Giusi e Antonietta avevano già un discreto numero di Santini e altri oggetti, quando furono esposti nel 2002, nella chiesa di Nostra Signora della Croce.
Giusi così definisce i Santini
“In queste immagini sacre, si sente un mondo quasi incomprensibile oggi, ma pieno di poesia e di vita vera, vissuta con dignità e con un sano rispetto del sacro, che riempiva i misteri che fanno parte di ognuno di noi.”
Le foto sono relative alla bellissima raccolta di Giusi, che annovera almeno 200 Santini, tutti ben protetti in appositi raccoglitori.
U Rian da Moa cogge l’egua dai bricchi Noia e Grossu e l’egua du Briccu e du Rian de Rive.
E’ un bel ambiente naturale a due passi dall’abitato del Cavetto.
Il percorso pedonale partendo da Ca de Oche duvve sun i Piliun è completamente pianeggiante, fino ad arrivare al Rian, poi è impossibile continuare per la presenza dei rovi che occludono il sentiero che sale verso il Bric Noia.
Anche qui cresce rigogliosa la macchia mediterranea, cun Custi di Brughe, Zenestra, Cistu, Lentiscu, Murtin Erbui de Ersci Ruette Mimose, Pin Gaseolli…e alberi totem residui degli innumerevoli incendi.
La fauna è presente con un bel esemplare di capriolo adulto.
In basso è ancora visibile, l’antico sentiero che da Sciappapria, passando sotto il ponte autostradale, correva parallelo al rio e poi si inerpicava salendo i versanti del Briccu de Rive.
Oggi alcune sbigge interrompono questo percorso.
Una deviazione che attraversa il Rian da Moa si congiunge con il sentiero che arriva dalla Vignetta e sale al Monte Grosso.
Piu a Valle prima della tombinatura du Rian da Moa è scomparsa a seguito del raddoppio autostradale la fontana della bella Rosin, Rosa Lavarello che sarà poi la moglie del maestro Francesco Cilea.
In questa zona il Rian con i Surchi irrigava la zona ortiva della Mola.
Dai racconti di Paolo Baglietto, U Russu, la Storia della Crocetta.
La prima Cappeletta fu costruita ai primi del novecento, perché il papa voleva che su ogni bricco ci fosse una croce
Tempo di guerra, nel dopomessa, si diceva che i tedeschi volevano far saltare la Crocetta, perché era un punto di riferimento per gli aerei alleati.
Che avevano già cercato di colpire il punto di osservazione
Si pensò di portare via la statua del Redentore
Io ero un bambino, non avevo ancora undici anni, ero sempre con mio padre che disse “ Ci mandiamo Paolo lo conoscono, che va sempre a prendere il latte lassù al Rivà, passa di lì e conosce tutti e non gli fanno niente” a me disse “ Ti gh’è ve ma se te ferman nu scappò, se ti fermano, ti riconoscono e ti lasciano andare. Nu stò a scappò!”
Si sapeva che al mattino, alle sette, portavano la colazione ai soldati, da Ca du Tumata
Saliva su un uomo, a cavallo che portava i viveri.
I tedeschi, abbandonavano per mezz’ora la postazione e andavano a far colazione e poi ritornavano subito alla Crocetta, a volte si davano il cambio e uno restava di guardia
Quella mattina, io e mia zia Nitta, eravamo nascosti nelle brughe, per andare a prendere la statua del Redentore.
Avevamo la chiave, perché c’era uno sportello chiuso, dove era la statua.
Abbiamo visto i soldati, che andavano via dalla postazione.
Ma non eravamo sicuri, perché poteva essere rimasto qualcheduno dentro il fortino
Io allora, piano piano, ho aperto il lucchetto e ho piggiò u Segnù, l’ho messo in spalla e via!
Quella statua, poi l’hanno portata via, rubata negli anni 80, era in bronzo
I tedeschi fecero saltare in aria, la cappelletta della Crocetta.
Una mattina, ero a scuola, abbiamo sentito una forte botta, era la cappella che saltava in aria.
Io ero stato di lunedì a prendere la statuetta e mercoledì o giovedì, l’hanno fatta saltare, era il 1944, faceva freddo, mi sembra che fosse il mese di marzo
La domenica sera, prima di andare a prendere il Redentore, sono andato a dormire au Rivà.
Alla mattina mi hanno chiamato alle sei e siamo andati a nasconderci nelle brughe, con mia zia
Eravamo contadini, se ci avessero visto, non potevano sapere perché eravamo lì
Ogni giorno, eravamo nelle fasce o in giro da quelle parti, mia nonna, aveva anche un scitu alla Crocetta
Abbiamo aspettato che dau pin dumesticu, passassero i soldati, che scendevano giù, per andare a mangiare
Loro passavano nei camminamenti, e dau Pin, prendevano la strada romana, per scendere verso Cantalupo
I tedeschi, stavano lì, notte e giorno, nel rifugio antiareo, che avevano scavato sotto alla Crocetta
Lì era zona militare e non si poteva andare
Ci siamo ritornati a guerra finita, ma dentro quel rifugio, non c’era più niente
Dal lato delle Lenchè, avevano iniziato a costruire un altro rifugio ed è rimasto lo scavo aperto
Dovevano fare una galleria, da parte a parte, e diventare un deposito di munizioni
L’altare della Crocetta è posato sopra quattro bossoli
Li aveva portati mio papà
I tedeschi, avevano un mucchio di proiettili e bossoli nella villa di Ottolenghi, che è quella sopra l’ex campo sportivo dell’Oratorio
Ottolenghi, era quello da Fabrica da Lusce, aveva la villa e cinque o sei garage
Lui era ebreo, scappato e andato ad abitare al Pero, la villa era disabitata
Ancora prima che arrivassero i tedeschi, c’era una compagnia di soldati italiani, gli unici che erano di stanza a Varazze, prima dell’8 settembre
A fine guerra, mio papà nella villa Ottolenghi, aveva visto tutti quei proiettili, insieme a tanta balestite
Prese alcuni di quei bossoli e li portò a casa
Quando fu edificata la nuova Crocetta, c’era da fare le colonne dell’altare, si pensò di utilizzare quei bossoli e di mettere sopra na Ciappa de Marmu, quei proiettili erano dell’altezza giusta
Oggi sono lì e ci ricordano la guerra.
Mio papà, quando è mancato, a seguito di un’esplosione avvenuta nel Forte Lodrino, stava costruendo la cappella della Crocetta e lì sono rimasti i suoi attrezzi da lavoro
A fine guerra, fecero una riunione in chiesa, era il mese di maggio, dopo la festa della Madonna delle Grazie, che fu la prima festa, con il ritorno dei cristi in processione a Varazze
Si parlò di ricostruire la Crocetta, nella riunione, c’erano i socialisti, comunisti e dall’altra parte i democristiani
U Ravascin personaggio politico di Varazze, che non abitava a Cantalupo, ma in Numascelli, dove vendeva le galline, era sempre a Cantalupo, perché si diceva avesse un’amante.
Disse, che bisognava fare una chiesa, grande come quella di Castagnabuona, che aveva il Santuario della Croce, mentre i Piani d’Invrea, hanno la Madonna della Guardia
E anche a Cantalupo, sul bricco della Crocetta, ci voleva una chiesa
I vecchi, avevano l’occhio distante e volevano ricostruirla così come era una volta
Qualcheduno disse “ Come era prima, non va bene, perché se piove, non ci si può riparare dentro” “ Facciamo una cappelletta che ci stia una ventina di persone”
Però non c’erano i soldi
Allora fecero le mura della cappella della Crocetta, in pata e prie.
“Il fango, lo prendiamo nelle fasce dau Pesciu, le pietre dove han fatto il rifugio dai pin dumestici, ce n’e’ un bel mucchio”
Fu l’ultima costruzione di pietre e fango, fatta a Varazze
Per fo’ a pata, bisognava setacciare la terra, si doveva impastare e portare con i secchi, si usava come la calce
Prima il fango e poi le pietre messe con le lenze
Le pietre più grosse, erano messe d’angolo e dovevano essere incrociate
Mio papà era in gamba, aveva costruito la nostra casa
Nello stesso tempo, aveva rifatto la casa di Felicita, quella che a fretava i vermi
Nella stalla, dove aveva la capra, mentre era li che le dava da mangiare, aveva visto le pietre che si sgretolavano, era corsa in casa a prendere i bambini e riuscì a scappare via, prima di restare sotto le pietre
A benedire la Crocetta venne don Righetti, il vescovo di Savona
Al mattino di quel giorno, un temporale!
Acqua e tuoni!
In pratica, era il primo temporale sulla nuova cappella
Verso l’una, siamo andati alla Crocetta, dalla cappella usciva un grande getto d’acqua, perché è stata posata sopra la roccia e il pavimento, era la pietra stessa
Poi in seguito il pavimento fu fatto in cemento colorato
Verso le quattro, è uscito il sole e si è fatta la processione, con il crocifisso
E così fu inaugurata la Crocetta
Ci fu il dilemma di come fare la croce.
Fu deciso di costruirla a terra, dove ora c’è il campo da calcio
A quei tempi alla Crocetta, c’era un bosco.
La croce, fu fatta in cemento armato, con una gabbia in ferro, l’incrocio dei bracci è stato rinforzato, con bacchette d’acciaio più grosse
Finita di costruire la Croce, c’era il problema di come issarla e trasportarla
C’erano 25 uomini, per trasportarla con delle corde e delle stanghe
Dal campo, fino dalla cappella
Poi doveva essere messa in verticale
Fu preso un paranco, in prestito, dall’impresa Perata, e costruito un bigo per sollevarla
Altro problema, come tenerla puntata prima di sollevarla
La Croce era legata nell’incrocio
Peso stimato10 quintali!
Per centrarla, rispetto alla cappella, ognuno diceva la sua.
C’era chi la vedeva troppo a destra o viceversa
Non c’era cancello, era lasciata aperta, per dare rifugio, in caso di pioggia
Ma ci andavano a defecare, più di una volta e scrivevano anche sui muri
Allora fu fatto il cancello quello che ancora c’è.
La festa della Crocetta si fa la prima domenica di luglio
Nella foto in b/n Bernardo Baglietto papà di Paolo
La Pratorotondo – Faiallo è la Classica del Beigua.
Si parte da Pratorotondo verso i block fields di Cian Ferretto, poi al bivio del Rama, verso il Resunou con il suo eco, passo della Notua, tappa al riparo Cima del Pozzo, poi la bellissima conca dei Cian de Lerca, si lascia a destra l’Argentea, si prosegue lungo il crinale e si svolta a sinistra al passo Vaccaria, per arrivare in discesa Casa Tassara, poi si risale al rifugio Faiallo.
Giornata di nebbia e vento di mare, solo qualche squarcio di sole, ad ammirare quell’incredibile panorama a picco sul mare, visibile dall’Alta Via.
Il versante nord invece; ci ha regalato il verde intenso delle sue praterie, con variopinte fioriture e la sua notevole biodiversità.
Percorso a tratti impegnativo, con ripide salite e fondo dissestato, ed effettuato in condizioni meteo avverse.
Eravamo un bel gruppo in 28!
Ai Camminatori Tranquilli ci sono volute 8 ore, per completare il percorso, di andata e ritorno.
Ma è così che va goduta la nostra montagna, abbiamo chiacchierato fatto foto, ammirato scenari di praterie, boschi e rocce, ci si aspettava ad un bivio o presso un rifugio.
Pranzo al sacco area del Faiallo e spuntino a Pratorotondo.
Alle ore 19 nebbia scomparsa e cielo terso!
Grazie a tutti in particolare a chi ha organizzato questa bella escursione e bravi noi che siamo riusciti nell’impresa!
Questo è il quarto articolo, che descrive le moto restaurate completamente da Giovanni Anselmo.
La moto nelle foto è una Harley Davidson WLA 45 750cc. del 1942 prodotta in 78.000 esemplari.
Denominata Liberator.
È la prima moto restaurata dal mio collega del periodo in Centrale Giovanni Anselmo.
La moto è stata completamente smontata revisionate le parti meccaniche riverniciata la carrozzeria, c’è voluto un anno per ultimare questo pregevole restauro.
Una moto prestigiosa per i collezionisti
L’Harley riuscì a fornire un numero maggiore di moto, rispetto al concorrente storico la Indian.
Ma entrambe le moto ebbero un ruolo limitato nei teatri di guerra, surclassate dalla Jeep che si adattava meglio alle varie esigenze dei campi di battaglie
La WLA ebbe un clone la moto giapponese Rikuo 97 montava un motore,1274 cc., che era una copia esatta della Harley Flathead costruito prima dello scoppio della guerra, su licenza Harley.
La moto pesava 500 kg!
Di seguito le caratteristiche tecniche della WLA 750cc
Che pesava 360 kg.
Fonte Wikipedia.
Rispetto alla versione civile, la WLA si differenziava per alcuni particolari. Innanzitutto, per evitare riflessi indesiderati, venne eliminata ogni cromatura e si adottò la tipica verniciatura “olive drab” dell’esercito. Vennero poi adottati numerosi accessori atti a rendere più adatta la WLA alla vita militare: paragambe, portapacchi posteriore “heavy duty”, borse laterali, cassetta delle munizioni per il mitra Thompson alloggiato in un’apposita custodia. I parafanghi di serie furono sostituiti da un tipo con una maggiore luce dalla ruota e assottigliato sui fianchi per garantire un adeguato scarico di fango in fuoristrada. Sotto al motore era collocata una piastra protettiva che consente alla moto di scivolare sugli ostacoli e non piantarvisi sopra. Anche il faro, che nella versione civile era in posizione troppo esposta, venne abbassato e collocato subito sopra il parafango anteriore. Telaio, manubrio e portapacchi vennero adeguatamente rinforzati e cambiò anche la foggia del filtro a bagno d’olio, non più cilindrico ma rettangolare e in posizione rialzata per permettere alla moto di traversare piccoli guadi. Il serbatoio è diviso in due: a destra contiene 3,5 kg di olio mentre a sinistra 11 litri di benzina.
Particolarità della WLA è il meccanismo del cambio. La frizione è infatti a bilanciere sulla sinistra: premendo il pedale anteriore si innesta la frizione mentre premendo quello posteriore la disinnesta e si può cambiare marcia con la leva posta sulla sinistra del serbatoio. La versione WLC dell’esercito canadese si distingueva per questo meccanismo collocato sulla destra anziché sulla sinistra.
Il motore era il Flathead da 740 cc (45 pollici cubici) a valvole laterali con teste in lega leggera e cilindri in ghisa. Semplice da mantenere, affidabile e molto elastico, permetteva infatti di viaggiare ad andature molto basse in presa diretta riprendendo senza strappi fino alla velocità massima consentita (110 km/h). Nonostante questo motore consumasse pochissimo (circa 1 litro ogni 15 km) era troppo poco potente cosicché sul finire della guerra venne sostituito da un più potente 1.200 cc.
Ci fu un’adorazione del dio Pen anche sul Monte Beigua, uno dei tre luoghi sacri del popolo dei Liguri?
La toponomastica sembra escluderlo, ma le nostre alture fanno pur sempre parte degli Ap-penini.
Un monte sacro il Monte Greppino, si erge solitario alle falde del Beigua.
Il suo nome contiene il suffisso Pin per assonanza vocale molto simile a Pen
Questo dio, per i Liguri aveva la sua dimora, nelle grandi pietre e pareti rocciose.
Sopra gli Armuzzi località dell’ Alpicella, il cui toponimo deriva da armuzzu, arma, armisu, armussi, che in dialetto significa, riparo sotto roccia o capanno di montagna, ci sono possibili testimonianze di questa devozione.
Nel pianoro sottostante, al cospetto della grande parete delle Rocche Raggiose (già Rocca de Giuse) sono evidenti le tracce di antichissime frequentazioni.
In un’ambiente primordiale, enormi megaliti, giacciono sovrapposti, incastrati, incastonati formando dedali, cunicoli, gallerie e ripari, oggi parzialmente interrati.
Un masso con delle pietre ben squadrate potrebbe essere stata, una pira funebre
Bellissime in questo periodo dell’anno le colture di Erba Cocca che rivestono con un manto verde questi macigni.
Dinanzi a questa esibizione di forza della natura, non si può restare impassibili, fatalisti o indifferenti!
Qui si scateno’ una forza mostruosa, che fece precipitare enormi massi, rimasti lì immemori da millenni a rappresentare con la loro fissità, un tremendo enorme cataclisma.
Non è da escludere, l’ipotesi di una grande tragedia, quando queste enormi rocce rovinarono sopra degli esseri umani, che qui in una zona soleggiata e riparata dai venti avevano trovato dimora.
Un Vento Strano
di Francesco Baggetti
Seguendo delle prede, un gruppo di cacciatori scoprì questo luogo, riparato dai venti da un’alta parete rocciosa, esposto al sole e con un vasto pianoro.
L’acqua, poco distante cadeva dall’alto di quella rupe.
Forse questo luogo ideale per un’insediamento umano, si svelo’ casualmente, durante il recupero di un grande animale, inseguito e fatto precipitare nello strapiombo.
Il pianoro sottostante, era perfetto per costruire le capanne e mettere in pratica le prime colture.
La posizione sopraelevata permetteva di spaziare con lo sguardo i territori sottostanti.
Potevano continuare a cacciare facendo precipitare le prede da quel dirupo, nei pressi di quel piccolo villaggio dove altri componenti di quella tribù erano pronti a far la loro parte.
La tranquillità di quel villaggio, venne stravolta un pomeriggio assolato di fine estate.
…..si alzò un vento strano, aria calda, un uomo di religione, percepì qualcosa, alzò lo sguardo come se intuisse una strana presenza mai sentita prima.
La terra sussultò come una cavalletta impazzita e un rombo assordante accompagnò il precipitare della rocca frantumata in grossi massi che crollò su quel villaggio di capanne.
I Liguri erano abituati a fuggire velocemente ad ogni pericolo molti si salvarono, ma qualcuno meno lesto, rimase inesorabilmente sepolto sotto quei macigni.
Perché quella disgrazia?
Un Dio che viveva nelle rocce aveva parlato!
Pochi sacrifici erano stati fatti, il dio Pen, li aveva puniti facendo rotolare quelle pietre.
Lui, la grande roccia che li proteggeva, voleva sacrifici in suo onore.
Il cerchio di pietre a lui dedicato,era stato risparmiato da quella pioggia di massi.
Quello era il segnale!
Il dio Pen, non voleva cacciare via gli uomini ma la loro devozione.
Così sentenziò quell’uomo religioso.
Il dio Pen aveva dato prova dell’immensa forza che celava la grande roccia!
I Liguri per ingraziarsi quella divinità, iniziarono ad erigere ai piedi di quella roccia alcuni altari, usando le sacre pietre che Pen aveva scagliato su di loro.
Oggi appare evidente che alcuni di questi megaliti furono spostati dalla forza di molti di uomini.
Un lavoro immane!
I secchi colpi dati alle pietre per modellare gli altari, eccheggiarono in tutta la valle, attirando altri gruppi di umani.
Circospetti si avvicinavano a quel luogo, dove si lavorava alacremente e anche loro finirono per aggregarsi agli omaggi al dio Pen.
Prima che la sua ira si riversasse anche su di loro.
Durante le notti del solstizio estivo, chi aveva dimora, in quella immensa valle si recava a rendere omaggio in quello che divenne un grande centro di culto dei Liguri.
In quelle notti d’estate si potevano scorgere fuochi sparsi per tutto il pianoro. Animali sgozzati sugli altari posti leggermente in discesa per raccogliere il sangue in ciotole di pietra.
L’apoteosi di quella cerimonia era sopra un’altare, più grande, in posizione rialzata rispetto a tutti gli altri, dove era sacrificato l’animale più grande, di solito un magnifico cervo maschio.
Il sacerdote pronunciava parole e formule antiche mentre il coltello penetrava nel collo dell’animale, il sangue arrossava rocce e terra ed era canalizzato da quell’uomo religioso con un lungo bastone.
Lui in quei rivoli di sangue sapeva leggere il futuro.
Iniziava un nuovo anno solare.
Erano raccolte alcuni tipi di erbe e si beveva la rugiada del mattino
Tutti, radunati ai piedi dell’altare ripetevano, come un mantra la nenia del sacerdote.
Poi iniziava la festa, intorno a quei fuochi, si attraversavano le fiamme con danze e canti.
Le donne si appartavano, seguite dagli uomini.
Qualche essere superiore aveva pianificato tutto, la primavera successiva sarebbe cresciuto il numero di individui in quella tribù
Per molti solstizi quel luogo fu usato dai Liguri come un grande santuario in nome di quel dio.
Il tempo passò, altri uomini arrivarono dai monti e poi dal mare, con nuovi attrezzi e nuove armi.
Gente violenta e non più rispettosa della natura.
Quei sacri megaliti divennero la materia prima per edificare le loro abitazioni in pietra e per il sedime di un’importante via di comunicazione.
Altre religioni si sovrapposero a quelle antiche venerazioni, ma sempre lì in quei luoghi fu eretto un monastero.
Luoghi sacri per sempre.
Altre litanie vennero pronunciate da uomini religiosi.
Altri canti in coro echeggiarono in quella valle, in nome di un solo Dio.