U pussu da lite

Nel 700 alcune grandi famiglie genovesi, avevano dei possedimenti terrieri, nella nostra città

Non come asservimento di ville al mare, ma come produzione, vendita e approvvigionamento ad uso, consumo personale di ortaggi e frutta favorita nella maturazione, dal clemente clima invernale della nostra città.

Varazze è protetta dal suo arco di monti dal vento di tramontana.

I venti di Libeccio e Scirocco …ed eventuali ladruncoli erano invece, ostacolati, dall’altezza delle mura che recintavano gli appezzamenti di questi terreni.

La famiglia Doria, aveva diviso gli orti della Caminata con la famiglia Camogli.

I marchesi di Torriglia, disponevano della coltivazione a fasce che scendeva dal Cavetto, sul Posu, dal Carega’, in Niquatrin e i terreni in piano del Solaro e della località Mola.

Il marchese Centurione, era quello che aveva la maggior estensione di terreni e vantava nei suoi beni, le rinomate località, Vignetta, Cian du Tunnu, u Sarsciu, e i Cend’Invrea.

Magnifici terreni vista mare, protetti a breve distanza dal monte Grosso, ideali per la produzione di agrumi e primizie ortofrutticole.

Il problema dell’irrigazione degli orti “cittadini” era risolto, per gli orti della Caminata, dall’approvvigionamento d’acqua dal Teiro, tramite il beo in località Muinetti, e da quella in arrivo dal torrente Arzocco.

Le fasce in alto, dei terreni dei marchesi di Torriglia, erano irrigati da una presa d’acqua del rio del Cavetto, tramite uno sbarramento dove ora sono le mura dell’ex diga dell’Acqua Ferruginosa.

Gli orti e frutteti della zona del Solaro e della Mola, erano irrigati dal troppo pieno del rio del Cavetto e dal rian da Moa, ma quando nel periodo estivo, l’apporto d’acqua si riduceva drasticamente, allora potevano usufruire, tramite una scigogna, di una copiosa sorgente, che sgorgava nei pressi del convento di S.Domenico , ora occultata dalla sede stradale di via Luigi Bruzzone.

I Centurioni erano quelli che avevano realizzato le opere più imponenti, per irrigare le loro coltivazioni, al passo del Muraglione è ancora visibile l’opera idraulica, demolita poi per far passare la strada che scende al Deserto, che convogliava tramite un beo, le acque provenienti dal rio Gambin, molto probabilmente direttamente nell’alveo del torrente Arenon, per poi essere riprese con una ciusa, più a valle, ed essere convogliate ai piani d’Invrea, negli orti e giardini del castello, qui il beo, aveva una discreta portata, perché , doveva fornire forza motrice ad un frantoio ad acqua.

A Cruscea de Vie questo Beo tramite una diramazione alimentava l’invaso dell’acqua Ferruginosa.

I terreni della Vignetta e del Salice, erano irrigati, tramite il convogliamento delle acque meteoriche, effettuato con la costruzione di alcune canalizzazioni lungo le pendici e l’utilizzo di una sorgente del monte Grosso i Funtanin, l’acqua era poi raccolta in grandi vasche, ancora presenti.

Stupisce ancora una volta il lavoro l’ingegno e le enormi fatiche di chi ha realizzato queste opere idrauliche senza l’apporto di nessuna macchina solo con la forza umana e animale.

Il pozzo della discordia

Un aneddoto storico, è relativo alla controversia, legata al pozzo, sopra citato, già presente in epoca medievale, appartenente alla famiglia Torriglia.

Nei primi anni duemila a seguito di alcuni lavori effettuati in via Bruzzone, sono ricomparsi i resti di questo pozzo, da me visto, erano a circa un paio di metri, al disotto del piano stradale, con alcune grosse ciappe come copertura.

Nel 700 questo pozzo e parte dei possedimenti del marchese di Torriglia furono posti in vendita.

Una sorgente nei pressi di un centro abitato, era di indubbio valore e i frati domenicani, visto la vicinanza di questo posto alla loro chiesa e convento, fecero di tutto per entrarne in possesso, fino al punto di scomunicare l’intera famiglia dei Camogli, rea di aver acquistato questo pozzo dai Torriglia e di essersi rifiutata di rivenderlo ai frati di S. Domenico.

La scomunica durò trent’anni, non si ha notizia del destino di questo pozzo, che finì per essere interrato a fine 800, quando proprio accanto al convento domenicano, fu costruita la linea ferroviaria.

Un’altro aneddoto è relativo al marchese Pietro Torriglia, ultimo discendente, nel 1908 muore in Varazze, senza eredi diretti e con il proprio testamento, lascia l’intero patrimonio al Comune di Chiavari ,con l’obbligo di impiegarlo a beneficio di un ricovero di mendicità nella villa di Preli, proprietà della famiglia Torriglia, ci furono delle controversie parentali, ma poi con atto ufficiale, erogato dal segretario comunale alla presenza del sindaco di Chiavari è inaugurata la struttura e l’organizzazione affidata alle Suore Gianelline.

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E Regatte de Pasquetta

Ringrazio Luigi Oderigo u Negrin, per le foto e le sue preziose testimonianze.

In alcuni comuni liguri, sono ancora in auge “Le Regate della Befana o di Pasquetta”

Nelle foto, in seguenza, le foto delle ” Regatte de Pasquetta ” nel golfo di Varazze negli anni dal 53 al 55

1)Classe velica 550 barca Negrin Ill equipaggio Tommaso Oderigo Leo Carattino, Andrea Gambetta.

2)Classe velica 550 anno1948 la barca di Patrone di Cogoleto u se umboso’

3)Classe velica Argus

Si può dire, che una vera e propria epoca separa queste foto, dall’odierna realtà.

Belli gli sfondi di Varazze, con la neve sui bricchi.

Erano gli anni 50, e sono visibili alcune importanti attività, come i Cantieri Baglietto alla Mola

Ma anche le armature del costruendo viadotto autostradale della Mola, sono lì a testimoniare la netta trasformazione che subirà negli anni a seguire, nel bene e nel male la nostra città.

Buona Pasquetta

A Villa Araba

Stiamo inesorabilnente perdendo quello che abbiamo avuto come eredità materiale, dalle passate generazioni

Si perde, perché non siamo più capaci di apprezzare le cose che sono da secoli lì e che nonostante tutto ancora vorrebbero raccontarci storie.

A chi interessa più il crollo di una cascina, di un muro o di un terrazzamento?

Chi si sofferma a vedere come sono state incastonate le tante pietre che formano vere e proprie geniali opere d’arte, nel mezzo di un bosco o nel Lungomare Europa?

Siamo diventati ciechi, sordi confusi, convinti da cattivi maestri che decidono per noi.

Chi oggi conosce o ha percezione dell’immenso lavoro che fu fatto nell’800, per far passare una ferrovia fra i scogli neri e bianchi?

L’attuale Lungomare Europa.

Pe quelli de Vase a Villa Araba

Postu de Scoggi e de Piccaprie.

Nelle foto gli archi dei muri di controripa, stupendi manufatti messi in opera da chi aveva il senso del bello e che si armonizzano in un ambiente naturale.

Luoghi da frequentare in silenzio e in punta di piedi, per rispetto di chi ha lasciato i segni dei suoi colpi per spaccar la roccia.

E anche la propria vita

Noi oggi godiamo di un paradiso in terra, grazie a chi ha fatto il lavoro gramo

Chi erano quelli che hanno messo in opera milioni di mattoncini nelle volte delle gallerie?

E quelle pietre passate di mano in mano e fissate bene per farle arrivare fino a noi?

Nella speranza che i posteri onorarassero il sudore e il sacrificio di tanta umanità.

L’arte è la bellezza ci sono già

Non servono opere d’arte.

Riparariamo solo quello che si guasta, per gli anni che passano.

E basta

Il Lungomare Europa conserviamolo così come ci è stato donato.

Niente più

Buona giornata

U Riparu du Muntegrossu

Riparo sotto roccia o altare pagano?

Potrebbe essere stato un luogo di culto dell’Antica Religione, questa zona nord del Monte Grosso.

Posto di passaggio, crocevia, sentieri dei contrabbandieri

Da qui si dominano tutte le cime del massiccio del Beigua.

Fu forse la presenza di indizi o la percezione di antiche devozioni che in questo luogo fu eretta un edicola votiva poi trasformata in cappella.

Ringrazio Lino Conte per la segnalazione e Francesco Canepa.

A Gescia Vegia du Pei.

Nel 1860 Pio IX era convinto che i Savoia avrebbero raggiunto l’obiettivo finale, di scardinare il potere temporale dei Papi, e di impossessarsi di tutte le proprietà che la carità cristiana dei fedeli, nell’arco dei secoli, aveva regalato alla chiesa di Roma.

Nella nostra città c’era un edificio di culto, in costruzione, da ultimare, quindi sconsacrato, a serio rischio di essere confiscato.

Poteva diventare una stalla dove ricoverare la reale cavalleria!

Chissà la frenesia per velocizzare l’avanzamento dei lavori in quel cantiere, della costruenda chiesa della S.S. Annunziata del Pero, quando nel 1861 il 17 marzo, Vittorio Emanuele II fu proclamato re d’Italia!

La costruzione era quasi ultimata, aveva ancora le impalcature, specie all’interno, dove si dovevano ultimare gli intonaci e gli affreschi.

Gli abitanti del Pero, prestavano la loro gratuita mano d’opera per camallo’, impasto’ e impilo’ de prie.

Non esistono scritti che lo attestino, ma è molto probabile che anche per l’edificazione di questo edificio di culto, il lavoro fosse organizzato in turni.

Erano i vari rioni della frazione, che chiamati secondo un programma prestabilito, dovevano con le proprie forze procurar e mettere in opera, pietre legno calce ecc.

Inevitabili gli screzi fra i vari rioni, in una sorta di voluta competizione.

Dividi et impera.

La S.S.Annunziata era una bella chiesa con architettura lineare senza i fronzoli barocchi.

Un po’ austera con la sua sagoma bianca, destinata nei secoli a dominare l’alta Valle Teiro.

Stonava quel campanile troppo corto per le dimensioni di quella chiesa.

Ma il tempo non sarebbe bastato.

Quella chiesa doveva essere consacrata il più presto possibile!

Potevano arrivare i Sardi da Savona, come era già successo nel 1836, per sedare la “rivolta dei morti” e prendere possesso della costruenda chiesa, in nome del re.

Fu in questo contesto che avvenne la burla “Du Campanin Curtu”

In una cosa i reali di casa Savoia, avevano ragione, tutti gli edifici di culto e le altre proprietà immobiliari sono stati edificati grazie al lavoro, alle offerte e ai lasciti dei fedeli.

Quindi era lecita la confisca dei beni immobiliari ivi compresi quelli di culto, iniziata dal Bonaparte, che appartenevano di diritto al popolo italiano

Oggi un immenso patrimonio immobiliare è a godimento della chiesa di Roma.

Si poteva salvare a Vegia Giescia du Pei?

L’edificio fu dichiarato a rischio di crollo, perché costruito su una paleofrana.

Dopo un secolo dall’edificazione, nel 1959, la chiesa della S.S. Annunziata del Pero fu interdetta alla fruizione pubblica.

In questa decisione, anche il ricordo ancora vivo dei 220 morti di S.Nicolò a Bajardo, quando il 23 febbraio del 1887 a seguito del terremoto, crollò il tetto della chiesa

Con la demolizione della S.S. Annunziata il Pero e la nostra città perderanno per sempre, un’altra testimonianza del loro passato.

Tutti d’accordo!

Tanto paga la Curia.

Neanche l’abbattimento di un luogo di culto scuote il torpore della nostra comunità da tempo avvezza al fatalismo dell’ineluttabilità delle cose.

Per devozione, i nostri vecchi con la loro fatica e ingegnosità edificarono questa chiesa.

Dopo 65 anni di incuria e abbandono, qualsiasi manufatto presto o tardi finisce in rovina.

Forse si doveva chiedere alla chiesa di Roma di onorare quel lascito costruito con il lavoro e con le offerte dei suoi fedeli.

Oggi resta solo la fredda cronaca quotidiana dell’attività di demolizione e di messa in sicurezza.

E niente più.

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

“Quelli sciù da Teiru”

Il sciù da Teiru era il centro economico della nostra città.

Lungo l’asta del Teiro a partire dell’Assunta fino ad arrivare alla località dei Defissi si potevano contare fino agli anni 50/70, circa un centinaio di attività commerciali, officine, alberghi e un cinema.

Varazze oltre all’industria navale e tessile aveva molte altre attività manifatturiere nel “Sciù da Teiru”.

Dove i nostri concittadini traevano il loro sostentamento dall’acqua del fiume regimentata, deviata tramite i Bei e utilizzata in ben 14 opifici e altrettante ruote a pale.

Poi, tramite trasmissioni a cinghia e ingranaggi, fornivano la forza motrice, in primis per le cartiere, ma facevano ruotare anche i Gumbi per frantoi, da olio, Muin per la farina, seghe e pialle e anche le trafile dei pastifici.

L’acqua dei Bei nel suo ultimo tragitto, irrigava infine gli orti cittadini della Camminata e della Lomellina.

Grandi Ciappe posate sugli argini dei Bei fungevano da Troggi per lavare i panni.

A meta’ dell’800 una ciusa e relativo beo serviva anche il nascente complesso industriale del Cotonificio Ligure.

Era un popolo laborioso “quello sciu’ da Teiru” abituato alle fatiche del lavoro, negli opifici, ma era anche addetto alla coltivazione de Fasce, quelle in prossimità del fiume, irrigate dalle sue acque, dove erano coltivati gli ortaggi, mentre dove non era possibile l’approvvigionamento idrico, le coltivazioni prevalenti erano quelle dei cereali.

Rian, e Peschee fornivano un’ ulteriore approvvigionamento irriguo, utilizzato nei terrazzamenti tramite Surchi, Tubbi o a Sigogna che era una leva per il sollevamento dell’acqua contenuta in un secchio.

Da e Vinvagne e Pussi era prelevata l’acqua per uso potabile.

Quasi tutti gli abitanti di questa zona, erano dediti alle suddette attività e sembra strano, per noi oggi, credere che per “quelli sciu da Teiru” il mare non rappresentava che un’enorme massa d’acqua insignificante.

U Sbatissu era una zona maleodorante, visto l’ingente quantità di posidonia, lasciata marcire sulla riva.

Quell’enorme distesa d’acqua scura e sempre in movimento, era senz’altro pericolosa, non per nulla chiamata u ma che vuol dire anche il male!

Ai bambini di “quelli sciù da Teiru” era interdetto il solo avvicinarsi alle onde e poi vigeva il detto, che prendere tutto quel sole, faceva male alla testa.

E allora meglio giocare lungo il fiume, da sempre fonte di innumerevoli avventure, molto più interessante, che una desolata e assolata spiaggia.

A un tiro di schioppo da casa e a portata di voce delle mamme, che annunciavano il pranzo di mezzogiorno o la fine della giornata e dei giochi.

Non senza le proteste dei bambini, perché erano sempre intenti a far qualcosa di non procastinabile.

Nel Teiro si poteva fare anche il bagno, e lo si fa ancora in quel suggestivo ambiente dei Laghetti del Pero.

Non mancavano neanche piccole e suggestive spiaggette.

Ma la presenza di attività produttive e la mancanza di normative per la salvaguardia dell’ambiente, erano causa di inquinamento del Teiro nelle sue acque finiva di tutto.

Anch’io sono “cresciuto” nel fiume o nei boschi di questa zona e ho già raccontato in “Un bosco un fiume e quattro amici” i giochi e le avventure i passatempi, di quella che è stata l’età più bella della mia vita.

“Quelli sciu’ da Teiro” oggi, sono gli abitanti di quella porzione di territorio, che inizia dau Puntin cun l’Arcu e arriva fin au Nasciu una località dell’Alpicella.

Oggi il termine “quelli” alquanto dispregiativo, è riferito ad una zona della nostra città, di poco pregio, rispetto al centro urbano e alle viste mare, con abitazioni strette, tra l’alveo del fiume, acclivi pendii e poco irradiate dal sole invernale.

Di quelle fiorenti attività nulla più rimane, solo la zona dai Muin a Vapure con a Savunea e altri opifici conserva la testimonianza di quel passato.

Un museo all’aperto dell’antica manifattura della nostra città da salvaguardare, da tramandare alle future generazioni.

La zona di archeologia industriale, du Muin a Vapore potrebbe diventare un’attrazione per la nostra città, ai piedi del Colle di S.Donato con la Grangia Cistercense e gli altri opifici.

E poi ci sono le allerte meteo

Oggi non è più il Teiro, eccettuato u Turtaio’ de Gambun, che rappresenta il pericolo primario, ma a far paura è un territorio, che sta lentamente franando a valle e le strade che diventano fiumi in piena, allagando e travolgendo ogni cosa.

Questa parte di Varazze è ricordata, solo a seguito dei gravi disagi subiti a causa dei nubifragi, che a cadenza regolare si abbattono sul nostro territorio.

Naturale lo stato d’animo di “quelli sciù da Teiro” ovvero di chi passa notti insonni, come il sottoscritto, durante un temporale, con l’incubo per la propria incolumità, quella dei suoi cari e per i suoi beni.

Chi risiede in questa zona è sempre critico, verso quella città alla foce del Teiro, spettatori, dell’opulenza con cui si consumano risorse pubbliche, a valle du Puntin cun l’Arco.

Rumenta, Abelinato, Sguarato, Zetto.

Nel secondo dopoguerra, il boom economico con l’industrializzazione indotto dalla ricostruzione, fu un potente fattore di mobilità interna, soprattutto dal sud al nord, ed i fenomeni migratori, dalle campagne alle città e quindi di incontro di lingue e di culture.

Quando poi nel 1962 fu introdotta in Italia la scuola media unica che innalzava l’obbligo scolastico a 14 anni, un nuovo pubblico di scolari tradizionalmente fermi all’istruzione elementare, vale a dire i figli delle classi operaie e contadine, si affacciarono per la prima volta alla scuola superiore, e questa radicale trasformazione nella composizione del pubblico scolastico non fu indolore.

La dialettofonia diffusa nelle classi popolari si abbatté sugli insegnanti della ‘nuova’ scuola media unificata cogliendoli del tutto impreparati.

Tutti questi ultimi elementi erano presenti nella società della nostra citta’ negli anni 50/60

Ricordo i pensierini delle elementari infarciti con parole dialettali e poi il fenomeno dell’abbandono scolastico, dovuto anche alla troppa rigidità del corpo insegnante.

Lungi da applicare quello che oggi è chiamato “il sei politico”la media era pura metematica, e così alcuni nostri compagni non appena raggiunti i 14 anni abbandonarono la didattica, per il mondo del lavoro, dove peraltro erano già impiegati e mai supportati in questa duplice condizione di scolaro/lavoratore dalla scuola statale, anzi a volte e di questo ne sono testimone, trattati anche in malo modo e spronati all’abbandono scolastico.

A questo proposito è bene saper che nell’elenco del registro di classe nell’ultima colonna a fianco del nome dello scolaro era scritta la professione del padre, un retaggio del ventennio fascista rimasto in essere anche negli anni del dopoguerra.

Le carenze accumulate negli anni delle elementari, poi si scontavano alle medie specie nell’uso corretto dell’italiano abituati in famiglia e con gli amici a parlar in dialetto poi si finiva per fare un miscuglio, citato da De Mauro come«un misto di dialetto e lingua letteraria», il che «val peggio dell’uso del puro dialetto»

A questo proposito mi sono inventato il termine Zenagliano, che era il linguaggio parlato, tra di noi alunni degli anni 60, termini pratici inseriti, in una frase in lingua italiana, utilizzati con efficacia e velocità per descrivere cose, azioni o ricordi, evitando così anche una problematica traduzione nella patria lingua.

Qualche parola è divenuta patrimonio linguistico correntemente usato oggi anche dalle generazioni più giovani quali rumenta, abelinato, sguarato, zetto, carruggio, tomate ecc.ecc.

Foto Archivio Storico Varagine

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24 novembre 2019

C è stato un momento particolare, domenica mattina 24 novembre 2019, che ho potuto cogliere, perché come sempre mi succede, dal 4 ottobre 2010, il giorno dell esondazione del rio Riva, passo le notti insonni a scrutare l’acqua che scende dalla parte alta di via Scavino.

Quella strada diventata, in un attimo un fiume di acqua e fango, in quel lunedì di qualche anno fa, immagine indelebile nei miei ricordi.

Alle 4.30 da qualche minuto la pioggia incessante, aveva rallentato il suo ritmo, all improvviso, una folata di vento e a seguire, dopo qualche minuto, diverse altre raffiche di tramontana, erano la prova, della rottura dell accerchiamento temporalesco, che da due giorni stava flagellando la nostra città è stato il segnale, dell imminente fine delle piogge, perlomeno di quelle più intense.

Le prime luci del nuovo giorno, svelavano le ferite inferte dal nubifragio, in primis, un ecatombe di frane, di strade invase da massi, terra, alberi da sgombrare, lo stesso scenario, anche nei comuni limitrofi.

Ma le ferite più dolorose, dovevano ancora arrivare, il giorno dopo, lunedì con l ordinanza di sgombero a causa dell instabilità del terreno, dove affondano le fondamenta, di alcune case.

65 persone dovevano abbandonare le loro case, i loro affetti i loro sogni, magari da poco realizzati, fino a data da destinarsi, in un silenzio pieno di dignità, dalle case uscivano con le valigie, in direzione dei mezzi privati o verso i mezzi della protezione civile.

Giovani coppie, giovani genitori, con la disperazione negli occhi: -Che cosa faremo ora, con il mutuo da finire di pagare e con una casa chissà se ancora abitabile?-

Anche un neonato in braccia alla sua mamma, con la curiosità nei suoi grandi occhi.

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A Bumba sutta au Punte

Verso l’una di notte, di venerdì 23 novembre del 1974, una signora in via Piave, alla finestra, sta aspettando l’arrivo del marito.

Proveniente dal centro di Varazze, vede arrivare una Fiat 600 di colore scuro, che si ferma nella curva davanti al Bar Marilena.

E’un auto rubata.

La proprietaria, Teresa Castellaro, nel pomeriggio l’aveva parcheggiata davanti alla stazione ferroviaria.

Lasciata lì, perché a suo dire i freni non funzionavano.

La signora alla finestra si incuriosisce, anche perché a quell’ora il bar Marilena è chiuso.

Dall’auto scende un giovane, sulla trentina, e con passo veloce si avvia verso Varazze.

L’uomo sparisce dalla sua visuale, per ricomparire dopo qualche minuto salire sulla 600 e ripartire in direzione del Parasio.

L’auto è seguita a poca distanza da una Renault 4 color grigio o celestino, con un grande portabagagli.

La signora vede le due auto attraversare u Punte Novu e svoltare verso via Montegrappa.

Quella 600 sarà poi parcheggiata in via Accinelli, una traversa di via Montegrappa, nel piazzale sotto al viadotto Teiro Sud, a poca distanza dalla caserma dei Carabinieri.

All’una meno venti, una violenta esplosione, distrugge la 600 e manda in frantumi tutti i vetri delle case lì vicino.

Alcuni rottami di ferro sono scagliati fin sopra il tetto del grande condominio che fiancheggia via Accinelli.

Fortunatamente i piloni del viadotto autostradale non subiscono danni.

Le indagini stabiliscono che l’innesco è stato effettuato con una miccia a lenta combustione.

Quella di Varazze sarà l’ottava di dodici bombe di stampo fascista fatte esplodere a Savona e provincia a fine 1974 inizio del 1975.

A differenze di tutte le altre bombe fatte esplodere nel tardo pomeriggio quella di Varazze è fatta deflagrare di notte ed è la prima volta che viene usata un’auto bomba.

Tratto dal libro di Massimo Macciò “Una storia di paese” le bombe di Savona 1974/75.

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U Garbu d’Invrea

Il più grandioso e stupefacente manufatto, della nostra città si trova nell’estremo levante di Varazze.

È la galleria Invrea lunga quasi 300 metri, dell’ex tracciato ferroviario Genova Ventimiglia

Scavata a metà dell’800 a mano, e con la polvere da sparo, in ta pria neigra d’Invrea.

Le meraviglie di Lungomare Europa ( pe quelli de Vase A Villa Araba) non sarebbero usufruibili oggi, senza l’ex ferrovia ottocentesca, grandiosa opera che nella parte di levante di Varazze, annovera 9 gallerie, 7 ponti, muraglie di sottoscarpa e sottotipa.

Galleria S. Caterina I (m 26,70)

Galleria S. Caterina II (m 21,00)

Galleria Madonnetta (m 57,00)

Galleria Valsassina (m 125, 60)

Galleria Pescatori (m 92,00)

Galleria Invrea (m 290, 65)

Galleria Forno (m 97,45)

Galleria S. Giacomo (m 70,00)

Galleria Maddalena ( m 40,70)

Si conoscono i nomi dei signorotti locali, che fecero deviare per capriccio o per averne vantaggi il percorso della linea ferrata.

Ma chi erano invece quelli che materialmente hanno scavato queste rocce?

Nessuno ha curato la loro memoria.

Nessuno ha mai fatto i loro nomi la loro storia, raccontato delle loro vite grame, a perdere, nel buio di una galleria o nelle armature di un ponte.

Meschinetti orbi de fatiga cun u buttigiun de vin, pe nu senti’ fatiga, duu e disperasiun.

Cuntenti de sciurti da quellu garbu pe un toccu de pan e pe do’ na scheno’ in ta pagiassa.

Non sappiamo niente di quella moltitudine di operai e minatori, è taciuto, forse per vergogna o mai annotato, quanti di loro perirono per scavare queste gallerie

Del loro passaggio terreno, ci sono rimasti i segni dei loro attrezzi, scolpiti in ta pria neigra d’Invrea.

Dove le luci illuminano le Gallerie troveremo la loro fatica.

E anche se ci soffermeremo a pensare, alla vista di quei segni lasciati nella roccia, non riusciremo mai a capire tutto l’immenso lavoro e fatica, per fare questa grandiosa opera.