I Trei Nicci

La vecchia viabilità che da Casanova sale verso Campomarzio/ Faje, incontra Via Canavelle in località Trei Nicci

Qui l’Antica Religione aveva i suoi riti in questa Cruscea de Vie “u se ghe sente”

In questo luogo l’uomo antico udiva le voci dei suoi antenati e poneva il figlio neonato nelle tre nicchie scavate nella roccia a contatto della madre terra, per averne la protezione.

I cristiani presero possesso di questo luogo di culto erigendo una gigantesca edicola votiva chiamata i Trei Nicci.

E Anime da Grangia na Carampa-na e Strie e na Prinz Verde

La zona du Muin a Vapure è l’ultimo luogo di silenzio della nostra città, un posto dove il tempo si è fermato.

Qui regna il degrado, la rumenta l’oblio degli uomini.

La lelua, è riuscita a nascondere anche quel grande arco della Grangia, un capolavoro unico nel suo genere.

Dimenticato da tutti

Ma anche questo edificio era delle anime.

Quando un nicciu una casa un rudere come oggi è la Grangia ha un collegamento con le anime dei defunti, allora bisogna sempre chiederci che cosa c’era o c’è da nascondere.

L’edificio delle anime in Cantarena de Rensen era così chiamato perché la gente doveva girare al largo e non preoccuparsi dei rumori all’interno dove la notte si produceva la carta venduta sottobanco.

U Nicciu de Anime lungo la strada Vegia de Castagnabunna era così chiamato perché luogo di incontri amorosi e quindi non dovevano esserci occhi indiscreti da quelle parti.

Anche noi bambini del Sciu da Teiru, avevamo lo spauracchio delle anime che in questo caso indossando un lenzuolo erano chiamati fantasmi!

Era nella Grangia dall’altra parte del nostro fiume.

I muri laterali ancora parzialmente eretti di questo grande edificio medievale, impedivano di vedere che cosa si celava di così inquietante al suo interno.

E quel grande arco le dava un che di sacro e forse chissà magari nel XI secolo era veramente una chiesa, ma gli storici ci dicono tutt’altra cosa.

La Grangia era funzionale agli interessi terreni, nel vero senso della parola, dei Cistercensi grandi costruttori imprenditori e sfruttatori di mano d’opera.

Nel 1961 c’era stato l’eccidio di Kindù in Congo era ancora vivo il ricordo di quella strage di italiani e allora si era sparsa la voce, che nella casa da Suia, ci abitavano dei congolesi, che nell’immaginario collettivo, era ancora l’atavica paura dell’uomo nero

C’era qualcosa da nascondere in quella casa?

Probabilmente si, perché per rafforzare la tesi, si diceva che quel grande prato, vicino alla casa dopo il bosco, dove noi bambini scavezzacolli eravamo di casa, era ancora infestato da bombe antiuomo residui della guerra.

Lina Ghigliazza, mi ha raccontato della figura mitologica da Carampa-na che viveva nelle peschee e in ti buttassi ed era il terrore di lei e degli altri bambini.

A Carampan-na secondo i racconti degli adulti allungava le zampe ben oltre il bordo della peschea o del butassu per afferrare le esili gambine dei bambini e trascinarli nell’acqua putrida di quegli invasi senza fondo.

A ripensarci, invece chissà quanti bambini avrà salvato anche solo nominandolo, quell’animale mitologico!

Il terrore che incuteva, li teneva ben lontani dalle innumerevoli peschee che rappresentavano un pericolo mortale per i bambini, perchè tutte prive di protezione anticaduta.

La paura da Carampan-a aveva sortito l’effetto voluto dagli adulti!

Sempre Lina mi ha raccontato che c’era anche a Ca du Diau.

All’inizio della discesa della Via Romana, dove strani segni e anche del sangue erano apparsi sui muri e si udivano voci incomprensibili.

Ma era un diversivo per tener lontano le persone, specie i bambini, da quella casa dove c’era un centro di smistamento di materiale di contrabbando.

E poi strani episodi come quello di quei sfortunati ragazzi delle Sevisse, che uscirono a stento da un bosco di rovi e il giorno dopo videro la vicina di casa piena di graffi in volto e sulle braccia.

Era la prova che le streghe erano anche lì in quel posto sperduto.

Le streghe….. erano rimaste nell’inconscio collettivo e a distanza di secoli, ancora la gente presente al rogo dei falò in onore di vari santi, applaudiva sempre quando il fuoco raggiungeva la biondina, una bambola messa in alto al centro a simboleggiare la strega data alle fiamme.

E quelle scie lasciate nel cielo dai primi aerei di linea?

Erano le streghe che passavano sopra le nostre teste!

Famosi e divulgati dalla stampa i misteriosi sospiri che si udivano nella vecchia chiesa del Pero, sconsacrata e pericolante.

La cosa andò avanti per un bel po’ attirando torme di curiosi, impossibile trovar parcheggio nei dintorni di quell’ edificio di culto!

Appena faceva buio il sagrato della chiesa si riempiva di giovani forse più interessati ad altre cose, ma pronti a far silenzio quando ad un certo punto…. si sentivano strani sibili provenire dalla navata della chiesa.

Dissero poi che era una coppia di rapaci notturni gufi o barbagianni, che avevano nidificano all’interno di quella chiesa abbandonata.

Ma c’è chi al Pero ride ancora oggi, quando racconta degli scherzi che da giovanetti facevano nascosti in quella chiesa non visti dagli astanti.

Regalavano un po’ di cose da raccontare a tutta quella moltitudine di gente venuta appositamente per assaporare il brivido della paura.

E poi c’erano le cose sfigate, come la Prinz Verde!

Non appena era vista, fra noi ragazzi degli anni 70 si scatenava il panico e ognuno, nel fuggi fuggi generale, cercava di scaricare la negatività che aveva ricevuto da quell’auto, toccando chi aveva vicino gridando ” Tua”!

E poi ci sarebbe da elencare tutti i gesti scaramantici ancora in uso, come quel numero 13, assente nelle numerazione delle cabine dei bagni marini della nostra città, e poi ancun

– Nu passò a spassuia in se scarpe a un fantin

– Porta ma giò u pan in sa toa

– Nu tegnì u pegua avertu in ca

– Attentu au gattu neigru

E poi ancora molti altri gesti scaramantici e invito chi ha avuto la pazienza di arrivar fin qui a leggere, di portare il suo contributo per compilare questo elenco.

Grazie!

Nessuna descrizione della foto disponibile.

A Madonna da Prea

L’edicola votiva della Madonna della Pietra nella località Vallerga ad Alpicella, è costruita sopra un monolite di ofiolite, a lato della strada verso Stella S.Martino.

Nella nicchia c’è una statuetta del Bambin di Praga, e una formella biancoblu’ tipica delle fornaci di Albisola.

Nella ceramica è rappresentata l’apparizione Mariana ad Antonio Botta a S.Bernardo in Valle a Savona.

È probabile che questo monolito solitario, posto in una zona panoramica e dominante, fosse luogo di culto di un antica religione, forse una pietra altare.

Lo testimonia la profonda incisione a V sopra cui è stata edificata l’edicola.

Un mattone funge da inginocchiatoio

Una peculiarità dei nicci del nostro entroterra è la presenza nei dintorni, delle cosiddette Pose, cumuli di pietre o grandi pietre piatte, dove poso’ na belain-a de fen, legna, anche pigne pe a stiva.

Dirimpettaia a questo niccio nascosto dalla vegetazione c’è uno di questi manufatti.

Chi “camallava” si fermava per qualche minuto per riposare, con la scusa o per devozione, davanti a un niccio

Ben poche, sono le edicole votive che conservano nella nicchia, la statua originale della Madonna o del Santo a cui erano dedicate.

Erano ben protette dalle intemperie e dallo scorrere del tempo, eppure sono scomparse, trafugate perché si era sparsa la voce che potevano aver un qualche valore commerciale?

Un gesto increscioso

Un valore certo l’avevano era quello affettivo di un ex voto o di uno scampato pericolo.

Madonette posate in una nicchia da chi un giorno ha visto arrivare un figlio tornato dalla guerra o per la guarigione di una persona.

Nicci, duvve ghe dan recattu cun sciue e lumin.

Persi in ti boschi pin de lelua e de ruvei.

In simma na munto’, viscin a un punte, pe devusiun o pe un vutu.

Ma tutti cun na storia da cunto’

Nicci sensa madunetta

Gente gramma sensa segnu’ han purto’ via un ricordu, un vutu fetu pe quarchedun.

I Seccau da Tranta

È un tappeto di ricci, castagne e foglie secche, il percorso triangolo rosso, che si inerpica, con un ripido tracciato lungo le pendici del Bric Vultui.

Castagne di un marrone lucido, sgusciano dai ricci e cadono dagli alberi, sopra un Ciappin de Prie.

Era questa una Stra da Lese, che proveniente dal Sassellese, scendeva dal Beigua.

Lunghe file de Bo Cabanin, con i loro carichi di legna, attraversavano u Lunò, Montebe’ e Priafaia, arrivavano al Poggio, da qui giù, verso la Ceresa o dal Voltui, con una vertiginosa discesa per arrivare al centro dell’Arpiscella.

Legna che transitava, per soddisfare gli onnivori cantieri per navi, sulle spiagge di Varazze.

Poi quell’epopea finì.

Restò l’economia locale, del bosco e delle praterie.

In questo pendio trasformato in terrazze, dominava la coltivazione della castagna, vitale fonte di cibo.

U Castagne’ da Tranta era un giardino, non un frutto andava perso, anche il fogliame serviva.

Latte e castagne è stato il binomio che ha sfamato il nostro entroterra.

Rustie, ballette, veggette.

Questo prezioso frutto, estratto dal suo involucro, doveva essere essiccato, per poter essere conservato.

L’importanza di questa economia, lo si evince al cospetto delle centinaia di Seccau, sparsi nei nostri Bricchi.

Costruzioni quasi invisibili, celate in modo naturale, perché costruite con la stessa pietra che calpestiamo.

Siamo alle pendici del Bric Vultui

Enormi massi impilati, pietre fitte e a punta, antichi recinti che cosa c’era prima delle castagne?

Abbiamo perso storie, come quelle che si sentivano intorno a un falò, a mangio’ e Rustie.

Memorie perse, quelle dei nostri vecchi, che avevano la saggezza e parlavano di fatica e di privazioni.

Restano i Seccau, monumenti di un patrimonio abbandonato.

Costruiti o ricostruiti con la tecnica celtica, de Ca de Paggia.

Come ci avevano insegnato, duemila anni fa, quegli uomini biondi venuti del nord.

Chi oggi si trova a percorrere il sentiero triangolo rosso, con un po’ di ulteriore fatica, può lasciarlo, scavalcare le carcasse d’albero, per godere da vicino di queste vere e proprie opere d’arte.

Non servono più le parole, bastano le foto che allego a questo articolo

E d’altronde, non saprei come descrivere, quello che provo a sfiorar queste pietre, pensare chi erano, forse dei maghi, quelli che trasformarono semplici pietre, in meraviglie.

Buona Giornata

La Fornace di Costata

Lo scoglio d’Invrea e la foce dell’Arenon (Portigliolo), erano ostacoli troppo ostici da superare anche per gli ingegnieri romani.

E così da Genua per arrivare al Castrum del Parasio si inerpicarono Sciu dai Bricchi costruendo una strada il cui tracciato è ben descritto da Pietro Rocca nei suoi studi sulla tavola Peutigeriana.

Nel 1870 fece diverse escursioni nel nostro entroterra cercando le tracce di questa viabilità

Il tracciato “costiero” di guesta viabilità da Genua arrivava a Sciarborasca, raggiungeva la nostra città, inerpicandosi dalla Mugiarina trasversalmente fino al Bric Meazze poi verso Costata

Con un percorso a tornanti si inerpicava lungo le pendici dell’Arenon arrivava alla Costea, in vista del mare di Ad Navalia

Da qui si scende ancora oggi verso la nostra città per la via Bianca.

Dalla Costata una diramazione scendeva, verso il rio omonimo qui al limitare di un un prato, si erge ancora oggi, un bellissimo edificio in pietra è una fornace da calce, con in basso i classici cunicoli, dove, la calce al termine del suo percolato, era estratta.

Bella imponente sgraziata nelle sue forme perché una costruzione per uso industriale non doveva soddisfare alcun senso estetico.

Doveva essere funzionale allo scopo per cui fu edificata, robusta e razionale.

La presenza di numerosissimi cocci e manufatti di argilla cotta, fa pensare ad un riciclo postumo come fornace per mattoni.

Un provvidenziale tetto in tegole, ha preservato questo edificio dalle ingiurie del tempo, ma non dal disinteresse della nostra comunità !

Testimonianze tramandate, da chi abitava in questa zona, fa ritenere che questo l’opificio, fosse in funzione, ancora nel XVII secolo, il periodo di edificazione delle case in questa vallata.

È probabile che fosse una proprietà dei Centurione Invrea.

Ma forse, furono proprio i romani, i primi ad arrostire pietre in questa fornace, per poi trasportare la calce a Ad Navalia

Resti di altri manufatti in pietra in questa zona, indicano la possibile presenza di altre lavorazioni, fatte in loco.

E’ molto probabile che da questa fornace, fu estratta anche la calce, servita per costruire l’Eremo del Deserto e le poderose mura che circondano la proprietà della chiesa.

Tracce dell’antica strada romana, lastricata dalla canonica larghezza di 2,40 metri, si trovano in un prato in direzione del rio Arenon.

Ma la vegetazione, particolarmente rigogliosa e un movimento terra, le ha quasi cancellate.

E’ arduo avanzare, facendosi largo tra arbusti e rovi e come spesso succede, devo seguire un sentiero marcato dagli animali selvatici.

Oltrepassato il corso d’acqua, incontro altre tracce di lastricatura della strada, poi delle poderose mura, costituite da grosse pietre e poco oltre, in uno spiazzo, un “mucchio di pietre”

Queste pietre molto probabilmente facevano parte del sedime della strada a servizio della Fornace che si inerpicava verso a la Costea e che poi raggiungeva la nostra città.

Esplorando questa zona sono molti gli alberi abbattuti, sopra dei terrazzamenti, molti sono sradicati penso dal vento.

Un tronco è carbonizzato e si erge al centro di una fascia, altri ceppi sono con molte ferle in bella vista.

È arduo proseguire, sono i rovi ad ostacolare il mio avanzare provo a seguire un’altra bozza di sentiero che si addentra verso una fitta boscaglia.

I Pestapota

Capita, quando si gira in auto o moto, di sostare nella piazza principale, dei paesi arroccati sui bricchi, del nostro entroterra.

Nella piazza principale c’è sempre un bar, per un caffè, pisciare.

Se il tempo lo permette, ci sono anche dei tavolini, all’esterno dove far due chiacchere con i compagni di viaggio, all’ombra di un olmo.

In ognuno di questi paesi, è presente un monumento ai caduti.

Al centro di una piazza o ai lati della via principale.

Faccio sempre qualche foto e leggo i nomi.

A volte c’è anche l’anno di nascita e di morte.

Vien da piangere a calcolare quel lasso di tempo.

Stroncare una giovane vita equivale a cambiare il corso delle cose per sempre.

Le propagande di re e di regime, volevano le donne fattrici di una gloriosa gioventù.

Eccola qui quella gloriosa gioventù, incisa in nero sul candore di una lapide.

Troppo alto è stato il contributo di gioventù, per due inutili, sanguinose guerre, che è stato prelevato da questi paesi!

Re e regime cercavano proprio loro, i pestapota, contadini o boscaioli, già avvezzi a far vita grama, meglio se poco, o per niente istruiti.

Naturalmente devoti a qualche santo, a cui rivolgersi quando tutto era perduto.

Chi scampò alle sabbie africane, aveva già visto troppo sangue e tanti.amici fatti a pezzi.

Aveva capito che la guerra era già persa dopo due anni dal suo inizio.

Preferì automutilarsi che indossare nuovamente una divisa.

A Sassello, un giovane in lacrime, poso’ una mano su un ceppo e si amputo’ le dita, il papà di Jhon Ratto si fece estrarre tutti i denti, Ghigliazza Benedetto si rovesciò una pentola d’acqua bollente su di una gamba.

Portarono le conseguenze per tutta la vita di quei gesti disperati.

Ma vissero in pace e fecero crescere dei figli.

Nella foto il monumento ai Caduti all’Alpicella.

I Pestapota

Capita, quando si gira in auto o moto, di sostare nella piazza principale, dei paesi arroccati sui bricchi, del nostro entroterra.

Nella piazza principale c’è sempre un bar, per un caffè, pisciare.

Se il tempo lo permette, ci sono anche dei tavolini, all’esterno dove far due chiacchere con i compagni di viaggio, all’ombra di un olmo.

In ognuno di questi paesi, è presente un monumento ai caduti.

Al centro di una piazza o ai lati della via principale.

Faccio sempre qualche foto e leggo i nomi.

A volte c’è anche l’anno di nascita e di morte.

Vien da piangere a calcolare quel lasso di tempo.

Stroncare una giovane vita equivale a cambiare il corso delle cose per sempre.

Le propagande di re e di regime, volevano le donne fattrici di una gloriosa gioventù.

Eccola qui quella gloriosa gioventù, incisa in nero sul candore di una lapide.

Troppo alto è stato il contributo di gioventù, per due inutili, sanguinose guerre, che è stato prelevato da questi paesi!

Re e regime cercavano proprio loro, i pestapota, contadini o boscaioli, già avvezzi a far vita grama, meglio se poco, o per niente istruiti.

Naturalmente devoti a qualche santo, a cui rivolgersi quando tutto era perduto.

Chi scampò alle sabbie africane, aveva già visto troppo sangue e tanti.amici fatti a pezzi.

Aveva capito che la guerra era già persa dopo due anni dal suo inizio.

Preferì automutilarsi che indossare nuovamente una divisa.

A Sassello, un giovane in lacrime, poso’ una mano su un ceppo e si amputo’ le dita, il papà di Jhon Ratto si fece estrarre tutti i denti, Ghigliazza Benedetto si rovesciò una pentola d’acqua bollente su di una gamba.

Portarono le conseguenze per tutta la vita di quei gesti disperati.

Ma vissero in pace e fecero crescere dei figli.

Nella foto il monumento ai Caduti all’Alpicella.

A Bansa

Chissà perchè, ma a commento delle foto mi andava uno stralcio di “Strada Facendo” di Baglioni

Io ed i miei occhi scuri siamo diventati grandi insieme

Con l’anima smaniosa a chiedere di un posto che non c’è

Tra mille mattini freschi di biciclette

Mille più tramonti dietro i fili del tram

Ed una fame di sorrisi e braccia intorno a me

Io e i miei cassetti di ricordi e di indirizzi che ho perduto

Ho visto visi e voci di chi ho amato prima o poi andar via

E ho respirato un mare sconosciuto nelle ore

Larghe e vuote di un’estate di città

Accanto alla mia ombra nuda di malinconia

Io e le mie tante sere chiuse come chiudere un ombrello

Col viso sopra il petto a leggermi i dolori ed i miei guai

Ho camminato quelle vie che curvano seguendo il vento

E dentro a un senso di inutilità

E fragile e violento mi son detto tu vedrai, vedrai, vedrai……

foto di Giovanni Parodi “U Gianballetta”