Ringrazio Luigi Oderigo u Negrin, per le foto e le sue preziose testimonianze.
In alcuni comuni liguri, sono ancora in auge “Le Regate della Befana o di Pasquetta”
Nelle foto, in seguenza, le foto delle ” Regatte de Pasquetta ” nel golfo di Varazze negli anni dal 53 al 55
1)Classe velica 550 barca Negrin Ill equipaggio Tommaso Oderigo Leo Carattino, Andrea Gambetta.
2)Classe velica 550 anno1948 la barca di Patrone di Cogoleto u se umboso’
3)Classe velica Argus
Si può dire, che una vera e propria epoca separa queste foto, dall’odierna realtà.
Belli gli sfondi di Varazze, con la neve sui bricchi.
Erano gli anni 50, e sono visibili alcune importanti attività, come i Cantieri Baglietto alla Mola
Ma anche le armature del costruendo viadotto autostradale della Mola, sono lì a testimoniare la netta trasformazione che subirà negli anni a seguire, nel bene e nel male la nostra città.
…”fatto ultimo giorno dell’anno 31 dicembre 1883 Giuseppe”
E’ scritto con il lapis su questa lastra di legno di castagno, trovata mentre restauravo un mobile.
Questa scritta ci porta in un altro mondo, quasi 150 anni fa, dove non si celebravano come oggi i fasti di fine anno.
Ma era il lavoro il centro della vita di tutti, forse l’unica felicità di quel giorno è stato quello di terminare quel manufatto, che avrebbe garantito un po’ di tranquillità economica ad una famiglia in quel lontano 1883, con un Italia fresca di giovane patria, ma inconsapevole del suo futuro incombente di sanguinose guerre.
Non sapremo mai chi era quel “bancalaro” che scrisse questa frase, mi piace pensare che sia vissuto a lungo e che la sua famiglia, abbia prosperato, facendo il falegname.
Questo lavoro, per me e per il mio papà, u Gino, che me lo ha insegnato è il più bel mestiere del mondo, ” u banco’ ” in zeneise.
Questa è la prefazione di un racconto, “Gli Autoscontri”
Lo dedico a Giorgio, grande e sfortunato amico mio
A lato della pista c’era il tiro a segno quello con il fucile ad aria compressa, anche qui vigeva la competizione, il tiro a segno era attrezzato con una fotocamera, che scattava una foto quando si riusciva a colpire con precisione un pulsantino posto al centro del cartoncino bersaglio, che era consegnato al tiratore al termine della prova.
Una sera fui particolarmente fortunato e presi in pieno il centro del bersaglio, ma la foto non scattò, allora in accordo, non ricordo con chi delle tre sorelle Valetti, simulai un altro tiro mentre lei fece scattare il flash, conservo ancora quella foto con il mio caro amico accanto.
Di solito a fine gennaio ritornavano gli “stanchi camion” il luna Park era smontato e riportato in deposito a volte restava ancora per qualche settimana il palazzetto, poi anche lui sgombrava il parcheggio.
Niente più musica, luci, voci, sorrisi, risate sul “ponte”
Poi purtroppo si cresce e quell’età ingenua e spensierata, con l’animo leggero, finisce e così a poco a poco ci si allontana da quello che era per noi un piccolo mondo.
Oggi resta il ricordo di quelle giornate, quando il sole calava e se ora chiudo gli occhi, ritorno indietro rivedo il mio amico, musica, luci, volti, sorrisi, risate.
Altra gente oggi sugli autoscontri altre storie e domani chissà, altri ricordi.
Quella traccia di sentiero finiva lì, dove c’erano i Gaseolli.
Sopra na Vegia Sbiggia a picco sull’Arsoccu.
Dovevamo ritornare indietro ma c’era il sole e si stava bene, e così siamo rimasti un po’ lì a mangiar Gaseolli.
Io Francesco e Dino in una bella e soleggiata mattinata di dicembre.
Con nello zaino i panini con la mortadella de Bianca.
Nell’alveo dell’Arsoccu.
Siamo alla ricerca di Troggi dove andavano a lavare donne e bambine dalla Costa di Casanova.
Si attraversa la località i Liè verso l’Arsoccu
Scendendo si incontrano a Ca de Gritte e poi la suggestiva Ca du Rian.
Poco prima di alcune rampe che in breve portano nell’alveo del torrente.
A terra, alcuni spezzoni di tubo quello che prelevava l’acqua dall’imponente sbarramento della Ciusa dell’Arsoccu.
A poca distanza dalla diga, in sponda sinistra, c’è na Ciappa e una vasca dove con un apporto continuo d’acqua erano lavati e sciacquati i panni.
Ma quasi completamente ricoperta di vegetazione e di terra non era possibile accorgersi che era proprio lì quello che stavamo cercando!
Torneremo per ripulire a Ciappa e togliere i sedimenti dalla vasca.
Per le operazioni di lavaggio, era probabilmente utilizzato un altro sbarramento a valle della diga.
Finito di “fare il bucato ” donne e bambine dovevano fare il percorso inverso in salita con i Bassi’ pieni di lenzuola da far asciugare sull’erba al sole.
Ma la strada era lunga, prima di arrivare nelle case della Costa.
La zona è fortemente antropizzata, un bello Ciappin risale la sponda sinistra verso a Cruscea de Stradde, mentre la sponda destra dell’Arsoccu è completamente terrazzata fino alla base du Muntadò.
Terra strappata ad un’acclive pendio, milioni di pietre impilate, immani fatiche, per formare centinaia de Fasce.
Presso a Ca du Rian alcune pietre fitte, fungono da paracarro per e Lese che saliscendevano il fiume.
A Ca du Rian è un bell’esempio de Ca de Prie, fa parte anche lei di quell’immenso patrimonio di manufatti in pietra presenti sulle alture della città.
È ora di ritornare.
Dino aveva il compito più importante “cammalare” lo zaino con i viveri.
E’ quasi mezzogiorno è l’ora di quei panini con la mortadella.
Siamo nel sagrato della chiesa di S.Caterina delle Ruota.
Dove esiste l’unica vera Pietra d’Inciampo della nostra città.
La lapide in facciata della chiesa, con i nomi dei fratelli Accinelli e Piombo.
Abitavano in questa zona, dove furono catturati.
Sterminati in un campo di lavoro, poco tempo prima, della fine della seconda guerra mondiale.
Ringrazio Francesco e Dino miei compagni alla ricerca di un altro pezzo di storia della nostra città
Ringraziamo Ambrogio Giusto per la sua collaborazione e per la messa a disposizione del posto auto.
Si possono vedere o percepire luoghi, che nascondono o indicano la presenza di antichi riti religiosi.
L’Antica Religione, venerava gli Spiriti della natura e quelli dei propri Antenati.
La concezione della vita dopo la morte era molto libera.
Da un aldilà non ben definito, alla reincarnazione, che porterebbe a rinascere come membro della propria famiglia, o a diventare uno Spirito della Natura.
All’interno della Vecchia Religione, erano celebrate alcune feste o incontri sacri, chiamati Sabba, in giorni particolari.
Quattro Sabba maggiori (2 febbraio, 30 aprile, 1º agosto e 31 ottobre).
Quattro Sabba minori, che coincidono coi solstizi e gli equinozi, chiamate anche feste del Fuoco.
Tredici feste Lunari in corrispondenza della Lune Piene («feste dell’Acqua»)
Per la maggioranza dei praticanti della stregoneria, esisterebbe inoltre una naturale continuità tra magia e religione.
Ma non era una magia mirante a controllare o comandare, ma una pratica che crea e comunica in maniera spontanea, in un mondo incantato, organico e vivente.
E’ vero che ogni luogo di lavoro, di svago, di culto ecc. conserva impercettibili o violente tracce dei trascorsi umani.
Chissà che cosa è rimasto, fra le mura di quel vecchio Night, di quelle tante storie che nessuno più ricorda.
Serve chi ci racconti di un tempo passato, quando in uno dei più bei locali da ballo, della nostra regione, il sabato sera, ad un’ora prestabilita, un’umanita’ in marcia, anche da località remote qui convergeva.
Per molti, era luogo di appuntamento o per trovare l’anima gemella, ma c’era chi chiedeva di entrare per cercare una persona e all’entrata lasciavano fare.
Per invogliare le ragazze, il loro biglietto costava meno.
Quasi sempre, erano due le amiche che scendevano le scale, per arrivare alla pista.
Indugendo per vedere, se c’era qualche volto conosciuto e dove erano dei divani liberi.
Nei conosciuti, c’era anche chi le stava aspettando.
Nel buio dei divani, si facevano conoscenze, quasi mai il finale della serata, era scontato.
Sincere le storie di chi, uscito dal locale, ebbro di bellezze.
In tempo di raccolta di olive è d’obbligo, una n.d.r. sull’uso universale a scopo medicamentoso dell’olio di oliva.
Negli anni 60/70 questo unguento miracoloso, era ancora usato per lenire ogni sorta di lesione cutanea o disturbo del metabolismo,ad esempio i temibili “vermi”intestinali che stranamente, in quegli anni infestavano tutte le interiora della popolazione sopratutto, quella giovanile, facendo la fortuna, dei guaritori itineranti.
Gli interventi erano effettuati a domicilio, massaggiando il ventre dei pazienti che erano “segnati”, sulla pelle con una miscela di aglio e olio, intonando versi religiosi o parole incomprensibili, ricompensati al termine del trattamento, con un offerta in natura, ma anche compensati con moneta cartacea.
In caso di scottature, la cute lesionata doveva essere ricoperta d’olio e mantenuta al caldo, tenendo la parte scottata al caldo sopra la stufa.
Se poi ad essere colpito era l’occhio, con la comparsa di un semplice orzaiolo, allora bastava appoggiare l’occhio su una bottiglia e guardare all’interno dove naturalmente doveva esserci dell’olio
I temuti “orecchioni” erano curati versando nel dotto uditivo un cucchiaio d’olio tiepido, aromatizzato con un pò de Spersia.
Conversando con la sig.ra Lina classe 1927 ricorda anche un’altro metodo a cui era stata sottoposta da ragazzina, per estrapolare questa malattia.
La testa del malato, era infilata in un sacco stretto con un laccio al collo, questo sacco, poi era estratto velocemente, richiuso a palla e gettato da una scala, così facendo si ammazzava lo spirito malefico.
La mamma della sig.ra Lina era una guaritrice e lei racconta il trattamento da fare in caso di insolazione.
Sopra la testa del paziente, si poneva un piatto con un poco di acqua e qualche goccia d’olio, se l’olio si diluiva, voleva dire che il colpo di sole era stato debellato
Ma questa “segnatura” era anche chiamata a Sperlengoa e serviva per capire sel il soggetto era stato colpito dal malocchio
Le malattie dell’apparato respiratorio erano curate, con il serio rischio di scottature, tramite degli impacchi di semi di lino bollenti avvolti in panni di stoffa e appoggiati sullo sterno.
Oppure con inalazioni di vapori di infusi di sambuco o foglie di eucaliptolo, questo è forse l’ultimo rimedio ancora in uso oggi.
L’acqua o qualche miscela segreta, era invece utilizzata nel fastidiosissimo Fuoco di S.Antonio.
L’acqua era spruzzata sopra la parte colpita dalla malattia, con un rametto di foglie di lino o di rovo.
Oppure con un’ago e filo, usato come pendolo si “segnava” pronunciando la frase “San Luensu San Luensu u l’è cheitu in tu pussu e u gh’e’ restò dentru
Voglio ricordare a questo punto anche altre pratiche non inerenti ai guaritori, ma di cui conservo un vivo ricordo doloroso!
Lo spauracchio di tutti noi bambini, in caso di un’escoriazioni era la disinfestazione, effettuata con il terribile alcool denaturato, molto più doloroso delle ferite stesse!
La medicazione finiva poi con l’applicazione di polvere di penicillina, questo scongiurava il proliferare di batteri ma dopo un paio di giorni provocava la formazione di spesse e orripilanti croste che esageravano la gravità della lesione.
Come ultimo un consiglio della nonna, pratico e funzionale che può servire, in caso di febbre.
I termometri tradizionali sono sempre i più affidabili e far scendere il liquido a volte è complicato, ma basta inserire il termometro in un calzino, con la punta rivolta in basso, chiudere con le dita e far ruotare velocemente.( controllare prima che non ci siano buchi nel calzino…)
Ringrazio e pubblico questi commenti
Rosa Martini
Mi ricordo x l’insolazione l’asciugamo sulla testa capovolge un bicchiere d’acqua se bolliva passava,
i bicchieri con la fetta di patata e sopra ilcotone con l’alcool acceso, si facevano le ventose x maldischiena
Maria Ratto
Me lalla Gina de Faje curava il fuoco di S.Antonio con un’ago e filo, usato come pendolo “segnava” il male pronunciando la frase “San Luensu San Luensu u l’è cheitu in tu pussu e u gh’e’ restò dentru
Mia zia curava…l herpes labiale con i giunchi ( un erba tubolare che cresce vicino ai corsi d acqua ).
Antonella Ratto
Fumenti con l’ eucalipto ne ho fatti a brettio. Gli impiastri, così erano chiamati, con i semi di lino, dopo la prima volta, mi rifiutai con pianti e strepiti. Della polvere di pennicilina ne ho ancora i segni. Tutto il resto mi è stato risparmiato….credo
Mia nonna sulle ferite metteva la polvere delle loffe.
Ci si può credere o no, ma le credenze popolari sono un patrimonio da conservare.
Mario Craviotto
Da bambino ricordo che avevo tanto male in bocca con febbre ,i miei genitori consigliati da donne di paese hanno chiamato una signora di Castagnabuona che segnava.
Questa donna mi aveva passato in bocca una pietra per affilare la così chiamata messuia intingeva questa pietra nell’acqua del porta pietra e diceva cose che non ricordo, il giorno dopo giocavo con i miei amici
Anna Bolla
Questo prezioso articolo racchiude almeno una decina di pratiche che mia mamma imponeva in caso di problemi.Le ricordo tutte,le peggiori sono l’ olio sulle scottature con la vicinanza al calore e l’ alcool denaturato sulle ferite.Lei usava molto la cera d’ api come pomata sulle ferite e lo zucchero di latte,sciolto in acqua calda e bevuto, come depuratore,l’ olio di ricino per pulire l’ intestino o la mannite,in casa nostra non mancavano mai! Però la medicina migliore per tutto era il canto,anche se non si aveva niente una bella cantata,da soli o in compagnia faceva passare tutto! Oggi tutto questo non esiste più! Corriamo solo come matti,sempre ingrugniti e brontoloni.Viva i nostri genitori e la loro semplicità!
Francesco Bruno Faleno
I vermi… Quante volte me li hanno segnati! A Sassello la Lalla Rina, sorella di mio nonno, a Albisola un vecchietto, Paulin, che lo faceva di lavoro accontentandosi di qualche spicciolo. Vestiva in modo dimesso e quando stava per morire, metà anni sessanta, gli trovarono nel panciotto, cucito in busta, più di un milione di lire. Altri rimedi, ma questo non legato a tradizione antica, le fette di patata sugli occhi tenuti stretti da un fazzoletto di notte. Le usava mio padre quando gli lacrimavano gli occhi perché qualcuno aveva saldato troppo vicino a lui sul lavoro e gli era scappata qualche occhiata alla fiamma ossidrica
Molto interessante questo articolo Tratto da Quiliano Online che parla delle segnature.
Noi giovani degli anni 70, nei dopocena eravamo al bar per quattro chiacchiere, una bevuta, una partita a biliardo o a carte.
Si parlava di sport, donne e motori.
L’attualità di quegli anni era tutta lì.
C’erano anche le pene d’amore, si raccontava di quella ragazza che passava sotto casa e di come fare per avere un puntello, aveva forse un’amica?
Desideri, voglia di divertirsi, ma anche fantasie verso donne mature.
Cose che facevano battere forte il cuore.
Negli anni 70/80, c’era un luogo dove si potevano avere tutte queste emozioni, alla sera, sull’Aurelia da Albisola Marina a Savona.
Era il nostro puttantour, dopo una serata al bar, una cena o un film era d’obbligo passare da quelle parti a vedere le belle di notte.
Anche se in auto c’erano delle ragazze, nostre amiche ci si fermava per guardarle da vicino e chiedere le tariffe.
– Belin ma avete visto?-
-Che gambe! E le tette? Le aveva quasi fuori!-
– Dai giriamo dalla Torretta! –
Chi dice di non aver fatto dei puttantour a Savona, molto probabilmente mente
Questo tragitto, era una delle prime guide da fare, freschi di patente.
Dopocena ci si ritrovava al bar, ma a volte, verso le 10 di sera, si partiva per Savona.
Non più di tre persone a bordo e c’era un motivo
A Celle avevano tolto i passaggi a livello e nel rettilineo di Roglio, le nostre cinquecento sfioravano i 100 all’ora e poco dopo eravamo in dirittura di arrivo, dai Pesci Vivi o da Bragantini.
Arrivati in zona, si bloccavano le portiere come ci avevano consigliato, si abbassava il finestrino e le domande erano sempre le stesse, dopo i complimenti di rito, sul suo seno, le gambe, l’abbigliamento, si chiedevano prezzo e prestazioni, qualcheduno più sfrontato osava chiedere lo sconto comitiva o altre cose fantasiose.
Ma perlopiù ci si limitava a prendersene una vista da vicino e poi in base all’eccitazione del momento, si decideva se consumare o meno un rapporto.
A questo punto, come da diritto sancito, il primo ad appartarsi con la signorina, era il proprietario dell’auto.
Ma non sempre era così, a volte questo privilegio era stato contrattato con una bevuta o altro
Gli amici scendevano e aspettavano il proprio turno.
Spesso si osservava da lontano il rollio delle sospensioni dell’auto.
E si teneva conto del tempo impiegato.
Cresceva l’autostima di chi impiegava meno tempo.
Si ritornava sull’Aurelia e lei scendeva.
Il lampo di un accendino, per la più classica delle fumate.
C’era ancora tempo di un panino con la russa e una birra.
E per le canzoni stonate, sulla strada del ritorno.
St’anno per u Recagnin sun 66 anni che u tagge i cavelli!
Complimenti per questo suo prestigioso traguardo dopo una lunghissima attività iniziata nell’ottobre del 1958
Da festeggiare quest’anno anche i 90 anni della bottega da barbiere in p.zza Dante
– Puè possù andò?-
– Te fetu quellu che to ditu?-
– Sci ho spassò pe tera, passu u baccu da lavò e inverso’ a cunca in ta chintan-a –
– Va ben, alua vanni, ma mia de nu arrivò a ca cun e senugge spellè, cun stu belin de balun!-
– Nu puè ghe staggu attentu. Ciau-
Questo poteva essere il dialogo fra Antonio Recagno classe 1906 e il figlio Bartolomeo classe 1946 a 12 anni già a far bottega nel negozio da barbiere.
Ma il lavoro giovanile era cosa normale alle giovinette nel cotonificio mettevano uno sgabello sotto ai piedi per arrivare ai telai.
Mentre i giovani facevano lo stesso lavoro degli adulti.
Negli anni 60 nella nostra città erano in piena attività le industrie e gli opifici sciu da Teiru: Cartee, Muin e Frantoi.
La città contava 15.000, abitanti ma erano molti i lavoratori, donne e uomini che raggiungevano dai comuni confinanti Varazze.
Ho dumandò au Recagnin quanti barbè g’hean a Vase quarche annu fa.
U Recagnin, Salvatore, Cazzola, Infanti, Calabria, Nicola, Nino, Arduino, Buono, Triestino, Valledoria, I Fratelli, Gaetano, Ettore, Cerruti, Domenico, Ferrando e l’Orologiaio.
Poi sciu da Teiru c’erano i barbieri della domenica, Carletto in Bosin e Barile in tu Pasciu, entrambi lavoravano nei Cantieri Baglietto e tagliavano i capelli nel giorno di riposo settimanale o dopo le 18.30
Il negozio da barbiere aveva di solito due sedie e c’era sempre una sedia con la testa di cavallo per i bambini.
Ma Varazze negli anni 60/70 era anche meta di personaggi dello spettacolo e dello sport, bella gente che si facevano fare un ritocco alle loro capigliature perima delle loro esibizioni canore al Margherita o in uno dei tanti locali da ballo o da intrattenimento della città.
Recagnin ricorda i complesso musicale i Campioni clienti della bottega, con Lucio Battisti ancora in versione pre beat.
Un altro cliente famoso fu Pierino Prati che allora giocava nel Savona freguentava Varazze attirato dalle attrattive che offriva la città.
Dal 1990 u Recagnin è coadiuvato dal figlio Maurizio