U Rifuggiu da Cruscetta de Cantalu’

Dopo quello che era capitato al povero Giacomo, i parenti e quelli che lo conoscevano, gli fecero visita, con gli occhi lucidi, pieni di premure e di belle parole nei suoi confronti.

Anche i militari erano a conoscenza di quella tragedia

A partire da quei soldati tedeschi, che lo avevano accompagnato a bordo di una Kubelwagen a Savona, evitando così tutti i posti di blocco sull’Aurelia, per arrivare prima all’Ospedale.

Chissà se quei militari, avranno udito le urla di Giacomo, quando con una siringa, i sanitari, cercavano, senza anestesia, di asportare il sangue dalla cavita’ oculare, nel tentativo di ridurre l’ematoma, per salvar l’occhio destro.

Tanto dolore per nulla, l’occhio fu perso per sempre.

Giacomo aveva 6 anni.

Nel 1944 la nostra città viveva sospesa in attesa degli eventi.

Ma i delatori continuavano il loro sporco lavoro, ogni tanto qualcheduno spariva e non si sapeva che fine aveva fatto.

Furono fucilati dei partigiani e dei renitenti di leva

La guerra era già persa fin dall’inizio.

L’Italia sconfitta su tutti i fronti, dai popoli che aveva aggredito.

Milioni di morti.

Disfatta, resa tangibile, dalla perdita del controllo dei cieli di quella, che qualcheduno ancora si ostinava a chiamare patria.

Ci furono i primi bombardamenti della città e le prime vittime civili.

Fu proprio un allarme aereo, la causa di quel brutto incidente.

Giacomo, correndo per andare al rifugio, inciampò, cadde e si infilzò l’occhio, con il temperino che teneva stretto in mano, per paura di perderlo.

Il tempo poi guarisce le ferite.

Un sanmarco, con il suo cavallo saliva a portar i viveri al P.O.C. della Crocetta di Cantalupo.

Lì era stato posizionato un Posto di Osservazione Costiera, due lunghe trincee circondavano il colle.

La Crocetta era trapassata, sottoterra, con un percorso est/ovest, da un rifugio scavato nella roccia, lungo un centinaio di metri.

La cappella della Crocetta era stata abbattuta per non fornire un facile riferimento agli aerei alleati.

Quel militare a cavallo allungava un pò il tragitto passando da Muianna, per far tappa dalle case dell’Uspiò, e far salire sul cavallo Giacomo, che lo stava aspettando nei pressi della sua abitazione.

L’occhio era senza benda e solo da vicino ci si accorgeva della sua cecità.

Su quella sella, Giacomo poteva ammirare quello spettacolo di panorama, sempre più immenso, mentre il cavallo saliva di quota.

La zona militare della Crocetta, era interdetta al transito, recintata da filo spinato, minata da ordigni antiuomo a pressione e a strappo

A Giacomo piaceva il rumore degli zoccoli di quel cavallo, sulle Ciappe di quella antica strada in salita.

L’antica viabilità è ancora oggi chiamata a Stradda Rumana e oltrepassa a Cruscetta, tagliando il versante verso la Valle Teiro.

Ora il conducente era sceso e teneva le briglie.

Per Giacomo questo era il momento più bello.

Rimasto da solo a montare quel cavallo, aggrappato al corno della sella, fantasticava chissà quali avventure in groppa a quel destriero.

La strada è caratterizzata da grandi Ciappe de Pria.

Ma che uomini erano, quelli che misero a dimora quei macigni?

Un messaggio esplicito per i malintenzionati che percorrevano questa viabilità ?

A Stadda Rumana faceva una decisa curva a destra e a circa metà dell’ultimo tratto in salita c’era quell’enorme vasca in cemento dell’acquedotto, dove ogni giorno un operaio comunale vigilava il corretto fluire dell’acqua.

Nel rivolo del troppo pieno di quella vasca, il cavallo era solito abbeverarsi.

Poco prima di arrivare al pianoro c’era l’entrata di quel grande rifugio.

Protetto alla vista degli aerei, da alcuni giganteschi alberi de Pin da Pinò

Quel militare, forse un padre di famiglia, un giorno lo portò con sé ad attraversare quel rifugio.

L’adulto lo percorreva con il busto piegato in avanti, aveva tirato la cinghia dell’elmetto sotto al mento, per evitare che cadesse nelle pozze d’acqua e fango.

Anche a Giacomo fu dato un elmetto, ma troppo grande per la sua testolina.

I militari risero divertiti alla vista di quel bambino con quell’enorme elmetto

Uno di loro con l’accento sardo, accomodò quel copricapo con un’imbottitura interna.

Giacomo vide tutto il ben di Dio, che era accatastato all’interno di quella galleria.

C’era di tutto!

Poche le armi e le munizioni, quel rifugio era in realtà un grande deposito di tante cose, le più disparate, dagli attrezzi, alle minutaglie, taniche dal contenuto sconosciuto, misteriose ceste di vimini, coperte con dei teli, grandi rotoli di fil di ferro e di carta catramata, che impregnavano con un odore acre quel rifugio.

Il tunnel era lungo almeno un centinaio di metri, odor di muffa, aria umida e pesante.

A causa di alcuni crolli erano stati per prudenza sistemati numerosi puntelli, pali di legno tagliati di misura.

Fioche lampade illuminavano altri materiali lì depositati.

Muschi verde brillante, avevano colonizzato i cerchi di luce, che le lampadine proiettavano sulle pareti di roccia.

Il militare si fermava in prossimità delle pozze d’acqua più grandi e sollevava di peso quel bambino.

A metà circa si riusciva a scorgere la luce dell’uscita.

Qui l’imbocco della galleria era nel limite boscoso che sovrastava i terrazzamenti.

Per nascondere l’accesso al rifugio furono posizionate delle reti mimetiche.

Da questo punto iniziava una lunga trincea molto profonda dove una persona poteva tranquillamente camminare rimanendo in posizione verticale.

Un lavoro immane, effettuato dai militari e dalla gente del posto, sotto la supervisione della Todt, l’organizzazione tedesca per opere di difesa militari

La trincea con alcuni cambi di direzione terminava all’altezza del P.O.C

Idem dal lato opposto verso la Valle Teiro sempre una trincea molto profonda, recentemente ripristinata dall’Associazione Alpini, si dipartiva dalla casamatta del punto di osservazione, in direzione dell’altra entrata del rifugio

Oggi questa entrata è completamente occlusa da un muro di pietre a secco.

In una spellacchiata radura sotto i Pin da Pino’ alcuni militari a torso nudo rincorrevano un vecchio pallone alzando nuvole di polvere che un vento di mare spazzava via.

Era già stato in quel campetto.

In una improvvisata squadra bambini/ militari.

Giacomo era molto bravo a giocare a pallone.

Qualche anno dopo divenne titolare nel Varazze FBC.

Ma era ora di ritornare a casa.

Con una lunga vertiginosa discesa passando dalla crosa che attraversava la borgata de Cantalù.

E scendeva ai Leiun, Tasca passando da giescia di Fratti.

Saluto’ il sanmarco che lo fece scendere sciu da Teiru in ta Lumellina davanti a Sciappapria

Quella fu l’ultima passeggiata a cavallo alla Crocetta con quel sanmarco.

Giacomo attese ancora per qualche giorno, alla solita ora nel solito posto quel militare a cavallo.

Non seppe più nulla di lui.

Terminata la guerra la zona della Crocetta fu sminata.

Qualche ordigno rimase lì sepolto e qualche anno dopo fu causa della morte di Giovanni Giusto.

Le cose molto lentamente tornarono alla normalità della solita vita grama.

Un giorno arrivò un carabiniere a cercare Giacomo, trovò la madre a cui consegnò un foglio di carta.

Doveva presentarsi al comando della stazione dei carabinieri di Varazze per urgenti comunicazioni.

Che cosa poteva aver combinato di così grave un bambino di sette anni per essere convocato nella caserma dei carabinieri?

Questa fu la stessa domanda indagatoria che gli fece suo padre

Arrivati al cospetto del maresciallo, gli fu chiesto di quel rifugio, dove si trovava, ma soprattutto che cosa era depositato al suo interno.

Giacomo accompagnò il maresciallo e un altro carabiniere in prossimità dell’entrata del rifugio.

Ma all’interno del tunnel, non era rimasto più nulla.

Sparito anche quel lungo filo con tutte quelle lampadine.

Giacomo Rusca classe 1937 mi ha raccontato questo ed altro, quando bambino, fu coinvolto nelle vicende della seconda guerra mondiale.

Ringrazio Giacomo che mi ha svelato l’esistenza del rifugio della Crocetta.

Il racconto si basa su ricordi e verosimili accadimenti.

Ringrazio Francesco Canepa, abbiamo visitato, non senza difficoltà i manufatti bellici della Crocetta.

Sconsiglio vivamente, l’avvicinamento all’ingresso del tunnel, ormai quasi completamente occluso e dove incombe una grande massa di terra, pietre e vegetali, con un potenziale imminente pericolo di crollo!

Grazie a chi legge questi miei articoli!

Spero di aver con questo articolo portato a conoscenza di tutti, un pezzo di storia con le testimonianze, di un passato recente e remoto della Cruscetta di Cantalu’

Gli articoli sono di libera fruizione e possono essere utilizzati in copia, previa comunicazione e citando la fonte, in alcun modo ne deve essere modificato il testo.

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Nino Delfino

Negli anni 50 quella galleria era ancora percorribile nel suo primo tratto, poi, invasa dall’acqua, diventava troppo pericolosa. Anche noi, ragazzini curiosi, lo capivamo.

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Giuan Marti

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Buon Compleanno Patty!

Patti Smith - Because The Night

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10Antonella Ratto, Laura Brattel e altri 8

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Antonella Ratto

Adoro questa canzone!!

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Giuan Marti è con Lino Conte.

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U Riparu du Muntegrossu

Riparo sotto roccia o altare pagano?

Potrebbe essere stato un luogo di culto dell’Antica Religione, questa zona nord del Monte Grosso.

Posto di passaggio, crocevia, sentieri dei contrabbandieri

Da qui si dominano tutte le cime del massiccio del Beigua.

Fu forse la presenza di indizi o la percezione di antiche devozioni che in questo luogo fu eretta un edicola votiva poi trasformata in cappella.

Ringrazio Lino Conte per la segnalazione e Francesco Canepa.

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77Laura Brattel, Piero Spotorno e altri 75

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Geronima Picasso

di Antonella Ratto

Tratto da una storia vera, documentata nel libro ” Streghe guaritrici e preti incantatori” di Manuela Saccone e Giuseppe Testa

Anno 1551, più bel tacere non fu mai scritto, scriveva Jacopo Badoer nel 1600

Mai parole furono più giuste, per l’increscioso caso in cui si trovò Geronima, lei era una guaritrice curava con le erbe, era anche brava, ma aveva un difetto, era una gran pettegola, forse anche un pò invidiosa.

Lei, la spettegolata Benedetta di Santa Cecilia, moglie di Giovanni di Quiliano, non ci sta a fasi calunniare dalla Geronima e che calunnia!

Accusata di stregoneria?

Nel 1551?

Ma vi rendete conto?

Lesta si presentò davanti al vicario ad esporre, come Geronima indotta dal diavolo, l’ha infamata e che la strega è lei

Ed esige una pena esemplare

Benedetta si presenta in tribunale, accompagnata dal marito, perché una donna da sola, al tempo non aveva credibilità in tribunale.

E sciorina anche una sfilza di testimoni a suo favore

La povera Geronima maledicendo la sua lingua, si deve difendere Non è messa bene

Pochi giorni prima era morto Giovanni, un bimbo di quattro mesi di Bartolomeo Cagani della parrocchia di San Michele di Quiliano oggi frazione Montagna.

E’ proprio a lui, aveva parlato male di Benedetta, adducendo che il bambino fosse morto per causa sua

Durante il processo, dovete svelare i suoi segreti di guaritrice e sciorinare, come una litania, i nomi delle erbe: erba botanica e rosmarino, valeriana, erba cocca miscelata con ghiande di frassino, polvere di salvia e edera

Punte di asparago e di canna, foglie di vite, colte con sopra la rugiada.

Tutto buttato in un pentolone, lasciato a bollire nella stanza del bambino.

Il liquido, travasato in boccette di vetro scuro e fatto bere ogni tre ore

Geronima non ha scampo, viene incarcerata.

Ha la testa bassa, quando entra in quella lugubre cella.

Ma succede un fatto strano………

Un certo Vincenzo Salomone, paga per lei una cauzione di 100 scudi……100 scudi capite?

E chi li aveva tutti quei denari e per lei?

Una povera guaritrice?

La storia ha un lieto fine, nessuno fu arso vivo

Ma qualcuno si domandò, chi ci celava sotto gli abiti di Vincenzo Salomone?

Salomone esorcista

Vincenzo che vince e conquista vincente

0:00 / 4:05

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8Fulvio Semenza, Giovanni Cerruti e altri 6

Vase.

Perche’ a se ciamma cusci’?

Da sempre si narra che il nome della nostra città è legato all’asino della Sacra Famiglia, che nei tre anni della Fuga in Egitto era arrivata in Liguria.

Buona lettura!

Il racconto è scritto in zenagliano, linguaggio ibrido, parlato da noi ragazzini, negli anni 60.

Uno dei Numascelli, raccontava, pe far star buoni i figgio’ anche quelli più seotti, che maniman andavan in giu a sciatta’ a roba da mangia’, la foa di Beppe, Marinin e u Bambin, arrive’ a Vase dalla Franza, dopo la fuga d ’Egitto e a sessia du deserto dell’Africa

I figgio’ erano tutti assetati in Caabraghe, a stare a senti quellu vegiu cun a pelle cumme i baggi, per le tante primavere, che lui disceiva che si era scordato di contare, ma potevano esse 100 o 110!

A otte anche u Baciccia, u se fermava, a senti ste cose, ma tutti, anche e prie , saveivan, che stava aspettando che Cateinin a mugge de Bastian, serrava la gioscia, lui schersava cun u Numascelli e ci diceva “ma ciantila li de cuntà de musse a sti figgio’ ” e quando la gioscia era serrata, se ne andava verso i tre recanti da Cateinin, tirando dei casci alle prie e sciguandu.

A foa nu lea sempre la mescima a otte cominciava da Leicana’ quando Beppe faceva salire Marinin con il Bambin sull’ase, altre otte era già a Muntado’ e vedeiva il mare e chinava dalla via Gianca.

Dappo’ arrivato au Pasciu, e u Beppe duveiva sta attentu che li c’erano i surdatti romani che ci piaceva rostire le bestie e ci volevano mangiarci l’ase

Ma Beppe, che era diventato n’erbu da gotti, perché ci aveva un crussio grande in testa, pensandu a quellu Bambin che era sciortito biundu….. ci aveva del buon vino, preso ad Aquilianum e lo diede al centurione e cusci i romani non ci hanno rostito l’ase

I figgio’, aspettavano sempre la fine della foa.

Quando Beppe è arrivato in tu burgu e ha visto a bandea con a sivittua del capatassu, ce venuto puia e ha ditu “Malus augellus!” che poi oggi è Malocello.

“Cumme si ciamma stu burgu?” u l’ha ditu Beppe

Ma l’ase ciaveva sei e voleva ando’ a beive in Teiro, duvve ci erano destese tante lensuola sulle prie, e le donne ciavevano paura che le rovinasse e alua bragiarono forte “Va ase! Va ase!”

A stu punto u Numascelli, pe far rie i figgio’ si mettiva a fo u versu dell’ase, ma tanto ben che l’ase du mulitta, dallo staggiu, ci rispondeva sempre!

U poviu Beppe visto che le donne gli tiravan anche delle prie, se ne andetu via con l’ase la Marinin e il Bambin e quando cuntava dove era stato diceva Saona, Alba Docilia… Vase, Cogolitus.

Fu così che nacque il nome della nostra citta’! Vase!

I figgio’ a quei tempi ean contenti cun pocu, stavan ben con i vegi e ci volevano bene

La loro demua era quella del Teiro, dove fare sata’ le prie sull’equa, correre tutti insemme facendo u versu dell’ase du Beppe.

Questa a l’è a foa cunto’ da un vegiu cun a pelle cumme i baggi

Bunna giurno’ vasin

Potrebbe essere un'illustrazione raffigurante 2 persone

Wild Cat 1976

Wild Cat 1976

Il viaggio di Luigino Damonte “Luigin”

La tempesta di vento, aveva abbattuto molti alberi.

Per fortuna la pista era libera.

Ma ora c’era da attraversare la boscaglia.

Il tracciato di quella strada, proseguiva a curve alterne come a volersi districare fra le piante.

La luce del giorno, spariva a tratti nel folto della vegetazione.

Al nostro passaggio la foresta si tacitava.

Animali appesi agli alberi, osservavano curiosi la Land sobbalzare sulle gobbe e buche della strada.

Ecco una radura, dove il vento aveva sfogato la sua rabbia, un grande albero dalle poche radici, giaceva appoggiato ad un’altra pianta.

Ora la strada scendeva, per oltrepassare un piccolo stagno.

Un albero abbattuto era messo di traverso sulla strada.

Ma con un pò di manovra poteva essere aggirato

Un gruppo di indigeni, erano intenti a tagliare quella grande pianta, per trarne legna da ardere

Ci fu un cenno di saluto, poi ripresero con i loro attrezzi a martoriare quell’albero.

Alcune donne, spezzavano i rami più sottili per farne fascine.

Fecero cenno di passare.

Accostai la Land a bordo strada.

La motosega era dietro facilmente accessibile.

Presi la tanica e feci rifornimento.

Diedi un pò di cicchetti, mica potevo far brutta figura!

Il motore parti al secondo tiro di corda.

Il casino della motosega, spaventò quegli uomini che si allontanarono dall’albero.

Restarono curiosamente fermi ai bordi della radura, le donne erano sparite.

Tagliai alcuni rami e a quelli che si erano avvicinati, chiesi a gesti che pezzatura volevano.

Ma non ebbi nessuna risposta, nessun cenno.

Decisi in autonomia per un taglio del tronco di circa un metro.

In mezz’ora, quel grande albero era tagliato in tanti pezzi

Il lavoro di un giorno di più uomini con le asce.

A motosega spenta, mi accorsi di quanti occhi curiosi mi avevano osservato

Le donne erano ritornate e con loro i bambini

Avviai il motore della Land e salutai con un gesto, quella brava gente.

Alzarono tutti un braccio ma restarono in silenzio.

Passato lo stagno, dallo specchietto vidi una moltitudine di persone, tutte intorno a quei pezzi di albero.

Chissà se ancora oggi, qualche vecchio, racconterà la storia di quell’albero, tagliato a pezzi.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante motocicletta

to della vegetazione.

Al nostro passaggio la foresta si tacitava.

Animali appesi agli alberi, osservavano curiosi la Land sobbalzare sulle gobbe e buche della strada.

Ecco una radura, dove il vento aveva sfogato la sua rabbia, un grande albero dalle poche radici, giaceva appoggiato ad un’altra pianta.

Ora la strada scendeva, per oltrepassare un piccolo stagno.

Un albero abbattuto era messo di traverso sulla strada.

Ma con un pò di manovra poteva essere aggirato

Un gruppo di indigeni, erano intenti a tagliare quella grande pianta, per trarne legna da ardere

Ci fu un cenno di saluto, poi ripresero con i loro attrezzi a martoriare quell’albero.

Alcune donne, spezzavano i rami più sottili per farne fascine.

Fecero cenno di passare.

Accostai la Land a bordo strada.

La motosega era dietro facilmente accessibile.

Presi la tanica e feci rifornimento.

Diedi un pò di cicchetti, mica potevo far brutta figura!

Il motore parti al secondo tiro di corda.

Il casino della motosega, spaventò quegli uomini che si allontanarono dall’albero.

Restarono curiosamente fermi ai bordi della radura, le donne erano sparite.

Tagliai alcuni rami e a quelli che si erano avvicinati, chiesi a gesti che pezzatura volevano.

Ma non ebbi nessuna risposta, nessun cenno.

Decisi in autonomia per un taglio del tronco di circa un metro.

In mezz’ora, quel grande albero era tagliato in tanti pezzi

Il lavoro di un giorno di più uomini con le asce.

A motosega spenta, mi accorsi di quanti occhi curiosi mi avevano osservato

Le donne erano ritornate e con loro i bambini

Avviai il motore della Land e salutai con un gesto, quella brava gente.

Alzarono tutti un braccio ma restarono in silenzio.

Passato lo stagno, dallo specchietto vidi una moltitudine di persone, tutte intorno a quei pezzi di albero.

Chissà se ancora oggi, qualche vecchio, racconterà la storia di quell’albero, tagliato a pezzi.

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I Troggi de Vase

I lavatoi di Varazze

Quanti corpi de savun e strufuggi, in simma a ste ciappe, ma anche canti, tantu rie e tanti ceti.

Chissà forse l’origine del nome Vase fu dovuto ad un bucato steso ad asciugare.

Quando la sacra famiglia arrivò a Varazze

Tratto da da “Va Ase” di Giuan Marti

“Giuseppe giro’ l’ase versu Teiro, per beive na votta e domandare che posto era quel borgo di case, ma e donne aveivan destese le lensuola sulle prie, e ci avevano paura che le rovinasse e alua bragiarono forte “Va ase, va ase” che lui pensò fosse u numme du paise”

da “Va Ase” di Giuan Marti

E Bugaisce che facevano il bucato in Teiro avevano cacciato in malo modo l’asino, con cui Giuseppe era arrivato nella nostra città insieme alla Madonna e al Bambin Gesù.

Nell’Archivio Storico Varagine sono molte le foto che ritraggono donne intente a lavare i panni in Teiro.

Tanti Lenso’ distesi ad asciugare al sole.

Scapin, Miande, Fadette, Robin, Marioli, Mandilli Braghe e Scoscia’ erano lavati in ti Troggi.

Ringrazio i miei contatti di WhatsApp a cui ho chiesto di segnalarmi la presenza di Troggi, ancora visibili, spesso anche solo na Ciappa de Pria dove un tempo si lavavano i panni.

Chi ha la pazienza di leggere questo articolo, se vuole mi può segnalare altri lavatoi presenti o che ricorda di aver visto o per sentito dire a Varazze e frazioni. Grazie!

I lavatoi pubblici nel centro di Varazze erano in via Carattino tra la Centrale del Latte e la Ferrovia, nei pressi dell’Arzoccu zona di via Recagno e a San Naso’ nei pressi della salita alla Stazione.

Sciu da Teiru, nessun problema! I Troggi erano Ciappe de Pria posate sugli argini dei Bei che fornivano energia idraulica agli opifici.

Le Partite di Calcio

Tratto dal mio racconto “Olio di oliva e Cotone”

A metà anni 60 arrivo’ “gente” nuova

Li conobbi una mattina d’inverno Antonio, Angelo e Mauro e poi Massimo che era il più giovane e si aggregò a noi dopo qualche tempo.

Mio padre aveva la falegnameria ed io fornii loro il materiale per costruire spade di legno e ipotetici fucili, anche i riccioli di legno erano utilizzati nei nostri giochi.

Diventammo amici.

Sotto alla strada il “campo” testimone, suo malgrado di interminabili partite, dove neanche un filo d’erba riusciva più a crescere a causa delle nostre corse dietro al pallone.

Fra nuvole di polvere, consumando le suole di vecchie scarpe in disuso.

Il campo da calcio era in realtà un quadrato, delimitato con i riccioli di legno, prelevati dalla montagnola dove erano stati scaricati i residui di lavorazione della vicina falegnameria.

Avevamo costruito anche le due porte, con tre legni quasi diritti, fissati con lunghi chiodi, la struttura era però instabile e guai a beccare la traversa con una pallonata!

Il pallone era sempre lo stesso, bucato, era inutile giocare con un pallone nuovo, gonfio, vista la vegetazione circostante, composta prevalentemente da rovi irti di spine.

Bastava un solo fuoricampo e subito si udiva il sinistro sibilo dell’aria che fuoriusciva dai fori sul pallone!

E la regola era: l’ultimo che aveva toccato la palla, doveva poi andare a recuperarla.

Quest’operazione, a volte si protraeva per diverso tempo, a seconda della potenza del tiro e della zona d’entrata.

Avventurarsi in quei grovigli di rovi, era un’impresa ardua e una volta individuata la sfera ci si aiutava con dei legni per recuperarla, spesso si usciva strappati e sanguinanti da quell’inferno, ma pronti a riprendere il gioco.

Mi regalarono un pallone di cuoio, fu un avvenimento eccezionale, una grossa novità.

Finalmente un pallone vero, inconsciamente questo aumentò l’impegno e l’agonismo nelle nostre partitelle.

E se per caso finiva in mezzo ai rovi, nessun sibilo sinistro!

Era giallo, ma ben presto perse il suo colore consumandosi per l’uso frequente.

Disgraziatamente, dopo un lancio, terminato fuori campo, il pallone finì sotto le ruote di un’auto, esplodendo con un boato.

L’auto si fermò e il conducente che non gradiva i nostri schiamazzi, con aria soddisfatta ci restituì il pallone, o quel che rimaneva, simile oramai ad un berretto schiacciato, da cui come una lingua rosa, fuoriusciva la camera d’aria.

Giurammo vendetta, e qualche giorno dopo, individuata la sua auto, armati di chiodi incidemmo due lunghe righe su entrambe le fiancate dell’auto e per finire, anche sul cofano.

Il pallone, invece, fu

riparato alla meglio, da uno zio di mio padre, Genio, che lavorava nella falegnameria lo squarcio fu chiuso con un cordino, passante in mezzo a delle borchie in metallo.

Le borchie però con l’uso si assottigliarono e i bordi diventarono micidiali rasoi quando il pallone si stampava sulla pelle.

Neppure il buio della sera ci fermava, io e i miei amici giocavamo in notturna alla luce del lampione stradale.

Era il 1970 l’anno del mondiale di calcio in Messico, ricordo le interminabili partite, emulando i nostri eroi oltre Oceano.

foto tratta dal web

Potrebbe essere un'immagine in bianco e nero raffigurante 10 persone, persone che giocano a calcio, persone che giocano a football, persone che giocano a pallavolo e folla

Il Forte Baraccone

Questo fortificazione, da’ il nome al monte, sopra cui è stato costruito.

A metà del seicento, la Repubblica di Genova, decise di costruire questo forte e di dotarlo di una cospicua guarnigione, con lo scopo di contrastare i violenti scontri armati, tra i Quilianesi e gli Altaresi, che si contendevano lo sfruttamento dei boschi di questa zona di confine, tra i due comuni.

Il Baraccone fu poi trasformato nell’800 in batteria e dotato di un telegrafo ottico, per comunicare con il forte Settepani.

Da Altare, inizia la strada sterrata per il forte, si supera una vecchia cava in località Bocca d’Orso e si continua per un lungo tratto in piano, con una bella vista verso il mare, si devia, verso destra e a questo punto, la strada sale, per arrivare alla zona prativa della Nocetta, si svolta ancora a destra e sempre in salita, ad un bivio, si prosegue dritti e si arriva al Forte Baraccone a 649 m.

Bella costruzione seicentesca, dotata di numerose feritoie per armi da fuoco, la copertura del tetto è in pietra, c’è un’unica piccola entrata è possibile effettuare, con prudenza, la visita dell’interno, sconsigliata l’esplorazione del piano superiore, visto lo stato degradato della soletta e la presenza, inquietante, di un nido di api, in forte attività, bello il cromatismo che si crea, tra le pietre e i mattoni in terracotta, utilizzati per le volte.

Con Giorgio, si parla delle evidenti modifiche, che questo manufatto, ha subito nei secoli, ma poi, attratti da alcuni funghi “grammi” facciamo un breve giro di perlustrazione, alla ricerca di quei graditi frutti del sottobosco, che hanno attirato in un’anelata ricerca, torme di cercatori, arrivate fin quassù, in auto, con il rischio, ad ogni fosso, della rottura di qualche sospensione o peggio della perforazione della coppa olio motore!

Auto, moto da fuoristrada, qualche mountain byke, escursionisti, un paio di podisti e molti con il cestino da raccoglitore di funghi esperto, tutti convenuti nei boschi della Consevola, per i loro passatempi preferiti.

Boschi a perdita d’occhio, ecco la selva descritta dagli antichi romani!

Faggi, castagni, aceri abeti, molte le zone disboscate e le cataste di tronchi a bordo strada, un’economia silvestre, da sempre praticata in questi boschi.

Si riprende la strada, che ora segue il percorso dell’Alta Via dei Monti Liguri.

Arriviamo al Colle del Termine, da dove si dipartono le strade per le Tagliate e in direzione di Roviasca, qui è da visitare il Sentiero della Memoria Partigiana, con le grotte Comando e Rifugio, ma ci siamo attardati, nella visita del forte, decidiamo che questa sarà la nostra prossima escursione da effettuare in primavera.

Giorgio mi parla delle case, che presto incontreremo, lungo questa strada, tutte adibite in antichità, a posto di ristoro e riposo per chi transitava lungo questo tracciato.

Ci fermiamo al cospetto di queste costruzioni, oramai in rovina, chissà qual’e’ la storia, che qui è passata e chi erano le persone, che qui lavoravano e vivevano?

In un sottoscala un vecchio “ronfou” l’antesignano fornello da cucina.

Da queste strade, costruite per raggiungere le varie fortificazioni, poste lungo la dorsale dello spartiacque, si poteva raggiungere, ogni località della costa, tramite delle carrareccie secondarie, che si staccavano dalla via principale, oggi diventate strade carrabili, sono utilizzate per raggiungere Roviasca Segno, Vezzi ecc.

Il nostro secondo obiettivo, erano i secolari faggi di Benevento, ma arrivati a Colla S Giacomo, desistiamo dall’intento, per l’ingente massa di fango presente sulla strada.

Una targa, sopra un cippo, ricorda le battaglie, che in questo territorio, videro contrapposti l’esercito napoleonico, contro l’alleanza piemontese austriaca con un bel paragone storico relativo alle libertà civili e l’unione europea.

Scendiamo verso Mallare, dove ci aspetta Roby, per un gradito caffè e una chiacchierata al bar, ci lasciamo con il proposito, di una visita ai faggi a piedi, partendo da Mallare.

Molto lungo l’itinerario, per raggiungere il forte Baraccone, da effettuare in sicurezza, con l’utilizzo di un mezzo da fuoristrada, visto lo stato del fondo stradale a tratti molto dissestato.

Procedere sempre a bassa velocità, visto la presenza di molti veicoli e di persone a bordo strada.

Un’altro grazie, all’amico Giorgio per avermi guidato, a ogni bivio e crocevia, solo una volta, colpa del disboscamento che fa perdere i riferimenti, abbiamo imboccato una strada sbagliata.

Nessun problema, anche in presenza di tratti di strada molto scoscesi, con il Samurai, gentilmente messo a disposizione, per questa escursione da Alessandro, dopo aver tolto, tutta la sua attrezzatura da lavoro.

1°Novembre 1968

U Teiru quel bellissimo passatempo di noi bambini, nel novembre 1968 si trasformò in una furia devastatrice, travolgendo e trasportando tutto quello che era nel suo alveo.

Dalla cascata, aCiusa da Fabrica, erose e trasportò via, la scarpata formata nel tempo da discariche abusive di terra pietre e da chissà che cosa altro, svelando u Beo da Fabrica sepolto da tutti quei detriti.

Era il canale ben conservato, che in antichità, faceva girare un mulino per cereali e l’acqua di risulta era poi utilizzata nel Cotonificio.

Per noi bambini fu una bella novità, un’altra cosa da esplorare.

Messi gli stivali, con i miei compagni di gioco, andammo un pò in giro, arrivammo in tu Pasciu, dove l’acqua che era defluita aveva lasciato fango detriti, desolazione e tanta disperazione.

Successe alle prime luci dell’alba del 1 novembre 1968

Il Teiro in piena dopo una notte di grande pioggia, distrusse il ponte in acciaio, nella località Fratin usci’ dagli argini a Gambun distrusse il ponte dal Lagoscuu.

Dau Punte du Rissulin in tu Pasciu i vegetali trasportati dall’acqua formarono una barriera, facendo esondare il Teiro e allagando il Parasio e i Busci.

La locanda della Besestra fu semidistrutta.

Il torrente in piena superò gli argini nella Lomellina, dove era già esondato il rian di Moerana

L’ Arzocco, con il Teiro in piena, non pote’ scaricare le sue acque e allago’ la zona della Camminata.

La piena arrivò anche nella zona del Solaro

Dove ci furono due vittima a causa di elettrocuzione, Angelo e Piergiorgio Boasso panettieri.

Acqua e fango invasero i piani terra delle abitazioni.

Molte le auto fuori uso.

La forza dell’acqua, dai Pelosi, fece crollare parte del muro di sostegno della strada, nella parte alta di via Montegrappa.

Lì vicino la furia dell’acqua, trasporto’ via tutto il materiale, di quella che era una vera e propria discarica abusiva, svelando la bella opera di presa per il Cotonificio.

Dalla Ciusa da Fabbrica, l’acqua scavo’ fin sotto le fondamenta della falegnameria Baglietto Paolo, gran parte del legname, che era accatastato, fu trascinato via dall’ondata di piena del Teiro.

E mai più recuperato

Negli anni 70, era il fiume a far paura, per l’impressionante quantità d’acqua delle sue piene e quasi sempre, erano allagate le zone del Bolzino, Parasio, Lomellina e della Camminata.

Furono stanziate delle risorse dopo la tragica esondazione di Genova del 1970, eretti dei muri d’argine, rialzati e ricostruiti i parapetti di via Montegrappa, via Piave e via Emilio Vecchia.

Oggi il Teiro non è più il problema primario, in caso di nubifragio, anche a seguito della modifica del deflusso dell’ Arzocco.

Con il fenomeno delle tempeste”autorigeneranti”grandi quantità d’acqua sono liberate sui litorali e questo porta spesso al collasso la parte finale tutta “tombinata” dei rii affluenti del Teiro.

Foto Archivio Storico Varagine.° novembre 1968.

U Teiru quel bellissimo passatempo di noi bambini, nel novembre 1968 si trasformò in una furia devastatrice, travolgendo e trasportando tutto quello che era nel suo alveo.

Dalla cascata, aCiusa da Fabrica, erose e trasportò via, la scarpata formata nel tempo da discariche abusive di terra pietre e da chissà che cosa altro, svelando u Beo da Fabrica sepolto da tutti quei detriti.

Era il canale ben conservato, che in antichità, faceva girare un mulino per cereali e l’acqua di risulta era poi utilizzata nel Cotonificio.

Per noi bambini fu una bella novità, un’altra cosa da esplorare.

Messi gli stivali, con i miei compagni di gioco, andammo un pò in giro, arrivammo in tu Pasciu, dove l’acqua che era defluita aveva lasciato fango detriti, desolazione e tanta disperazione.

Successe alle prime luci dell’alba del 1 novembre 1968

Il Teiro in piena dopo una notte di grande pioggia, distrusse il ponte in acciaio, nella località Fratin usci’ dagli argini a Gambun distrusse il ponte dal Lagoscuu.

Dau Punte du Rissulin in tu Pasciu i vegetali trasportati dall’acqua formarono una barriera, facendo esondare il Teiro e allagando il Parasio e i Busci.

La locanda della Besestra fu semidistrutta.

Il torrente in piena superò gli argini nella Lomellina, dove era già esondato il rian di Moerana

L’ Arzocco, con il Teiro in piena, non pote’ scaricare le sue acque e allago’ la zona della Camminata.

La piena arrivò anche nella zona del Solaro

Dove ci furono due vittima a causa di elettrocuzione, Angelo e Piergiorgio Boasso panettieri.

Acqua e fango invasero i piani terra delle abitazioni.

Molte le auto fuori uso.

La forza dell’acqua, dai Pelosi, fece crollare parte del muro di sostegno della strada, nella parte alta di via Montegrappa.

Lì vicino la furia dell’acqua, trasporto’ via tutto il materiale, di quella che era una vera e propria discarica abusiva, svelando la bella opera di presa per il Cotonificio.

Dalla Ciusa da Fabbrica, l’acqua scavo’ fin sotto le fondamenta della falegnameria Baglietto Paolo, gran parte del legname, che era accatastato, fu trascinato via dall’ondata di piena del Teiro.

E mai più recuperato

Negli anni 70, era il fiume a far paura, per l’impressionante quantità d’acqua delle sue piene e quasi sempre, erano allagate le zone del Bolzino, Parasio, Lomellina e della Camminata.

Furono stanziate delle risorse dopo la tragica esondazione di Genova del 1970, eretti dei muri d’argine, rialzati e ricostruiti i parapetti di via Montegrappa, via Piave e via Emilio Vecchia.

Oggi il Teiro non è più il problema primario, in caso di nubifragio, anche a seguito della modifica del deflusso dell’ Arzocco.

Con il fenomeno delle tempeste”autorigeneranti”grandi quantità d’acqua sono liberate sui litorali e questo porta spesso al collasso la parte finale tutta “tombinata” dei rii affluenti del Teiro.

Foto Archivio Storico Varagine.

L’Albergo Pineta

Furono due le intuizioni legate all’Albergo Pineta.

La prima, era quella di un grande albergo, immerso nell’aria salubre di una pineta, con la possibilità di far lunghe passeggiate, a piedi o a cavallo, una grande terrazza, dove si poteva far cena e godere del sole al tramonto, con tutte le sue sfumature di colori.Una sala interna, dove una piccola orchestra poteva suonar melodiosi sottofondi, per allietare i clienti e rendere le serate gradevoli e conviviali.

La seconda idea, allettante, per attirarare una certa clientela, era quella di un edificio poco distante sopra un terrazzamento immerso nel bosco, dove chi voleva, poteva appartarsi in dolce compagnia.

Una casa d’appuntamento in mezzo al bosco.

Albergo e casa, dovevano essere lontano dalla mondanità della riviera.

Distanti dagli sguardi indiscreti e dai flash dei paparazzi, i clienti potevano essere persone importanti, famose, facoltose e non si doveva far sapere in giro che erano stati lì.

I clienti abituali potevano essere giovani rampolli, per una serata goliardica, un addio al celibato, che finiva a donne.

Uomini d’affari, che concludevano gli ultimi dettagli di una compravendita, durante una cena, con buon vino, buon cibo e la possibilità di avere una dolce compagnia.

E poi anche altre cose, potevano essere combinate in quella dependance, il denaro non pone limiti

Liberi di far schiamazzi notturni, di ubriacarsi ed altro, senza disturbar la quiete cittadina.

L’Albergo Pineta e la casetta, oggi sono entrambi due ruderi, fagocitati da edera e rovi e sono ancora visibili, poco dopo aver imboccato la strada che porta al Bricco delle Forche.

La casa d’appuntamento aveva le pareti decorate da figure femminili con colori pastello.

Molti di quegli affreschi, sono stati cancellati o vandalizzati, incuria e infiltrazioni, hanno completato l’opera di disfacimento di questa struttura

Fu chiusa definitivamente con la Legge Merlin, nel 1958

E poi trasformata in stalla dove erano alloggiati dei cavalli.

Pubblico e ringrazio Bruna Rebagliati per il commento a questo articolo

Mi permetto di ricordare che in origine quella costruzione doveva essere una clinica. L’aveva commissionata un certo Sig. Bolla chiamato “u megun” credo per la sua stazza ma soprattutto per sue doti di guaritore. Poi la cosa non andò in porto (non so per quali motivi) e come clinica non funziono’ mai. Rimase chiusa per diversi anni. Successivamente fu trasformata in albergo.

Anche la casa a fianco chiamata la ” casa rossa” per via del suo colore era sorta come alloggio per il guardiano della clinica.

Potrebbe essere un'immagine in bianco e nero raffigurante 2 persone

l Sentiero degli Alpini.

Primavera/autunno sono le stagioni per fare questa escursione.

Sono diverse le escursioni organizzate in questo periodo, da associazioni del settore a cui rivolgersi per informazioni o prenotazioni.

Da fare almeno una volta nella vita!

Per essere immersi nelle “Dolomiti di Liguria” ma anche e sopratutto per la testimonianza, scavata nella pietra di un periodo storico, quello del primo dopoguerra, quando il nostro nemico storico la Francia, era ritornato in auge, grazie alla destra fascista, che governava l’Italia.

Serviva avere un nemico alle porte, per giustificare lo sperpero di risorse economiche ed umane per costruire completare o ampliare delle opere dispendiose, come lo sono state tutte le strade, le fortezze e anche questo sentiero, tutto scavato a mano nella roccia.

Opere militari costruite per difendere un confine, bocche da fuoco che mai spararono un colpo e quando lo fecero come nel caso dello Chaberthon, furono messe fuori uso e con molte vittime, da dei semplici mortai in poco tempo.

Chi oggi si avventura in questo sentiero deve avere la consapevolezza del sacrificio del sudore e del sangue dei caduti sul lavoro, per realizzare queste opere al limite del disumano.

Ed è questo l’unico motivo per cui queste opere, costruite per vanagloria, vanno oggi salvaguardate, protette e ripristinate, perché chiunque possa fruirne a ricordo delle nostre passate generazioni, bestie da lavoro e carne da cannone.

Prima di partire, informarsi dello stato del sentiero e delle praticabilita’ delle strade di accesso.

Sono due le direttrici per arrivare a Colle Langan una da Arma di Taggia e poi bivio a Molini di Triora.

Oppure da Ventimiglia bivio per Pigna e Castel Vittorio.

Da Colle Langan, si prosegue per Colla Melosa e presso il rifugio Allavena si lascia l’auto.

Con l’incombente sagoma del rifugio Grai sulla nostra verticale, al bivio della strada carrabile, si svolta a sinistra in direzione del sentiero degli alpini.

Il sentiero è quasi tutto scavato nella roccia le pietre di risulta, sono state utilizzate, per creare dei terrapieni verso valle, bella la fontana Italo, una vasca per abbeveraggio di soldati e muli, numerose buche a sezione quadrata sono presenti ad intervalli regolari lungo il percorso mi è ignoto il loro utilizzo.

Il sentiero da me percorso molti anni fa, annovera anche ponticelli gallerie colonne di sostegno fino ad arrivare all’apoteosi finale del passo dell’Incisa!

Solitamente anche se si parte presto, si preventiva il tempo di percorrenza ecc.ecc, si arriva sempre al cospetto dei micidiali tornanti del passo dell’Incisa, nell’ora più calda della giornata a mezzogiorno con il sole a picco sopra la testa e a corto di energie!

Sono una dozzina i tornanti e quando, persa la conta, si pensa che siano terminati, ecco che salendo, se ne svelano degli altri!

Terminata la salita si arriva al passo della Fonte Dragurina, ma non fatevi illusioni è sempre secca!

Indimenticabili i panorami!

Volendo si può proseguire per il giro del Torraggio, ma impossibile effettuare il giro ad anello a causa di franamenti

Svoltando a destra dopo un tratto roccioso ci si immerge in un bosco dove a farla da padrone sono i rododendri.

A questo punto si arriva al rifugio Grai e magari se si è giovani e forti proseguire in una sola giornata per il forte del Balcone di Marta.

Ma quella è un altra storia

Buona giornata