Bellugiu a Giacopiane

Oggi quando il sole si è abbassato sui monti e le ombre si sono allungate sull’asfalto, di una di quelle strade, che sfidano la forza di gravità per portarci sui nostri monti, anche oggi è arrivata quella cosa che mi fa star bene, una sensazione difficile da descrivere.

Anche se ho nelle braccia le almeno mille curve, fatte nei saliscendi tra le vallate di questa parte di Liguria, sto bene e penso a questa bella giornata, cercata e trovata in questo angolo di mondo.

Chi devo ringraziare?

Questa stupenda natura, la nostra Liguria, con i suoi boschi a perdita d’occhio, da cui emergono montagne verdi, con le rocce nere d’ardesia, questo cielo blu intenso, gli odori i profumi di fine estate, che entrano nel casco e lì restano per un pò.

Dovremmo dir grazie anche a quelle persone, che con la sola forza delle loro braccia, hanno costruito nei secoli, questo reticolo di strade, che ci portano a veder e scoprire cose belle e interessanti della nostra terra.

Siamo sulla via del ritorno,

Il mio compagno di viaggio Francesco mi precede in questa strada, che scende da Giacopiane.

Il grazie più grande lo devo a questo mio amico, compagno di tante cose fatte e condivise insieme, un viaggio in moto, un giro nei boschi, quattro risate al tavolo di un bar.

Quante strade abbiamo percorso anche oggi!

Larghe ben asfaltate quelle che corrono nel fondovalle, strette tortuose le altre che risalgono ripidi pendii attraversano boschi e improvvise radure con struggenti panorami e vertiginosi strapiombi, paesini sperduti dove non c’è anima viva, campanili lontani, tante chiese e un incredibile Abbazia, testimonianze di fede perduta

Cose dimenticate, come

le tante targhe, nelle piazze in ogni paese che attraversiamo, con i nomi di giovani mandati al macello per la patria.

Ma anche tanti altri nomi, lungo le strade e su un monumento alla Resistenza di chi in queste montagne ha combattuto e perso la vita, perché noi oggi potessimo avere la libertà.

Ma tutto abbiamo dimenticato, la storia non ci ha insegnato nulla.

Deve aver soffiato forte il vento, nei giorni passati, molti ricci ancora verdi strappati dai castagni, sono in mezzo alla strada insieme a quelle foglie che si alzano al passaggio delle moto.

Da tempo si voleva andare a vedere il lago e la grande diga di Giacopiane, con gli abeti che si specchiano nell’acqua.

Ma la signora dove abbiamo comprato i biglietti di permesso per la strada delle dighe, ce lo dice un po brutalmente che la diga è stata vuotata per lavori!

Belin che sfiga!

Pranziamo in un ristorante a Borzonasca un primo (abbondante ) secondo dolce caffè 16€

Il titolare è una gentile signora che ride sonoramente quando le leggo l’esilarante elenco dei manifesti da sacrestia trovati sul web

Prima di salire alle dighe andiamo a Borzone dove si può visitare la bella e incredibile abbazia di S.Andrea in stile romanico

Si continua lungo una strada a cavatappi fino ad una panchina e tavolino a bordo strada è il belvedere della scultura del volto di Gesù, peccato per le foto impossibile farle in controluce!

Si ritorna a Borzonasca per poi prendere la strada delle dighe arrivati a Giacopiane è impressionante vedere questo enorme bacino, con i grandi accumuli di terra al suo interno.

Arriva un vigilante a chiederci i permessi.

Sullo sbarramento c’è il guardiadighe, si parla con lui di ex colleghi, dei lavori dei danni del maltempo della scorsa settimana.

Siamo partiti alle 8 come al solito dal ristorante El.Mi.Di nel Parasio

Trasferimento via autostrada con uscita a GE Est, in mezzo al traffico pesante di autotreni.

È una bella giornata soleggiata ma il sole come un flash appare e scompare dalle barriere antirumore lasciate li a bordo autostrada incompiute, un pericolo reale per chi ha un casco in testa, la luce rimbalza sulla visiera e in pratica si perde la visibilità della strada.

Solito traffico caotico nel Lungobisagno e il miracolo dell’ultimo semaforo dove tutte le auto d’incanto spariscono.

Un po di freddo nella galleria della Scoffera.

Dal Passo si scende a Gattorna, Cicagna per poi risalire a Lorsica, Favale di Malvaro, Passo della Scoglina, Borzonasca, Carasco, Chiavari, A10.

260 km a.r.

Percepiti 1000!

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A Vipera, l’Aspesurdu, bisce e….

Fine estate, tempo di bilanci per i viperai, i Ciappabisce.

Questa attività oggi scomparsa, di solito iniziava ai primi di agosto, c’era chi riusciva a catturare anche 200 vipere!

La vipera è stato l’animale piu perseguitato e sterminato con un’accanimento assiduo, feroce e morboso.

Catturata per essere sfruttata e manipolata in innumerevoli ricette intrugli pozioni e antidoti per profitto o per potere.

Poche le voci degli animalisti in difesa di questo rettile.

A Vipera l’Aspesurdu u Marassu e Oscelee, Rattee, sono sempre presenti nei racconti delle persone anziane del nostro entroterra.

Impossibile fare una conta delle storie leggende e dicerie che hanno come protagonista la vipera.

Le prime comunità umane, presenti nel nostro nord ovest, avevano una cultura antropocentrica, che demonizzava serpenti e vipere.

Il serpente era abbinato ad alcune divinità femminili mediterranee, i capelli lunghi delle donne, se sotterrati in una notte di plenilunio si trasformavano in serpenti.

Si dice che alcuni capelli, di una donna con le mestruazioni, se messi nell’acqua si agitano come serpentelli.

Chi mangiava carne di vipera acquisiva nuova forza.

Quella di serpente invece, era consumata per conoscere il potere del linguaggio dei fiori e delle erbe.

La Teriaga è stato il piu famoso e antichissimo intruglio, di ben 54 ingredienti compresa la vipera, che secondo chi lo produceva, era capace di combattere i veleni prodotti dal corpo umano e alleviare mal di testa, di stomaco e i disturbi della vista e dell’udito.

Era venduto ancora nel XX secolo

Le vipere erano utilizzate nelle Ordalie, un’ antica pratica giuridica dei popoli nordici, per stabilire innocenza o colpevolezza.

Per attestare la sua innocenza l’accusato, doveva superare delle prove come quella di camminare sui carboni accesi, stringere un ferro arroventato, immergersi nell’acqua bollente o bere il veleno di una vipera.

La chiesa non ostacolava queste pratiche, che erano equiparate al giudizio di Dio

Nei nostri boschi, facevano tana, esseri maligni, diavoli con le sembianze di rettili con la cresta.

Erano i basilischi

Durante le veglie, gli anziani tramandavano gli incontri che avevano fatto gli avi, con questi rettili di grandi dimensioni, muniti di creste sul capo e si diceva che erano a guardia di pietre preziose

Se la vipera faceva paura per il suo veleno, i serpenti erano temuti, perché si diceva che succhiavano il latte dal seno delle donne e da quello degli ovini.

Per tenere lontano da tende o recinti le vipere, si utilizzava la cipolla tagliata a fette.

Fino a qualche decennio, fa i contadini integravano la loro magra economia, con la cattura, ma anche l’allevamento delle vipere.

Da inviare alle industrie farmaceutiche, per produrre il siero antivipera.

I viperai scrutavano il tempo, se il cielo era coperto e incombeva un temporale, quelle erano le condizioni migliori per fare una buona caccia di serpenti e vipere.

I rettili erano come rallentati nelle loro movenze, in attesa dell’acquazzone e a detta di alcuni, si potevano prendere come si fa con le lumache.

I Ciappabisce, partivano all’inizio di agosto, con un sacco e delle pinze di legno.

La vipera la si trovava sempre, oltre gli 800 metri di altitudine.

Al ritorno della caccia, i rettili erano conservati nei cassoni oppure nelle damigiane.

Il grande Galeno diede il suo consenso all’uso di un farmaco a base di vipera.

A Roma erano i Gesuiti che detenevano le ricette segrete e che preparavano, per i più svariati usi, lozioni pozioni e medicine con il principio attivo delle vipere.

La fortuna commerciale di intrugli e pozioni miracolose, arricchì farmacisti e venditori ambulanti, imbonitori e imbroglioni, che nelle piazze dei paesi esaltavano le prodigiose proprietà dei loro preparati.

In qualche località del Bel Paese molto probabilmente ancora oggi, ci sarà qualche megera, che preparerà su commissione qualche pozione “magica”

Polvere di carne di vipera, cuore, fegato e il grasso, erano usate per le ferite e le contusioni.

Contro l’invecchiamento della pelle e per migliorare l’incarnato.

Creme ancora oggi in commercio con la denominazione, siero viso antirughe

Prima dell’antitodo, si usavano sistemi empirici e riti magici, contro il veleno della vipera.

Scorza di frassino messa in ammollo con la luna piena.

Un’altro rimedio era quello di interrare il piede della persona morsicata dalla vipera, per scaricare il veleno.

Nell’entroterra di Voltri si conserva memoria di un osso, che come una spugna, estraeva il veleno dalla ferita.

Anche i serpenti erano usati come le vipere, nelle ricette della farmacopea popolare.

Ungersi con l’olio di frittura di serpentelli, favoriva la crescita dei capelli.

Contro il mal di testa una bella pelle di biscia in testa!

Grande uso di vipere e serpenti in stregoneria, una ricetta per un unguento malefico era la seguente

n°1 gatto scorticato

n°1 rospo

n°1 lucertola

n°1 vipera

Messi a cuocere fino a carbonizzare e diventare cenere.

Era usato per avvelenare i raccolti di frumento e di frutta

Potrebbe essere un'immagine raffigurante testo

A Betolla dell’Avze’

Il piu incredibile e tenace essere vivente, del massiccio del Monte Beigua, si trova presso l’area attrezzata dell’Avze’.

Una betulla che si era spezzata molti anni fa ha fatto crescere un pollone che ha raggiunto l’altezza di almeno 6/7 metri.

Il suo tronco abbattuto con un’ampia curva è riuscito a ergersi ancora, per almeno dieci metri.

Al cospetto di questo incredibile adattamento viene da pensare ad una qualche forma di intelligenza vegetale superiore.

Molti anni fa invece anche queste strane forme di sopravvivenza erano attribuite ad antiche credenze

La Betulla tra leggenda e realtà tratto da “Piemonte Parchi l’Albero della Luce”

Secondo le popolazioni dell’Europa neolitica, un rapporto profondo legava la pianta alla Grande Madre. Questa associazione marcata della pianta con la luna e con la Dea, cioè col mondo femminile, spiega perché essa era collegata a luoghi arcani e misteriosi che i Celti chiamavo Sidhe, i cui messaggeri erano non a caso creature fatate e femminili.

Dalla linfa essi ricavavano anche una bevanda da ingerire in primavera, che si riteneva capace di rendere fertili le donne.

Per questa era considerata anche una pianta dell’amore; giacigli fatti con rami di giunco e di betulla erano tra i preferiti dagli amanti in numerose leggende celtiche e come pegno d’amore spesso veniva donata una ghirlanda di betulla.

Piantata vicino alla casa di una fanciulla le garantiva la felicità e un ottimo matrimonio.

Albero preposto al mese che cominciava col solstizio d’inverno, era anche associato alla festa di Imbolc, una delle principali del mondo celtico, corrispondente al nostro primo febbraio, vigilia della Candelora, festa di purificazione e rinascita che prelude alla primavera.

Numerose credenze popolari poi, avvolgono la betulla di un alone di mistero: ad esempio si riteneva che coi suoi rami le streghe costruissero scope volanti, mentre per la grande luminosità della sua fiamma il legno si usava per scopi rituali.

In Italia, per curare il rachitismo infantile, si raccoglievano nella notte di San Giovanni alcune foglie di betulla, si facevano seccare nel forno e si infilavano ancora calde nel letto del bambino.

Il simbolismo purificatorio si ritrovava un po’ ovunque. Nell’antica Roma i fasci intorno all’ascia che reggevano i littori davanti ai magistrati erano composti da rami di betulla.

Questi rappresentavano le punizioni che potevano essere inflitte ai colpevoli ed avevano anche la funzione di purificare l’aria dinanzi ai magistrati.

Anche nel Medioevo era considerato un albero di luce, simbolo di saggezza e di purificazione, tanto che lo scettro dei maestri di scuola era composto da rami di betulla intrecciati e in tutta Europa furono usati anche per calmare gli esagitati e frustare i delinquenti e gli alienati, allo scopo generale di scacciare gli “spiriti cattivi”.

In uso esterno il decotto delle foglie o della corteccia è indicato come disinfettante e in caso di malattie della pelle.

Un tempo la corteccia veniva usata per l’estrazione del tannino, per scrivere, per fabbricare imbarcazioni e calzature, per rendere impermeabili le case, ma anche per abbassare le febbri e combattere l’influenza.

Il carbone della stessa era persino utilizzato come antidoto nei casi di avvelenamento da parte di alcune specie fungine, come l’Amanita muscaria.

Notissimo l’uso della sua linfa, detta ‘acqua o sangue di betulla’, dalle ottime proprietà depurative e diuretiche, favorisce l’eliminazione dell’urea e dell’acido urico senza irritare i reni.

Essa viene raccolta in primavera mediante incisioni sul fusto e bevuta al mattino a digiuno.

A livello popolare si riteneva ammorbidisse i legamenti, agevolando la guarigione dell’artrosi.

Secondo la visione sciamanica tali proprietà sono giustificabili in diverso modo: l’incontro interiore con un simile alleato del mondo vegetale aiuterebbe a ripristinare il collegamento tra la dimensione terrena e quella spirituale, eliminando gli ostacoli a tale ascesa come le emozioni non ancora elaborate, trattenute nell’organismo sotto forma di liquidi in eccesso.

Interpretazione questa, che permette di comprendere in un’accezione più ampia il titolo di “portatrice di Luce” di questa bella signora della foreste.

Botte da Orbi au Merco’

U l’ea sa’ un pò che u duveiva succedde.

Marinin a Sguersa a l’ha tio’ na tumata a Giulla a Spellapigoggi, ma cilorba cumme a l’è a la ciappo’ in ta testa Cateinin Taggiaecuscia!

Belin cumme a se’ arragio’!

A l’ha piggio n’ova, cuscì ghe discian ou Suo’, e a l’ha tio’ in ta testa a Marinin.

“Brutta bagascia!” a ga ditu!

A ste parole u l’è sciurti u maiu Beppittu u Beccu.

” A sci? Ciappa’ stu purpu!”

Ma u purpu u l’è finiu in testa au Giuan Ciappasgrigue, quellu cun u purpu in testa u se missu a rie e u l’è andetu a spavento’ e signue madamme che ean a fo di ceti da petenea, Anna a Taggiacapotti

Quelle sun scappe’ e alua tutti a tioghe derè de tuttu, a quelle scignue cun a cua!

Antonio u Lappasuppe u g’ha tio’ de patate cun i brutti….

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Dau Vino’ a Balin-a

Dal n°6 de I Racconti di Paolo Baglietto U Russu

In ta Crusce de vie du Vino’ ci sono quattro strade per il Parasio, il Teiro a Balina e u Sucau

Nella strada verso a Balina ad certo punto ci sono dei precipizi poi la strada continua e arriva in te Rue dove cè un rudere di una casa.

Dietro al bricco Riviasco e le Rue ci sono i Saverghi li c’era una tubazione, che portava l’acqua fino al Vinò.

Un’altra vallata è chiamata e Tane con pietre che sono tane per animali, di fronte a S.Anna, lì mio papà aveva dei prati e erano gli ultimi di Cantalupo

Si doveva passare per bosco perche i fascisti potevano prenderci il grano che passando da questo sentiero portavamo a macinare da Nettin in tu Muin di Posi

Con Franco Pisano siamo a percorrere questa antica viabilità che taglia a mezza costa gli acclivi pendii del monte Zucchero.

Un passaggio pedonale che diventava Stra da Lese in prossimità de Tascee.

Cuba il cane pastore di Franco ci precede e a volte ci indica dove passare ogni tanto fiuta l’aria e si lancia all inseguimento di qualche animale selvatico che si sente grugnire nel folto della vegetazione

Franco richiama più volte Cuba con urla e fischi e mi racconta le avventure venatorie del cane che senza alcuna fatica sale e scende il ripido pendio più volte solo la lingua penzoloni tradisce il suo affanno, ma si percepisce il suo esser a proprio agio in quest’ambiente.

Intorno a noi le testimonianze di un duro lavoro per strappare la terra da questi acclivi pendii

Più volte mi fermo ad ammirare queste incredibili manufatti ogni pietra ha avuto una mano che l’ha messa a posto quello giusto e per sempre resterà lì

Il sentiero segue i contorni attraversa su solide terrazze gli innumerevoli rian uno per ogni gola che incide il monte.

Ad ogni diradamento della vegetazione il sentiero ci regala stupende viste della Custea de Casanova fine all’apoteosi dello scenario du Vignò.

Ringrazio Franco per avermi accompagnato lungo questa antica via di collegamento del Sciu da Teiru

+21

Il Dio Pen

Ci fu un’adorazione del dio Pen anche sul Monte Beigua, uno dei tre luoghi sacri del popolo dei Liguri?

La toponomastica sembra escluderlo, ma le nostre alture fanno pur sempre parte degli Ap-penini.

Un monte sacro il Monte Greppino, si erge solitario alle falde del Beigua.

Il suo nome contiene il suffisso Pin per assonanza vocale molto simile a Pen

Questo dio, per i Liguri aveva la sua dimora, nelle grandi pietre e pareti rocciose.

Sopra gli Armuzzi località dell’ Alpicella, il cui toponimo deriva da armuzzu, arma, armisu, armussi, che in dialetto significa, riparo sotto roccia o capanno di montagna, ci sono possibili testimonianze di questa devozione.

Nel pianoro sottostante, al cospetto della grande parete delle Rocche Raggiose (già Rocca de Giuse) sono evidenti le tracce di antichissime frequentazioni.

In un’ambiente primordiale, enormi megaliti, giacciono sovrapposti, incastrati, incastonati formando dedali, cunicoli, gallerie e ripari, oggi parzialmente interrati.

Un masso con delle pietre ben squadrate potrebbe essere stata, una pira funebre

Bellissime in questo periodo dell’anno le colture di Erba Cocca che rivestono con un manto verde questi macigni.

Dinanzi a questa esibizione di forza della natura, non si può restare impassibili, fatalisti o indifferenti!

Qui si scateno’ una forza mostruosa, che fece precipitare enormi massi, rimasti lì immemori da millenni a rappresentare con la loro fissità, un tremendo enorme cataclisma.

Non è da escludere, l’ipotesi di una grande tragedia, quando queste enormi rocce rovinarono sopra degli esseri umani, che qui in una zona soleggiata e riparata dai venti avevano trovato dimora.

Un Vento Strano

di Francesco Baggetti

Seguendo delle prede, un gruppo di cacciatori scoprì questo luogo, riparato dai venti da un’alta parete rocciosa, esposto al sole e con un vasto pianoro.

L’acqua, poco distante cadeva dall’alto di quella rupe.

Forse questo luogo ideale per un’insediamento umano, si svelo’ casualmente, durante il recupero di un grande animale, inseguito e fatto precipitare nello strapiombo.

Il pianoro sottostante, era perfetto per costruire le capanne e mettere in pratica le prime colture.

La posizione sopraelevata permetteva di spaziare con lo sguardo i territori sottostanti.

Potevano continuare a cacciare facendo precipitare le prede da quel dirupo, nei pressi di quel piccolo villaggio dove altri componenti di quella tribù erano pronti a far la loro parte.

La tranquillità di quel villaggio, venne stravolta un pomeriggio assolato di fine estate.

…..si alzò un vento strano, aria calda, un uomo di religione, percepì qualcosa, alzò lo sguardo come se intuisse una strana presenza mai sentita prima.

La terra sussultò come una cavalletta impazzita e un rombo assordante accompagnò il precipitare della rocca frantumata in grossi massi che crollò su quel villaggio di capanne.

I Liguri erano abituati a fuggire velocemente ad ogni pericolo molti si salvarono, ma qualcuno meno lesto, rimase inesorabilmente sepolto sotto quei macigni.

Perché quella disgrazia?

Un Dio che viveva nelle rocce aveva parlato!

Pochi sacrifici erano stati fatti, il dio Pen, li aveva puniti facendo rotolare quelle pietre.

Lui, la grande roccia che li proteggeva, voleva sacrifici in suo onore.

Il cerchio di pietre a lui dedicato,era stato risparmiato da quella pioggia di massi.

Quello era il segnale!

Il dio Pen, non voleva cacciare via gli uomini ma la loro devozione.

Così sentenziò quell’uomo religioso.

Il dio Pen aveva dato prova dell’immensa forza che celava la grande roccia!

I Liguri per ingraziarsi quella divinità, iniziarono ad erigere ai piedi di quella roccia alcuni altari, usando le sacre pietre che Pen aveva scagliato su di loro.

Oggi appare evidente che alcuni di questi megaliti furono spostati dalla forza di molti di uomini.

Un lavoro immane!

I secchi colpi dati alle pietre per modellare gli altari, eccheggiarono in tutta la valle, attirando altri gruppi di umani.

Circospetti si avvicinavano a quel luogo, dove si lavorava alacremente e anche loro finirono per aggregarsi agli omaggi al dio Pen.

Prima che la sua ira si riversasse anche su di loro.

Durante le notti del solstizio estivo, chi aveva dimora, in quella immensa valle si recava a rendere omaggio in quello che divenne un grande centro di culto dei Liguri.

In quelle notti d’estate si potevano scorgere fuochi sparsi per tutto il pianoro. Animali sgozzati sugli altari posti leggermente in discesa per raccogliere il sangue in ciotole di pietra.

L’apoteosi di quella cerimonia era sopra un’altare, più grande, in posizione rialzata rispetto a tutti gli altri, dove era sacrificato l’animale più grande, di solito un magnifico cervo maschio.

Il sacerdote pronunciava parole e formule antiche mentre il coltello penetrava nel collo dell’animale, il sangue arrossava rocce e terra ed era canalizzato da quell’uomo religioso con un lungo bastone.

Lui in quei rivoli di sangue sapeva leggere il futuro.

Iniziava un nuovo anno solare.

Erano raccolte alcuni tipi di erbe e si beveva la rugiada del mattino

Tutti, radunati ai piedi dell’altare ripetevano, come un mantra la nenia del sacerdote.

Poi iniziava la festa, intorno a quei fuochi, si attraversavano le fiamme con danze e canti.

Le donne si appartavano, seguite dagli uomini.

Qualche essere superiore aveva pianificato tutto, la primavera successiva sarebbe cresciuto il numero di individui in quella tribù

Per molti solstizi quel luogo fu usato dai Liguri come un grande santuario in nome di quel dio.

Il tempo passò, altri uomini arrivarono dai monti e poi dal mare, con nuovi attrezzi e nuove armi.

Gente violenta e non più rispettosa della natura.

Quei sacri megaliti divennero la materia prima per edificare le loro abitazioni in pietra e per il sedime di un’importante via di comunicazione.

Altre religioni si sovrapposero a quelle antiche venerazioni, ma sempre lì in quei luoghi fu eretto un monastero.

Luoghi sacri per sempre.

Altre litanie vennero pronunciate da uomini religiosi.

Altri canti in coro echeggiarono in quella valle, in nome di un solo Dio.

Ma questa è un’altra storia.

Francesco Baggetti

A Balilla in ta Paggia

Alla nostra generazione spetta un compito arduo…

L’ho già detto in altre circostanze.

Noi indigeni nativi degli anni 60 o poco prima, siamo stati testimoni di cambiamenti epocali, dalla pietra al cemento, dall’acciaio alla plastica, dal lavoro manuale a quello meccanizzato.

…..dalle cose semplici a quelle complicate!

Purtroppo tante cose le abbiamo già perse per sempre.

Crollate o sepolte dal cemento.

Per pigrizia o per discutibile scelta, smaltite in una discarica.

Ma non tutto è perduto

Chi per competenze proprie, acquisite o cercate, se è uomo o donna di buona volontà, può se vuole, nel suo piccolo mettere in salvo, qualsiasi cosa, destinata a sicura rovina o all’oblio.

Na Cascina, na Mascea un Ciappin de Pria.

Atre cose, fete da na man d’ommu

Anche il racconto di una persona anziana.

Aver cura di antichi attrezzi o dei mobili dei nonni.

Rimettere in funzione una vecchia moto

O fare un restauro conservativo di un’auto, come sta facendo Serafino Delfino.

Che ha realizzato un sogno, di tutti quelli patiti e ricercatori di cose vecchie.

“Ritrovare un’auto o una moto, svelando il tesoro che si nascondeva sotto una montagna di fieno o una catasta di balle di paglia!”

L’auto era abbandonata all’usura del tempo, in una baracca, sommersa dalla paglia e dalla terra.

L’originale Balilla berlina e’ stata modificata come accadeva spesso a questo modello d’auto, in camioncino, tramite il taglio della parte posteriore.

Motore e trasmissione non sono bloccati.

Antieconomico e molto impegnativo, effettuare un completo restauro della carrozzeria, mancano alcune parti, altre sono erose dalla corrosione.

Revisionare le parti meccaniche non è certo un problema per Serafino!

La scelta di un ripristino solo funzionale e non estetico è la soluzione migliore, per non cancellare i segni del tempo, a mio parere bellissimi, di quest’auto.

Nonostante le pessime condizioni in cui è stata ritrovata, le foto mettono in bella mostra le parti curve, arrotondate, raccordate dei vari componenti della carrozzeria, perfettamente proporzionate, armonizzate fra di loro e il contrasto con superfici lineari, trasmettono una sensazione di bellezza.

Chi ha ideato e poi costruito quest’auto ha voluto fare una cosa bella!

…ecco un’altra cosa, forse la più importante che oggi non abbiamo, più il senso delle cose belle.

Buon lavoro Serafino!