L’Alcione

di Francesco Baggetti

Oggi, se rivolgo lo sguardo indietro agli anni di studio a Genova, è ancora vivo il ricordo di quelle lontane gelide serate invernali.

Fette di farinata, bicchieri di vino, il fumo delle sigarette, canzoni stonate e poi su quel pianerottolo, a batter i piedi per il freddo, con il batticuore, quando lei chiamava

-Chi viene adesso?-

Ma c’era anche un’altro modo per concludere una serata tra amici.

– Andiamo all’Alcione?-

Negli anni 80, il cine teatro Alcione, in via Canevari, dopo aver conosciuto i fasti con i concerti dei Genesis, i Deep Purple, la Pfm, del Banco ecc. in crisi di spettatori, come tutti i cinema di Genova, si era riciclato, con i film porno, e gli spettacoli a luci rosse.

Qui portava in scena i suoi spettacoli hard, lei, Moana Pozzi.

Chi può dimenticare quella creatura divina?

– Quando siete lì, lasciate sempre un sedile libero a destra e a sinistra, perché quando scendono dal palco, devono avere spazio-

Questa era l’ultima raccomandazione, fatta da quel nostro compagno di corso, che mi sovviene oggi di ringraziare, fu lui che ci introdusse in quel luogo di perdizione.

Non facevano lo sconto, se si entrava dopo la proiezione del porno, ma d’altronde tutti, arrivavano solo per vedere l’esibizione delle spogliarelliste

All’ingresso in sala, faceva impressione quell’enorme platea semideserta.

Ma era tutto previsto, quando si spegnevano le luci, con discrezione, da dietro le tende, entravano gli spettatori e i posti, rapidamente occupati.

Le luci erano mantenute spente per un pò, anche al termine dello spettacolo, per far si che quelle ombre misteriose, potessero allontanarsi, indisturbate e anonime.

Ogni ragazza aveva la sua base musicale e seguendo quelle note, si esibiva sul palco.

Ognuna a modo suo.

Chi del pubblico, voleva essere chiamato sul palco, si sedeva in prima fila.

Lei lo invitava a salire e subito dalla platea, partiva un’applauso ritmato a volte era la ragazza, che scendeva e sceglieva il partner, prendendolo per mano.

Arrivato sul palcoscenico era subito denudato e lasciato con solo gli slip addosso.

Tra palpeggiamenti e finti rapporti sessuali, la sua esibizione finiva, con un vistoso rigonfiamento pelvico.

Si rivestiva rapidamente in mezzo agli applausi e ai fischi.

A fine spettacolo, lei scendeva dal palco, passava tra le fila e noi come cagnolini, in attesa di una carezza, aspettavamo il nostro turno, qualcheduno la invocava a voce alta, la potevi toccare, accarezzarle il seno, baciare quello che ti metteva sotto al naso.

La sua pelle liscia, era cosparsa di creme profumate

C’era sempre una regina, ben in evidenza, nei cartelloni degli spettacoli, ed era l’ultima ad esibirsi.

Simulacri maschili, sparivano fra le sue cosce, o tra le labbra.

Gli occhi nascosti nel buio, che avevano bramato quei corpi nudi, arrivati al parossismo, nel silenzio della sala, consumavano silenziosi, la loro eccitazione.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 4 persone e testo

Quelle Notti la’ in America

di Francesco Baggetti

“Ti devi parlo’ cun Baci”

Così mi fu detto e così feci.

Baci abbreviazione di Gio Batta

mi aspettava fuori dalla sua casa ad Alpicella.

Era l’ex casa di un notaio, una persona facoltosa e lo si evinceva dalle finiture le porte interne avevano il telaio in legno con le fascette incise e i soffitti affrescati a motivi floreali.

In una bella mattina di maggio siamo rimasti li a parlare come amici di lunga data.

Annotai qualcosa su un pezzo di carta.

Ma poi come si fa poi a non ascoltare le tante cose che aveva da dire.

E così riposi penna e carta.

E mi dedicai solo all’ascolto.

Parlava di un’altro mondo che non esiste più.

Di una festa in piazza.

Di una grotta dove si rifugio’

Delle giornate a pascolare le mucche.

Di tante cose che non ricordo più con Il rammarico di non averle trascritte o registrate.

Ma quella storia no troppo bella da raccontare.

Due amici

Cresciuti troppo in fretta che si erano ben presto ritrovati insieme a ragionare e a far da uomini anche se avevano poco più di vent’anni…in due.

Erano mandati ad accudire le pecore lassù nelle praterie del monte Priafaia.

Diventarono amici e complici di scorribande a rubar frutta nella bella stagione.

Agili e abili diventarono anche dei rubagalline e conigli.

La facevano sempre franca.

Terminarono i rombi di guerra, erano gli anni della scelta se restare a ricostruire una nazione messa in ginocchio dal conflitto o emigrare nella nazione dei vincitori

Forse fu quella la molla che li convinse alla fine della seconds Guerra Mondiale ad emigrare negli States.

In California dove già si era consolidata una forte comunità italiana.

Ma la vita era dura e le notti la in America, lunghe da far passare.

E poi tutta quella ricchezza ostentata a disprezzo della loro pur onesta povertà.

Il primo furto fu molto semplice tanti soldi e nessun rischio.

E forse manco si erano accorti di quei dollari che mancavano.

Come per le galline e i conigli mai esagerare.

Li beccarono una sera uno spione gli fece trovare invece dei dollari le colt spianate degli agenti federali.

Finirono a s.Quintino ma prima del processo furono convocati da una commissione militare.

La quinta armata stava per arrivare in Liguria servivano guide e chi sapeva parlare quella lingua strana del zeneise specie quello dei bricchi.

Che cosa dovevano fare d’altronde erano cittadini italiani e la guerra contro i nazifascisti era una cosa da fare.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 3 persone

A Villa Araba

Stiamo inesorabilnente perdendo quello che abbiamo avuto come eredità materiale, dalle passate generazioni

Si perde, perché non siamo più capaci di apprezzare le cose che sono da secoli lì e che nonostante tutto ancora vorrebbero raccontarci storie.

A chi interessa più il crollo di una cascina, di un muro o di un terrazzamento?

Chi si sofferma a vedere come sono state incastonate le tante pietre che formano vere e proprie geniali opere d’arte, nel mezzo di un bosco o nel Lungomare Europa?

Siamo diventati ciechi, sordi confusi, convinti da cattivi maestri che decidono per noi.

Chi oggi conosce o ha percezione dell’immenso lavoro che fu fatto nell’800, per far passare una ferrovia fra i scogli neri e bianchi?

L’attuale Lungomare Europa.

Pe quelli de Vase a Villa Araba

Postu de Scoggi e de Piccaprie.

Nelle foto gli archi dei muri di controripa, stupendi manufatti messi in opera da chi aveva il senso del bello e che si armonizzano in un ambiente naturale.

Luoghi da frequentare in silenzio e in punta di piedi, per rispetto di chi ha lasciato i segni dei suoi colpi per spaccar la roccia.

E anche la propria vita

Noi oggi godiamo di un paradiso in terra, grazie a chi ha fatto il lavoro gramo

Chi erano quelli che hanno messo in opera milioni di mattoncini nelle volte delle gallerie?

E quelle pietre passate di mano in mano e fissate bene per farle arrivare fino a noi?

Nella speranza che i posteri onorarassero il sudore e il sacrificio di tanta umanità.

L’arte è la bellezza ci sono già

Non servono opere d’arte.

Riparariamo solo quello che si guasta, per gli anni che passano.

E basta

Il Lungomare Europa conserviamolo così come ci è stato donato.

Niente più

Buona giornata

Giuseppe Pietro u banco’

…”fatto ultimo giorno dell’anno 31 dicembre 1883 Giuseppe”

E’ scritto con il lapis su questa lastra di legno di castagno, trovata mentre restauravo un mobile.

Questa scritta ci porta in un altro mondo, quasi 150 anni fa, dove non si celebravano come oggi i fasti di fine anno.

Ma era il lavoro il centro della vita di tutti, forse l’unica felicità di quel giorno è stato quello di terminare quel manufatto, che avrebbe garantito un po’ di tranquillità economica ad una famiglia in quel lontano 1883, con un Italia fresca di giovane patria, ma inconsapevole del suo futuro incombente di sanguinose guerre.

Non sapremo mai chi era quel “bancalaro” che scrisse questa frase, mi piace pensare che sia vissuto a lungo e che la sua famiglia, abbia prosperato, facendo il falegname.

Questo lavoro, per me e per il mio papà, u Gino, che me lo ha insegnato è il più bel mestiere del mondo, ” u banco’ ” in zeneise.

Felice Anno e buon lavoro a tutti!

Potrebbe essere un'immagine raffigurante focolare

Le Partite di Calcio

Tratto dal mio racconto “Olio di oliva e Cotone”

A metà anni 60 arrivo’ “gente” nuova

Li conobbi una mattina d’inverno Antonio, Angelo e Mauro e poi Massimo che era il più giovane e si aggregò a noi dopo qualche tempo.

Mio padre aveva la falegnameria ed io fornii loro il materiale per costruire spade di legno e ipotetici fucili, anche i riccioli di legno erano utilizzati nei nostri giochi.

Diventammo amici.

Sotto alla strada il “campo” testimone, suo malgrado di interminabili partite, dove neanche un filo d’erba riusciva più a crescere a causa delle nostre corse dietro al pallone.

Fra nuvole di polvere, consumando le suole di vecchie scarpe in disuso.

Il campo da calcio era in realtà un quadrato, delimitato con i riccioli di legno, prelevati dalla montagnola dove erano stati scaricati i residui di lavorazione della vicina falegnameria.

Avevamo costruito anche le due porte, con tre legni quasi diritti, fissati con lunghi chiodi, la struttura era però instabile e guai a beccare la traversa con una pallonata!

Il pallone era sempre lo stesso, bucato, era inutile giocare con un pallone nuovo, gonfio, vista la vegetazione circostante, composta prevalentemente da rovi irti di spine.

Bastava un solo fuoricampo e subito si udiva il sinistro sibilo dell’aria che fuoriusciva dai fori sul pallone!

E la regola era: l’ultimo che aveva toccato la palla, doveva poi andare a recuperarla.

Quest’operazione, a volte si protraeva per diverso tempo, a seconda della potenza del tiro e della zona d’entrata.

Avventurarsi in quei grovigli di rovi, era un’impresa ardua e una volta individuata la sfera ci si aiutava con dei legni per recuperarla, spesso si usciva strappati e sanguinanti da quell’inferno, ma pronti a riprendere il gioco.

Mi regalarono un pallone di cuoio, fu un avvenimento eccezionale, una grossa novità.

Finalmente un pallone vero, inconsciamente questo aumentò l’impegno e l’agonismo nelle nostre partitelle.

E se per caso finiva in mezzo ai rovi, nessun sibilo sinistro!

Era giallo, ma ben presto perse il suo colore consumandosi per l’uso frequente.

Disgraziatamente, dopo un lancio, terminato fuori campo, il pallone finì sotto le ruote di un’auto, esplodendo con un boato.

L’auto si fermò e il conducente che non gradiva i nostri schiamazzi, con aria soddisfatta ci restituì il pallone, o quel che rimaneva, simile oramai ad un berretto schiacciato, da cui come una lingua rosa, fuoriusciva la camera d’aria.

Giurammo vendetta, e qualche giorno dopo, individuata la sua auto, armati di chiodi incidemmo due lunghe righe su entrambe le fiancate dell’auto e per finire, anche sul cofano.

Il pallone, invece, fu

riparato alla meglio, da uno zio di mio padre, Genio, che lavorava nella falegnameria lo squarcio fu chiuso con un cordino, passante in mezzo a delle borchie in metallo.

Le borchie però con l’uso si assottigliarono e i bordi diventarono micidiali rasoi quando il pallone si stampava sulla pelle.

Neppure il buio della sera ci fermava, io e i miei amici giocavamo in notturna alla luce del lampione stradale.

Era il 1970 l’anno del mondiale di calcio in Messico, ricordo le interminabili partite, emulando i nostri eroi oltre Oceano.

foto tratta dal web

Potrebbe essere un'immagine in bianco e nero raffigurante 10 persone, persone che giocano a calcio, persone che giocano a football, persone che giocano a pallavolo e folla

I Trei Nicci

La vecchia viabilità che da Casanova sale verso Campomarzio/ Faje, incontra Via Canavelle in località Trei Nicci

Qui l’Antica Religione aveva i suoi riti in questa Cruscea de Vie “u se ghe sente”

In questo luogo l’uomo antico udiva le voci dei suoi antenati e poneva il figlio neonato nelle tre nicchie scavate nella roccia a contatto della madre terra, per averne la protezione.

I cristiani presero possesso di questo luogo di culto erigendo una gigantesca edicola votiva chiamata i Trei Nicci.

“Racconti in Riva al Mare”

Antonella Fulvio e io ringraziamo Mario Traversi, per l’articolo pubblicato su Ponente Varazzino, una bella testimonianza, per quella che è stata, a detta di molti, la novità culturale dell’estate. Grazie Mario!

Grazie per aver colto lo spirito della serata.

Noi vogliamo regalare emozioni e se ci siamo riusciti, come lui ha scritto, se qualche cuore ha palpitato, il nostro scopo è stato raggiunto.

Ancora grazie per aver avuto questa sensibilità.

Da Ponente Vazzino del 29 agosto.

Testo di Mario Traversi

Un folto pubblico per “Racconti in Riva al Mare”

Nemmeno la burrasca, che si stava addensando, con sinistri lampi e tuoni, ha fermato la voglia di raccontare, Francesco Baggetti le sue e altre storie del quel piccolo e colorito mondo che sono il sale della vita del territorio varazzino.

Questa volta Baggetti è sceso dalla campagna per approdare sulla spiaggia del molo di sottoflutto del porticciolo Marina di Varazze, gradito ospite dell’Associazione Pesca Sportiva Dilettantistica Varazze (APSDV), dove, nella serata di martedì 27 agosto 2024, in uno scenario degno del set di un film, con il mare a lambire i numerosissimi fans accorsi per ascoltare nuove storie arrivate fresche, molti dei quali abbarbicati sugli scogli che difendono l’arenile, cornice della “beach feast” dal sapore antico.

Dopo il saluto del rappresentante del sodalizio organizzatore, Fiore Fiori, che ha ringraziato Giuan Marti, Antonella Ratto e il numeroso pubblico presente, il chitarrista M° Fulvio Semenza si è esibito in una miscellanea di motivi musicali, predisponendo l’atmosfera di relax adatta all’evento, quindi Giuan Marti ha dato il via alla manifestazione, presentando il primo di una serie di racconti, che la voce di Antonella Ratto, ha interpretato con l’ormai nota bravura, in simbiosi con gli accordi del M° Semenza, accoppiata di sicuro effetto.

Ad alcuni racconti già inseriti nel programma, ma inediti per un pubblico rinnovato dell’ambiente marino, ne sono stati aggiunti dei nuovi tra cui la storia di Manoelo, un personaggio degli anni ’30 e ’40, appartenente ad una benestante famiglia ebrea, proprietaria della distribuzione della corrente elettrica di una parte di Varazze (suo retroterra immediato), spogliato di ogni bene e la famiglia deportata, diventato un povero barbone, che i varazzini, specialmente un albergatore, aiutarono a sopravvivere in quegli anni tragici, fino alla sua morte avvenuta in seguito ad un incidente stradale. Una storia triste in un contesto di altre più rilassanti, che ci stava bene, però, per ricordare un male che la pietà di qualcuno riesce comunque ad alleggerire, un esempio per tutti.

Ma poi ecco spuntare dai ricordi di Baggetti le avventure di un trio di ragazzi che se la devono vedere con i fantasmi che, si dice, albergano nella chiesa della Madonna della Guardia, in una notte di tregenda, poi finita positivamente, ma quanta paura! E c’è anche l’infanzia del “terribile” Ranghetto, un ragazzo che ne combinava di tutti colori, a scuola e in strada, un vero “seotto”, termine antico ligure spiegato da Marti come “bricconcello”, altre storie di amori estivi della Varazze “da bere”, l’lngrid del maggiolino blu, regina di bellezza e di charme, i viaggi invernali di tre amici alla ricerca di avventure amorose nei templi del liscio della Valmorbida, in notti di tormenta di neve, e altri episodi tragicomici, come quello di Fausto il pescatore che, ogni qualvolta gettava la rete, pregava il Signore che gli mandasse una buona messe e che un giorno catturò un grosso Ziffo (delfinide), al ché, alzando gli occhi al cielo esclamò “ma oo de sta mesùa…”.

Racconti, battute, mentre il cielo si faceva sempre più minaccioso, appena in tempo per concludere la bella e interessante serata. La pioggia ha costretto a non perdere ulteriore tempo, aggiungendo di suo i fuochi artificiali con fulmini e saette, finale quanto mai affascinante, quasi un fragoroso applauso cosmico a Francesco Bagetti e alle sue storie.

Complimenti ad Antonella Ratto, anche per la sua imperturbabilità nonostante gli eventi atmosferici incombenti, così come a Giuan Marti, commentatore e regista ormai lanciato verso chissà quali destini (inizia il Festival del Cinema di Venezia) e al M° Fulvio Semenza, una chitarra che sa parlare al cuore. Naturalmente un “bravò” ai pescasportivi di capitan Patrucco e alla sua efficiente ciurma per la perfetta organizzazione di questo incontro di “storie di casa nostra”.

E adesso cosa succederà? Altre tournée in vista, altri incontri anche fuori Varazze, forse nuove entrate in quella che sta diventando una specie di “Carro di Tespi” che ogni estate, tanto tempo fa, veniva a Varazze per rappresentare spettacoli teatrali in piazza Dante, con un programma altisonante: opere di d’Annunzio, Pirandello, ecc…. Piccoli teatri che hanno fatto la storia del teatro, Così come la Compagnia di Francesco Baggetti, con Giuan Marti, Antonella Ratto e il M° Fulvio Semenza.

(Testo di Mario Traversi)

.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 5 persone, incendio, spiaggia e folla

Racconti sotto le Stelle

Siete stati in tanti ad arrivare fino alla Croce di Castagnabuona, in quella che è stata una bellissima serata per l’ultimo appuntamento della stagione estiva, ma molte altre idee ci frullano in testa e ci rivedremo presto!

Antonella, Fulvio e io, ringraziamo tutti coloro che in questa meravigliosa estate ci hanno seguito con costanza e passione

Speriamo di avervi regalato emozioni, perché questo, in una società sempre più superficiale, è quello che vogliamo fare, oltre a raccontare fatti e aneddoti che sono accaduti nel nostro territorio e spesso dimenticati .

Serate di racconti immersi in quegli stupendi panorami che ci appartengono.

Grazie a voi, che avete avuto la cortesia di ascoltarci e che ci avete regalato un pò del vostro tempo, ci avete emozionato.

Mai avremmo immaginato di avere un così folto e attento pubblico.

Ringraziamo tutte le Associazioni e le Confraternite che ci hanno ospitato

Grazie ad Amaliguria che ci ha sempre seguito, Piero e Giuseppe, sempre impeccabili.

Vorrei citare la recensione del poeta Mario Traversi

La lettura dei racconti di Baggetti è stata la novità culturale dell’estate, un momento di intima partecipazione di ascolto, dal sapore antico, che ci riporta ai cantastorie e alle veglie accanto al caminetto, facendo gustare la serenità dello stare insieme, in un’atmosfera dimenticata nel tempo.

Grazie!

7 settembre 1921

A Bumba in ti Bagni Margherita

La decisione della regina Margherita, di stabilire la sua casa per le vacanze marine a Bordighera, anziché a Varazze, non fu solo una questione personale o di correnti marine, ma anche e soprattutto di sicurezza personale.

Nel 1900 a Monza fu ucciso in un attentato il “re buono”( per gli anarchici il “re mitraglia”) Umberto I.

Da quel nefasto evento, la famiglia Savoia, curava molto la sicurezza e la salvaguardia dei suoi consanguinei, anche perché, c’era stato quell’oscuro presagio.

A Varazze quella paura si era avverata materialmente.

Il 7settembre del 1921, nello stabilimento balneare Regina Margherita fu fatto esplodere un ordigno, che provocò una decina di feriti.

Per giustificare ancor di più il giudizio di Varazze città non “degna di re” era la vicinanza di Genova, dove vi erano diversi covi di anarchici.

Non c’è da meravigliarsi, del sentimento antipiemontese, che anche a distanza di anni, albergava negli animi dei genovesi e dei liguri in generale.

La Repubblica di Genova nel 1815, durante il Congresso di Vienna, fu annessa con una decisione forzata, alla casa Savoia, i moti insurrezionali del 5/6 aprile 1849, repressi con la strage, perpetrata dai bersaglieri di La Marmora.

La strage, gli stupri, le distruzioni e il saccheggio di Genova è una ferita ancora oggi non rimarginata, nonostante la pace siglata nel 1994 fra i genovesi e i bersaglieri.

L’Aspia, e Ville, un Castellu e na Regina

Ando’ in Motu

Alla mia età, lascio alcune sensazioni dell’andare in moto, ad altri, emozioni anche sacrosante e gratificanti, per chi va in due ruote, se fatte in sicurezza, esperienza e soprattutto con la testa sul collo, sensazioni già provate in gioventù, come quelle adrenaliniche, della velocità e delle curve.

Un consiglio, che voglio dare a tutti e valido per tutte le età è quello di godere anche di altre cose.

Quando si è al cospetto di paesaggi, cose storiche, moderne, strane o curiosità, di paesi e borgate e con dei compagni di viaggio, far tappe, per caffè, foto, pausa pranzo, due chiacchere o semplicemente fermarsi, perché c’è qualcosa da vedere ecc.

Ma c’è una cosa irrinunciabile, che ci fa salire in sella, è quel senso di libertà dell’andare in moto.

Il contatto fisico con l’elemento aria, di questo, se ne percepisce la presenza, la sua resistenza, entra in contatto con la pelle, da ogni parte scoperta, della giacca e di altri indumenti.

Aria fredda, che fa venire i brividi, nell’ombra di un fondovalle, quella calda e senza vento nelle gallerie, quella pesante, umida che si percepisce, al ritorno al mare dopo una giornata trascorsa fra i tornanti alpini, dove lì si respira l’aria buona!

Ma l’aria, porta anche gli odori, i profumi, che entrano nel casco, come sulla A10, nella discesa prima di Andora, quando si attraversa quella bella pineta, ai lati della autostrada, ed è forte il profumo di quegli alberi.

E per ogni paese, città, che si attraversa, odori profumi, anche puzze, in tempo reale, non mitigate e posticipate dal filtro di un abitacolo di un’auto, aria fredda, che ti fa lacrimare gli occhi e intorpidire le mani, poi ancora, milioni di insetti, librati nell’aria, finiti spiaccicati sulla visiera del casco e sul cupolino della moto.

E poi ci sono loro, i compagni di viaggio, alcuni anche occasionali, come quando, un apparente e tranquillo motoraduno, si trasforma in un gran premio e passato l’ultimo semaforo, del Lungo Bisagno, si rimane solo in quattro, con le moto a decidere sul dove andare e fare così un altro giro, dividere il pranzo al sacco e ammirare un incredibile castello, incastonato nella pietra.

Capita poi, di passare un’ora, sotto ad un pergolato, ad ascoltare i racconti di una persona anziana, a cui si era chiesto, semplicemente, la strada per andare alle Capanne di Marcarolo, vera e propria meraviglia, con i canyon del Gorzente

Chi va con due ruote, in Liguria ha un entroterra strepitoso da vedere, a due passi dal consumatissimo mare, basta anche solo un giro, di mezza giornata, magari in compagnia di un paio di amici, compagni di viaggio, qualcheduno ritirato dal lavoro, ma colleghi per sempre.

Entroterra dimenticato, sconosciuto a tanti, che ci regala scorci di struggente bellezza e tanta storia, anche tragica, fatta di lapidi e sacrari della guerra di Liberazione, che sui nostri monti, ha visto il sacrificio di tanti giovani, che combatterono per la nostra libertà.

L’ombra dei boschi, di querce abetaie, i faggi del Mellogno con i suoi forti.

Un lago dove fermarsi per un cafè e una fonte, dove tutti si fermano per rinfrescarsi.

Alcune tappe sono obbligate, come il Montezemolo, per due foto, un caffe, una bibita o un gelato, ma poi ci sono quelle non programmate, che ti fanno frenare la moto, fermare per visitare una chiesa, anche un piccolo, struggente cimitero di campagna, un castello con bellissimi ambienti interni, una vecchia casa diruta in pietre.

Lascio per ultimo, quella meraviglia del passo del Faiallo, stupendo monumento di orografia ligure, meta domenicale di famiglie e motociclisti, cangiante, dal giallo delle ginestre, al verde delle felci e il rosso dell’erica in fiore.

Buon giro! A chi oggi, è a spasso con la moto, sulle strade liguri, il mio consiglio è di fare sempre attenzione, siamo la regione delle buche sulle strade, riparate solo nell’imminenza di un evento, una tappa ciclistica o una elezione politica, nel lasso di tempo, che separa questi avvenimenti, il cittadino è lasciato in balia di infrastrutture viarie fatiscenti.

Fate attenzione! Anche perché poi, in questo strano benpensante paese, a torto o ragione, cinicamente, diranno sempre, che la colpa è della moto, che andava forte.

Buona Giornata