L’Alcione

di Francesco Baggetti

Oggi, se rivolgo lo sguardo indietro agli anni di studio a Genova, è ancora vivo il ricordo di quelle lontane gelide serate invernali.

Fette di farinata, bicchieri di vino, il fumo delle sigarette, canzoni stonate e poi su quel pianerottolo, a batter i piedi per il freddo, con il batticuore, quando lei chiamava

-Chi viene adesso?-

Ma c’era anche un’altro modo per concludere una serata tra amici.

– Andiamo all’Alcione?-

Negli anni 80, il cine teatro Alcione, in via Canevari, dopo aver conosciuto i fasti con i concerti dei Genesis, i Deep Purple, la Pfm, del Banco ecc. in crisi di spettatori, come tutti i cinema di Genova, si era riciclato, con i film porno, e gli spettacoli a luci rosse.

Qui portava in scena i suoi spettacoli hard, lei, Moana Pozzi.

Chi può dimenticare quella creatura divina?

– Quando siete lì, lasciate sempre un sedile libero a destra e a sinistra, perché quando scendono dal palco, devono avere spazio-

Questa era l’ultima raccomandazione, fatta da quel nostro compagno di corso, che mi sovviene oggi di ringraziare, fu lui che ci introdusse in quel luogo di perdizione.

Non facevano lo sconto, se si entrava dopo la proiezione del porno, ma d’altronde tutti, arrivavano solo per vedere l’esibizione delle spogliarelliste

All’ingresso in sala, faceva impressione quell’enorme platea semideserta.

Ma era tutto previsto, quando si spegnevano le luci, con discrezione, da dietro le tende, entravano gli spettatori e i posti, rapidamente occupati.

Le luci erano mantenute spente per un pò, anche al termine dello spettacolo, per far si che quelle ombre misteriose, potessero allontanarsi, indisturbate e anonime.

Ogni ragazza aveva la sua base musicale e seguendo quelle note, si esibiva sul palco.

Ognuna a modo suo.

Chi del pubblico, voleva essere chiamato sul palco, si sedeva in prima fila.

Lei lo invitava a salire e subito dalla platea, partiva un’applauso ritmato a volte era la ragazza, che scendeva e sceglieva il partner, prendendolo per mano.

Arrivato sul palcoscenico era subito denudato e lasciato con solo gli slip addosso.

Tra palpeggiamenti e finti rapporti sessuali, la sua esibizione finiva, con un vistoso rigonfiamento pelvico.

Si rivestiva rapidamente in mezzo agli applausi e ai fischi.

A fine spettacolo, lei scendeva dal palco, passava tra le fila e noi come cagnolini, in attesa di una carezza, aspettavamo il nostro turno, qualcheduno la invocava a voce alta, la potevi toccare, accarezzarle il seno, baciare quello che ti metteva sotto al naso.

La sua pelle liscia, era cosparsa di creme profumate

C’era sempre una regina, ben in evidenza, nei cartelloni degli spettacoli, ed era l’ultima ad esibirsi.

Simulacri maschili, sparivano fra le sue cosce, o tra le labbra.

Gli occhi nascosti nel buio, che avevano bramato quei corpi nudi, arrivati al parossismo, nel silenzio della sala, consumavano silenziosi, la loro eccitazione.

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Quelle Notti la’ in America

di Francesco Baggetti

“Ti devi parlo’ cun Baci”

Così mi fu detto e così feci.

Baci abbreviazione di Gio Batta

mi aspettava fuori dalla sua casa ad Alpicella.

Era l’ex casa di un notaio, una persona facoltosa e lo si evinceva dalle finiture le porte interne avevano il telaio in legno con le fascette incise e i soffitti affrescati a motivi floreali.

In una bella mattina di maggio siamo rimasti li a parlare come amici di lunga data.

Annotai qualcosa su un pezzo di carta.

Ma poi come si fa poi a non ascoltare le tante cose che aveva da dire.

E così riposi penna e carta.

E mi dedicai solo all’ascolto.

Parlava di un’altro mondo che non esiste più.

Di una festa in piazza.

Di una grotta dove si rifugio’

Delle giornate a pascolare le mucche.

Di tante cose che non ricordo più con Il rammarico di non averle trascritte o registrate.

Ma quella storia no troppo bella da raccontare.

Due amici

Cresciuti troppo in fretta che si erano ben presto ritrovati insieme a ragionare e a far da uomini anche se avevano poco più di vent’anni…in due.

Erano mandati ad accudire le pecore lassù nelle praterie del monte Priafaia.

Diventarono amici e complici di scorribande a rubar frutta nella bella stagione.

Agili e abili diventarono anche dei rubagalline e conigli.

La facevano sempre franca.

Terminarono i rombi di guerra, erano gli anni della scelta se restare a ricostruire una nazione messa in ginocchio dal conflitto o emigrare nella nazione dei vincitori

Forse fu quella la molla che li convinse alla fine della seconds Guerra Mondiale ad emigrare negli States.

In California dove già si era consolidata una forte comunità italiana.

Ma la vita era dura e le notti la in America, lunghe da far passare.

E poi tutta quella ricchezza ostentata a disprezzo della loro pur onesta povertà.

Il primo furto fu molto semplice tanti soldi e nessun rischio.

E forse manco si erano accorti di quei dollari che mancavano.

Come per le galline e i conigli mai esagerare.

Li beccarono una sera uno spione gli fece trovare invece dei dollari le colt spianate degli agenti federali.

Finirono a s.Quintino ma prima del processo furono convocati da una commissione militare.

La quinta armata stava per arrivare in Liguria servivano guide e chi sapeva parlare quella lingua strana del zeneise specie quello dei bricchi.

Che cosa dovevano fare d’altronde erano cittadini italiani e la guerra contro i nazifascisti era una cosa da fare.

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A Villa Araba

Stiamo inesorabilnente perdendo quello che abbiamo avuto come eredità materiale, dalle passate generazioni

Si perde, perché non siamo più capaci di apprezzare le cose che sono da secoli lì e che nonostante tutto ancora vorrebbero raccontarci storie.

A chi interessa più il crollo di una cascina, di un muro o di un terrazzamento?

Chi si sofferma a vedere come sono state incastonate le tante pietre che formano vere e proprie geniali opere d’arte, nel mezzo di un bosco o nel Lungomare Europa?

Siamo diventati ciechi, sordi confusi, convinti da cattivi maestri che decidono per noi.

Chi oggi conosce o ha percezione dell’immenso lavoro che fu fatto nell’800, per far passare una ferrovia fra i scogli neri e bianchi?

L’attuale Lungomare Europa.

Pe quelli de Vase a Villa Araba

Postu de Scoggi e de Piccaprie.

Nelle foto gli archi dei muri di controripa, stupendi manufatti messi in opera da chi aveva il senso del bello e che si armonizzano in un ambiente naturale.

Luoghi da frequentare in silenzio e in punta di piedi, per rispetto di chi ha lasciato i segni dei suoi colpi per spaccar la roccia.

E anche la propria vita

Noi oggi godiamo di un paradiso in terra, grazie a chi ha fatto il lavoro gramo

Chi erano quelli che hanno messo in opera milioni di mattoncini nelle volte delle gallerie?

E quelle pietre passate di mano in mano e fissate bene per farle arrivare fino a noi?

Nella speranza che i posteri onorarassero il sudore e il sacrificio di tanta umanità.

L’arte è la bellezza ci sono già

Non servono opere d’arte.

Riparariamo solo quello che si guasta, per gli anni che passano.

E basta

Il Lungomare Europa conserviamolo così come ci è stato donato.

Niente più

Buona giornata

Le Partite di Calcio

Tratto dal mio racconto “Olio di oliva e Cotone”

A metà anni 60 arrivo’ “gente” nuova

Li conobbi una mattina d’inverno Antonio, Angelo e Mauro e poi Massimo che era il più giovane e si aggregò a noi dopo qualche tempo.

Mio padre aveva la falegnameria ed io fornii loro il materiale per costruire spade di legno e ipotetici fucili, anche i riccioli di legno erano utilizzati nei nostri giochi.

Diventammo amici.

Sotto alla strada il “campo” testimone, suo malgrado di interminabili partite, dove neanche un filo d’erba riusciva più a crescere a causa delle nostre corse dietro al pallone.

Fra nuvole di polvere, consumando le suole di vecchie scarpe in disuso.

Il campo da calcio era in realtà un quadrato, delimitato con i riccioli di legno, prelevati dalla montagnola dove erano stati scaricati i residui di lavorazione della vicina falegnameria.

Avevamo costruito anche le due porte, con tre legni quasi diritti, fissati con lunghi chiodi, la struttura era però instabile e guai a beccare la traversa con una pallonata!

Il pallone era sempre lo stesso, bucato, era inutile giocare con un pallone nuovo, gonfio, vista la vegetazione circostante, composta prevalentemente da rovi irti di spine.

Bastava un solo fuoricampo e subito si udiva il sinistro sibilo dell’aria che fuoriusciva dai fori sul pallone!

E la regola era: l’ultimo che aveva toccato la palla, doveva poi andare a recuperarla.

Quest’operazione, a volte si protraeva per diverso tempo, a seconda della potenza del tiro e della zona d’entrata.

Avventurarsi in quei grovigli di rovi, era un’impresa ardua e una volta individuata la sfera ci si aiutava con dei legni per recuperarla, spesso si usciva strappati e sanguinanti da quell’inferno, ma pronti a riprendere il gioco.

Mi regalarono un pallone di cuoio, fu un avvenimento eccezionale, una grossa novità.

Finalmente un pallone vero, inconsciamente questo aumentò l’impegno e l’agonismo nelle nostre partitelle.

E se per caso finiva in mezzo ai rovi, nessun sibilo sinistro!

Era giallo, ma ben presto perse il suo colore consumandosi per l’uso frequente.

Disgraziatamente, dopo un lancio, terminato fuori campo, il pallone finì sotto le ruote di un’auto, esplodendo con un boato.

L’auto si fermò e il conducente che non gradiva i nostri schiamazzi, con aria soddisfatta ci restituì il pallone, o quel che rimaneva, simile oramai ad un berretto schiacciato, da cui come una lingua rosa, fuoriusciva la camera d’aria.

Giurammo vendetta, e qualche giorno dopo, individuata la sua auto, armati di chiodi incidemmo due lunghe righe su entrambe le fiancate dell’auto e per finire, anche sul cofano.

Il pallone, invece, fu

riparato alla meglio, da uno zio di mio padre, Genio, che lavorava nella falegnameria lo squarcio fu chiuso con un cordino, passante in mezzo a delle borchie in metallo.

Le borchie però con l’uso si assottigliarono e i bordi diventarono micidiali rasoi quando il pallone si stampava sulla pelle.

Neppure il buio della sera ci fermava, io e i miei amici giocavamo in notturna alla luce del lampione stradale.

Era il 1970 l’anno del mondiale di calcio in Messico, ricordo le interminabili partite, emulando i nostri eroi oltre Oceano.

foto tratta dal web

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I Trei Nicci

La vecchia viabilità che da Casanova sale verso Campomarzio/ Faje, incontra Via Canavelle in località Trei Nicci

Qui l’Antica Religione aveva i suoi riti in questa Cruscea de Vie “u se ghe sente”

In questo luogo l’uomo antico udiva le voci dei suoi antenati e poneva il figlio neonato nelle tre nicchie scavate nella roccia a contatto della madre terra, per averne la protezione.

I cristiani presero possesso di questo luogo di culto erigendo una gigantesca edicola votiva chiamata i Trei Nicci.

Ando’ in Motu

Alla mia età, lascio alcune sensazioni dell’andare in moto, ad altri, emozioni anche sacrosante e gratificanti, per chi va in due ruote, se fatte in sicurezza, esperienza e soprattutto con la testa sul collo, sensazioni già provate in gioventù, come quelle adrenaliniche, della velocità e delle curve.

Un consiglio, che voglio dare a tutti e valido per tutte le età è quello di godere anche di altre cose.

Quando si è al cospetto di paesaggi, cose storiche, moderne, strane o curiosità, di paesi e borgate e con dei compagni di viaggio, far tappe, per caffè, foto, pausa pranzo, due chiacchere o semplicemente fermarsi, perché c’è qualcosa da vedere ecc.

Ma c’è una cosa irrinunciabile, che ci fa salire in sella, è quel senso di libertà dell’andare in moto.

Il contatto fisico con l’elemento aria, di questo, se ne percepisce la presenza, la sua resistenza, entra in contatto con la pelle, da ogni parte scoperta, della giacca e di altri indumenti.

Aria fredda, che fa venire i brividi, nell’ombra di un fondovalle, quella calda e senza vento nelle gallerie, quella pesante, umida che si percepisce, al ritorno al mare dopo una giornata trascorsa fra i tornanti alpini, dove lì si respira l’aria buona!

Ma l’aria, porta anche gli odori, i profumi, che entrano nel casco, come sulla A10, nella discesa prima di Andora, quando si attraversa quella bella pineta, ai lati della autostrada, ed è forte il profumo di quegli alberi.

E per ogni paese, città, che si attraversa, odori profumi, anche puzze, in tempo reale, non mitigate e posticipate dal filtro di un abitacolo di un’auto, aria fredda, che ti fa lacrimare gli occhi e intorpidire le mani, poi ancora, milioni di insetti, librati nell’aria, finiti spiaccicati sulla visiera del casco e sul cupolino della moto.

E poi ci sono loro, i compagni di viaggio, alcuni anche occasionali, come quando, un apparente e tranquillo motoraduno, si trasforma in un gran premio e passato l’ultimo semaforo, del Lungo Bisagno, si rimane solo in quattro, con le moto a decidere sul dove andare e fare così un altro giro, dividere il pranzo al sacco e ammirare un incredibile castello, incastonato nella pietra.

Capita poi, di passare un’ora, sotto ad un pergolato, ad ascoltare i racconti di una persona anziana, a cui si era chiesto, semplicemente, la strada per andare alle Capanne di Marcarolo, vera e propria meraviglia, con i canyon del Gorzente

Chi va con due ruote, in Liguria ha un entroterra strepitoso da vedere, a due passi dal consumatissimo mare, basta anche solo un giro, di mezza giornata, magari in compagnia di un paio di amici, compagni di viaggio, qualcheduno ritirato dal lavoro, ma colleghi per sempre.

Entroterra dimenticato, sconosciuto a tanti, che ci regala scorci di struggente bellezza e tanta storia, anche tragica, fatta di lapidi e sacrari della guerra di Liberazione, che sui nostri monti, ha visto il sacrificio di tanti giovani, che combatterono per la nostra libertà.

L’ombra dei boschi, di querce abetaie, i faggi del Mellogno con i suoi forti.

Un lago dove fermarsi per un cafè e una fonte, dove tutti si fermano per rinfrescarsi.

Alcune tappe sono obbligate, come il Montezemolo, per due foto, un caffe, una bibita o un gelato, ma poi ci sono quelle non programmate, che ti fanno frenare la moto, fermare per visitare una chiesa, anche un piccolo, struggente cimitero di campagna, un castello con bellissimi ambienti interni, una vecchia casa diruta in pietre.

Lascio per ultimo, quella meraviglia del passo del Faiallo, stupendo monumento di orografia ligure, meta domenicale di famiglie e motociclisti, cangiante, dal giallo delle ginestre, al verde delle felci e il rosso dell’erica in fiore.

Buon giro! A chi oggi, è a spasso con la moto, sulle strade liguri, il mio consiglio è di fare sempre attenzione, siamo la regione delle buche sulle strade, riparate solo nell’imminenza di un evento, una tappa ciclistica o una elezione politica, nel lasso di tempo, che separa questi avvenimenti, il cittadino è lasciato in balia di infrastrutture viarie fatiscenti.

Fate attenzione! Anche perché poi, in questo strano benpensante paese, a torto o ragione, cinicamente, diranno sempre, che la colpa è della moto, che andava forte.

Buona Giornata

A Muntà da Cappeletta

Al pianoro di S.Lorenzo, arrivava la mulattiera/strada romana, che proveniva dai Posi, Valloia, Peccetti e Cian de Saccun, da qui si dipartivano due strade in salita a Muntà per l’Arpiscella, raccontata nel mio U Pe du Diau e quella in direzione delle Faie, a Muntà da Cappeletta, oggi via Primavera.

Mi è capitato di percorrere, qualche anno fa, nel periodo invernale, questa Muntà, che prosegue per poi confluire, nella soprastante via Poggio

Appropriato il nome Primavera, la natura in questo lembo di territorio soleggiato e protetto dai venti da nord, era già in fase avanzata, con delle belle fioriture di mimosa.

Oggi dell’originale via Primavera, che si diparte al termine dell’asfalto, solo un tratto è percorribile, con grande difficoltà per l’eccessiva crescita della vegetazione, Ruvei, Freisce, Gasie, Frasci, Serveghi, Nimose e tante Brughe.

Poi si arriva alla gigantesca voragine, della frana che proprio qui, il 23 novembre del 2019 si è staccata dalle pendici du Posu, trascinando a valle migliaia di metri cubi di terra e pietre, nella sottostante via Campomarzio, travolgendo centinaia di alberi e grandi massi, cancellando la strada da e verso le Muggine.

Solo se si arriva al cospetto del fronte franoso, ci si rende conto dell’entità di questo enorme distacco, una porzione di collina non c’è più.

Tutto il nostro entroterra e’ un fragile territorio, che sta lentamente, inesorabilmente scivolando a valle.

E’ necessario curare e monitorare le nostre colline, che sono a rischio ad ogni nubifragio, quasi sempre, nel periodo autunnale, quando sulle nostre zone si abbattono tempeste con eccezionali portate d’acqua.

Purtroppo ci siamo abituati al continuo stato di emergenza o far sempre interventi urgenti.

Non esiste una pianificazione, a livello regionale, per la tutela del nostro entroterra e di prevenzione, se ne parla soltanto, ma poi in pratica, sono cose difficili da realizzare, per queste cose mancano sempre i fondi le risorse ecc. e allora non si fa nulla, per mettere in sicurezza questi territori.

Fino al prossimo nubifragio

Eppure se solo ci addentriamo in un bosco, come quello che sovrasta via Primavera, si scopre che qualcheduno, tutto questo lo aveva già previsto molti anni fa.

Con le limitatezze tecniche del suo tempo, ma con un grande e immane lavoro, aveva posto in essere dei rimedi o almeno mitigato gli effetti dell’acqua di dilavamento.

Che questa era una zona a rischio de sbigge, ben lo sapevano quelli che molti anni fa in questi boschi, da dove traevano il loro sostentamento, avevano eretto una quantità enorme di muri a secco, anche con pietre di grandi dimensioni, creando dei terrazzamenti, il cui compito primario era di contenimento e di salvaguardia da eventuali frane.

Ho voluto documentare il lavoro fatto da generazioni di nostri concittadini con le foto allegate a questo post.

Miagge de Prie a perdita d’occhio e alcune Pose, basamenti in pietra dove erano caricati con pesanti fardelli i muli o le schiene degli uomini e poi i Surchi, altra indispensabile opera idraulica, canali per regimentare, trattenere e far defluire le acque, che sarebbero risolutivi anche oggi specie quando i pendii sono molto acclivi come in questa zona.

Posto de Piccapria, nella boscaglia soprastante c’e’ a Ca di Scopellin, cave di pietra la materia prima non mancava, alcune cascine in zona, servivano per gli attrezzi e per il riposo dei cavatori, ma anche zona di coltivazioni, qui favorite dalla presenza di fonti e dal clima mite, anche nella stagione fredda.

Non ultimo un grande panorama con vista dell’alta valle Teiro e in fondo l’orizzonte del mare, questi furono i fattori che determinarono degli insediamenti umani in questa porzione di territorio.

Peccato per il sole che crea isole di luce e confonde i contorni delle cose da vedere in foto.

Appena sopra a Muntà da Cappelletta si trova una cosa insolita, un gigantesco ciappun de pria, uno scivolo naturale , stranamente delimitato nella parte bassa da un muro di notevole spessore, forse eretto per dare stabilità al megalite, oppure molto probabilmente per chiudere la cavità, che formava la grossa pietra, e creare, un riparo sotto roccia, la cui entrata, laterale oggi è occlusa dalla terra, altre dimore dello stesso tipo sono nella zona soprastante, detta delle Agugiaie.

BSA WM 20

La BSA WM20 è la versione militare del modello civile M20.

Alienata in forti quantitativi dalle forze armate alleate al termine della seconda guerra mondiale, le moto ed altri mezzi militari erano raggruppati nei campi ARAR dove erano cedute ai privati, per essere “civilizzate” tramite modifiche, sostituzioni di particolari cromature e poi vendute.

L’esemplare nelle foto è una BSA WM20 del 1943 anche lei “pesantemente civilizzata”.

Il mio intervento di restauro è stato quello di riportare la moto alla sua origine militare, tramite lo smontaggio completo di tutti i particolari, con la sostituzione dei parafanghi, del manubrio e della marmitta.

Ho voluto mantenere la storia della moto lasciando la “patina del tempo” usando dei prodotti per bloccare l’ossidazione.

Tubo di scarico e marmitta sono stati protetti dall’ossidazione tramite l’applicazione di vernice trasparente per alte temperature.

I parafanghi di nuova fornitura sono stati sverniciati e resi conformi all’aspetto della moto tramite un’attivatore di ossido.

Per conservare la testimonianza dei lavori effettuati negli anni, ho lasciato alcune parti ancora con residui di cromatura e alcuni particolari che erano stati adattati alla moto, come la parabola faro, il clacson di produzione italiana, l’anello parafiamma del tubo di scarico e un bauletto anche lui con la cromatura ancora in buono stato, la sella è quella originale, consunta dal tempo e dall’uso ma ancora utilizzabile.

La meccanica è stata completamente revisionata con rettifica cilindro e spianatura testata, sostituzione delle valvole e delle molle sono stati sostituiti tutti i cuscinetti, guarnizioni e particolari usurati dischi frizione, catena trasmissione secondaria, pignone e corona, ganasce freni.

Il carburatore è il suo originale Amal, gli articoli delle riviste specializzate, dedicati al restauro di questa moto, consigliano la sua sostituzione con il più performante carburatore Dell’Orto.

Il magnete e il regolatore di tensione sono stati revisionati dal mio collega e amico, Giovanni.

Giovanni Anselmo, coltiva da anni la passione per il restauro, specie quello molto interessante e divulgativo, dal punto di vista storico e tecnico, delle moto militari.

Sono almeno una ventina le moto militari di sua proprietà, che furono utilizzate in tutti i fronti della seconda guerra mondiale, inglesi, statunitensi tedesche francesi e italiane, riportate allo stato di perfetta efficenza e di rispetto e cura dei particolari d’epoca da Anselmo che ha realizzato negli anni grazie alla sua passione e alle sue capacità tecniche, quelle che sono a tutti gli effetti delle opere vere e proprie opere d’arte di meccanica.

Ovvia la sua disapprovazione alla vista della ruggine a vista in questa mia “opera d’arte”(si fa per dire).

Questioni di punti di vista, nel restauro della mia BSA ho seguito i dettami del mio passato di restauro di mobili…dove è possibile, non togliere i segni che ha lasciato il passare del tempo.

Il 30 maggio 2020 è stato avviato il motore ed effettuate alcune prove su strada.

In seguito ho posizionato il “desert stand” un pratico cavalletto laterale, di nuova fornitura ma probabile presenza durante l’uso militare, visto l’impronta che la sua installazione ha lasciato sul telaio.

Nessun problema per il reperimento dei ricambi originali o ricostruiti da ordinare online e provenienti in buona parte dall’India dove diversi esemplari di questa moto sono ancora in uso.

U campusantu vegiu de Vase

l 12 giugno 1804 Napoleone Bonaparte, firmava il “Décret impérial sur les sépultures”, conosciuto anche come “Editto di Saint-Cloud”.

Si sanciva così a tutti gli effetti la nascita dei cimiteri moderni e si regolava una volta per tutte la pratica delle sepolture.

Le finalità dell’editto erano due.

La prima era igienico-sanitaria: si rendeva necessario evitare di continuare a stipare i corpi dei defunti nelle chiese e la conseguente diffusione di orrendi olezzi e malattie.

La seconda finalità era invece di tipo ideologico-politico: le tombe dovevano essere tutte uguali tra loro, nel rispetto del principio rivoluzionario di uguaglianza (ovviamente però fu consentito ai personaggi o alle famiglie illustri di avere in concessione dei terreni su cui costruire il loro sepolcro con monumento commemorativo annesso. Alla fine, nonostante i buoni propositi, i privilegiati riescono sempre, in ogni epoca, ad imporre i loro desideri).

L’editto, esteso all’Italia il 5 settembre 1806, ispirò ad Ugo Foscolo la stesura del carme “Dei Sepolcri” nello stesso anno, che venne poi dato alle stampe nel 1807.I principi del documento napoleonico sono gli stessi che ritroviamo nel regolamento del Monumentale di Torino quando venne aperto al pubblico nel 1829.

A Varazze nel 1836, ci fu una sommossa popolare, soffocata dai Piemontesi di stanza a Savona, causata dalla decisione di mutare di luogo il Camposanto della città.

Il Cimitero principale di Varazze era lungo il Teiro ai piedi del colle di S.Donato in sponda destra del fiume da questa località si decideva nel 1836 di trasportarlo ( a seguito dell’esondazione del Teiro del 1835 n.d.r) prima nell’orto del parroco, quindi nel borgo del Solaro e infine nella Caminata, nelle vicinanze del Cinema Teiro. Ma un magnate (Camogli n.d.r) di quel tempo, che aveva nella Caminata, una conceria e fertili terreni, ottenne che il cimitero si trasferisse in una sua proprieta’ dove è attualmente

Ecco la cronaca di quei giorni scritta in zenagliano o ligurese.

Da S.Dunou si vedeva a pua che fasceivan i cavalli sciù da Teiru.

“Sun i franseisi!” han bragiau!

Alua, tutta la gente è scappata a scundise, i ommi in ta sciumea, per cogge le prie da tirare ai surdatti.

Previ e prevosti de cursa a sunno’ le campane, come quando arrivavan a Vase quei mangiaprevi di franseisi.

Ma i surdatti non erano della Franza, ean da Cumpagnia de Sanna.

I Sardi du re, che vegnivan a Vase, per pestare, chi voleva purtò via i morti, dau campusantu.

Che u lea dall’otra spunda de San Duno’

Il Teiro un anno fa nel campusantu, ci aveva fatto tanta disgrasia!

Scoverciato le tombe e portato via le crusci e le casce da mortu!

Che quarcheduna non l’hanno più vista e foscia è arrivata in ma.

I ciù cattivi ean quelli de Tasca e du Burgu, che ce l’aveva mandati il preve, che voleva che il santo campo fosse scavato dalla vegia giescia.

Dove ci ha l’orto u parroco, dappò anche quelli du Suo’ vureivan mettere i loro morti a S.Bertume’.

Avevano taccato bega u Burgu e u Suo’ ma poi fatto pasce.

Ditu fetu, ognuno pureiva tenere i morti al redosso della sua giescia!

Come era prima che arrivassero quei mangiaprevi de franseisi

Ma u Podesta’ u gha ditu, che non si poteva fare più cuscì, perchè chi moe, ora va messo in ta terra.

Suttero’ luntan dalle case e dalle giesce, dove c’è poco posto e che poi si diventa marotti dalla spussa.

E u leiva decisu, che il camposanto duveiva esse nella Camminata, dove i Camuggi ci avevano la pellaia e i orti.

Alua quelli du Burgu e du Suò quando lo hanno savuto, hanno taccato lite con il Podestà, che ha ciammato le guardie e a Cumpagnia de Sanna, che erano Sardi e de Turin.

Fecero battaggia, cun quelli de Vase, sciù da Teiru.

I surdatti ci avevano le sciabbre, che piu’ d’uno lo hanno sguarato, che poi c’era la fila di ommi sanguinati dallo Spedale di Cabraghe.

C’è voluto quattru giurni, de braggi e de botte, cun i previ prevosti e beghine che si erano sprangati in te giescie a sunno’ le campane.

La povia gente invece in te ciasse e in ti caruggi a tirare le prie de Teiru ai surdatti, che poi hanno sparato con i schioppi e impallinato tanti zueni e vegi.

Ma è prie non erano tirate solo per i camposanti.

A nesciun ghe piasceiva ciappo’ de botte dai Sardi e mancu da quelli de Turin.

E alua a gente a bragiava viva Zena!

Quella nostra repubblica data a quelli de Turin!

E allora qualcheduno si è misso a bragiare Viva la repubblica!

Anche viva Napuleun!

Altri alua hanno bragiato Viva Maria!

La proposta di un facoltoso membro della famiglia Camogli, pose fine a quelle concitate giornate.

Cedette al comune a prezzo di favore, un terreno di sua proprietà tra u Tanun e il rio Cucco da adibire a cimitero urbano.

Ma la generosità di quel benemerito cittadino celava una vendetta famigliare.

U capatassu di Camuggi, non era abbortomelito.

Non vureiva il camposanto nella Camminata e dalla sua pellaia del Teiro.

Ci ha messo una pessa e fatto finire le botte e le palle da schioppo.

Camuggi u l’eiva rattello’ cu so free quellu da Ca Grande dell’Aspia.

E alua pe foghe dispetu u g’ha purto’ u campusantu sutta ca!

U l’ha detu de badda au comune un toccu de tera dau Tanun au Rian du Cuccu

A gente de Vase a lea cuntenta de avei un belu campusantu cun i marmi e cappelle e tanta terra santa.

La duvve, versu Sana, finisce Vase…sutta a Ca Grande dell’Aspia.

foto Archivio Storico Varagine

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E Bumbe a Vase

In questi giorni, nel 1944 in un aeroporto della Puglia, in quel pezzo d’Italia, liberato dagli alleati, dopo lo sbarco in Sicilia del nove luglio del 1943, si stava pianificando il bombardamento della nostra città, che sarà poi effettuato il 13 giugno.

L’obbiettivo doveva essere la linea ferroviaria, che con un ponte, al centro della città, superava il fiume Teiro.

Far saltare un ponte in ferro, voleva dire bloccare per molto tempo la ferrovia e con essa eventuali trasporti di truppe, magari di rinforzo verso la Costa Azzurra, dove a Cannes, il quindici agosto del 1944 era già previsto lo sbarco alleato, e poi c’erano quei treni armati, unica arma a difesa delle nostre coste, che poteva impensierire gli alleati, in caso di sbarco.

I cinque treni armati, presenti in Liguria, furono requisiti dai tedeschi dopo l’otto settembre e messi in disarmo a qualcheduno fu smontato un cannone, e utilizzato a difesa delle spiagge, ma erano comunque sempre potenziali pericoli.

Tagliare in due la linea ferrata, voleva dire renderli inutili.

Ma fu veramente fatto un errore, nello sgancio di quelle bombe, che mancarono il bersaglio e finirono in via Malocello e via Carattino?

Gli aerei americani avevano un sofisticato sistema di puntamento, il Norden, che con l’inserimento dei dati necessari, velocità altezza ecc. aveva una buona precisione, ad esempio un bombardiere americano, riusciva a lanciare un ‘ordigno da 6000 metri d’altezza e centrare un obbiettivo nel raggio di 30 metri.

Gli aerei che bombardarono Varazze, erano dei B25 e non si sa, se erano dotati di questa apparecchiatura, molto probabilmente però, non fu usata, chi ha assistito al passaggio degli aerei, nei pressi della località

Gambun, ricorda, che dopo il primo passaggio, fatto ad alta quota, i bombardieri, avevano invertito la rotta, ritornando a bassa quota sul cielo della nostra città sorvolando u Vignò, un’altra testimonianza, dalle alture di Cogoleto, ricorda di aver visto, la serie di esplosioni, che distrussero parte del centro storico e molte altre bombe che esplosero in mare, come a volersi disfare del carico di ordigni, prima di intraprendere il lungo viaggio verso la Puglia all’aeroporto di partenza .

Fu fallita la distruzione del ponte o era il centro storico

il vero obbiettivo di quegli aerei?

C’erano delle armi dall’Assunta?

Con il procedere del conflitto, gli anglo americani fecero proprie le tattiche, sperimentate dai tedeschi, nei bombardamenti su Londra, era la guerra totale, non solo obiettivi militari, ma anche contro la sua economia e le infrastrutture, effettuate, inevitabilmente, coinvolgendo anche i civili.

Una strategia in grado di distruggere il morale della popolazione.

Furono bombardate le grandi città del nord, Torino, Milano e soprattutto Genova, vittima del primo bombardamento a tappeto su una città italiana, effettuato di giorno e proseguito nella notte, del 22 ottobre del 1943, dove molte furono le vittime civili.

L’intensificarsi dei bombardamenti, sui centri abitati, ebbe due effetti, in un primo tempo, ci fu un’ondata di risentimento, verso gli alleati, ma poi vista, l’incapacità degli eserciti dell’asse di reagire, allo strapotere anglo americano, i cittadini sfiniti, dalla fame e dalla paura, iniziarono a chiedere la fine della guerra, anche con gli scioperi nel triangolo industriale.

Ma nonostante tutto questo e anche dopo l’otto settembre, il folle, che aveva portato un povero paese, in una guerra persa in partenza, succube dell’alleato germanico, decise di continuare con la mattanza degli italiani.

Seppe solo dire, a chi gli chiedeva che cosa fare, “disperdetevi nelle campagne”.

Nei prossimi giorni, pubblicherò in due parti, la storia di una famiglia, travolta nella nostra città dagli eventi della guerra.

Vorrei dare così, il mio piccolo contributo al ricordo di quelle 51 vittime innocenti del 13 giugno 1944 a fine conflitto furono 70, gente comune, povera gente sempre la stessa a soccombere, quando scoppia una guerra……. una bomba….o un’epidemia