Se capita, di transitare in auto di notte, salendo, in direzione di Alpicella, sorpassata la località In Cadan-a, ci sorprende il fitto buio, che avvolge le pendici del monte Cucco, alla nostra sinistra, oltre l’alveo del Teiro, dove è stato scoperto e scavato, nel 1977/79, il Riparo Sotto Roccia, in località Fenestrelle.
Il toponimo Fenestrelle, sembra derivare da finestra e stelle, intesa come una radura in mezzo ai boschi da dove si poteva guardar gli astri.
Il buio per i nostri lontani antenati era foriero di pericoli.
E se fossimo transitati nottetempo da quelle parti, migliaia e migliaia, di anni fa, nel neolitico o nell’età del bronzo, avremmo intravvisto, tra gli alberi, un falo’, tenuto sempre acceso.
Un fuoco per riscaldarsi, per allontanare gli animali e anche verosimilmente per difendersi da altri gruppi
Quelli degli Armuzzi?
In quest’altro grandioso sito preistorico, primordiale insediamento umano dell’Alpicella, è probabile che ci fosse un gruppo molto numeroso e stanziale.
Quelli degli Armuzzi, avevano già cercato di sorprendere gli uomini di guardia al riparo di Fenestrelle, per impossessarsi degli animali del cibo o compiere qualche ratto di donne.
Chissà quali accadimenti avvennero, in questo sito preistorico!
Intorno a noi si percepisce un’antica violenza
E come immutevoli testimoni, le pietre che ancora si trovano Spantegate, disperse o emergono dalla terra, poste in buon ordine a formare i basamenti di quelĺo che poteva essere un primordiale villaggio, depredato delle sue pietre.
Secoli fa, in questa radura, si sono perpetrate, vere e proprie razzie della materia prima, per uso edificatorio, sottratta a questo sito.
Pietre che ora molto probabilmente sono parte dei muri di qualche vecchia cascina.
Anche nei muri a secco di quella cascina che fungeva da base durante gli scavi.
Non meno devastanti, sono state le distruzioni sistematiche dei luoghi di culto pagani, perpetrati su tutto il nostro territorio con l’arrivo del Cristianesimo in Liguria.
La nuova religione ha invaso con i suoi simboli, le incisioni rupestri, distrutto tutte le testimonianze di antichissime devozioni, che erano presenti, sulle le cime dei nostri monti e nei luoghi più suggestivi del nostro entroterra.
Gran parte dei luoghi di culto cristiano, dove si gode della bellezza del creato, sono stati edificati sulle vestige di altri primordiali culti.
Sono diversi i luoghi di probabili insediamenti umani, mai indagati a sufficienza, nel territorio della nostra città, ma degni di essere studiati o anche solo censiti.
Oltre a quelli già citati altri gruppi probabilmente si erano stanziati al disotto del Bricco delle Forche, dove anche in questa zona sono presenti delle rocce sporgenti, oggi completamente interrate, ma che nell’era neolitica, erano possibili ripari contro le intemperie.
Un’altro sito di interesse archeologico è la zona delle Agugiaie sopra la località di Campomarzio, zona molto impervia e oggi impraticabile per l’eccessiva vegetazione.
La visita
Sempre molto suggestivo arrivare a Fenestrelle, un luogo molto antropizzato.
La strada sale in leggera salita per arrivare ad un pianoro, dove alla nostra sinistra si trova un primo riparo sotto roccia, proseguendo si incontrano le tracce di due cerchi di pietre, probabili luoghi di culto o possibili recinti per animali, le cui pietre sono state divelte e di queste, alcune giacciono nelle vicinanze disordinatamente accatastate pronte per essere trafugate.
Proseguendo la strada si fa decisamente in salita, per arrivare al cospetto della grande roccia, che offriva riparo e luogo comune di coabitazione a un gruppo di nostri antenati, che qui si era insediato.
Di questo sito archeologico si sanno molte cose, impossibili da elencare in un articolo di Facebook, ed è quindi d’obbligo e molto interessante, effettuare una visita al museo Archeologico dell’Alpicella, dove sono in mostra i reperti che sono stati ritrovati durante gli scavi, la storia e i plastici che riproducono il sito.
La strada sempre in salita oltrepassa il Riparo e con un paio di tornanti, in mezzo ad un lago di foglie secche, arriva sulla sommità della roccia di Fenestrelle, dove sono presenti due Sbaragge, postazioni per cacciatori, qui alla vista ancora muretti a secco e molte piante di pungitopo a rinverdire il paesaggio autunnale di un bosco ceduo.
Proseguo per cercare altre tracce di quello a cui sono interessato, i manufatti in pietra di quelli che ci hanno preceduto in questo angolo di mondo e invece trovo le tracce della nostra era di incivilta, quelle che proprio qui non avrei voluto trovare….
Bottiglie di vetro, lattine di bibite e tanta plastica sotto forma di sacchetti bottiglie, contenitori di cibo ecc. proseguo seguendo questo scempio e trovo anche uno scaffale da cucina e un pericoloso televisore a tubo catodico, gettato al di là del guard rail che delimita la strada di collegamento Alpicella S.Martino che scorre proprio sopra questo sito archeologico.
Penso con amarezza che questa “rumenta” sopravviverà, per decenni, e sarà quello lasceremo in eredità ai nostri posteri.
Al ritorno oltrepassato il Riparo sotto Roccia salendo alla nostra sinistra, si incontrano alcune “pose” a testimonianza di soprastanti luoghi di fienagione du Briccu du Carmu o da Becca, poi ancora scavalcando un gruppo di rocce, si scopre all’improvviso un’inquietante altissima rocca e un altro riparo sotto roccia, delimitato da un recinto in pietra, di epoca più recente, forse usato per animali domestici, ora invece da quelli selvatici visti i numerosi segni lasciati da questi animali.
Nota dell’autore
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Maietta era una donna sola, abituata a bastare a se stessa e come tutte le donne, che non avevano un uomo a cui affidare la loro vita, era oggetto di pettegolezzi.
Lo sapeva bene, si poteva leggere negli occhi curiosi che la seguivano, nel chiacchiericcio che improvvisamente si fermava al suo passaggio.
Ma lei, silenziosa camminava con passo fermo e cuore contento.
Era sulla bocca dei soliti pettegoli e le sempre presenti bigotte in quella città di mare.
Ma se solo avessero saputo certe cose della sua vita, avrebbero rabbrividito, neanche la loro più sfrenata fantasia, poteva avvicinarsi alla verità.
Abitava in una vecchia casa di pietra, tra i pini, davanti un grande prato, dove quei pochi animali che teneva per la sua sussistenza giravano liberi.
Tre capre e una mucca per il latte , il formaggio e il burro.
Cinque galline, due oche e tre tacchini per uova e carne.
Un piccolo orto con le verdure di stagione
Maietta conosceva le erbe.
Un’arte imparata dalle donne della sua famiglia.
Molti si rivolgevano a lei, per il mal di testa o per avere un bambino.
Un callo dolorante o la bronchite che non passava.
Lei andava nel bosco e tornava con le erbe giuste.
Maietta era considerata una mezza strega.
Lo sarebbe stata del tutto se fosse vissuta un paio di secoli prima.
Ma Maietta nascondeva un segreto.
E il suo segreto era nascosto lì, in quel prato, in un angolo dove a maggio, rigogliosa fioriva una rosa
Dove lei, quando passava gettava un’occhiata fugace e se qualcuno si fermava ad ammirare quei fiori, con una scusa lei ne distoglieva l’attenzione
Maietta aveva visto i soldati passare, parlavano una lingua che lei non capiva.
Tutto le portarono via anche la dignità e la lasciarono li strappata e nuda nella sua terra.
Un soldato si avvicinò, l’ultimo ad andar via.
Ma le parlava in una lingua che lei non capiva, forse la voleva consolare di quella violenza subita, ma lei non capi e cieca di rabbia, il coltello nel cuore gli affondò.
Maietta non c’è più da tanti anni ormai.
La casa è bruciata insieme alla pineta, ma la rosa è ancora là bella, profumata e rigogliosa.
Chi a maggio passa da quelle rovine, si meraviglia di tanta bellezza in mezzo a quello sfacelo
E il segreto di Maietta è ancora lì custodito tra le radici.
Questo è uno di quei racconti della nostra terra, mai scritti, chissà se è anche una storia vera.
Cogoleto è stata sempre legata a Varazze e Arenzano, per questioni di lavoro in terra e sul mare.
Che si tradussero anche in unioni famigliari.
Cogoleto per le sue attività di pesca e di piccolo cabotaggio, si fornì sempre presso i maestri d’ascia di Varazze e i calafati di Arenzano.
In queste due città hanno sempre lavorato i “Marinai Montanari” di Cogoleto.
Risultano agli atti, alcune litigiosità, anche se lontane nel tempo, come la Lite Secolare tra Varazze e Cogoleto per una terra da pascolo, dove ci scappo anche il morto.
Leggendari gli scontri fra quelli de Sciarburasca i Casanovin e gli “Arpiscellin” per delle controversie terriere in località Deserto.
E anche spedizioni punitive con scazzottature, per motivi di cuore,
Nell’epoca delle scorribande saracene, queste tre città stipularono un patto e divennero i “Fratelli della Costa”
In caso di un imminente sbarco saraceno accorrevano per difendersi reciprocamente.
Da documenti medievali anche Cogoleto assunse diversi toponomi, Cogoretio, Cogoreo, Cogoretium, Cogoletum, Cogoljtus ma anche Cocurezzu e Cogoleno.
Ai tempi dell’invasione romana, esistevano già i toponimi Sciarborasca e Lerca.
Quando i romani fondarono su quelle alture, la stazione di Hasta, si accorsero che in quel territorio, esistevano vasti giacimenti di Pietra dei Greci, dalla quale dopo opportuna cottura si ricavava una polvere volgarmente detta Calcina.
Le vaste foreste circostanti, potevano garantire il molto legname necessario per la cottura delle pietre.
La calce qui prodotta, era trasportata via mare, a bordo delle navi da carico che trovavano approdo nella località del Portigliolo.
Primordiale scalo romano, poi sede di pirati dove in seguito sorse una fabbrica di gallette, un’alimento che si conservava per molto tempo, ideale per i viaggi in mare.
Ora la località del Portigliolo sta per essere stravolta, dall’ennesima riqualificazione urbanistica, che probabilmente cancellerà definitivamente, alcune delle sue testimonianze storiche .
Nelle foto, lo stabilimento della Tubi Ghisa e il bel ponte ad sesto acuto della camionale, poi l’antica fornace e relativa cava, in località mulino della Rocca.
La bellissima fornace Bianchi aperta alle visite in località Donegaro e la fornace presso il comando della polizia locale.
Cogoleto ha mantenuto queste belle testimonianze di archeologia industriale.
Anche nel territorio del comune di Varazze esistevano due edifici di antiche fornaci per la produzione della calce.
Ben conservata è a Furnosce da Custo’ e a Furnosce de Muin sciu da Teiro in località Defissi.
C’è un detto zeneise, che quando u Boccia, l’aiutante muratore, prova per le prime volte la non facile tecnica dell’intonacatura, u Baccan il Capomastro, si rivolge alla malta e le chiede di essere benevola con l’apprendista muratore
“Tacchite casin-a che u meistru u l’e’ nou”
Con Gianni e Antonio due signori di Cogoleto a cui chiedo delle informazioni, presso la località del Mulino della Rocca, si parla delle fornaci ancora attive nell’700 e l’immancabile paragone con le fabbriche di Cogoleto, che davano lavoro anche a molte persone di Varazze compreso mio papa’ nella Tubi Ghisa.
N° di cartellino 707.
Le grandi fabbriche presenti a Varazze e Cogoleto, sono tutte scomparse.
Cogoleto era una città industriale, oggi della Stoppani dopo lo smantellamento rimane solo un’enorme piazzale e dopo i lavoro di bonifica, una gigantesca montagna artificiale in località Mulinetto.
Mentre il destino dei cantieri navali è stato diverso lasciando il posto ad un palazzo.
Resistono anche se desolatamente vuoti al centro della città, i capannoni della Tubi Ghisa già ILVA e poi Italsider.
Una grande storia industriale, che ha dato lavoro e prosperità a molte famiglie non solo di Cogoleto ma a tutte le città “Fratelli della Costa”
Barba, parola in Zenseise, con duplice significato, in questo caso se davanti a Barba, zio in italiano, si mette il Che, allora tradotto diventa Che Noia!
Impossibile pronunciare “Che Barba” senza emettere uno sbadiglio!
Provate!
Alzi la mano chi zuenottu o figgia anni 70, non si è mai annoiato/ta?
La noia, compagna, in diverse fasi della nostra gioventù.
Non c’era la tv a riempir quelle ore vuote, interminabili.
Quando la pioggia, vento o freddo, impediva le nostre scorribande Sciu da Teiru.
Ma io ero un bambino fortunato potevo andare nella falegnameria, a fare i salti nel deposito dei riccioli di legno.
Le cose cambiarono, in quell’età ” nè carne nè pescio” quando ci si approccia alle cose da grandi.
Ma si rimane a metà strada fra l’età dei giochi e quella delle cose serie.
Lunghi pomeriggi d’estate, gli amici in vacanza e non sapere dove andare.
Ma era l’inverno, il periodo dell’anno, della noia, le copiose piogge autunnali annunciavano i primi freddi e obbligavano a star chiusi in casa.
Si smettevano i pantaloncini corti sparivano quelle vistose cicatrici delle ultime scorribande estive.
La domenica si andava al cine Teiro o Verdi.
Li per tutti c’era una sorta di cerimonia di iniziazione, all’età adulta.
Effettuata nelle gallerie dei cinema.
Con le prime sigarette, non aspirate perché veniva da tossire.
E le serata fuori casa nel Bar Marilena.
A giocar a biliardo e calcetto, al mercoledì a veder le partite di coppa.
Poi neopatentati nelle noiose serate al bar, che fare?
Un rimedio era quello di andare dalla stazione vecchia, dove avevano appena asfaltato il grande piazzale dismesso dalle Ferrovie.
A far le derapate.
In seconda marcia 40/50 km/h, freno a mano, leggera sterzata e almeno un paio di testa coda e Piruette, cun a Sinquesentu, erano assicurate.
Anche quattro se la strada era bagnata.
E se poi c’era la neve….
Se c’era la neve allora si montavano le catene e ci si sfidava a chi arrivava sul Beigua.
Nessuna paura neanche il freddo o il rischio di finire in un fosso ci fermava.
Con la 500 bastava poco, per tirarla fuori e quando la neve era troppa e la macchinina non avanzava più, allora bastava scendere ruotarla e ritornare indietro!
Una sera a seguito della perdita di una catena mai più ritrovata, fu piu difficoltoso del solito avanzare sullo strato di neve e allora l amico al mio fianco scendeva a spingere l’auto ogni volta che slittava la ruota.
Arrivati sulla cima c’era sempre un sorso di grappa o altro, portato da qualcheduno come corroborante.
Ricordi di voci volti risate e dell’orgoglio di aver fatto qualcosa di grande.
Guidare sulla neve è anche un’ottima scuola per affrontare poi le strade di tutti i giorni.
Conoscevamo bene la strada del Beigua e dove poter far gli scemi con quella macchinina, senza pericolo.
Ancora oggi, quando scende la neve, si perpetua la “tradizione” delle auto, che illuminano la notte del Beigua.
Lui guardò fuori dalla finestra il tempo non prometteva niente di buono.
Prese l’ombrello e s’incammino’
Nella testa aveva già i mille pensieri, di quella che sarebbe stata un’altra lunga, difficile giornata di lavoro
Quell’attività lo coinvolgeva troppo e a volte gli faceva perdere il sonno.
Era stressato, lo sapeva, ma non doveva mollare, un giorno, lui se lo sentiva, le cose sarebbero cambiate.
Arrivo’ all’improvviso uno scroscio d’acqua.
L’asfalto, reso lucido dalla pioggia, nella penombra di quel mattino, riflesse le luci di un’auto.
Poco dopo, un finestrino che scendeva e una voce di donna che lo chiamava per nome.
Strappandolo di colpo dal pensiero dei suoi tormenti.
Gli chiese se voleva un passaggio.
Sali’ sull’auto, ringraziando la vicina di casa di quel passaggio.
Di colpo quei mille pensieri sparirono, lasciarono il posto ad un tuffo al cuore!
Vide le belle gambe di quella donna, che una gonna stretta, tirata un po su, non per vezzo, ma per praticità, lasciava intravvedere, avvolte nelle calze velate e allungate sulla pedaliera dell’auto.
E poi altre sensazioni, mai provate prima, arrivarono improvvise e lo colsero impreparato, durante quel breve tragitto, dopo quelle belle gambe svelate da sotto la gonna, arrivo’ anche il suo profumo leggero, la sua voce pacata e quel suo bellissimo sorriso, quando l’auto si fermò dalla stazione, dove lui era diretto.
Lui con la voce spezzata da quel cuore che batteva ancora forte nel petto, farfuglio’ un grazie del passaggio.
Nel frattempo, la fitta pioggia era terminata, spazzata via da un’improvvisa folata di vento.
A volte, bastano piccole cose per farci sentire vivi, nella monotonia di una giornata.
Queste sono il sale della vita.
Il ricordo di quei pochi minuti presero il posto di quei pensieri tormentati.
E per tutta quella lunga giornata, il lavoro per lui, si fece più lieve.
Il toponimo dell’Ommu Mortu e’ raccapricciante, probabile riferimento ad un episodio tragico, di cui non si ha menzione.
Ma potrebbe derivare dalla carneficina che ad aprile del 1800 durante le Seconda Campagna d’Italia, sanguino’ le sue sorgenti.
L’ambiente e uno dei più belli e suggestivi del nostro entroterra.
Il Rian dell’Ommu Mortu, è un susseguirsi di cascate e laghetti con un bel rumor d’acqua, udibile ben prima di arrivare alla sua vista.
Agli Armuzzi il Rian e’ oltrepassato da un bel ponte ad arco.
Per proteggere il viandante ecco un’edicola votiva.
Con due lunette dove erano alloggiate due madonette una per chi partiva e l’altra per chi arrivava.
U Nicciu du Rian dell’Ommu Mortu con la sua impressionante pendenza destinato a sicura rovina.
Il toponimo Armuzzi, deriva da armuzzu arma armisu armussi, ovvero in dialetto volgare, riparo sotto roccia o capanno di montagna.
In questo ambiente molto antropizzato esiste infatti una zona impervia, forse poco conosciuta, ma ricca di anfratti e ripari rocciosi, con notevoli presenze di muretti e Muggi de Prie. testimonianze di antichissimmi insediamenti umani.
La caratteristica principale di questa zona, sono i ruderi di case, cascine ed essiccatoi per castagne, ho contato una decina di questi edifici.
Altri ancora, da qualche parte, nel folto del bosco.
Sarebbe bello e molto importante, ricordare il nome di questi manufatti, perché non si perda la memoria, di questi insediamenti.
Case con gli intonaci colorati, un paio di Nicci un bel ponte e poi manufatti minori ma non meno importanti come strade lastricate, muri e terrazzamenti
U Pra da Bellafia, con l’omonima casa, sovrastata da un’altro Nicciu, un grande prato, con ai lati due enormi cumuli di pietre di risulta di un massacrante lavoro di bonifica per rendere questo terreno arabile e fruttuoso
In questa zona sono molteplici le prese dell’acquedotto di Savona, con le relative tubazioni che convogliano l’acqua in grande vasca, sopra l’Alpicella, nei pressi di un telone blu al disotto del quale giacciono, i resti del Nicciu du Bruscin diruto a dicembre 2020.
Continuo la Stra da Lese nome derivato dal mezzo di trasporto del legname, che da questi boschi scendeva a Varazze per essere lavorato nel Sciu’ da Teiru o dai maestri d’ascia dei Cantieri Navali.
Altre Lese erano cariche di fieno per gli allevamenti bovini.
Se si osservano le pietre di questa antica strada, si può scorgere il segno lasciato dai legni delle tregge da trasporto, che hanno consumato il selciato.
Siamo al cospetto severo del monte Voltui, forse una licenza dialettale del termine voltaprie, voltatufiu volta pietre, volta tufo, oppure derivare dal termine voltor avvoltoio falcone.
Preferisco la seconda ipotesi anche perché i versi di alcuni rapaci in volo mi hanno tenuto compagnia durante tutto questo tragitto.
Proseguendo si è sottomessi alle maestose Rocche Raggiose, maldestra traduzione dal dialetto Rocca dra Giuse.
Qui in un pianoro giacciono i probabili resti dell’antico monastero, le cui mura depredate dalle pietre, sono perfettamente allineate est-ovest
La strada da Lese ha il suo naturale sbocco presso la bella e attrezzata area pic nic del Piccolo Ranch.
Poco prima ai lati della strada, l’acqua di scioglimento delle nevi, ha formato un bel lago.
Dove gracida la rana rossa.
L’elemento liquido la fa da padrone in questo lembo di territorio, laghetti, rian, prese d’acqua rigagnoli da guadare “smogge” con le inconfondibili tracce lasciate dagli ungulati.
Ovunque intorno a noi le testimonianze delle pietre lavorate e messe in opera a riprova che dove c’era abbondanza di acqua l’uomo vi si è radicato, ha modificato l’habitat, per le sue esigenze.
Semplici dimore sotto una roccia nel neolitico, per arrivare al secolo scorso con l’edificazione di solidi manufatti in pietra.
Spetta a noi uomini moderni in primis, far ricerche per conoscere i nomi di questi manufatti, conservarli valorizzando questo nostro entroterra ricco di storia di panorami suggestivi e unici.
Itinerario.
In auto verso la Ceresa al bivio si prende a sinistra la strada per l’ex cava dei marmi si parcheggia l’auto al secondo bivio e si prosegue a piedi per la strada di sinistra in leggera discesa, al successivo bivio, si prosegue a destra verso il fabbricato dell’acquedotto si arriva agli Armuzzi, poi si attraversa il ponte, restando a debita distanza dall edicola votiva pericolante e si prosegue incontrando diversi edifici.
Proseguendo, in circa 45 minuti si arriva all’area pic nic del Piccolo Ranch.
La città di Varazze, a metà degli anni 70, ha dedicato una via ad un nostro concittadino, Giuseppe Scavino, un sottotenente di vascello, imbarcato sull’incrociatore Armando Diaz, scomparso a seguito dell’affondamento della nave, il 25 febbraio del 1941
L’Incrociatore leggero Armando Diaz, faceva parte di una classe, di incrociatori caratterizzata da elevata velocità e scarsissima corazzatura (le navi di questo tipo verranno soprannominate dagli equipaggi “cartoni animati”)
Alle 3:43 del 25 febbraio 1941, mentre scortava un convoglio verso la Libia, insieme al gemello Giovanni delle Bande Nere e ai caccia Ascari e Corazziere, fu silurato dal sommergibile della Royal Navy Uprigh e affondò di prua, in soli sei minuti, trascinando con sé 464 uomini su un totale di 611 che componevano l’equipaggio.
Solo 9 furono i cadaveri recuperati (secondo altre fonti i morti furono 500 su 633 uomini a bordo).
A bordo dell’incrociatore c’era anche il sottocapo cannoniere Valcalda Emilio, un fratello di mia nonna, di lui ricordo il suo volto, inserito una grande foto, con lo sfondo dell’Armando Diaz e tutti i nomi e i volti dei marinai che erano deceduti nell’affondamento.
Era appesa in cima alla scale, per andare nelle camere al primo piano, della grande Cà du Punte ad Albisola in via dei Siri.
La casa dove abitava la mia bisnonna Maria.
Chissà dove sarà ora quella foto.
Il dolore per quella tragica scomparsa, anche a distanza di tanti anni è ancora presente nella mia famiglia.
Emilio era stato dato per disperso, ma forse si sperava di rivederlo vivo, anche dopo tanto tempo, che non si avevano più notizie su di lui.
Ci fu un momento di speranza, quando dopo una settimana dal 25 febbraio, giorno dell’affondamento, alcuni marinai dati per dispersi, furono invece ritrovati.
Erano stati tratti a bordo dell’incrociatore Giovanni delle Bande Nere, che faceva parte della stessa squadra navale dell’Armando Diaz e che si prodigò per il salvataggio dei superstiti.
I sopravvissuti furono sbarcati e ricoverati, ma la confusione e la disorganizzazione era tale, che la notizia di aver ritrovato vivi alcuni marinai, dati per dispersi, giunse in Italia, solo dopo qualche giorno, e da quel momento le tante famiglie, che si erano rassegnate per la perdita dei loro cari, ritornarono a sperare con il malcelato pensiero, che prima o poi avrebbero riabbracciato quei figli o quei fratelli partititi e mandati al massacro in una guerra inutile e di vana gloria.
In quei concitati giorni gli uffici della Real Marina, furono presi d’assalto, da mamme fratelli sorelle e mogli dei dispersi in mare, che chiedevano notizie dei loro cari e ripetevano quel nome della nave gemella Giovanni delle Bande Nere come fosse l’ultima speranza.
Quando rimpatriava, qualcuno che era imbarcato su quell’incrociatore, gemello dell’Armando Diaz, i famigliari delle vittime cercavano notizie dei loro cari e di quella maledetta notte.
Una notte d’inferno a sentire le grida di quei poveri marinai intrappolati in un inferno di ferro e fuoco.
Il siluro aveva preso in centro la santa barbara dell’Armando Diaz, che priva di corazza, era saltata in aria con un’enorme vampata di fuoco, colpita da un altro siluro verso la prua la nave era affondata rapidamente in pochi minuti, trascinando con se anche quei marinai che erano riusciti a gettarsi in acqua.
Ma ai parenti le autorità non raccontarono queste cose, dissero semplicemente che la nave era affondata, omettendo tutte le altre cose che al regime non erano gradite perché disfattiste.
Giovanni delle Bande Nere (era il nome di un condottiero del papa) finì per diventare il mio nomignolo da bambino, mi chiamavano così i miei zii di Celle e Albisola luogo di nascita di Emilio Valcalda.
La tragedia delle famiglie dei soldati e dei marinai dispersi è stata, a mio parere, sottaciuta e rimossa dalla nostra memoria collettiva, eppure è stata una tragedia nella tragedia, non avere una tomba su cui pregare un proprio caro finito in fondo al mare o chissà dove nell’inverno russo a causa di un regime che aveva mandato a sicura morte una generazione di giovani.
Una rimozione della memoria anche nella nostra città, dove le 73 vittime della follia fascista della seconda guerra mondiale non sono commemorate da nessuna targa o monumento.
Il nome di Valcalda Emilio è inciso nel monumento ai caduti di Celle Ligure.