Due Amisci na R4 a Capo Nord (2)

ultima parte

Quarant’anni fa nel 1984, due amici partirono con una Renault 4 per arrivare a Capo Nord in Norvegia. Era ancora l’Europa degli Stati e della Cortina di Ferro.

Erano previste alcune tappe in Finlandia per vedere il Museo Lappone di Inari e il Museo dell’Oro di Tankavaara.

Ma nella pianificazione del viaggio non fu contemplata la schiusa delle uova di zanzara….

Mamma natura sa che pur essendo inutili quelle sue creature devono anche loro procreare e farlo in quei tre mesi lontani dell’inverno artico.

La R4 fendeva sciami con miliardi di zanzare.

Con un pettine da zuenotto si cercava ogni tanto di “pettinare” il radiatore per togliere gli insetti che li si erano spiaccicati!

Impossibile cucinare all’esterno centinaia di zanzare precipitavano

nella pentola o nella padella.

E allora era giocoforza cucinare all’interno dell’auto

Prima di andare a dormire bisognava eliminare con l’insetticida le zanzare che erano nell’auto.

Da dietro i finestrini si vedevano nuvole verticali nere di insetti che inesorabilmente aspettavano il risveglio dei due amici per ghermirli

Gianni ricorda i ponfi delle punture che aveva in testa

I Lapponi erano insensibili o meglio le zanzare non riuscivano a pungere la loro spessa pelle.

Dai distributori di carburante i ragazzini pulivano in cambio di una mancia, i fanali delle auto togliendo quegli insetti appiccicati

Erano e lo saranno ancora, i paesi scandinavi, più evoluti, già con le rotonde stradali e, con le piazzole di sosta, dove c’erano i servizi igienici, con riscaldamento e musica.

Lo spostarsi per le isole era garantito da un efficace servizio di traghetti, con i meravigliosi scenari delle isole Lofoten e Vesteralen, durante la navigazione in mezzo ai fiordi.

Lunghe strade senza fine dove ogni tanto in un chiosco erano in vendita i souvenir più quotati le corna d’alce e la pelle di renna.

Mauro ricorda una venditrice che faceva di conto scrivendo l’importo da pagare con un bastone sulla terra.

Lunghe file di rastrelliere, stracolme di merluzzo messo ad essiccare, per diventare stoccafisso.

Dopo i primi giorni di incomprensione linguistica, il problema fu superato tramite l’utilizzo del linguaggio universale, dei gesti e dei versi, come quello di un bovino per indicare il tipo di carne da acquistare!

Chiedo se hanno mai avuto problemi alle frontiere.

In Svezia furono fermati da un poliziotto corpulento che si diverti a far dondolare la R4

In Svezia a lato di una strada sostituirono l’olio motore.

Per la via del ritorno dovevano passare per il Belgio l’Olanda e la Francia.

La frontiera più presidiata negli anni 80 era quella dei Paesi Bassi.

Il paese dell’amore libero dei fiori e delle canne.

E guidare una R4 con tanto di corna di renna, sul tetto era come andarsela a cercare.

Alla frontiera intimarono l’alt e di fermare l’auto in un’apposita piazzola.

A perquisire la Renault, sicura di trovare degli stupefacenti, fu una poliziotta di colore.

Quell’agente di frontiera rovistò parecchio nella vettura, ad un certo punto, fu attratta da delle bustine sigillate, ma erano i sali antiumidità per la macchina fotografica di Gianni.

Mauro teneva le portiere aperte, mentre la poliziotta era intenta al controllo.

Ma l’unica cosa di stupefacente in quel momento, era quel lungo viaggio fatto da due veri amici Gianni e Mauro.

Le uniche notizie in quei 17 giorni alle famiglie, fu una telefonata quando erano arrivati nei pressi di Torino per annunciare il loro arrivo.

I famigliari, parenti e amici di quella piccola comunità di Prato Zanino li accolsero festosi

Per l’occasione avevano preparato un cundigiun.

L’R4 di proprietà di Mauro fu protagonista di altre avventure e gli fu affibbiato il titolo di Mulo della Montagna.

Fu permutata per l’acquisto di un fuoristrada.

L’ultimo viaggio dell’R4fu per andare in Val d’Aosta, dove era prevista la compravendita, Mauro lo ricorda con il dispiacere di lasciare quell’auto compagna di tante avventure.

Ringrazio Mauro Piombo e Gianni Rossi per aver reso pubblica questa storia di avventura e amicizia

Due Amisci e na R4 a Capo Nord (1)

prima parte

Quarant’anni fa nel 1984, due amici partirono con una Renault 4 per arrivare a Capo Nord in Norvegia. Era ancora l’Europa degli Stati e della Cortina di Ferro.

Eravamo quattro amici al bar, canta Gino Paoli

Che volevano cambiare il mondo

Destinati a qualche cosa in più

Che a una donna ed un impiego in banca

Si parlava con profondità

Di anarchia e di libertà

Tra un bicchier di vino e un caffè…

Più o meno in questo periodo ma esattamente 40 anni fa, nel 1984, c’erano quattro amici al bar, quello da Santina, au Briccu de Furche, decisero tra un bicchier di vino e un caffè, di dare il via ad un progetto, dibattuto da tempo fra di loro.

– Allora andiamo a Capo Nord !-

Ci fu una stretta di mano fra quegli amici al bar.

Fu decisa una data e iniziarono i preparativi.

L’auto da adibire per quella spedizione, era un Renault R4.

Un’indistruttibile auto francese a proprio agio in città come nel deserto.

Fu attrezzata con un para bufali o meglio con una griglia para renne.

Sul cofano una seconda ruota di scorta.

Sopra il porta bagagli fu posizionato un apposito contenitore autocostruito in vetroresina dove riporre l’abbigliamento.

L’accesso era possibile tramite un’ardita scaletta, fissata nella parte posteriore dell’auto.

Tolto il divano posteriore, sopra l’ampio pianale ci stavano comode due persone, dentro al sacco a pelo.

Sopra un morbido materasso fatto su misura dalla mamma di Mauro.

L’oscuramento della zona letto dal sole di mezzanotte, era garantito da due tendine come quelle di casa.

Per eventuali guasti erano pronti degli attrezzi, olio motore, cinghie, candele, cavetti di ricambio e qualche lampadina.

Ma la R4 mantenne e confermò la sua fama di auto affidabile.

Per qualche CV in più fu montato un carburatore doppio corpo, al posto del Solex originale.

Sono a casa di Gianni e Fulvia in compagnia di Mauro.

Amici da una vita, abitano a poca distanza l’uno dall’altro a Prato Zanino.

Dopo quarant’anni, come fossero arrivati ieri mi raccontano il loro viaggio.

13.500 km in 17 giorni!

Una media spaventosa!

I primi giorni circa 1200 km al giorno dall’alba al tramonto

Neanche il tempo per pisciare!

Gianni e Mauro si alternavano alla guida.

Molte le strade con fondo sterrato

Il tempo non lo si aveva neppure per mangiare. Le uova si cuocevano sul fornello a gas tenuto in mezzo le gambe mentre l’auto andava.

Il giorno fissato per la partenza era domenica 17 giugno 1984, c’erano le elezioni europee, dopo aver imbucato la scheda nell’urna e salutato amici e parenti, alle ore 8 avviato il quattro cilindri Renault, iniziò quella fantastica impresa.

Su un accurato diario di bordo di Gianni sono annotate tutte le spese.

Alla partenza a bordo c’erano 45.000£ di viveri, in aggiunta, una cassetta di pomodori, tanti pacchi di pasta, un’arrosto e un coniglio cotto a metà, pronto per essere cucinato.

Trenta litri di benzina pari ad altre 45.000£.

Mauro ha portato una vecchia cartina con i confini politici dell’Europa degli anni 80 ed evidenziato a penna il percorso che hanno fatto.

Non c’era la moneta unica e ad ogni passaggio di frontiera si doveva cambiar valuta

Dalle diapositive digitalizzate viste nel salotto, al caldo di un camino, ecco le immagini della penisola scandinava, traghetti isole, fiordi, strade diritte in mezzo a infiniti boschi le renne e il sole di mezzanotte.

Capo Nord fu raggiunto alle 24.15 del 23 giugno 1984.

Obbiettivo raggiunto!

La felicità dei due amici traspare dalle foto di rito.

Decisero di fermarsi e li passare la notte al circolo polare artico.

Furono svegliati al mattino, da una bufera di vento e da un vistoso calo di temperatura.

Mauro ricorda l’aria gelida che entrava dalle portiere si insinuava nel suo sacco a pelo passando dalla cerniera.

continua

U Frecciamme

Resta sempre qualcosa di umano negli oggetti che abbiamo usato e che poi marsi de ruse, vengono smaltiti come rottame ferroso, u frecciamme e destinati al loro annichilimento in un forno.

E careghe, chissà quante parole quante balle sparate da qualche cuntamusse nelle sere d’estate su una terrazza o a prendere il fresco in un giardino.

Ascoltate da chi ci stava seduto sopra, magari in un bar o un’osteria e le parole esagerate e le risate erano la normale conseguenza di quello che si beveva e di quello che si raccontava.

E quella carretta da massachen ancora capace de purto’ u pastun de casin-a preparata e trasportata da u boccia pe u baccan che era su un ponteggio a intonacare.

E chissà quanta storia è passata in sella a quelle bici da adulti oggi marse da ruse, magari usate per gli spostamenti cittadini o per recarsi al lavoro, quando a Varazze esisteva ed era pane per tutti, cantieri, cotonificio conceria e tante altre manifatture.

Puo’ darsi anche qualche giro domenicale, in direzione de San-a, raggiunta superando l’unica salita con una bella rincorsa per superare le Colonie Bergamasche.

Verso Cogoleto, invece era quasi proibitivo, troppo impegnativa la salita d’Invrea e u chin-a e munta’ du Spurtigio’.

Anche sciu da Teiro, con la bici senza cambio di velocità era ardua cosa.

Ma chi abitava oltre il Giovo con i vent’anni nelle gambe e costretto per lavoro a “vegni’ a Vase” lo faceva almeno due volte la settimana.

Come mio papà che lavorava dau Milanin e conosceva bene, quella strada, ancora non asfaltata, piena di buche pronta a trasformarsi in un pantano a seguito di una pioggia.

Ma questo non li fermava e con altri amici e colleghi, affrontavano i tremendi tornanti di Zui, non di rado facendosi trainare dai camion che transitavano da lì in direzione della pianura padana.

Papà mi raccontava anche di qualcheduno attrezzato con tanto di gancio per arpionare il paraurti delle auto e gli autisti i proprietari dei mezzi sempre ben disposti per alleviare la fatica di quei zuenotti.

Altri tempi…. non esisteva la frenesia moderna e c’era il tutto il tempo di rallentare un po’ il mezzo e lasciarsi “abbordare” da quei giovani scalatori e magari scambiar due parole con loro prima della discesa in direzione di casa.

Mio papà mi raccontò di una fatto a lui capitato.

Nello zaino che portava sulle spalle durante un viaggio verso Vase insieme ad altre cose, trasportava anche un bel pacco d’uova prodotte dalle ruspanti galline del sasselese.

Sfortunatamente, una caduta con la bici appena passato l’abitato di S.Giustina, provocò la rottura delle uova.

Oggi quelle uova spappolate sarebbero destinate all’umido e li gettate, insieme a qualche imprecazione.

Ma erano proprio altri tempi e quella poltiglia liberata dai pezzi di guscio diventò una bella frittata, cotta grazie alla gentile disponibilità di una donna del luogo e divenne la cena che consumò mio papà quella sera.

I Genius Loci du Canain

Lungo la Stra da Lese du Canain, sopra le Faje ci sono almeno due rocce scolpite

Ma come è stata possibile questa scoperta?

Luglio 2023

Eravamo in tanti una sera d’estate, in un prato a sentir parlare del Beigua, di chi nella Preistoria, viveva sulla nostra montagna e nei suoi boschi.

Di antiche religioni e dei Genius Loci, spiriti o divinità legate ai luoghi e alla natura, che secondo i nostri antenati albergavano nelle sorgenti, nelle rocce o in una vetta nascosta da una nebbia perenne.

Un incontro pubblico, che invitava ad avere un nuovo approccio, più profondo quando si sale sulle nostre montagne.

E cercar tracce, scritte, sculture su pietra, simboli, fatti da chi, molto tempo fa, cercava la protezione di una divinità

Lungo il percorso della Stra da Lese du Canain sono presenti almeno due Genius Loci.

In una grande roccia oltrepassato u Riu Vasce’ sono stati scolpiti due incavi, forse per simboleggiare gli occhi di una figura animalesca

Alla base è presente una voragine, che a debita distanza sembrano le fauci, di questo Genius Loci.

Questo macigno presenta nella parte superiore, una superficie piatta ed è perfettamente orientato a ovest.

Il secondo, è stata una scoperta veramente inattesa!

Superato un acquitrino, che in passato poteva essere una pozza d’acqua, dove si abbeveravano gli animali, salendo alla nostra sinistra, dopo una leggera curva c’è una pietra, all’apparenza una delle tante.

Ma osservandola meglio, non può sfuggire la stranezza di quel cuneo di pietra di colore diverso, incastonato tra due buchi, certamente scolpiti.

La visione dell’insieme è impressionante!

Due orbite e tra loro un naso.

La pietra è mancante della parte inferiore, che da origine ad un piccolo anfratto.

Anche in questo caso potrebbe essere la rappresentazione di una bocca

Ma perché furono scolpite queste pietre?

I nostri antenati osservavano la natura, si sentivano parte di essa ma temevano e rispettavano la sua grande forza.

Nacque così il culto delle divinità o spiriti, della montagna e dei boschi, non come entità distanti, ma onnipresenti nelle persone e nelle cose che erano intorno a loro, nelle sorgenti, alberi e grandi rocce.

Era la Vecchia Religione.

Un argomento affascinante, ma poco conosciuto, questa religione è nata spontaneamente senza alcun artifizio o forzatura, concepiva due principi creatori uno maschile e l’altro femminile.

Gli esseri umani che vivevano sul Beigua, consideravano la natura come una manifestazione divina e come tale la rispettavano sotto ogni punto di vista.

Era praticata la magia da parte dei saggi, che ne comprendevano i segnali.

I romani, in procinto di costruire ponti o strade, facevano dei riti proprizatori per chiedere scusa e avere il permesso dei Genius Loci, che albergavano nel luoghi, dove si accingevano a costruire dei manufatti.

Quando arrivò il Cristianesimo, il nuovo culto divenne predominante, nei centri urbani e così la Vecchia Religione sopravvisse, relegata nelle campagne.

Per secoli nelle devozioni della popolazione rurale, il cristianesimo coesisteva con antichi culti

Poi nel 1300 ci fu una vera e propria persecuzione di massa, per cancellare e distruggere in maniera definitiva tutti i simboli pagani e della Vecchia Religione.

Le divinità delle foreste e della montagna,erano paragonate al demonio

Con la caccia alle streghe finì definitivamente il culto della Vecchia Religione.

Ringrazio Antonella che mi ha segnalato l’esistenza delle sculture e chi ha liberato dai vegetali e reso nuovamente percorribile l’antica Stra da Lese du Canain.

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Ando’ pe mussa a Vase in ti 70

( Rimorchiare a Varazze negli anni 70)

Era proprio così, come ben raccontato nel video!

Macché amore libero e figli dei fiori, negli anni 70, era difficilissimo rimorchiare.

E figuriamoci a Varazze città di case e chiese!

Naturalmente racconto dal mio punto di vista, di ragazzo timido e imbranato com’ero.

Forse qualche sciupafemmine c’era, ma erano quasi sempre dei contamussa per vanto.

Nei primi anni 70, per acchiappare, si erano formate diverse “compagnie” di giovani, età media 15/20 anni, ognuna aveva il suo ritrovo.

Il nostro, era dalle sedute in pietra di S.Giuseppe, una trentina di ragazzi e ragazze più o meno della stessa età.

Si partiva a far delle passeggiate/ escursioni in collina, con la musica di un mangianastri.

Chi organizzava erano sempre quelli un pò più “anziani”

Capii dopo che quello era un loro escamotage, per imboscarsi con le più belle delle nostre coetanee.

E poi c’erano le feste in casa, dove la sala da pranzo, togliendo tavolo e sedie, diventava sala da ballo.

Si tiravano giù le tapparelle, per creare un pò di atmosfera

E lì era tragica o ballavi o ti ingozzavi di patatine e coca cola.

Io appartenevo alla seconda categoria.

Gli autoscontri, durante il periodo invernale, erano un buon luogo di ritrovo, ma anche lì, c’era sempre quello più figo a cui andava il cuore delle ragazze.

Le automobiline avevano una regina e quando lei era in pista, tutto le ruotava intorno.

Ma non era pan per i nostri denti da latte

Allora si scimiottavano gli atteggiamenti più virili, come quello di guidare seduti sul bordo dell’autoscontro, e di far scherzi alle ragazze.

Ma eravamo di una ingenuità disarmante

Per conoscere o dimostrare l’interesse verso una ragazza, si usava tirare una di quelle palline di pezza, vinte allo stand del tiro a segno.

Aveva un elastico, che ovviamente restava impigliato nei cappelli.

La malcapitata, urlava come un’ossessa, aiutata dall’amica a sbrogliare quell’elastico arrotolato nella chioma.

A questo punto, se non gli andavi a genio, dovevi correre veloce, per non essere preso a botte da un gruppo di ragazze coalizzate e inferocite

E di corse ne feci molte.

Dimostravamo il nostro essere uomini duri, soffrendo il freddo. Niente sciarpe e berretti, ma quanti peccetti d’inverno sul “ponte” dagli autoscontri!

Con il motorino le cose non cambiarono di molto, anzi aumentarono le spese e chissà quanta miscela abbiamo consumato, per pattugliare il territorio

E quanti giri “casuali” sotto casa di una ragazza, di cui non si conosceva neppure il nome.

Anni di tormenti di cuore e…di autoerotismo.

D’estate si era più liberi…di far brutte figure…la passeggiata era un’immenso luogo dove far conoscenze.

Erano chiamate vasche, gli andirivieni di ragazzi e ragazze sul lungomare.

Pennelle’ de neigru era così chiamato il diniego delle ragazze per un ‘invito, anche solo per un gelato.

Una costante, era quella della ragazza carina accompagnata dall’amica non proprio avvenente…diciamo.

E allora ci voleva una spalla, un amico, che si sacrificava in nome dell’amicizia, per intrattenere l’amica meno carina.

Naturalmente la bruttina toccava a me.

Si desiderava avere un auto e per noi, ragazzi degli anni 70, era un grande traguardo, il rimorchio sembrava assicurato.

E infatti un giorno, acquistata la mia prima auto una 500, incontrai una ragazza, che curiosa, mi chiese cosa avevo in quella borsa di plastica, erano le targhe della mia macchina, lei entusiasta, si propose per andare a fare un giro, io pensai è fatta! Presa!

Era vero! Ci voleva la 500!

Maliziosamente, studiai un percorso nell’entroterra di Celle, dove poi ci si poteva appartare.

Ma l’intento non riuscì e dopo una serie di curve, fatte con brio, improvvisamente quella ragazza mi disse che doveva vomitare

Ci volle un pò di tempo per fermare l’auto…e lei non riuscì ad aprire in tempo la portiera della 500….

Buona giornata!

U Vivagna

Chi ha tirato su i muri di pietre e scavato i canali per l’irrigazione? Chi si è spaccato la schiena in Val Leistra ma anche in te l’Aniun o in Teiru?

Lo strapotere religioso e i signorotti locali, fecero costruire per loro tornaconto, grandi opere, manufatti in pietra, opifici e canali d’acqua, avvalendosi di mano d’opera locale

Quei lavoratori erano dei poveri cristi.

Bestie da soma a camallò e impillò e prie.

E chi doveva mantenere il canale pulito da terra erbacce e tamponare le falle erano i bambini, non importava la loro età.

Ma nessuno di loro, aveva accesso alla mensa del monastero, dove si cantavano le lodi del creato.

E poi c’erano i famuli, che vivevano all’interno o nelle vicinanze del monastero ed erano accettati alla mensa dei monaci.

Venivano loro imposte le regole di castità, di cieca obbedienza e potevano essere espulsi in ogni momento, non percepivano alcun reddito, erano molto spesso dei donati, figli minorenni, affidati ai monaci dalle famiglie, perché fossero educati con l’esempio del Ora et Labora, ma anche a seguito di un qualche evento soprannaturale o magari per una grazia ricevuta.

Lo sfruttamento minorile continua oggi nel mondo moderno ed era praticato nel nostro paese non molto tempo fa.

https://www.skuola.net/…/riassunto-rosso-malpelo.html

U Vivagna

Questa è la verosimile storia di uno di loro quel ragazzo diventò uomo conosciuto come u Vivagna.

Per la sua abilità e successo a far scavare dei pozzi dove trovare l’acqua

Odore di fango, terra bagnata aveva da poco smesso di piovere. Bene pensò così sarà molto difficile che qualcuno mi possa seguire.

Chi meglio di lui era a proprio agio in ta Leistra la sua valle che lo aveva visto nascere e scorrazzare per boschi e prati.

Aveva ancora negli occhi che cosa era successo il giorno prima.

Nessuno lo aveva visto quando era riuscito a fuggire ai monaci bianchi.

Era uno dei tanti famuli nato per caso in quella valle di disperati.

Nie de Figgi e panse voe.

Ma così voleva quel Dio che predicò andate e moltiplicatevi.

Poveri cristi e bestie da lavoro a tirar su delle creature per poi vederle morire di fame e malattie.

O date ai preti perché servivano braccia da lavoro per fare grandi opere murarie e idrauliche.

Suo papà era andato da quelle persone di fede e lo aveva portato con sé, lui pelle e ossa e occhi grandi.

” Tou chi me figgiu è forte e sa tirare come un mu” disse il padre

Lui rimase in ginocchio su quel sagrato e gli fu chiesto di aprire la bocca

Un frate gli si avvicinò

” Bei denti ma siamo sicuri che tiri come dici?”

E con un calcio lo colpi’

Sentì un forte dolore a un fianco ma sapeva che non doveva gridare tanto meno piangere così doveva essere, guai a frignare i frati lo avrebbero scartato e suo padre a casa lo avrebbe riempito di botte.

I famuli come lui erano consegnati ai frati che avevano sempre bisogno di braccia da lavoro e di buon comando a tirar su terrazzamenti e canali per l acqua.

Un vita da bestie ma almeno si riusciva a mangiare.

E a casa una bocca in meno da sfamare

Da quel giorno le sue giornate divennero sempre uguali.

Sotto il sole l’acqua al vento e al gelo.

A camallo’ prie e prego’ u Segnu.

Ma almeno si mangiava tutti i giorni e la domenica era dedicata alla preghiera.

Fu l’incontro con un frate da tutti chiamato Fra Sciollu, forse perché poco penitente ma gaudente delle cose belle dall’acqua che sgorga alle belle donne.

Emarginato da tutti gli altri monaci, ebbe a cuore quel giovane famulo, e un giorno lo portò con se, arrivati in cima all’Arenon, furono al cospetto di quella meravigliosa valle.

Non c’era mai stato, un paradiso in terra con il mare a far da sfondo!

Ma a ben guardare laggiù dove c’era fumo e polvere, un inferno!

Migliaia de piccaprie e massachen a spaccare e impilare chilometri di muri a secco, per ordine dei monaci e di Dio a lasciar le dita o le braccia, spappolate sotto a un macigno a morire di stenti, sotto al sole o in fondo a un dirupo.

“Vedi stanno facendo quel canale roba inutile! Si va a prendere l’acqua dalla montagna quando l’acqua è già lì, basta scavare un po!”

Era un uomo di scienza proiettato nel futuro, lui i disegni e i calcoli di Leonardo li conosceva bene.

E quelle macchine per tirare su l’acqua dai pozzi, al monastero le aveva costruite lui.

Bastava scoprire dove stava nascosta l’acqua scavare fare un pozzo e tirarla su con una macchina.

Non serviva sfuttare quella povera gente e farla morire per costruire giganteschi canali.

“Gli chiese ma dove si trova l’acqua”

” Ecco la domanda che mi aspettavo da un ragazzo intelligente come te!”

E tiro’ fuori da sotto il saio un piccolo rametto biforcuto

Francesco Baggetti

Manuelu

foto dal web

di Carlo Buccitti

Correva l’anno 1957.

Nelle prime ore del pomeriggio, durante la bella stagione, andavo a giocare “sulla piazza della chiesa” dove trovavo i miei amichetti: ricordo Filippo, Alfredo, Beppe, Ambrogio.

Il parroco Mons.Callandrone era solito, a quell’ora, riposarsi sulle sedute in pietra ai lati della porta di San Giuseppe.

Un giorno arriva sulla piazza un ometto mal vestito, cantava e gesticolava: si rivolge al Parroco chiedendogli l’elemosina.

Monsignor Callandrone infila la mano nella tasca della tonaca e gli porge una moneta.

Una signora che assiste alla scena gli si rivolge dicendogli:

“ Sciu parrecu cu nu ghe dagghe ninte perchè u và da Maiostin-a a beive !! “

Il Parroco alza le braccia come in segno di resa e replica prontamente:

“U m’ha dumandou e mì g’ho dètu”

Sono passati 67 anni ma quella frase mi è rimasta scolpita in testa.

Mons.Callandrone conosceva sicuramente quell’uomo e soprattutto conosceva la sua triste storia.

Io, bambino di 5 anni, la storia di quell’uomo la conobbi dopo qualche mese.

Sul retro del caseggiato, dell’albergo della mia famiglia c’era una porta di servizio che affacciava su un viottolo, ricavato dalla tombinatura del “beo”che alimentava il frantoio di “Pantelin” .

A ridosso del muretto a secco, che costeggiava il viottolo delimitando le fasce di Tonina Caniggia, in prossimità della porticina di servizio, era posizionata una panca che mio padre aveva fatto costruire dal falegname “Zaccaria”.

Quella panca, che conservo ancora oggi, serviva a cameriere e cuoche per riposarsi un po’ durante le brevi pause di lavoro. Spesso, all’ora di pranzo, sulla panca sedevano viandanti, mendicanti, zampognari: mio zio Giuva portava loro un piatto di pasta e come diceva lui

“Quello che oggi passa il convento”.

Un giorno arrivò l’uomo, a cui il Parroco aveva fatto l’elemosina, non si sedette sulla panca, ma entrò subito da quella porticina accedendo alla cucina dell’albergo, dove era in pieno svolgimento il servizio ristorante .

Camminava a passo di danza, gesticolava e cantava:

“Marina Marina Marina, ti voglio più presto sposare ecc.ecc”

Una cameriera, scappò urlando temendo di essere importunata . Mia zia Mina (che dirigeva la cucina) quando lo vide esclamò : “MANUELU !! perchè ti vegni a st’ua? Stanni bravu e settite lì de foa che poi te demmu quarcosa“. Così come era entrato, se ne uscì a passo di danza e si sedette sulla panca: mio zio Giuva, come era solito fare, gli portò subito un abbondante piatto di pasta e un bicchiere di rosso.

Io, bambino di 5 anni, incuriosito e anche un po’ impaurito, sbirciavo dalla porticina.

I bicchieri di rosso divennero presto 2, 3 e forse altri ancora (mio zio Giuva era così) e Manuelu dopo un po’ con mio sommo dispiacere, se ne andò via, più ciucco di quando era arrivato.

Quello stesso giorno, mia zia Mina mi spiegò, con grande commozione, chi era Manuelu.

Emanuele Ottolenghi, apparteneva ad una ricca famiglia ebrea. Abitavano in una lussuosa villa, non lontano dalla sua casa e per questo lo conosceva bene.

La famiglia di Manuelu, gestiva la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica di Varazze. Era una famiglia agiata.

A seguito delle leggi razziali del ’38, le fu confiscato ogni bene, furono deportati e non tornarono più.

Manuelu si salvò e dal dispiacere, rimasto solo, ridotto in miseria, si diede all’alcool.

Mons. Callandrone, parroco di S.Ambrogio, già durante il ventennio e la guerra, evidentemente conosceva Manuelu e la tragedia della famiglia Ottolenghi.

I meno govani, si ricorderanno sicuramente di Manuelu, stava prevalentemente a Mioglia, ma veniva spesso a Varazze.

Morì investito da un’auto credo negli anni 70.

Ringrazio Carlo Buccitti per questo suo bel ricordo giovanile, di Emanuele Ottolenghi u Manuelu.

La sua famiglia, era proprietaria da “Fabrica da Lusce” la centrale idroelettrica in località i Posi.

L’impianto utilizzava la caduta dell’acqua dal serbatoio de Gruppine.

Forniva energia elettrica alla tensione di 125V, al Pero, Alpicella, Faje, Casanova e alla Valle Teiro, Deserto e Sciarborasca.

I Betlemmiti.

I Betlemmiti, fu un ordine militare religioso, istituito nel 1110 che divenne ricco e potente in breve tempo.

Alla sua disponibilità, erano pervenuti molti possedimenti territoriali, benefici ecclesiastici, ospedali, e lasciti di benefattori, tutti finalizzati a finanziare le crociate in Terra Santa, per la liberazione di Gerusalemme dai mussulmani.

Questo ordine religioso era chiamato anche dei Fratelli Stellati, perché indossavano una cappa bianca, su cui spiccava una stella rossa a sette punte e portavano sul petto la croce di Lorena, detta anche doppia croce.

Quasi in contemporanea sorse un altro ordine militare religioso, quello dei Templari.

Sempre con abito bianco ma con una croce rossa a otto punte, diversamente da quello Betlemmita, i Cavalieri Templari, erano nati per proteggere le strade dei pellegrini in Terra Santa.

Varie vicissitudini e una storia troppo lunga da raccontare, portarono alla messa al bando per corruzione di questo ordine cavalleresco, nel 1312.

Nella prima metà del XII secolo, il vescovo di Betlemme, Ansellino, per sfuggire a sicura morte, fuggì dalla Terra Santa e venne a cercar rifugio guarda caso proprio a Varazze ben accolto e acclamato dalla popolazione.

Varazze era ritenuta una città ricca, la nomea era dovuta alla grande laboriosità dei suoi abitanti, con gli innumerevoli cantieri navali, che riempivano le piazze e tutta la spiaggia di imbarcazioni in costruzione.

C’erano gli opifici della valle del Teiro, che con la forza idraulica dell’acqua, tagliavano piallavano facevano olio e farina in altri la carta e la pasta, l’acqua del Teiro, convogliata tramite delle canalizzazioni, serviva anche per i grandi orti e frutteti che erano alle porte della città.

In tale contesto di gente onesta ma facile preda delle suggestioni, le offerte per le guerre sante e per la chiesa povera e derelitta, non sarebbero mai mancate!

Fu cosi che con bolla papale, Varazze fu scelta come sede vescovile della congregazione di Betlemme.

Con atto notarile del 27 gennaio del 1139 Aldizio vescovo di Savona, donava ad Ansellino la chiesa di S.Ambrogio, con i tutti i proventi, derivanti da terreni, proprietà immobiliari , lasciti e offerte.

Non sono molte le testimonianze della permanenza dei Betlemmiti nella nostra città, l’antico oratorio a ridosso delle antiche mura fu la loro prima sede, dove fu trovata una fonte battesimale e una croce di Lorena.

Nel 1924 durante gli scavi per fortificare gli argini del Teiro, all’altezza di via Malocello, nei pressi della linea ferroviaria, all’interno di un cunicolo, che dal greto del fiume portava all’interno delle mura, fu trovata, da un operaio, una croce di Lorena in bronzo.

Altri reperti appartenuti a questo ordine religioso furono scoperti nel 1931, durante degli scavi, presso la seconda chiesa di S.Ambrogio, una mitra, dei bottoni, con lo stemma dei Betlemmiani, poi ancora una piastra in bronzo con incisioni e altri oggetti tra cui un sedia vescovile, ma di tutti questi reperti esistono le testimonianze scritte, ma di fatto se ne sono perse le tracce.

Fu una benemerita iniziativa dei Betlemmiani, quella di creare un hospitia, il primo ospedale della nostra città, in un edificio che ha dato poi il nome al vico dello Spedale, la zona è quella di Ca-braghe.

Un’antica costruzione, presente ancora oggi nel centro storico, fu la sede vescovile, durante la permanenza dei fratelli stellati in Varaginis

Questo edificio é contrassegnato con il civico n°3 di via S.Ambrogio.

In origine, questo palazzo era costituito da due piani, dotato di un ampio portico, poi ridotto per ricavarne due locali, in uno di questi oggi c’è la pescheria U Galina.

Dall’esterno si può ammirare l’ampia scalinata in ardesia, con colonne e balaustre in marmo.

Da testimonianze di inizio del novecento, si apprende che sull’architrave del portone esisteva scolpita, nell’ardesia una stella a sette punte, oggi non più visibile a causa del degrado o di una deprecabile cancellazione.

Il palazzo fu venduto all’asta a metà dell’800.

Molte testimonianze della presenza dei Betlemmiani, furono occultate e poi quando per caso ritrovate, durante degli scavi o in un ripostiglio, nuovamente svanite nel nulla.

Ci furono anche diverse cancellazioni dei loro simboli incisi su pietre o su oggetti di culto, queste avvisaglie fanno intuire che la dipartita di questo ordine religioso dalla nostra città non fu indolore.

Infatti, ad un certo punto, venuta meno la necessità di fare cassa, per le crociate, sorsero delle controversie fra i Betlemmiti e i vescovi savonesi, dovute a dispute patrimoniali e giurisdizionali, su chi doveva essere titolare della diocesi di Varagine.

Ma soprattutto dei proventi che i fedeli garantivano a chi aveva cura delle loro anime.

All’inizio delle dispute per buona pace ci furono molti compromessi, ma che poi portarono ad una sentenza, emessa nel 1424, di estromissione dei Betlemmiani, dalla nostra città.

I Fratelli Stellati si trasferirono in Francia, dove godevano ancora di ampi benefici.

Visto il buco storico negli archivi, privo di documenti, che coincide con gli anni di permanenza dei Betlemmiani nella nostra città, è molto probabile che per nascondere l’entità degli introiti, le malefatte o chissà che cosa nella loro gestione della diocesi, portarono via con loro o distrussero, molto materiale di archivio.

Quando ci fu lo scisma d’Oriente (1378-1449) con l’avvento dei due papi con le sedi a Roma e Avignone l’ordine Betlemmiano si assogettò al papa di Francia.

Nella foto il palazzo che era la sede vescovile dei Betlemmiani.

U Saturnin

Chi conosce Giovanni Cerruti, u Saturnin,

conoscerà anche alcune sue frasi caratteristiche del tipo.

“ Te devu fate vedde na bella cosa”

E così un giorno mi telefona e mi dice

“ Martini se ti vegni a S.Peo te fassu vedde na bella cosa”

Io che sono un curiosone.

Mi precipito, in un pomeriggio di fine novembre a SanPeo.

In casa sua, Saturnin, sul tavolo da pranzo aveva già pronti tre raccoglitori.

“Sun miga tutti quei foggi e quelle fotu de Cascine spanteghè in te cascette, che eivu vistu tempu fa in ta to officina?”.

“Sci Martini e Cascine ghe sun tutte e semmu prunti per fo u libbru.

L’ho ditu a ti, perchè te cumme mi, serchemmu quellu che n’han lasciò i nostri vegi, primma che diventan Muggi de Prie!”

E cosi dicendo, apre quei fascicoli e rivedo ben ordinati

gli appunti,

fogli stampati,

promemoria scritti a mano,

e tutte quelle foto!

Saturnin dice che sono trecento.

Ma saranno anche di più!

La passione di scrivere la storia del nostro entroterra, è stata trasmessa a Giovanni, dai racconti del padre, che per tanti anni era a tagliar legna nei boschi sul Beigua.

Aiutato nel suo faticoso lavoro, dai famosi bo Cabanin.

Che a detta di molti, sono animali intelligenti, privi solo del dono della parola.

Saturnin è nato in questa borgata de San Peo

I suoi ricordi, dei giochi da ragazzo, si intrecciano con la vita di quelle persone, che da questa terra, traevano il sostentamento per tiò sciu de nie de figgi.

Personaggi, riti religiosi, anche superstizioni, che facevano parte di un mondo che non esiste più.

Sfoglio quella che è una prima bozza del libro

Con tutte quelle foto de Cascine, Seccou, Trunee, Cabanin.

Edificati da chi doveva stare qualche mese in montagna,

per la fienagione,

il pascolo,

a tagliar legna

o a da recattu a na Carbunea

La Trunea deriva da trun, era una costruzione in pietra, dove ci si riparava ai primi tuoni, di un imminente temporale estivo.

Nel folto dei boschi o nelle zone prative, capita di vedere dei cumuli di pietre, alti circa un metro,

sun e Pose.

Dicasi posatoi, in quella lingua straniera che è l’italiano.

Dove chi camallava, poteva scaricare il peso che aveva sulle spalle.

Fieno imballato nei Tapei o in te Belainin-e.

Per poi proseguire a raggiungere una strada, dove aspettava una Lesa

O scendere ancora, fino ad arrivare in prossimità di una stalla, dove c’era na Barca du Fen

Ma nei Cabanin e nei Seccou ci si fermava anche per passare la notte,

pe Posa’ e Osse, dopo una lunga giornata di lavoro.

Saturnin mi racconta dell’emozione provata, quando a colpi de Marassu è riuscito a riscoprire alcuni di questi manufatti.

Abbandonati, dimenticati da tutti.

Fagocitati dai vegetali e destinati a sicuro oblio.

Nel libro “ Le Cascine del Beigua” ci sono cose, molto preziose.

L’elenco di un’altra meticolosa e precisa ricerca effettuata da Giovanni.

Sono tutti i nomi dei proprietari o di chi ha costruito i tanti manufatti in pietra, presenti in questo angolo di mondo.

Ognuno con la sua storia e qualche aneddoto, citato nel libro.

Nomi e soprannomi, delle persone che hanno legato la loro vita, grama, di sudore e fatica, a questo angolo di mondo

Il libro contiene anche alcune mappe, con i toponomi delle varie zone, dove insistono questi manufatti.

Un altro grande patrimonio del nostro entroterra che non deve andar perduto!

PisciaCrava…..Cumbotti……hotel Pidocchi….Rocca da Nusce ( la noce è l’albero delle streghe) Varpaia……..Vasce’…..Sigaa, (cicala)….Briccu du Ventu….a Caminaggia….pra da Turta….rocca da Pigugiusa

Saturnin mi racconta di quel giorno quando un improvviso acquazzone lo sorprese all’aperto,

e fu costretto a rifugiarsi in uno di quei ripari da un almeno un secolo abbandonato.

Ma ancora capace di offrire una buona protezione

Un’altra emozione quando riuscì ad intravvedere inglobata nella vegetazione quella antichissima costruzione di forma circolare, con grandi Ciappe de Pria molto somigliante a un Nuraghe.

Il progetto di fare un libro, sulle Cascine del Beigua è nato molti anni fa dall’altra parte dell’Oceano.

A Santa Rosa in California

Nel 1999

Quando Saturnin era ospite in casa di Neitu Ghigliazza.

Questi due amici, parlarono di tante cose:

delle persone rimaste nel paese,

dei figli,

della vita grama dei loro vecchi,

di chi per cercar una vita migliore aveva attraversato l’Oceano,

di quelle Cascine, Seccou, Cabanin.

Chissà se tutte quelle costruzioni in pietra e fango erano ancora in piedi?

O diventate dei Muggi de Pria

E così nelle serate là in America, iniziarono a scrivere, i loro ricordi, su un quaderno blu.

Con tutti quegli appunti, promemoria e mappe per poter ritrovare quelle Cascine, quel quaderno divenne un documento prezioso

Seguendo gli appunti su quei fogli di carta, Saturnin, al suo rientro in Italia, iniziò la sua ricerca.

Durata tanti anni.

Era una promessa fatta ad amico dall’altra parte dell’Oceano.

Che è stata onorata da Saturnin,

con la stampa di “Le Cascine del Beigua”

Questo libro è una grande opera di divulgazione e valorizzazione del nostro territorio.

Un’elenco accurato con i nomi e la storia di tutti i manufatti presenti in quell’ampio bellissimo territorio verde, con l’azzurro del cielo e del mare.

Suvia e Faje, sutta au Sciguellu, fino ad arrivare alle mura del Deserto.

Terra strappata alla grande montagna,

per coltivare,

raccogliere e far seccare le castagne,

grandi zone prative, bonificate dalle pietre per la fienagione,

pascoli,

foreste dove far legna d’ardere,

per il carbone

tavolame per gli onnivori cantieri navali della città.

Le generazioni che ci hanno preceduto su questo angolo di terra, traevano dalla nostra montagna tutto il sostentamento necessario per migliaia di bocche da sfamare

e fornirono un grande aiuto alimentare alla città di Varazze, durante la seconda guerra mondiale.

Nelle Cascine del Beigua trovarono rifugio i partigiani e i molti renitenti di leva

A questo punto vorrei citare una frase di Paolo Cognetti

Servono esploratori che esaurite le terre sconosciute, vadano a cercare in quelle dimenticate, tornino ai luoghi che l’uomo abitava e ora non più.

Un paese fantasma, una fabbrica abbandonata.

Che cosa c’era lì, dove tutti sono andati via?”

Un amore che nessuno si ricorda”.

Servono libri che mettano in salvo quell’amore

Serviva una pubblicazione scritta, che mettesse in salvo la memoria

di milioni di pietre impilè cun un po de pata e na man d’ommu

U Giamin di nostri Vegi

Grazie Saturnin.

Vorrei aggiungere una mia personale considerazione

Sono numerose le pubblicazioni di storia che parlano della nostra Città.

Tutte esaltano e ci raccontano la vita dei Santi, o del potente di turno.

Nessuno ha mai parlato dei Poveri Cristi.

Quelli che per un tozzo di pane o un posto in paradiso hanno vissuto e popolato la nostra città e i nostri Bricchi.

Vite di stenti, di lavoro e di grandi fatiche

Questo libro ha il pregio, per la prima volta,

di dare un nome e di raccontare la storia di quelle persone.

Grazie Saturnin!

Le Tane nel Bosco

Non serve aver fretta per arrivare ad una meta, serve essere viaggiatori, con la curiosità delle piccole cose.

E come ha scritto Antonella Ratto nel suo articolo

“Lasciare un percorso tracciato per cercare le tane nel bosco….a volte, fa ritrovare la giusta strada”

Le Tane nel Bosco

Quando si cammina in montagna, di solito, si percorre una strada o un sentiero.

Spesso il passo è frettoloso, o si guarda a terra per non inciampare.

Ma, se riusciamo a fermarci su quel sentiero e ci guardiamo intorno in silenzio.

E magari riusciamo anche a chiudere gli occhi per qualche istante.

Ecco che la magia del bosco si fa sentire.

Non solo i diversi cinguettii degli uccelli, ma l’orecchio attento percepisce lo scricchiolio delle foglie ormai secche.

Un ramo che batte contro un’altro e il suono del vento tra di essi. Il cigolio del faggio vinto dall’edera.

E poi ci sono loro, gli abitanti silenziosi.

Quelli che hanno le tane nei posti più tranquilli del bosco.

Quei luoghi che hanno un’energia reverenziale e dove ti puoi accostare solo con umiltà perché sai che sei ospite.

Lasciare un percorso tracciato per cercare le tane nel bosco….a volte, fa ritrovare la giusta strada

Antonella Ratto